Libro: ‘Il Cardellino’

IL CARDELLINO

Il CardellinoDi Donna Tartt

Anno Edizione 2014

Pagine 892

Costo € 20,00

Traduttore Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

Ed. Rizzoli (collana ‘Scala Stranieri’)

 

TRAMA: New York, Theo ha 13 anni ed è al Metropolitan Museum assieme alla mamma, grande estimatrice dei pittori fiamminghi di Delft, in particolare Carel Fabritius, allievo di Rembrandt. ‘Il Cardellino’ è una delle sue pochissime opere sopravvissute nel 1654 all’esplosione di un magazzino di polvere da sparo che uccise, assieme a molti altri, lo stesso pittore. Theo è molto legato alla madre specie da quando il padre, un uomo poco affidabile, se n’è andato. Ha da poco incrociato lo sguardo con una coetanea accompagnata da un anziano signore, la madre si è nel frattempo momentaneamente allontanata, che un attacco terrorista provoca lo scoppio di una bomba stravolgendo il destino di Theo e dei molti visitatori intorno a lui. Non appena si riprende dai terribili effetti dell’esplosione si rende conto di essere l’unico fortunato sopravvissuto assieme ad un anziano signore vicino a lui, il quale versa però in condizioni disperate. Nei pochi attimi che gli restano, quest’ultimo spinge Theo a portare in salvo il prezioso dipinto di Fabritius rimasto miracolosamente illeso e gli affida un anello ed un indirizzo. Uscito a fatica dal museo in una gran confusione di sirene e squadre di soccorso, Theo torna a casa dove spera di ritrovare la madre. E’ un’attesa vana però che si conclude con una telefonata dei Servizi Sociali che gli comunicano la terribile verità. Fa appena in tempo a nascondere il prezioso dipinto quando gli stessi lo raggiungono con l’intento di affidarlo a dei lontani e riluttanti parenti, mentre hanno attivato anche le ricerche per ritrovare il padre. Nel mentre si offrono di ospitare Theo i genitori di un suo compagno di scuola, Andy Barbour e nei giorni successivi, pur ossessionato dal ricordo e dall’assenza della madre, ritrova a fatica in quella famiglia scampoli della serenità perduta. Un giorno Theo decide di restituire l’anello che gli ha affidato l’anziano che è spirato fra le sue braccia e si spinge sino all’indirizzo che gli aveva indicato, dove ad accoglierlo trova un vecchio antiquario, Hobie ed anche la ragazzina, di nome Pippa, che aveva scorto poco prima dell’esplosione, la quale è rimasta a sua volta ferita seriamente. In più occasioni Theo torna in quella casa dove impara molte particolarità del lavoro artigianale di Hobie e trascorre parecchi momenti in compagnia della ragazzina. Quando s’illude di poter essere adottato dai Barbour, spunta suo padre assieme alla sua nuova estemporanea compagna Xandra, per condurlo con loro a Las Vegas. Theo riesce a nascondere il quadro fra il suo bagaglio senza che il padre sospetti nulla. Quest’ultimo sembra meglio disposto nei suoi confronti che in passato, ma conduce comunque una vita sregolata, scommettendo forte sugli eventi sportivi. Tornato a scuola, Theo conosce un ragazzo cosmopolita di nome Boris, d’origine ucraina, con il quale instaura un legame profondo. I due, lasciati spesso soli dai genitori, vivono d’espedienti, fra stupefacenti e furtarelli nei negozi, sinché il padre di Theo, braccato da alcuni tizi ai quali deve dei soldi, muore in un incidente d’auto durante un tentativo di fuga. Theo, temendo di finire un’altra volta nelle mani dei Servizi Sociali, decide di fuggire e tornare da solo a New York, affrontando un viaggio avventuroso in pullman. Lì ritrova una città diversa da quella che ricordava ma Hobie è ancora disposto ad ospitarlo. Messo al sicuro il prezioso quadro de ‘Il Cardellino’, che rappresenta l’ultimo legame con l’amata madre, seppure Theo è ossessionato dal timore di essere scoperto, s’appassiona al lavoro del vecchio antiquario diventando nel tempo il suo collaboratore, anzi assumendo su di sé tutti gli ambiti commerciali del negozio. Un casuale incontro con Platt, il fratello di Andy, annegato nel frattempo assieme al padre, lo porta a frequentare ancora casa Barbour e ad avere una relazione con la figlia minore Kitsey che ridesta dall’apatia sua madre e potrebbe concludersi addirittura con il matrimonio, nonostante Theo sia innamorato sin dalla più tenera età di Pippa. Quest’ultima però lo ha sempre considerato non più che un amico. Sinché torna a farsi vivo improvvisamente Boris, rivelandogli qualcosa di sconvolgente e la loro amicizia prende una piega inaspettata che porta i due amici sino ad Amsterdam, che è poi il prologo stesso del romanzo e dove il puzzle narrativo si ricompone e conclude. 

VALUTAZIONE: terzo romanzo, torrenziale, di una scrittrice di culto, la quale ne pubblica uno ogni dieci anni. Novecento pagine circa sviluppate in una serie di filoni narrativi ad accompagnare il complicato processo di crescita di un ragazzino. Oppure, partendo dal momento in cui è diventato adulto, una sorta di ‘ricerca del tempo perduto’ narrata in terza persona. Si apprezza la cura dedicata dall’autrice ad ogni singolo dettaglio del racconto, con lunghe pagine descrittive che al tempo stesso però a volte ne appesantiscono la fluidità. C’è anche un certo disallineamento stilistico allorché il romanzo nel finale prende un’inaspettata piega di stampo giallo-thriller.                                                                                                                                                                                                                                                      

Donna Tartt è un curioso personaggio della narrativa contemporanea. Cinquantenne americana, ha pubblicato sinora tre soli romanzi. Il primo, ‘Dio di Illusioni’, ha riscosso un consenso unanime; il secondo, ‘Il Piccolo Amico’, non ha confermato le attese ed il terzo è appunto ‘Il Cardellino’, cui è stato assegnato il Premio Pulitzer per la letteratura lo scorso anno ed ha già venduto alcuni milioni di copie.

Il Cardellino 001Questo breve elenco si potrebbe considerare la bibliografia in divenire di una scrittrice di successo, non dissimile però da altre, se non fosse che la Tartt ha pubblicato le sue tre opere a distanza di ben dieci anni una dall’altra ed intende procedere allo stesso modo anche in futuro. Il che certamente ed in parte contribuisce a creare attorno a lei, in abbinamento ovviamente ad un innegabile talento, anche un’aura di mistero e d’aspettativa fuori dalla norma, cui non si è sottratta neppure con quest’ultimo romanzo.

Il Cardellino 002Le dimensioni del tomo, la cover formale, elegante ed enigmatica al tempo stesso, sommata alla foto seriosa dell’autrice nella terza di copertina, contribuiscono decisamente ad incutere un certo rispetto al lettore che lo sfoglia per la prima volta. Il peso conseguente le quasi novecento pagine poi, non lascia dubbi sul fatto che si tratta di un romanzo ambizioso e narrativamente complesso che spiega, seppure solo in parte, la lunga gestazione. Ulteriore conferma del suo successo commerciale viene dalle quindici edizioni stampate, per citare solo la traduzione nella nostra lingua, alla data del luglio scorso, come riportano le stesse note di prefazione, a testimonianza di un consenso che è andato oltre le stesse aspettative della casa editrice. Naturalmente quelle appena citate sono informazioni di natura editoriale, estetica e statistica ma vedremo come il racconto stesso le giustifica e le supporta.

Il Cardellino 012Narrativamente parlando, la storia di Theo Dekker, che è il personaggio protagonista e narrante in terza persona, si può idealmente dividere in cinque parti, ognuna coincidente con i profondi cambiamenti nella vita di questo ragazzo, che iniziamo a conoscere quando ha solo tredici anni e ne seguiamo gli eventi sino al superamento della maggiore età. Ho letto da qualche parte che la casa editrice aveva sconsigliato alla Tartt di raccontare la sua storia con un io narrante maschio perché alle scrittrici non porta granché fortuna, ma evidentemente l’autrice originaria del Mississippi è esente anche da queste iettature. 

In realtà nelle prime pagine del libro Theo è una persona oramai adulta, che si trova nella camera di un hotel ad Amsterdam dalla quale, per circostanze che si chiariscono nel significato e nei particolari soltanto nel finale e per riempire il tempo d’attesa al fine di chiudere alcuni decisivi sviluppi all’origine di quell’improvviso viaggio nella terra dei tulipani e dei pittori della scuola di Delft, ripensa alle vicende della sua vita che l’hanno condotto sin lì, partendo da quell’episodio di cruda attualità. Un atto terroristico, avvenuto niente meno che dentro il Metropolitan Museum di New York e nel corso del quale ha perso l’amatissima madre: (‘…è successo a New York, il 10 aprile di quattordici anni fa. La mia mano esita di fronte a questa data, devo costringermi a scriverla, imporre alla penna di continuare a scorrere sul foglio. Era un giorno come tanti, ma da allora buca il calendario come un chiodo arrugginito…‘)… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Il Cardellino 007Nell’occasione, se così si può definire, aveva avuto l’opportunità di cogliere, seppure per brevi attimi, lo sguardo intenso di una coetanea destinato a rimanere tutt’altro che casuale nel prosieguo e di assistere, negli ultimi momenti della sua vita, un anziano signore che l’accompagnava, travolto a sua volta dall’esplosione. Il quale gli aveva consegnato un anello, un indirizzo ed il compito di salvare dalle macerie, essendo rimasto miracolosamente intatto, un piccolo dipinto ma d’immenso valore, opera di un autore tanto bravo quanto sfortunato, allievo di Rembrandt, morto giovane a causa dell’esplosione di una polveriera posta nelle vicinanze della sua casa. ‘…Fabritius era uno dei più grandi artisti della sua epoca, che a livello pittorico fu una delle più importanti in assoluto. Ed era molto, molto famoso ai suoi tempi. È triste, perché di tutto il suo lavoro sono sopravvissuti soltanto cinque o sei quadri. Tutto il resto è andato distrutto… tutto ciò che aveva creato…‘, spiegava la mamma a Theo, davanti a quel minuscolo dipinto dal titolo ‘Il Cardellino’, la cui importanza nel contesto dell’opera è fissata dalla stessa Tartt, con una riproduzione a piena pagina che apre a chiude il romanzo.

Il Cardellino 009Nonostante l’attentato terroristico possa quindi far pensare ad un input narrativo nato dai terribili fatti del 2001 a New York, visto che poco dopo l’autrice ha iniziato a scrivere la decennale storia della sua ultima opera, nel resto del racconto rimane invece un episodio del tutto incidentale, poiché al centro della stessa ci sono Theo ed il dipinto di Fabritius, che egli da quel giorno tiene tutto per sé, come se gli spettasse un diritto di risarcimento per la perdita della madre o semplicemente perché, meglio di qualunque altra cosa, gliela ricorda più da vicino, essendone stata lei stessa un’ammiratrice.

La storia di Theo, a partire da quel drammatico evento, subisce inevitabilmente alcuni decisivi cambiamenti di rotta, non solo determinati dal normale processo di crescita e dal fatto che del padre non c’è traccia già da tempo, bensì per una sequenza di eventi che stravolgono, ogni volta, quelli che li hanno preceduti. Essi sono separati da una serie di aforismi di autori quali Camus, Rimbaud, de la Rochefoucault, Schiller e Nietzsche, a loro volta seguiti da capitoli e sottocapitoli, riassumibili come segue: primo, l’attentato e quello che determina la perdita della madre ed il conseguente affidamento temporaneo di Theo alla famiglia Barbour da parte dei Servizi Sociali, in attesa di ritrovare il padre o i suoi parenti più prossimi. Secondo, l’improvvisa ricomparsa di quest’ultimo e quindi la partenza per Las Vegas, dove Theo incontra Boris, ovvero colui che è destinato a diventare il suo migliore amico. Terzo, il ritorno a New York, alla morte del padre, per evitare di tornare sotto le grinfie dei Servizi Sociali. Quarto, la sua maturazione nella casa di Hobie, sua vera guida e padre putativo (non a caso la scrittrice cita, appunto, un aforisma di Schiller ‘il vincolo che fa di noi dei padri e dei figli risiede nel cuore, e non nella carne e nel sangue’) sino all’età adulta, quando nel frattempo è diventato un esperto d’antiquariato ed abile commerciante, sin troppo disinvolto. Quinto, l’arrivo a New York di Boris e la sua spiazzante confessione che porta entrambi ad Amsterdam dove si trovano a fronteggiare con le armi una banda di spacciatori d’opere d’arte.

Il Cardellino 011Cosa c’entra tutto questo con ‘Il Cardellino’ di Fabritius? A proposito, a chiedersi la ragione per cui il pittore fiammingo lo ha dipinto è lo stesso Theo: ‘…un piccolo capolavoro a sé, unico nel suo genere. Era giovane, ma già molto famoso. Poteva contare su committenti importanti (anche se sfortunatamente quasi nessuna delle opere che ha dipinto per loro è arrivata sino a noi). Potremmo figurarcelo come un giovane Rembrandt, sommerso di incarichi prestigiosi, lo studio che riluce di gioielli e asce da battaglia, calici e pellicce, pelli di leopardo e armature, tutto il potere e la tristezza delle cose terrene. Perché quel soggetto? Un solitario uccellino domestico? Così atipico per un tempo in cui gli animali venivano rappresentati perlopiù morti, a titolo di sontuosi trofei, lepri flosce e pesci e pollame, ammucchiati e destinati alla tavola? Perché mi appare tanto significativo che il muro sia vuoto – né arazzi, né corni da caccia, né altri orpelli – e che il nome dell’artista e l’anno vi spicchino con tanta evidenza, dato che Fabritius non poteva sapere (o forse sì?) che il 1654, l’anno in cui dipinse il quadro, sarebbe stato anche l’anno della sua morte? E avverto in questo un brivido premonitore, come se Fabritius avesse intuito che quella piccola opera misteriosa sarebbe stata una delle poche a sopravvivergli…‘.

Il Cardellino 010Poco prima di entrare nel Metropolitan Museum però Theo conosceva sì e no l’esistenza di questo artista, grazie soprattutto alla passione per l’arte della madre, mentre dopo la tragedia il suo ‘Cardellino’ diventa una sorta di compagno inseparabile, da proteggere ed al tempo stesso nascondere. ‘Qualunque fossero le ragioni che mi avevano spinto tanti anni prima a nascondere il quadro, a tenerlo con me o, ancora prima, a portarlo via dal museo, ormai non le ricordavo più. Il tempo aveva annebbiato tutto. Il quadro faceva parte di un mondo che non esisteva – o meglio, era come se io vivessi in due differenti universi e l’armadietto del deposito facesse parte di quello immaginario anziché di quello reale. Era facile dimenticarsene, fingere che non esistesse; mi aspettavo quasi di aprirlo e scoprire che il dipinto non c’era più, anche se sapevo che non era possibile, che sarebbe stato ancora lì, segregato nell’oscurità, ad aspettarmi in eterno, finché ce lo avessi lasciato, come il cadavere di una persona che avevo ucciso e rinchiuso in cantina…’. 

Mano a mano che si procede nella lettura del romanzo ci si rende conto quanto sia abile Donna Tartt a coinvolgere il lettore in una storia che, ogni qualvolta sembra aver preso una direzione precisa e definita, avviene qualcosa che l’azzera e determina l’inizio di un’altra, nonostante i protagonisti più o meno sono sempre gli stessi. E’ difficile pertanto riassumere, anche per sommi capi, tutti i mutamenti che avvengono nel corso delle quasi novecento pagine, molti dei quali meriterebbero semmai una disamina a parte.

Il Cardellino 004Dato che la prosa della Tartt è molto riflessiva e descrittiva, da un lato avviene che a volte diventa così verbosa che si fa fatica ad arrivare in fondo ad una pagina, dall’altro però spesso è di una chiarezza espositiva ed esprime una tale ricchezza di sfumature, a partire dall’ambito artistico pittorico e l’antiquariato ad esempio, ma anche riguardo l’analisi dei sentimenti che ci si sorprende a divorare pagine su pagine. E’ sempre la madre di Theo a parlare:…I pittori olandesi erano maestri nel lavorare su questo confine… (natura morta e viva, ndr.) la maturazione che scivola nella decomposizione. Il frutto è perfetto ma non durerà, è già sul punto di deperire. E guarda qui, disse, sporgendosi oltre la mia spalla per tracciare un segno nell’aria col dito, «la farfalla.» L’ala era come fatta di polvere, da far pensare che si sarebbe sbriciolata al minimo tocco. Con quanta finezza l’ha ritratta. L’immobilità con dentro un fremito di movimento…’.

Il Cardellino 008Un così ampio spettro narrativo che parte da un atto di terrorismo e si sviluppa toccando vari temi esistenziali come, ad esempio, la solitudine in età infantile, la mancata corresponsione in amore, lo sprofondo nella tossicodipendenza, l’abuso di fiducia verso una persona meritevole, situazioni tutte che accompagnano il processo di formazione di Theo, offrono a Donna Tartt l’occasione per chiudere il cerchio con una disamina filosofica sul significato stesso dell’opera di Fabritius, metafora della vita e del suo essere, come il romanzo d’altronde, finzione e realtà che si confondono fra loro e non consentono così facilmente, come potrebbe superficialmente sembrare, di distinguere chiaramente l’una dall’altra.

Vedasi a tal proposito questo passo del romanzo che esprime sia il trasporto travolgente per un’opera d’arte in generale ed un’ipotesi di significato profondo che forse vuole esprimere il dipinto di Fabritius in particolare: ‘Oh, amo questo quadro perché è universale’, ‘amo questo quadro perché parla a tutto il genere umano’. Non è questa la ragione per cui ci si innamora di un’opera d’arte. È un sospiro segreto in un vicolo. Pss, tu. Ehi ragazzino. Sì, proprio tu… Un’intimo colpo al cuore. Il tuo sogno, il sogno di Welty, il sogno di Vermeer. Tu vedi un quadro, io ne vedo un altro, il libro d’arte lo colloca in un altro modo ancora, la signora che compra la cartolina al negozio di souvenir del museo vede qualcosa di completamente diverso, per non parlare della gente d’altri tempi – quattrocento fa, quattrocento anni nel futuro –, non colpirà mai nessuno allo stesso modo, e la maggior parte delle persone non ne verrà affatto toccata in maniera profonda, ma – un quadro veramente grande è abbastanza fluido da farsi strada nella mente e nel cuore da ogni possibile angolazione, in modi unici e molto particolari. Sono tuo, tuo. Sono stato dipinto per te…  Chissà cosa stava tentando di comunicare Fabritius scegliendo un soggetto tanto minuscolo? E se è vero quello che dicono – che ogni capolavoro in realtà è un autoritratto – cosa vuole dirci Fabritius di sé? Ma cosa dice il quadro, di Fabritius in quanto uomo? Niente che abbia a che fare con la devozione religiosa o sentimentale o famigliare; niente che rimandi alla passione civile o ad ambizioni di carriera o all’ossequio nei confronti della ricchezza e del potere. C’è solo il minuscolo battito di un cuore e la solitudine, un muro assolato e il senso di una fuga impossibile. Un tempo che non si muove, un tempo che non può essere chiamato tale. E intrappolato nel cuore della luce: il piccolo prigioniero, saldo. Mi torna in mente una cosa che ho letto una volta a proposito di Sargent: come, nei ritratti, Sargent cercasse sempre l’animale nel soggetto (una tendenza che, da allora, riscontro ovunque nelle sue opere: nei lunghi nasi volpini e nelle orecchie appuntite delle sue ereditiere, negli intellettuali coi denti da coniglio e nei leonini capitani d’industria, nei suoi bambini paffuti con la faccia da gufo). E, in questo piccolo ritratto, è difficile non cogliere il lato umano nel cardellino. Dignitoso, vulnerabile. Un prigioniero che ne osserva un altro…‘.

Il Cardellino 005Alla stessa stregua allora si può forse azzardare una relazione fra Pippa, la ragazzina della quale s’invaghisce Theo sin dal primo incontro ed il dipinto. Lei è per il protagonista il suo ‘cardellino’, ovvero qualcosa che è etereo e fisico, sfuggente e presente, prezioso ed inutile al tempo stesso. ‘La cosa strana era che la maggior parte della gente non la vedeva come me – tutt’al più la trovava un po’ strana, con quella camminata sbilenca e il suo spettrale pallore da rossa. Per qualche assurda ragione mi ero sempre illuso di essere l’unica persona al mondo che la apprezzasse davvero e credevo che Pippa sarebbe rimasta sconvolta, e commossa, e magari avrebbe persino iniziato a vedersi in una luce tutta nuova, se solo avesse saputo quanto la trovavo bella. Ma non era mai accaduto. Pieno di rabbia, mi concentravo sui suoi difetti, studiando attentamente le fotografie che l’avevano immortalata nel momento sbagliato o in una posa poco riuscita – il naso lungo, le guance scavate, gli occhi che (nonostante il colore mozzafiato) sembravano spogli con quelle sopracciglia chiare – un tipo alla Huckleberry Finn. Ma tutti questi dettagli – per me – erano così teneri e caratteristici da commuovermi fino alla disperazione. Con una ragazza bellissima avrei potuto consolarmi dicendomi che era fuori della mia portata; il fatto che fossi tanto ossessionato e scosso dalla sua normalità suggeriva – brutto segno – un sentimento più profondo del coinvolgimento fisico, una pozza di catrame interiore in cui avrei potuto sguazzare e crogiolarmi per anni… Come un vero stalker, avevo conservato una ciocca dei suoi capelli color foglia d’autunno, raccogliendola dalla spazzatura dopo che si era accorciata la frangetta in bagno; e, cosa ancora più inquietante, una maglietta sporca con cui mi inebriavo del suo sudore erbaceo, simile al fieno…‘.

Il Cardellino 003In modo analogo, l’amicizia fra Theo e Boris è qualcosa di parimenti salutare e pericoloso, di duraturo e fragile, di spontaneo e ambiguo. Il personaggio di Boris in effetti si può definire la ‘scheggia impazzita’ di un romanzo dalla struttura classica, se non ci fosse lui a scompaginare ogni logica, a rappresentare il lato oscuro, affascinante e trasgressivo, moderno e cosmopolita della storia. ‘Lo so, lo so, ma ascoltami. Hai letto L’idiota, vero? Sì. Beh, L’idiota è un libro molto inquietante per me. Mi ha fatto così effetto che dopo non ho quasi più letto romanzi, a parte roba tipo ‘Uomini che odiano le donne’. Perché… provavo a intromettermi, …be’, magari me lo dici dopo, a cosa pensavi, lasciami finire di dirti perché l’ho trovato inquietante. Perché tutto quello che Myškin fa è buono… altruista… tratta tutti con compassione e comprensione e a cosa porta tutta quella bontà? Omicidi! Disastri! Una volta mi preoccupavo un sacco di questa cosa. Me ne stavo sveglio a letto di notte e mi preoccupavo! Perché – perché? Com’era possibile? Ho letto quel libro tre volte, pensando di non averlo capito. Myškin era gentile, amava la gente, era tenero, perdonava sempre, non faceva mai niente di sbagliato – ma si fidava di tutte le persone sbagliate, prendeva solo decisioni sbagliate, faceva soffrire tutti quelli che gli stavano intorno. Quel libro contiene un messaggio oscuro. “A che pro essere buoni?” Ma – questo è ciò che ho capito ieri notte, mentre guidavo. E se… se fosse più complicato di così? Se fosse vero anche il contrario? Perché se è vero che il male può discendere dalle buone azioni… dove sta scritto che da quelle cattive può venire solo il male? Magari a volte – il modo sbagliato è quello giusto? Magari prendi la strada sbagliata e ti porta comunque dove volevi? O vedila in un altro modo, certe volte puoi sbagliare tutto, e alla fine viene fuori che andava bene?…‘.

Se è vero quello che sosteneva Albert Einstein: ‘le coincidenze sono solo il modo che Dio ha scelto per restare anonimo‘ bisogna ammettere che nel raccontare la storia di Theo, l’autrice Donna Tartt ne ha seminate un bel po’ nel corso del suo romanzo. Senza di esse non ne sarebbe conseguito un racconto che (si sarà forse inteso dalle citazioni che ho inserito a bella posta e innumerevoli altre avrebbero avuto uguale diritto), merita certamente una seconda lettura per essere apprezzato appieno. Potrebbe accadere quindi, fra le tante pagine ricche di descrizioni e considerazioni che la scrittrice americana ha avuto modo di sviluppare, rivedere e correggere nel corso di dieci anni, la piacevole sorpresa di cogliere chissà quanti altri spunti interessanti di riflessione e confronto.

Il Cardellino 013Una prosa spesso certamente torrenziale che non si può però definire povera di contenuti. Valga per tutti questo passo, di un pessimismo angosciante, che appartiene al protagonista in un momento nel quale sta subendo una crisi di astinenza, nella fase della sua vita nella quale la droga ha assunto il doppio compito di facile gioco trasgressivo e fuga dalla realtà: ‘…Ma depressione non era la parola giusta. Era un volo in caduta libera nel dolore e nel disgusto che andava ben oltre la sfera personale: una repulsione rivoltante e torrenziale nei confronti dell’intera umanità in ogni sua forma e manifestazione fin dalla notte dei tempi. Il contorto abominio dell’ordine biologico. Vecchiaia, malattia, morte. Nessuno aveva scampo. Anche i più belli non erano che morbidi frutti sul punto di marcire. Eppure, per qualche strana ragione, la gente continuava a scopare, a riprodursi e a sfornare altro cibo per vermi, mettendo al mondo altri esseri umani destinati alla stessa sofferenza, come se questo fosse uno strumento di redenzione, un’azione giusta o, persino, degna di ammirazione: trascinavano creature innocenti in un gioco senza vincitori. Neonati che si dimenavano, mamme dolci e compiaciute, drogate di ormoni. Ma non è adorabile? Ooohh. Bambini che schiamazzavano e correvano al parco, totalmente ignari dell’inferno che li aspettava: lavori monotoni e mutui esorbitanti e matrimoni sbagliati, calvizie, protesi all’anca, solitarie tazze di caffè in una casa vuota e una sacca per colostomia in ospedale…‘.

La parte meno riuscita del romanzo è quella finale che si svolge ad Amsterdam, nella quale tutta la delicata trama gestita in maniera attenta e meditata sino al virtuosismo fine a se stesso della scrittrice americana sin lì, muta radicalmente stile per trasformarsi in un giallo-thriller nervoso e sbrigativo, di ambito gangsteristico che appare perciò decisamente stridente con il resto. Quasi come se l’autrice si fosse accorta di aver tirato la storia sin troppo lunga e volesse concluderla in modo però che finisce per apparire un po’ sbrigativo. Ne acquista l’azione e l’immediatezza, ma non era quello che ci si aspettava a quel punto. 

Donna Tartt con ‘Il Cardellino’ ha certamente scritto un’opera ambiziosa e complessa, destinata come avviene quasi sempre in questi casi, a spaccare in due il pubblico fra i tanti che l’apprezzeranno (a giudicare dalle vendite) e chi invece, travolto da un’esposizione che spesso predilige l’illustrazione e l’osservazione ai dialoghi, non arriveranno neppure alla fine. Per questi ultimi però vale ciò che si dice in ambito pittorico e lo stesso si può adattare a proposito di questo romanzo: ‘…puoi guardare un’immagine per una settimana e poi non pensarci più. Oppure puoi guardare un’immagine per un secondo e poi pensarci per il resto della vita…‘.  

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