Film: ‘Becoming Jane’

BECOMING JANE

Titolo Originale: Becoming Jane

Nazione: GBR 

Anno:  2007

Genere:  Biografico

Durata:  116′  Regia: Julian Jarrold

Cast: Anne Hataway, James McAvoy, Julie Walters, Maggie Smith, James Cromwell, Joe Anderson, Lucy Cohu, Laurence Fox                                                                                                                                                                                                                

Dopo aver visto recentemente ‘Il Club di Jane Austen’ era giocoforza, a seguire, mettere ‘su’ il dvd di questo film, che è una libera (per certi tratti) biografia di Jane Austen. Come spesso accade per personaggi che hanno lasciato un segno in qualche campo, la sua grandezza di scrittrice è stata riconosciuta, in gran parte, solo dopo morta. Bisogna ammettere che non era un personaggio che mirava alla fama: tant’è che in vita firmava le sue opere (sei romanzi che hanno conquistato poi generazioni di lettori) con uno pseudonimo e la sua vera identità è stata rivelata, postuma, dal fratello. Scriveva quindi per pura passione ed anche, come ci racconta il film, per affermare la sua indipendenza economica, così da non dover sottostare, al di là dei sentimenti, come si usava allora (siamo a cavallo fra il 1700 ed il 1800), alla proposta di matrimonio che risultasse più conveniente per la sua famiglia, la quale oltretutto non navigava in buone acque.

In realtà, come nei personaggi dei suoi romanzi, nei quali evidentemente si riconosceva, lei mirava al grande amore, che aveva persino trovato nel corso della sua vita; alla sincerità dei propri sentimenti quindi, piuttosto che alla solidità e tranquillità economica di un matrimonio combinato. Il film però qui si discosta dalla biografia reale insistendo e mettendo in primo piano questo prorompente eppur complicato rapporto d’amore con un brillante ma squattrinato avvocato, quando invece nella realtà sembra che questo evento abbia avuto una durata ed un impatto meno evidente.

‘Becoming Jane’ è un film riuscito a metà. E’ sicuramente interessante la rievocazione dei momenti salienti della vita della celebre scrittrice ed è affascinante pure l’ambientazione, con alcune scene di grande suggestione visiva, come quelle girate nei boschi con i magici colori dell’autunno, oppure lungo le grandi, deserte e cupe spiagge inglesi, unitamente allo sfarzo di alcuni interni.

Purtroppo l’opera manca invece di carica emotiva, quella che coinvolge lo spettatore facendolo ‘catapultare’ nella storia, come se ne facesse parte e non relegandolo a semplice e freddo testimone. In alcuni momenti, soprattutto nella parte centrale, la lentezza rasenta la noia ed è un peccato perché in altri invece l’autore è stato molto bravo ad entrare nello spirito del tempo e ad approfondire, pur sintetizzandoli, alcuni dettagli, con finezza di stile.

Se Maggie Smith nei panni della ricca contessa cinica e perbenista è una certezza, nel ‘duello’ fra i due protagonisti: Anne Hathaway, nei panni di Jane Austen e James McAvoy in quelli del suo grande amore, la spunta quest’ultimo, di una spanna, perchè riesce a ‘bucare’ lo schermo con grande personalità, mentre Anne (già protagonista di ‘Il Diavolo Veste Prada’, dove anche in quel caso era soverchiata dalla bravura di Meryl Streep) sembra quasi intimorita e frenata dal dover rappresentare al meglio la sofferta ed intensa personalità di Jane Austen.

Da segnalare il ridicolo sottotitolo italiano aggiunto all’originale del film: ‘il ritratto di una donna contro’. Come dire che chi l’ha inserito non ha capito un accidente del senso del film, che è una storia romantica e non il ritratto di una femminista ante litteram, come invece parrebbe alludere; oppure bisogna pensare ad un furbacchione che ha giocato spudoratamente sul tema della riscossa femminile che fà certamente audience.

Libro: ‘Breaking Dawn’

 BREAKING DAWN

di Stephenie Meyer

Anno Edizione 2008

 Pagine 687

 Costo € 19,90

Traduttore L. Fusari, Editore Fazi (collana Lain)

 

 

Quarto ed ultimo (?) episodio della fortunatissima saga iniziata con ‘Twilight’, che Stephenie Meyer ha  prolungato a dismisura, quando già nel precedente episodio ‘Eclypse’ aveva mostrato segni di stanchezza e ripetitività.

Intendiamoci, anche ‘Breaking Dawn’ non manca di creatività, è scritto con lo stile accattivamente e coinvolgente della Meyer ed è migliore di ‘Eclypse’ stesso, a mio avviso. Ma è pure evidente che finisce per grattare sino in fondo il barile della storia di questa inquietante, affascinante ed eterogenea comunità oltre l’umano, per cercare disperatamente nuovi spunti, sempre più orientati però verso atmosfere surreali, piuttosto che quel sapiente cocktail di mistero, ambiguità e metafora, sul quale l’autrice aveva costruito la fortuna, soprattutto, di ‘Twilight’ e, in parte, di ‘New Moon’.

In quest’ultimo episodio c’è la novità, per alcuni tratti, del doppio piano narrativo di Bella e di Jacob. Si scioglie pure, finalmente, il nodo sul passaggio all’immortalità di Bella, che era stato tirato sin troppo alle lunghe nei tre romanzi precedenti. Ma avendo già speso molto nel ricamare il sottile e contradditorio intrico di umani, vampiri e licantropi, a rivitalizzare quest’ultima puntata, ad un certo punto un po’ bloccata ed avviluppata su se stessa, è stato inserito un nuovo ‘personaggio’ che ha decisamente virato la storia verso soluzioni narrative più fresche ed emotivamente più movimentate.

La resa dei conti finale fra i Cullen ed i Volturi, incentrata sulle subdole accuse di questi ultimi riguardo le presunte disattese ferree regole del mondo dei vampiri, piuttosto che da più ‘umane’ e spicciole ragioni di potere, diventa quindi la parte più interessante e vivace del racconto. Che si scioglie però purtroppo in un finale sin troppo consolatorio e ‘minacciosamente’ aperto ad ulteriori sviluppi.    

Libro: ‘Bastardo Numero Uno’

BASTARDO NUMERO UNO

Di Janet Evanovich

Anno Edizione 2008

Pagine 328

Costo € 8,60

Traduttore Stefano Massaron, Editore TEA                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

E’ il primo di una serie di romanzi incentrati sulla figura di Stephanie Blum che la scrittrice Janet Evanovich sta proponendo con titoli curiosi che seguono una numerazione progressiva: ‘Bastardo Numero Uno’, ‘Due di Troppo’, ‘Tre e Sei Morto’, sino all’ultimo uscito in Italia ‘Non Dire Quattro’.

E’ evidente che quando si genera una serie significa che il soggetto ha fatto centro. Ed in effetti negli Stati Uniti ha avuto un successo strepitoso. Leggendo questo primo episodio si capisce perché.

Stephanie Blum è simpatica, carina, inaffidabile, ironica, coraggiosa e perennemente al verde. Vive in una cittadina del New Jersey, i suoi la vorrebbero maritata e tranquilla, ma lei è sempre stata anticonvenzionale. Per sbarcare il lunario, dopo aver perso l’ultima precaria occupazione, non trova di meglio che farsi affidare, da un parente proprietario di un’agenzia specializzata, l’incarico di agente recupero cauzioni, una di quelle attività tipicamente americane che consiste nell’andare a cercare le persone uscite dal carcere, grazie ai soldi prestati da società apposite, le quali però non si presentano alla data stabilita al processo.

E ce ne sono di tutti i tipi, da quelle che basta poco per trovarle, ad altre invece molto più scaltre e persino pericolose, con le quali c’è poco da scherzare, soprattutto poi se, come nel caso di Stephanie, ci si improvvisa nel ruolo e non si ha ‘le fisique du role’.

Nello specifico la Blum s’imbatte in una storia molto strana e pericolosa che vede implicato un poliziotto dal fascino irresistibile, accusato di omicidio ed un pugile, che sta per sfondare, ma ha il vizio dello stupro facile ed anche qualche perversione di troppo.

Un giallo che si risolve ovviamente solo nelle ultime pagine, ben strutturato e piacevole alla lettura, costellato da battute divertenti e situazioni fra il grottesco, l’ironico ed il drammatico. Un romanzo che si potrebbe definire da spiaggia, ma che cattura subito per la brillantezza e la scioltezza della prosa.

Siamo dalle parti della letteratura di puro consumo, ma il divertimento è assicurato.

Libro: ‘Lasciami Entrare’

LASCIAMI ENTRARE

di John Ajvide Lindqvist

Anno Edizione 2004

Pagine 461

Costo € 17,50

 Traduttore Giorgio Puleo

Editore Marsilio “Farfalle”

 

Dopo Stig Larsson, ahimè prematuramente comparso, non prima di aver rappresentato un formidabile caso editoriale, ecco spuntare una cerchia di eredi o presunti tali, connazionali ed agguerriti a loro volta, come John Ajvide Lindqvist, per conquistarsi un posto al sole nel genere thriller/horror.

La bella copertina di Massimo Soprano, ci introduce in un mondo di fantasia che può essere letto come metafora della difficoltà giovanile a rompere gli schemi per affermare la propria personalità: passando dalla paura, alla reazione, come processo di crescita e consapevolezza, descrivendo al contempo un quadro di degrado sociale sorprendente.

La storia si svolge a Blackeberg, periferia di Stoccolma, durante un inverno nel quale neve e ghiaccio dominano, non solo con i loro colori freddi, l’ambiente circostante. Siamo ai nostri giorni, più o meno ed ancora si parla di vampiri, esseri che, nello specifico, vivono ai margini, lontani fisicamente fra di loro (ma anche chi vampiro non è, appare a sua volta altrettanto solo, psicologicamente e fisicamente in questi luoghi).

Protagonista è una ‘bambina’ di dodici anni, da chissà quanto tempo però, dato che non può invecchiare, la quale per nutrirsi ha necessariamente bisogno del sangue altrui, da procurarsi laddove le capita l’occasione. Tanto appare letale per alcuni abitanti del luogo, che s’avventurano incautamente di notte lungo i vialetti dei giardini pubblici, quanto diventa dolce e protettiva con un coetaneo suo dirimpettaio, vittima predestinata delle angherie di alcuni compagni di scuola cinici e prepotenti, con il quale lei instaura un rapporto inusuale di amicizia, ai confini persino dell’amore, (ma del tutto diverso, per intenderci, nei modi e nei tempi, rispetto alla saga ‘Twilight’ di Stephenie Meyer) pur mostrando sin dal primo incontro doti e caratteristiche fisiche perlomeno strane…

Un racconto freddo, come il contesto nel quale si svolge, che nasce thriller, diventa horror e finisce come un percorso di maturazione adolescenziale, lucido e coinvolgente il quale, pur fra qualche particolare un po’ arrangiato, regge bene la tensione e si legge in maniera scorrevole.

Libro: ‘Venuto Al Mondo’

VENUTO AL MONDO

di Margaret Mazzantini

Anno Edizione 2008

Pagine 531

Costo € 20,00

 Editore Mondadori                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

‘Venuto al Mondo’ è un romanzo di grandi sentimenti ed emozioni. Racconta innanzitutto un grande amore; quindi un desiderio, poi realizzato, di maternità voluta a tutti i costi, contro tutto e tutti in un’epoca nella quale è più facile sentire invece storie di rinuncia; infine una guerra fra le più angoscianti dell’era moderna nella sua espressione più straziante, ovvero l’assedio di Sarajevo che ha provocato oltre 12.000 morti, la maggior parte dei quali civili.

Evidenzia anche il contrasto stridente, che arriva alle soglie del fastidio e del senso di colpa, fra la normalità di vivere in una Roma che sopporta in pace le sue contraddizioni, al confronto dell’inferno di Sarajevo che, pur conservando ancora le tracce delle Olimpiadi Invernali, è sprofondata in una guerra civile senza esclusione di colpi, consumata a pochi chilometri di distanza dalle spiagge delle nostre rinomate località dell’Adriatico.

Margaret Mazzantini ha indubbiamente una prosa affascinante, densa di richiami, metafore illuminanti ed un linguaggio chiaro che colpisce per l’immediatezza e la profondità. In questo romanzo  alterna continuamente passato e presente sino a confonderli e fonderli fra loro senza soluzione di continuità.

Personalmente però non amo molto questo modo di raccontare, perchè mi genera confusione, pur riconoscendogli nello specifico una sua coerenza e significato. La storia di Gemma e Diego, del figlio Pietro, del loro grande amico bosniaco Goiko, della ‘pecora’ Aska, del padre di Gemma, Armando, è avvolgente e forte, persino in senso riduttivo. Essi sono personaggi che lasciano il segno in una storia moderna ed antica allo stesso tempo, nel bene e nel male, nelle sue anomalie, miserie, slanci di umanità e contraddizioni irrisolte.

Forse è proprio per questa esagerazione di temi universali, eppure intimi, in un solo racconto, che si prova infine una sorte di bulimia narrativa, pur in una storia che non è mai banale, densa di colpi di scena, spesso straziante.

Libro: ‘L’Eleganza Del Riccio’

L’ELEGANZA DEL RICCIO

 Di Muriel Barbery

 Anno Edizione 2007

Pagine 384

Costo € 18,00

 Traduttrici Emmanuelle Caillat e Cinzia Poli

 Editore E/O (collana Dal Mondo)                                                                                                                                                                                                                                          

Per parecchio tempo ho resistito alla tentazione di acquistare questo romanzo e, devo ammetterlo, per partito preso: sospettavo si trattasse non più che un’abile e banale operazione commerciale per lettori snob. Tantissimi l’hanno letto, molti lo hanno apprezzato, parecchi altri l’hanno stroncato. Il classico caso insomma che spacca in due il pubblico.

Dove sta la verità allora, ammesso che ce ne possa essere una? Diciamo che ho trovato l’architettura del racconto curiosa e ben congegnata. Non ho patito, come taluni sottolineano invece, le prime settanta pagine, però mi son chiesto spesso com’è possibile che un romanzo che alterna momenti di facile lettura ad altri nei quali la profondità dei concetti non è di immediata comprensione e può mettere in difficoltà quindi parecchi lettori possa, allo stesso tempo, attrarne così tanti.

Ci sono pagine infatti nelle quali, al di là delle complesse argomentazioni, è quasi obbligatorio avere di fianco il vocabolario. A meno che ciò non dipenda dal fatto che il livello culturale dei lettori è così profondamente cresciuto nel frattempo da dovermi rassegnare a far parte della schiera dei più scarsi…

Le figure delle due protagoniste sono originali quanto improbabili. Se si ragiona di logica e sui piccoli dettagli, come in certi gialli, il castello narrativo crolla in quattro e quattr’otto; allora è meglio godersi il contesto, che è di prim’ordine.

Ecco quindi che questa portinaia super acculturata e sensibile, che opera in incognito e la ragazzina super dotata, la quale ragiona come una donna matura ed annuncia il suo prossimo suicidio, non resistendo ad una società che già le appare mediocre e priva di prospettive, assumono connotati singolari (bella forza, si dirà!), suscitando un buon coinvolgimento, nell’incedere delle loro vicende e riflessioni parallele.

Un romanzo mai banale, una serie intensa di considerazioni che spaziano fra esistenzialismo, etica, filosofia, estetica, sociologia, sino allo spiazzante finale, degna conclusione di un racconto innegabilmente insolito.

Film: ‘Avatar’

AVATAR

Titolo Originale: Avatar

Nazione: USA  Anno:  2009

Genere:  Azione, Fantascienza, Thriller

Durata:  166′  Regia: James Cameron

Cast: Sam Worthington, Zoe Saldana, Laz Alonso, Sigourney Weaver, Michael Biehn, Wes Studi, Joel Morse, CCH Pounder

Diciamolo subito: ‘Avatar’ è un film da vedere al cinema, in formato 3D e dentro una sala dotata di adeguate strutture audio-video per esaltarne, come merita, i cosiddetti effetti speciali. Pur essendo un film di fantasia, che mette insieme persone in carne ed ossa ed interpreti magistralmente creati grazie alle straordinarie possibilità della computer graphics e quindi destinato, in primis, ad un pubblico giovane e confidente dal punto di vista tecnologico-informatico, dura oltre due ore mezza: insolitamente lungo quindi, rispetto ai canoni del genere.

Si entra in sala perciò con una grande aspettativa ed attesa, dopo essere stati costretti a prenotare il posto molti giorni prima, con l’impressione di essere di fronte ad un’opera straordinaria nelle promesse e nelle ambizioni, costata una barca di soldi (ma ne sta incassando dieci volte di più…) ed  un po’ timorosi di dover indossare gli occhialini appositi per il 3D per tutto quel tempo. Ci si ritrova invece immersi dentro un mondo fantastico ed una storia, per quanto agganciata alla classica lotta fra il bene ed il male, gli uomini cattivi e la Natura violentata a fini di vile denaro e potere, economico e militare, che cattura lo spettatore, accompagnandolo in un lungo viaggio attraverso immagini ed effetti straordinari. Tutto ciò senza far mai mancare l’interesse ed il coinvolgimento, dall’inizio alla fine, evitando la sensazione di prolissità e fatica che in genere i film così lunghi trasmettono a lungo andare. Neppure l’effetto 3D, una volta assuefatti, superata la curiosità iniziale, genera il temuto effetto ‘deja-vu’ per mancanza di contenuti in sostegno della tecnologia, perché in effetti ci sono sia l’una che gli altri.

Quel furbone e bravo regista che è James Cameron, abituato ad imprese straordinarie, come quella, in precedenza, di far rivivere con estremo realismo la tragica vicenda del Titanic e prima ancora aver lasciato il segno in vari generi come, ad esempio, ‘Alien’, ‘The Abyss’ e ‘Terminator’, stavolta si è ispirato ad uno dei simboli più in voga su Internet, allargandolo però, metaforicamente, a vari livelli. ‘Avatar’ nel mondo di Internet ha assunto il significato di rappresentazione di se stessi sotto altre spoglie, spesso idealizzandole. Ne sanno qualcosa coloro che frequentano realtà virtuali sulla Rete, come ‘Second Life’ o lo stesso ‘Facebook’, per altri versi. Ma la parola deriva originariamente dalla tradizione induista, nella quale ha assunto il significato di reincarnazione di un corpo fisico da parte di un Dio. In un ambiente tridimensionale infine (come nelle chat o in alcuni giochi), l’avatar è la rappresentazione ideale di chi sta visitando quell’ambiente. Direi che tutti questi livelli di lettura si sposano idealmente al film, ai suoi personaggi ed alla sua storia.

Nelle note di coda appare una lista lunghissima di tecnici informatici che hanno lavorato alla realizzazione di quest’opera. Ed ammirando le immagini sullo schermo si capisce facilmente la ragione. Se c’è un film che rappresenta al momento il top, il meglio della tecnologia applicata al mondo del cinema, questo è ‘Avatar’. Al di là dell’effetto strabiliante delle figure ed ambienti in 3D (il film viene proposto anche nella versione classica, ma credo non ci sia paragone), che comunque, se vogliamo, non è una novità, ma pone lo spettatore come se fosse parte della storia, anziché viverla passivamente dal di fuori, ci sono inquadrature, fra realtà e finzione, di rara bellezza e realismo, che fanno tornare in auge prepotentemente il famoso motto pubblicitario ‘…volevamo stupirvi con effetti speciali…’ ed esaltarne ancora una volta il significato.

Tutto ciò però al servizio di una storia a sfondo ecologista, che può essere letta a sua volta su vari livelli narrativi: la tolleranza verso i diversi, il rispetto delle loro tradizioni e del loro territorio, l’eterno conflitto fra scienza empirica, un po’ presuntuosa, arrogante e sospettosa ed il misticismo, con i suoi misteri e gli apparenti inspiegabili prodigi o miracoli che dir si voglia.

Un po’ tutto il film è disseminato di sequenze di grande spettacolo scenografico e di sorprendente realismo, che mostrano quello che, con molta immaginazione creativa, ognuno di noi potrebbe sognare: montagne che fluttuano nell’aria; alberi e fiori fosforescenti delle più svariate forme, dimensioni ed eleganza, dentro foreste che, di notte, sembrano illuminate più che Las Vegas; animali simili a dinosauri, draghi volanti che si connettono attraverso la coda dei capelli ai loro cavalieri, entrando in simbiosi con essi; felini e canidi di letale forza e ferocia ed infine umanoidi dalle sembianze fra l’umano e la bestia, grandi più del doppio rispetto a noi. I quali, pur vivendo materialmente da selvaggi dentro l’immensa foresta del pianeta Pandora, lontano 44 anni luce dalla terra, sarebbero felici e perfettamente integrati nel loro ambiente se non incappassero, sfortuna loro, nei terrestri senza scrupoli i quali, dopo aver combinato ogni sorta di guai nel loro (nostro) pianeta, vorrebbero cacciarli dal loro territorio per poter sfruttare alcune risorse minerarie del sottosuolo che valgono una fortuna per l’industria del nostro mondo, a quel punto arrivato all’anno 2154…

E’ uno spettacolo al quale s’assiste spesso a bocca aperta e che piace a grandi e piccini (era tempo che, alla fine, non sentivo l’applauso liberatorio ed entusiasta dei più piccoli al cinema) perché tocca corde e si esprime su piani narrativi diversi che trovano facilmente ed armoniosamente il gradimento di tutti.

Alla fine resta la sensazione di aver assistito ad uno spettacolo di grande impatto visivo ed emotivo in un’epoca futura nella quale, ahimè, la tecnologia avrà pure fatto passi avanti difficilmente immaginabili ora, ma dove i difetti e gli egoismi della nostra razza permangono identici, nonostante il trascorrere del tempo, come se la storia non insegnasse mai nulla. In mezzo a tanto ‘ben di Dio’ non stiamo a sottilizzare troppo su alcune ‘licenze poetiche’ degli autori che, giusto per non complicare troppo la fluidità del racconto fanno parlare in inglese (doppiati in italiano) gli umanoidi protagonisti e danno per risolte le sfide impossibili di oggi per andare a scovare nuovi mondi nello spazio a distanze siderali, anche se poi le armi che vengono utilizzate per colonizzarle non sono molto dissimili da quelle che, in ambito militare almeno, siamo abituati a vedere oggi.