Film: ‘Quasi Famosi’

QUASI FAMOSI

Titolo Originale: Almost Famous

 Nazione: USA

Anno:  2000

Genere: Commedia, Drammatico, Musicale

Durata: 122’ Regia: Cameron Crowe

Cast: Patrick Fugit (William Miller), Billy Crudup (Russell Hammond), Frances McDormand (Elaine Miller), Kate Hudson (Penny Lane), Jason Lee (Jeff Bebe), Anna Paquin (Polexia Aphrodesia), Philip Seymour Hoffman (Lester Bangs), Zooey Deschanel (Anita Miller), Noah Taylor (Dick Roswell), Michael Angarano (William Giovane), Jimmy Fallon (Dennis Hope), Jay Baruchel (Vic Munoz), Fairuza Balk (Sapphire)

TRAMA: San Diego, USA, 1969: William Miller ha undici anni e vive con la sorella maggiore Elaine e la madre. Quest’ultima è un’insegnante, molto protettiva, al limite dell’ossessione, affinché i suoi figli non finiscano in cattive compagnie o si facciano attirare dalle droghe che scorrono sin troppo facilmente in certi ambienti, anche giovanili e tanto meno dalle mode del momento. Elaine però si sente talmente oppressa dalle regole imposte dalla madre, che quando compie 18 anni se ne va di casa per andare a vivere con il suo ragazzo a San Francisco e lascia a William in dote una ricca collezione di dischi in vinile sui quali quest’ultimo costruisce una solida esperienza, appassionandosi alla musica rock di quei favolosi anni. Poiché scrive molto bene, quattro anni dopo le sue recensioni dei dischi sono pubblicate nel giornalino della scuola e le invia anche al rinomato critico Lester Bangs, direttore della rivista ‘Cleem’, il quale dopo averlo messo in guardia sui pericoli che corre, volendo entrare troppo giovane ed inesperto in quel contraddittorio e fagocitante mondo musicale, offre a William l’opportunità di scrivere un articolo per lui sul prossimo concerto di un gruppo di primo piano come Black Sabbath. Per via della sua età e conseguente aspetto fisico, William non viene preso in considerazione quando chiede di entrare nel ‘back stage’. Alcune ‘groupies’ che stazionano sul retro con lui, in attesa dell’arrivo del gruppo di supporto Steelwater, lo prendono in simpatia, in particolare una di loro, che si chiama Penny Lane. Quest’ultima, pur avendo un solo anno più di lui, in realtà sembra molto più navigata ed esperta. All’arrivo della band, nonostante i componenti si dichiarino ostili nei confronti dei critici musicali per precedenti giudizi negativi, William riesce ad attirarne l’attenzione con alcune argute affermazioni sulla loro musica e quindi ad entrare assieme ed assistere al concerto da dietro le quinte, di fianco alle ‘groupies’. Al termine della serata Penny Lane chiede a William se gli andrebbe di fare un viaggio assieme in Marocco e lui, seppure stupito, risponde di sì. Non passa molto tempo che la giovane accompagna William al ‘Continental Hyatt House’ di Los Angeles, un hotel molto frequentato dalle band e dalle rock star più famose, dove incontra ancora gli Steelwater ed osserva Penny Lane che, dopo aver catturato l’attenzione di Russell, si apparta con lui in una camera dove consumano un rapporto sessuale. Contattato dalla celebre rivista ‘Rolling Stones’, che ha letto le sue recensioni e lo crede molto più adulto, il direttore editoriale gli propone una ben retribuita collaborazione, che l’incredulo William accetta immediatamente. Il suo compito è di scrivere un articolo sugli Steelwater seguendone la tournée. La madre è preoccupatissima e gli impone di farle ogni giorno un paio di telefonate che la rassicurino, nel corso dei trasferimenti, che avvengono in un pullman a disposizione della band. Convivendo con la band e le ‘groupies’ che lo accompagnano nel corso delle varie date dei concerti, un po’ alla volta William diventa parte del gruppo e passa dalla simpatia per Penny Lane, ad una vera e propria cotta, senza avere però il coraggio di dichiararsi. Intanto cerca di raccogliere più informazioni possibili per il suo articolo, registrando un’intervista al cantante Jeff Babe ma senza riuscire a fare altrettanto con Russell, apparentemente il più disponibile, che invece rimanda continuamente il momento. Durante i lunghi tempi di viaggio emergono i conflitti caratteriali e le differenti aspirazioni dei componenti la band. Russell si sente più bravo degli altri e quindi sprecato a rimanere con loro, mentre il cantante, che inizio si considerava il leader, ora soffre la personalità del chitarrista, di gran lunga il più acclamato dai fan. All’arrivo a New York, dopo aver dovuto accettare dalla casa discografica un ‘manager del loro manager’, le ‘groupies’ vengono scaricate ad un altro gruppo, mentre agli Steelwater si ricongiungono con le loro fidanzate ufficiali e mogli. Penny Lane però non si rassegna e con mezzi propri giunge ugualmente a New York, prende una camera in hotel sotto falso nome e poi mette in imbarazzo Russell dentro un ristorante, allontanata però dal vecchio manager del gruppo. William insegue Penny Lane fuori dal ristorante sino all’hotel dove gli aveva rivelato che alloggia poco prima un amichetto, fan dei Led Zeppelin, il quale a sua volta ha viaggiato sin lì per incontrarli, e la trova in camera semi incosciente per una overdose di barbiturici. La sua immediata richiesta d’intervento di un medico, salva la vita alla ragazza, convincendo però William a chiudere con la tournée degli Steelwater, non prima di aver urlato la sua rabbia a Russell ed agli altri, durante un viaggio in aereo che sembra sul punto di trasformarsi in tragedia, per il cinico comportamento che hanno tenuto con le loro ‘groupies’, le quali erano, prima di tutto, le loro fan più sfegatate e fedeli. Ottenuto comunque il permesso di scrivere nel suo articolo quello che gli pare, si presenta alla rivista ‘Rolling Stones’ dove il referente che lo ha ingaggiato telefonicamente si rende conto finalmente della sua giovane età, ma trova comunque molto interessante il suo reportage. Chiesta però a Russell una conferma sul contenuto, lui lo smentisce e l’articolo non viene pubblicato. Di conseguenza, William viene messo alla porta. In seguito però una delle ‘groupies’ rimasta con gli Steelwater mette Russell, che già ha nostalgia di Penny Lane, di fronte alle sue responsabilità nei confronti della ragazza ed anche di William ed il chitarrista, pentito del suo atteggiamento, le telefona chiedendole l’indirizzo per raggiungerla. Lo attende però una sorpresa.  

VALUTAZIONE: un’opera che, pur nella sua semplicità, i limiti e le contraddizioni, è imperdibile per chi quegli anni ’70 li ha vissuti veramente, intorno alla musica rock ed anche per chi ne ha soltanto sentito parlare appartenendo a generazioni più recenti, ma ha l’opportunità di farsi un’idea in modo credibile dell’atmosfera frizzante di quell’epoca. In special modo cosa ferveva, appunto, intorno alla musica ed al sogno di molti di poter cambiare il mondo attraverso le canzoni, mentre per altri era un modo come un altro di fare soldi sfruttando l’onda creativa. Non si tratta quindi di un capolavoro, ma di un film di natura autobiografica dello stesso regista Cameron Crowe, che sorprende piacevolmente per lo stile rievocativo ma non retorico ed al tempo stesso simpatico e coinvolgente, accompagnato da una suggestiva ed ampia colonna sonora. La sceneggiatura dello stesso Crowe è stata premiata con l’Oscar.  

Il regista e sceneggiatore di ‘Quasi Famosi‘, Cameron Crowe, all’epoca del film aveva la stessa età del protagonista, l’undicenne William Miller. Facile perciò è immaginare che ci sia qualcosa di autobiografico in questa storia e difatti, leggendo la sua biografia, emerge almeno un’importante ed indicativa analogia: anche lui quando era molto giovane ha lavorato per un po’ come reporter della rivista musicale ‘Rolling Stone‘, un punto di riferimento del settore, già a quel tempo. Avendo quindi vissuto di persona un’esperienza del genere, Crowe ha le giuste referenze per inoltrarsi in alcuni  aspetti dei media di allora e l’esuberante ed impetuoso mondo musicale del rock di quegli anni ’70, inclusi i retroscena che, proprio per loro natura, sono spesso poco visibili al grande pubblico.    

Quasi Famosi‘ (traduzione letterale dell’originale ‘Almost Famous‘), titolo grazie al quale per la produzione nostrana è stato gioco facile riferirsi ad un ‘cult’ del 1980, cioè ‘Saranno Famosi‘ di Alan Parker (che invece in lingua originale era intitolato ‘Fame‘), sin dalle prime sequenze mostra toni che, pur senza nulla nascondere delle contraddizioni e delle problematiche, anche molto serie, di quel movimentato periodo e, soprattutto, delle conseguenze legate all’uso di anfetamine e degli acidi (oltre al sin troppo disinvolto sfruttamento delle cosiddette ‘groupies‘ – sull’uso corretto del plurale di ‘groupie‘ ci sono varie interpretazioni – da parte delle ‘rock star’ più in voga) i toni dicevo non sono mai troppo severi. Non si tratta insomma di un film di denuncia sociale.

Anzi, a partire dalla figura di Elaine, madre di William, interpretata da una sicurezza come Frances McDormand, spunti grotteschi vanno a braccetto con altri ironici in vari momenti del film e diventano elementi costitutivi fondamentali di un interessante e coinvolgente viaggio dentro un’epoca contrassegnata da grandi speranze ed aspettative, nonostante le atmosfere ahimè piuttosto datate oramai, espresse però in un struttura narrativa che spesso si dimostra divertente.

Già dai titoli di testa comunque, scritti a matita su un quaderno, forse simile a quelli che usano i reporter ancora oggi, con la cinepresa che si muove quasi fosse alla ricerca di qualcosa di specifico fra alcune cover di dischi ed oggetti vari sparsi su un tavolo, si capisce che questo è un film che non vuole essere soltanto celebrativo di un’epoca ma neppure convenzionale. Lo conferma la sequenza introduttiva, che vede il giovanissimo William, seduto nel sedile posteriore dell’auto di famiglia, discutere con la madre e la sorella (il padre non c’è più, è morto d’infarto) sui suoi anni effettivi. Che gli sono stati taciuti sino a quel momento, rendendolo in tal modo oggetto dello scherno dei suoi compagni, essendo più piccolo, anche di statura, avendo due anni di meno di quelli che credeva. La madre infatti gli ha fatto anticipare i tempi scolastici, ritenendo che se ne potesse avvantaggiare, avendo in mente per lui una carriera da avvocato, mentre Anita, la sorella maggiore, la accusa in tal modo di aver rubato a William una parte significativa di tempo dell’infanzia spensierata. Insomma, un bel conflitto generazionale, un tema che torna a galla a più riprese nel corso del film ma che al tempo stesso spiega come William sia cresciuto in un ambiente che gli ha ispirato precocemente uno spiccato spirito critico rispetto alla gran parte dei suoi compagni.

A proposito, la madre è un’insegnante di psicologia, ma riesce a farsi capire meglio dai suoi studenti che dai suoi figli. Specie Anita, che sta per compiere diciotto anni e non sopporta più di essere soffocata dalle critiche Elaine al conformismo dei loro coetanei, finendo per far sentire esclusi lei ed il fratello. Come quando Anita cerca di entrare di soppiatto in casa, nascondendo sotto il giaccone un disco di Simon & Garfunkel e la madre, più furba di lei nell’accorgersene subito, soltanto guardando l’espressione dei due artisti in copertina ne deduce che sono da evitare, perché si vede chiaramente che fumano erba, altro che le poesie dei loro testi.

Così, appena diventa maggiorenne, Anita esce di casa, ma lascia a William la sua collezione di dischi nascosta sotto il letto (‘…ascolta ‘Tommy’ – concept album di The Who, ndr. – ed accendi una candela e vedrai davanti a te il tuo futuro…’ gli sussurra in un orecchio, abbracciandolo, mentre se ne sta andando). Grazie a questo piccolo tesoro lui, nei successivi quattro anni, diventa un esperto di musica rock, capace di scrivere brillanti recensioni nel giornale della scuola e persino di dare giudizi con cognizione di causa sull’evoluzione o involuzione di una rock star, ad esempio su Lou Reed: ‘…mi piace le prime cose che ha fatto, nelle ultime vuole imitare David Bowie, invece di essere se stesso…’.

L’incontro con il noto critico musicale Lester Bangs, direttore della rivista ‘Cleem‘, interpretato dal bravo Philip Seymour Hoffman (premio Oscar come attore protagonista nel 2005 di ‘Truman Capote – A Sangue Freddo‘ di Bennett Miller) ahimè scomparso nel frattempo, al quale William fa pervenire le sue recensioni (dopo averlo osservato, ammirato e divertito un giorno, da dietro la vetrata di una radio locale, mentre disquisiva in maniera a dir poco eccentrica su alcuni artisti, stroncando Jim Morrison e preferendogli, considerandolo più vero e coerente, il gruppo dei Guess Who, ma infine metteva sul piatto del giradischi un ‘LP’ dello scatenato Iggy Pop), è illuminante per il giovane critico in erba (senza allusioni a quell’altro tipo…). Sarebbe anche poco incoraggiante, stando a sentire Lester, quando tenta di metterlo in guardia con questo verdetto: ‘…è un peccato che ti sia perso il rock’n’roll, è finito. Sei giusto in tempo per il rantolo della morte, l’ultimo singulto, l’ultimo annaspo…. William però non è tipo da demordere tanto facilmente ed infatti gli risponde che s’accontenta anche soltanto di quel poco che è rimasto. 

Lester perciò gli assegna, promettendogli un compenso di 35 dollari, l’incarico di scrivere in quattro cartelle un articolo sulla band dei Black Sabbath che si sta per esibire in città. Poco dopo, nonostante un attimo prima Lester sembrava volesse congedarlo, forse perché stanco di sentir dire anche a se stesso che molte volte si è riempito di anfetamine e persino di sciroppo per la tosse, quando scriveva di notte pagine su pagine, tanto per buttare giù qualcosa, sono entrambi seduti in un bar. Da professionista oramai disincantato che conosce tutti gli aspetti, i retroscena e le disillusioni del mestiere del critico e del mondo del rock, inclusa la frustrazione di aver vissuto all’ombra delle star, non sempre dotate di un talento migliore del suo, impartisce a William una sorta di lezione iniziatica, sui pericoli insiti in quell’ambiente, che valgono in buona parte anche nella vita in generale: ‘…una volta che andrai a Los Angeles avrai una barca di amici, saranno tutti falsi amici. Tenteranno tutti di corromperti, con quel tuo faccino onesto, ti diranno qualsiasi cosa. Ma non si può diventare amico delle rock star. Se vuoi essere un vero giornalista rock, prima di tutto pagano una miseria, però le case discografiche ti mandano i dischi gratis… Guarda che sarà una brutta storia, ti offriranno da bere, incontrerai delle ragazze, volerai con loro da un posto all’altro, ti offriranno la droga. Lo so che sembra una svolta, ma non saranno mai tuoi amici. Cioè quelli vogliono che tu disegni dei santini sul grande genio della rock star ma in realtà rovineranno il rock’n’roll e soffocheranno tutto quello che amiamo del rock’n’roll. E poi diventerà soltanto l’industria del più fico… Cioè, davvero sei arrivato in un momento molto pericoloso per il rock’n’roll. Ecco per me dovresti tornartene a casa e fare, che ne so, l’avvocato per esempio. Ma vedo dalla tua faccia che non lo farai…‘. Anche perché, come aveva detto lui stesso in precedenza: ‘… è la musica che ti sceglie…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  

‘Quasi Famosi‘ è un film nel quale i dialoghi non sono mai banali ed a volte diventano addirittura dei monologhi ed anche da ciò si capisce perché la sceneggiatura ha vinto l’Oscar. Sarebbe forse giusto ed utile citarli tutti, oltre a quelli riportati nel testo di questo commento, perché testimoniano il carattere dei personaggi ma costituiscono spesso anche una curiosa e stuzzicante riflessione sul clima che girava allora (ma forse il verbo dovrebbe essere rivolto al presente) intorno all’ambiente musicale ed all’interno dei gruppi, nel loro girovagare in tournée e forzatamente convivere fra loro quotidianamente, a volte per mesi in giro per gli States o addirittura per il mondo, facendo emergere le assonanze ma spesso anche i contrasti caratteriali, le divisioni nei gusti, le differenze nei modi e le contrapposte ambizioni personali. 

William ovviamente è entusiasta del ruolo che gli ha assegnato Lester, ma quanto sia cinico e spietato il mondo verso il quale si sta approcciando e l’aria che tira, spesso non proprio amichevole, davanti e dietro le quinte del mondo musicale, peraltro contraddittorio nell’aspirazione di alcuni di cambiare il mondo con le canzoni, non necessariamente per arricchirsi, rispetto alle esigenze spietate del business delle case discografiche e dei manager, promoter ed aggregati vari del circo mediatico che fa da corredo alla star del momento, questo film lo mostra abbastanza bene. Il giovane critico ne ha subito una testimonianza al concerto dei Black Sabbath, al quale la madre lo accompagna in auto, facendogli le solite raccomandazioni, prima di lasciarlo, con l’accordo che alle undici sarà ad aspettarlo fuori e nel caso non dovessero ritrovarsi fra la calca, il fischio di casa gli indicherà la direzione giusta.

Una serata indimenticabile quella del concerto dei Black Sabbath, anche se inizia male per William all’ingresso del ‘back stage’ dove entrano i musicisti e dove lui si reca con l’obiettivo di fare un’intervista al famoso gruppo di ‘Paranoid‘, ma l’addetto gli chiude la porta in faccia non trovando il suo nome fra gli accrediti e poi, suvvia, è un ragazzino, che ci fa lì? Indimenticabile davvero, perché fuori assieme a lui c’è anche un gruppo di ragazze, una delle quali ci tiene a precisare: ‘…noi non siamo groupies…‘. Ma subito dopo ne appare un’altra, considerata un po’ la loro referente, il cui curioso nome è Penny Lane (come la celebre canzone dei Beatles), avvolta in un giaccone di lana dal quale emerge un viso che non passa sicuramente inosservato, la quale meglio chiarisce il significato all’intimidito William: ‘…le ‘groupies’ vanno a letto con le rock star perché vogliono stare con della gente famosa. Noi siamo qui per la musica e noi siamo le aiuta-complessi. Noi non abbiamo rapporti sessuali con questi ragazzi, noi ispiriamo la musica. Siamo qui, perché c’è la musica…‘. Sorvoliamo sul fatto che quella di prima e se lo poteva risparmiare a quel punto, aggiunge che si limitano al massimo a rapporti orali con le rock star, ma c’è sicuramente del vero nell’affermazione di Penny Lane, che resta impressa nella mente di William e tornerà utile al momento opportuno.

Penny Lane è molto bella: bionda, slanciata, ha uno sguardo ammaliante, un sorriso ammiccante che sembra voler dire in ogni momento che lei la sa più lunga di chi le sta di fronte, anche se poi veniamo a sapere che ha solo un anno più del quindicenne William, seppure fra loro il gap sembra in realtà ben più ampio. Al termine del concerto la ‘groupie‘, che ha attirato lo sguardo ed anche molto di più del chitarrista Russell Hammond degli Steelwater, il gruppo di supporto della serata che pare avere però i numeri per emergere, ha già conquistato anche William. Il quale è riuscito ad entrare perché all’arrivo degli Steelwater ha saputo stupirli commentando alcuni loro dischi, subito dopo essere stato bollato come giornalista e critico musicale, quindi nemico. All’uscita Penny Lane e William sono rimasti soli e lei, che l’ha preso subito in simpatia per la sua dolcezza ed innocenza, gli propone qualcosa di sorprendente: ‘…voglio andare a vivere in Marocco per un anno intero. Vieni con me?…‘. Il che, chissà poi perché proprio in quel paese, ottiene comunque l’immediato assenso del giovane, ma la dice pure lunga sull’insoddisfazione interiore di Penny Lane rispetto all’apparente sicurezza e spensieratezza che mostra all’esterno. Chissà poi se è un caso che Elaine si pronuncia allo stesso modo di Lane e se qualche psicologo potrebbe trovare in questa sovrapposizione fonetica del materiale interessante.

Comunque sia, se tutto ciò già non fosse già sufficiente per destabilizzare un ragazzino come William, che dovrebbe diplomarsi al termine dell’anno scolastico, arriva anche una telefonata della rivista ‘Rolling Stone‘, che gli propone una collaborazione, con una retribuzione di 700 dollari, subito corretta in 1000, interpretando il suo silenzio come un rifiuto, anziché un attimo di pausa nel quale è rimasto semplicemente senza parole. Non hanno idea che è un minorenne, dalla voce non si capisce, ma sono piaciute molto le recensioni che ha scritto e pubblicato. William non solo accetta, ma si propone di scrivere un articolo sugli Steelwater e così la rivista musicale lo manda al seguito della tournée del gruppo, spesato di tutto. Immaginarsi lì per lì la reazione della madre! Siccome però è una persona intelligente che ha già compreso di aver guastato il rapporto con una figlia a causa della sua intransigenza, stavolta non si oppone, stante alcune regole di comportamento che pretende dal figlio e quindi lo lascia andare per alcuni giorni. Non ci vuole molto a capire che non tornerà tanto presto, nemmeno in tempo per l’assegnazione dei diplomi nella classica cerimonia di fine anno.

Così William sale sul pullman degli Steelwater, che al posto della destinazione mostra la scritta ‘Almost Tour – 1973‘ e vive un sogno ad occhi aperti, un’avventura che non avrebbe mai immaginato sino a poco tempo prima. Soprattutto passa molto tempo in compagnia di Penny Lane che lo considera un po’ come un cucciolo da proteggere e coccolare, ma anche un’amico con il quale confidarsi, a parte il suo vero nome che non ha mai rivelato a nessuno. Ed in quell’ambiente non se ne trovano molti di amici, come diceva Lester. Penny Lane ne è consapevole, anche se confida a William di avere il controllo di se stessa e dei limiti del ruolo di ‘groupie’ ‘…io lo dico sempre alle ragazze, non prendetela sul serio. Se non la prendete sul serio, non potete soffrire e vi divertirete sempre. E se per caso vi sentite sole, basta andare al negozio di dischi a trovare i vostri amici…‘. Ma s’illude a sua volta, perché i sentimenti giocano brutti scherzi e frantumano anche i progetti più razionali. Difatti s’innamora di Russell, che invece a New York ha una fidanzata ufficiale ed ovviamente Penny Lane è destinata a soffrirne, mentre William che sempre più pende dalle sue labbra e dai suoi sorrisi, conosce anche gli spasmi della gelosia. Specie quando la scorge seminuda nella stanza d’hotel di Russell e poi sente i gemiti inequivocabili fra loro.

Il ragazzo rischia spesso di essere sottovalutato fra gli aggregati al tour, in rapporto al ruolo che ricopre ed alla maturità e competenza che invece dimostra, a dispetto dell’età. Il cantante Jeff Bebe in effetti è molto sospettoso al riguardo e lo dice chiaramente a Russell: ‘…sembra innocuo ma fa parte della rivista che ha stroncato “Layla”, ha fatto sciogliere i Cream e ha demolito tutti gli album dei Led Zeppelin. Mai dimenticare la regola. Quello stronzetto è il nemico, scrive quello che vede. Anche se sarebbe forte finire in copertina…‘. Russell invece sembra essere meno preoccupato sulla sua affidabilità ed in un’occasione, di fronte alla domanda di William: ‘…cos’è che ti piace della musica?…‘ si lascia pure andare ad una confessione che sembra quasi liberatoria: ‘…vedi, alcuni di noi hanno delle ragazze che li aspettano a casa, qualcuno ha perfino la moglie. E a volte le persone che incontri quando sei in tournée sono persone veramente da sballo, come te. Ma certe cose che succedono è bene che lo sappiano in pochi, non un milione di persone. Vedi, io sono cresciuto con loro ma non posso suonare tutto quello che so suonare. Io li ho superati come musicista ma più diventiamo famosi, più grandi diventano le loro case, le responsabilità, la pressione, capisci? Più difficile per me è mollarli…‘. Per riprendersi subito dopo ed ammettere: ‘…che sto facendo? Sto spifferando dei segreti all’unica persona a cui non si dovrebbero raccontare…‘. William però lo rassicura, dicendogli che l’intervista è fissata per il giorno dopo, lasciandogli con ciò intendere che tutto quello che si sono detti poco prima, rimarrà soltanto fra loro.

Le tappe del tour, che passa, fra l’altro, da Tempe, Phoenix e Cleveland sono un successo perché la band funziona, al di là delle contrapposizioni. Russell oramai viene riconosciuto per strada dai fan, mentre Jeff, il cantante sembra un suo antagonista più che un compagno nella band. Com’è facile che sia, ne succedono di tutti i colori: dalla scarica elettrica al microfono di Russell che lo tramortisce; alle T-Shirt con l’immagine del gruppo che il loro manager tira fuori con entusiasmo dallo scatolone, per scoprire che mostrano Russell in primo piano e gli altri relegati dietro, persino sfocati nei visi, generando una rabbiosa discussione fra i due rivali, forse per troppo tempo rimandata.

Il che porta quest’ultimo ad accettare l’invito di alcuni ragazzi un po’ sballati, sognatori e ‘figli dei fiori‘, che lo hanno riconosciuto per strada in compagnia di William, a partecipare ad una festa notturna durante la quale Russell si fa prendere la mano ed assume troppi acidi e poi, oramai privo di freni inibitori, sale sul tetto della casa da dove urla la frase che nella realtà pare sia attribuibile a Robert Plant dei Led Zeppelin, colto in analoghe circostanze: ‘…Io sono un Dio dorato!…‘ e tutti i ragazzi sotto che vanno in deliquio quando aggiunge ‘…sono strafatto!…‘, prima di lasciarsi cadere nell’acqua della piscina sottostante, seguito poi da molti altri come fosse un improvvisato happening. Quelli erano anni nei quali assumere erba, hashish o LSD non era ancora sinonimo di disperazione ed autolesionismo, ma il modo per manifestare la propria eccentricità e distanza dal cosiddetto ‘sistema’. Una definizione, questa, certamente riduttiva ma che in qualche misura chiarisce il significato della sequenza che vede apatici i giovani quando Russell declama l’elogio della musica, mentre si entusiasmano quando aggiunge di essere strafatto. 

Il giorno dopo, grazie alla presenza di William che nel frattempo ha telefonato al manager, Russell viene accompagnato traballante in pullman, ancora fiaccato dai postumi della sbornia, indossando solo un costume da bagno ed avvolto in una coperta, in aperta rottura con il resto del gruppo. Bastano però le note del brano ‘Tiny Dancer‘ di Elton John per scatenare di lì a breve una sorta di contagioso coro vocale che ristabilisce l’armonia e l’unione dei componenti la band. Fra una data e l’altra, William rimanda il ritorno a casa e persino le telefonate alla madre che a volte saltano, contribuendo ad allarmarla ancor di più. Come quando la ‘groupie‘ Sapphire risponde ad una sua chiamata al posto di William, mentre sta parlando di ‘erba’ con una sua amica e crede di essere tranquillizzante nei confronti di Elaine dicendole che suo figlio è ancora vergine, ma poi cerca di rimediare aggiungendo che: ‘…è un bravo ragazzo del quale dovrebbe essere orgogliosa per come lo ha cresciuto…‘.

Di tutt’altro tono è invece la conversazione telefonica fra la stessa Elaine e Russell, che strappa la cornetta a William con l’intento di fare lo spiritoso con sua madre, la quale invece gliele canta (è il caso di dirlo) di santa ragione, senza concedergli neppure la possibilità di replicare, con un monologo che è molto serio nei contenuti, quanto divertente per il tono e le conclusioni: ‘…guarda che con me non attacca, e ti ho già capito. Lo so, è chiaro che vi piace William. Lui stravede per voi e la cosa vi sta bene finché vi aiuta ad arricchirvi. È un ragazzo di cuore e dotato. Ha 15 anni, ha un potenziale infinito. Non stai parlando con la solita mammina in grembiule. Conosco a memoria il vostro decadentismo. Non dovevo lasciarlo venire. Non è pronto per il vostro mondo di valori compromessi e spreco di cellule cerebrali che voi gettate via. Sono stata abbastanza chiara? Se annienti la sua vitalità, se lo ferisci in qualsiasi modo e lo allontani dalla professione che ha scelto, l’avvocato, che forse per te non è niente ma per me sì, conoscerai dal vivo la voce che ti sta parlando e non sarà un’esperienza piacevole. Ci siamo capiti, giovanotto? Non volevo fare questa parte, ma la reciterò. Ora fai del tuo meglio. Sii audace e la potenza correrà in tuo aiuto, ha detto Goethe… Non è tardi, puoi diventare ancora una persona di un certo spessore, Russell. Per favore, rimanda a casa mio figlio sano e salvo… Sai, sono contenta che abbiamo parlato…‘. Il che gli porta a dire a William, poco prima di salire sul palco per il concerto ed averlo coinvolto nell’abbraccio propiziatorio con il gruppo, una frase che il ragazzo si è già sentito dire da quel pacioccone addetto alla reception di un hotel: ‘…tua madre mi ha spiazzato di brutto, lo sai?…‘.

Nel corso di questo ‘road movie‘ sono comunque numerosi anche i momenti nei quali si può sorridere, come quando il cantante Jeff, che si è recato in bagno durante una sosta in un’area servizio lungo la strada, viene dimenticato ed insegue il pullman che sta partendo senza di lui: ‘…che problema c’è, sono solo il cantante…‘, urla lui correndo; oppure, cambiando tono, quando emerge la contraddizione fra apparire ed essere (direbbe Erich Fromm), allorché a sistemare quel pasticciaccio della rottura del contratto a seguito della scossa elettrica patita da Russell che ha causato una pesante richiesta danni, interviene il manager inviato dalla casa discografica a sistemare le cose e che così spiega loro la differenza fra immaginazione e realtà, fra dilettantismo e business professionale: ‘…siete nella merda fino al collo con questo tour, dovete alla casa discografica più di quanto avete. Ma il vostro disco vende, c’è da fare dei soldi. Io ho portato un aereo, aggiungiamo qualche data per rimettervi in pari… Sentite, io viaggerei sui trampoli se pensassi di fare più soldi. Con l’aereo riuscite a fare più date…’ Russell ci prova ad obiettare: ‘…ma qui non si tratta di fare soldi, ma di fare musica e di trascinare il pubblico…’. La replica del manager è lapidaria: ‘…sapete come si fa un tour da guest star? Sapete come si fa a non stampare un album, ma mandarlo per radio? Si deve prendere quello che si può, quando si può e sinché si può. E il vostro momento è adesso. Così si muovono quelli veri. Perché se pensate che Mick Jagger sarà ancora lì a fare la rock star a cinquantanni, mi sa che siete un bel po’ fuori strada… Io non ho inventato la pioggia ragazzi, ho solo l’ombrello migliore…‘.

E William la perde eccome la verginità, convivendo nelle stanze d’hotel con le ‘groupies‘, sotto lo sguardo divertito di Penny Lane; l’unica però a non partecipare al rito iniziatico deciso dalle sue compagne. Forse l’esatto contrario di quello che avrebbe voluto lui, se avesse potute scegliere. Ma poi anche per lui è il momento di tornare al motivo per il quale si trova lì, richiamato al dovere da quelli che Lester definiva i ‘mercanti di brodaglia‘, cioè la rivista ‘Rolling Stone‘. Non è del tutto impreparato alla telefonata che riceve, per sapere a che punto è con l’articolo e lui infatti risponde con una frase ad effetto che gli ha suggerito proprio il suo mentore e che ha scritto sul palmo della mano: ‘…è un pezzo d’introspezione su un gruppo di livello medio che sta lottando contro i propri limiti nell’arduo confronto con la celebrità…‘.

La situazione precipita non tanto quando Crowe, rifacendosi ad un episodio accaduto nella realtà ai componenti la band dei Led Zeppelin, propone la sequenza in aereo durante un viaggio di trasferimento, dopo aver abbandonato il più lento ed improvvisato pullman, quando nel corso di una bufera sembra che il velivolo sia destinato a schiantarsi. A bordo non ci sono più le ‘groupies‘ e neppure Penny Lane, della quale William ha ancora negli occhi il momento che la vedeva ballare da sola, lasciandosi scivolare sulla carta lasciata dal pubblico per terra nella sala del loro ultimo concerto, sulle note della dolcissima ‘The Wind‘ di Cat Stevens.

Sopraffatti dalla paura, i componenti del gruppo e persino il nuovo manager si confessano l’un l’altro, facendo emergere in un caso i rimorsi di mancato soccorso dopo aver investito una persona; in un altro, Jeff ammette di aver tradito Russell con la sua fidanzata ufficiale; il batterista che rivela di essere gay, ma soprattutto la reazione di William al commento offensivo di Jeff su Penny Lane. Non c’è alcun dubbio in questo caso che sia figlio di Elaine, perché con poche ma incisive e vibranti parole, che non ammettono replica, mette i suoi interlocutori di fronte alle loro responsabilità, invitandoli a crescere come uomini, prima ancora che come rock star. Lui che è il più giovane fra loro ma non esita a difendere a spada tratta Penny Lane: ‘…era un’aiuta-complessi. Non ha fatto altro che amare il vostro gruppo e voi l’avete usata, tutti quanti. L’avete usata e poi l’avete buttata via. Per poco non moriva ieri sera, mentre tu chiacchieravi con Bob Dylan. Siete sempre a parlare dei fan, dei fan, dei fan. Lei, era la vostra fan più grande e l’avete buttata via e non ve ne rendete conto ma è questo il vostro problema più grosso e io l’amo, io l’amo!…‘. Lo scampato pericolo in aereo restituisce la calma a tutti i coinvolti in quella penosa situazione e ad un più dignitoso silenzio e momento di riflessione.

Bisogna fare però un passo indietro, perché quello appena descritto è il momento che precede il ritorno a casa di William. Quando già gli era apparso chiaro che delle loro ‘groupies‘ agli Steelwater non importava poi granché, essendo New York la tappa successiva dove avrebbero incontrato le fidanzate e le mogli ufficiali, William aveva visto concretizzarsi la sentenza di Lester: ‘…te l’ho detto, tu sei arrivato in un momento molto pericoloso per il rock’n’roll. La guerra è finita, hanno vinto loro, distruggeranno il rock, soffocheranno tutto quello che amiamo di più…‘. A nulla erano valse le parole di giustificazione di Russell: ‘…fa parte del circolo, nessuno vuole tornare a casa, nessuno vuole dire addio…‘ e neanche quelle di Penny Lane: ‘…sei preoccupato per me e Russell, quanto sei dolce… Dio, se lui avesse qualcosa di te in più…‘, alle quali inizialmente William aveva tentato di ribattere dicendole: ‘…smettila, non mi dire queste cose, non voglio che mi crolli un mito…‘.

L’amara ironia della ragazza infatti era destinata a sprofondare nella disperazione, quando William si era lasciato scappare che gli Steelwater avevano venduto ‘tre belle ragazze per 50 dollari ed una cassa di birra’ al manager degli Humble Pie e lei chiedeva: ‘…che marca di birra?…‘. La misura era diventata colma per William che era sbottato dicendo a Penny Lane, evidentemente innamorata di Russell e duramente colpita nel suo orgoglio, di aprire finalmente gli occhi: ‘…ma non dovevamo andare in Marocco?… Ma non c’è nessun Marocco! Non c’è mai stato nessun Marocco! E non c’è nemmeno una Penny Lane. Io non so nemmeno qual è il tuo vero nome…’. Lei aveva tentato di rabbonirlo, dicendo: ‘…se nel mondo reale dovessi mai incontrare un uomo che mi guarda come tu hai appena guardato me…‘, ma William, che sembra un uomo maturo, altro che un quindicenne (e qui forse sta il limite del suo personaggio…), oramai determinato a non nasconderle più nulla, aveva aggiunto: ‘…ma dove sta, quando uscirà mai fuori questo mondo reale secondo te? Cioè, io ho una gran confusione in testa, tra tutte queste regole, questi modi di dire…‘ E lei aveva concluso con un’affermazione che gli eventi successivi sembrano indicare più adatta ad entrambi, semmai: ‘…tu sei troppo tenero per il rock…‘.

I successivi eventi di New York con gli Steelwater, oramai al limite della celebrità, che si erano ritrovati in un elegante hotel a chiacchierare assieme a rock star come David Bowie e Bob Dylan, sono il preludio di una sorta di resa dei conti, perché Penny Lane, in barba ai consigli che dava alle altre ‘groupies‘ ed ai propositi di non farsi prendere troppo da quel gioco, si era registrata con un falso nome nello stesso hotel e quando si era presentata nel ristorante, dove la band era seduta attorno ad un tavolo assieme alle donne ufficiali, ammiccante nei confronti di un imbarazzato Russell, era stata allontanata come un’intrusa. Fortuna che William, il quale poco prima aveva comunicato agli Steelwater che il suo articolo su ‘Rolling Stone‘ varrà loro la copertina della rivista, scatenando l’entusiasmo, l’aveva inseguita e raggiunta nella camera dell’hotel, dove era già semi incosciente per una overdose di barbiturici misti ad alcol. Aveva cercato di sorreggerla e tenerla sveglia e persino aveva trovato il coraggio di dichiararsi e di baciarla in quelle labbra che, diceva lui, pure conoscevano già in tanti. Ma lei non poteva sentirlo perché oramai era priva di coscienza e solo l’intervento di un medico ed una lavanda gastrica le avevano salvato la vita. Il giorno dopo, accompagnandosi a William dentro un parco, il viso ancora pallido ed improvvisamente tirato, gli aveva rivelato il suo vero nome: Lady Goodman.

La delusione per William non è ancora giunta al culmine però, perché nonostante Russell gli aveva detto, nel congedarsi dalla band, che poteva scrivere quello che voleva ed il suo articolo a quelli di ‘Rolling Stone‘ era piaciuto moltissimo, lo stesso Russell si è rimangiato la parola data all’ultimo momento, negandone il contenuto prima che fosse pubblicato, spinto da Jeff che riteneva facesse apparire negativamente la loro immagine. Russell aveva commentato: ‘…forse noi non riusciamo a vederci come siamo veramente…‘, ma Jeff invece imprecava: ‘…è tanto difficile farci apparire come delle persone fiche? Lui non è mai stato una persona, lui era un giornalista!…‘. Come se una cosa escludesse l’altra.

William cerca consolazione nelle parole di Lester al telefono, che amaramente riassume ciò che gli è appena accaduto: ‘…oh porca miseria, ci sei diventato amico. Vedi l’amicizia è il liquore che ti danno. Vogliono che ti ubriachi, che ti senti parte del gruppo. È stato divertente perché ti fanno sentire un fico. Io ti ho conosciuto, tu non sei un fico (‘anche quando mi sentivo fico, sapevo di non esserlo’ tenta di ribattere William). Perché noi non lo siamo. E mentre le donne saranno sempre un problema per quelli come noi, nel mondo la vera arte ruota intorno a questo problema. Cioè i belli non hanno spina dorsale. La loro arte svanisce. Loro rimorchiano ma i più forti siamo noi. Perché l’arte vera ha a che fare con il senso di colpa, il desiderio e sesso spacciato per amore, amore spacciato per sesso. Tu, diciamocelo, hai un grande vantaggio. (‘Per fortuna eri a casa’ sussurra William). Io sono sempre a casa, sono uno sfigato. Stai andando forte, lo sai? L’unica moneta valida in questo mondo in bancarotta è ciò che scambi con un altro quando sei uno sfigato. Senti, il mio consiglio, lo so che li consideri tuoi amici, ma se tu vuoi essere davvero un buon amico, sii onesto e sii spietato…‘.

E si conclude così amaramente la storia? Ma figuriamoci… siamo vicini all’epilogo ma non ancora al finale vero e proprio. Russell è roso dal rimorso per aver perso sia Penny Lane che William Miller, dei quali sente sempre più la mancanza: una l’amava e l’altro era un amico spietato ma onesto con lui. Glielo legge negli occhi Sapphire, l’unica ‘groupie‘ che nonostante tutto è rimasta legata agli Steelwater, quando lui le chiede se avesse più rivisto o sentito Penny Lane. Sembra l’introduzione ad un classico ‘happy end‘: lui che corre da lei, il bacio riparatore, la dichiarazione di un amore oramai profondo ed irrinunciabile.

Oppure, dopo tutto ciò che William ha vissuto ed ha detto a Penny Lane, il finale potrebbe essere che lei lo invita davvero ad andare assieme in Marocco, come aveva annunciato, per poi cadere fra le sue braccia, che d’altronde non desidererebbero niente di meglio, specie da quando l’ha baciata, ma anche da prima. La storia potrebbe prendere sia una che l’altra strada insomma, ma la telefonata di Russell a Penny Lane per chiederle l’indirizzo dove raggiungerla ed il suo sorrisetto dall’altro capo del filo nel trovarla disponibile, sembra andare nel senso più facile per lui, magari per ricominciare da dove erano rimasti e poi ripetere la stessa storia all’infinito, con lei o qualche altra dopo di lei.

Cameron Crowe però in tal modo avrebbe buttato a mare in un colpo solo tutto ciò di diverso dalle più ovvie convenzioni dalle quali ha stilisticamente scelto di stare alla larga sino a quel momento, in un film che è romantico ma non sdolcinato; che è rappresentativo di un’epoca ma non retorico; che è piacevole ed anche profondo in alcuni dialoghi e situazioni senza apparire ruffiano; che è divertente ed ironico ma non banale. Così la conclusione è quella che forse ti aspetti di meno ma anche quella che, a pensarci bene, è la più logica e conseguente: una sorpresa, ben architettata, magari neppure conclusiva della storia, perché apre a scenari che potrebbero portare chissà dove, in un ipotetico ‘sequel’ che per fortuna non è stato girato.

Lo so che ho scritto tantissimo su questo film, facendolo forse apparire anche più di quello che in effetti è; ‘spoilerando’ oltre ogni misura di tolleranza, soprattutto per chi dovesse ancora vederlo, ma è un’opera che per chi ha un’età vicina a quella del regista e sceneggiatore, non può che resuscitare antichi ricordi, non fosse altro di natura musicale, grazie ad una colonna sonora che contiene brani indimenticabili di nomi che hanno fatto la storia della musica rock degli anni ’70. Fra quelli già nominati e quelli ancora no, cito ‘Led Zeppelin’, ‘Yes’, ‘Eagles’, ‘Cat Stevens’, ‘The Who’, ‘Elton John’, ‘Black Sabbath’, ‘Rod Stewart’, ‘Jethro Tull’ e qualche decina d’altri di pari livello e fama per un costo dei diritti sul budget (3,5 milioni di dollari) quasi triplo rispetto alla media. E non mancano neppure alcune canzoni originali composte da Cameron Crowe, Nancy e Ann Wilson. D’altronde, lo avrà inteso chi frequenta questo blog e legge le mie recensioni, se cerca la sintesi ideale o quattro righe fredde di sentenza riguardo un film, un libro o un album musicale, è meglio che si rivolga altrove o si limiti a leggere quello che trova, di colore verde, della sezione ‘Valutazione’.

Detto ciò, questo resta un film imperfetto, specie proprio nella figura del protagonista William, nei confronti dell quale Crowe è sin troppo indulgente (e si capisce il perché, se si considerano i riferimenti autobiografici) ma affascinante e coinvolgente, anche se forse in definitiva non porta da nessuna parte, neppure a chiarire se è meglio una madre iperprotettiva e prevenuta o un’esperienza contraddittoria e destinata a illudere e poi deludere le aspettative al seguito di un gruppo musicale che non ha ancora focalizzato la stridente pretesa di far musica per cambiare il mondo ed al tempo stesso far parte del cinico ‘business system’ che punta invece a fare soldi, anche usando l’arte come mezzo, se necessario.

O forse, senza farsi porsi troppi ed inutili interrogativi per riuscire infine a darsi le risposte più appropriate e convincenti, è vero ciò che afferma Russell, rispondendo a William quando gli chiede ancora una volta, non avendo ottenuto una risposta soddisfacente: ‘…cosa ti piace della musica?…‘, e lui semplicemente risponde: ‘…tanto per cominciare, tutto!…‘. Sulle note della splendida ‘Tangerine‘ dei Led Zeppelin il pullman riparte con l’indicazione aggiornata in ‘No More Airplanes Tour – 1974‘. Un testo, quello di quest’ultima canzone, che potrebbe costituire a sua volta una sorta di epitaffio del film, sostituendo il titolo del brano con il nome di Penny Lane: 

Valuto una giornata d’estate
Trovo solo che scivola verso il grigio
Le ore mi portano angoscia.

Tangerine, Tangerine,
Riflesso vivente di un sogno
Io ero il suo amore, lei la mia regina
E ora ci sono mille anni tra noi

Penso a com’era,
Chissà se lei ricorda ancora
momenti come questi
Chissà se pensa ancora a noi. Io sì…

Si dice spesso che un buon film non può prescindere da grandi interpreti, capaci di coinvolgere emotivamente lo spettatore; che suscitano plauso ed identificazione; che risultano ideali per la parte che interpretano o che fanno addirittura innamorare chi sta seduto in poltrona. In questo caso è difficile trovare una madre irreprensibile e più rappresentativa di Frances McDormand, un ‘figlio di buona donna‘ affascinante come Billy Crudup nei panni di Russell (supportato dal chitarrista Peter Frampton nelle sue esibizioni ‘live’), un cantante frustrato ed insicuro come Jeff, interpretato da Jason Lee, una sorta di ‘Lolita‘ forte e sicura fuori, quanto è debole e romantica dentro come Penny Lane, interpretata dalla bravissima e sinora per me sconosciuta Kate Hudson (seppure nella realtà all’epoca del film ne aveva ventuno di anni e non sedici) ed un adolescente così dolce e maturo (anche troppo) come William, interpretato con sicurezza da Patrick Fugit (anche lui diciottenne nella realtà, anziché quindicenne nella finzione del film).

Per chi quell’epoca l’ha vissuta veramente, ‘Quasi Famosi‘ si può considerare quasi un film imprescindibile e non ci sono dubbi sul fatto che vi troverà molti ricordi di situazioni riconoscibili e musiche che forse pensava di aver dimenticato. Per i più giovani invece è un’ottima occasione per cercare di comprendere un’epoca che, neppure chi c’è stato l’ha capita sino in fondo, ma è diventata certamente un riferimento per gli idoli musicali attuali. Forse i più giovani non ci troveranno molto di condivisibile o di ripetibile, ma l’opera di Crowe descrive senza speculazioni ed in maniera abbastanza credibile anni nei quali i giovani avevano ideali da realizzare, un futuro da sognare ed un mondo che credevano di poter rendere migliore. Non so se vale lo stesso per i giovani di adesso, purtroppo per loro. 

 

      

 

 

 

Continental Hyatt House

Il regno del caos, sul sunset street

 

 

Peter Frampton

 

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