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Film: ‘V Per Vendetta’

V PER VENDETTA

Titolo Originale: V For Vendetta

 Nazione: USA  

Anno:  2005 

Genere:  Azione, Fantascienza, Thriller

Durata:  132′  Regia: James McTeigue

Cast: Natalie Portman, Hugo Weaving, Stephen Rea, John Hurt, Stephen Frey, Sinéad Cusack, Rupert Graves, Tim Pigott-Smith, John Standing

 

TRAMA:   Anno 2020: negli USA è in corso la guerra civile e la Gran Bretagna a sua volta è oppressa da una dittatura a capo della quale c’è l’Alto Cancelliere Adam Sutler, il quale ha approfittato del clima generale di paura per vincere facilmente le elezioni, proponendosi come paladino delle istanze per il ripristino dell’ordine. La sua immagine martellante sui media, il suo credo e le sue regole ferree liberticide, applicate con il supporto della polizia segreta che sopprime ogni forma di dissenso ed impone il coprifuoco nelle ore notturne, gravano sulla popolazione. Evey Hammond, una ragazza con una dolorosa storia familiare alle spalle, viene colta in flagrante da una squadra di ‘Castigatori’ poco dopo l’inizio del coprifuoco. In suo soccorso interviene ‘V’, un uomo mascherato, il quale riesce a salvarla dal tentativo di stupro da parte delle guardie. Egli convince poi Evey a seguirlo per assistere ad un insolito ‘concerto’ dal tetto di una costruzione posta di fronte all’Old Bailey, palazzo simbolo della giustizia, da tempo offesa e violata dallo stesso governo. Dagli altoparlanti nelle strade escono le note di una sinfonia di Čajkovskij, nel mentre ‘V’, improvvisatosi direttore d’orchestra, ‘dirige’ a modo suo la distruzione dell’Old Bailey, davanti allo sguardo atterrito di Evey. ‘V’ si rifà ai fatti del 5 novembre 1605, noti come ‘la congiura delle polveri’, quando Guy Fawkes tentò di far saltare per aria il Parlamento Inglese, ivi incluso il re Giacomo I e la sua famiglia, in nome dei cattolici oppressi. L’obiettivo di ‘V’ è quello di abbattere la vigente tirannia, facendo leva su un forte sentimento di Vendetta, pazientemente coltivato come unico sopravvissuto, seppure orrendamente storpiato, di un lager dentro il quale sono stati compiuti esperimenti atroci su uomini e donne cavia da parte di Adam Sutler ed i suoi complici. V promette a questi ultimi che il prossimo 5 novembre metterà in atto ciò che non era riuscito a Guy Fawkes, sovvertendo il regime e dando modo al popolo liberato ed unito di fondare un nuovo stato più giusto, dignitoso e democratico.     

VALUTAZIONE: film di notevole carattere spettacolare e significato ideologico, che parte dal modello di Orwell (’1984′) ‘, per disegnare una metafora inquietante sul presente, sull’ambiguità dei ruoli fra stato legale, autoritarismo e terrorismo. Un’opera in stile gotico, che si rifà a vari generi e figure del cinema in continua altalena fra ironia, caricatura, avventura, azione e thriller.                                                                                                                              

‘V’ per Vendetta’ è un film che colpisce, indubbiamente. Non si può dire che ciò dipenda dall’originalità dei contenuti, o da uno stile particolarmente innovativo, anzi sin dalla breve sequenza storica introduttiva, i riferimenti, sia di natura letteraria che cinematografica, sono facilmente identificabili. Eppure, pur essendo il resto della trama ambientato in un allucinante futuro prossimo ed in un contesto contraddittorio di genere e di visione, sarà per l’attualità di certe allusioni o per la curiosa figura del protagonista, costantemente ed ambiguamente in bilico fra la finzione di un gioco fine a se stesso ed un provocatorio scenario di stampo ideologico, ma gli effetti che il film suscita sono molteplici, tranne quello meno desiderabile dell’indifferenza. Si tratta infatti in questo caso di un’opera che può essere compresa, condivisa, osteggiata o anche malintesa, a seconda dei punti di vista, ma che è limitativo, perlomeno per lo spettatore più incline all’approfondimento, liquidarla in poche parole o limitarsi, nel valutarla, ad un’unica chiave di lettura.  

Il plot parte da un lontano passato, come dicevo innanzi, cioè da una breve citazione relativa alla ‘congiura delle polveri’ a Londra, datata addirittura 1605, per poi passare direttamente ad un futuro prossimo, posto fra il 2015 ed il 2020, saltando perciò a piè pari il nostro presente. Il che fa immediatamente pensare ad una scelta di stampo fantascientifico, a qualche evento che ha avuto origine in un passato lontano e che torna d’attualità, per qualche strana e misteriosa ragione, per risolversi, o ispirare qualcosa che abbia una qualche relazione, anche a parecchia distanza di tempo. Numerose serie, da quella di ‘Indiana Jones’ a la ‘Mummia’, tanto per citarne un paio fra le più note e molti romanzi del genere thriller-storico dai quali spesso esse sono tratte, si rifanno a questo modello, ma in quei casi sono chiare sin dall’inizio le finalità di puro divertimento ed intrattenimento senz’altri paragoni o sottintesi, mentre ‘V per Vendetta’ è un’opera volutamente difforme e fuorviante. Si può ritenere che ciò dipenda dal tentativo di proporre un prodotto composto da ingredienti molto differenti fra loro, opportunamente assemblati nell’occasione per accontentare palati anche molto diversi, ad iniziare da quelli appunto che prediligono il cinema d’azione pura e le storie più spettacolari ed avventurose, ma oltrepassata la patina narrativa più superficiale, sono evidenti le ambizioni dagli autori ed i loro obiettivi di più alto e complesso contenuto.  

Quando c’è di mezzo un racconto di fantasia è consuetudine che dietro la facciata di una storia apparentemente lineare e semplice spunti una metafora che fa emergere un secondo strato narrativo, più articolato e profondo. E’ proprio il caso del film di James McTeigue, nel quale si palesa chiaramente una continua altalena di toni e di riferimenti che spaziano dal cinema di cappa e spada, alle allucinanti ipotesi ‘Orwelliane’, agli eroi solitari e spesso fraintesi tipo Batman e Superman, sino ad arrivare, ed è certamente la sfida più pretenziosa, alla critica feroce della realtà socio-politica del mondo in cui viviamo. Una prospettiva quest’ultima che muta completamente il significato dell’opera caricandola di responsabilità ed accenni provocatori, intriganti, ma anche scomodi, come vedremo.

Il quadro della nostra società che ne deriva infatti non potrebbe essere più desolante, dilaniata come appare al suo interno da despoti e millantatori, il cui archetipo è costituito in questo caso da Adam Sutler, un uomo senza scrupoli che ha abbindolato le masse sull’ineluttabilità della sua ascesa al potere, susseguente ad un periodo di confusione, incertezza e paura durante il quale i suoi uomini più fidati hanno fomentato ad arte lo sviluppo della criminalità, della violenza ed il disordine sociale. Un periodo caratterizzato da una dilagante corruzione, dal dominio pressoché totale dei media per meglio condizionare e controllare le masse, in aggiunta al timore di essere contagiati dall’implosione del modello statunitense, sino ad allora dominante perlomeno nel mondo occidentale, dalla quale e’ scaturita  la guerra civile e la disgregazione degli stati confederali. Tutti questi elementi sono ingredienti di un cocktail micidiale finalizzato a spingere la gente comune a considerare inderogabile la scelta (o per meglio dire, farla passare come tale) di affidarsi a chi è capace di rappresentare nelle parole e nei fatti il migliore compromesso possibile, per quanto doloroso nelle conseguenze per le libertà individuali, allo scopo di ripristinare l’ordine e conservare l’orgoglio nazionale. L’ascesa di Hitler al potere non ha avuto una genesi molto diversa, come racconta pure  ‘La Caduta Degli Dei’ di Luchino Visconti che ho rivisto di recente e contrariamente a quello che il protagonista di quest’opera ritiene che dovrebbe accadere: ‘…I popoli non dovrebbero avere paura dei propri governi, sono i governi che dovrebbero avere paura dei popoli…’…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Che siamo in un momento critico per la nostra civiltà non c’era bisogno che lo confermasse questo film, ma ne prendiamo coscienza tutti i giorni sulla nostra pelle o guardandoci attorno. Le grandi ideologie ed istituzioni, civili e religiose, sono tutte miseramente naufragate o ai limiti del collasso: dal comunismo, al capitalismo, passando attraverso deviazioni agghiaccianti quali il nazismo, lo stalinismo, il fascismo, il fanatismo religioso, per non parlare delle monarchie ed i potentati teocratici che appaiono, pur in forme diverse, sempre più fuori del tempo e dagli ideali d’origine. Le democrazie occidentali si sono a lungo narcisisticamente specchiate e cullate nella convinzione che bastasse affermare  il principio di libertà per superare ogni tentazione antitetica, ma infine sono state comunque travolte dalle contraddizioni e l’egoismo della natura umana, a partire dai massimi rappresentanti dei governi e dei parlamenti nazionali che dovrebbero costituire l’esempio primo. La nostra società non ha per nulla risolto le conflittualità sociali, politiche ed economiche che l’affliggono da sempre, ma anzi è diventata una malata in procinto di diventare terminale, essendo corrosa al suo stesso interno dall’ambizione sfrenata di pochi, dalla cupidigia, dalle diseguaglianze, dall’odio religioso, di razza, di sesso e via di questo passo. ‘…Perché mai amare la legge? Lo sanno tutti che è una puttana… le persone virtuose la schivano, i malvagi se la fottono e poi la ignorano… afferma seccamente lo stesso ‘V’.  

La conclusione è apocalittica, stando a ciò che avviene in ‘V Per Vendetta’, dove si racconta che negli USA è scoppiata, per ragioni di sopravvivenza e di conflitto d’interessi, la guerra civile fra i diversi stati della confederazione e in Europa non stiamo molto meglio, se persino nello stato culla della democrazia, la Gran Bretagna, è stata imposta una dittatura, per quanto ‘legalmente’ assurta al potere attraverso ‘libere’ elezioni. I media, in un’epoca dominata da grandi cambiamenti e progressi scientifici come mai se n’erano visti in un così breve lasso di tempo in passato, sono diventati strumenti preziosi ed inesauribili di propaganda e condizionamento, ancora più pericolosi, proprio per questa loro natura, se lasciati in mano a pochi uomini senza scrupoli, abili a sfruttarne le immense potenzialità d’influenza psicologica. ‘Il nostro compito è riferire le notizie, non fabbricarle, quello è compito del governo…’ dice infatti il responsabile delle comunicazioni di un’importante canale televisivo, naturalmente controllato, come tutti gli altri, dal governo.  

Adam Satler si è fatto nominare Alto Cancelliere, uno dei tanti roboanti titoli possibili per esprimere lo stesso brutale concetto ed è riuscito ad imporsi sfruttando tutti i mezzi, mediatici e coercitivi, che le ultime innovazioni tecnologiche gli hanno messo a disposizione. La diffusione controllata di nuove malattie ed infezioni,  allo scopo di terrorizzare il popolo, ad esempio, salvo poi far spuntare dal cilindro mediatico, come fosse una bianca tortorella, la cura miracolosa così da guadagnarsi al contrario il ruolo del buon samaritano, e’ parte del suo progetto per arricchirsi sfrenatamente, grazie ai fatturati delle industrie farmaceutiche che sono di sua stessa proprietà. L’ordine pubblico è oramai artatamente fuori controllo e la drammatica situazione politica internazionale e’ ideale per alimentare il rischio di diffusione a macchia d’olio. Non ci vuole poi molto insomma, in un contesto del genere, a fiaccare le ultime resistenze degli elettori convincendoli sull’affidabilità e la determinazione di un ‘messia’ nel restituire loro proprio le sicurezze che hanno perso nel frattempo. E’ facile quindi ritenere a quel punto che non resta altro se non affidarsi a chi garantisce sulla capacita’ di imporre ordine, disciplina e rispetto dell’orgoglio nazionale, anche se ciò significa dover rinunciare ad alcuni diritti civili conquistati a caro prezzo dopo secoli di lotte civili e morali, ivi inclusa la tolleranza e la pacifica coesistenza fra religioni, razze e gusti sessuali differenti. 

Gli artisti usano le bugie per dire la verità mentre i politici per coprire la verità…’ dice Evey Hammond (Natalie Portman), i cui genitori sono stati perseguitati e quindi soppressi dal vigente regime di Sutler e che è arrivata pessimisticamente (o realisticamente?) a concludere, nonostante la giovane età, che: ‘…ogni volta che ho visto cambiare questo mondo è sempre stato in peggio…’. Malgrado ciò, lei è cresciuta grazie ad un programma di sostegno ed ora svolge mansioni di segretaria negli uffici di un canale televisivo, seppure spegne il televisore quando non ne può più di sentire le baggianate di un anchorman prezzolato. Il suo incontro con ‘V’ non potrebbe essere più drammatico e tempestivo, allorchè egli la salva dal tentativo di stupro che alcune guardie, adibite al rispetto del coprifuoco che inizia alle ore 23, vorrebbero mettere in atto nei suoi confronti, dopo averla colta in flagrante mentre stava recandosi da sola, in ritardo e lungo strade deserte, a casa del suo capo ufficio.  

L’origine del personaggio ‘V’ è dovuta all’omonimo fumetto di Alan Moore e David Lloyd. Il primo ha partecipato alla scrittura del film, dissociandosene alla fine, ritenendolo il risultato troppo lontano da ciò che avrebbe voluto che raggiungesse. La sceneggiatura è invece opera dei fratelli Andy e Larry Wachowski, noti al grande pubblico per essere stati gli autori della serie ‘Matrix’. Un’idea sulla quale hanno messo le loro quattro mani già ai tempi della celebre serie e che ha richiesto evidentemente una più lunga gestazione. Nonostante il regista James McTeigue conosca bene il suo mestiere, la scelta su di lui è stata fatta dai due fratelli stessi, occulti autori del film quindi, come evidenziano d’altronde le analogie stilistiche con le loro precedenti opere.  

Il personaggio di ‘V’ (interpretato da Hugo Weaving, senza che mai risulti visibile per intero il suo vero volto) e’ un ibrido che di volta in volta ricorda un po’ Batman e l’Angelo Sterminatore, Superman e Che Guevara, un carbonaro alla Mazzini ed un terrorista alla Bin-Laden, Bruce Lee ed anche Zorro. Una figura controversa e di difficile collocazione insomma la quale, a seconda dei punti di vista, può essere considerata un rivoluzionario che sacrifica la vita per salvare il suo popolo dal giogo dell’oppressione, invertendo la rotta che Adam Sutler ed i suoi gli hanno subdolamente imposto, oppure semplicemente un terrorista che ha come obiettivo quello di ribaltare e destabilizzare le istituzioni pur legalmente costituite e criticabili per i metodi che utilizzano. Il punto di vista e la prospettiva in questi casi sono decisivi: nell’ottica del governo al potere ‘V’ è un criminale, il nemico da spazzare via senza pietà e senza esitazioni; in quella di Evey, che rappresenta un pò tutti noi dall’esterno, egli è invece un personaggio attraente e ripugnante al tempo stesso, nella logica e nella dinamica delle azioni che mette in atto per soddisfare la sua sete di vendetta ma i cui obiettivi finali, per quanto discutibili nella forma, sono perlomeno condivisibili nei contenuti. Se si prova a leggere qualche opinione al riguardo sul web si trova una sequela di pareri opposti al riguardo, il che indica se non altro che gli autori di quest’opera così controversa sono riusciti nell’intento di sollevare un bel polverone a livello critico. 

Alcune affermazioni di ‘V’ hanno certamente contribuito ad alimentare la polemica in merito: ‘…Il Parlamento è un simbolo, come lo è l’atto di distruggerlo… sono gli uomini che conferiscono potere ai simboli… da solo un simbolo è privo di significato ma con un bel numero di persone alle spalle far saltare un palazzo può cambiare il mondo…’. L’ambiguità del pensiero in questo caso nasce dalla confusione fra il contenitore ed il contenuto, fra il palazzo visto come simbolo del potere e chi invece ci sta dentro e quel potere lo detiene e lo sfrutta pro domo sua. Spolverata la retorica di maniera per un’affermazione così forte e provocatoria, resta la realtà di un sentimento ad oggi tutt’altro che impopolare, se non si vuol ammettere anche l’evidenza, seppure inevitabilmente demagogico. Il lettore provi a tornare indietro di qualche paragrafo (sei, se non ho contato male), cioè a quello relativo alla crisi in atto della nostra civiltà per meglio comprendere l’allegoria che il film suggerisce. Va aggiunto al riguardo però che ‘V’ è anche molto severo, critico e realista riguardo le cause che stanno alla base di una situazione così brutalmente compromessa: ‘…a dire la verità, se cercate un colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio…‘.  Non che la responsabilità di una situazione così catastrofica sia sempre e solo degli altri, di qualcuno quindi difficile da identificare, come viene spesso facile sentenziare, ma essa inizia proprio dall’inerzia di chi dovrebbe essere protagonista del suo destino e non farsi sopraffare dalla rassegnazione e dall’inganno. 

Ma chi è ‘V’ e perché, come recita il titolo, questa lettera si riferisce all’iniziale della parola Vendetta? Egli è stato vittima, come molti altri dissidenti scomodi, di una serie di esperimenti genetici messi in atto dal governo di Adam Sutler, prima di eliminarli definitivamente. Il risultato è stato uno vero e proprio sterminio e per i più fortunati come lui, una serie di menomazioni nel corpo, rimasto privo della pelle e quindi orrendamente inguardabile, acquisendo però in cambio una forza fisica inusuale, a seguito di un incendio nel campo di prigionia che ‘V’ è riuscito a provocare riuscendo poi a fuggire. Da allora egli si nasconde avvolto in un mantello nero ed indossando una maschera protettiva che mostra un perenne sorriso, il quale a seconda delle circostanze appare sfottente o amaro. ‘C’è molto più della carne dietro questa maschera. C’è un’idea, e le idee sono a prova di proiettile…’ suggerisce ‘V’ ad Evey quando gli chiede di mostrarle comunque il suo viso, pur irrimediabilmente storpiato che esso sia. La spietatezza dei suoi propositi di vendetta egli la definisce in questo modo: ‘…Io sono il frutto di quello che mi è stato fatto. È il principio fondamentale dell’universo: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale contraria…’. Provate ad associare questa massima ad ogni singola persona o organizzazione che mira a colpire, a ragione o torto, un uomo, un’ideologia, un paese o una civiltà intera e troverete riscontro della perversione o della giustizia, a seconda dei punti di vista, che la stessa sottintende. Questo principio, soggetto ad interpretazioni opposte, a seconda di chi lo pronuncia, è proprio quello più contestato agli autori del film: parole diverse per esprimere la primordiale ‘legge del taglione’ di biblica memoria, cioè il concetto di ‘occhio per occhio, dente per dente‘. Naturalmente nel caso di ‘V’ le ragioni della sua rivalsa sono talmente evidenti che egli passa automaticamente dalla parte dei cosiddetti ‘buoni’. Le perplessità al suo riguardo nascono invece proprio dal metodo che utilizza per vendicarsi, più che dal merito. Il cinismo con il quale non si fa problemi a distruggere opere di grande valore storico, come un trascurabile e necessario sacrificio, pur di arrivare a colpire chi gli ha procurato tanto dolore, è perlomeno discutibile, anche soltanto dal punto di vista simbolico. 

Ma ‘V’ non mira solo a vendicare se stesso e gli orrendi effetti delle sevizie che ha subito, quanto piuttosto a sollevare le masse dall’oblio nel quale la dittatura di Sutler le ha precipitate, strette fra la rassegnazione di una finta sicurezza civile e la paura di quello che potrebbe accadere se svanisse anche questa piccola consolazione. ‘V’ è maestro nelle arti marziali e nell’uso dei pugnali che porta nascosti sotto il mantello, ma lo è ancor di più nel superare con irrisoria facilità i sofisticati sistemi di controllo e di protezione messi in atto dalla dittatura. La sua strategia inizia con l’uccidere, con metodo e determinazione, uno ad uno gli aguzzini responsabili di quello che è accaduto nel lager e che si sono conquistati, riciclandosi opportunamente in seguito, nell’occupare posti di rilievo nell’establishment del governo. Ad esecuzione avvenuta ‘V’ lascia sui loro corpi esanimi una sorta di autografo, per così dire: una rosa scarlatta, il cui significato non è casuale, come si comprende poi nel corso della storia. Naturalmente il governo ed i media ad esso assoggettati spacciano la morte improvvisa e violenta di questi personaggi molto noti ed influenti per malaugurate cause naturali. Ma per ‘V’ questo è solo l’inizio di una contesa che prevede un’escalation sino ai massimi livelli nel dimostrare a tutti che il caso non c’entra per nulla con gli eventi che si stanno verificando in inesorabile sequenza (‘…Io, come Dio, non gioco ai dadi e non credo nelle coincidenze…). Dopo aver convinto Evey, dapprima perplessa poi incredula, ad assistere allo ‘spettacolo’ dal tetto di un palazzo di fronte, ‘V’ allo scoccare della mezzanotte e come se dirigesse un’orchestra virtuale fa uscire dagli altoparlanti disseminati lungo le vie della città per scopi di propaganda da parte del governo, una musica di Čajkovskij (da quel momento bandita da Sutler) fra lo stupore della cittadinanza ed al culmine della sinfonia fa brillare l’esplosivo che manda in frantumi la torre dell’Old Bailey, da sempre simbolo della giustizia, oramai privata del significato originario. Prendendo quindi a riferimento l’episodio storico del 5 novembre 1605, ‘V’ sfida apertamente Adam Satler annunciando che in quello stesso giorno e mese dell’anno venturo metterà in atto ciò che al suo alter ego del tempo, Guy Fawkes, non riuscì allora. 

Il suo successivo blitz negli studi televisivi, che riesce con irrisoria facilità e gli permette di lanciare un messaggio trasmesso in diretta al paese, ottiene il risultato di scuotere la popolazione dal torpore della propaganda subita  sino a quel momento, dalla paura che gli è stata a lungo e deliberatamente inculcata. La dinamica dell’impresa è spettacolare e contribuisce a mettere pure alla berlina i sistemi di sicurezza a lungo sbandierati come inviolabili dal governo. All’ultimo momento però ‘V’ verrebbe comunque catturato se non ci fosse Evey ad aiutarlo schierandosi istintivamente dalla sua parte e diventando agli occhi delle autorità, che hanno registrato tutto nel frattempo grazie alle telecamere di sorveglianza, la sua complice.

Le perplessità successive che prova Evey nei confronti di ‘V’, sono le stesse dello spettatore dotato di spirito critico che si pone al suo posto. La ragazza si trova infatti presa in mezzo fra due opposti, il governo e ‘V’, verso i quali, in un caso la ragazza ha motivi più che validi per volerne l’abbattimento e nell’altro la sua coscienza si rifiuta di accettare, come unica soluzione, atti che contemplano la morte violenta dei suoi avversari e la distruzione di monumenti del patrimonio artistico (in un momento di ribellione lei prova persino a tradire ‘V’, cercando di avvisare per tempo una delle vittime, un vescovo pedofilo, che invece non le crede ed anzi la deride, sino a rendersi infine conto troppo tardi del tragico errore di supponenza e di valutazione). Tutta la parte nella quale lei viene fatta prigioniera, torturata e spinta a confessare la sua complicità con ‘V’ per favorirne la cattura, resistendo sino al punto di accettare persino l’idea della morte pur di non sottostare al ricatto, suona come una sorta di parabola che rimanda persino al noto principio di Machiavelli: ‘il fine giustifica i mezzi’. Non è il caso di approfondire questo particolare del film per non togliere allo spettatore la sorpresa che ne consegue, ma chi l’ha già visto può facilmente comprendere, spero, il significato al riguardo. 

Siamo alle prese con un film sgusciante, contraddittorio, affascinante nei suoi toni gotici, esasperato nelle tematiche, che sono facili da contestare o travisare, con la sensazione che gli autori volessero proprio arrivare a questo risultato. Un’opera che può essere letta, come abbiamo visto, da varie angolature, privilegiando ora la forma, ora i contenuti ed i cui riferimenti sono evidenti, sia dal punto di vista ideologico che stilistico. La società imposta da Adam Sutler ricorda da vicino per molti aspetti quella prefigurata da ’1984′ di George Orwell (recentemente scomparso, ndr.), una deriva etica e sociale che risulta in questo caso solo posticipata di qualche anno, se non vogliamo considerare l’eventualità che più o meno velatamente suggerisce il film, ovvero che in realtà ci siamo già dentro sino al collo senza che ce ne rendiamo neppure conto. Una ipotesi che è alla base dello stesso ‘The Truman Show’ di Peter Weir, le cui tematiche di fondo non sono poi molto dissimili. Ad ogni singolo spettatore l’ardua sentenza si potrebbe dire, parafrasando la celebre frase che Alessandro Manzoni rivolse nel definire la figura di Napoleone alla sua morte e la cui premessa fondamentale  per intenderne il senso compiuto è: ‘Fu vera gloria?‘. Anche in quel caso si può comprendere facilmente come ciò che a volte appare chiaro e scontato all’atto pratico ed in determinare circostanze, soprattutto dopo l’esame della storia può portare invece a tutt’altre conclusioni.

Sulla lettera ‘V’ ed il suo significato latino del numero cinque gli autori del film ci giocano spesso, a testimoniare il lato ludico di quest’opera che presenza appunto varie sfacettature, come in un dado. Ad esempio quando Evey (che si pronuncia, non a caso, i.v.) trova una stele su cui sono incise le cinque parole latine ‘Vi Veri Veniversum Vivus Vici’ (Con la forza della verità in vita ho conquistato l’universo), viene spontaneo riconoscervi il motto al quale lo stesso ‘V’ si è costantemente riferito nella sua tattica vendicativa per abbattere Adam Sutler ed i suoi complici. Si cita più volte Shakespeare nel corso della vicenda (ad esempio in riferimento a ‘Macbeth’ quando ‘V’ dice ‘…Io oso fare tutto ciò che può essere degno di un uomo, chi osa di più non lo è…’). ‘V’ inoltre è devoto appassionato di un vecchio film in bianco e nero del 1934, ‘Il Conte di Montecristo’ (il regista era Rowland V. Lee, ancora la V…), trasposizione del noto romanzo di Alexandre Dumas, del quale ripete persino certe scene e dialoghi mentre si allena con la spada nel suo bunker, all’interno del quale conserva fra l’altro un bellissimo juke-box e numerose oggetti d’arte del passato, come una sorta di museo preservato all’idiozia di un regime che altrimenti avrebbe distrutto tutto senza alcun riguardo. Curioso infine che nel 2020 ‘V’ usi come armi solo la spada ed i pugnali, oltre alle arti marziali, come se la sua figura non appartenesse ad un’epoca in particolare ma avesse una valenza universale. Insomma, a voler scavare e trovare spunti sparsi lungo il corso del racconto e magari dar loro un significato che vada oltre il puro esercizio stilistico, si potrebbe andare avanti a lungo. 

Natalie Portman è molto brava a reggere la doppia parte della brava ragazza che è riuscita a superare un dramma infantile ed è poi coinvolta suo malgrado in una vicenda dai connotati spesso incredibili, ancora più convincente quando deve esprimere la sofferenza della prigionia, con i capelli rasati a zero e privata di qualsiasi forma di privacy ed intimità. Quando ‘V’ invita Evey ad assistere assieme a lui al suo film preferito, appunto ‘Il Conte di Montecristo’, lei gli chiede: ‘Almeno ha un lieto fine?’ al che ‘V’ le risponde: ‘Di quelli che solo la celluloide sa regalare!’. Ed a quel punto il povero spettatore non capisce più se è a sua volta vittima di uno spettacolo furbescamente messo in scena da chi ha usa un mezzo per sua stessa natura in bilico fra realtà e fantasia, senza che sia mai ben definito il momento in cui finisce la prima e comincia la seconda o viceversa.


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23/06/2012 - Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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