Musica: ‘The Dark Side Of The Moon’

PINK FLOYD

The Dark Side Of The Moon

Anno: 1973

Genere: Rock Progressive, Rock Psichedelico 
Etichetta: Harvest
Nazione: GBR

Tracklist:

  • Lato A
    • Speak to Me – 1:30 (musica di Mason)
    • Breathe – 2:43 (Waters, Gilmour e Wright) – Voce di Gilmour
    • On the Run – 3:30 (musica di Gilmour e Waters)
    • Time + Breathe (Reprise) – 6:53 (Mason, Waters, Wright e Gilmour) – Voci di Gilmour e Wright
    • The Great Gig in the Sky – 4:15 (Wright) – Voce di Clare Torry
  • Lato B
    • Money – 6:30 (Waters) – Voce di Gilmour
    • Us and Them – 7:49 (Waters e Wright) – Voci di Gilmour e Wright
    • Any Colour You Like – 3:24 (musica di Gilmour, Mason e Wright)
    • Brain Damage – 3:50 (Waters, anche voce)
    • Eclipse – 1:45 (Waters, anche voce) 

Band:

  • David Gilmour – voce, cori, chitarra, lap steel guitar, pedal steel guitar, sintetizzatore EMS Synthi AKS (traccia 3)
  • Roger Waters – basso, sintetizzatore EMS VCS3 (traccia 3), voce principale (tracce 8 e 9), effetti su nastro
  • Richard Wright – organo Hammond, pianoforte, pianoforte elettrico, cori e armonie vocali, voce principale (traccia 4), sintetizzatori Minimoog, EMS VCS3 e EMS Synthy AKS
  • Nick Mason – batteria, percussioni, rototoms (traccia 4), effetti sonori e su nastro

Hanno Collaborato:

  • Roger Manifold – voce parlata (tracce 3 e 7)
  • Peter James – battito di piedi (traccia 3), voce parlata (traccia 8)
  • Clare Torry  – voce principale (traccia 5)
  • Dick Parry – sassofono tenore (tracce 6 e 7)
  • Doris Troy, Liza Strike, Lesley Duncan e Barry St. John – cori

VALUTAZIONE: terzo album per volume di vendite nella storia della musica e primo di grande appeal per la più vasta platea dei Pink Floyd, a seguire l’iniziale fase sperimentale della loro carriera. E’ un ‘concept-album’ composto però da brani che sono bellissimi anche ascoltati singolarmente. Un’opera che non dimostra assolutamente l’età che ha: creativa, innovativa, eterogenea e trascinante. Un capolavoro, insomma. I testi sono una riflessione, decisamente amara, sui miti illusori della società, sul tema incombente della morte e sulle distorsioni mentali che possono portare certe persone alla follia.

Un cuore pulsante in volume crescente; alcune voci che dicono frasi ad effetto come: ‘…sono sempre stato matto. Io so di essere stato matto, come lo è la maggior parte di noi. È veramente difficile spiegare perché sei matto, anche se non lo sei…‘; il ticchettio di un orologio a pendolo; il suono ripetuto dell’apertura e chiusura del registratore di cassa di un negozio, la risata grassa e stizzita di un uomo, il rombo del motore di un elicottero ed infine l’urlo disperato di una donna. Una cacofonia che sembra evolvere senza un senso compiuto, quando invece tutto improvvisamente si placa per lasciare spazio alle note di una gradevole melodia, cantata da David Gilmour e sottolineata dalla sua steel guitar.

Su questa apparente e stridente contraddizione inizia ‘The Dark Side Of The Moon‘ e ne riassume, in certo qual modo, alcuni momenti salienti del suo percorso successivo, spiazzando al tempo stesso l’ascoltatore che lo approcciasse per la prima volta e, per sua sfortuna, non conoscesse ancora la musica dei Pink Floyd (accedendo al video qui sotto però, nel caso può cominciare a rimediare).

Se poi ci fosse qualcuno che questa band non l’ha mai nemmeno sentita nominare, magari senza essersene reso conto è molto probabile che abbia già sentito uno qualsiasi dei brani contenuti in questa pietra miliare del progressive, ma anche dei sottogeneri ad essa collegati. La quale ha sicuramente influenzato molti musicisti ed appassionati di musica delle generazioni successive.

Non che fosse una novità nello stile dei Pink Floyd aggiungere alla musica una serie di rumori di fondo, o posti anche in primo piano, che solo apparentemente nulla hanno a che fare con la medesima. Il brano che segue ai primi due, ‘Speak to me‘ e ‘Breathe‘ già descritti, è ‘On the Run‘, conseguente e non separato nell’album dai precedenti tramite l’usuale pausa ed è interamente sviluppato da alcuni sintetizzatori i quali, seguendo il ritmo di un metronomo, sembrano rincorrersi e sovrapporsi fra loro, interrotti qua e là da rumori improvvisi di sirene ed effetti di vario genere. Una sorta di sogno o incubo, rotto infine dai passi della corsa trafelata di qualcuno sul fragore di sfondo, molto probabilmente dovuto ad un bombardamento, che svanisce piano piano a sua volta, in coincidenza con l’inizio del brano successivo, uno dei più famosi e significativi dell’album e dell’intera discografia dei Pink Floyd.

I ticchettii di vari orologi e pendole (registrati direttamente dal bassista Roger Waters in una grande orologeria) che esplodono all’unisono in uno scampanio (e nelle intenzioni degli autori stanno a significare la sveglia per scuotere l’ascoltatore dal suo torpore e prendere coscienza dei temi proposti nel testo della traccia), a loro volta si collegano ancora al suono ritmato di un metronomo, che precede di poco la chitarra di David Gilmour.

La cadenza si fa quindi lenta ma perentoria, resa più tesa ancora da un rullio di tamburi, in un incedere solenne che potrebbe adattarsi persino alla colonna sonora di un film western, nel momento che precede la sfida decisiva. Invece è il preludio palpitante ai famosissimi accordi di ‘Time‘ e quindi alla voce ed alla chitarra solista di David Gilmour. La quale si sprigiona nello splendido assolo di chitarra elettrica, che fa il paio in seguito con quello altrettanto trascinante contenuto in ‘Money‘.

Per chi non l’avesse ancora inteso, siamo di fronte ad un ‘concept album‘ nel quale però ogni brano conserva comunque una sua autonomia d’ascolto rispetto al precedente ed al successivo, accomunati semmai da un unico filo conduttore che imbastisce l’opera nel suo insieme. Molto probabilmente non è il primo caso, nell’ambito del genere di appartenenza e non solo, ma di certo lo straordinario successo ottenuto sia in termini di vendite, che di critica e gradimento del pubblico, lo certifica come il più coinvolgente e riuscito sino a quel momento nell’unire idealmente musica, voci e suoni di differente origine e che appartengono, almeno in parte, al novero di quelli che accompagnano la vita di ognuno abitualmente. E perciò lo avvicina ancor di più all’ascoltatore…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) 

I testi a corredo della musica puntano a loro volta a porre l’attenzione su alcune cause responsabili dei sentimenti di frustrazione che possono evolvere in alienazione e nei casi più gravi trasformarsi in follia: già nel secondo brano ‘Breath‘ cioé ‘Respira‘ (nel senso di liberarsi dalle tensioni) l’argomento è già posto in primo piano. Al senso d’insoddisfazione, oltre la maschera delle apparenze, appartengono di fatto l’ossessione del tempo, l’angoscia provocata dalla frenesia di raggiungere a tutti i costi taluni obiettivi personali o quelli imposti da altri, la bramosia del potere e del denaro come garanzia e strumento di felicità e illusoria realizzazione. Il risultato è quello che si accumula appunto nel lato oscuro e più intimo della mente umana (che, analogamente a quello della luna, non è visibile) sino a sviluppare un disagio interiore che può portare appunto gli esseri più fragili o soggetti a condizionamento, a sprofondare nella paranoia, perdendo di vista la realtà.

Pink Floyd - The dark side of the moon 01Mi rendo conto che, presentato in modo così enigmatico questo storico album, il lettore che non lo avesse mai ascoltato può restare perplesso o peggio ancora temere di essere di fronte ad un’opera molto complessa e quindi di problematica lettura ed assimilazione. Al contrario invece, la musica e tutto ciò che è a sostegno di questo album simbolo dei Pink Floyd è molto orecchiabile, persino facile da rammentare, canticchiare ed anche comprendere (ovviamente riguardo i testi, bisogna essere in grado di tradurli o perlomeno conoscerne in anticipo la natura ed Internet su questo aspetto aiuta molto). La bellezza di questo disco sta anche, e forse proprio in maniera specifica, nella sua disarmante semplicità.

E conseguentemente, proprio grazie a ciò, riesce a soddisfare tutti i palati: da chi ama la musica semplice e di facile presa, senza l’obbligo d’interpretarne i significati più reconditi e subliminali; al più esigente melomane che assieme a melodie accattivanti e brillanti arrangiamenti, pretende anche la qualità e l’originalità della composizione, la simbiosi fra musica e testi, la perfezione tecnica nelle sue varie componenti ed espressioni. Una ragion d’essere insomma che va oltre la banale compilation di una serie di brani, pur piacevoli che siano.

Pink Floyd - The dark side of the moon 03I Pink Floyd sono arrivati a questo album al termine di un processo di sperimentazione e maturazione, durante il quale ne avevano già composti e pubblicati altri sette. Erano già famosi quindi e si erano distinti per opere osannate non solo da molti fan ma anche dalla critica, come ‘Ummagumma‘, ‘Atom Heart Mother‘, ‘Meddle‘. Assieme a splendidi brani ma di più facile lettura, come la struggente ‘Fat Old Sun‘ (vedi video ‘live‘ qui sotto, con il magnifico assolo finale di David Gilmour) o la sussurrata ‘If‘, per citarne un paio a caso, avevano composto alcune suite dalla costruzione sperimentale e psichedelica. Quindi dalla struttura molto complessa, come quelle che danno il titolo agli album appena citati, che il grande pubblico aveva compreso con un po’ più di fatica, o non compreso affatto. Mentre lo zoccolo duro, per così dire, dei loro fan, al contrario ancora oggi le considerano il punto più alto raggiunto dal gruppo a livello compositivo.

In quella fase la band è stata a lungo sotto l’influenza creativa e della personalità di Syd Barrett, il geniale, estroso ma anche mentalmente disturbato fondatore dei Pink Floyd, assieme a Waters, Wright e Mason. Il nome stesso del gruppo l’aveva inventato lui, prendendo come spunto i nomi di due bluesmen, Pink Anderson e Floyd Council, che ammirava. Dopo ripetuti comportamenti non soltanto poco professionali, ma addirittura destabilizzanti per l’attività della band e soprattutto preoccupanti per la stabilità della sua salute mentale, infine e seppure a malincuore è stato allontanato dagli altri componenti il gruppo ed il chitarrista David Gilmour è stato invitato dapprima ad affiancarlo nel ruolo ed infine a sostituirlo. Diventandone ben presto però un componente imprescindibile.

Un’idea della fase della carriera dei Pink Floyd a quel punto, ce la si può fare ad esempio guardando questo video.

Era risaputa la dipendenza di Syd Barrett da allucinogeni ed acidi vari che da un lato ne stimolavano forse la verve creativa, ma dall’altro rendevano lo stile musicale del gruppo molto introverso e tortuoso, al limite dell’ermetismo. Ciò non toglie che il primo album della band ‘ The Piper at the Gates of Dawn‘ è stato per larga parte opera sua, ma già nel secondo lavoro ‘A Saucerful of Secrets‘ il suo contributo è diventato marginale e nel terzo ‘More‘ è scomparso del tutto. A sentire i suoi compagni però, Syd era già disturbato di suo e gli acidi ne hanno semmai acuito le distorsioni mentali, rendendolo infine talmente instabile ed inaffidabile, non soltanto in sala di registrazione, dove era diventato una sorta di scheggia impazzita. Anche durante alcuni concerti, si racconta che smetteva di suonare improvvisamente, scordava apposta la chitarra o si vestiva in modo impresentabile.

Nonostante ciò, il legame con i suoi ex compagni non si è mai interrotto del tutto, tranne che, per sua scelta, negli ultimi anni che hanno preceduto la morte, a soli sessantanni. La sua figura d’innovatore, al di là delle stravaganze e problematiche appena citate, è stata comunque riconosciuta come un sicuro riferimento da artisti come Paul McCartney, David Bowie e Brian Eno, ad esempio ed è rimasta a lungo presente come un’ombra sulla band, che gli ha dedicato con un misto di rispetto e, perché no, anche riconoscenza, alcuni brani stupendi, come ‘Wish You Were Here‘ (vedi la bellissima versione ‘unplugged‘ qui di seguito) e ‘Shine On You Crazy Diamond‘.

Alcuni testi dello stesso ‘The Dark Side Of The Moon‘, riferiti alla salute mentale ed al logorio della vita moderna (come ricorderanno i meno giovani che recitava un vecchia pubblicità) sono certamente in relazione al suo personaggio. Il titolo stesso, evidentemente metaforico, ne è una testimonianza e non è riferito, come forse può sembrare più facile supporre (e come in parte è pure vero), a cosa ci sta dietro le apparenze del successo o del potere oppressivo della società in generale che mira a mostrare invece soltanto il suo lato più seduttivo ed illusorio.

Con ‘The Dark Side Of The Moon‘ quindi, è come se i Pink Floyd si fossero finalmente liberati dagli appesantimenti creativi precedenti, dai voli pindarici ed avessero concluso la fase sperimentale che tutti assieme rischiavano nel tempo di rinchiudere il gruppo dentro una nicchia. Ed in ultimo anche, inevitabilmente, dall’ingombrante figura di Syd Barrett. Oppure, se volessimo vedere la questione da un altro punto di vista, è come se fossero riusciti a racchiudere e concretizzare in un’opera solo il meglio delle loro precedenti esperienze, con un risultato stilisticamente e musicalmente perfetto.

Dicevo dei testi, che per chi non è confidente con l’inglese o non è di madrelingua ovviamente costituiscono quasi sempre, a loro volta, un  lato oscuro, per così dire, di qualsiasi album di produzione anglosassone o comunque straniera. A questo link però http://albertinipierangela.altervista.org/thedarksideofthemoon-analisi-dellalbum/ è possibile trovare una seria ed interessante interpretazione e traduzione degli stessi. Per condensare al massimo il significato dell’album nel suo insieme, si può forse riassumerlo così, citando la stessa fonte: ‘…la prima metà descrive una vita fatta di insoddisfazione fino alla sua conclusione naturale (la morte)…‘ ed è riferita ai primi quattro brani. ‘La seconda metà si compone di singole canzoni che fanno riflettere su alcuni temi “dannosi per la società” che possono portare alla follia…‘ ed è riferita ai successivi cinque.

Come spesso capita, quando si leggono le traduzioni dall’inglese di brani o componimenti che dir si voglia, specie se strutturati in forma allegorica, è evidente la difficoltà, non solo dal punto di vista metrico, d’interpretarne anche solo in parte il loro significato. A maggior ragione poi se sono frequenti i doppi sensi o l’uso della terminologia ‘slang‘ che rappresentano, per chi non ne è confidente, un ostacolo ancora più grande. Anche in questo caso avviene la stessa cosa, così come ne avevamo già avuto riprova quando parlavo dei testi di Pete Sinfield con i King Crimson o di Peter Gabriel con i Genesis nelle recensioni relative.

Dal punto di vista esclusivamente musicale invece è straordinario ed immediatamente comprensibile il lavoro raffinato svolto sugli arrangiamenti dei singoli brani, inclusi i momenti di raccordo fra loro, mai fini a se stessi. Così come la qualità audio delle registrazioni, magistralmente condotte da un ingegnere del suono come Alan Parsons, che in seguito ha avuto una discreta carriera da solista con il nome, appunto, di Alan Parsons Project.

Ora, se per ipotesi non aveste mai ascoltato ‘The Dark Side Of The Moon‘ non solo questa mi sembra l’occasione giusta per rimediare alla lacuna, ma non limitatevi ai brani più celebrati come ‘Time‘, ‘Money‘ o ‘Us And Them‘. Iniziatelo e finitelo tutto, perché è un’esperienza coinvolgente, anche visuale, come nel video qui sotto e neanche troppo lunga in fondo. Ne potrete apprezzare, fra l’altro, la perfetta consequenzialità delle tracce ed il sottile legame che le unisce una all’altra come un filo d’Arianna.

Siamo sempre nell’ambito del genere progressive, arricchito in questo caso di elementi solitamente estranei all’ambito musicale che però nello specifico ne amplificano, non il volume, quanto semmai il senso e l’effetto, sia sul singolo brano che nel suo complesso. Nonostante siano trascorsi quarantacinque anni dalla sua uscita, è sorprendente come questo album risulti ancora assolutamente attuale, affascinante e coinvolgente.

E poi lasciatevi pure trasportare da brani coinvolgenti, seppure d’opposta atmosfera come ‘Money‘ e ‘Us and Them‘. Il primo dietro un motivo trascinante contiene nel testo un’ironica critica sociale (il tintinnare dei soldi, la frustrazione che ne deriva dal possesso e dalla rincorsa indiscriminata per possederne sempre più), espressa con fantasia, grinta ed un ritmo trascinante, esaltato dall’assolo di Gilmour; quanto invece il secondo, che fra l’altro lo segue immediatamente nella scaletta, è soft, il più classico come struttura musicale contenuto nell’album, sottolineato dal sax di Dick Parry, ma non meno pungente a livello di testo (‘…per aver preteso i soldi di un thè e di una fetta di torta, l’anziano uomo morì… Il conflitto rende la vita breve, nega alle persone la possibilità di vivere una vita appagante…‘).

Non ho ancora accennato, se non riguardo a David Gilmour, alla qualità dei componenti il gruppo, i quali, tranne alcuni turnisti utilizzati qua e là in qualche traccia ed anche nei concerti da vivo, sono rimasti più o meno gli stessi nel tempo. Sulla personalità dei singoli, specie Waters e Gilmour, c’è poco da discutere, nonostante il ruolo trasbordante all’inizio di Syd Barrett. Roger Waters, oltreché un bravo bassista, è anche il compositore di molti dei loro testi, mentre il ruolo di David Gilmour è diventato nel tempo sempre più importante dal punto di vista musicale, sia come compositore che come esecutore, certamente il più talentuoso dei quattro dal punto di vista della tecnica strumentale.

Entrambi comunque svolgono tuttora una lusinghiera attività solistica, mentre il tastierista Richard Wright, tutt’altro che secondario a sua volta dal punto di vista compositivo, specie nella prima discografia del gruppo, non si è mai proposto come figura carismatica, anche nella percezione dei fan. Tanto meno il batterista Nick Mason, il quale, pur fornendo il suo prezioso contributo in fase di produzione, si è limitato per il resto ad un ruolo puramente d’accompagnamento e semmai di equilibrio e bilanciamento fra le personalità spiccate di Waters e Gilmour.

Sulla storiografia e curiosità dell’album in oggetto si trovano innumerevoli testimonianze e riferimenti in Internet, quindi ve le risparmio, anche perché altrimenti occorrerebbero pagine su pagine. Dal punto di vista compositivo e soprattutto della qualità acustica (straordinaria per l’epoca) e musicale ritengo sia veramente difficile, se non impossibile, affermare che un brano sia inferiore o superiore agli altri. I più noti forse sono quelli che ho già citato in precedenza, ma il risultato del lavoro svolto su un brano come ‘On the Run‘, ad esempio, è eccellente, nell’utilizzo contemporaneo dei sintetizzatori EMS VCS3 da parte Wright, Gilmour e Waters.

Una traccia come ‘The Great Gig in the Sky‘, con la sofferta e stupenda voce della corista Clare Torry in primo piano ad accompagnare la musica, potrebbe rappresentare da sola il punto culminante della carriera di molti altri artisti e gruppi. Ci si rende altresì conto di quanto sia bella ‘Any Colour You Like‘, che segue due capolavori come ‘Money‘ e ‘Us and Them‘, sia ascoltandola separatamente che nel ruolo funzionale ma non secondario di introduzione del brano corale e suggestivo successivo, ovvero ‘Brian Damage‘, significativo non solo per l’evidente significato del titolo in rapporto alla storia ed alle vicende del gruppo.

Cantato in prima voce da Roger Waters, tornano a presentarsi nella parte finale anche quelle voci parlate che forse, si potrebbe pure supporre a questo punto, sono solo il frutto di un’illusione nella mente disturbata del protagonista (o vittima?) cui è riferito il testo. Ci si accorge che è iniziato l’ultimo brano ‘Eclipse‘ soltanto quando il cantato diventa una sorta di esortativo da parte del gruppo e dei coristi che sfocia in un’apoteosi, prima che il battito del cuore già udito all’inizio del disco torni a pulsare per sfumare lentamente.

Un’opera così importante ed osannata è soggetta inevitabilmente ad essere non solo ammirata ed amata da altri artisti ma anche ripresa in versioni più o meno fedeli. Il gruppo metal-progressive dei Dream Theater, ad esempio, ne ha fornito probabilmente la migliore riproposizione eseguendo un paio di volte ‘live‘ l’intero album, rimanendo molto fedele alla versione originale, in segno di rispetto, pur essendo individualmente i suoi componenti, tutti o quasi, superiori dal punto di vista tecnico agli stessi Pink Floyd. A questo link è possibile assistere all’intero concerto:

La discografia successiva a questo album dei Pink Floyd è contrassegnata, manco a dirlo, da altri numerosi successi, il cui punto qualitativo più alto probabilmente è rappresentato dal doppio, anche in quel caso un ‘concept-album‘, intitolato ‘The Wall‘, ma di questo semmai ne parleremo un’altra volta.

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