Film: ‘Non Ci Resta Che Piangere’

NON CI RESTA CHE PIANGERE

Titolo Originale: Non Ci Resta Che Piangere

 Nazione: Italia 

Anno:  1984 

Genere:  Commedia

Durata:  107′  Regia: Massimo Troisi, Roberto Benigni

Cast: Massimo Troisi, Roberto Benigni, Amanda Sandrelli, Iris Peynado, Carlo Monni, Lidia Venturini, Paolo Bonacelli, Nicola Morelli 

 

TRAMA:  Fermi con l’auto da un bel pezzo ad un passaggio a livello, due amici, il bidello Mario e l’insegnante Saverio, decidono di cambiare strada e s’inoltrano in uno sterrato in aperta campagna. Giunti ad un punto morto, l’auto si guasta, il tempo peggiora e si ritrovano sotto un temporale quando è già notte, a ripararsi sotto un albero. Una luce in lontananza convince i due amici a cercare rifugio presso un’umile locanda. Li accoglie una donna la quale sembra non comprendere quello che le raccontano i due viandanti. Mario e Saverio vengono sistemati in una camera al piano superiore assieme ad un’altra persona che è già profondamente addormentata. Al risveglio la mattina dopo, i due amici scorgono il loro compagno di camera mentre orina direttamente dalla finestra. Essi non fanno in tempo a meravigliarsi e ridere dell’insolito fatto che una lancia sferrata da un cavaliere nero trafigge il giovane al petto. Mario e Saverio pensano ad uno scherzo di cattivo gusto, ma l’accorrere di altri familiari urlanti li convince riguardo l’accaduto ed a scendere precipitosamente al piano di sotto, dove si trovano davanti ad un gruppo di persone vestite all’antica. Mario e Saverio scoprono così di essere stati catapultati nell’anno 1492. Increduli, spaventati, essi sperano che si tratti solo di un brutto incubo dal quale risvegliarsi al più presto ed intanto s’incamminano lungo la campagna nei dintorni della città di Frittole. E’ l’inizio di una strana immersione in un’epoca a loro estranea nella quale devono però al più presto adattarsi; il che riesce più facile a Saverio che a Mario. Nonostante ciò i due amici hanno modo d’incontrare e confrontarsi addirittura con Leonardo da Vinci, di scrivere una lettera a Savonarola e di tentare di cambiare la storia fermando Cristoforo Colombo prima che parta con le tre caravelle alla scoperta dell’America. Saverio infatti, più che al decorso della storia in sé, è preoccupato per la sorte della sorella Gabriellina, la quale è stata appena lasciata da un fidanzato statunitense.    

VALUTAZIONE: un mix esplosivo di comicità tosco-napoletana. Un ‘cult-movie’ italiano che ripercorre avvenimenti e personaggi della storia medievale con alcuni sketch esilaranti che sono diventati dei classici nel gergo cinematografico nostrano.

 

Chi segue la TV generalista probabilmente sa che ‘L’Isola dei Famosi’ era un programma in voga qualche anno fa il cui format era rappresentato da un gruppo di personaggi più o meno noti che venivano inviati per un tempo stabilito su di un’isola sperduta e selvaggia dove dovevono dare prova della loro capacità di adattamento e sopravvivenza.

Nel 1984 la coppia Troisi/Benigni, anticipando i tempi, aveva già sondato qualcosa del genere, perlomeno come principio, seppure l’ambientazione di fantasia è invece completamente diversa. Con una differenza sostanziale però rispetto alla trasmissione televisiva: i due protagonisti della storia di ‘Non Ci Resta Che Piangere’, cioè i due comici medesimi, nell’occasione ‘directors’ di loro stessi, si ritrovano contro la loro volontà catapultati indietro di cinque secoli e gioco forza sono costretti a convivere ed adattarsi alla nuova ed inaspettata realtà. Passato lo sgomento iniziale, inizia un incredibile e per molti aspetti curioso viaggio indietro nel tempo alla riscoperta di usi, costumi e personaggi contemporanei di fama universale, da conoscere personalmente e trattare, per così dire, da pari a pari. Mario (Troisi) è, fra i due, quello che subisce il maggiore contraccolpo psicologico ed almeno inizialmente non ne vuole proprio sapere di rassegnarsi a vivere in un’altra epoca, perdendo tutti i privilegi pratici e concreti dell’era di provenienza, mentre Saverio (Benigni), più positivo e conciliante, cerca sin dal principio di far buon viso, sfruttando a suo vantaggio il bagaglio di conoscenze acquisite in precedenza per riversarle a suo uso e consumo nel nuovo ambito.

Il risultato, a parte il titolo del film che sembra ahimè perfettamente adeguato a descrivere il ‘sentiment’ (per usare un termine di derivazione finanziaria) conseguente la congiuntura economica che sta attraversando il nostro paese, piuttosto che la tragicomica vicenda di un paio di sventurati ai quali è capitato per caso di dover affrontare una situazione inimmaginabile, è l’irresistibile combine di due fra i maggiori comici nostrani i quali si ritrovano improvvisamente a ripercorrere un periodo eclatante della storia passata, con la possibilità pure di modificarla grazie al loro diretto intervento. La miscela esplosiva è data perciò da un napoletano verace ed un toscanaccio, quanto mai diversi fra loro e forse proprio per tale ragione amici, pur essendo il primo, un bidello e l’altro invece un insegnante, entrambi impiegati nella stessa scuola di un paese qualsiasi della Toscana.

La differenza fra loro dal punto di vista culturale si nota poco, almeno inizialmente, poiché Saverio è angosciato dalla sorte della sorella Gabriellina, depressa dopo essere stata piantata dal fidanzato americano. Egli prova persino a convincere Mario di sposarsela, mentre sono bloccati con l’auto ad un passaggio a livello, ma quest’ultimo non ci pensa proprio ed anzi rimprovera l’amico di essere troppo apprensivo sulla questione. Le parti s’invertono allorché i due si trovano improvvisamente trasportati, chissà come e perché, indietro di cinque secoli, nientemeno che alla fatidica data del 1492. Quando Mario si rende conto che non si tratta di uno scherzo, è Saverio a consolarlo dalla sua disperazione e ad invitarlo a reagire come se fosse capitata loro, vedendo il classico bicchiere mezzo pieno, l’occasione di trascorrere una vacanza del tutto inaspettata e sbalorditiva, una sorta di ‘percorso vita’ del quale sfruttare i relativi vantaggi in termini di esperienza e conoscenza. Anche perché Saverio, possedendo un bagaglio culturale superiore a Mario, è in grado di comprendere quale straordinaria opportunità gli viene offerta d’incontrare personaggi che sono passati alla storia, come ad esempio Leonardo da Vinci, quando era nel pieno della sua attività creativa oppure Cristoforo Colombo, nell’imminenza di partire con le tre caravelle alla scoperta del nuovo continente…..(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Non si può fare a meno comunque di provare una nota di tristezza, quando invece la sequenza stessa meriterebbe solo il più ampio sorriso, pensando al povero Massimo Troisi, allorchè poco dopo l’inizio del suo viaggio assieme a Benigni nel XV secolo, viene severamente avvertito, che suona sinistramente come una premonizione, riguardo il destino ultimo della vita. Affacciato ad una finestra egli viene infatti preso di mira da un frate trappista che sta passando sulla via di fronte, il quale indicandolo ripete per ben tre volte il motto tipico del suo ordine: ‘…ricordati che devi morire!…’ sinchè Mario, perplesso ed anche un pò imbarazzato di essere proprio lui il destinatario dell’imperativo, gli risponde: ‘…sì …sì …no… mò me lo segno proprio…’. Questa sequenza è anche la traccia sulla quale è costruito il film, tutto giocato sul confronto fra due epoche storiche molto lontane fra loro, con le inevitabili implicazioni per i due protagonisti, i quali hanno la fortuna di conoscere già gli sviluppi di alcuni importanti avvenimenti ancora in divenire ed hanno l’occasione di approfittarne conseguentemente, facendo valere, già nelle questioni più banali, la loro provenienza dal XXI secolo pur pagando le inevitabili difficoltà di misurarsi con i mezzi e le abitudini del tempo. Se ne accorge subito  Mario quando, passando per una via, per poco non viene investito in pieno dallo scarico manuale di un vaso da notte svuotato direttamente dalla finestra. 

Dopo una prima parte introduttiva ed anche un pò anonima, durante la quale i due protagonisti più che altro dialogano e battibeccano fra loro mettendo in risalto la loro diversa origine (Mario parla e gesticola praticamente in dialetto napoletano, mentre Saverio si distingue per il suo intercalare toscano), il film prende quota dal momento in cui i due pellegrini raggiungono la città immaginaria di Frittole, dopo aver trascorso la notte in una locanda e la mattina dopo aver assistito ad una sorta di regolamento di conti fra famiglie rivali che li ha brutalmente calati e resi consapevoli della strana metamorfosi che ha appena subito la loro vita.

La parte migliore di ‘Non Ci resta Che Piangere’ è appunto quella che vede Saverio e Mario durante la loro permanenza a Frittole, ospiti del macellaio Vitellozzo (Carlo Monni), padre del ragazzo ucciso alla locanda e di sua madre Parisina (Lidia Venturini). Quest’ultimo, sconvolto dall’ultimo di una serie di delitti che ha colpito la sua famiglia e minaccia di conludersi colpendo lui medesimo, viene incarcerato dopo aver protestato platealmente ed i due amici allora si offrono alla madre per assumerne pro tempore le veci in negozio. Vitellozzo aveva appena fatto in tempo a mostrare a Saverio e Mario alcune usanze del luogo, come quella di fissare in chiesa durante la messa la donna che si vuole corteggiare, così che diventi esplicita a tutti l’intenzione dello spasimante. Mario si è prestato al gioco controvoglia, giusto per accontentare Saverio e Vitellozzo, ricevendo sorprendentemente lo sguardo di consenso della ragazza più bella e ricca del paese, casualmente ancora libera, cioè Pia (Amanda Sandrelli), con la quale viene convinto dai suoi due sostenitori a coltivare il più spassoso dei corteggiamenti che io ricordo di aver mai assistito in un’opera cinematografica.

Mario infatti la segue sino a casa e dopo essersi spacciato musicista, per via dei capelli arruffati e gli abiti stravaganti che indossa, propone all’estasiata fanciulla alcuni spezzoni di brani come ‘Yesterday’ dei Beatles, ‘Volare’ di Domenico Modugno e persino l’Inno di Mameli, spacciandoli per opere sue e per ognuno di essi ottiene in cambio un bacio. Saverio, meno prestante di Mario, gli regge intanto il moccolo sperando che Pia abbia un’amica da presentargli e nel frattempo si assume l’onere di mandare avanti la macelleria. Per perorare la causa di Vitellozzo, i due improvvisano persino una lettera a Savonarola (qualcuno ha riconosciuto in questa scena una citazione di ‘Totò, Peppino e la Malafemmina’), il cui testo è una sequela di frasi sconclusionate e risibili: ‘…Santissimo Savonarola, come sei bello, quanto ci piaci a noi due! Scusa le volgarità eventuali. Santissimo, potresti lasciar vivere Vitellozzo, se puoi, eh…? Savonarola, che c’è? E che è? Oh… Diamoci una calmata, eh, oh… e che è? Qua pare che ogni cosa, ogni cosa, uno non si può muovere che questo e quello, e pure per te. Oh! Noi siamo due personcine perbene che non facciamo male a nessuno, che non farebbero male nemmeno a una mosca, figuriamoci a un santone come te. Anzi, no, no, anzi, varrai più di una mosca. Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto. Scusa per il paragone tra la mosca e il frate, non volevamo minimamente offendere. I tuoi peccatori di prima, con la faccia dove sappiamo, sempre zitti, sotto…‘.

Subito dopo però Saverio scopre che manca poco alla partenza di Cristoforo Colombo con le tre caravelle ed allora decide di partire seduta stante per raggiungerlo in tempo utile, costringendo Mario a lasciare Pia al suo destino. Le ragioni sono fondamentalmente due: la prima, una sorta d’improbabile partecipazione al destino degli indiani, cacciati dalle loro terre dopo la scoperta dell’America;  la seconda, ben più concreta e credibile, perlomeno dal punto di vista di Saverio, riguarda la sorte della sorella Gabriellina, lasciata proprio da un americano di stanza alla base di Aviano il quale, se Colombo non avesse scoperto l’America, non sarebbe mai nato… La sua diventa quindi una missione finalizzata ad impedire a Cristoforo Colombo di partire.

Durante il tragitto avvengono un paio di fatti di particolare rilievo: il primo è relativo alla scena che forse è rimasta maggiormente nella memoria a chi ha visto almeno una volta il film. Mi riferisco al passaggio dell’improvvisata dogana durante il quale l’ufficiale di turno, ad ogni impercettibile movimento davanti a lui, ripete automaticamente la filastrocca: ‘…Alt, chi siete!… Cosa fate? Cosa portate?… Sì, ma quanti siete?… Un fiorino!…‘. Il dietro le quinte racconta che durante questa scena i due protagonisti continuavano a ridere e non riuscivano mai a completarla secondo il piano di lavoro. In effetti, anche rivedendola più volte, resta sempre una sequenza memorabile.

Il secondo fatto, altrettanto divertente ma anche più intrigante, è l’incontro con Leonardo da Vinci (Paolo Bonacelli), riconosciuto da Saverio (Mario, nella sua beata ignoranza, sembra non sapere neppure chi sia), mentre sulla sponda di un fiume sta provando una delle sue ultime invenzioni. Saverio ne approfitta per spacciare lui e l’amico come due suoi colleghi scienziati e per dimostrarsi all’altezza del Maestro, essi gli pongono una serie di interrogativi e gli propongono alcune invenzioni dell’era moderna, rifacendosi appunto alle conoscenze, per quanto superficiali, che essi hanno acquisito nel secolo dal quale provengono. Naturalmente gli esempi come l’aereo, la lampadina ed il treno mettono in difficoltà Leonardo poiché esse sono il risultato di una evoluzione scientifica e tecnologica tutta ancora da sviluppare nei secoli a seguire. Mario addirittura cerca di spiegare all’illustre inventore il gioco a carte della scopa e trovandolo poco ricettivo a comprenderne le regole, reagisce un pò infastidito e deluso: ‘…No, no, nun dicere sì sì ho capito e poi nun hai capit’ nient’…‘. Il tutto, sia chiaro, viene svolto con simpatia, senza alcun intento blasfemo, semplicemente mettendo in evidenza l’incongruenza fra chi la scienza la conosce per davvero ma non può precorrere i tempi e chi invece conosce il risultato ma non ha assolutamente idea di come sia possibile raggiungerlo empiricamente.

Lasciato con un pò di disincanto anche Leonardo da Vinci, Saverio e Mario arrivano a passare il confine fra Italia e Spagna per giungere infine alla destinazione di Palos de la Frontera, ma vuoi perchè improvvisamente sono diventati inspiegabilmente bersaglio delle frecce di una affascinante quanto pericolosa amazzone (Iris Peynado), vuoi perchè Saverio in particolare si distrae e sbaglia data, quando giungono sulla spiaggia le tre caravelle sono già invisibili in alto mare. La disperazione di Saverio è lenita solo dal fatto che Mario, impietosito e sfinito, accetta infine, se riusciranno a tornare alla normalità della loro epoca, di sposare Gabriellina per risolvere l’angoscia dell’amico.

Tornati sui loro passi essi vedono spuntare dai rami di una boscaglia degli sbuffi di vapore. Convinti che sia il segnale della fine del loro incubo e del ritorno all’era moderna, Saverio e Mario gli corrono incontro con gioia irrefrenabile, sino a scoprire che si tratta di un primo esemplare di treno, messo in opera, grazie al loro suggerimento, da quel genio di Leonardo da Vinci il quale difatti lo sta pure conducendo. Vedendo le loro espressioni deluse ed amareggiate egli non esita a ribadire che è disposto a dividere percentualmente la gloria ed i proventi della sua ultima invenzione: ‘… per carità! 33, 33 e 33…‘. Pare che esista anche un altro finale nel quale prima di arrivare alla spiaggia Saverio s’innamora dell’amazzone, Mario però ne diventa l’amante, i due litigano fra loro e nella confusione perdono l’obiettivo per il quale erano giunti sin lì, arrivando troppo tardi, anche in questo caso, all’appuntamento con la storia.

‘Non Ci Resta Che Piangere’ è la dimostrazione che due talenti messi assieme non s’annullano fra loro, ma anzi si sommano e completano. Forse nello specifico la ragione va cercata nel fatto che Benigni e Troisi sono molto differenti fra loro: uno è estroverso e dalla dialettica esplosiva, l’altro è invece malinconico e timido, a completarsi idealmente a vicenda perciò. Peccato che questa loro opera sia rimasta l’unica perla della loro collaborazione registica. Non che sia perfetta, intendiamoci: ci sono alti e bassi nel corso della vicenda. Già detto della prima e della parte di mezzo, l’ultima ad esempio gira un pò su se stessa, quasi come se i due autori sapessero come concludere il film ma non avessero le idee chiare su come arrivarci e la querelle con l’amazzone Astriaha, copre fin troppo l’evidente esaurimento della vena migliore che hanno espresso invece in precedenza. Non è facile ovviamente, soprattutto per un film comico, mantenersi costantemente ai più alti livelli sia con le battute che con le situazioni spiritose, ma in questo caso ci sono molti momenti gustosi ed almeno tre o quattro sequenze che restano indelebili nella memoria. Se in fondo un film a distanza di tempo viene ricordato in particolar modo per alcune gag diventate nel frattempo paradigmatiche di determinate situazioni, anche in contesti differenti da quelli propri del film, significa che esso ha raggiunto ampiamente il suo obiettivo.

Sulla bravura degli interpreti non penso nemmeno ci sia bisogno di aggiungere alcunchè, ma anche dietro la macchina da presa si ha l’impressione che l’intesa sia stata completa e proficua, rispecchiando sia le caratteristiche dell’uno che dell’altro, se si guarda allo stile delle loro opere successive. Peccato soltanto che nel caso di Massimo Troisi non si possa aggiungere, purtroppo, che lo aspettiamo per poter avere il piacere di sottolineare altri riscontri positivi. 

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