Film: ‘Il Ponte Delle Spie’

IL PONTE DELLE SPIE

Titolo Originale: Bridge of Spies

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Storico, Spionaggio, Drammatico, Thriller

Durata: 142’ Regia: Steven Spielberg

Cast: Tom Hanks (James Donovan), Mark Rylance (Rudolf Abel), Amy Ryan (Mary Donovan), Sebastian Koch (Wolfgang Vogel), Alan Alda (Thomas Watters), Scott Shepherd (Hoffman, funzionario CIA), Austin Stowell (Francis Gary Powers), Mikhail Gorevoy (Ivan Schischkin), Will Rogers II (Frederic Pryor), Billy Magnussen (Doug Forrester), Eve Hewson (Carol Donovan), Domenick Lombardozzi (Agente Blasco), Michael Gaston (Agente Williams), Peter McRobbie (Allen Dulles), Edward James Hyland (Earl Warren), Joshua Harto (Bates), Noah Schnapp (Roger Donovan), Stephen Kunken (William Tompkins), Greg Nutcher (Tenente James), Jon Donahue (Agente Faye), Jillian Lebling (Peggy Donovan), Victor Verhaeghe (Agente Gamber), Nadja Bobyleva (Katje), Joe Forbrich (Agente Pinker), Rebekah Brockman (Alison), Jesse Plemons (Joe Murphy), John Rue (Lynn Goodnough), Dakin Matthews (Giudice Byers), Michael Schenk (Cugino Drews), Burghart Klaussner (Harald Ott), Luce Dreznin (Lydia Abel), Steve Cirbus (Michael Verona), Petra Marie Cammin (Helen Abel), Jon Curry (Agente Somner), Le Clanché du Rand (Millie Byers), Steven Boyer (Marty), David Wilson Barnes (Sig. Michener)

TRAMA: A James Donovan, avvocato assicurativo di un prestigioso studio di Brooklyn, viene assegnata la difesa d’ufficio di Rudolf Abel, una spia russa arrestata sotto mentite spoglie, accusato di inviare da New York a Mosca messaggi in codice proprio negli anni della ‘guerra fredda’. Abel raccoglieva informazioni camuffato da pittore di strada. L’obiettivo del governo americano è quello di dimostrare che in uno stato democratico anche una spia nemica può contare su una legittima difesa. Donovan in pratica dovrebbe limitarsi ad un ruolo di facciata per una condanna già scritta riguardo un argomento giudiziario che non ha mai neppure affrontato in precedenza. Lui vorrebbe rifiutarsi, preoccupato per le ripercussioni sulla sua famiglia e sulla carriera, ma non può esimersi. Chi ha deciso di affidare a lui questo incarico però non ha tenuto in debito conto la forza della sua etica professionale. Dopo aver incontrato Abel, che è una persona intelligente, dotata d’ironia e persino di sensibilità artistica, ma oramai preparato al ruolo del martire, Donovan si sente in dovere di svolgere il suo compito con serietà ed in breve finisce per avere contro tutti: giudice, studio legale, le persone che incontra sul treno e che lo riconoscono dalle foto pubblicate sui giornali e persino la famiglia che non capisce la sua ostinazione, a scapito persino della loro sicurezza. Nonostante la sua appassionata difesa, non riesce ad evitare la condanna ad Abel, ma grazie ad una intuizione convince il giudice a non emettere una sentenza di morte riservata di solito alle spie. Dopo qualche tempo infatti un pilota americano che stava cercando con un aereo di nuova concezione di scattare foto in alta quota del territorio sovietico, viene abbattuto da un missile e catturato dai russi. Quasi in contemporanea, durante i lavori per l’innalzamento del muro a Berlino un giovane studente americano viene fermato dalle guardie della Germania Est ed imprigionato con un futile pretesto. Il governo americano ritenendo fondamentale recuperare il pilota, che è a conoscenza di numerose delicate informazioni, accetta di rispondere ad un segnale dei sovietici per uno scambio di prigionieri ed attraverso la CIA viene contattato proprio Donovan per affidargli l’incarico di condurre in gran segreto la trattativa. All’oscuro della moglie e dei figli, viene inviato a Berlino dove si trova ad avere a che fare sia con i russi che con i tedeschi dell’est, in una sorta di rappresentazione teatrale già predisposta sin nei minimi particolari al fine di ottenere le migliori condizioni possibili per lo scambio. Nonostante l’opposizione della CIA, Donovan intende ottenere in cambio di Abel, la liberazione sia del pilota che dello studente. Un uomo tutto d’un pezzo, lo definisce infatti con rispetto e riconoscenza la spia russa, al momento dello scambio.

VALUTAZIONE: un episodio di storia che non si legge sui libri ma che Spielberg ha rielaborato con grande professionalità, grazie alla splendida sceneggiatura dei fratelli Coen ed a interpreti di alto livello. Una vicenda di spionaggio che conduce lo spettatore dentro la città di Berlino al momento dell’innalzamento del famigerato muro e nelle atmosfere della ‘guerra fredda’ in un crescendo di tensione. Lo stile ricalca le migliori opere del genere di appartenenza basate su quel periodo storico.                                                                                                                                                                         

Ne è passato di tempo da ‘Duel’, sorprendente Film TV che ha rivelato Steven Spielberg nel 1971, sino a ‘Il Ponte delle Spie’ del 2015, passando per ‘E.T.’, ‘Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo’, ‘Indiana Jones’, ‘Jurassic Park’ e via di questo passo, in una carriera dietro la macchina da presa di grande valore e di ampio spettro dal punto di vista dei generi affrontati e dei contenuti.

Spielberg, nel corso di quasi mezzo secolo di carriera, ha affrontato infatti situazioni anche molto distanti fra loro per tipologia, temi e stile, privilegiando però non soltanto il lato spettacolare, pur evidente nelle sue opere che si possono definire più di consumo, ma spesso anche raffigurando personaggi di grande carisma e carattere, con puntante in episodi di straordinario impegno civile. Si veda ad esempio un’opera come ‘Schindler’s List’, oppure ‘Il Colore Viola’, per proseguire in una rapida carrellata con ‘L’impero del Sole’, ‘Amistad’, ‘Munich’ ed infine ‘Lincoln’. Non tutte queste ‘torte’ gli sono riuscite con il buco, per così dire, ma è evidente l’impegno del regista non soltanto volto al mero raggiungimento del risultato al botteghino, seppure non l’ha mai neppure disdegnato e senza il quale non avrebbe avuto lo spazio e la carriera che oggi conosciamo.

‘Il Ponte delle Spie’ racconta una storia vera che è avvenuta fra la fine degli anni cinquanta e gli inizi dei sessanta. A quel tempo la ‘Guerra Fredda’ era nel pieno del suo sviluppo, a Berlino i comunisti erigevano il famigerato muro che divideva la parte est della città in mani loro, da quella ovest sotto il controllo degli alleati. Strade e case separate da una parete di cemento, con la fuga precipitosa di chi era disposto a rischiare la vita proprio mentre si chiudevano anche gli ultimi spiragli sul muro o aveva intuito per tempo quello che stava per accadere.

Le spie di entrambe le parti erano già da tempo sguinzagliate alla ricerca di informazioni utili ai rispettivi governi, in una corsa agli armamenti il cui punto di massima tensione si verificherà, di lì a breve, con la crisi di Cuba e la minaccia di una guerra nucleare che, se fosse scoppiata, avrebbe cambiato le sorti del mondo e non solo dei due stati principali antagonisti, cioè USA e URSS.

Rudolf Abel alias William Genrikowitsch Fischer era il personaggio ideale per diventare una spia sovietica negli Stati Uniti. Nativo del nord Inghilterra da madre russa e padre tedesco, aveva imparato perfettamente alcune lingue fra le quali ovviamente l’inglese. Tornato giovane nell’URSS, era entrato a far parte della Polizia Segreta. Nel 1957 lo troviamo a New York nei panni di un pittore di strada mentre stacca con circospezione un nichelino magnetico appiccicato sotto una panchina, il quale contiene nella parte cava interna un foglietto accuratamente piegato con una serie di numeri, la cui cifratura diventerà in seguito un rompicapo per i servizi segreti americani. Scoperto e condannato a trenta anni di carcere, Abel fu al centro di un caso clamoroso di scambio prigionieri fra URSS e Stati Uniti che avvenne sul cosiddetto ‘ponte delle spie’ del titolo, ovvero il ponte di Glienicke sul fiume Havel, nella parte nord di Berlino.

Se il caso fu clamoroso, lo testimonia anche il fatto che ha spinto Steven Spielberg a trarne un film, il quale è valso il premio Oscar per il miglior attore non protagonista a Mark Rylance nei panni proprio di Rudolf Abel, la cui risposta era sempre la stessa, quando l’avvocato James Donovan (interpretato dal solito bravissimo Tom Hanks) gli chiedeva in più circostanze se era preoccupato per i rischi che stava correndo per la sua vita, cioè un fatalistico quanto ineccepibile: ‘…servirebbe?…‘.

La sceneggiatura è d’autore, cioè dei fratelli Ethan e Joel Coen e non c’era da dubitare quindi che fosse molto ben costruita, se si esclude il fatto, a patto che non sia voluto, che si percepisce poco la distanza fra alcuni avvenimenti della storia vera dalla quale è tratta. La durata della prigionia di Abel dopo la condanna, rispetto alla cattura da parte dei sovietici del pilota Francis Gary Powers, a seguito dell’abbattimento del nuovissimo areo da ricognizione U-2, avviene infatti due anni dopo ed il successivo scambio di prigionieri ancora due anni dopo, mentre nel film questi avvenimenti sembrano in pratica consecutivi uno all’altro. La ricostruzione, con inserti di repertorio, dei giorni nei quali è stato eretto il muro a Berlino e la sensazione di oppressione che generano quelle sequenze, mentre le persone cercano di scappare come topi imprigionati dentro una nave che sta affondando, sono di notevole impatto emotivo ed evidenziano chiaramente tutta la drammaticità del momento storico….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

A parte questo, Spielberg è riuscito a coniugare due generi che sono spesso complementari ma pur sempre distinti uno all’altro, ovvero spionaggio e thriller. Il tutto immerso in un’epoca dai toni vintage che si percepiscono non solo negli arredi e nella scenografia ma anche nella tensione ideologica che per lungo tempo ha fornito il terreno ideale di contrapposizione fra le due più importanti potenze militari di quegli anni e forse anche di oggi. Anzi a tal proposito il clima di sospetto di quel periodo storico sembra una sorta di allegoria dello stesso che stiamo vivendo oggi, ancora fra USA e Russia, seppure le spie di allora oggi si chiamano spesso hacker ed operano per via informatica anziché perlustrando in incognito il territorio. 

‘Il Ponte delle Spie’ si può narrativamente dividere in due parti. La prima, ambientata a New York, a tutti gli effetti è strutturata alla stregua di un ‘legal thriller’ di classe, che è un genere tipico della cinematografia americana, in ambienti ricercati e con dialoghi brillanti. L’anomalia in questo caso, se così vogliamo definirla, è che nei panni dell’accusato c’è una spia, non un assassino o comunque un uomo nei confronti del quale bisogna dimostrare le accuse. Il processo cui viene sottoposto Rudolf Abel è in realtà una sorta di messinscena. Nonostante ciò si respira un’aria di maccartismo, ovvero di caccia alle streghe, nonostante Abel sia effettivamente colpevole senza alcun dubbio in proposito. E lui stesso, nonostante la flemma e la freddezza che dimostra nel momento stesso in cui subisce l’irruzione nella sua casa che lo coglie, in una sequenza che contiene anche qualche momento di grottesca comicità, in mutande e maglietta mentre è in bagno a farsi la barba, non si mostra per nulla sorpreso e preoccupato. Anzi, approfitta della confusione nella stanza per distruggere con un escamotage l’unica cosa che sarebbe stata davvero utile ai suoi accusatori, non solo come prova, ovvero il biglietto con i codici che aveva estratto dall’interno cavo del nichelino, dopo averlo recuperato al parco e che incautamente, alla luce dei fatti, aveva lasciato dentro un portacenere.

James Donovan, brillante avvocato assicurativo di Brooklyn, tutto si sarebbe aspettato entrando un ‘bel’ giorno nel prestigioso studio nel quale lavora, di trovarsi di fronte il suo capo ed il rappresentante dell’ordine degli avvocati che gli chiedono di accettare (ma è un eufemismo) l’incarico di difendere Rudolf Abel nel processo cui sarà sottoposto. La considerazione che gode Donovan nell’ambiente dell’avvocatura, secondo loro, è la migliore garanzia per mostrare un’immagine d’inattaccabile legalità in quello che dovrebbe essere in realtà un processo pilotato, da sbrigare velocemente e con una condanna capitale.

Donovan non c’entra nulla con quel genere di cause, la sua specializzazione è di tutt’altro genere, ma la gente comune che ne può sapere in fondo? E neppure a lui è richiesto chissà quale impegno e preparazione. Si tratta solo di svolgere un ruolo di facciata, recitare una parte insomma. L’incontro con Abel in carcere a sua volta dovrebbe essere un pro forma del rituale preprocessuale. James non sa nemmeno che tipo di persona aspettarsi, certamente diversa però da quella che invece si trova di fronte: serafica, educata, ironica, apparentemente rassegnata al suo destino, poiché non ha alcuna intenzione di tradire il suo paese. Con la passione semmai per il disegno e la pittura, che ha coltivato come copertura ma anche per piacere personale nello svolgere la sua missione. Il che lo rende inevitabilmente anche un po’ bohemien.

Donovan resta colpito, non dal punto di vista ideologico, un aspetto che nemmeno sfiora durante i loro colloqui, ma dalla dignità di quest’uomo, pur rassegnato al suo destino ed il pensiero che in fondo stesse svolgendo nient’altro che il suo lavoro, esattamente come lui fa il suo – ma nel caso di Abel con un epilogo che sembra scontato di una condanna a morte – lo spingono ad interessarsi degli aspetti legali del suo caso, che avrebbe invece dovuto accuratamente evitare nelle aspettative di tutti: giudice, studio legale, media e famiglia. Per James Donovan: ‘…ogni uomo merita una difesa, ogni uomo è importante…‘, indipendentemente dalle colpe che lo inchiodano.

Non è per niente una scelta facile per l’avvocato quella di trasgredire in qualche modo la fiducia riposta in lui, perché appena accenna al giudice a chiedere una proroga per meglio prepararsi al dibattimento nell’aula del tribunale, oppure a muovere un’eccezione sui metodi usati per arrivare ad incastrare Abel alle sue responsabilità, si trova di fronte ad un muro. Non solo, la sua immagine di difensore di un nemico della patria, finisce sui giornali e le persone che lo riconoscono in treno o per strada lo squadrano con disprezzo, mentre la sua famiglia subisce persino una sorta di attentato, quando qualcuno spara dei colpi dentro casa a titolo d’avvertimento.

L’avvocato però, nel rappresentare in questo caso i valori fondamentali di libertà e giustizia sui quali è fondata la costituzione americana, ha già fatto la sua scelta ed essendo un uomo che non può e non vuole rinunciare ai suoi principi, ma anche noto per le sue capacità di negoziazione e di persuasione, sceglie di attuare una strategia conservativa. Non ha dubbi sul fatto che Abel sarà condannato, ma sulla considerazione che è meglio un nemico vivo, il quale potrebbe essere utile in seguito al suo governo per attuare uno scambio, nel caso malaugurato che qualche spia americana subisse la stessa sorte in Unione Sovietica, riesce a convincere il giudice, fra le proteste del pubblico in aula, oramai condizionato dalla campagna mediatica mossa dai giornali contro Abel, che una condanna capitale sia meno vantaggiosa in questo caso, rispetto ad un lungo periodo di carcerazione, fissato infine in trentanni.

Quello che per Donovan è stato il massimo risultato raggiungibile in quel contesto, diventa un’acuta previsione due anni dopo quando il pilota americano Francis Gary Powers, a bordo di un nuovo aereo dotato di potentissime lenti per fotografare in dettaglio il territorio sottostante, pur rimanendo a notevole altezza di volo, viene comunque abbattuto dai sovietici. Durante il segretissimo addestramento era stata prefigurata questa eventualità, ma per evitare che i piloti fossero catturati vivi e costretti a rivelare i segreti dei quali erano venuti a conoscenza, era stata fornita loro una moneta contenente un spillo con un potentissimo veleno da utilizzare come estremo e doveroso sacrificio. Powers però non aveva avuto il coraggio di usarla ed era stato perciò catturato dopo essersi lanciato con il paracadute dall’aereo ormai irrimediabilmente danneggiato ed incontrollabile.

La CIA, che a suo tempo attraverso il funzionario Hoffman aveva tentato di convincere Donovan ad estorcere informazioni utili del suo assistito, ricevendone uno sdegnato rifiuto (‘…io sono irlandese, lei è tedesco, ma cosa ci rende entrambi americani? Una cosa sola, una, una, una: il manuale delle regole, lo chiamiamo costituzione e ne accettiamo le regole. È questo che ci rende americani, solamente questo…‘), lo contatta nuovamente, forse per le capacità di contrattazione che aveva messo in mostra l’avvocato in precedenza, per affidargli l’incarico di condurre in maniera del tutto informale un accordo di scambio fra Abel e Powers con l’URSS. James, pur sorpreso, accetta senza pensarci due volte la proposta e si ritrova in breve a Berlino. Nessuno, neppure la sua famiglia è al corrente della missione. La moglie anzi è convinta che abbia dovuto recarsi a Londra per gestire alcune pratiche dello studio per il quale lavora.

Nell’odierna capitale della Germania unita, l’avvocato si ritrova, pur con il supporto di Hoffman ed i suoi uomini, a fare la spola fra la parte ovest e quella est, in condizioni logistiche molto precarie ed abbandonato a se stesso ovviamente durante gli incontri con le controparti. Gli Stati Uniti non hanno mai riconosciuto la Germania Est come stato sovrano e per tale ragione non potevano trattare con essa, mentre i sovietici a loro volta, per non dover ammettere apertamente che Abel è una loro spia, si affidavano ai burocrati della Germania Est per intavolare questo genere di trattative.

Il povero Donovan si deve perciò barcamenare in mezzo a questi cavilli, più consoni a diplomatici navigati che ad un avvocato assicurativo, ma come sappiamo oramai non è il tipo da scoraggiarsi facilmente, neanche quando in maniera del tutto subdola e provocatoria nel corso del primo viaggio a Berlino Est si ritrova accerchiato da alcuni giovani ai quali è costretto a lasciare il suo cappotto, di ottima fattura, pur trovandosi in giacca su strade ricoperte di neve e ghiaccio, come è d’abitudine nel mese di febbraio da quelle parti.

Con ciò siamo entrati nella seconda parte del film, quasi interamente girata nel clima claustrofobico della ‘guerra fredda’, non solo per le condizioni climatiche. C’è stato un accadimento ulteriore in precedenza, seguito alla condanna di Abel e la cattura di Powers, che si è verificato durante i giorni nei quali è stato eretto il muro di Berlino nell’agosto del 1961, che dividerà sino al 1989 la parte est da quella ovest, spezzando in due non solo la città ma anche intere famiglie e con esse la coscienza degli uomini che l’hanno pensato e realizzato. Uno studente americano, Frederic Pryor stava completando la tesi nell’università di Berlino. Nel tentativo di far fuggire la sua ragazza tedesca ed il padre insegnante dalla parte est a quella ovest della città, prima che fosse completamente chiuso il muro, è stato intercettato e pretestuosamente incarcerato.

Nell’ottica del governo americano e della CIA, l’unica figura di rilievo per la quale aveva senso intavolare una trattativa che oltretutto ufficialmente non esisteva neppure, era quella che coinvolgeva Abel e Powers, non Pryor quindi. Donovan però non è della stessa opinione e perciò, nonostante le perentorie indicazioni ricevute, quando si trova da solo a discutere, da un lato con l’avvocato tedesco Wolfgang Vogel, che faceva le veci del governo della Germania Est al fine di spingere gli USA ad un riconoscimento ufficiale in cambio della libertà di Pryor e dall’altro con l’emissario russo Ivan Schischkin, il quale invece vorrebbe chiudere la questione con uno scambio alla pari, non esita a rischiare di far saltare tutto chiedendo tassativamente la liberazione di entrambi i prigionieri americani in cambio di Abel.

E ciò, nonostante l’intimidazione ricevuta nell’episodio del cappotto prima; la trappola del condizionamento psicologico attuata dalla presunta moglie della spia russa che lo aveva atteso con la figlia ed un parente presso il consolato russo per inscenare una ridicola commedia al fine di estorcergli qualche informazione utile sul marito e persino l’arresto di una notte per ammorbidirne la posizione, poi; ed infine l’avvocato Vogel che s’impunta, accusando Donovan di volerlo escludere dalla trattativa e minaccia quindi di far saltare l’accordo già raggiunto con i russi. L’avvocato americano, come un abile giocatore di poker, incurante delle conseguenze, fermo sulla sua posizione ed avendo inteso quanto sia importante per i russi avere indietro Abel, rischia il suo jolly, per così dire, mettendo gli uni contro gli altri: i tedeschi dell’est come potrebbero giustificare il fallimento dello scambio Abel-Powers di fronte ai loro alleati sovietici, irrigidendosi su uno studente qualsiasi?

Lascio al lettore che ancora non avesse visto il film e fosse giunto a leggermi sin qui, il piacere di scoprire come avviene nei dettagli questo scambio di due contro uno sul ‘ponte delle spie’ del titolo. Non penso infatti che si possano avere dubbi sulla positiva conclusione della storia. Basti sapere, nella realtà dei fatti, che Abel al ritorno in patria ottenne l’Ordine di Lenin e divenne insegnante presso la scuola ufficiali del KGB, mentre James Donovan è stato coinvolto in seguito nella liberazione di ben 1163 prigionieri della fallita invasione della Baia dei Porci a Cuba. Wikipedia sull’episodio riporta anche il fatto che James ebbe modo d’incontrare Fidel Castro e nonostante i pessimi rapporti fra Usa e Cuba, riuscì a convincerlo a liberare tutti i prigionieri in cambio di scorte di medicine che scarseggiavano nell’isola.

L’opera di Steven Spielberg riesce nell’intento di descrivere questa figura d’integerrimo difensore dei diritti fondamentali senza scadere nella retorica ed è già tanto a mio avviso, considerato il rischio insito nella vicenda e nel personaggio. Al tempo stesso ottiene l’obiettivo di umanizzare questa figura alla stregua di una persona qualunque, pur animata da coraggio indomito e principi incrollabili, pur posto di fronte alla scalata di una sorta di montagna dalla vetta apparentemente irraggiungibile. Avrà pure avuto dalla sua doti particolari di abilità contrattuale, carattere ed avvedutezza nel gestire situazioni così complesse che avrebbero fatto rinunciare in partenza molti altri al suo posto, ma l’impressione che se ne trae durante la visione è molto più quella di un uomo con il quale ci si può riconoscere, non un fenomeno inarrivabile alla maggioranza quindi. Specie durante i giorni della sua permanenza a Berlino, solo ed alla mercé di abili e consumati trafficanti di politica e diplomazia, Tom Hanks, che lo interpreta con efficacia e consumata professionalità, riesce molto bene a trasmettere le sensazioni, il peso ed i rischi che quell’uomo che si stava accollando, pur mitigati dalla grande determinazione che lo animava.

Qualcuno ha criticato il finale, quando Donovan torna in famiglia, ritenendolo troppo edulcorato. Io francamente l’ho trovato non soltanto plausibile ma anche commovente, senza per questa ragione trovarvi ombra di enfasi. Se il cinema ha il compito principale di trasmettere emozioni, in questa sequenza avviene semplicemente quello che chiunque si aspetterebbe da un uomo che torna a casa sfinito fisicamente e mentalmente, finalmente riconosciuto come protagonista di una grande impresa, di giustizia prima ancora che d’interesse nazionale, il quale aveva dovuto tenere all’oscuro persino la sua famiglia, dopo averne patito, anche all’interno di essa e poi pubblicamente, l’ostilità.

Di ritorno da Berlino, Donovan si trova sullo stesso areo che riporta in patria anche il pilota liberato nel corso dello scambio e che gli stessi uomini della CIA trattano con disprezzo, reo di non aver usato quello spillo dentro la moneta per evitare la vergogna della cattura e sottoposto a rischio la sicurezza della nazione. Rivolgendosi a Donovan e cercando di giustificarsi, afferma Powers: ‘…non ho parlato, non ho detto nulla, ve lo giuro…‘ e l’avvocato risponde, come se si riferisse a se stesso ripensando alle accuse che gli erano state mosse per la sua ostinata difesa di Abel: ‘…ehi, tranquillo. Non importa ciò che pensano gli altri, tu sai quel che hai fatto!…‘. 

‘Il Ponte delle Spie’ è un’opera di ammirevole impegno civile che evita quasi sempre le trappole della retorica e se non riesce ad evitare del tutto la caricatura tipica dei burocrati sovietici, inclusi i finti parenti di Abel, ha comunque il grande merito di raccontare la storia di un eroe senza esaltarlo spudoratamente come tale. In un’epoca di marcato protagonismo come quella che stiamo vivendo, anche quando non sarebbe proprio il caso, mi sembra già solo per questo un grande risultato.

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