Film: ‘Lost In Translation’

LOST IN TRANSLATION

Lost In TranslationTitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2003

Genere:  Commedia

Durata:  102’  Regia: Sofia Coppola

Cast: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Fumihiro Hayashi (Charlie Brown), Akiro Takeshita (Ms. Kawasaki), Francois Du Bois (pianista), Takashi Fujii (presentatore TV), Kunichi Nomura (Kun), Akira (Hans), Hiromix (se stessa) 

TRAMA: Bob Harris è una stella del cinema in declino il quale sfrutta la coda della sua popolarità facendo pubblicità ad un marchio di whiskey a Tokyo. Il ricco contratto che gli è stato assicurato vale la noia della partecipazione ad alcune sedute fotografiche e spot televisivi, seppure non capisce una parola di giapponese e tanto meno la loro cultura e tradizioni. A casa la moglie ed i figli sono abituati alla sua lontananza ed anche le telefonate fra loro sono sbrigative e scontate. Così egli passa gran parte dei tempi morti, fra una prova e l’altra, ad annoiarsi nella camera dell’hotel, contando i giorni mancanti alla fine del lavoro. Di notte frequenta spesso il piano bar della stessa struttura che resta sempre aperto; egli infatti ha anche problemi d’insonnia causati dal jet lag, ovvero il diverso fuso orario rispetto al paese di provenienza. Charlotte è invece la giovane e bella moglie di un fotografo americano ambizioso e super impegnato, il quale però la trascura, lasciandola spesso sola, preferendo correre dietro al successo che sembra sorridergli nella terra del Sol Levante. Anche lei, fresca di laurea in filosofia ma ancora senza lavoro, passa molto tempo in hotel tediandosi a guardare i programmi TV; telefonando a casa oppure provando ad immergersi, in cerca di distrazioni, dentro il formicaio di persone che popolano le strade della capitale giapponese. La notte, mentre il marito russa, spesso resta sveglia ed il piano bar diventa perciò anche per lei un rifugio ed una distrazione. L’incontro fra Bob e Charlotte è perciò facilitato ma fra loro non nasce un’intesa che scaturisce da un senso di rivalsa o dalla ricerca di nuove emozioni che sfociano poi di solito nel tradimento dei rispettivi partner, quanto semmai un feeling determinato da un ‘comun sentire’ e dalla scoperta di provare le stesse sensazioni di disagio e solitudine, nonostante la sensibile differenza d’età che c’è fra loro. Nei giorni successivi s’incontrano spesso e maturano una sempre maggiore confidenza. Quando il marito di Charlotte parte per un impegno improvviso fuori Tokyo, si ritrovano a passare molto tempo assieme e frequentare altre persone che la giovane ha conosciuto nel frattempo nell’ambiente dei fotografi, dalle quali ne consegue un’altra conferma che le luci, la vita frenetica e le follie notturne della metropoli nipponica non fanno per loro. Bob è arrivato alla conclusione del periodo relativo all’accordo pubblicitario ma decide di accettare la partecipazione ad un programma televisivo, che aveva rifiutato in precedenza, pur di restare ancora qualche giorno in Giappone, nel mentre che Charlotte è andata in visita turistica a Kyoto. La notte precedente il ritorno di quest’ultima, Bob beve un bicchiere di troppo nel solito piano bar dell’hotel e finisce a letto con la cantante. Al risveglio nella sua camera egli fatica a realizzare quello che è accaduto, ma viene sorpreso da Charlotte in compagnia della sua amante. I loro rapporti si raffreddano e il pranzo successivo che consumano comunque assieme si svolge nel silenzio ed imbarazzo reciproco. Bob annuncia quindi a Charlotte che l’indomani ha deciso di tornare a casa. La sera si ritrovano ancora al piano bar ed i loro sguardi testimoniano, più di qualunque parola, la magica intesa che comunque si è creata fra loro nel frattempo. Bob non è più sicuro di voler partire e Charlotte vorrebbe che restasse. Il finale è tenero e sospeso, più vicino ad un arrivederci, piuttosto che ad un addio.

VALUTAZIONE:  Sofia Coppola evita i rischi narrativi più scontati e banali di una storia che coinvolge un uomo maturo ed un giovane donna, entrambi sposati ma in crisi d’identità. In una metropoli dominata da uno sfrenato consumismo e da un caleidoscopio di luci, per ritrovare se stessi può anche bastare l’empatia di uno sguardo nel piano bar di un hotel o trovare qualcuno disposto semplicemente al dialogo. Il finale di questa storia minimale è tutt’altro che scontato.                                                                                                                                                                              

Quando si dice che ‘buon sangue non mente’ un’ulteriore conferma la si trova in Sofia Coppola, figlia quarantatreenne dell’autore di pietre miliari come ‘Apocalypse Now’ e ‘Il Padrino’, la quale circa una dozzina d’anni fa ha girato quest’opera di sorprendente maturità per una regista soltanto alla seconda prova dietro la macchina da presa, dopo l’esordio in sordina con ‘Il Giardino Delle Vergini Suicide’ ed un paio di cortometraggi.

Lost in Translation 01Non sorprende più di tanto quindi l’Oscar assegnato alla sceneggiatura originale che Sofia stessa ha scritto, la quale ne ha anche diretto la trasposizione sul grande schermo con leggerezza, sicurezza ed inventiva, smontando con elegante naturalezza i cardini del genere di appartenenza con una storia che sonda i meandri della solitudine di un uomo e una donna, di nazionalità americana, i quali si conoscono a Tokyo, una metropoli che pure conta oltre tredici milioni di abitanti. La figlia di Francis Ford Coppola però ha mescolato le carte, ad iniziare dal titolo, ‘Lost in Translation’, al quale la distribuzione italiana ha avuto il ‘coraggio’ di aggiungere come suffisso… ‘L’amore tradotto’, insomma qualcosa che fa gridare vendetta. Nemmeno un traduttore automatico, di quelli che si trovano facilmente in Internet, sarebbe stato capace infatti di arrivare a tanto e se solo fosse stata utilizzata la versione letterale, ‘Persi nella Traduzione’, sarebbe stata sicuramente meglio, seppure anch’essa non avrebbe certamente espresso la sottile ambiguità, provocazione o metafora che dir si voglia, contenuta nel titolo originale. 

Lost in Translation 12Il significato di ‘Lost in Translation’ potrebbe far pensare, in prima ipotesi, alle difficoltà di comprensione che provano i due protagonisti, Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson), i quali sono giunti, ognuno per suo conto e per ragioni diverse da quelle meramente turistiche, quando ancora erano sconosciuti, in un paese molto diverso per lingua e cultura come il Giappone. Scavando appena più a fondo nelle loro vicende personali si scopre però ben presto che entrambi non s’intendono più nemmeno con i rispettivi coniugi e le incomprensioni in questo caso non sono certamente linguistiche. Andando ancora più in profondità infine si comprende che, sia Bill che Charlotte attraversano una delicata fase esistenziale, ovvero, per rimanere ancorati al titolo un’altra volta, essi hanno difficoltà nel tradurre e dare un senso alle loro vite, sia per motivi d’età che di ruolo. Charlotte, pur essendo una donna molto bella e sposata da soli due anni con un fotografo di successo (ecco la ragione per cui si trova con lui a Tokyo) si sente sempre più sola perché il marito è tutto preso dalla carriera e troppo spesso l’abbandona per lunghe ore o addirittura per giorni interi, correndo dietro ai molteplici appuntamenti. Pur essendo laureata in filosofia, Charlotte non ha ancora un lavoro e questo non fa altro che aumentare la sua frustrazione ed il senso d’inutilità.

Lost in Translation 07Non è in una situazione migliore Bob, seppure al contrario dovrebbe sentirsi gratificato per essere stato invitato in Giappone, dove la sua immagine vale ancora un contratto milionario, per girare uno spot pubblicitario e scattare qualche foto, le cui gigantografie appaiono con sorprendente tempestività in bella mostra lungo le strade della capitale giapponese. Per uno che è oramai al tramonto della carriera attoriale, questo contratto è ‘grasso che cola’, come si dice in questi casi, nonostante egli non capisca un accidente di quello che gli viene detto durante le sedute sul set e molto poco gli interessa pure approfondire culturalmente il confronto con una civiltà tanto diversa dalla sua d’origine. Quando telefona a casa dove la moglie ed i figli, anche per via del fuso orario, hanno abitudini ed esigenze molto differenti dalle sue, i discorsi sono di disarmante routine e spesso le conversazioni finiscono per esaurirsi velocemente per mancanza d’argomenti, passando direttamente agli scontati saluti, come afferma lui stesso: ‘…se sei un attore cinematografico, sei sempre via da casa. Guardatemi ora, per esempio. Sei rinchiuso in un hotel, a migliaia di chilometri da casa, in un fuso orario del tutto diverso, e non vi è nulla di attraente in ciò. Non riesci a dormire, accendi la televisione nel mezzo della notte e non riesci a capire una parola di quello che dicono, e telefoni a casa, il che non ti dà il minimo conforto…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Lost in Translation 03Qualcuno potrà forse obiettare che Sofia Coppola, stante il malessere psicologico dei due protagonisti, non aveva alcuna necessità d’ambientare la sua storia a Tokyo, perché si sarebbe potuta svolgere, soprattutto in riferimento alle loro difficoltà esistenziali, in qualsiasi altra città degli stessi Stati Uniti. In effetti le ansie e gli stati d’animo dei due protagonisti sono solo in parte dovuti al fatto che si trovano in un paese straniero, nel quale semmai le conseguenze si sono acuite. Ci sono due considerazioni da fare a questo punto: la prima è che Charlotte e Bob s’incontrano nel piano bar dell’hotel dove si recano nottetempo, soffrendo entrambi d’insonnia per via dei problemi legati al jet lag o più presumibilmente perché il disagio interiore non permette loro di riposare come dovrebbero. Una condizione favorevole per spingere due stranieri che parlano la stessa lingua a solidarizzare fra loro, facilitandone il dialogo. 

Lost in Translation 16La seconda è che l’immagine che esce fuori di Tokyo, se si escludono appunto le didascalie in caratteri giapponesi, non è che poi sia molto diversa da quella di qualunque metropoli occidentale: problemi d’inquinamento e di sovrappopolazione inclusi, la sensazione che ognuno è comunque solo con se stesso, anche se cammina su strade super affollate, si percepisce esattamente come nelle nostre città. Ed in genere, più sono grandi e maggiore è anche il tasso d’indifferenza e di distanza fra le persone che ci vivono. Così come le luci delle insegne pubblicitarie sparate o riflesse dagli enormi palazzi del centro, oltreché nei locali notturni e nelle super attrezzate sale giochi non sembrano molto differenti, a parte che la maggioranza dei frequentatori ha i cosiddetti occhi a mandorla, da quelle che si trovano in USA o in Europa. Insomma non basta immergersi dentro una folla per sentirsi più in armonia con se stessi ed il mondo circostante, anzi molto spesso è persino peggio. Lo sa bene Charlotte che ci prova a volte ad uscire e curiosare lungo i viali pieni di gente indaffarata di Tokyo, ma quando torna in hotel non che si senta poi granché rinfrancata.

Lost in Translation 09Semmai questo caleidoscopio di colori e luci, che di notte illuminano la capitale giapponese facendola ancora di più assomigliare a New York o Las Vegas, testimoniano il processo di occidentalizzazione che sta subendo anche questa parte del mondo asiatico, perlomeno nelle metropoli, il quale contribuisce ad aumentare a dismisura il contrasto con la semplicità mistica e l’architettura legata ancora alla tradizione di Kyoto, come la stessa Charlotte ha modo di verificare durante una breve visita. Sofia Coppola è molto brava a giocare con questi contrasti ambientali, con gli scenari da luna park, le immagini riflesse nei vetri e le diverse prospettive che aumentano il senso di alienazione ed estraniazione, soprattutto se si confronta tutto ciò con la storia minimale che riguarda i due protagonisti. I quali non sono interessati a cogliere le eccitanti sollecitazioni del benessere economico e tecnologico, se poi il prezzo che devono pagare è rappresentato dall’assenza di dialogo e di risposte ai quesiti di natura interiore, in assenza d’interlocutori disposti a corrisponderle.

Lost in Translation 14Chiunque avesse avuto l’occasione di osservare Bill Murray nel film ‘Ricomincio da capo’ (clicca QUI se vuoi leggere il mio commento anche a questo film) troverà alcune analogie nei tratti caratteriali e dal punto di vista espressivo fra il meteorologo del film diretto da Harold Ramis ed il personaggio di Bob Harris, nell’opera in oggetto: uno e l’altro tendono ad assumere atteggiamenti cinicamente sardonici, che a volte diventano comici, altre un po’ patetici, oppure sfumano nel mero fatalismo. Una caratterizzazione che s’addice molto, fra l’altro, alla mimica facciale dell’attore americano: ‘…una delle cose che mi piacciono della recitazione è che, in qualche modo strano, ritorno ad essere me stesso...’.

Lost in Translation 04A ben vedere però fra lui e Scarlett Johansson c’è invece poco o nulla in comune. A guardarli semplicemente dal punto di vista esteriore, è una coppia disomogenea: lui è molto alto, lei invece, solo per abbracciarlo, si deve alzare sui tacchi con il rischio di perderli, sollevandosi, essendo decisamente più bassa; lui è parecchio più anziano (53 anni contro 19, quando è stato girato il film nel 2003) ed è già entrato in quella fase d’età nella quale più che agli obiettivi si guarda ai bilanci, mentre lei non ha ancora trovato la strada verso la quale indirizzarsi per realizzare le sue aspirazioni. Cosa li avvicina allora, a parte il sentimento della solitudine o, se volessimo banalizzare dando ancora credito ad una vecchia diceria, il fascino dell’uomo maturo che spesso attira le ragazze giovani che cercano in lui quella sicurezza ed esperienza (di solito assimilabile alla figura del padre) che gli riesce difficile trovare nei loro coetanei?

Dossier Lost in TranslationNon si tratta neppure di una questione di sesso spicciolo, pur essendo Scarlett Johansson neppure ventenne, ma già decisamente procace e con quell’espressione sensuale che ben conosce chi ne è stato conquistato due anni dopo, sino ad eleggerla al rango di sex symbol, nel film ‘Match Point’ di Woody Allen. Sofia Coppola infatti ha volutamente scantonato qualsiasi trappola che poteva facilmente portare una coppia annoiata e bisognosa di nuove emozioni a finire semplicemente dentro un letto per consolarsi vicendevolmente, seppure la sintonia degli sguardi e l’intesa alchemica che si sviluppa fra Charlotte e Bob, è tutt’altro che priva di sensualità ed attrazione sessuale.

Lost in Translation 02Se però Sofia avesse voluto metterla su questo piano probabilmente avrebbe scelto un protagonista maschile diverso, più giovane e dotato di un maggiore appeal, anziché il pur bravo, simpatico ed ironico Bill Murray, non propriamente definibile sexy però. Ciò fa ritenere che l’obiettivo dell’autrice fosse proprio quello di evidenziare questa incongruenza nella scelta del cast, puntando decisa invece a rimarcare l’ambito del rapporto di coppia che trova la sua consacrazione nella complementarietà dei caratteri e nel piacere puro e semplice di stare assieme. Quel ‘comun sentire’ che riesce a far vibrare e diventare importante anche una qualsiasi serata trascorsa dentro l’anonimo piano bar  di un hotel di Tokyo.

Lost in Translation 11Ed è esattamente quello che succede nel caso di Bob e Charlotte, per i quali in fin dei conti, essere a Tokyo, immersi nella caotica e godereccia vita notturna della capitale nipponica, oppure in qualunque altro posto non fa più alcuna differenza, essendo di gran lunga più piacevole raccontarsi l’un l’altra quello che provano e desiderano. Qualcosa di cui avevano smarrito il sapore da troppo tempo, non necessariamente finalizzato a tradire sessualmente i rispettivi partner, seppure in pratica una magica intesa a livello di testa è ancora più importante, impegnativa e profonda.

Lost in Translation 05Il finale scelto da Sofia Coppola è emblematico in tal senso. Non è per nulla usuale che un film si concluda con alcune parole sussurrate in un orecchio (incomprensibili fra l’altro per lo spettatore), in questo caso da parte di Bob a Charlotte, dopo averla scorta, inseguita e fermata fra la folla, scendendo dal taxi che lo stava portando all’aeroporto per tornare a casa. In precedenza si erano salutati piuttosto freddamente ed imbarazzati nella hall dell’hotel. Che cosa le avrà detto? Solo qualche parola carina di ringraziamento, oppure le ha dato appuntamento o semplicemente un arrivederci a quando anche lei tornerà dalla trasferta giapponese? La scelta è lasciata totalmente all’immaginazione dello spettatore; chissà, forse ha ragione chi ha suggerito l’ipotesi che le parole supposte dal singolo spettatore potrebbero essere migliori di quelle pronunciate realmente durante quella scena, che la sceneggiatura ha invece evitato a bella posta.

Lost in Translation 19Per assurdo le sequenze più movimentate di ‘Lost in Translation’, durante le quali comunque Sofia Coppola mette in evidenza le sue doti di sintesi nel catturare in un’immagine o breve sequenza il senso di una megalopoli come Tokyo, sono però anche quelle meno decisive a livello di contenuti, poiché siamo in presenza di un’opera che pone al suo centro il sottile filo dei sentimenti, delle sensazioni persino difficili da esprimere a parole. Tant’è che nel peggiore momento d’incomprensione fra Bob e Charlotte, è attraverso l’intensità dei loro sguardi che essi verificano quanto il loro legame si è sviluppato nel frattempo e grazie ad esso sia possibile superare persino la delusione per il tradimento che Bob,  in assenza di Charlotte, ha consumato la notte precedente con la cantante del piano bar.

Lost in Translation 18Non si pensi assolutamente però che ‘Lost in Translation’ è un film di noioso e sdolcinato romanticismo perché in realtà contiene pure parecchi momenti divertenti, con battute fulminanti come questa di Bob: ‘…Sai mantenere un segreto? Sto organizzando un’evasione dal carcere. Mi serve diciamo un complice. Prima dobbiamo andarcene da questo bar. Poi dall’albergo. Dalla città. E infine dal paese. Ci stai o non ci stai?…’. Oppure situazioni esilaranti come quando Bob, per rompere la monotonia, prova il tapis roulant nella palestra dell’hotel, o scende in piscina ed osservare sott’acqua i goffi movimenti delle partecipanti che stanno seguendo un corso di ginnastica. Oppure ancora quando accompagna in ospedale Charlotte che si è procurata una ferita al dito di un piede ed egli intrattiene un dialogo nonsense con un giapponese seduto di fianco a lui. Anche questo scambio di battute fra Bob e Charlotte è divertente e pungente al tempo stesso: ‘…Charlotte: Venticinque anni (di matrimonio, ndr) . Certo, fa impressione…’. ‘Bob: se calcoli che dormi un terzo della vita, fai fuori di colpo otto anni di matrimonio e scendi a sedici. Sempre meglio di niente. Hai appena diciott’anni e ti sposi. Riesci a controllare le curve, ma l’incidente è sempre in agguato…’ .

Dossier Lost in TranslationFra l’altro Sofia Coppola, contrariamente a quello che avviene di solito, ha girato il film in sequenza, nel senso che i vari ciak sono stati battuti seguendo la cronologia della storia e ciò pare sia dovuto al fatto che Bill Murray e Scarlett Johansson non si conoscevano di persona prima dell’inizio del film e l’autrice in tal modo, mescolando ancora una volta finzione e realtà, ha usato questo espediente per permettere ai due protagonisti d’intendersi meglio, così da arricchire la personalità dei personaggi da interpretare. Il risultato le ha dato ragione, perché Bill ha ottenuto una nomination all’Oscar ed un premio BAFTA, che ha vinto anche Scarlett, la quale grazie a questa prova è stata scritturata dal regista Peter Webber per ‘La Ragazza Con l’Orecchino di Perla’, cui è seguito il già citato ‘Match Point’.  Se si considera quanto sono diversi questi ultimi due film ed in particolare i personaggi da lei interpretati, è curioso notare come già nell’opera di Sofia Coppola lei incarna al tempo stesso una donna di notevole sensualità ma per nulla ostentata e sfruttata. Forse è questa la ragione per la quale nei film che interpreta riesce ad essere ‘bollente’, per così dire, senza mostrasi mai nuda però, neppure un semplice seno. 

Lost in Translation 08Per chiudere, tornando per l’ultima volta al titolo del film ed alla luce di quanto descritto sin qui forse si può desumere, azzardando una più pertinente interpretazione in lingua italiana, che l’amore non ha bisogno di perdersi in traduzioni perché si spiega benissimo da sé, ogni volta che si crea quella magica chimica fra due persone, la quale non è sempre riconducibile, almeno in una prima fase, a qualcosa riferibile esplicitamente alla sfera sessuale. ‘…Penso che una storia romantica inizi con il rispetto. E una nuova storia romantica inizia con il rispetto. Penso di aver avuto alcune amicizie romantiche. Come nella canzone “Love the One You’re With”: è qualcosa di simile. Non è solo fare l’amore con quello con cui stai, è solo amare chiunque sia quello con cui stai. E l’amore può essere inteso come noi siamo qui e qui c’è questo mondo. Se vado nella mia stanza e guardo la TV, non vivo realmente. Se sto nella mia stanza di albergo e guardo la TV, non ho vissuto oggi…‘. 

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