Film: ‘madre!’

MADRE!

Titolo Originale: mother!

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Thriller, Allegorico

Durata: 120’ Regia: Darren Aronofsky

Cast: Jennifer Lawrence (madre), Javier Bardem (Lui), Ed Harris (uomo), Michelle Pfeiffer (donna), Domhnall Gleeson (figlio maggiore), Brian Gleeson (figlio minore), Kristen Wiig (araldo), Stephen McHattie (fanatico), Sarah-Jeanne Labrosse (prima madre), Laurence Leboeuf (la nuova madre)

TRAMA: Una coppia vive in una grande casa isolata, intorno alla quale ci sono solo campi e boschi rigogliosi. Lui è uno scrittore famoso in cerca dell’ispirazione che sembra lo abbia nel frattempo abbandonato. Lei è ‘madre’, un nome simbolico evidentemente, non avendo figli e nonostante soffra periodicamente di allucinazioni, si occupa della casa sotto tutti i punti di vista: oltre ai compiti tipici della casalinga, è infatti molto impegnata a ristrutturarla ed arredarla, trasformandola dalla condizione di abbandono nella quale l’avevano trovata al loro arrivo. La casa è di proprietà di Lui, più anziano della sua compagna, che è molto avvenente, ma sente verso di sé solo un affetto fraterno, come se lo scrittore avesse perso, oltre alla capacità creativa, anche la passione. Il loro equilibrio, pur sottile, viene rotto dall’arrivo di un ospite, apparentemente casuale e piuttosto malconcio fisicamente. Finge di non conoscere lo scrittore ma poi confessa di esserne un profondo ammiratore. Lui ne è lusingato e si offre di ospitarlo a dormire, nonostante l’evidente imbarazzo della sua compagna che lo considera invece un estraneo, con tutti i rischi che ne conseguono nel fidarsi senza conoscerlo meglio. L’uomo si dimostra da subito poco rispettoso delle regole della casa e della loro privacy ma ciò non impedisce che il padrone di casa familiarizzi con lui e gli mostri anche il suo esclusivo studio, dove custodisce fra l’altro una specie di pietra simile ad un diamante alla quale è legato visceralmente ed il cui valore perciò sembra essere molto più simbolico che venale. Quando il giorno dopo ‘madre’ ne ha già abbastanza del comportamento fuori dalle righe dell’uomo, si presenta alla porta una donna, cioè la moglie di quest’ultimo, a sua volta invadente e curiosa ben oltre il lecito. Lo scrittore però si offre di ospitare entrambi, senza chiedere l’assenso della sua compagna perché la vicinanza ed i dialoghi con l’uomo gli pare che siano di beneficio alla sua ispirazione. La strana coppia ha anche due figli grandi e pur non essendo più giovanissima, mostra senza alcun imbarazzo un’espansività e carica passionale da adolescenti. Poco dopo, mentre Lui e ‘madre’ sono in un’altra parte della casa, l’irrefrenabile curiosità degli ospiti li spinge ad introdursi nello studio dello scrittore e maldestramente fanno cadere la preziosa pietra che va in frantumi. Lui reagisce con dolore e veemenza, mentre ‘madre’ trova la risolutezza per chiedere ai due maleducati di andarsene. La questione è ancora in divenire quando si presentano alla porta, a breve distanza uno dall’altro, anche i due figli degli intrusi e ne nasce subito una lite a quattro di famiglia per questioni di gelosia ed eredità, sotto lo sguardo attonito dei due ospitanti, che evolve rapidamente in uno scontro fisico e furioso fra i due fratelli, il più grande dei quali, colpito violentemente alla testa, rimane privo di conoscenza sul pavimento in una pozza di sangue. Lo scrittore si prodiga immediatamente per trasportare il ferito ed i suoi genitori in ospedale, mentre l’altro figlio si dilegua e ‘madre’ resta sola in casa, terrorizzata e abbandonata a se stessa. Al ritorno di Lui, solo, viene a sapere che il ferito è morto e l’assassino, che era riapparso intanto nella casa per recuperare il portafogli, mentre la giovane era ancora sola, si è nuovamente dileguato ed ora è ricercato dalla polizia. Nel corso della notte lei si sveglia di soprassalto per i rumori che sente provenire dal piano sottostante, dovuto ad alcune persone che sono appena entrate in casa, cioè i genitori ed i parenti della vittima. Lui ammette candidamente di averli invitati nell’imminenza del funerale, ancora una volta senza chiedere il suo parere ed anche questi ospiti si comportano sin dal principio come se fossero a casa loro. E’ l’evoluzione di un incubo perché queste presenze si rivelano a loro volta invadenti e privi di rispetto per i proprietari e la loro casa ma mentre Lui sembra minimizzare la questione partecipando al lutto ed è al tempo stesso elettrizzato dalla presenza di tutta quella folla, ‘madre’ viene colta più volta da attacchi di panico. Quando finalmente riesce a liberarsi degli intrusi, la casa risulta vistosamente danneggiata ed allora litiga furiosamente con Lui ma infine finiscono a letto dove finalmente consumano un rapporto che mancava da tempo. Il giorno dopo ‘madre’ è convinta, a ragione, di essere rimasta incinta e nei mesi seguenti la loro relazione vive il suo momento migliore. Lo scrittore riesce persino a completare una nuova opera che per l’intensità dei contenuti commuove la prossima madre, alla quale ha offerto una lettura in anteprima. Una sera però, mentre la tavola è romanticamente imbandita e ‘madre’ indossa un elegante vestito, si presentano all’ingresso di casa alcuni ammiratori di Lui, come devoti fedeli, che lo scrittore molto volentieri si ferma ad intrattenere. E’ il preambolo ad una sorta di pellegrinaggio che vede giungere via via una folla sempre più numerosa, che dapprima rimane solo all’esterno della casa ma ben presto, con l’impeto di un fiume che rompe gli argini, sfondano porte e finestre ed entrano all’interno. Mentre Lui gode per essere considerato alla stregua di una divinità, ‘madre’ invece è sempre più sola e spaventata, persino molestata da qualcuno. La casa viene occupata, devastata e depredata, come se ogni oggetto, anche il più insignificante, fosse un cimelio prezioso da accaparrarsi. Per lo choc a ‘madre’ vengono le doglie e quindi partorisce, ma è solo un momento di calma nella tempesta dentro la quale è oramai precipitata. Una sorta di rituale satanico dalle drammatiche conseguenze per la madre ed il suo bambino dal quale si salva soltanto Lui, il padre.  

VALUTAZIONE: un film destinato a dividere il pubblico fra i pochi estimatori ed i molti che lo troveranno invece insopportabile ed incomprensibile. Un passo falso nella carriera di un regista d’indubbio talento che sembra essersi fatto prendere la mano da un delirio di onnipotenza. Si tratta di un’opera divisa in due distinte parti: nella prima è un thriller molto ben strutturato che genera un crescendo di suspense, mentre nella seconda la logica degli eventi trascende il reale e si trasforma in una metafora in stile trash che si rifà addirittura alla Bibbia e nella quale paiono non esserci limiti al nonsenso, alla confusione, con sequenze indubbiamente forti dal punto di vista emotivo. Un’opera insomma rivolta solo a quella parte di pubblico che preferisce comunque l’originalità, al cinema di maniera ed è quindi disposta a perdonare l’autore che fallisce ma osa nel processo creativo, finendo però anche per dividere, appunto.

E’ risaputo che dentro il contenitore cinema si trova un largo spettro di generi e di stili, anche molto distanti fra loro. Se si pensa, ad esempio, alla filmografia di Stanley Kubrick o, che ne so, di Luchino Visconti, ma anche di autori più recenti come Quentin Tarantino e Paolo Sorrentino oppure, cito a caso e con il massimo rispetto, di altri come Neri Parenti o Carlo Vanzina, si capisce immediatamente che c’è una differenza sostanziale di contenuti, di finalità, di target di pubblico ed anche d’impatto ideologico.

E’ pure evidente che l’impegno intellettuale richiesto allo spettatore è molto differente per i primi tre nomi rispetto agli altri due. Nel caso di film come ‘Vacanze di Natale‘ e ‘Sognando la Californiaoppure di autori non italiani specializzati nel genere ‘family‘ più leggero ed evanescente possibile, lo spettatore può entrare in sala oppure sedersi comodamente davanti al TV e seguire la trama anche distraendosi un po’ fra una battuta ed una scena e l’altra, senza che ciò ne impedisca la comprensione, perché il contesto è chiaro sin dall’inizio e si tratta in massima sintesi di un prodotto di puro svago.

Davanti ad un’opera, sempre citando a caso, come ‘2001 Odissea nello Spazio‘ (a proposito, per i titoli dei film che cito, visibili in diverso colore, significa che cliccandoli si accede alla recensione che avevo pubblicato a suo tempo, ndr.), ‘La Caduta degli Dei‘, ‘Pulp Fiction‘ o ‘La Grande Bellezza‘ il discorso invece cambia completamente ed i popcorn, la cannuccia, la coca-cola e magari anche un’occhiatina ogni tanto ai messaggi sullo smartphone, diventano controproducenti di fronte alla necessità di prestare un livello di attenzione decisamente più alto. In questi ultimi casi spesso non è neppure sufficiente un’adeguata soglia di attenzione, perché prima o dopo la visione, se si vuole averne un quadro più completo e comprensibile di ciò cui si ha appena assistito, è opportuno approfondirne il senso, magari anche il contesto storico e gli obiettivi.

Non funziona quindi l’obiezione che qualcuno a volte fa al riguardo, cioè che lo spettatore non è tenuto a sforzarsi d’interpretare ciò che il regista vuole dire con la sua opera perché è compito di quest’ultimo renderne immediatamente chiaro ed evidente ogni passaggio. Alla stessa stregua allora si dovrebbe muovere analoga e velata accusa a tutta una sfilza di pittori, letterati, architetti e musicisti. Persino Van Gogh e gli Impressionisti in genere, che più facilmente incontrano il gradimento popolare con i loro dipinti apparentemente elementari e comunque illustrativi, dietro la più immediata facciata nascondono temi e significati ben più complessi che si scoprono solo leggendone la storia o ascoltando un critico d’arte di valore che li ha studiati profondamente. E se poi ci inoltrassimo nella musica in generale, ma in particolare quella classica oppure il jazz, il discorso sulle necessarie competenze per capire ed interpretare correttamente gli autori e le loro opere sarebbe ancora più complesso.

Tutta questa lunga premessa per dire che ‘madre!‘ sin da quella maiuscola mancante ed il punto esclamativo del titolo, che appare anche nell’originale, è un film diverso dalla norma e se lo si affronta con lo spirito di un cinepanettone o una qualsiasi pellicola di puro intrattenimento, inevitabilmente si va incontro ad un malinteso ed una incomprensione pressoché totali. Ciò non vuol dire però che un’opera stravagante diventa per definizione automaticamente un film riuscito, perché questo di Darren Aronofsky non lo è, sia chiaro ed a scanso di equivoci.

Darren Aronofsky, appunto, del quale abbiamo appena ammirato per la qualità, il taglio ed i contenuti la serie TV ‘One Strange Rock – Pianeta Terra‘ da lui prodotta per conto della National Geographic Society, profondendone gli elogi in un recente articolo pubblicato in questo stesso blog, non c’è dubbio che è un regista di gran talento. Parlando di una sua precedente opera come ‘Il Cigno Nero, sottolineavo come il regista, sceneggiatore e produttore americano è un autore decisamente estroso, ma anche un narcisista al quale piace provocare lo spettatore uscendo dai canoni del cinema di genere per proporre tematiche decisamente più complesse, meno popolari ed ortodosse ma anche più stimolanti. Non sempre però, ahimè, con risultati conseguenti alle aspettative, anche all’interno della stessa opera.

Personalmente amo molte forme di cinema ed altrettanti modi diversi di esprimerle. Non necessariamente devono essere complicate, o addirittura incanalate in un ermetismo esclusivo, semmai quello che conta è che ci sia sempre una chiara finalità e l’intento di gettare il cuore oltre l’ostacolo, per così dire. Non la semplice ricerca dell’originalità a tutti i costi quindi, che può diventare in alcuni casi stucchevole e fine a se stessa, quanto semmai la reinterpretazione (Tarantino in tal senso è un maestro) oppure mostrare una chiara propensione alla straordinarietà mediata da un’idea brillante, anche se inevitabilmente discutibile. Il che infatti, lo ripeto, non è detto che si traduca in un’operazione destinata a concludersi con successo e l’esempio in tal senso ce lo dà proprio ‘madre!‘.

Per capire comunque quanto Darren Aronofsky sia un autore che non si accontenta di realizzare un semplice prodotto, che qualcuno può definire più  irrispettosamente un facile compitino, basta confrontare la prima parte di questa sua ultima opera con la seconda. Sembrano due film molto distanti fra loro, forzatamente accorpati in uno solo, nonostante gli interpreti siano gli stessi e così pure la location dove le scene sono state interamente girate, cioè in una casa, in sostanza la raffigurazione di un microcosmo……(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Un sospetto che c’è qualcosa di fuori dall’ordinario in quest’opera lo si può cogliere già scorrendo la lista del cast e dei personaggi che li interpretano, oltreché dopo i primi dialoghi, se si è abbastanza attenti e perspicaci da notare che non ci sono nomi propri. Una singolarità non certo dipendente dagli attori scelti, che sono in buona parte delle stars: da Jennifer Lawrence, a Javier Bardem, ai sempreverdi Ed Harris e Michelle Pfeiffer, tutti molto bravi (e ciò la dice lunga intanto, sulle capacità del regista di trarre il meglio dai suoi attori e nel caso della Lawrence anche di più, vedremo in seguito il perché), quanto semmai dai nomi che la sceneggiatura, scritta dallo stesso Aronofsky, ha assegnato loro nelle rispettive parti. Ossia, ‘madre‘ (l’iniziale è rigorosamente minuscola perché deve essere impersonale), Lui (l’iniziale al contrario in questo caso è sempre maiuscola perché si riferisce a molto più che una singola e generica persona), uomo, donna e figlio (anch’essi con l’iniziale minuscola perché non sono riferiti a qualcuno in particolare ma al genere in toto).

Cominciamo bene con le complicanze, sarà probabilmente il pensiero del lettore a questo punto… Ma se nonostante le perplessità sul film (ovviamente ipotizzo in questo caso che lo stesso lettore l’abbia già visto e purtroppo se ne sia uscito senza raccapezzarcisi), è giunto a leggere sin qui questo commento, evidentemente un po’ di curiosità deve averlo smosso, nonostante tutto e magari punta ad ottenere un chiarimento, perlomeno riguardo l’astrusa evoluzione narrativa del film in oggetto, dopo un inizio che faceva supporre tutt’altro.

E’ comprensibile d’altronde per chi va al cinema o guarda un film in TV che non debba necessariamente documentarsi ogni volta sul medesimo prima della visione. Ci mancherebbe altro, non l’ho fatto neppure io in questo caso, pur essendo un appassionato cinefilo. Ed è altrettanto comprensibile che nella seconda parte del film, quando tutto sembra involvere in un lezioso esercizio di montaggio, fotografia e regia, fine a se stesso, mentre la trama e le aspettative vanno a farsi benedire per lasciare spazio ad una sorta di anarchia narrativa priva di logica e persino disturbante per durata e brutalità di alcune sequenze; anche il senso del film, disciolto in una sbrodolata di sgradevoli sequenze senza apparente capo né coda, è comprensibile dicevo, che lo spettatore perda la bussola del racconto e giunga a concludere, alla stregua della nota e colorita espressione di Paolo Villaggio, al termine della visione de ‘La Corazzata Potemkin‘, che si tratta di ‘una boiata pazzesca!‘.

Ma se la stranezza di quanto ha appena assistito sta davvero spingendo il lettore e vederci un po’ più chiaro, dopo essersi legittimamente chiesto se per caso Aronofsky si fosse bevuto il cervello mentre girava il film ed a meno che lo spettatore non sia un genio di arguzia interpretativa avendo inteso da solo e tutto al volo, è inevitabile e necessario che vada a leggersi qualcosa al riguardo, al termine di una visione che probabilmente lo ha lasciato a bocca aperta, o peggio ancora, con la convinzione di essere stato preso in giro. A maggior ragione poi se si considera, come dicevo in precedenza, che la prima parte del film è assolutamente in linea con una narrazione canonica ed anzi lascia presagire sviluppi molto promettenti nell’ambito di un thriller di buona fattura che poi però, inaspettatamente, muta completamente rotta, toni e colori, neanche si trattasse di un camaleonte dell’Amazzonia nell’atto di nascondersi fra un ramo e l’altro di un albero. Vediamo quindi se è possibile trovare una sorta di bandolo, in questa matassa narrativa.

Alla base del racconto c’è una coppia, non esattamente di coetanei, ma neppure costituita da una ragazzina ed un anziano, la quale vive in una grande casa che pare lontana da qualsiasi altro contatto umano, circondata solo da campi e boschi. Lui è un famoso scrittore tormentato da una crisi creativa che ha voluto isolarsi proprio in quella sua remota proprietà, nella speranza di ritrovare la migliore ispirazione. La sua compagna non è in grado di aiutarlo in tal senso e allora cerca perlomeno di accudirlo amorevolmente, evitando il più possibile di distrarlo e rompere la sua concentrazione, specie quando si chiude nel suo studio dove è solito fermarsi quando gli sovviene un barlume d’ispirazione. Intanto lei si sta dedicando anima a corpo a ridisegnare la casa, a farla diventare sempre più accogliente, dallo stato di abbandono nel quale versava prima del loro arrivo.

Fermiamoci per un momento a questo punto perché, non fosse per alcune strane visioni che colpiscono improvvisamente la donna (le quali sembrano una sorta di allerta lanciata dall’autore allo spettatore affinché si abitui preso ad assistere a qualcosa che sfugge alla razionalità), mentre la telecamera la segue continuamente in soggettiva, ad alimentare una strisciante tensione per qualcosa che potrebbe accadere da un momento all’altro a sconvolgere la quotidiana tranquillità della coppia, si potrebbe supporre quindi che si tratta di una commedia con buone probabilità nel prosieguo di una conversione in tonalità thriller. Aronofsky in realtà mira molto più in alto e lo spiega in alcune interviste dove propone una diversa e possibile lettura o interpretazione della storia che ha appena iniziato a raccontare, la quale si rifà niente meno che alla Bibbia. Alla faccia, potrebbe commentare qualcuno! Un parallelismo quindi alquanto pretenzioso ed azzardato.

Comunque sia, proviamo a considerare quella casa come se fosse una fantasiosa miniaturizzazione del Paradiso Terrestre e Lui (Bardem) nientemeno che Dio. Non a caso, come si diceva in precedenza, è l’unico dei protagonisti ad avere l’iniziale maiuscola. Lei (la Lawrence) allora chi potrebbe essere? La Madonna, forse,  oppure seguendo la minuscola iniziale e la spersonalizzazione che suggerisce il suo stesso nome, più probabilmente la ‘madre terra‘, cioè la Natura. Insomma una libera reinterpretazione in chiave moderna di alcune figure ed episodi del Libro della Genesi, sperando che non ci sia nessuno pronto a tacciarla di blasfemia. D’altronde Lui non è forse un creatore (seppure di opere letterarie) ed è anche il ‘padrone’ della casa, cioè del ‘creato’? E ‘madre‘ invece, nei panni della Natura, non sta forse sperimentando l’evoluzione dal caos (che altro vuole dire sennò la scena che la mostra mentre prova il colore più adatto con il quale dipingere una parete della casa da quel grigiore sbiadito ed insignificante?), occupandosi in prima persona di tutta la manutenzione, inclusa l’impiantistica dell’abitazione? Certo, è un piano di lettura molto audace, nessuno lo nega, ma sin qui ci siamo? Si converrà, se non altro, che non è del tutto campato per aria, visto da quest’ottica. 

Bene, ora facciamo un piccolo salto narrativo in avanti e ci troviamo di fronte a due ‘new entries‘, seppure in tempi di poco sfasati fra loro, ovvero ‘uomo‘ e ‘donna‘, i quali pur essendo degli ospiti della casa (analogamente agli uomini sul pianeta Terra) si comportano come se fossero diventati perlomeno i comproprietari, senza rispettare le regole di rispetto, convivenza e di comportamento. E qui, proseguendo in quella lettura allegorica, il riferimento è rivolto ad Adamo ed Eva, i quali vivevano in un paradiso sinché hanno volutamente rotto l’equilibrio e le regole stabilite da Dio, mangiando la nota mela proibita. Guarda caso Lui possiede nel suo studio una sorta di pietra preziosa (che sembra contenere al suo interno addirittura un cuore pulsante) che i due ospiti, infrangendo le norme di rispetto e di ruolo, malauguratamente fanno cadere e rompono. E non potrebbe essere anche questa una rappresentazione, per quanto bizzarramente espressa, del peccato originale?

Eva inoltre, com’è noto, venne creata da una costola di Adamo. Lo scrittore, nella scena in cui assiste in piena notte ‘uomo‘ mentre sta vomitando dentro il water, copre con la mano quella che appare come un’ampia ferita in corrispondenza di una costola, cercando di nasconderla a ‘madre‘ quando lo raggiunge dopo essersi svegliata sola nel letto. Alla sua richiesta di una spiegazione riguardo quella stranezza, Lui l’allontana bruscamente con la scusa di lasciare al loro ospite un po’ di privacy, anche se è proprio quella che è mancata loro da quando si è presentato in quella casa. E difatti ‘donna‘ entra in scena quando l’allegorico travaglio dalla costola di Adamo è giunto a compimento (‘uomo‘ la mattina dopo rassicura persino ‘madre‘ di non aver dormito così bene da tanto tempo e che quel malessere, stando in quel posto e respirando quell’aria, sembra sparito senza lasciare alcuno strascico).     

Ma non basta, dopo poco entrano in scena, uno a breve distanza dall’altro, anche i loro due figli che litigano subito per ragioni di eredità e di gelosia. Come non pensare allora a Caino ed Abele, in ragione anche dell’uccisione che ne segue nel corso della colluttazione fra loro. Questa prima parte del film naturalmente, se non preventivamente o viceversa successivamente informati, pochi o nessuno è in grado di leggerla come intende l’autore. Ma anche escludendo un tale temerario piano di lettura, il film sino a questo punto regge molto bene anche come una storia a  di contraddizione e difficoltà di relazione fra persone di varia provenienza e carattere. Il clima di tensione che monta mano a mano, a rompere il pacifico trantran di Lui e ‘madre‘, naturalmente soltanto dopo l’arrivo dei loro non richiesti ospiti, che si sono dimostrati irrispettosi, trasgressivi e violenti, è sufficiente a creare nello spettatore le aspettative di un thriller che potrebbe anche preludere, per intenderci, ad una vicenda tipo il terribile ‘Funny Games U.S.‘ di Michael Haneke.

Se così fosse però, Aronofsky sarebbe andato contro la sua natura di autore fuori dall’ordinario, allineandosi a molti altri, pur esimi esempi, del genere di appartenenza. Interpretando però il personaggio ed il suo ego che ha dimostrato in precedenza di possedere in grande quantità, unito alla volontà di sperimentare che gli appartiene scorrendo la sua filmografia, doveva necessariamente gettarsi, figurativamente, oltre l’ostacolo. E difatti arriva a spiazzare completamente lo spettatore. Come se avesse a disposizione due leve che agiscono autonomamente su opposte dinamiche narrative, che per comodità chiamiamo ‘reale‘ e ‘metafora‘, abbassa drasticamente il livello della prima e contemporaneamente alza (ma troppo, ahimè) quello della seconda. Succede perciò alla sua opera, purtroppo, quello che capita a certi altoparlanti che ad un livello di volume audio medio-alto fanno una gran figura a tutte le frequenze dell’udibile, mentre girando al massimo la manopola dell’amplificatore finiscono per gracchiare mettendo a nudo i loro limiti e costringendo l’ascoltatore nei casi più estremi a tapparsi le orecchie con le mani.

Proseguendo nella parabola cristiana, giusto per completare il quadro e prima di soffermarmi sulla disorientante seconda parte del film, si può semplicemente aggiungere, senza andare sino in fondo per chi invece il film non l’avesse ancora visto, che la breve vita del bambino che nel prosieguo della vicenda mette al mondo ‘madre‘, si può considerare un’allegoria della breve vita di Cristo e le sue membra date in pasto agli astanti non è altro che una riproposizione, per quanto innegabilmente cruda dal punto di vista espressivo, specie per gli animi più sensibili, della comunione nel corso della quale il prete non a caso pronuncia le note parole ‘…il corpo di Cristo‘ mentre offre l’ostia al fedele.

Si veda come questa rappresentazione d’impianto decisamente teatrale, perché si svolge per intero dentro quella casa, la quale è perciò uno spaccato prima del paradiso terrestre e poi del mondo sul quale viviamo, traslata in questa luce appare molto meno confusa di quella che invece risulta inevitabilmente a chi, vedendo il film e senza avere alcuna indicazione e presunzione di ciò che ci sta dietro, è gioco forza impreparato a recepirlo (e si badi bene, lo ripeto, non è una critica rivolta allo spettatore).

…Viviamo in un luogo dalle risorse limitate e possiamo già vederne la fine: gli oceani si svuotano e si riempiono di plastica, rifiuti nucleari…è un disastro. Quindi, ho pensato, riduciamo l’idea del pianeta ad una semplice casa, un concetto che tutti possiamo capire e utilizziamo una metafora. Un po’ come aveva fatto Luis Bunuel ne “L’Angelo Sterminatore”, in cui ha preso la società e l’ha chiusa dentro una stanza per vedere come va a pezzi…‘. E’ lo stesso Aronofsky, grande ammiratore del compianto regista spagnolo, ad esprimersi in questo modo, aprendo ad un’altra chiave di lettura della sua opera, che quindi allarga ulteriormente i suoi confini, andando a toccare temi ambientalisti che sono allegoricamente rappresentati a loro volta dalla distruzione della casa da parte della sconsiderata folla adorante il suo ‘Dio’, in questo caso il famoso scrittore, non diversamente da quello che sta facendo l’uomo nei confronti del pianeta Terra attraverso l’inquinamento, l’effetto serra ed inondando i mari di plastica che uccide pesci e l’ecosistema.

Già che ci siamo se ne potrebbe aggiungere uno in più di piani di lettura, a mio personalissimo avviso, riguardo i costi a fronte dei benefici cui va incontro qualunque persona toccata improvvisamente dalla fama e oggetto di idolatria da parte dei suoi fan. La quale trova da un lato esaltazione alla propria vanità ed al suo ego, nella maggior parte dei casi anche benessere materiale e ricchezza, ma paga al tempo stesso il caro prezzo della perdita dell’anonimato e della libertà personale, neppure tanto metaforicamente smembrati dall’ossessiva attenzione degli ammiratori, sino a giungere nei casi più estremi ad episodi persecutori ripetuti ed intrusivi, minacce, pedinamenti, molestie, telefonate o attenzioni indesiderate. Una condizione di oppressione ed insicurezza che comunemente definiamo con il termine di ‘stalking‘.

Tutto ciò però, pur essendo molto suggestivo, nuoce indubbiamente alla comprensione del film, anche al livello più immediato e terra terra di lettura, perché la distonia fra la prima parte e la seconda è così elevata da diventare una sorta di strappo che sbiella, per usare un termine motoristico, l’equilibrio narrativo, rendendo di fatto esagerato, distorto e persino irritante, oltreché eccessivamente lungo, l’happening della folla dentro la casa, il comportamento contraddittorio di Lui e la reazione di ‘madre terra‘ sino alle estreme conseguenze. La quale, sin dalle prime immagini del film, che la vedono bruciare fra le fiamme, è di fatto la vera e unica vittima annunciata della storia: abbandonata, offesa, lasciata a se stessa, ingannata, molestata ed alla quale viene persino strappato il figlio per immolarlo alla gloria del padre. Infine persino sostituita da una sosia, come se fosse un ‘loop’ narrativo destinato a ripetersi all’infinito.

Ciò non di meno si veda come un’opera sbagliata o eccessivamente pretenziosa di un autore probabilmente in preda ad un delirio di onnipotenza, contenga in ogni caso ampio ed importante materiale di discussione ed attraverso tematiche che certamente peccano di superbia e sono fra loro persino mal assortite, ma spingono lo spettatore meno superficiale, o semplicemente più curioso, a cercare approfondimenti utili anche a rivedere, seppure parzialmente, il giudizio sull’opera medesima, che in prima e più superficiale analisi non poteva che essere del tutto negativo.

Così come spesso si dice che è meglio sbagliare per eccesso piuttosto che per difetto, Darren Aronofsky con il suo ‘mother!‘ ha messo in scena un’opera decisamente sui generis e scioccante, che tende a voler deliberatamente colpire allo stomaco lo spettatore. Anche se ciò significa suscitare una reazione contraria a quella che qualunque autore di cinema non vuole ottenere dal proprio pubblico, ovvero la critica negativa, se non addirittura il rifiuto. Da notare che anche nel titolo originale l’iniziale è minuscola come se anziché all’inizio di una frase fosse posta alla fine e quel punto esclamativo rappresenta di conseguenza qualcosa di conclusivo o da rimarcare, che si tratti di un concetto oppure di una più elementare sensazione, di fatto però tutt’altro che rassicurante e distesa.

Su una cosa il regista americano pare invece non sbagliare mai un colpo ed anche questa la dice lunga sulla sua personalità. Pur senza essere un Adone, riesce spesso a conquistare le sue attrici: Rachel Weisz prima, dalla quale ha avuto anche una figlia e Jennifer Lawrence durante quest’opera, ad esempio, sono rimaste talmente attratte evidentemente dalla sua figura intellettuale e carismatica da diventare, seppure per un tempo limitato, sue partner anche nella vita reale. Jennifer Lawrence si è anche prestata ad interpretare una parte nella quale è costretta, non solo dal punto di vista recitativo ma anche fisicamente, a fornire una prova davvero molto dura e faticosa. E dire che pare si fosse rifiutata d’interpretare  in ‘The Hateful Eight‘ il ruolo che Tarantino ha poi assegnato ad un’altra Jennifer e cioè la Jason Leigh, perché la Lawrence non se l’è sentita di apparire così sporca ed abbruttita come richiedeva quel personaggio e non è che in questo caso ci sia andata poi molto lontana.

Arrivati alla conclusione di questa lunga analisi del film qualcuno potrebbe obiettare che l’autore avrebbe potuto essere semplicemente meno allusivo e raccontare una storia decisamente più alla luce del sole, per così dire. Certo, avrebbe potuto, ma se nel vocabolario esistono parole come metafora e allegoria (letteratura e cinema sono piene di opere che ne fanno largo uso), non si può farne una colpa al regista americano se in questa sua creatura ha deciso di farne largo uso, fermo restando il giudizio che ognuno è poi libero di esprimere. ‘…Cerco solo di portare un po’ di vita in questa casa! Di aprire la porta a nuova gente, a nuove idee…‘ dice Javier Bardem, rispondendo alle perplessità ed alle angosce di Jennifer Lawrence ed in fondo questa frase si può forse considerare la sintesi del modo d’intendere il cinema da parte dello stesso Darren Aronofsky.

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