Film: ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2015

Genere:  Fantastico, Azione, Drammatico

Durata: 118’ Regia: Gabriele Mainetti

Cast: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia), Salvo Esposito (Vincenzo), Gianluca Di Gennaro (Antonio) 

TRAMA: Enzo Ceccotti è un ladruncolo romano. Ha appena rubato un orologio ed è inseguito da alcuni poliziotti in borghese. Sul Lungo Tevere si rifugia dentro una chiatta, ma è costretto ad immergersi nelle acque del fiume per sfuggire alla cattura. Con i piedi scalcia degli strani contenitori che riportano il simbolo della radioattività ed uno di essi si rompe. Quando Enzo risale in superficie si sente male, vomita ed ha i brividi ma nonostante sia bagnato fradicio riesce comunque a raggiungere la sua abitazione a Tor Bella Monaca. In realtà è un piccolo appartamento in condizioni pietose in un condominio-alveare degradato. Enzo ha la febbre, trema, vomita di continuo ma infine riesce ad addormentarsi. Al risveglio sta molto meglio. Al piano di sotto abita Sergio con Alessia, una figlia disturbata, la quale vive in una realtà di fantasia, dominata dai manga giapponesi. Sergio fa parte della banda dello Zingaro, un criminale senza scrupoli alla ricerca del colpo grosso per entrare nel grande giro e per questo si è accordato con un’organizzazione legata alla camorra ed allo spaccio della droga. Enzo raggiunge il luogo dove si riunisce di solito la banda e tratta con Sergio la vendita dell’orologio rubato. Subito dopo quest’ultimo gli propone di accompagnarlo all’appuntamento con un paio di corrieri orientali che sono appena giunti a Roma ed hanno ingoiato delle capsule di cocaina per sfuggire ai controlli. Il ritrovo è all’ultimo piano di un palazzo in costruzione. Una di queste capsule però si rompe ed il corriere muore per overdose. Il suo compare, spaventato, spara alcuni colpi di pistola a Sergio che muore a sua volta ed uno di essi raggiunge ad una spalla anche Enzo che vola nel vuoto. Quando rinviene si rende conto incredulo di non avere subito traumi nonostante quella caduta di parecchi piani. Si allontana di corsa da quel luogo e trova Alessia seduta sulle scale di casa che gli chiede notizie del padre, ma Enzo non ha il coraggio di dirle la verità e si chiude nel suo appartamento. Alessia bussa però insistentemente alla porta, sinché Sergio indispettito colpisce la stessa porta con un pugno e con irrisoria facilità la sfonda, scoprendo così di possedere una forza sovrumana, che esperimenta subito dopo spostando un armadio con irridente facilità. Dallo stupore passa poco dopo all’azione, scardinando un bancomat per poi trascinarlo sino a casa. Il filmato ripreso dalle telecamere finisce in Internet e diventa virale. Persino lo Zingaro è stupito da quello che vede e gli piacerebbe che quell’uomo fosse al suo fianco. Con quattro scagnozzi al seguito si presenta a casa di Alessia minacciandola per sapere dove è finito il padre con il carico di droga che aspettavano, ma quando sembra intenzionato ad ucciderla, irrompe dalla finestra Enzo, il viso coperto da un passamontagna, che in breve tempo sgomina gli assalitori costringendoli alla fuga, nonostante lo Zingaro gli mozzi, poco prima di dileguarsi, il dito mignolo di un piede con una mannaretta. Alessia identifica il suo salvatore in Jeeg Robot d’Acciaio, il suo idolo dei manga. Enzo diventa così un criminale, che blocca e rapina un furgone portavalori facendo infuriare lo Zingaro che aveva intenzione di attuare lo stesso colpo per restituire i soldi della fallita partita di droga alla cosca di Nunzia. Enzo diventa una sorta di ‘Superman’ delle borgate quando salva una bimba dalle fiamme dell’auto coinvolta in un incidente stradale ed è tenero al tempo stesso nei confronti di Alessia, alla quale finisce per affezionarsi. Un comportamento contraddittorio che mescola buone intenzioni ad illegalità e che diventa il leit-motiv della sua vita e del suo nuovo ruolo. Solo lui infatti è in grado di fermare lo Zingaro che vuole sconvolgere Roma per diventare il più temuto e famoso dei criminali. 

VALUTAZIONE: un’opera unica nel panorama del cinema nazionale, di un esordiente che ha fatto incetta di alcuni dei premi più prestigiosi ai David di Donatello dell’edizione 2016. Uno stile a mezza strada fra grottesco, fantastico e drammatico con un gruppo d’interpreti azzeccatissimi in una sorta di western fra le borgate romane.                                                                                                                                                      

Lo confesso: di manga e anime giapponesi (quelli che noi definiamo abitualmente fumetti o cartoni animati) non ne so niente, quindi Jeeg Robot d’Acciaio, Hiroshi Shiba e Go Nagai erano per me dei nomi sconosciuti, prima della visione di questo film.

Il lettore che fosse nella stessa condizione non si preoccupi però, perché le ragioni per apprezzare quest’opera d’esordio di Gabriele Mainetti sono di tutt’altro genere e non c’è alcun bisogno di rimediare alla lacuna sottoponendosi frettolosamente ad una sorta di corso intensivo sul tema.

La sequenza iniziale, che vede un uomo in fuga dai poliziotti in borghese a Roma, fra Castel Sant’Angelo ed il Lungo Tevere, potrebbe sembrare tratta da un poliziesco italiano degli anni settanta, perlomeno sinché il fuggitivo, elusa la cattura, riemerge dalle acque torbide del fiume, dove si è dovuto immergere suo malgrado calandosi da una chiatta, per riapparire tempo dopo, quasi irriconoscibile, impregnato di una sostanza nera, oleosa e malsana.

Sin qui, a parte un’inquadratura che mostra alcune taniche nascoste sotto quella stessa chiatta con l’indicazione che contengono sostanze radioattive, una delle quali si rompe a causa dei maldestri movimenti in acqua di Enzo Ceccotti, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Un cognome, quello di Ceccotti, foneticamente anonimo, diciamolo; quasi risibile rispetto ad altri decisamente più pertinenti che è abile a proporre, ad esempio, la cinematografia americana in opere analoghe. Il ritorno a casa, zuppo, sporco e schivo in un quartiere degradato della periferia romana di Tor Bella Monaca (altro nome che sembra paradossale a confronto dell’ambiente che rappresenta) pare preludere all’ennesima storia di miseria e di disagio sociale della periferia di una grande città, con il rischio concreto che il voltastomaco e la febbre che hanno colpito Enzo poco dopo essere riemerso dall’acqua torbida, possano preludere ad un’evoluzione dannosa per la sua salute.

L’agglomerato urbano dove abita, in un appartamento che definire trasandato, fetido e sporco è persino riduttivo, non è molto diverso dalle cosiddette Vele di Scampia a Napoli (un’altra associazione di nomi nella quale è difficile non cogliervi un intento sarcastico), rese particolarmente famigerate dalla serie TV ‘Gomorra’. Enzo spende le sue serate fra videocassette hard, delle quale ha una nutrita collezione ed alimentandosi soltanto con una sorta di strano budino giallastro in confezioni da yogurt prive di etichetta, che conserva in notevole quantità dentro il frigo. 

Al piano di sotto ci abitano Sergio e Alessia, padre e figlia. Lui è un affiliato della banda dello Zingaro; lei è una bella ragazza, anzi una donna dal punto di vista fisico, che però non si è più ripresa dallo choc della morte prematura della madre e da allora non c’è più con la testa, come afferma lo stesso padre. Confonde spesso infatti la realtà con la fantasia delle ‘anime giapponesi’, non si stacca mai da un lettore dvd nel quale vede e rivede le imprese dei suoi eroi e sogna di vestire l’abito di una principessa ed è in attesa che il suo idolo, Jeeg Robot d’Acciaio, la venga a prendere, come il cavaliere azzurro delle favole di un tempo.

Lo Zingaro, gli occhi spiritati, l’espressione aquilina, velenoso come un serpente, ambizioso e senza scrupoli, è il leader di una banda che ha la sua sede nel canile di una zona malfamata della stessa Tor Bella Monaca, dal quale dirige un’attività criminosa di piccolo cabotaggio, per così dire, usando una metafora marinaresca. Dopo aver partecipato persino ad un’edizione del programma televisivo ‘Buona domenica’, appassionato esecutore canoro di cover della migliore tradizione musicale italiana, come malavitoso in carriera ha aspettative molto diverse e vuole puntare ad entrare nel grande giro. ‘…Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa…’, è il suo proclama d’intenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Un accordo con Nunzia, una camorrista attorniata da un nugolo di pretoriani, sembra fare al caso suo, grazie ad un carico di cocaina per il quale si è offerto di fare da intermediario per la consegna. Nessuno dei componenti la sua banda si deve perciò permettere di discutere con lui. Un suo complice di vecchia data che prova a ribellarsi sostenendo apertamente di non essere d’accordo sull’evoluzione in grande scala del loro giro d’affari, preferendo rimanere legato alla micro criminalità, viene fatto sbranare senza pietà da due cani rabbiosi tenuti opportunamente al guinzaglio.

Roma nel frattempo è scossa da una serie di attentati di natura terroristica. Le ipotesi sulle quali s’interrogano i media in TV, sono molteplici: forse sono l’opera di frange dell’estremismo nostrano, oppure lo strumento di qualche importante organizzazione criminale con l’obiettivo di depistare l’attenzione dai suoi veri loschi affari, oppure ancora potrebbero essere di origine religiosa e magari anche internazionale, con varie implicazioni politiche, ideologiche e chissà cos’altro. Immagini tratte dalla TV, i TG che raccontano i tragici eventi degli attentati, così come i filmati su Youtube sono costantemente ed ossessivamente presenti nel film di Mainetti.

Enzo Ceccotti è un semplice rapinatore da strada, un cane sciolto insomma. Di queste trame non sa nulla e tanto meno s’interessa (‘ io nun sò amico de nessuno…‘ afferma). In pratica s’accontenta dei pochi soldi che riesce a racimolare grazie ai furti occasionali, come quello di un orologio d’oro, presumibilmente strappato ad un passante prima di darsi alla fuga e da rivendere il giorno dopo come d’abitudine a Sergio, in cambio di un paio di biglietti da cento euro. Un altro ambito, quello della ricettazione spicciola, che contribuisce al torbido ma tutto sommato modesto giro d’affari della banda dello Zingaro. Almeno sino a quel momento.

In definitiva, un contesto di criminalità comune, che nasce dalla degradata periferia di una città come Roma e spesso finisce in malo modo per chi ci finisce dentro. Ma non è questa la ragione che rende ‘Jeeg Robot’ un film particolare, seppure la cruda descrizione d’ambiente che traccia, risulta comunque attendibile dal puro punto di vista sociologico.

Il momento di svolta nella trama avviene quando Enzo, dopo aver accettato di accompagnare Sergio all’appuntamento con i due corrieri orientali della droga, a causa dell’imprevista piega che prende l’incontro con la morte per overdose del primo, che aveva ingoiato un numero imprecisato di capsule, si ritrova al centro di una sparatoria fra il secondo e Sergio. Entrambi si colpiscono a morte mentre Enzo viene soltanto ferito ad una spalla da una pallottola ma a causa del contraccolpo precipita al suolo da un’altezza di dieci piani. Anziché rompersi l’osso del collo ed anche qualcos’altro, come sarebbe capitato a chiunque, rimane però illeso, sorprendentemente per lui stesso, appena rinviene.

Dopo una lunga corsa sino a salire a bordo di un bus, è oramai notte quando raggiunge sfinito la sua abitazione, dove trova Alessia seduta sulle scale che gli chiede notizie del padre. Enzo la ignora e si chiude in casa, ma dopo un po’ reagisce infastidito all’insistenza della stessa giovane che bussa continuamente alla sua porta. Enzo vorrebbe far trasparire all’esterno la sua rabbia colpendo con un pugno la porta ed invece la sfonda come se fosse fatta di cartone. Alessia lo scorge dal buco incredulo ed è a sua volta sbalordita. In quel momento Enzo si rende conto di avere assunto una forza che non ha mai avuto prima e dalla sorpresa non passa poi molto tempo allorché inizia a considerare i vantaggi che quella inaspettata novità potrebbe prospettargli. Come se fosse una manna piovuta dal cielo, utile a risolvere in un sol colpo tutti i suoi problemi quotidiani per procurarsi di che vivere e tirare avanti alla meno peggio, com’è sempre stato sino ad allora.

E la prima cosa che gli viene in mente è quella di sfruttare questa forza sovrumana per divellere un bancomat dal suo alloggiamento e portarselo a spalla addirittura a casa, salvo poi scoprire che gran parte del denaro in esso contenuto è stato macchiato e reso inservibile dal sistema automatico di prevenzione allo scasso. Persino Alessia lo prende in giro quando lui ammette che non ne era al corrente. L’impresa però non è sfuggita alle telecamere di sorveglianza ed il filmato finisce su Youtube, dove ben presto sale vertiginosamente il numero delle visualizzazioni. Lo Zingaro stesso nell’assistervi resta a bocca aperta, riflettendo su quanto potrebbe fargli comodo uno con quelle capacità.

Lo Zingaro resta ancor più basito però quando Enzo irrompe mascherato come l’uomo del bancomat nell’appartamento di Alessia e Sergio sfondando dall’esterno una finestra, in un’esplosione di vetri di fronte allo stesso Zingaro ed ai suoi scagnozzi che stanno torchiando la giovane donna per sapere dov’è finito suo padre con la droga che stavano aspettando. La richiesta evidentemente non è di genere puramente informativo, perché la camorrista Nunzia ed i suoi uomini, presumibilmente non si farà attendere a lungo per reclamare il dovuto.

Lo Zingaro è quasi sul punto di uccidere Alessia perché si ostina a negare quello che in realtà non può sapere, quando interviene Enzo, il quale, nonostante sia uno contro cinque professionisti, quasi senza sforzo neutralizza gli avversari che difatti se la danno a gambe levate. Alessia riconosce in Enzo il suo eroe (‘…lo sapevo io! Te sei Hiroshi Shiba, te poi trasforma’ in un Jeeg!…‘) ed il suo salvatore non può esimersi dall’ospitarla a casa sua quella notte, temendo che lo Zingaro possa tornare a vendicarsi con lei, dopo aver staccato un mignolo del piede a Enzo prima di fuggire. Alessia a tal proposito non si esime dal rimproverarlo ironicamente, perché dai… ‘…n’è pe’ critica’, eh! Però, amore mio, quando te trasformi te devi cambià ‘ste scarpe. Cioè, ‘n supereroe co’ e scarpe de camoscio ‘n s’è mai visto, dai! L’hai mai visto te? ‘N s’è mai visto…‘. Lungo tutto il corso del film è costante l’alternanza dei toni fra seriosità, ironia, brutalità e sarcasmo.

La soluzione di dormire nella stessa stanza si rivela però ben presto imbarazzante perché Alessia è disinibita ed ingenua come se fosse una bambina ma il suo corpo è quello di una donna, per giunta attraente e per Enzo, che è molto timido nonostante sia un abituale fruitore di videocassette hard (o più probabilmente, proprio per quello), la convivenza diventa immediatamente un problema. Non è il tipo che s’approfitta di una situazione del genere, ma neppure insensibile, direbbe qualcuno, al richiamo dei sensi. Nel mezzo della notte si ritrova quindi eccitato ed insonne; si alza da letto per fumare una sigaretta, mentre Alessia dorme come un angioletto ma mezza nuda nel letto di fianco. Frugando nei suoi pantaloni, Enzo però si ritrova in mano il porta occhiali di Sergio al cui interno ci sono alcuni fogli piegati con tutte le indicazioni per bloccare e svaligiare un furgone valori. Un’impresa che stava programmando assieme allo Zingaro per risarcire Nunzia e che a questo punto può diventare un obiettivo allettante anche per Enzo.

Quando la mattina si sveglia, dopo essersi finalmente addormentato nel corso di quella notte complicata, trova Alessia che sta guardando con assoluta naturalezza una delle sue videocassette hard, come se si trattasse di un manga qualsiasi anziché di scene hot, rese ancora più palesi dalle espressioni gutturali dei protagonisti. Decide quindi, seduta stante, di portarla nella casa-famiglia di Capranica, dove era solito appoggiarla il padre quando periodicamente finiva in galera, con la promessa di tornare a riprenderla a breve (in realtà, non ne avrebbe proprio le intenzioni). Non ci resta per molto però Alessia in quel posto e difatti si ritrova a vagare per strada sinché la polizia la trova e la conduce nuovamente a casa di Enzo affinché la riprenda con sé. La giovane infatti ha dichiarato loro di essere la sua fidanzata: astuta, altro che svampita, in questo caso.

Nel frattempo Enzo, anticipando l’agguato che stava tendendo lo Zingaro con i suoi scagnozzi, ha bloccato e quindi rapinato il furgone portavalori. I rivali nascosti poco più in là, non hanno potuto fare altro che assistere, da spettatori schiumanti di rabbia, alla sua nuova performance. Neutralizzate le guardie, divelte con facilità irrisoria le portiere posteriori, Enzo si è appropriato di una borsa piena di denaro contante. La rabbia e la frustrazione dello Zingaro nello sparare inutili raffiche di mitra in direzione di Enzo, sono poi ulteriormente incrementate dalle sue immagini dipinte con le bombolette spray che qualcuno disegna sui muri  e che rappresentano una sorta di omaggio a quell’uomo dalla forza sovrumana, da alcuni evidentemente già considerato una sorta di mito.

Tornato a casa Enzo, che si era comprato nel frattempo un video proiettore e la solita strana scorta alimentare in gran quantità, stava preparando a godersi lo spettacolo serale su grande schermo quando la polizia ha suonato alla sua porta. Ha temuto per un attimo di essere stato sin troppo velocemente identificato per la rapina compiuta poche ore prima ed ha tirato un sospiro di sollievo invece quando, aperto uno spiraglio della porta, oltre ai due poliziotti si è trovato di fronte Alessia, accettando bonariamente di riprenderla con sé, pur di togliersi dall’impaccio di fronte alle forze dell’ordine.

A quel punto Alessia, che alterna momenti d’infantilismo disarmante ad altri nei quali ragiona come una persona normale della sua età, si accorge che Enzo ha acquistato una collezione di dvd dei suoi eroi delle ‘anime giapponesi’ e gli propone di guardarle assieme. Nella tensione della storia rappresentata sul grande schermo dal proiettore, Alessia cerca con un gesto protettivo la mano di Enzo e lui, che è evidentemente attratto dalla sua avvenenza fisica, equivoca e tenta un timido approccio, scatenando però immediatamente ed inaspettatamente una crisi isterica nella giovane. La quale mostra in tal modo tutta la sua fragilità, conseguente ad un passato di abusi sessuali, forse anche da parte del padre, a seguito dei quali associa il sesso al dolore e l’amore allo stupro.

Enzo dapprima non capisce, poi si scusa e cerca di rassicurarla, riuscendo infine a calmarla, promettendole il giorno dopo di portarla ad un parco giochi che lei frequentava da bambina dove, con la forza che si ritrova, riesce a far girare manualmente una ruota panoramica ed a far salire in alto Alessia, dove può osservare felice il panorama della città. Quindi si recano in un centro commerciale dove lei, forse per gioco, assegna a varie persone il nome dei personaggi che è solita riconoscere nei manga, sinché vede esposto in vetrina un vestito rosso che identifica con quello della principessa dei suoi sogni e chiede a Enzo di comprarglielo.

Lui acconsente, poi dopo averlo indossato Alessia lo invita ad entrare nel camerino per ammirarla e per ringraziarlo lo bacia, frantumando però le ultime resistenze ormonali di Enzo, che non riesce più a frenarsi. La forza che possiede però rende l’amplesso con Alessia animalesco e doloroso per lei che al termine esce dal negozio delusa, scossa ed furente al tempo stesso. Nella discussione che ne segue, Enzo le confessa infine che il padre è morto ed allora Alessia piangente lo respinge e se ne va per suo conto, sale su un tram ma quando il guidatore cerca di partire, il mezzo non si muove, come se fosse rimasto agganciato a qualcosa. Su lato posteriore infatti c’è Enzo che solleva e blocca con le sole mani il tram ed infine apre le portiere e sale, fra lo stupore ed il panico dei viaggiatori, alcuni dei quali comunque si soffermano a riprenderli e fotografarli  con i loro smartphone.

Enzo convince Alessia a scendere per accompagnarla all’obitorio a vedere il padre, che lei ha associato ad un personaggio manga il cui simbolo è tatuato sul suo petto, ma l’identità di Enzo è diventata di dominio pubblico. Lo Zingaro infatti ne approfitta per seguirli sino al motel dove Enzo conduce Alessia per sfuggire agli inseguitori. Quindi irrompe in camera loro, narcotizza Enzo sparandogli con un fucile un proiettile narcotizzante e rapisce Alessia, minacciando in seguito Enzo, legato come un salame, di ucciderla se non gli rivela l’unica cosa che veramente gli interessa: come è riuscito ad acquisire quella forza inumana. ‘…Co ‘sti poteri se potemo pure divertì insieme. Ma t’o immagini? Du fiji de ‘na super-mignotta come noi? E allora sì che se famo rispettà da tutti! Da la gente, da le televisioni, da lo Stato! Ha’ visto er telegiornale? Hanno sbloccato l’apparti. La Camora sta già a festeggià. E ‘o sai perché? T’o dico io perché: erano loro i bombaroli! E si lo Stato s’è cagato sotto pe’ du bombette, pensa se je famo scoppia’ quarcosa de speciale, che ne so, tipo er Parlamento o l’Olimpico durante Roma-Lazio! Famo er botto più grosso de tutti i botti, de tutti i bengala, de tutti i derby, de tutta la storia der calcio italiano! E allora sì che ce trasmettono a reti unificate, Enze’!…‘.   

La storia appena ‘spoilerata’ (come si dice in questi casi) sin nei dettagli e non per sadismo nei confronti del lettore che ancora non avesse assistito al film, in realtà deve ancora entrare nel clou della vicenda vera e propria, perciò mi fermo qui e lascio allo spettatore il piacere di scoprirla da sé. Già così però è evidente il lavoro ed il merito della sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti (alias Gabriele Marchionni) che non lascia tregua allo spettatore. Così come la regia di Gabriele Mainetti impreziosisce, con uno stile fresco e moderno, sia l’ambientazione che la cura dei personaggi, dei dettagli narrativi e della prospettiva, con una vena d’ironia che a tratti propende verso il dramma ed in altri invece vira sul grottesco.

Vien facile pensare quindi che fra i riferimenti di Mainetti ci sia un certo Quentin Tarantino, maestro di questo genere di rappresentazione. Vedasi a tal proposito la scena nel piazzale con il trans che prima presta i soldi allo Zingaro e poi gli offre persino una ‘scopata’, interrotta dall’arrivo di Nunzia e dei suoi uomini, che inscenano una finta esecuzione. Quando tutto sembra concludersi in una sorta di tragicommedia per lo Zingaro, ecco che riappare dal nulla il trans che sembrava fosse stato ferito a morte da Nunzia in precedenza ed innesca una feroce sparatoria che costringe la camorrista alla fuga e vede alcuni dei suoi uomini cadere sotto i colpi da fuoco incrociato con lo stesso Zingaro. Il quale infine uccide lo stesso trans, reo con la sua reazione, di aver definitivamente rovinato la sua alleanza e la credibilità nei confronti della camorra. 

‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’ è quindi un caso anomalo nella cinematografia nostrana, poiché mixa generi di provenienza completamente diversa senza che ciò la faccia apparire però troppo esposto dal lato fantastico o pretenzioso e contraddittorio nel coniugare un personaggio alla ‘Superman’ immerso nel degrado della periferia capitolina di Tor Bella Monica. Il tutto condito da dialoghi dialettali romaneschi ed una colonna sonora che spazia da Nada (‘Ti stringerò), a Anna Oxa (‘Un’emozione da poco), a Loredana Berté (‘Non sono una signora’), cantate a squarciagola dallo Zingaro persino durante un’esibizione in abiti ed atteggiamenti da travestito di fronte alla gelida Nunzia ed ai suoi uomini che l’applaudono calorosamente.

Volendo andare oltre la nuda e cruda vicenda di Enzo si potrebbe leggere la sua storia come il processo metaforico di crescita di una persona che improvvisamente, spinta dalla necessità di reagire ad una vita priva di significato e vissuta sempre ai margini, inizia finalmente a credere in se stessa e scopre di possedere molte più possibilità e qualità di quelle che pensava. Il fatto stesso che Enzo si alimenti solo con una specie di budino d’ignota natura, si potrebbe a sua volta interpretare come un ulteriore simbolo del fatto che possiede già insite dentro di sé le doti per evolvere da un grigio anonimato e quindi che le taniche radioattive possano aver avuto nei suoi confronti nulla più che un effetto placebo.

Crude sequenze con abbondante uso di sangue s’alternano ad altre d’innegabile lirismo (due per tutte: la visita di Enzo e Alessia al parco dei divertimenti con annesso il giro sulla ruota panoramica e poi Enzo che consola Alessia disperata davanti alle luci del proiettore, quando lei aveva temuto che volesse violentarla). Se un certo voyeurismo (del regista, non meno che dell’attore) è insito nella scena in cui lo Zingaro irrompe nel covo di Nunzia per vendicarsi; è invece tenera, disperata, quasi sussurrata e destinata ad un’amara conclusione l’intesa che nasce fra Enzo e Alessia, impreziosita dalla bravura degli interpreti Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli, cui s’unisce la maschera di Luca Marinelli nei panni dello Zingaro che quasi quasi ruba la scena agli altri con quel ghigno che resta inevitabilmente impresso ed entra di diritto fra le maschere del Male che il cinema è solito ogni tanto offrirci. Ma anche i personaggi di contorno come Antonia Truppo (Nunzia) e relativi comprimari dai nomi che paiono appunto tratti dai fumetti, come Biondo, Sperma e Tazzina se la cavano egregiamente.  

Vincitore a sorpresa di ben sette David di Donatello edizione 2016 e non di quelli di contorno, per così dire, ma di alcuni fra i più prestigiosi nelle varie categorie, come ad esempio tutti e quattro i premi riguardanti, attore ed attrice protagonisti e non, regista esordiente e montaggio, ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’ pur non potendo contare su interpreti di grido o battage pubblicitari di rilievo, si è imposto all’attenzione del pubblico che l’ha premiato con incassi che sono andati ben oltre le aspettative, grazie al fatto che riesce miracolosamente a soddisfare al tempo stesso gusti molto diversi fra loro senza privilegiare lo spettacolo sui contenuti, la fantasia sulla realtà e viceversa.

…Mo me dovete ascortà tutti, perché tutti ‘o dovranno sape’, pure i sanpietrini. In questi anni m’avete ignorato, calpestato, carcerato dentro a quer canile de merda ‘n mezzo a ‘e cimici e a ‘e zecche, e mo basta, mo cambia ‘a musica. E’ arivato er momento de fa’ er botto più grosso de tutti i botti che ve potete immaginà. Stay tuned...’, afferma lo Zingaro ad un certo punto e sembra in qualche modo la colorita didascalia stessa di un film e del suo autore che vogliono significare con ciò tutto e niente al tempo stesso, in un potpourri d’ingredienti che convivono sorprendentemente fra loro senza stridere, come sarebbe potuto invece facilmente accadere: terrorismo, estremismo, degrado della periferia, camorra, droga, cinismo, sarcasmo, violenza, Superman, ‘mortacci tua’ e chi più ne ha, più ne metta!

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