Film: ‘Omicidio a Luci Rosse’

OMICIDIO A LUCI ROSSE

Titolo Originale: Body Double

 Nazione: USA 

Anno:  1984  

Genere:  Thriller

Durata:  114′  Regia: Brian De Palma

Cast: Craig Wasson (Jake Scully), Melanie Griffith (Holly Body), Gregg Henry (Sam Bouchard), Deborah Shelton (Gloria Revell), Guy Boyd (Jim McLean), Dennis Franz (Rubin il regista), Rebecca Stanley (Kimberly Hess), Al Israel (Sid Goldberg)

 

TRAMA: Jack Scully è un modesto attore di film horror di basso livello il quale soffre però di claustrofobia. Un bel problema dovendo girare scene che comportano l’uso di bare e tombe. Difatti in una di queste egli subisce una sorta di paralisi che costringe la troupe ad interrompere le riprese e soccorrerlo prontamente. Jack è anche sfortunato perché, tornando a casa, scopre la moglie a letto con un altro e siccome la proprietà è della consorte, in breve si ritrova senza lavoro e senza dimora. In suo soccorso viene Sam, attore a sua volta, il quale sentendo per caso Jack mentre racconta le sue disavventure ad una terza persona, si offre di aiutarlo, invitandolo a soggiornare dentro un avveniristico appartamento che ha avuto in prestito lui medesimo. Sam deve assentarsi per qualche giorno e si mostra felice di aiutare nell’immediato lo sfortunato collega. L’inusuale e lussuoso alloggio appare persino esagerato a Jack, al quale Sam affida solo il compito di annaffiare le numerose piante che arredano l’appartamento. Nel mentre gli mostra un potente cannocchiale dal quale è possibile assistere da vicino, attraverso le ampie vetrate di una casa poco distante e praticamente ad orario fisso ogni sera, l’esibizione erotica di una seducente e bellissima donna, la quale sembra esercitarsi da sola come se si dovesse preparare ad intrattenere in seguito un pubblico di ammiratori. Per Jack diventa una sorta di ossessione irresistibile, sinché alcune sere dopo si accorge che non è solo ad osservare quello spettacolo. Un uomo dalla fisionomia di un pellerossa osserva la stessa scena di nascosto sul tetto di un’altra casa e quel che è peggio il giorno dopo Jack lo scorge casualmente mentre segue furtivamente la stessa donna. Egli si mette quindi sulle tracce dei due, sino ad arrivare ad una spiaggia nella quale l’uomo strappa la borsetta alla donna e fugge. Jack allora lo insegue e sarebbe in grado di riprenderlo se la corsa non finisse dentro un tunnel dove egli subisce una nuova crisi di claustrofobia. Essendo completamente bloccato, può soltanto limitarsi ad osservare l’aggressore che svuota la borsetta prendendo un unico oggetto: qualcosa che assomiglia ad una carta di credito, per poi allontanarsi ebbro di gioia. Raggiunto dalla donna, Jack se non altro ha l’occasione di conoscerla personalmente e di ricevere un bacio appassionato, prima che lei si dilegui a sua volta. La sera stessa egli assiste con il cannocchiale all’irruzione del rapinatore nell’appartamento ed una nuova aggressione alla donna, in realtà la ricca Gloria Revell, con l’intento però stavolta di ucciderla; cerca precipitosamente di raggiungerla, ma arriva troppo tardi. Grazie ad alcuni testimoni Jack è in grado di dimostrare la sua estraneità ai fatti seppure il commissario lo considera comunque un pervertito sospetto. Alcune sere dopo mentre guarda mezzo ubriaco e distrattamente un film erotico in TV, vede la protagonista che si muove in maniera identica alla donna che è appena stata uccisa; egli è convinto anzi che si tratti della stessa persona ed allora rintraccia la casa di produzione cinematografica e dopo un provino riesce a farsi assumere a sua volta per interpretare un film porno proprio con quell’attrice. Il mistero si tinge quindi di giallo sino ad un finale dalle tinte decisamente macabre.       

VALUTAZIONE: l’omaggio di Brian De Palma a due dei suoi autori preferiti del genere giallo-thriller, ovvero Alfred Hitchcock e Dario Argento. Del primo ha ripreso l’avvolgente stile narrativo e l’impronta ironica che riesce a convivere parallelamente ed armoniosamente con un’atmosfera di tensione. Del secondo ha fatto sua la lezione sulle paure inconsce che si trasformano in incubi ed in sequenze adrenaliniche di terrore. Un film che è diventato a sua volta un classico e grazie al quale si è affermata definitivamente la giovane Melanie Griffith, ma che mostra il suo lato debole nell’anonimo protagonista.

 

Ci sono film stranieri il cui titolo originale viene stravolto dalla distribuzione italiana allo scopo di renderli più appetibili e vicini ai gusti del pubblico nostrano, provocando in alcune circostanze delle vere e proprie eresie. Da museo degli orrori, ad esempio, è stato il caso del titolo del film francese di Francois Truffaut ‘Domicile Conjugal’, il quale è stato tradotto bislaccamente in ‘Non drammatizziamo… è solo questione di corna’, stravolgendo completamente il senso ed il significato di una commedia raffinata, facendola apparire come un prodotto facilmente equivocabile, se non proprio becero e volgare.

Nel caso di ‘Omicidio a Luci Rosse’, il quale nasce con il titolo originale di ‘Body Double’, si può affermare invece che, pur essendo stato ignorato l’evidente ed allusivo doppio senso contenuto in quest’ultimo, per renderlo più esplicito e di facile appeal per il nostro pubblico, perlomeno il riferimento al contesto è rimasto inerente alla natura del film.

Un titolo come ‘Doppio Corpo’ in effetti non sarebbe stato molto attraente, diciamolo, anche se in realtà l’opera di Brian De Palma è costruita sul concetto di fraintendimento ed ambiguità, sui quali un autore come Alfred Hitchcock ha giocato molto nel corso della sua straordinaria carriera ed il film in oggetto è un riverito omaggio proprio a quel maestro del quale il regista americano di origine italiana è un dichiarato ammiratore. ‘Body Double’ in ambito cinematografico anglosassone sta anche a significare ‘controfigura’, un ruolo spesso indispensabile per girare scene nelle quali il o la protagonista di turno non può o non vuole assumersi rischi d’incolumità fisica (si chiamano ‘stuntman’ allora, in questo caso, le persone che si sostituiscono alle stars e che a volte sfidano apertamente persino la morte)  oppure semplicemente non vuole farsi riprendere in sequenze di nudo ed in bollenti performance erotiche. Ne abbiamo un esempio proprio nella scena di chiusura di ‘Omicidio a Luci Rosse’ nella quale l’attrice principale si fa sostituire sotto la doccia da una controfigura nel momento in cui, da un primo piano sul volto, l’inquadratura passa a scorrere sul suo corpo nudo, un attimo prima che la macchina da presa torni sul viso ed il vampiro che è apparso dietro le sue spalle nel frattempo la morda sul collo in un classico rituale del genere horror. E’ naturalmente compito del montaggio assemblare poi questi tre momenti come se fossero stati girati sempre dalla stessa attrice.

‘Body Double’ anche perché il suo significato letterale è insito nella natura, per così dire, del mondo a luci rosse, nel quale la storia narrata nel film finisce per trovare alimento e dove gli interpreti, com’è noto, mettono a disposizione il loro corpo nello svolgere un mestiere particolare, per così dire; lo stesso corpo che poi, ad di fuori della finzione scenica, dovrebbe consentire loro una soddisfacente e realistica vita sentimentale e sessuale privata. A volte ci si chiede come facciano queste persone a far convivere le due opposte condizioni, ma è un interrogativo che esula dal tema del film e quindi lo lasciamo da parte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Nello specifico però c’è anche un’altra ragione legata al significato del doppio: di chi è veramente il bel corpo di donna che si mostra generosamente ogni sera alla stessa ora a Jack Scully, il quale in un crescendo di eccitazione osserva con un cannocchiale la scena nella quale lei si trova sola dentro casa ed esegue un’esibizione per un pubblico immaginario che ricorda un po’ nello stile la ‘lap dance’? Il doppio in questo caso è riferito alla presunzione che quel corpo appartenga a Gloria Revelle, la quale viene però in seguito brutalmente assassinata. Ma allora che ruolo ha nella storia un’altra donna chiamata Holly Body che Jack scopre casualmente, guardando un video hard in TV mentre esegue per filo e per segno lo stesso numero ed ha anche un corpo perfettamente sovrapponibile a quello della vittima?  E ‘body’, come oramai sappiamo, significa appunto corpo. Insomma siamo di fronte ad una scatola cinese nella quale viene attirato il povero Jack, il quale sperava di aver già pagato un alto prezzo al destino avverso rimanendo senza lavoro, senza moglie e senza casa ed invece si ritrova pure coinvolto in una conturbante storia nella quale rischia, lui per primo, di fare una brutta fine.

Il ruolo del voyeur non è nuovo al cinema. Tanto per rimanere nell’ambito delle citazioni, sempre Hitchcock ha realizzato nel 1954 un’opera capitale al riguardo che s’intitola ‘La Finestra Sul Cortile’. Brian De Palma, considerando che ha girato il suo film trent’anni dopo, ha scelto un contesto molto più esplicito del cortile di un condominio qualsiasi nel quale un temporaneo infermo, per ingannare il tempo, diventa un acuto osservatore delle abitudini dei suoi vicini, entrando nella loro privacy grazie ad un paio di binocoli e la fotocamera, sino ad appassionarsi a quel ruolo. Grazie ad un coinvolgente jingle di Pino Donaggio, autore delle musiche, perfettamente adeguato alla situazione che vede Jack attratto come una calamita dal cannocchiale per assistere alla puntuale esibizione serale, De Palma ha realizzato un’opera che, vista ancora oggi, conserva un convincente fascino descrittivo ed una notevole carica erotica, nonostante, tranne il nudo in primo piano nella scena finale già citata ed un altro paio di accenni hot, per il resto non è che mostri granché dal punto dal punto di vista puramente sessuale, in ossequio al falso puritanesimo del cinema americano di stampo hollywoodiano.

Di sicuro questo film ha lanciato prepotentemente sulla ribalta Melanie Griffith, la quale grazie al suo personaggio conturbante è rimasta per alcuni anni un’icona erotica, abile in seguito a riproporsi in un genere più vicino alla commedia di costume. Melanie è figlia di Tippi Hedren, protagonista di ‘Marnie’ e ‘Gli Uccelli’ di Hitchcock, del quale quest’ultima subì a lungo le avance durante le riprese, sino a quando, negandosi, il celebre regista non le offrì in seguito altre parti e ciò contribuì a complicare decisamente la sua carriera. Melanie Griffith riesce al tempo stesso ad essere sensuale ma non volgare, perfettamente in linea con il personaggio della pornostar in tempi nei quali questa industria stava muovendo i primi passi, perlomeno dal punto di vista mediatico. Ciò che la distingue, secondo lo stesso Jack è il suo sorriso ammaliante, anche se egli può apprezzarlo soltanto dopo averla conosciuta di persona, mentre prima è stato decisamente colpito dal suo corpo che si muove sensualmente durante l’oramai nota esibizione. 

‘Omicidio a Luci Rosse’ è un ‘cult’, come si dice dei film che resistono negli anni e che possono contare su schiere di appassionati ammiratori che ne conservano la memoria e sono disposti a rivederli con piacere anche a distanza di tempo. Rivisto oggi a quasi trent’anni dall’uscita non perde quasi nulla dal punto di vista estetico, narrativo ed emotivo. I pregi ed i difetti che emergono sono indipendenti insomma dalla sua data di realizzazione. L’inizio ad esempio è folgorante: un piano sequenza di un paio di minuti che comincia sui titoli di testa, corredato da un inquietante sonoro di lupi ululanti, come si conviene ad un classico film horror, con zoomata fra le tombe di un lugubre cimitero in una notte ovviamente nebbiosa. Per poi scendere con la macchina da presa sotto la linea immaginaria del suolo e soffermarsi sull’interno di una bara, vista in sezione, allo stessa stregua di certi documentari che illustrano gli animali che vivono dentro tane sotterranee come se fossero in piena luce e visibili dall’esterno.

Sdraiato all’interno della bara c’è un vampiro, interpretato da Jack Scully, truccato secondo i canoni ma anche simile ad una rock star un pò datata, il quale non appena l’inquadratura s’avvicina al suo volto, sfodera una perfetta e terrificante espressione che mette in risalto due occhi insanguinati ed una coppia di appuntiti, lunghi e minacciosi canini. Una sequenza sin qui praticamente perfetta, che sicuramente riesce a spaventare parecchi spettatori sensibili, se non fosse che ci si accorge subito dopo che qualcosa non funziona. La smorfia del vampiro resta tale, bloccata per alcuni interminabili secondi, anziché farlo emergere da quella scomoda posizione scoperchiando la bara, come siamo soliti assistere nei classici del genere ed in particolare gli ‘immortali’ (anche qui, volendo, c’è un doppio senso) della casa di produzione Hammer, interpretati dal mitico Christopher Lee ed il suo rivale Peter Cushing con la regia di Terence Fisher. Sinchè, tornando al nostro caso, si sentono le voci fuori quadro del regista e della troupe i quali, allarmati, interrompono le riprese e si prodigano a tirare fuori il povero malcapitato da quella imbarazzante situazione determinata da una malaugurata crisi di claustrofobia. In questa scena sono già riassunti alcuni dei caratteri distintivi di quest’opera, che passa con disinvoltura dal terrore al comico ed al drammatico, ovviamente in chiave volutamente ironica.

Nella sequenza successiva Jack torna a casa come un cane bastonato dopo la figuraccia rimediata sul set ed anziché trovare ad aspettarlo la sua cara mogliettina per farsi consolare, entrando sente dei mugolii e qualsiasi spettatore medio ne intuisce immediatamente la natura, tranne lui evidentemente, ancora un pò confuso da quello che gli è appena successo. Dopo aver prudentemente sbirciato dentro ogni stanza, quasi volesse riservarsi il gusto di fare una sorpresa alla sua metà,  Jack si ritrova infine faccia a faccia con lei in camera da letto, mentre è nuda a cavalcioni di un amante, giusto il tempo di rendersi conto con disgusto che il suo sguardo cambia rapidamente da un’espressione di piacere, alla sorpresa ed infine alla constatazione di chi, prima o poi, evidentemente s’aspettava di essere scoperta, avendo già superato il momento del rimorso. La breve sequenza che vede i due amanti ansimanti nell’atto amoroso costituisce da un lato un momento, per quanto fugace, di sesso esplicito che non è facile trovare in un film americano non dichiaratamente erotico di quegli anni e dall’altra il punto di svolta dalla parte semiseria iniziale a quella nella quale Jack si trova d’improvviso senza lavoro, senza moglie e senza casa, dato che quest’ultima, per colmo di sfortuna, ne è la proprietaria.    

Brian De Palma ha scelto quindi di partire da uno stile in altalena fra il serio ed il grottesco, per virare poco dopo sul dramma personale di un uomo che ha perso tutto, incredibilmente, nel giro di poche ore, ma che grazie all’inaspettato colpo di fortuna rappresentato da Sam, il quale si offre generosamente di ospitarlo, recupera un minimo di fiducia per potersi riprendere, senza immaginare che sta  per cadere poco dopo in una trappola tesa sfruttando la sua momentanea vulnerabilità e solitudine, oltre ad una predisposizione naturale al ruolo di guardone. Evidentemente qualcuno ha seguito Jack nel frattempo, ha considerato opportunamente il suo problema riguardo la claustrofobia ed ha approfittato della sua crisi psicologica conseguente la separazione dalla moglie, per concludere che egli possiede le caratteristiche proprie della vittima sacrificale, relativamente facile incastrare addossandogli colpe e responsabilità che non ha riguardo l’assassinio di una donna. L’affascinante e ricchissima Gloria Revell è difatti l’obiettivo da eliminare a tutti i costi da parte di qualcuno e Jack giunge a proposito, dapprima come testimone oculare e poi come probabile sospetto perchè non può negare di aver spiato la donna, persino pedinata ed essersi introdotto in casa sua nello stesso momento nel quale l’assassino ha colpito, dileguandosi subito dopo. L’irruzione nell’abitazione di Gloria da parte dell’uomo dalla fisionomia di un pellerossa, sembrava inizialmente finalizzata a compiere un furto ed invece si è trasformata in una vera e propria esecuzione, con tanto di particolari grandguignoleschi.  

Ed è in quel momento che, metaforicamente, Hitchcock passa il testimone a Dario Argento, un autore che è diventato in quegli anni un punto di riferimento del cinema horror più agghiacciante e sanguinolento superando i confini della patria per produrre una sequela di ammiratori e seguaci sparsi per tutto il mondo della celluloide, incluso Brian de Palma evidentemente. La scena del trapano è raccapricciante e lo è ancor di più in confronto ai toni assunti dal film sino a quel momento, ma anche in questo caso il regista americano trova il modo di conciliare Hitchcock ed il nostro Argento, concedendosi una pausa che possiamo definire umoristica quando il filo corto di alimentazione del trapano collegato alla presa di corrente a muro si stacca un secondo prima dell’attimo decisivo, lasciando supporre che la vittima possa averla scampata o essere risparmiata; una breve pausa soltanto, prima che l’assassino alimenti nuovamente l’improvvisata ma letale arma, prima di affondare il terribile e colpo decisivo.

‘Omicidio a Luci Rosse’ è un’opera di crescente tensione che cambia pelle nel corso del suo svolgimento, concedendosi anche una coraggiosa incursione in un ambito che sarà pure decisamente più complesso e controverso di quello che appare in questa occasione, come nel caso dell’hardcore, ma dentro il quale Jack s’immerge senza esitazioni pur d’incontrare Holly Body e da vittima ingenua e designata si trasforma egli stesso in un tenace segugio il quale riesce a risolvere una situazione particolarmente intricata per la quale lo stesso commissario che sta conducendo le indagini è ben lontano dal trovare il bandolo della matassa. Nella già citata scena finale sotto la doccia, durante la quale si sta girando, appunto, un film hard-horror di scarso livello con una pretestuosa scena di nudo, la controfigura designata avvisa Jack, ancora una volta truccato nei panni del vampiro, di stare attento a non sfiorarle troppo i capezzoli, resi particolarmente sensibili dalle mestruazioni in corso. Un particolare risibile, se vogliamo, ma che anche in questo caso contribuisce ad evidenziare lo stile di un’opera che è abile a catturare e poi subito dopo spiazzare lo spettatore passando con nonchalance dalla presumibile tensione di un’imminente scena madre, quale è il morso sul collo della povera malcapitata di turno da parte dell’orribile vampiro, ad un’affermazione disarmante sul normale ciclo di una donna, seppure una battuta del genere riguarda di solito il ‘dietro le quinte’. Ed in effetti stiamo assistendo proprio alla preparazione di una scena che sta per essere girata: un film dentro un altro film insomma. Volendo fare una battuta, c’è da supporre che persino Dracula in persona, davanti ad un’affermazione del genere, si sarebbe probabilmente smontato. Eppure questa banale battuta non stona per nulla, contribuendo anzi a rendere ancora più realistico un mondo come quello della pornografia hard, generalmente atteggiato a club esclusivo per super-uomini e super-donne affamate di sesso, come se fossero macchine e non persone qualsiasi, con i loro comuni problemi contingenti. Tutto ciò perciò contribuisce a rendere ancora più piacevole questo film, nel complesso davvero inusuale nel genere giallo-thriller. 

Si diceva però all’inizio che non è tutto oro ciò che luccica e che insieme ai tanti pregi elencati c’è anche qualche difetto. Uno veniale lo troviamo nella scena del bacio appassionato fra Gloria e Jack, ad esempio, poco dopo l’uscita dal tunnel nel quale quest’ultimo aveva inseguito il borseggiatore, bloccato da una nuova crisi di claustrofobia, che appare francamente esagerata, per non dire bollente, manco si trattasse di un irresistibile colpo di fulmine, che poi tale non è, visto che subito dopo la donna si discosta da Jack come se si fosse appena ripresa da una trance e si fosse pentita per essersi lasciata andare in maniera così ingiustificata ed affrettata. Lo stesso mondo della pornografia cinematografica appare decisamente edulcorato. Niente a che vedere, per intenderci, con il quadro che un film come ‘Moana’ mette chiaramente a nudo. Inoltre, e questa è una mancanza più grave, appare sbagliata la scelta dell’attore protagonista, l’anonimo Craig Wasson il quale difatti viene letteralmente travolto dalla personalità, oltreché dall’appeal, di Melanie Griffith, vera star del film, anche se appare solamente a vicenda già ampiamente sviluppata.

Da segnalare infine pure la splendida sequenza musicale durante la quale Jack viene coinvolto da Frankie Goes to Hollywood, meteora musicale di quegli anni, nello spot del celebre brano ‘Relax‘, a sua volta doppiamente significativo perchè non solo è funzionale alla trama, dato che Jack ha deciso di entrare nel mondo del porno pur di avvicinarsi ad Holly Body, ma nell’ostentata ambiguità del suo interprete vocale si riassume quella dell’intera opera. Il risultato è un cocktail di generi generalmente antitetici fra loro che invece nell’occasione convivono miracolosamente: satira, giallo-thriller, commedia di costume, horror e comico.  Semplicemente uno dei punti più alti della filmografia di Brian De Palma.  

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.