Film: ‘Frankenstein Junior’

FRANKENSTEIN JUNIOR

Titolo Originale: Young Frankenstein

 Nazione: USA 

Anno:  1974 

Genere:  Comico, Commedia

Durata:  106′  Regia: Mel Brooks

Cast: Gene Wilder, Marty Feldman, Peter Boyle, Madeline Kahn, Cloris Leachman, Teri Garr, Kenneth Mars, Richard Haydn, Gene Hackman                                                                                                  

TRAMA:  Il dottor Frederick Frankenstein è un apprezzato ricercatore e docente di neurologia. Egli rinnega lo zio e barone Victor von Frankenstein per i suoi balzani esperimenti sulla possibilità di ridare vita ad una persona morta, trapiantandole il cervello e ricostruendone il sistema nervoso centrale. Alla morte del barone, Frederick si ritrova però unico erede del castello che si trova in Transilvania. Una volta giunto sul posto, l’inquietante Frau Blücher, ex amante di Victor, agisce in modo che il nipote trovi il laboratorio e gli appunti nascosti dallo zio e che leggendo i risultati dei suoi esperimenti si convinca della loro attendibilità. Grazie all’aiuto del gobbo e goffo Igor, Frederick trafuga il cadavere di un gigantesco criminale, appena impiccato, sul quale trapiantare il cervello di uno scienziato, ma Igor combina un pasticcio e lo sostituisce con un altro definito anormale. Il risultato è un successo dal punto di vista scientifico ma al lato pratico crea un mostro, pericoloso ed ingestibile, tranne quando sente la musica di un violino che lo rende docile e tenero. Il mostro è però soggetto a reazioni improvvise e rabbiose davanti al fuoco o se viene schernito e proprio per questo fugge spaventato, suscitando il terrore degli abitanti del luogo. Più che danni agli altri però è lui a subire le conseguenze di una serie di situazioni paradossali cui si presta ingenuamente. Ricondotto al castello ed addestrato dal dottor Frankenstein, dopo un’esibizione in teatro agli ordini di Frederick che doveva servire a renderlo popolare e ben accetto ad un pubblico di scienziati riunito per l’occasione, il mostro viene nuovamente imprigionato quando reagisce malamente, sentendosi dileggiato. Fuggito un’altra volta dopo essere stato provocato da una guardia con un fiammifero acceso, ancora una volta il dottor Frankenstein, grazie al richiamo della musica, riesce a ricondurre il mostro al castello per sottoporlo ad un nuovo esperimento. Al comando del capo della polizia, gli abitanti del posto giungono in massa ed inferociti al castello per farla finita con quell’essere spaventoso ma si trovano invece davanti una persona che parla e ragiona normalmente. Lo scambio di personalità appena portato a termine da Frankenstein ha dotato il mostro d’intelligenza ed il dottore a sua volta di attributi fisici che mandano in visibilio la sua assistente, mentre la sua ex fidanzata, rapita dall’ex orrido gigante, del quale ha potuto apprezzare le dimensioni del suo ‘schwanstucker’, si è innamorata di lui. 

VALUTAZIONE: digressione comica di un classico dell’horror con riferimento ai racconti di Mary Shelley e la celeberrima figura di Frankenstein da essa creata. Un ‘cult-movie’ che offre una sequenza irresistibile di battute e situazioni esilaranti, diventate proverbiali fra gli appassionati seguendo la traccia degli stereotipi del genere cinematografico più temuto. L’apice della carriera di Mel Brooks, il quale in seguito non è più riuscito a ripetersi agli stessi livelli.                                                                                                                                                                                                                                

Frankenstein è un nome che per generazioni di lettori e di spettatori è stato sinonimo di soggezione, se non addirittura d’inquietudine, grazie al romanzo della scrittrice inglese Mary Shelley ed ai numerosi film dedicati a questo controverso personaggio nel corso di buona parte della storia del cinema. Imprevedibilmente il genere horror ha sempre avuto un largo seguito di pubblico, nonostante la parola stessa dovrebbe indurre quello più sensibile almeno a starne alla larga. Ma come non c’è che proibire qualcosa per renderla automaticamente più interessante e desiderabile, così la sensazione del brivido, naturalmente nella finzione di un romanzo o di un film, rappresenta per molti un richiamo insopportabile ma anche irresistibile al tempo stesso. S’innesca infatti un sentimento istintivo di salvaguardia e reazione che l’uomo cerca di dominare misurandosi con i propri limiti di coraggio e resistenza, dimostrando a se stesso, prima ancora che al prossimo, di essere in grado di vincere la spontanea tentazione di fuggire, o perlomeno di distogliere lo sguardo di fronte ad immagini e situazioni che non riesce a sostenere. Un atteggiamento che taluni continuano a considerare un modo di divertirsi solo un po’ più stravagante, per quanto inevitabilmente contraddittorio.

E’ lo stesso richiamo che spinge chi sale sulle montagne russe a sottoporsi volontariamente e coscientemente a quella sorta di tortura e scarica adrenalinica sulla quale d’altronde fondano il loro successo i parchi di divertimento, come Gardaland per intenderci, che le propongono spesso e non a caso fra le attrattive di maggior richiamo. Qualcuno dirà che non ci vuole poi molto ad incutere paura ed a creare tensione, specialmente in un film: basta mostrare immagini cruente di sangue, violenza bruta e gratuita, il più realisticamente possibile ed il gioco è fatto.

E allora com’è possibile che, assistendo a ‘Frankenstein Junior’, non solo non si scappa, non ci si copre gli occhi con le mani e non ci si aggrappa al braccio del vicino di posto, pur raccontando a grandi linee la nota ed impressionante storia scritta da Mary Shelley e viceversa si ride spesso come succede normalmente con un film comico? Perché ‘Frankenstein Junior’ è un film comico, con la variante rispetto alla consuetudine del genere che si svolge nel contesto che meno ti aspetteresti, rispettandone i canoni, i personaggi, persino la trama del romanzo di riferimento, ma stravolgendone i toni, virati sulla caricatura e la parodia.

Il risultato è un’opera che è diventata un punto di riferimento, uscendo dai binari della routine per trasformarsi in un ‘cult’, qualcosa per cui basta l’accenno di una frase, di una situazione perché il pubblico degli appassionati sia in grado immediatamente di riconoscerne l’origine. ‘Si-può-fa-re!…’ non è quindi soltanto l’esclamazione entusiastica che il dottor Frankenstein pronuncia dopo aver analizzato gli appunti dello zio riguardo i suoi arditi e bislacchi esperimenti, ma in questo caso è anche l’allegorico messaggio che Mel Brooks invia al pubblico in generale a proposito di un binomio apparentemente inconciliabile, quale horror e comico, nell’occasione invece resi magistralmente complementari…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Un segnale che distingue il film normale da quello straordinario è il fatto che, anche rivedendolo più volte, non stanca mai; si ride allo stesso modo pur in sequenze imparate a memoria e sin nei minimi particolari; si ripetono le battute dando per scontato che esse sono immediatamente riconoscibili da chi ascolta. ‘Frankenstein Junior’ pertanto è un’opera che sdogana un genere particolarmente ostico, almeno per una certa fetta di pubblico, per una volta almeno in grado di avvicinarsi senza timori alla storia nata dalla penna e dalla fantasia di Mary Shelley, a sua volta celebrata al cinema in innumerevoli versioni assolutamente aderenti alle atmosfere dell’originale. Il primo esempio classico risale addirittura al 1931 per merito del regista James Whale, con protagonista un’icona come Boris Karloff, per arrivare sino a ‘Frankenstein di Mary Shelley’ del 1994 di Kenneth Branagh, con un’altra icona, seppure meno riconoscibile nel ruolo del mostro, come Robert De Niro.

Aspetti padrone, potrebbe essere pericoloso! Vada avanti lei…’ è una delle innumerevoli battute che Igor (Marty Feldman) rivolge al dottor Frederich Frankenstein (Gene Wilder) ed è un continuo giocare nel corso del film sui doppi sensi, le allusioni, persino gli ammiccamenti che l’attore rivolge al pubblico che sta dall’altra parte dello schermo. Spesso più che di singole battute, si tratta di dialoghi ameni e bizzarri che riguardano i rituali e le convenzioni del genere horror riferite al racconto originale oppure più in generale di natura sessuale e di costume. Non si può certo citarle tutte ma qualcuna è inevitabile, anche per rendere l’idea, a chi malauguratamente non avesse ancora visto questo film, dell’atmosfera goliardica messa in atto da Mel Brooks, il quale non è certamente nuovo ad operazioni simili, avendoci già provato più volte in precedenza, ad esempio con il western (‘Mezzogiorno e mezzo di fuoco’) ed il giallo (‘Il Mistero Delle Dodici Sedie’), ma non con la stessa efficacia.

Quando Igor si presenta a Frankenstein alla stazione d’arrivo in Transilvania, per prima cosa eccepisce sul cognome, che lo scienziato pronuncia Frankenstin: ‘…preferisco essere ricordato per il mio contributo alla scienza, e non per la mia accidentale discendenza da un famoso… coglione…’ diceva poco prima ai suoi allievi durante una lezione di neurologia all’università e riferendosi allo zio dal quale ha appena ereditato un castello. Il dialogo fra Feldman e Wilder, improntato sul non-sense, è il seguente: (F) Doctor Frankestein?’… (W) ‘Frankenstin’… (F) ‘Vuol prendermi in giro?’… (W) ‘No, si pronuncia Frankenstin… (F) ‘Allora dice anche Frederaick’… (W) ‘No, Frederick’… (F) ‘Beh, perché non è Frederaick Frankestin?’…  (W) ‘Non lo è: è Frederick Frankestin’… (F) ‘Capisco..’ (W) ‘Tu devi essere Igor’… (F) ‘No, Si pronuncia Aigor’…  (W) ‘Ma mi hanno detto che era Igor’… (F) ‘Beh avevano torto non le pare?…’.  Poco dopo il dottor Frankenstein osservando la postura di Igor, quasi piegato in due e con un’evidente gobba sulla schiena, commenta impietosito: ‘Sono un chirurgo di fama mondiale. Posso fare qualcosa per quella gobba…’ al che Igor ribatte con indifferenza: ‘…quale gobba?…’.

Davvero azzeccata in tal senso è stata la scelta degli interpreti: Gene Wilder (coautore con Mel Brooks anche della sceneggiatura) ha proprio ‘le fisique du role’ del classico scienziato pazzo, nonostante egli cerchi di camuffarsi assumendo un atteggiamento serioso ed equilibrato. Emblematica a tal proposito la scena del bisturi che s’infila nella coscia quando risponde piccato ad uno studente che gli ricorda le sue origini familiari e che poi cerca di nascondere accavallando le gambe. Straordinaria è inoltre la figura di Marty Feldman, il quale riassume idealmente lo spirito dell’intero film: un mix d’inquietudine (con quegli spropositati occhi fuori dalle orbite, la gobba ed il mantello nero a coprire persino la testa, i quali lo rendono più simile ad un corvo che ad una persona) e di ilarità (con la battuta fulminante ed una disarmante inettitudine nel gestire anche le situazioni più banali rendendole inevitabilmente o maliziosamente divertenti).

Per continuare poi con Peter Boyle nei panni del mostro, truccato così efficacemente da incutere davvero timore, ma a sua volta bravissimo in una parte giocata quasi per intero a gesti e smorfie, protagonista involontario di alcune sequenze irresistibili: fra tutte la visita all’eremita cieco (un eccellente per quanto irriconoscibile Gene Hackman), il quale stava giusto pregando di poter ospitare qualcuno dopo aver sofferto tanta solitudine e si ritrova invece grottescamente ad avere a che fare con un demente che si esprime solo attraverso versi gutturali.

La scena della minestra bollente che il cieco tenta di versare con il mestolo sul piatto del gigante affamato è da antologia. Indimenticabile inoltre il personaggio di Frau Blücher interpretato da Cloris Leachman (premio Oscar come migliore attrice non protagonista de ‘L’Ultimo Spettacolo’ di Peter Bogdanovich): un’inquietante figura la cui sola pronuncia del cognome provoca ogni volta la reazione dei cavalli fuori dal castello che s’imbizzarriscono e nitriscono. La sua dura mimica facciale, le sue reazioni, grazie anche nel suo caso ad un trucco perfettamente adeguato allo scopo, sono talmente efficaci ed esplicite che sarebbero perfette anche in un film muto, la cui forza espressiva, com’è ovvio, è proprio tutta concentrata in ciò che si vede. Il duetto con Frankenstein appena giunto al castello, quando tenta più volte di offrigli una bevanda prima di coricarsi che lui invece rifiuta con garbata decisione, è irresistibile.

Si può senz’altro aggiungere in questo magnifico gioco di squadra anche Madeline Kahn nel ruolo di Elizabeth, la fidanzata del dottor Frankenstein. Gustosa l’iniziale sequenza dell’addio alla stazione mentre Gene Wilder è in partenza per la Transilvania, il quale non può toccarle i capelli per non rovinare la pettinatura, non può baciarla per non togliere il rossetto, non può abbracciarla per non sgualcire il cappotto e lei lancia pure un gridolino, come se fosse stata fisicamente colpita, quando lui le manda un bacio dal predellino del treno che si sta già avviando, un attimo dopo che la coppia si è limitata a sfiorarsi con i gomiti. Il personaggio che forse è un gradino meno in evidenza, a parte l’avvenenza fisica, è quello di Inga (Teri Garr), pur funzionale alla storia, assistente del dottor Frankenstein durante le sue prove e decisamente su di tono dal punto di vista ormonale, sempre disponibile a consolare il dottore e decisamente interessata alle dimensioni dello ‘Schwanstucker’ del gigantesco mostro (vi lascio immaginare tale locuzione tedesca a cosa si riferisce).

‘Frankenstein Junior’, come si diceva, contiene alcuni momenti che sono diventati talmente popolari da essere immediatamente riconosciuti dai fans della pellicola. Ad esempio il celeberrimo gioco di parole fra Igor ed il dottor Frankenstein durante il trasferimento sul carro dalla stazione al castello in una notte buia ed ovviamente tempestosa, segnata dai fulmini e dagli ululati dei lupi, in un panorama che ricorda da vicino alcuni film di Dracula, altro arcinoto personaggio horror al quale Brooks ha dedicato in seguito un’altra parodia (‘Dracula Morto e Contento’): (F) ‘Lupu ulula…’, (W)lupululà?…’, (F) ‘…Là!…’, (W) ‘…cosa?…’, (F) ‘…Lupu ululà e castello ululì!…’, (W)…ma come diavolo parli?…’, (F) ‘…è lei che ha cominciato…’, (W)…no, non è vero…’, (F) ‘…non insisto, è lei il padrone…’.

La scelta di girare il film in bianco e nero è un chiaro omaggio ai classici degli anni trenta, quaranta e cinquanta di James Whale, Erle Kenton, Terence Fisher e corrisponde all’obiettivo di Mel Brooks, perfettamente raggiunto, di conservare il più possibile il contesto scenico e stilistico di quelle opere, riservandosi invece tutta la libertà del caso riguardo le parti caricaturali. L’ambientazione quindi è assolutamente in linea con i migliori esempi del genere di appartenenza, tant’è che persino il castello ed il laboratorio sono gli stessi del vecchio film di Whale. Naturalmente in un’opera nella quale gli aspetti comici e parodistici sono essenziali, non sempre il risultato è all’altezza. Ci sono battute divertenti ma facili, le quali quasi sempre escono dalla bocca di Marty Feldman (‘…serve una mano? no, grazie, ne ho già una…‘) ed altre decisamente più sottili (‘…la penna è più potente della spada e decisamente più comoda per scrivere…’).  Lo scomparso interprete dai grandi occhi fuori dalle orbite svolge nel film anche il doppio ruolo dell’interprete caustico e maldestro, e del tramite fra la finzione della scena e lo spettatore al quale si rivolge direttamente con massime di vario genere, gusto ed efficacia (‘…quando la sorte ti è contraria e mancato ti è il successo, smetti di far castelli in aria e va a piangere sul…‘) oppure (‘…ma questo è un malocchio…. E questo no?…)  ammiccando verso il pubblico e facendo l’occhiolino, che è tutto dire considerando le dimensioni dello stesso.

In una storia nella quale non mancano evidenti riferimenti sessuali Mel Brooks ha trovato ampio materiale dal quale attingere per realizzare alcune sequenze e dialoghi senza scadere mai però nella volgarità. Dalla trovata dello ‘Schwanstucker’ del mostro alle numerose e simpatiche battute sparse qua e là: (‘…Spero che ti piacciano le nozze all’antica…   chiede Elizabeth a Frederick: ‘…preferisco le notti di nozze all’antica…‘ ribatte lui),  a quando, giunti al castello, Frankenstein aiuta Inga a scendere dal carro, notando i due grandi battenti al portone d’ingresso egli commenta: ‘…mai visti due così!…‘ e la donna  lusingata risponde: ‘…grazie dottore…‘. Spetta invece a Frankenstein proferire le battute più impegnative, per così dire ed anche quelle più acide. Quando ha appena concluso il suo primo esperimento sul mostro ed è convinto di aver fallito la prova, egli confida filosoficamente ad Igor ed Inga che l’hanno assistito sino a quel momento: ‘…Se la scienza ci insegna qualcosa, ci insegna ad accettare i nostri fallimenti, come i nostri successi, con calma, dignità e classe…’, smentendosi immediatamente dopo però con una rabbiosa e tutt’altro che pacifica reazione: ‘…figlio di puttana, bastardo, te la farò pagare! perché mi hai fatto questo? perché mi hai fatto questo?…‘. Sua è però anche la battuta più pungente del film quando, rivolto ai suoi allievi all’università e parlando degli esperimenti di Freud sui vermi in rapporto a quelli svolti dallo zio Victor egli dice: ‘…sì, mi sembra di aver letto qualcosa in proposito, quando ero studente. Ma tenga presente che un verme, con pochissime eccezioni, non è un essere umano…’.

‘Frankenstein Junior’ ripercorre quindi in chiave comica, con un pregevole stile retrò, la storia di una figura carismatica che il cinema ha premiato con una serie di opere dalle quali Mel Brooks ha attinto a piene mani, rielaborandole a modo suo: la scena della bimba che gioca con il mostro davanti al pozzo; l’incontro dell’essere mostruoso stesso con l’eremita; il furto del cadavere al cimitero; l’assalto della folla inferocita al castello; la stessa parrucca che mostra Elizabeth nel finale quando s’avvicina sensualmente al letto dove l’ex orrendo gigante, progredito nel frattempo a persona di normale intelligenza, sta leggendo addirittura un giornale finanziario e lei, bagnandosi l’indice con la saliva, lo appoggia al fianco già bollente per l’imminente notte d’amore, simulando una scottatura. Sono trascorsi ben trentotto anni dall’uscita di questo film che non ha perso nel frattempo neppure un briciolo di efficacia e freschezza. Il migliore segno di qualità che un’opera cinematografica possa vantare. 

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