Film-Documentario: ‘Inside Job’

INSIDE JOB

Titolo Originale: Inside Job

 Nazione: USA  

Anno:  2010 

Genere:  Documentario

Durata:  105′  Regia: Charles Ferguson

Cast: personaggi reali della finanza, della politica e dell’informazione

 

TRAMA:  il film-documento di Charles Ferguson racconta in cinque capitoli le cause e le conseguenze dello scoppio della bolla immobiliare del 2008 negli Stati Uniti, che ha poi velocemente contagiato l’economia globale. Dalla de-regolamentazione dei prodotti finanziari rischiosi operata da Ronald Reagan, passando per la crisi provocata dalla gestione spericolata condotta da alcune banche ed assicurazioni, che hanno spinto il mondo in recessione, sino ad arrivare ai nostri giorni nei quali i responsabili stessi di questa crisi sono ancora saldamente al comando nei posti strategici dell’amministrazione Obama. Ancora oggi subiamo le conseguenze di quella crisi seppure, apparentemente, quella successiva che ha colpito, in particolare, le economie degli stati più deboli d’Europa, sembrerebbe non direttamente collegata a quella immobiliare degli USA, dalla quale comunque essi stanno uscendo. Perlomeno questo è lo scenario sino al momento in cui sono terminate le riprese di quest’opera, cioè nel 2010. 

VALUTAZIONE: un evento di straordinaria efficacia sia dal punto di vista descrittivo che analitico. Non tutto è così semplice e comprensibile, trattandosi di un argomento ostico come la finanza globale, soprattutto per chi non la mastica correntemente, ma l’autore fa il possibile per chiarire argomenti complessi con uno stile snello, brillante ed efficace, come se si trattasse di un thriller, alternando sintetiche interviste ad alcuni economisti, giornalisti, politici e responsabili diretti del più grande crack economico dopo il 1929 e conseguente recessione globale, con considerazioni ed esempi pratici riguardo ciò che è accaduto e le ragioni che l’hanno determinato. Da non perdere!

 

Un documentario? Un documentario che parla per giunta di finanza globale? Cosa c’entra con il cinema, il quale nella maggior parte dei casi racconta storie di fantasia, se non d’intrattenimento, e comunque anche quando tratta vicende legate alla realtà dei fatti rispetta quasi sempre tempi e regole proprie? ‘Inside Job’ ha vinto l’Oscar del 2011 nella categoria d’appartenenza, ma penso che si possa comunque parlare nel suo caso di un vero e proprio film, a partire dall’insolita durata di poco meno di due ore per un documentario, i cui interpreti non sono attori ma persone reali, sovente molto note, della politica e della finanza internazionale (anche se spesso recitano pure meglio, mi sia concessa la battuta…). Il genere di appartenenza di quest’opera tuttavia è molto più vicino all’horror: non sto scherzando, seppure ascrivibile ad una sotto-categoria che potremmo definire di stampo sociologico.

Non c’è niente che spaventi di più l’uomo medio di ciò che è reale. Un film del terrore può essere spaventoso quanto si vuole per le immagini e le situazioni che propone, ma se c’è modo di concludere che si tratta pur sempre di fantasia, non solo si dimentica in fretta, ma appena usciti dal cinema o spento il TV ci si può persino rallegrare considerando l’inadeguatezza della finzione rispetto alla realtà.

‘Inside Job’ racconta invece con uno stile incalzante, un montaggio serrato e brioso, e sequenze formalmente eleganti accompagnate in alcuni momenti persino da musiche suggestive, la catastrofe conseguente la bolla immobiliare del 2008 in USA ed il baratro nel quale è caduto il mondo nella sua globalità da allora, con le pesanti ripercussioni che subiamo ancora oggi, se non vogliamo illuderci che la crisi dell’euro sia un fenomeno a sè stante slegato da quegli eventi.

Il quadro descritto da Charles Ferguson è angosciante e quel che è peggio non lascia la minima illusione che la luce sia visibile in fondo alla buia galleria che stiamo tuttora percorrendo. Ecco perché credo che questo film si possa considerare un thriller dal punto di vista dello sviluppo narrativo, ma alla stregua di un horror per i contenuti, per ciò che documenta e le conclusioni alle quali giunge. Colpisce in particolare il finale, in chiaro stile da film classico americano nel quale quasi sempre dopo la bufera arriva il sereno consolatorio a chiudere ottimisticamente la drammatica storia appena raccontata. La frase conclusiva del film è infatti la seguente: ‘…per decenni il sistema finanziario americano e stato stabile e sicuro ma poi qualcosa e cambiato. L’industria finanziaria ha voltato le spalle alla società, corrotto il sistema politico e spinto l’economia mondiale in una crisi. A costi enormi abbiamo evitato il disastro e ci stiamo riprendendo, ma gli uomini e le istituzioni che hanno causato la crisi sono ancora al potere e questo deve cambiare. Ci diranno che abbiamo bisogno di loro e che quello che fanno è troppo complicato per noi da capire. Ci diranno che non succederà più. Spendono miliardi per combattere una riforma. Non sarà facile, ma per certe cose vale la pena combattere…’. E via con una enfatica inquadratura della Statua della Libertà…

‘…A costi enormi abbiamo evitato il disastro…’ dice proprio così il testo parlato, ma si riferisce al 2010; la realtà che stiamo vivendo in Italia ed in molti paesi d’Europa nel 2012 non sembra proprio andare in tale direzione, purtroppo. Charles Ferguson non poteva saperlo ovviamente quando ha realizzato il suo film-documento. Come quando si assiste ad un film che vede protagonista il più classico dei vampiri, cioè Dracula e si scopre che questo essere mostruoso non può essere soppresso veramente sinchè non si mettono in atto le azioni necessarie per ottenere tale scopo, così quest’opera, seppure involontariamente, dimostra che l’incubo della recessione economica non può essere esorcizzato se non si comincia proprio mettendo in atto quei correttivi che essa stessa descrive come base di partenza nel resto della citazione precedente (riguardo, in particolare, il destino dei cosiddetti ‘vampiri’ di Wall Street, cioè proprio chi ha procurato il disastro precedente). La realtà che stiamo vivendo è ben più spaventosa de ‘L’Esorcista’, più macabra di un qualsiasi film di Zombi, Alien e mostriciattoli che dir si voglia, poiché descrive uno scenario apocalittico i cui sviluppi e le conseguenze sono ancora tutte da definire…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Pessimismo? Sindrome di Cassandra? Può darsi, ma quel che è certo, stando a ciò che racconta Ferguson, è che il mondo si trova in mano alla peggiore generazione della storia moderna riguardo politici corrotti ed incapaci, banchieri d’assalto e uomini senza scrupoli. Resi ancora più pericolosi dal fatto che a differenza di un tempo, quando i guasti dei singoli rimanevano limitati ad un ambito locale (peggio per loro a quei clienti o quel popolo al quale capitava una sfortuna del genere), oggigiorno la globalizzazione, resa possibile dallo sviluppo tecnologico ed informatico, partendo dalla crisi di un unico stato, consente di scatenare un effetto domino che travolge velocemente il mondo intero. A maggior ragione se quello stato di origine è il più potente del mondo, cioè gli USA. La cosa che spaventa maggiormente in questo reportage non è tanto la disamina sulle cause che hanno portato alla bolla immobiliare e gli effetti disastrosi che ha provocato, con numeri e statistiche eloquenti, se mai ci fosse bisogno di dimostrarlo, quanto semmai, nelle poche interviste dei protagonisti che hanno accettato di apparire, l’arroganza di mentire sapendo di farlo, con spudorata faccia tosta e l’ostentata sicurezza di farla franca comunque. Uno di questi personaggi (Glenn Hubbard, capo consigliere economico di Bush e preside della Columbia Business School) ad un certo punto con modi tracotanti e sprezzanti rivolgendosi al suo intervistatore, dice che mancano solo due minuti prima di concludere l’intervista e che si sbrigasse quindi a sparare le sue migliori cartucce. Sono personaggi pubblici, di fama internazionale per la gran parte, i quali sono riusciti in larga parte a riciclarsi in ruoli strategici dello stato americano, sia che fosse al potere un repubblicano come George Bush che un democratico come Clinton o Obama. Una differenza fra la cosiddetta destra e sinistra che è del tutto trascurabile evidentemente per alcune di queste figure, al di là delle apparenze e degli atteggiamenti di facciata in campagna elettorale.  

‘Inside Job’ descrive in cinque capitoli cosa ha provocato la bolla degli immobili del 2008 in USA, dalla quale si è scatenata la peggiore recessione economica mondiale dalla Grande Depressione del 1929; quali sono state le conseguenze, le responsabilità e qual’è infine il quadro della situazione attuale. Come abbiamo visto però quest’ultima parte non è allineata agli eventi che stiamo vivendo in quest’ultimo periodo del 2012 di grande difficoltà dell’area euro, aggredita dalla speculazione internazionale, la quale pare avere trovato nuova linfa e soprattutto ulteriori vittime alle quali succhiare ‘sangue’, vale a dire ingenti capitali da sottrarre alle tasche dei risparmiatori.

I cinque capitoli sono così intitolati: ‘Prima Parte: come siamo arrivati a questo punto’; ‘Seconda Parte: la bolla (2001-2007); ‘Terza Parte: la crisi’; ‘Quarta Parte: responsabilità’; ‘Quinta Parte: la situazione attuale’. Nel dettagliato riassunto che propongo al termine di questo commento al film-documento (d’ora in poi lo definirò così), le percorreremo una per una, anche se per buona parte gli argomenti si riferiscono a strategie di economia globale che solo i più esperti possono comprendere appieno, ivi escluso chi scrive e probabilmente la gran parte di chi legge. Quello che cercherò di fare in seguito quindi è, seguendo fedelmente la traccia stabilita da Charles Ferguson, semplificare il più possibile i termini e le situazioni così che possano essere maggiormente comprensibili dalla più larga base dei lettori, anche se ciò inevitabilmente significa non approfondire considerazioni che magari lo richiederebbero, rischiando quindi una certa superficialità. Non può essere questo d’altronde il luogo più consono nel quale sviscerare per intero complesse ed articolate questioni di tecnica finanziaria e di strategia politica, ma al di là di quello che spesso ci vogliono far intendere, per fregarci meglio, dice lo stesso Ferguson in pratica, i concetti di base non sono poi così complessi e chiunque può essere in grado di capirne il senso e le finalità, soprattutto quando si ritrova poi le tasche vuote, come nel caso dei sottoscrittori delle obbligazioni Parmalat, il cui disastro è entrato a pieno diritto a far parte di questo malefico sistema.

‘Inside Job’ è costruito, si diceva, come un giallo-thriller: svela sin dalla prima didascalia chi è la vittima: La crisi economica globale del 2008 è costata a decine di milioni di persone i loro risparmi, il loro lavoro e le loro case. Questo è ciò che è successo…’ e direi che non c’è male come premessa e come obiettivo divulgativo, non è vero? Prosegue quindi con l’indagine dei fatti partendo da un indizio (la crisi Islandese), per poi entrare nel vivo della questione analizzando il contesto, gli obiettivi e ciò che ha spinto l’assassino o gli assassini, per così dire, a perseguire i loro scopi, sino a perpetrare il misfatto. Continua interrogando e raccogliendo prove riguardo i sospettati, sino a chiudere il cerchio nell’inchiodare i colpevoli alle loro responsabilità, anche se già sappiamo purtroppo che la faranno comunque franca.

Insomma, se lo spettatore non si fa irretire facilmente dai termini economico-finanziari che vengono usati, pur spiegati con parole semplici e comprensibili per tutti, si rende ben presto conto che questo film-documento non è per nulla destinato ad una élite, ma anzi offre l’irripetibile occasione di assistere ad uno spettacolo che ha dalla sua una sceneggiatura degna del miglior film di denuncia con l’aggiunta della cronistoria e spiegazione di avvenimenti dei quali lo spettatore medesimo ha certamente sentito parlare in un recente passato, ma che forse non è mai riuscito ad interpretare e collocare compiutamente in un quadro più generale. Ciò vuoi per poca dimestichezza con l’argomento, oppure perché nessuno in precedenza tali argomentazioni gliele ha proposte e descritte con la stessa efficacia e sintesi.  Vediamo perché, nello specifico e nella speranza che questa disanima possa essere magari utile a qualcuno per evitare di cadere in un prossimo futuro in qualche altro tranello del genere. 

Per partire con il piede giusto bisogna però innanzitutto prendere confidenza con quattro prodotti finanziari che saranno citati più volte in seguito e che rappresentano il nocciolo attorno al quale ruota l’intera querelle. Essi sono definiti strumenti ‘Derivati’, le ‘CDO’, i ‘CDS’ ed i ‘Subprime’, i due di mezzo sono naturalmente degli acronimi.

Non è possibile affermare con certezza se ciò che racconta Charles Ferguson nel suo film-documento è l’esatta e completa ricostruzione degli eventi. Di sicuro molti avvenimenti e personaggi coinvolti fanno parte della storia dello scorcio di fine del secolo scorso ed inizio di quello che stiamo vivendo e sono pertanto inconfutabili. Forse alcune considerazioni di contorno possono essere discutibili oppure rivedibili alla luce delle diverse opinioni e correnti di pensiero, ma sia il premio Oscar che quest’opera ha ricevuto, sia il fatto che alcuni protagonisti si sono deliberatamente rifiutati di essere intervistati ed anche alcuni di quelli, fra i più compromessi, che hanno accettato, l’hanno fatto per mostrare altezzosamente tutta la loro arroganza, la sicurezza di rimanere impuniti e l’immancabile mania di protagonismo, negando laddove accusati persino l’evidenza. Tutto ciò testimonia la bontà del progetto e come abbia colto nel segno. 

DERIVATI: sono strumenti finanziari speculativi che non si basano sull’acquisto di semplici azioni o fondi d’investimento ma sulla scommessa che certi prodotti o anche indici borsistici ottengano risultati in positivo o in negativo entro un periodo di tempo definito. Grazie ai derivati è possibile scommettere anche sulle oscillazioni del prezzo del petrolio, ad esempio, oppure cinicamente sulla bancarotta di una compagnia e, nei casi più estremi, persino sulle previsioni del tempo.

CDO (Collaterized Debt Obligation): si tratta di una serie di prodotti finanziari combinati fra loro con un’operazione detta di ‘cartolarizzazione’, cioè l’accorpamento di mutui per l’acquisto delle case, le rate per l’acquisto delle auto, le spese scolastiche dei figli, i debiti contratti con le carte di credito che le banche d’investimento vendono poi, frammentandoli, ad investitori sparsi per tutto il mondo.

CDS (Credit Default Swap): sono costituiti da un insieme di CDO ed includono un extra costo costituito da una polizza assicurativa. In pratica, chi acquista un CDS compra anche una sorta di garanzia di rimborso che va a coprire le eventuali perdite di qualche CDO che facesse parte di quel quel paniere o CDS.

SUBPRIME: sono prestiti assegnati a persone che non possono accedere ai normali tassi d’interesse sul mercato perchè in passato hanno già avuto delle sofferenze finanziarie. Sono perciò prestiti a più alto tasso d’interesse, ma anche più rischiosi quindi, sia per i creditori che per i debitori.  

Se il lettore ha inteso, anche soltanto a grandi linee, la natura di questi quattro prodotti, è sicuramente in grado di proseguire nella disamina di ciò che qualcuno ha definito uno ‘tsunami economico’ di proporzioni immani e che il film-documento di Charles Ferguson descrive in maniera trasparente ed estremamente efficace. 

Il quale si apre con un antefatto, ovvero la bancarotta dell’Islanda,  apparentemente scollegata dal tema principale, ma che rappresenta invece una sorta di prova generale per quello che stava per accadere su scala ben più ampia. Un paese per molti meta di vacanze fuori dalle rotte abituali, immerso in scenari naturali fra i più affascinanti: un’isola incastonata fra Europa, Groenlandia e Polo Nord. In Islanda vivono non più di 320.000 abitanti con un PIL (Prodotto Interno Lordo, ovvero in parole povere l’indice di ricchezza di uno stato in base al valore totale dei beni e servizi destinati al consumo, alle esportazioni ed agli investimenti) di 13 miliardi di dollari.

‘Inside Job’ è costruito in modo che l’autore intervista alcuni personaggi legati all’argomento in questione: politici, giornalisti, studiosi, economisti e poi sviluppa il tema con esempi e dati statistici relativi. Nel caso dell’Islanda nel 2000 lo stato attuò una politica di de-regolamentazione per l’ambiente e l’economia. Le tre banche presenti sul territorio, che non avevano mai operato all’estero prima, vennero privatizzate ed in cinque anni si fecero prestare qualcosa come 120 miliardi di dollari, ovvero quasi dieci volte circa il valore del PIL dell’intero stato. Queste banche crearono dei fondi monetari che consigliarono ai loro clienti e prestarono miliardi a personaggi equivoci che acquistarono catene di negozi, navi e persino aerei privati in giro per il mondo. Le Agenzie di Rating americane assegnarono alle tre banche la tripla A, a significare il massimo dell’affidabilità e della sicurezza per gli investitori. Il governo islandese svolgeva per le banche il ruolo di ufficio delle pubbliche relazioni. Il costo degli immobili in Islanda in breve tempo raddoppiò e poco dopo scoppiò la bolla speculativa. Nel 2008 le tre banche collassarono con oltre 100 miliardi di dollari di debiti ed in sei mesi la disoccupazione in quello stato triplicò. I regolatori finanziari che avrebbero dovuto proteggere i cittadini non fecero niente e questi ultimi persero i loro risparmi. L’ultimo degli intervistati afferma che a New York c’erano gli stessi problemi e purtroppo aveva ragione.

Il 15 settembre 2008 il fallimento dell’importante banca d’investimento Lehman Brother’s ed il collasso della AIG, la compagnia d’assicurazioni più grande del mondo, scatenarono una crisi finanziaria globale che generò trenta milioni di disoccupati e decine di trilioni di dollari andarono in fumo. Il debito nazionale USA in pochi anni raddoppiò. Questa crisi non fu un incidente, era stata causata da un’industria fuori controllo. Fin dagli anni ’80 la crescita del settore finanziario americano ha portato ad una serie di crisi sempre più gravi. Ognuna di esse ha causato danni maggiori della precedente, mentre l’industria si è arricchita sempre di più. Alcuni dei protagonisti, presi con le dita dentro il barattolo della marmellata, per così dire, si dichiararono pentiti di aver infranto le leggi degli Stati Uniti, come i coccodrilli quando piangono perché hanno la pancia piena insomma, ma nessuno di loro ha pagato di persona o è stato obbligato a restituire le montagne i soldi che accumulò con le speculazioni sulla pelle degli altri.

Riporterò spesso nel testo, per comodità e senza metterle fra apici come faccio di solito, affermazioni e considerazioni dell’autore stesso o di qualche personaggio intervistato. A questo punto viene spontaneo porsi un interrogativo che guarda caso corrisponde al primo punto preso in esame dal film-documento di Charles Ferguson.

Prima parte: come siamo arrivati a questo punto

Dopo il 1929 gli USA hanno avuto quarant’anni di crescita economica senza alcuna crisi finanziaria. L’industria finanziaria era strettamente controllata, la maggior parte delle banche erano locali ed era proibito speculare con i risparmi dei clienti. Le banche d’investimento che si occupavano di azioni e obbligazioni erano delle piccole società private.

Sostiene Samuel Hayes, professore emerito di Investment Banking: ‘…nel modello tradizionale di banca d’investimento ogni socio metteva i propri soldi ed ovviamente controllava quei soldi molto attentamente…‘. Negli anni ’80 l’industria finanziaria esplose e le banche d’investimento divennero pubbliche ricevendo enormi quantità di denaro dagli azionisti. Molti a Wall Street cominciarono ad arricchirsi. Nel 1981 Ronald Reagan scelse come Segretario al Tesoro il direttore generale della banca d’investimenti Merrill Lynch. Iniziò così un periodo trentennale di de-regolarizzazione finanziaria, cioè di un mercato senza regole e senza freni.

Nel 1982 venne permesso alle banche d’investimento di fare investimenti rischiosi con i soldi dei contribuenti. Risultato fu che alla fine del decennio centinaia di società di prestiti e di risparmio fallirono. La crisi conseguente costò agli investitori 124 miliardi di dollari ed a molti di loro i risparmi di una vita. Migliaia di dirigenti andarono in prigione.

Alla fine degli anni ’90 il settore finanziario si concentrò in poche e grandi società il cui fallimento avrebbe potuto minacciare l’intero sistema e Clinton le aiutò perciò a crescere ancora. Nel 1998 nacque da una fusione Citigroup, la più grande compagnia finanziaria del mondo, nonostante l’operazione violasse una legge precisa degli USA risalente addirittura al 1933. Greenspan, presidente della FED, la principale banca americana, corrispondente alla nostra Banca d’Italia, concesse a Citigroup l’esenzione per un anno ed in quel lasso di tempo fu abrogata la legge. Intervistato da Ferguson affermava candidamente Willem Buiter, capo economista Citigroup: ‘…perché abbiamo grandi banche? Perché a loro piace il potere monopolistico ed il potere delle lobby. Perché quando sono troppo grandi, esse sanno che avranno un piano di salvataggio…‘. 

George Soros, presidente della Soros Foundatiom Management, sostenne che le petroliere sono una metafora appropriata per descrivere la situazione che si stava creando: queste navi sono molto grandi e quindi hanno bisogno di più scompartimenti per evitare che il petrolio in movimento all’interno le rovesci. Dopo la Grande Depressione del 1929 le regolazioni finanziarie introdussero questi scompartimenti a prova d’acqua. La de-regolamentazione attuata da Ronald Reagan in poi portò alla fine della compartimentazione.

La crisi successiva arrivò a fine secolo. Le banche d’investimento alimentarono una bolla speculativa di azioni su Internet seguita nel 2001 da un crollo finanziario che causò la perdita di cinque trilioni di dollari in investimenti. La FED non fece nulla per evitarla. Le indagini rivelarono che le banche d’investimento avevano promosso compagnie Internet che stavano per fallire. Gli analisti finanziari erano pagati in base a quanti soldi portavano e quello che dicevano pubblicamente era diverso da quello che sostenevano privatamente. La giustificazione fu che lo stavano facendo tutti, che tutti sapevano che non si poteva contare su quegli analisti.

Nel 2002 dieci banche d’investimento fra le maggiori del mondo, inclusa Deutsche Bank, si accordarono per pagare 1,4 miliardi di dollari e promisero di cambiare il loro modo di agire. Da quando iniziò la de-regolamentazione le più grandi società finanziarie furono scoperte a riciclare denaro, defraudare i clienti e falsificare i conti più volte. Citigroup aiutò ad incanalare fuori dal Messico cento milioni di dollari provenienti dal narcotraffico. Fra il 1998 e il 2003 FannieMae, società americana specializzata nell’erogazione dei mutui, incrementò le sue entrate con più di 10 miliardi di dollari. Il direttore generale ricevette 52 milioni di dollari di bonus.

All’inizio degli anni ’90 la de-regolamentazione e l’avanzamento tecnologico portarono alla nascita ed esplosione di complessi prodotti finanziari chiamati ‘Strumenti Derivati’. Economisti e banchieri sostennero di aver reso, grazie a questi nuovi strumenti, i mercati più sicuri mentre in realtà diventarono più instabili. Alla fine della guerra fredda molti fisici e matematici decisero di dedicare le loro capacità non più alla tecnologia militare ma ai mercati finanziari ed insieme ai banchieri ed ai fondi d’investimento crearono diverse ‘armi’ finanziarie, che possiamo definire ‘di distruzione di massa’. Usando i derivati, i banchieri potevano giocare d’azzardo su tutto. Alla fine degli anni ’90 i derivati facevano parte di un mercato non regolato di 50 trilioni di dollari. Le banche fecero pressione affinché il mercato dei derivati restasse deregolato e Greenspan dichiarò: ‘…regolare le transazioni dei derivati che sono negoziate privatamente da professionisti non è necessario…‘. Larry Summers, Segretario al Tesoro fra il 1999 ed il 2001, rincarò la dose sostenendo che: ‘…la nostra speranza più grande è che quest’anno sarà possibile passare una legislazione che permetterà di creare una certezza legale per gli strumenti derivati privati…‘ Ed in seguito guadagnò venti milioni di dollari come consulente di una compagnia d’investimenti che dipendeva strettamente dai derivati stessi…

Dopo il 2000 le transazioni esplosero senza più freni. Nel 2001, quando Bush diventò presidente, a dominare la scena finanziaria c’erano cinque banche d’investimento, due conglomerati finanziari, tre compagnie d’assicurazione e tre agenzie di rating. A legarle assieme c’era la catena alimentare della ‘cartolarizzazione’, un nuovo sistema che connetteva trilioni di dollari costituiti da mutui ed altri prestiti con investitori di tutto il mondo.

Nel vecchio sistema quando il proprietario di una casa pagava un mutuo ogni mese i soldi tornavano nelle tasche dell’istituto che glieli aveva prestati e poiché si impiegavano anni per pagare un mutuo i creditori prestavano i loro soldi con attenzione. Con il nuovo sistema i creditori potevano vendere il mutuo alle banche d’investimento, le banche d’investimento combinavano migliaia di mutui ed altri prestiti incluse le rate per le auto, quelle scolastiche e i debiti delle carte di credito per creare complesse tipologie di derivati come le CDO (collateralized debt obligation). Le banche d’investimento vendevano poi le CDO agli investitori sparsi per il mondo. Le banche d’investimento pagavano le Agenzie di Rating per valutare le loro CDO e molti di questi ultimi ricevevano la tripla A, cioè il grado di sicurezza più alto possibile. Ciò rendeva le CDO molto popolari anche per i fondi pensione che possono solo comprare assicurazioni con alti rating.

Il sistema era diventato una bomba ad orologeria. Ai creditori non importava più se il mutuario poteva ripagare il debito perchè non avevano più un rapporto diretto con esso, quindi cominciarono a fare dei prestiti ancora più rischiosi. Anche alle banche d’investimento non importava se il mutuario pagava, a loro interessava soltanto vendere più CDO possibili ed avere profitti sempre più alti, mentre le Agenzie di Rating, pagate dalle banche d’investimento medesime, non avevano alcuna responsabilità se le loro valutazioni sulle CDO si rivelavano false. Tra il 2000 e il 2003 il numero dei prestiti per i mutui quadruplicò.

All’inizio degli anni 2000 ci fu anche un incremento vertiginoso dei prestiti rischiosi chiamati ‘subprime’ ma quando migliaia di ‘subprime’ furono combinati per creare le CDO, molti di loro ricevettero comunque la tripla A. Le banche d’investimento preferivano i prestiti ‘subprime’ perché portavano con sé tassi d’interesse più alti. Ai mutuati vennero concessi, senza alcun bisogno, dei prestiti ‘subprime’ e molti di questi prestiti vennero dati a persone che non li avrebbero mai potuti ripagare. Eric Halperin, direttore del Centro per i Prestiti Responsabili, commentava questa situazione: ‘…se il banchiere guadagna più soldi facendoti un prestito subprime, te lo farà fare...‘.

Seconda parte: la bolla (2001-2007)

Improvvisamente centinaia di miliardi di dollari ogni anno passavano attraverso la catena della ‘cartolarizzazione’. Dato che chiunque poteva ottenere un mutuo, la compravendita ed i prezzi delle case salirono alle stelle. Il risultato fu la più grande bolla speculativa della storia.

Dal 1996 al 2006 i prezzi delle case raddoppiarono. Goldman Sachs, Bear Stearn’s, Merrill Lynch, Lehman Brother’s, le principali banche d’investimento, erano tutte coinvolte. I prestiti subprime aumentarono da 30 a 600 miliardi in dieci anni. Tutti erano consapevoli che prima o poi il sistema sarebbe esploso.

Gli operatori di borsa e i direttori generali a Wall Street divennero enormemente ricchi durante la bolla. La Lehman Brother’s era diventata la prima società di assicurazioni al mondo per prestiti subprime. Il suo direttore generale, Richard Fuld, guadagnò ben 485 milioni di dollari. Nel 2006 i profitti del quaranta per cento delle società quotate allo S&P500 (le 500 società americane a maggiore capitalizzazione quotate a Wall Street) provenivano dalle transazioni finanziarie. Non erano profitti reali ma soldi creati dal sistema che venivano considerati tali. Dopo due o tre anni, quando era evidente che il debito registrato a bilancio non sarebbe più rientrato, veniva eliminato, come nello schema Ponzi, il quale prevede che a guadagnarci siano sempre i primi della catena ed a rimetterci tutti quelli che seguono, in misura crescente gli ultimi, cioè in questo caso gli investitori. Greenspan non accettò mai di regolarizzare i derivati, nonostante avesse l’autorità per farlo, pur ammettendo che: ‘…anche con una laurea in matematica non si poteva capire quali erano convenienti e quali no…‘.

La SEC (commissione USA per il controllo dei titoli e degli scambi) non condusse mai indagini di rilievo sulle banche d’investimento durante la bolla speculativa. Il personale del settore Risk Management fu anzi drasticamente ridotto sino ad arrivare ad una sola persona la quale, uscendo dagli uffici la sera ‘poteva anche spegnere la luce‘ disse un testimone in seguito durante un’audizione in tribunale.

Le banche d’investimento prendevano molti soldi in prestito per comperare ancora più prestiti a loro volta e creare sempre più CDO. Il rapporto fra i soldi presi in prestito ed i soldi delle banche viene chiamato Rapporto d’Indebitamento. Più prestiti ricevevano le banche e più alto era il rapporto. Nel 2004 Henry Paulson, amministratore delegato della Goldman Sachs, fece pressione e quindi approvare alla SEC un aumento dei limiti del Rapporto d’Indebitamento, permettendo alle banche di poter aver ulteriori prestiti e quindi di giocare d’azzardo. Il Rapporto d’Indebitamento diventò spaventoso, salendo in certi casi fino a livelli di 33 a uno.

Nel frattempo era stata innescata un’altra bomba ad orologeria. La AIG stava vendendo enormi quantità di derivati chiamati Credit Default Swap. Per gli investitori che possedevano delle CDO, i CDS funzionavano come una polizza assicurativa. Un investitore che comperava un CDS pagava alla AIG un quarto del valore per l’assicurazione. Se la CDO perdeva il suo valore, la AIG prometteva di pagare l’investitore per le sue perdite. A differenza delle normali assicurazioni, gli speculatori potevano però comperare anche dei CDS dalla AIG per poter scommettere contro le CDO che non possedevano.

Di norma si può assicurare solo ciò che si possiede. Se si è proprietari di una casa è possibile assicurarla solo una volta. L’universo degli strumenti derivati permetteva a chiunque di assicurare quella casa. Se la casa andava a fuoco il numero delle perdite nel sistema diventava proporzionalmente maggiore. Poiché i CDS erano stati de-regolamentati, la AIG non doveva mettere da parte i soldi per coprire le eventuali perdite, mentre allo stesso tempo erogava dei ricchissimi bonus ai suoi dipendenti non appena i contratti venivano firmati. Se le CDO però perdevano di valore, la AIG sarebbe stata responsabile. Joseph Cassano, a capo della AIG, incassò ben 315 milioni di dollari fra il 2000 ed il 2007. Egli diceva in una conversazione telefonica registrata: ‘…E’ estremamente difficile per noi credere, senza essere presuntuosi ed anche facendo dei ragionamenti folli, di poter perdere anche un solo dollaro in una di quelle transazioni…‘.

Raghuram Rajan, capo economista del FMI (Fondo Monetario Internazionale), presentò ad un meeting internazionale, presenti i maggiori banchieri del mondo, un documento intitolato ‘Lo sviluppo economico crea un mondo più rischioso?‘. La risposta era affermativa. Egli concentrava il suo studio sulle strutture incentive che generavano enormi bonus su profitti a breve termine ma che non imponevano alcuna penalità per le successive perdite. Rajan sosteneva che questi incentivi incoraggiavano le banche a correre dei rischi che avrebbero potuto distruggere le loro stesse società o anche l’intero sistema finanziario. Larry Summers, presente al meeting,  lo accusò di criticare il cambiamento del mondo finanziario e di essere un anti progressista. Rajan commentò nel corso dell’intervista a Ferguson: ‘…Summers voleva assicurarsi che non avremmo portato un pacchetto di nuove azioni per contenere il settore finanziario…‘.

Ancora Eric Halperin, direttore del Centro per i Prestiti Responsabili, concludeva: ‘…se le avessero detto che per guadagnare dieci milioni di dollari all’anno avrebbe dovuto mettere la sua istituzione finanziaria a rischio e che qualcun altro avrebbe pagato il conto, non lei, sarebbe stato pronto a farlo? La maggior parte delle persone a Wall Street rispose: lo faccio io!…‘.

I guadagni di questi magnati non erano mai abbastanza; non volevano una casa, ne volevano cinque, un attico di lusso in Park Avenue ed il jet privato. L’attività bancaria diventò un gioco per bambini, del tipo: ‘…il mio è più lungo del tuo…‘. Queste persone sono amanti del rischio, sono impulsive, dichiarò Jonathan Alpert, terapista di molti dirigenti di Wall Street di alto livello. Egli disse: ‘…fa parte del loro comportamento, della loro personalità e si manifesta anche fuori dall’ambiente di lavoro. E’ tipico per queste persone uscire la sera, andare in uno strip club, fare uso di droghe e prostitute. C’è una spudorata indifferenza per l’impatto che il loro comportamento potrebbe avere sulla società e sulla loro famiglia. Non hanno problemi ad andare con una prostituta e poi tornare a casa dalla loro moglie…‘. Kristin Davis aveva circa 10.000 clienti e gestiva un’organizzazione di prostitute di élite in un palazzo multi piano vicino al New York Stock Exchange. Dal quaranta al cinquanta per cento dei suoi clienti venivano da lì. Essi spendevano soldi aziendali che poi venivano addebitati in note spese come ricerche di mercato, acquisti di hardware, ecc. ecc… La Davis emetteva le fatture e poi i clienti scrivevano quello che volevano ed in questa lista erano inclusi anche i manager più importanti.

I mutuati prendevano in prestito anche oltre il 90 per cento del valore della loro casa. Se qualcosa andava storto avrebbero solo dovuto abbandonare il mutuo senza rimetterci di tasca propria. Come a dire: se non riesco a pagare i ratei dei mutui non perdo quasi nulla dei miei capitali, quindi perchè non rischiare se me lo concedono senza obiezioni particolari? Ci furono 8.000 prestiti del genere ed avevano il voto della tripla A, erano considerati cioè titoli sicuri come quelli di stato.

Henry Paulson venne nominato da George Bush Segretario del Tesoro. Egli dovette vendere le sue azioni della Goldman Sachs valutate 485 milioni di dollari, ma grazie ad una legge voluta da Bush padre risparmiò 50 milioni in tasse che altrimenti avrebbe dovuto pagare. Nel 2006 la Goldman Sachs vendeva le CDO e poi scommetteva contro di esse, mentre contemporaneamente le spacciava ai suoi clienti come investimenti di alta qualità. Comprando i CDS della AIG poteva scommettere contro le CDO che non possedeva e la stessa Goldman Sachs guadagnarci quando le CDO crollavano. Nel 2007 un terzo di tutti i mutui erogati non era stato ancora restituito e non sarebbe mai stato pagato. 

La Goldman Sachs comprò almeno 22 miliardi di dollari di crediti CDS dalla AIG, al punto da temere che la AIG stessa potesse finire in bancarotta e così spese 150 milioni di dollari per assicurare se stessa contro un potenziale collasso della AIG. Poi nel 2007 andò anche oltre, vendendo delle CDO specificatamente disegnate in modo che più soldi perdevano i clienti e più la Goldman Sachs ancora ne guadagnava.

Le tre agenzie di rating: Moody’s, Standard & Poors e Fitch guadagnarono miliardi dando il massimo dei voti a titoli rischiosi. Moody’s, la più grande agenzia di rating, quadruplicò i suoi guadagni fra il 2002 e il 2007. Esse venivano ricompensate in base ai rating che davano e più triple A assegnavano e più alti erano i guadagni per le società. Immaginate di andare al New York Times e di dire: se mi scrivete un articolo positivo vi pago 500.000 dollari, se non lo fate invece non vi do niente… Gli strumenti con la tripla A passarono da una manciata a migliaia e migliaia. Ma le agenzie si difesero, quando vennero chiamate in giudizio, dicendo che esse rilasciavano solo delle opinioni e che gli investitori non dovevano basarsi su di esse. Charles Ferguson, ribatte ironicamente: ‘…non hanno voluto condividere la loro opinione con noi… Hanno tutti rifiutato di essere intervistati per questo film…‘.

Terza parte: la crisi

Ben Bernanke fu nominato presidente della FED al posto di Alan Greenspan da George W. Bush, nel febbraio 2006, l’anno del maggior numero di prestiti subprime, ma nonostante ciò non fece nulla. Solo nel 2009 ammise che c’era un problema. Già nel 2004 l’FBI stava indagando su una frode definita epidemica del mercato dei mutui. Scoprì infatti valutazioni gonfiate, documentazioni alterate per ottenere i prestiti e svolgere altre attività fraudolente.  Nel 2005 l’economista Rajan aveva già avvertito sugli incentivi pericolosi che avrebbero potuto portare ad una crisi; Roubini, docente di economia alla New York University e specialista di analisi finanziarie, lanciò l’allarme anch’esso al riguardo nel 2006; gli articoli dell’esperto giornalista economico Alan Sloan sul Fortune Magazine e  Washington Post nel 2007 furono altrettanto eloquenti e si sommavano ai numerosi avvertimenti del FMI. Nel maggio 2008 il manager dei fondi speculativi Bill Hackman fece circolare una presentazione intitolata ‘Chi e’ il capro espiatorio?‘ nella quale descriveva per filo e per segno come la bolla speculativa sarebbe esplosa ed all’inizio del 2008 Charles Morris, definito uno dei saggi di Wall Street, ex avvocato e banchiere,  pubblicò il suo celebre libro sull’imminente crisi ‘The Trillion Dollar Meltdown’.

Nel 2008 i pignoramenti delle case si erano moltiplicati e la catena della ‘cartolarizzazione’ implose. I finanziatori non potevano più vendere i loro prestiti alle banche d’investimento e conseguentemente persero valore. Cominciarono i fallimenti, il mercato delle CDO collassò lasciando le banche d’investimenti con centinaia di miliardi in prestiti CDO e immobili che non potevano vendere. Sia l’amministrazione Bush che la Federal Reserve reagirono con lentezza, non capirono la gravità della cosa. La recessione era già iniziata quattro mesi prima che Paulson dichiarasse al G7 di Tokyo del 2008 che l’economia era ancora in una fase di crescita. A settembre 2008 lo stesso Paulson annunciò il rilevamento federale di FannieMae e Freddie Mac i due giganti dei mutui sull’orlo del collasso. Dopo due giorni la Lehman Brother’s annunciò perdite record per 3,2 miliardi di dollari e le sue azioni crollarono. Alla Bear Stearn’s fu dato un rating di doppia A due mesi prima di finire in bancarotta. La Lehman Brother’s ebbe anch’essa una doppia A pochi giorni prima di fallire e così pure la AIG pochi giorni prima di ricevere l’aiuto del governo. La FannieMae e Freddie Mac ottennero addirittura la tripla A quando furono salvate. Frederic Mishkin, membro della FED, diede le dimissioni nell’agosto 2008 nel mezzo della crisi perché a suo dire doveva rivedere un libro di testo e la Federal Reserve si trovò con tre seggi vacanti su sette.

A settembre la Lehman Brother’s era sul lastrico. Henry Paulson e Timothy Geithner, divenuto nel frattempo presidente della FED, convocarono un meeting con i maggiori banchieri per salvare la Lehman’s. Ma anche la Merrill Lynch era sull’orlo del fallimento e quel sabato di metà settembre fu comprata dalla Bank of America. L’inglese Barclays era interessata a comprare la Lehman Brother’s ma chiese una garanzia finanziaria da parte del governo che Paulson rifiutò. Lo stato americano era ancora convinto che per calmare i mercati fosse necessario dichiarare la bancarotta della Lehman’s mentre altri economisti avvertivano che ciò significava scatenare una crisi apocalittica, una sorta di ‘armageddon’. Paulson e la FED non si erano consultati con gli altri governi e non erano al corrente delle conseguenze che comportava per le leggi straniere la bancarotta. L’ufficio di Londra della Lehman Brother’s venne immediatamente bloccato e tutte le transazioni improvvisamente si fermarono. I fondi speculativi che avevano cespiti con la Lehman’s a Londra scoprirono che non potevano più recuperare i loro beni. Un componente vitale dell’apparato economico aveva fallito creando un’enorme onda d’urto nel sistema. Il business si era fermato.

La AIG doveva 13 miliardi di dollari ai proprietari di CDS, ma non aveva i soldi ed il governo ne assunse quindi il controllo chiedendo inoltre al Congresso 700 miliardi di dollari per salvare le banche. L’alternativa sarebbe stata un collasso finanziario catastrofico. Fu un arresto cardiaco del sistema finanziario globale. Furono pagati i creditori della AIG fra i quali spiccava la Goldman Sachs con 61 miliardi. Paulson, Bernanke e Geithner costrinsero la AIG a pagare il prezzo intero anziché transare per ottenere prezzi più bassi. Alla fine tutto ciò costò ai contribuenti oltre 150 miliardi di dollari. Dei 700 miliardi ottenuti dal Congresso, 160 passarono per la AIG, 14 andarono alla Goldman Sachs e contemporaneamente la troyka costrinse la AIG a rinunciare a denunciare la Goldman Sachs e le altre banche. La conclusione di Ferguson in merito è la seguente: ‘…non c’è qualcosa di sbagliato quando la persona incaricata di gestire la crisi è l’ex direttore generale della Goldman Sachs, qualcuno che ha creato la crisi stessa?…‘.

Nonostante ciò la crisi continuò e dilagò in tutto il mondo. La General Mothors e la Chrisler erano sull’orlo del fallimento e l’industria manifatturiera in Cina crollò, provocando oltre dieci milioni di disoccupati. In un mondo globalizzato le economie sono infatti tutte collegate. I pignoramenti riguardarono milioni di persone, molti dei quali finirono a vivere in tende di fortuna.

Quarta parte: responsabilità

Gli uomini che avevano distrutto le loro stesse compagnie e portato il mondo nella crisi si allontanarono dai rottami con le loro fortune intatte. I cinque maggiori manager della Lehman Brother’s guadagnarono oltre un miliardo di dollari fra il 2002 e il 2007 e quando la società finì in bancarotta poterono conservare i loro soldi.

Angelo Mozilo, amministratore delegato della Countrywide, guadagnò 470 milioni tra il 2003 e il 2008, 140 dei quali vendendo le sue azioni l’anno prima del collasso.

Stan O’Neill amministratore delegato della Merrill Lynch guadagnò 90 milioni fra il 2006 e il 2007. Dopo aver condotto la sua compagnia nel baratro il consiglio di amministrazione gli permise di dimettersi con 161 milioni di liquidazione: era stato lui stesso a nominarlo! Il suo successore John Thain venne pagato 87 milioni nel 2007 e a dicembre del 2008, dopo che la compagnia era stata salvata con i soldi dei contribuenti, distribuì miliardi di bonus ai dipendenti.

Dominique Strass-Khan, direttore manageriale del FMI (che in seguito fu coinvolto nella querelle della cameriera dell’hotel di New York che l’accusò di stupro, poi prosciolto e secondo alcuni addirittura vittima di un complotto), partecipò ad una cena organizzata da Henry Paulson, presente qualche funzionario ed un paio di amministratori delegati delle banche ed egli raccontò che, sorprendentemente, questi signori stavano dicendo che erano troppo avidi e che la responsabilità della crisi era loro. Poi si rivolsero a Paulson dicendo che doveva introdurre più regolazioni perchè altrimenti sarebbero inevitabilmente ricaduti in tentazione. In realtà questo atteggiamento era soltanto dovuto al fatto che in quel momento avevano paura, ma quando una soluzione alla crisi prese forma, cambiarono rapidamente idea.

Le banche diventarono meno numerose perché alcune ne assorbirono molte altre e quindi ostacolarono con ancora più forza ogni regolamentazione. La loro influenza politica crebbe conseguentemente.

Glenn Hubbard, capo consigliere economico di Bush e preside della Columbia Business School, dichiarò a Ferguson durante l’intervista che accettò di fare, di non credere che la professione di economista accademico avesse un problema di conflitto di interessi, perché la maggior parte di essi non sono uomini facoltosi. Lui stesso guadagna 250.000 dollari l’anno come componente del board della Met Life e prima era nel consiglio della Capmark Financial Corporation la quale finì in bancarotta nel 2009 ed era inoltre consulente di molte altre società finanziarie.

Laura Tyson e’ una professoressa dell’università della California a Berkeley. Era a capo dei consiglieri economici di Clinton e poi direttrice del consiglio economico nazionale. Poco dopo aver lasciato il governo si unì al consiglio della Morgan Stanley dalla quale riceve 350.000 dollari l’anno. Ruth Simmons presidentessa della Brown University guadagna più di 300.000 dollari l’anno nel consiglio della Goldman Sachs.

Larry Summers, protagonista della de-regolamentazione dei derivati quando era a capo del tesoro, divenne presidente di Harvard nel 2001 e nel frattempo guadagnò milioni come consulente di fondi speculativi ed altrettanti come oratore delle banche d’investimento.

Frederic Mishkin dichiarò un patrimonio netto fra i 6 ed i 17 milioni di dollari. Fece uno studio sul sistema finanziario islandese dichiarandolo regolato e sicuro. Fu pagato 124.000 dollari dalla camera di commercio islandese per redigere questo report.

All’apice della bolla Hubbard fu coautore di un saggio assieme a William Dudley, capo economista della Goldman Sachs, nel quale elogiava i derivati e la catena di ‘cartolarizzazione’ affermando che avevano migliorato l’allocazione dei capitali e che potenziavano la stabilità finanziaria. Scrisse che l’economia era meno volatile e le tensioni si erano fatte più sporadiche e meno forti. Secondo lui i derivati stavano proteggendo le banche e le aiutavano a distribuire i rischi. E’ un pò come se un ricercatore medico scrivesse un articolo dicendo che per curare una certa malattia bisogna prescrivere una certa medicina e si scoprisse poi che l’ottanta per cento dei guadagni di quel dottore arriva dai produttori medesimi di quella stessa medicina.

Quinta parte: la situazione attuale

Gli Stati Uniti persero la leadership di settori come il manifatturiero e le auto; rimasero i primi nel campo dell’informatica nel quale posizioni ben retribuite erano ancora relativamente facili da trovare, ma quei posti di lavoro richiedevano anni di studio in università che costavano sempre più e che molti cittadini americani non si potevano più permettere e ciò aumentò le diseguaglianze fra gli strati sociali.

Mentre le università più prestigiose ricevevano miliardi di dollari in sovvenzioni, quelle pubbliche erano sempre più povere e costrette ad aumentare le rette. In California nell’università pubblica la retta passò dai 650 dollari del 1970 agli oltre 10.000 del 2009. Nel frattempo la politica fiscale degli americani cambiò in favore dei più ricchi.

I tagli fiscali progettati da Hubbard, capo consigliere economico di Bush, furono quelli di ridurre le tasse sugli investimenti utili, sui dividendi ed eliminare le tasse di successione. La maggior parte dei benefici andò al più ricco un per cento della popolazione. Il livello di diseguaglianza economica negli USA diventò il più alto fra i paesi più sviluppati. Le famiglie americane furono costrette a lavorare di più e ad aumentare il loro indebitamento. Esse chiesero soldi in prestito per tutto: casa, auto, assicurazione sanitaria ed educazione dei figli. La maggior parte delle persone perse molti soldi fra il 1980 ed il 2007, che sono andati tutti a quell’un per cento dei più ricchi. Per la prima volta dopo molto tempo gli americani erano più poveri dei loro genitori.

Obama parlò di riforme dell’industria finanziaria e di regolatori dei rischi patrimoniali, di protezione per i consumatori e si disse disposto a cambiare la cultura di Wall Street. Ma quando le riforme furono messe in atto si rivelarono deboli e nei riguardi delle Agenzie di Rating, delle compensazioni e delle lobby non fu proposto niente di significativo.

La risposta alla più semplice delle domande (ovvero: perché?) è che si trattava comunque di un governo di Wall Street… Timothy Geithner  divenne Segretario del Tesoro; come nuovo presidente della FED fu eletto William Dudley ex capo economista della Goldman Sachs; capo del personale del Tesoro divenne Mark Patterson ex lobbista della Goldman e Senior Advisor fu nominato Lewis Sachs sovrintendente della Tricadia, società fortemente compromessa nelle scommesse contro le azioni dei mutui che vendeva. A guidare la Comodity Futures Trading Commission, Obama nominò un ex dirigente della Goldman Sachs e persino come capo consulente economico nominò Larry Summers. I più importanti consulenti economici erano ancora quelli che avevano creato tutto questo drammatico scenario. L’ammistrazione Obama resistette a regolare il compenso bancario nonostante le pressioni dei paesi Esteri. L’industria finanziaria è un servizio e dovrebbe essere utile agli altri prima che a se stessa (aveva dichiarato l’allora ministro francese).

Nel 2010 i paesi europei misero in atto la regolamentazione delle banche e l’amministrazione Obama non rispose neppure. Nel 2009 Obama confermò alla FED Ben Bernanke.

A metà del 2010 non un singolo dirigente finanziario era stato perseguito penalmente o arrestato. Non è stato nominato alcun procuratore speciale, non una singola azienda finanziaria fra quelle compromesse è stata perseguita per frode azionaria o contabile. L’amministrazione Obama non ha minimamente cercato di recuperare i compensi dati ai dirigenti finanziari durante la bolla speculativa.

Nel 2009 mentre la disoccupazione raggiungeva i livelli più alti degli ultimi 17 anni, la Morgan Stanley pagava bonus ai suoi dipendenti per oltre 14 miliardi di dollari e la Goldman Sachs oltre 16. Nel 2010 anche di più…

Perché un ingegnere finanziario dovrebbe guadagnare da quattro a cento volte più di un vero ingegnere? Un vero ingegnere costruisce ponti, un ingegnere finanziario costruisce solo sogni e quando si trasformano in incubi sono altri a farne le spese…‘.

 

 

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