Libro: ‘La Scuola Della Carne’

LA SCUOLA DELLA CARNE

Di Yukio Mishima

Anno Edizione 2013

Pagine 238

Costo € 8,08

Ed. Feltrinelli (collana ‘I Narratori’)

Traduttrice: Carlotta Rapisarda

TRAMA: Giappone poco dopo la fine della seconda Guerra Mondiale. Asano Taeko, Kawamoto Suzuko e Matsui Nobuko sono tre donne divorziate, intorno alla quarantina, che con abilità e determinazione sono riuscite a rifarsi una vita. Taeko è diventata una stilista di moda; Suzuko è proprietaria di un ristorante e Nobuko scrive recensioni di film e di moda. Ogni mese si danno appuntamento nello stesso locale per raccontarsi le reciproche avventure. Il comitato Toshima, lo ha definito il proprietario del locale, con ironia e seguendo un gioco di parole. Una sera tutte e tre le donne sono invitate ad un party presso un’indefinita ambasciata e nella noia mortale del solito cliché, fra diplomatici di una certa età che s’abbuffano senza ritegno ed approfittano dell’occasione per cercare di rimediare anche qualche avventura, Suzuko oramai alticcia come le sue due amiche, racconta di essere stata di recente in un bar per omosessuali e di avervi trovato un barman che sicuramente piacerebbe a Taeko, la quale, come le sue due compagne, dopo il divorzio si concede solo a giovani attraenti ma rigorosamente giapponesi. Taeko è molto perplessa riguardo il giudizio di Suzuko ma accetta per curiosità di salire sul taxi che le porterà in quel locale in un’altra zona di Tōkyō, che si chiama Hyacinte. Giunte a destinazione, Taeko scorge quel giovane, di nome Senkichi e ne resta come folgorata. Nei giorni seguenti torna da sola nello stesso locale ed invita il giovane a passare una serata in un locale di sua conoscenza, sapendo bene che oltre alle mansioni dietro il bancone, svolge anche quelle di gigolò. Nonostante l’appuntamento sia meno piacevole di quanto Taeko aveva sperato ed immaginato, in breve nasce una relazione con Senkishi e la donna stenta in seguito a riconoscere se stessa, la sua capacità di autocontrollo, scoprendosi così presa da quel giovane. Il quale spesso si lascia andare persino ad un atteggiamento arrogante e scostante, ma rappresenta proprio quell’aria nuova della quale sentiva il bisogno da un po’ di tempo. Taeko, che dopo il divorzio ha sempre fermamente voluto rimanere indipendente, gli propone persino di trasferirsi nella sua casa e di lasciare il bar per iscriversi all’università, ovviamente pagata da lei, per acquisire un titolo che potrà diventare utile in seguito. In società lo presenta come suo nipote ed intende trasformare Senkichi, da grezzo diamante, in un raffinato borghese. La loro relazione diventa sempre più coinvolgente per Taeko, alla quale sembra di essere tornata una coetanea del suo partner. Nonostante però i tentativi di gestirla in maniera non esclusiva, Taeko diventa sempre più morbosa e persa nei piaceri della carne si isola persino dalle due amiche, per non doversi mostrare così vulnerabile, diversa da quella persona sicura che erano abituate a conoscere. L’incantesimo si rompe però quando Taeko scopre che Senkishi non le ha detto tutta la verità su se stesso, il loro legame e le sue reali aspirazioni.  

VALUTAZIONE: un romanzo di uno scrittore considerato fra i più significativi della letteratura giapponese moderna, ma con una visione distante dai canoni della cultura occidentale e quindi che richiede al lettore, almeno all’inizio, uno sforzo di adattamento. Dopodiché il racconto procede spedito come se fosse un giallo, il cui finale non manca di sorprendere. Mishima è molto bravo a gestire un racconto nel quale la sensualità svolge un ruolo fondamentale, senza scadere mai però nel volgare o nella descrizione gratuita di particolari piccanti, pur mantenendo sempre alta la temperatura, per così dire, del rapporto fra i due protagonisti. Emerge chiara comunque l’intenzione dell’autore di criticare, attraverso il degrado dei costumi, l’appiattimento della tradizione classica giapponese sui dettami di quella americana, a seguito della guerra persa, che spingerà lo stesso scrittore a compiere una scelta estrema.

Avvicinarsi, seppure attraverso un romanzo di fantasia, alla cultura giapponese, significa compiere un viaggio dentro un mondo per noi occidentali inevitabilmente complesso e per molti versi impenetrabile, se non addirittura incomprensibile.

Per esempio, si veda la biografia dell’autore di quest’opera, al secolo Kimitake Hiraoka, ma più noto in ambito letterario con lo pseudonimo di Yukio Mishima. Cresciuto dalla nonna in un ambito di rigoroso conservatorismo culturale, Mishima divenne un intransigente nazionalista. Non ha mai accettato la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale e le imposizioni del trattato di San Francisco conseguenti, che toglievano in pratica al suo popolo non solo il diritto di avere un esercito, ma gli imponevano di subire una sorta di vassallaggio agli Stati Uniti. Mishima considerava il suo imperatore alla stregua di un semidio, non per la persona in sé, ma per ciò che la sua figura rappresenta come emblema dell’orgoglio e della tradizione millenaria nazionale. Nonostante si sia sposato ed abbia avuto due figli, è nota la bisessualità di Mishima, ma non fu questa ragione a spingerlo a praticare il ‘seppuku‘, il 25 novembre 1970 in diretta televisiva, all’età di soli 45 anni.

Questa pratica, che è più nota in occidente con il nome di ‘harakiri‘, ha origini antichissime e segue un preciso rituale dei samurai. Contrariamente alla considerazione del suicidio che abbiamo in occidente, quasi sempre visto come atto estremo di fuga dalla realtà, spesso anche come un gesto di liberazione, di debolezza o di vigliaccheria per sfuggire alle proprie responsabilità, la scelta del ‘seppuku‘ invece è vista come un’orgogliosa manifestazione di riconquista della propria dignità perduta. Il taglio del ventre, ritenuto la sede dell’anima, è quindi un modo per mostrare la propria purezza e coraggio. Di solito segue a quest’azione l’immediata decapitazione con la spada da parte di una persona fidata e capace, per evitare che sul volto appaia l’espressione della sofferenza, considerata a sua volta degradante. Anche la posizione della vittima, in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all’indietro, che costringono il corpo infine a cadere in avanti, ha un significato legato alla conservazione dell’onore sino all’ultimo istante.

Ebbene Mishima scelse proprio questa fine, premeditatamente (introducendosi nell’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa, assieme ai quattro più fidati membri del ‘Tate no Kai‘, un’organizzazione paramilitare da lui stesso fondata e poi dal terrazzo dello stesso palazzo aveva arringato il popolo davanti alle TV collegate in diretta, prima di procedere all’esecuzione della quale aveva pubblicato per tempo persino la data), proprio per rivendicare davanti al più vasto pubblico possibile, l’orgoglio ferito ma non negoziabile, a suo modo di vedere, del vero giapponese ed il rifiuto di essere assoggettato agli USA. Si capirà come dalla penna di un personaggio del genere fosse praticamente impensabile che uscissero opere convenzionali e men che originali e particolari. ‘La Scuola della Carne‘ punta perciò a porre in risalto il confronto morale e culturale fra il Giappone e gli Stati Uniti, colpevoli secondo l’autore di aver prodotto con la loro contaminazione soltanto un decadimento morale del suo amato paese, seppure filtrato in questo caso attraverso una vicenda di fantasia che con il ‘seppuku‘ non ha quasi nulla a che fare.

…Taeko assomigliava al suo anello. Era un diamante da tre carati, di prima qualità, ricevuto come dono di nozze dalla sua defunta madre. Durante la guerra c’era stata la requisizione obbligatoria dei diamanti, ma lei era riuscita a nasconderlo facendo finta di nulla. Il taglio era piuttosto antico e, consapevole di ciò, Taeko lo indossava alle feste e in occasioni simili: più il gioiello le conferiva raffinatezza e dignità, più i suoi lineamenti assumevano quell’aria retro‘. Taeko è il personaggio principale del romanzo di Mishima ed a confermare il nazionalismo intransigente dello scrittore, così definisce le sue preferenze in ambito maschile: ‘…Taeko detestava gli uomini stranieri e la loro pelle, che le ricordava quella dei polli: poteva intravedere il colore del sangue in trasparenza, e poi le sembrava sudicia e che invecchiasse terribilmente in fretta. Nonostante l’altezza, il vigore fisico, il naso pronunciato e il profilo scolpito, le sensazioni che Taeko ricavava dagli uomini occidentali erano, stranamente, d’impotenza e di scarsa vitalità. Per questo non se n’era mai fatta sedurre…‘. 

Sarà forse per empatia con la triplice alleanza, che vedeva unite durante la Seconda Guerra Mondiale il Giappone, la Germania nazista e l’Italia fascista, conclusa poi nella maniera nefasta che sappiamo, ma nel prosieguo troviamo anche questa contraddittoria affermazione da parte di una delle tre amiche, che forse lusingherà qualche lettore nostrano (a meno che non si tratti di una forzatura della pur brava traduttrice Carlotta Rapisarda): ‘…i giovani americani sono arroganti, egocentrici e appiccicosi. No, grazie! Ah, se il Giappone fosse stato invaso dai militari italiani, allora sì che sarebbe stato bello!…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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Film: ‘Un Dollaro d’Onore’ e ‘El Dorado’

UN DOLLARO D’ONORE

Titolo Originale: Rio Bravo

 Nazione: USA

Anno:  1959

Genere: Western

Durata: 141’ Regia: Howard Hawks

Cast: John Wayne (John G. Chance), Dean Martin (Dude), Ricky Nelson (Colorado ‘Kid’ Ryan), Angie Dickinson (Feathers), Walter Brennan (Stumpy), Ward Bond (Pat Wheeler), John Russell (Nathan Burdette), Pedro Gonzalez Gonzalez (Carlos Robante), Estelita Rodriguez  (Consuelo Robante), Claude Akins (Joe Burdette), Walter Barnes (Charlie), Joe Gray (giocatore a carte), Bing Russell (Cowboy ucciso nel saloon), Bob Steele (Matt Harris)

TRAMA: Nel paese di frontiera Rio Bravo, lo sceriffo è John (G. come ‘Guaio’) Chance, un uomo di grande carattere, carisma e principi. Ad aiutarlo nel suo lavoro c’è Stumpy, un vecchio brontolone sciancato ma simpaticissimo e Dude, un uomo che una volta godeva di grande autorità e stima ma dopo una delusione amorosa si è fatto vincere dalla depressione e dall’alcol. Poco fuori dal paese c’è Nathan Burdette, un proprietario terriero, il quale si è circondato di uomini al soldo, con l’aiuto dei quali vuole imporre il suo predominio sul territorio. Suo fratello Joe è strafottente e scapestrato. Nel saloon scorge Dude in crisi di astinenza da alcol e non perde l’occasione per umiliarlo e deriderlo. Spara quindi a sangue freddo ad un cowboy che cercava soltanto di evitare che la mortificazione durasse troppo a lungo. L’intervento dello sceriffo è decisivo per ristabilire l’ordine ed incarcerare poco dopo Joe, che era uscito impunito dal saloon per entrare subito dopo in un altro, come se niente fosse accaduto. L’accusa per Joe è di omicidio e l’intento è di affidarlo alla polizia federale che impiegherà però qualche giorno prima di arrivare. Il carcere nell’ufficio dello sceriffo diventa perciò una sorta di fortino, controllato a vista dagli uomini di Burdette. Mentre Dude cerca di resistere al richiamo dell’alcol ed a riconquistare la fiducia di Chance e Stumpy si occupa del prigioniero con impegno pari alla soddisfazione di averlo fra le mani unita ad una buona dose di ironia, Burdette cerca di mettere pressione sullo sceriffo pur di liberare in tempo il fratello, ricorrendo ad agguati, prove di forza e persino ricatti di tipo psicologico per costringere Chance a cedere. Il giovane pistolero Colorado Kid nel frattempo si è unito a Chance, Dude e Stumpy, dopo che Burdette ha fatto assassinare il suo datore di lavoro Wheeler, un proprietario terriero onesto e benvoluto; uno dei pochi che aveva cercato di resistere allo strapotere dell’arrogante e cinico fuorilegge. Nel frattempo è arrivata in paese Feathers, una donna affascinante, al seguito di un baro, che viene ben presto smascherato. Chance ha ricevuto una segnalazione in tal senso, ma la donna, sin dal primo incontro con Chance, è rimasta colpita dalla sua personalità e coraggio. Usando tutta la sua civetteria, il rispetto e l’attenzione nei suoi riguardi, riesce a tenergli testa. Chance ne è lusingato ed al tempo stesso, tanto è abile con pistole e fucili, quanto è disarmato ed impacciato di fronte alla psicologia delle donne, specie se sono smaliziate come Feathers che sa quello che vuole e come ottenerlo. Comunque lo sceriffo vorrebbe che la donna lasciasse il paese temendo, se dovesse parteggiare per lui, che possa diventare a sua volta un bersaglio di Burdette e conta sull’aiuto di un folcloristico cinese che gestisce l’hotel dove Chance medesimo alloggia di solito, affinché si assicuri che parta con la prima carrozza disponibile. Il cerchio però si sta stringendo intorno ai quattro difensori della legalità e l’arrivo dei poliziotti federali è ancora troppo lontano per evitare lo scontro e persino la partenza della carrozza.

EL DORADO

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  1966

Genere: Western

Durata: 126’ Regia: Howard Hawks

Cast: John Wayne (Cole Thornton), Robert Mitchum (Sceriffo J.P. Harrah), James Caan (Alan Bourdillion Traherne ‘Mississippi’), Charlene Holt (Maudie), Paul Fix (dottor ‘Doc’ Miller), Arthur Hunnicutt (Bull Thomas), Michele Carey (Josephine ‘Joey’ MacDonald), R.G. Armstrong (Kevin MacDonald), Edward Asner (Bart Jason), Christopher George (Nelse McLeod), Marina Ghane (Maria), Robert Donner (Milt), John Gabriel (Pedro), Johnny Crawford (Luke MacDonald), Robert Rothwell (Saul MacDonald), Adam Roarke (Matt MacDonald), Victoria George (moglie di Jared), Jim Davis (Jim Purvis), Ann Newman-Mantee (moglie di Saul MacDonald), Diane Strom (moglie di Matt), Olaf Wieghorst (Swede Larsen), Don Collier (vicesceriffo Joe Braddock), John Mitchum (Elmer il barista), Anthony Rogers (dottor Charles Donovan), Dean Smith (Charlie Hagan)

TRAMA: Cole Thornton è un uomo abituato a contare solo su se stesso e sulla sua abilità con le pistole, offrendo i suoi servigi a chi gli garantisce una buona paga.  E’ però anche un uomo onesto e di sani principi. Quando è stato ingaggiato dall’allevatore Bart Jason, che spadroneggia nella valle di El Dorado, non era al corrente del fatto che quest’ultimo fosse un uomo cinico e senza scrupoli. Nel paese più vicino, lo sceriffo J.P. Harrah, un vecchio amico di Cole, venuto a conoscenza dell’accordo, gli racconta come stanno realmente le cose riguardo Jason e quindi Thornton decide di tornare da quest’ultimo per rinunciare all’incarico ed ai soldi dell’ingaggio. Sulla via del ritorno il giovane figlio di Kevin MacDonald (un altro allevatore della zona al quale Jason, giunto nella valle di El Dorado molto tempo dopo, sta rendendo la vita dura per costringerlo a vendere), posto di vedetta dal padre, spara a Cole. La pronta risposta di quest’ultimo però ferisce gravemente l’aggressore, ma Cole resta sorpreso ed amareggiato quando si rende conto che è un giovane, purtroppo colpito a morte. Luke, con una pallottola nell’addome, rivela a Thornton il suo nome ma non riuscendo a sopportare il dolore, si suicida con la sua stessa pistola. Cole carica il cadavere sul cavallo e lo porta sino alla fattoria dei MacDonald. Il suo racconto non è creduto da Joey, la sorella di Luke, mentre il padre apprezza il gesto e ritiene sincera la versione di Cole, il quale se ne va con l’amarezza nel cuore. Poco dopo però Joey, che lo ha preceduto sul percorso, gli tende un agguato da una roccia e gli spara con un fucile. La pallottola ferisce solamente Cole ma fingendosi morto riesce a cogliere di sorpresa la ragazza, limitandosi però a rispedirla alla fattoria dopo averla resa inoffensiva. La pallottola è finita però abbastanza vicina alla colonna vertebrale da procurargli in seguito ripetute paralisi temporanee al braccio destro, proprio quello che usa con la pistola. Il medico del paese dove viene condotto, appoggiato dallo sceriffo Harrah e da Maudy, una vecchia fiamma di Cole, gli consiglia di farsi operare da qualcuno più esperto di lui, ma Cole tergiversa ed alcuni mesi dopo è ancora sulla strada del ritorno a El Dorado. In un saloon si trova ad essere spettatore di un regolamento di conti fra un giovane che si fa chiamare Mississippi ed un assassino al servizio di un pistolero, Nelse McLeod. Armato solo di coltello, Mississippi, velocissimo ed abilissimo ad usarlo, sta completando la caccia all’ultimo dei quattro sicari che hanno ucciso un suo amico tempo addietro e che era solito portare un cilindro in testa, quello che da allora indossa lui. Completata l’opera, un amico della vittima vorrebbe subito vendicarlo ma l’intervento di Cole salva Mississippi. McLeod, che conosce bene la fama di Cole, cerca di convincerlo a lavorare con lui per conto di Jason, ma di fronte al rifiuto di Thornton lo informa che lo sceriffo Harrah nel frattempo è diventato un ubriacone a causa di una delusione amorosa e quindi con nulle possibilità di cavarsela, nonostante un tempo fosse un abile pistolero come loro. Ripreso il viaggio, Cole viene colto da un’altra paralisi temporanea e cade da cavallo, soccorso da Mississippi, che lo seguiva poco distante e non ha dimenticato l’aiuto ricevuto da Thornton. Nonostante avesse rifiutato in precedenza l’offerta dello stesso di unirsi a lui, ha infine deciso di accettare. Ad El Dorado quindi oltre allo sceriffo Harrah, seppure in pessime condizioni ed il suo vice, il vecchio Bull, si ritrovano solo Cole Thornton e Mississippi a difendere la legalità contro Bart Jason, il pistolero Nelse McLeod ed i molti uomini pagati per aiutarli. Lo scontro s’annuncia denso di colpi di scena e di colpi bassi da parte del prepotente Jason, sino all’immancabile duello finale.   

VALUTAZIONE: due classici del genere western girati dallo stesso regista Howard Hawks a distanza di sette anni uno dall’altro, con una trama simile e con lo stesso protagonista, John Wayne, affiancato da nomi e caratteristi di primo piano. Il confronto fra i due film pende leggermente a favore del primo, ma per chi avesse visto soltanto il secondo, si tratta di un’opera comunque di grande appeal. Lo stile di entrambi è contraddistinto dal mix collaudato di ironia e fermezza nei principi di amicizia, giustizia, senso del dovere e difesa del più debole dalle angherie del prepotente di turno. E’ un cinema di semplice lettura e volto al maschile, seppure le poche donne presenti nel cast hanno sempre un ruolo affatto secondario. I dialoghi, spesso anche brillanti e caustici, rappresentano un ulteriore valore aggiunto.

Ogni anno in questa stagione sulle TV, che siano in abbonamento, tematiche o cosiddette ‘generaliste’, immancabilmente vengono riproposti i classici del genere western. Anche i due film che propongo in un unico commento fanno parte di questa illustre lista, ma l’abbinamento non è casuale e la scelta non è estemporanea.

Innanzitutto il regista di entrambe le opere è un maestro del genere di appartenenza. Mi riferisco naturalmente a Howard Hawks, uno che viene addirittura dal cinema muto e che in seguito ha girato film che appartengono senza mezzi termini alla storia della settima arte, non necessariamente western, come ‘Il Grande Sonno‘ e ‘Gli Uomini Preferiscono le Bionde‘, ad esempio, ma proprio per citarne soltanto un paio. Le opere oggetto di questo commento appartengono invece al filone western che può contare, riguardo sempre Hawks ovviamente, su altri classici imperdibili come ‘Il Fiume Rosso‘, ‘Il Grande Cielo‘, preceduti anni prima da ‘Viva Villa!‘ e seguiti infine da ‘Rio Lobo‘ con il quale il regista americano ha addirittura chiuso la sua carriera.

Se il lettore non avesse ancora visto il breve filmato qui sopra, che gli autori dello stesso hanno realizzato alla stregua di un omaggio al film, gli suggerisco di farlo subito perché, oltre che ad alcune sequenze di ‘Un Dollaro d’Onore‘, si raccontano delle interessanti curiosità, come anticipa l’immagine stessa, che riguardano sia l’opera nel suo insieme, che gli attori e gli autori, permettendo meglio di comprenderne l’importanza ed il contesto storico.

Nel 1966 Howard Hawks girò ‘El Dorado‘, il suo penultimo film, quasi una fotocopia di ‘Un Dollaro d’Onore‘, con lo stesso John Wayne protagonista, affiancato nell’opera più recente da attori del calibro di Robert Mitchum ed il giovane James Caan, mentre in quella di sette anni prima, a condividere la scena c’erano Dean Martin, Angie Dickinson ed il giovane Ricky Nelson. Non mancano, sia in uno che nell’altro film, la figura del grande caratterista anziano e burbero, ma al tempo stesso che ispira immediata simpatia, oltreché rivelarsi un leale collaboratore della causa dei giusti e degli onesti. Nell’opera del 1959 interpretava questa parte il celeberrimo Walter Brennan, immortalato più volte in classici, sempre del genere western, di un altro grande regista come John Ford, mentre in quella più recente fa parte del cast il bravo Arthur Hunnicut, che ha lavorato più volte con Howard Hawks. Insomma, una sorta di ‘parterre de roi‘ che da solo vale, come si diceva una volta, il prezzo del biglietto. Il trailer qui sotto invece, proposto soltanto in lingua inglese, offre però l’occasione di sentire la voce originale degli interpreti. Curiosamente il doppiaggio di John Wayne, generalmente riconoscibile nella voce di Emilio Cigoli, nel caso di ‘El Dorado‘, per ragioni di produzione, è stato affidato a Renato Turi. Forse i più attenti noteranno la differenza timbrica. 

Quando qualcuno fece notare a Hawks che ‘El Dorado‘ si può considerare alla stregua di una riproposizione di ‘Un Dollaro d’Onore‘, egli reagì dicendo: ‘…non era affatto un remake. Hai mai letto Hemingway? Hai notato delle somiglianze fra le sue storie? Hemingway rubava sempre a se stesso. […] Se si fa un film che è un successo al botteghino, è naturale che venga la voglia di fare una versione differente dello stesso. Se poi un regista ha una storia che ama e vuole raccontarla, spesso guarda il film e dice: <potrei farlo meglio, se lo rifacessi>. E così io l’ho rifatto… (Da ‘Hawks on Hawks’). Curiosità vuole che anche la sua ultima opera ‘Rio Lobo‘ abbia una struttura narrativa che non è poi così dissimile, sempre con John Wayne al centro della vicenda, a difendere i valori fondamentali e la legalità.

E’ noto inoltre che sia Howard Hawks che John Wayne fossero di idee decisamente conservatrici ed entrambi non avevano apprezzato lo stile pessimista e critico dal punto di vista sociale teorizzato da Fred Zinnemann in ‘Mezzogiorno di Fuoco‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento a questo film), laddove lo sceriffo si era trovato a fronteggiare da solo i fuorilegge per mancanza di solidarietà e collaborazione, non soltanto da parte della popolazione locale, ma persino del suo vice e solo dopo avere avuto la meglio, la gente codarda era uscita di casa per compiacersi e stringersi intorno a lui, che a quel punto se n’era andato sdegnato, gettando per terra la stella di sceriffo, simbolo dell’ordine e del patriottismo. Sia ‘Un Dollaro d’Onore‘ che ‘El Dorado‘ rappresentano quindi un punto di vista opposto a quello proposto dal film di Zinnemann. Lo stesso Hawks lo ha confermato nell’intervista concessa a Peter Bogdanovich (regista a sua volta, fra l’altro, de ‘L’ultimo Spettacolo‘, clicca sul titolo…) con un giudizio franco e persino logico per il suo modo di pensare, che prescinde ed esclude analisi sociologiche e morali più complesse: ‘…è iniziato tutto con alcune sequenze viste in un film chiamato “Mezzogiorno di Fuoco”, nelle quali Gary Cooper corre in giro cercando aiuto e nessuno vuole dargliene: era una cosa stupida da fare, visto che poi alla fine riesce nell’impresa tutto da solo. Così mi dissi che potevo fare esattamente l’opposto e adottare un punto di vista professionale: come dice Wayne quando gli propongono aiuto: <se sono bravi li prendo, altrimenti dovrei prendermi cura anche di loro…>‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Professor Marston And The Wonder Women’

PROFESSOR MARSTON AND THE WONDER WOMEN

Titolo Originale: Professor Marston and the Wonder Women

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Drammatico, Biografico

Durata: 108’ Regia: Angela Robinson

Cast: Luke Evans (William Moulton Marston), Rebecca Hall (Elizabeth Holloway Marston), Bella Heathcote (Olive Byrne), Connie Britton (Josette Frank), JJ Field (Charles Guyette), Oliver Platt (Max Gaines), Allie Gallerani (Sara), Alexa Havins (Molly Stewart), Maggie Castle (Dorothy Roubicek), Chris Convoy (Brant Gregory)

TRAMA: William Marston è sottoposto ad interrogatorio da parte di una commissione etica alla quale deve confutare le accuse di immoralità rivolte alla figura di Wonder Women, un fumetto di sua creazione. Alcuni adolescenti intanto raccolgono e poi bruciano numerose pubblicazioni dello stesso personaggio. William, di fronte alle domande incalzanti della donna che presiede il comitato, racconta la sua storia alla quale la figura fantastica di Wonder Women è direttamente collegata, partendo da quando era inventore e professore di psicologia nella prestigiosa università di Harvard e la moglie Elizabeth gli faceva da assistente. A quel tempo la coppia stava sperimentando anche una macchina che è in grado di monitorare le reazioni emotive di chi vi si sottopone, cioè se sta dicendo la verità o meno. Quando l’insegnante chiese alle allieve che una di loro si offrisse per diventare loro assistente per un prossimo esperimento di psicologia, Olive Byrne, figlia e nipote di due famose sorelle femministe che sono state un mito per William e Elizabeth, è stata la prima a segnarsi nel foglio appeso fuori dall’aula. La sua avvenenza però aveva costretto Elizabeth a sperimentare da vicino la gelosia e la sua prima reazione era stata minacciosa, nel caso la giovane avesse delle mire riguardo il marito. Esterrefatta e delusa, Olive avrebbe voluto rinunciare, ma William facendo appello alle idee di tolleranza e fiducia nelle quali lui e la moglie hanno sempre creduto, aveva convinto Elizabeth e poi la giovane ad accettare la loro natura fuori dalle righe ed anzi ad unirsi a loro nel portare avanti gli esperimenti sulla macchina della verità. Nonostante Olive cercasse di nascondere i suoi sentimenti, per non creare un conflitto con Elizabeth della quale era ammiratrice, ne era nato comunque in breve tempo un ménage à trois, etero ed anche bisessuale fra le due donne, subito dopo la rottura del fidanzamento fra Olive ed il suo fidanzato ed un test effettuato con la macchina della verità che aveva rivelato, nonostante i ripetuti no, i suoi sentimenti per entrambi. Un rapporto però che andava contro la consuetudini e quindi era incorso nel giudizio della comunità con la quale avevano dovuto ben presto fare i conti. L’università difatti aveva licenziato William ed il trio, che nel frattempo aveva acquisito un perfetto equilibrio sentimentale ed erotico, era stato costretto a trasferirsi altrove, dove potevano spacciarsi ancora per una coppia che ospitava un’amica rimasta troppo presto vedova, perché nel frattempo Olive era rimasta incinta ed aveva partorito già due volte. Nel frattempo William, per sbarcare il lunario ed ispirandosi alla storia della sua famiglia allargata, si era inventato un personaggio dei fumetti che era sinonimo di trasgressione ma anche di originalità ed emancipazione per le donne, cioè Wonder Women, una eroina dai poteri soprannaturali. Il fumetto aveva ottenuto un successo quasi immediato, nonostante o forse proprio per la scabrosità delle scene disegnate che proponeva. Anche Elizabeth era diventata mamma e la famiglia era cresciuta di numero senza che la particolarità della sua costituzione incidesse in alcun modo nei rapporti fra i loro figli. Inoltre gli esperimenti sulla macchina della verità avevano avuto successo perché i tre avevano scoperto che i cambiamenti repentini della pressione sanguigna nel soggetto sottoposto al test, determinano l’intensità del movimento dell’ago, quando la risposta non è veritiera. Tutto sembrava andare nel modo migliore sinché un giorno una vicina di casa, mentre i figli erano a scuola, aveva colto per caso i tre nel salotto di casa loro in atteggiamenti amorosi inequivocabili e ad orribilmente sconvenienti ai suoi occhi. Nei giorni a seguire la famiglia allargata si era ritrovata isolata dalla comunità locale ed i figli erano tornati da scuola con i segni del bullismo subito dai compagni. La crisi aveva costretto Elizabeth a chiedere a Olive di separarsi da loro, nonostante i figli vivessero lo strappo come una decisione dolorosa ed anche incomprensibile. Il ripristino della normalità sociale non era servito però a restituire la serenità nella casa di William ed Elizabeth e quest’ultimo, tornando al presente, esce dall’interrogatorio sbattendo la porta, ma sulle scale viene colto da un malore che in ospedale si manifesta come qualcosa di peggiore. La malattia riavvicina i tre, la cui storia è destinata a cambiare ancora, in senso opposto alla prassi dei costumi vigenti.  

VALUTAZIONE: una vicenda tratta da una storia vera, decisamente fuori dai canoni che vede tre persone, un uomo e due donne, uscire dalla consuetudine dei costumi per vivere una liaison a tre d’inevitabile impatto etico e sociale, senza badare alle conseguenze che la loro scelta avrebbe inevitabilmente scatenato da parte della società convenzionale. Nonostante la scabrosità del tema, il film di Angela Robinson non specula sul lato erotico della storia, ritenendo più interessante analizzare quello emotivo e psicologico, ai quali fanno da corredo l’invenzione della macchina della verità ed il caso del trasgressivo fumetto Wonder Women, usciti entrambi dalla mente creativa e fuori dall’ordinario del professor William Moulton Marston. Un’opera decisamente sui generis che merita la visione, lasciando il giudizio morale sulla vicenda umana dei protagonisti alla sensibilità di ogni singolo spettatore.  

Sono almeno quattro le curiosità che propone quest’opera diretta da Angela Robinson. La prima riguarda la stessa regista, dichiaratamente lesbica, che si è cimentata in questa storia che contiene, fra l’altro, evidenti spunti, riguardo le due protagoniste almeno, di natura bisessuale. La seconda, direttamente conseguente alla prima, è la stravaganza della liaison a tre fra il professor William Moulton Marston, sua moglie Elizabeth e l’allieva Olive Byrne, perché non si tratta del classico triangolo. Di solito, in situazione del genere almeno uno/una dei tre sfrutta la situazione a suo vantaggio, per egoismo e piacere suo, a scapito di un’altra/altro che viceversa subisce e soffre l’imposizione, ammesso che sia a conoscenza di essere coinvolta/o in una relazione fuori dall’ordinario. In questo caso invece, se si esclude l’imbarazzo ed anche la non accettazione da parte di Olive prima ed Elizabeth poi nella fase di preludio del ménage à trois, per così dire, nel prosieguo l’armonia e l’intesa fra i tre è assolutamente voluta, ideale e soddisfacente, senza ipocrisie, conflitti e limiti di genere e neppure di fantasia in ambito sessuale. La terza e la quarta curiosità riguardano rispettivamente la macchina della verità ed il fumetto Wonder Women. Di entrambi vedremo meglio in seguito le implicazioni, anche se quest’ultimo personaggio appare in bella mostra pure nel titolo del film e da una sorta di processo al fumetto creato da Marston, la trama muove i primi passi e poi ci ritorna su più volte, essendo la sua storia per molti versi ispirata e sovrapponibile a quella del triangolo costituito dallo stesso professore con le sue due donne.  

Nonostante la nostra cultura sia monogama, nei sogni di molti uomini (e forse anche di molte donne) alberga la prospettiva di poter convivere armoniosamente con due partner, la più giovane delle quali, comunque ventiduenne, nel caso in oggetto, si è volontariamente unita a William ed Elizabeth e come afferma lo stesso professore è: ‘…molto bella, ingenua, gentile, buona di cuore…‘, mentre la moglie per lui è, detto un po’ sul serio ed un po’ per scherzo: ‘…intelligente, focosa, simpatica e una stronza di primo grado…’. Ma subito dopo aggiunge: ‘…Insieme siete la donna perfetta…‘. Ed è proprio questo connubio che, nei sogni di quelli che citavo prima, potrebbe realizzarsi mettendo assieme due figure complementari l’una all’altra, escludendo ovviamente che lo stesso mix non diventi invece un incubo al quadrato per chi lo ha voluto perseguire.

Di certo Elizabeth meriterebbe, alla stregua del marito, la cattedra ad Harvard per la quale sta proponendo da tempo la sua candidatura, senza ottenere però una risposta affermativa, forse proprio per ragioni di genere, come lei stessa arriva a concludere delusa. Da tenere conto che la vicenda è ambientata negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale quando le donne avevano certamente più difficoltà ad inserirsi in ruoli sino ad allora destinati quasi esclusivamente agli uomini.

Il film di Angela Robinson, sceneggiato dalla stessa regista nativa di San Francisco, che in precedenza ha firmato solo un paio d’opere, l’ultima delle quali risale addirittura al 2005 ed era di tutt’altro genere (‘Herbie – Il super Maggiolino‘), racconta una storia realmente accaduta ed inizia con un paio di sequenze che sono riferite e saranno anche riproposte in momenti più vicini alla conclusione della stessa. Gran parte del film infatti è un lungo flashback che il professor William Moulton Marston rivive durante l’interrogatorio nel tentativo di difendersi dalle accuse della commissione che si occupa di difendere l’integrità morale dei più giovani. Un rogo sta avvenendo intanto all’esterno, ad opera di alcuni giovani, evidentemente condizionati e spinti dai loro genitori, di un folto numero di giornaletti di fumetti‘, come li chiamavamo nella preadolescenza, nello specifico incentrati sulle avventure di Wonder Women. Sembra perciò di assistere ad una sorta di sentenza già scritta e le immagini portano immediatamente alla memoria esempi aberranti di censura editoriale, politica e morale narrati in ‘Fahrenheit 451‘ da George Orwell, oppure ad opera dei nazisti che bruciavano i libri considerati immorali e diseducativi dopo l’avvento al potere del Reich, fatti ovviamente i dovuti distinguo.

Marston è incalzato dalle domande della donna che presiede il comitato e che lo accusa di aver creato un personaggio dei fumetti dedito al bondage, alla violenza, alla lussuria, insomma un esempio esecrabile per i giovani ai quali quel prodotto è fondamentalmente destinato. Poco conta che Wonder Women ha avuto un successo strepitoso, prima di essere messo all’indice, forse perché, come il professore stesso sottolinea, lo ha costruito in base all’osservazione dei comportamenti dei giovani medesimi e quindi suscita facilmente il loro interesse perché parla il medesimo linguaggio ed è al contempo una metafora dell’emancipazione femminile che si esplica ‘…nel rispettare le donne potenti ed insegna ai giovani a sottomettersi ad un’autorità caritatevole…‘, come afferma lui stesso con convinzione e forza. Per il giudice donna invece non ci sono dubbi: ‘…Wonder Women è piena di violenza, tortura e sadomasochismo…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Musica: ‘Octavarium’

DREAM THEATER

Score: 20th Anniversary World Tour

Anno: 2006

Genere: Rock Progressive, Metal 
Etichetta: Rhino
Nazione: USA

Tracklist:

  • Disc One 
    • The Root of All Evil – 8:21 (parole: Mike Portnoy – musica: Dream Theater)
    • I Walk Beside You – 4:11 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Another Won – 5:22 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Afterlife – 5:47 (parole: Charlie Dominici – musica: Dream Theater)
    • Under a Glass Moon – 7:29 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Innocence Faded – 5:32 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
      Raise the Knife – 11:43 (parole: Mike Portnoy – musica: Dream Theater)
    • The Spirit Carries On – 9:44 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater) 
  • Disc Two – Dream Theater with The Octavarium Orchestra
    • Six Degrees of Inner Turbulence – 41:22 (parole: John Petrucci, Mike Portnoy – musica: John Myung, John Petrucci, Mike Portnoy, Jordan Rudess)
    • Vacant – 3:02 (parole: James LaBrie – musica: John Myung, Jordan Rudess)
    • The Answer Lies Within – 5:36 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Sacrificed Sons – 10:36 (parole: James LaBrie – musica: Dream Theater)
  • Disc Three – Dream Theater with The Octavarium Orchestra
    • Octavarium – 26:38 (parole: John Petrucci, James LaBrie, Mike Portnoy – musica: Dream Theater)
    • Metropolis – 10:37 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)

Band:

  • James LaBrie – voce solista
  • John Petrucci – chitarra, cori
  • John Myung – basso
  • Jordan Rudess – tastiere, continuum, lap steel guitar
  • Mike Portnoy – batteria, percussioni e cori

The Octavarium Orchestra:

  • Jamshied Sharifi – direttore d’orchestra
  • Elena Barere – primo violino
  • Yuri Vodovos, Belinda Whitney, Avril Brown, Katherine Livolsi, Abe Appleman, Joyce Hammann, Karen Karlsrud, Ann Leathers, Ricky Sortomme, Jan Mullen, Carol Pool – violini
  • Vincent Lionti, Adria Benjamin, Judy Wirmer, Crystal Garner, Jonathan Dinklage – viole
  • Richard Locker, Eugene Moye, David Heiss, Caryl Paisner – violoncelli
  • Bob Carlisle, Dan Culpepper, Larry DiBello – corni francesi
  • George Flynn – trombone basso
  • Pamela Sklar – flauto
  • Ole Mathisen – clarinetto bemolle
  • Jeff Kievir, Jim Hynes – trombe
  • Gordon Gottlieb – percussioni

VALUTAZIONE: il commento che segue è limitato alla suite ‘Octavarium’ che appare nel terzo cd-rom di questa compilation celebrativa ‘live’. Un brano di oltre ventisei minuti che non è certamente esaustivo riguardo il valore e la carriera di questo gruppo ma che è significativo della capacità di svariare e combinare senza stridere però, generi ed influenze musicali diverse. Dream Theater è un gruppo considerato fra i fondatori del genere ‘metal’ ma che ha saputo, nel corso di una carriera oramai più che trentennale e con una formazione che ha subito pochi cambiamenti nel corso del tempo, non solo mantenersi quasi sempre su livelli compositivi di eccellenza, ma aggiungere al proprio bagaglio nuove idee e sfide creative, nell’intento di rinnovarsi e passare da momenti di grande aggressività musicale ad altri di struggente e piacevole melodia. Il valore tecnico dei componenti il gruppo è di livello assoluto ed è un’altra delle ragioni per cui i loro concerti ‘live’ sono performance che difficilmente deludono i loro fan ma anche chi li scopre per la prima volta. 

Perché ho scelto questo brano, fra i tanti della ricchissima discografia di questo gruppo storico del genere prog-metal? Qualcuno potrebbe infatti legittimamente obiettare che c’è di meglio, sia a livello di album che di singolo brano.

E’ una suite, non l’unica e non l’ultima in ordine di tempo composta dai Dream Theater, che nei due filmati che propongo qui di seguito (il secondo è visibile più avanti nel corso del commento) è divisa opportunamente in parti di poco meno di 15 minuti cadauna, in una versione non molto diversa da quella contenuta nell’album omonimo di riferimento ma resa più suggestiva per la presenza nell’occasione dell’omonima orchestra in aggiunta, composta da trentuno elementi, più il direttore. Questa versione è contenuta nell’album ‘live‘ celebrativo del 20^ anniversario della carriera del gruppo.

Beh, cominciamo con il dire, e chi mi conosce più da vicino lo sa, che Dream Theater è uno dei gruppi miei preferiti e che ha superato nel frattempo anche il 30^ anniversario dalla fondazione (partendo da tre compagni di scuola a Boston: John Petrucci, John Myung e Mike Portnoy) e che ho avuto l’opportunità di vedere per ben due volte negli ultimi due anni dal ‘vivo’.

Un caso analogo ai Pooh in quanto a longevità, qualcuno potrebbe forse suggerire, magari anche un po’ ironicamente? A parte il fatto che il gruppo italiano è un altro dei miei preferiti, perlomeno lo è stato per molto tempo negli anni addietro, nel caso dei Dream Theater il discorso è un po’ diverso, perché siamo di fronte ad un gruppo anomalo dello stesso panorama prog-metal, pur essendone stati, e molti gliene riconoscono la paternità, il gruppo fondatore del genere, per così dire.

Octavarium

Il quale, contrariamente a quello che pensano molti loro intransigenti fan che li vorrebbero sempre ancorati ad album come ‘Images and Words’ (il loro più famoso e forse anche più significativo) o ‘Awake’ (entrambi grandissimi lavori, sia chiaro…), hanno avuto il coraggio di sperimentare, smarcandosi per così dire dall’inevitabile etichettatura ed a mio avviso perciò evolvere nel tempo, andando ben oltre i cliché del genere di appartenenza.

Facendo tesoro dei riferimenti musicali con i quali sono cresciuti, i Dream Theater sono riusciti a creare un sound al tempo stesso riconoscibile ma che attraversa e combina vari stili musicali, arricchendoli persino in molti casi rispetto agli originali, grazie al loro innegabile e straordinario virtuosismo tecnico. Stiamo parlando infatti di autentici maestri nei rispettivi strumenti, vincitori a più riprese di numerosi premi e riconoscimenti da parte degli addetti ai lavori e del pubblico…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Loving Vincent’

LOVING VINCENT

Titolo Originale: omonimo

 Nazione: Regno Unito, Polonia

Anno:  2016

Genere: Animazione, Biografico, Giallo

Durata: 94’ Regia: Dorota Kobiela, Hugh Welchman

Cast: Douglas Booth (Armand Roulin), Robert Gulaczyk (Vincent van Gogh), Cezary Lukaszewicz (Theo van Gogh), Helen McCrory (Louise Chevalier), Chris O’Dowd (il postino Joseph Roulin), Saoirse Ronan (Marguerite Gachet), Jerome Flynn (Dottor Gachet), John Sessions (Pere Tanguy), Eleanor Tomlinson (Adeline Ravoux), Piotr Pamula (Paul Gaugin), Kamila Dyoubari (Anna Cornelia Carbentus), Aidan Turner (Barcaiolo), Nina Supranionek (Germaine Ravoux), Graham Pavey (Vecchio Ravoux), Przemyslaw Furdak (Emile Bernard), Adam Pabudzinski (Henri Toulouse-Lautrec), Keith Heppenstall (Camille Pissarro), Borys Dominiuk (Vincent giovane), Bartlomiej Sroka (Theodorus van Gogh), James Greene (Vecchio contadino), Anastazja Seweryn (Vincent Willem van Gogh), Bozena Berlinska-Bryzek (Jo van Gogh-Bonger), Bill Thomas II (Dottor Mazery), Martin Herdman (Gendarme Rigaumon), Joe Stuckey (Giovane con Fiordaliso), Robin Hodges (Tenente Milliet), Holly Earl (La Mousmé)

TRAMA: Il 29 luglio del 1890 moriva suicida a Auvers-sur-Oise il grande pittore Vincent van Gogh. Una lettera mai spedita al fratello Theo di due anni prima, viene trovata ad Arles da Germaine Ravoux, nella camera che suo padre aveva affittato a Vincent e giusto un anno dopo la tragedia la consegna al postino Joseph Roulin, il quale era amico di Vincent e si occupava di recapitare la fitta corrispondenza epistolare che teneva con il fratello. Il brav’uomo gliela spedisce ma torna indietro perché il destinatario risulta irreperibile all’indirizzo indicato ed allora chiede al figlio Armand di mettersi in viaggio per andare a cercare Theo e consegnargliela personalmente. Quest’ultimo parte di controvoglia perché, contrariamente al padre, non aveva grande stima di quello strano pittore che disegnava e dipingeva di continuo nonostante nessuno acquistasse poi le sue opere e si era tagliato un orecchio come reazione alla partenza dell’amico Paul Gaugin, dopo un furente litigio e che l’aveva raggiunto da poco con l’intenzione di realizzare un ordine artistico che coinvolgesse poi anche altri pittori. Vincent aveva consegnato il prodotto della sua rabbia ad una inorridita prostituta che era solito frequentare assieme a Gaugin e per questo gesto era stato internato per qualche tempo in manicomio. Armand comunque parte per Parigi e visita alcuni dei luoghi nei quali di solito si ritrovano gli artisti e dove era stato anche Vincent ed incontra Pere Tanguy, noto fornitore locale di colori ed accessori per dipingere, il quale gli rivela che Theo risulta irreperibile perché, essendo estremamente legato al fratello, non aveva trovato la pace necessaria per superare la sua inspiegabile e prematura morte e così sei mesi dopo era deceduto pure lui. A quel punto Armand, incuriosito dalla vicenda dei fratelli van Gogh, decide di approfondire le ragioni del suicidio di Vincent e si reca ad Auvers-sur-Oise. Qui trova ancora più ingiustificato il suo gesto parlando con Adeline Ravoux, nella cui locanda l’artista aveva in affitto una camera ed era deceduto, secondo la quale la mattina della tragedia era uscito di buon umore per andare a dipingere in campagna, ma era tornato nel pomeriggio ferito all’addome da un colpo di pistola, affermando però di essersi sparato lui stesso. Armand sente le testimonianze di altre persone che hanno conosciuto ed assistito van Gogh in quel piccolo paese: dal dottor Gachet che lo aveva in cura e con il quale aveva uno stretto rapporto di stima; alla sua governante che invece lo considerava molto negativamente; alla figlia del dottore Marguerite verso la quale Vincent forse nutriva più che una simpatia e che dopo la sua morte ogni giorno si reca al cimitero a portargli i fiori sulla tomba; al barcaiolo che lo aveva visto per ultimo prima del suicidio. Armand scopre inoltre che van Gogh era oggetto dello scherno di alcuni ragazzi del luogo che lo tormentavano di continuo. Armand infine consegna la lettera al dottor Gachet ma il mistero sulla sua morte resta comunque irrisolto.    

VALUTAZIONE: un’opera splendida ed originalissima, con una trama divisa fra migliaia di magnifiche animazioni dipinte da oltre centoventi pittori nello stile di Vincent van Gogh, incluse alcune delle sue opere più note, inframmezzate da scene che ripercorrono alcuni dei momenti più significativi della vita del celebre artista olandese, girate solo queste ultime in rigoroso bianco e nero, con interpreti veri ma usando una speciale tecnica che li fa apparire come se fossero disegnati a matita. Gli autori hanno impostato il film alla stregua di un giallo appassionante nel tratteggiare il pittore e le sue opere e che analizza attraverso varie testimonianze il mistero del suo suicidio, pur senza schierarsi apertamente dalla parte di chi ancora oggi lo ritiene quanto meno discutibile. Da non perdere! 

Non possiamo che parlare con i nostri dipinti‘ (Vincent van Gogh)

Credo di non affermare nulla di strano, se dico che nessun artista probabilmente è riuscito ad avvicinare all’arte pittorica così tante persone come Vincent van Gogh. Anche quelle che di solito ne sono meno o per nulla interessate, restano colpite di fronte alle sue opere, per lo stile inconfondibile delle medesime e perché trasmettono in chi le osserva, specie quelle paesaggistiche o che ritraggono nature morte, semplicemente sensazioni piacevoli e di ammirazione per un artista che sembra utilizzare una tecnica elementare ed infantile nel dipingere e ritrarre i suoi soggetti, ma che è stato unico nel suo genere ed il pioniere dell’arte contemporanea.

Per comprendere il lavoro che è stato compiuto per realizzare quest’opera, diversa da tutte le altre nel panorama del cinema e non solo, bisogna necessariamente partire da qualche numero. 125 pittori si sono prestati per completare questo primo e sinora unico film su tela, dipingendo migliaia di immagini che riprendono alcune delle opere più note e celebrate dell’artista olandese (pare siano ben 94, che lo spettatore più attento ed esperto forse riuscirà a riconoscere nel corso della trama, almeno alcune di esse) e molte altre, ma con la condizione imprescindibile di dipingerle rifacendosi al suo stile inconfondibile. Sono stati realizzati 65.00 fotogrammi e sono occorsi ben 52.400 frame per mostrare al meglio nel film le copie delle opere di van Gogh, assolutamente lecite e volute com’è ovvio in questo caso. Hanno impiegato sei anni la pittrice polacca Dorota Kobiela ed il regista britannico Hugh Welchman, che hanno condiviso la direzione, per concludere questo film che doveva essere inizialmente un cortometraggio e poi invece si è trasformato niente meno che in un giallo della durata di poco superiore all’ora e mezza con un budget di 5,5 milioni di dollari, ispirandosi alla mostra multimediale ‘Van Gogh Alive – The experience‘ che è risultata la più frequentata al mondo.

Premiato dal pubblico al Festival d’Annecy, ‘Loving Vincent‘ viceversa non è riuscito a cogliere l’Oscar della categoria Animazione nella quale è stato inserito, essendo stato preceduto nelle preferenze dall’ultima produzione della Pixar intitolata ‘Coco‘, girata dal regista Lee Unkrich. Non avendo ancora visto quest’ultima, non posso pronunciarmi al riguardo ma certo i votanti si sono assunti una bella responsabilità negando la celebre statuetta a quest’opera straordinaria, la cui originalità è solo l’ultimo degli elementi che la fanno apprezzare.

Siamo infatti di fronte ad un esperimento che vede susseguirsi attori veri ripresi normalmente e poi trasformati in immagini animate, alternando sequenze a colori con altre in bianco e nero ad altre di natura paesaggistica tratte dalle opere di van Gogh. La tecnica utilizzata è quella computerizzata del ‘rotoscope‘, la quale, per dirla facile, permette di creare cartoni animati dalle sequenze filmate con attori in carne ed ossa. Una prima traccia narrativa del film racconta la storia di fantasia che vede protagonista il giovane Armand Roulin, figlio del postino Joseph del paesino di Arles (realmente esistiti e più volte ritratti da Vincent), mettersi in viaggio per trovare Theo, il fratello di Vincent al quale consegnare una lettera che è stata ritrovata per caso un anno dopo la sua morte. Il postino di Arles era diventato amico di van Gogh e si occupava in prima persona di gestire la fitta corrispondenza fra i due fratelli. La lettera ritrovata nella camera della locanda dove Vincent aveva alloggiato, è stata quindi consegnata proprio a Joseph, il quale l’ha regolarmente spedita a Parigi, ma gli è tornata indietro essendo risultato irreperibile il destinatario.

Una seconda traccia narrativa del film invece è quella che vede alcuni dei personaggi che hanno conosciuto e frequentato personalmente Vincent, ripercorrere nella memoria davanti al giovane Armand vari momenti significativi della vita dell’artista ed anche quelli immediatamente precedenti la sua morte. Armand, partito controvoglia e con molto scetticismo, si è poi appassionato al caso del grande pittore olandese sino al punto da perdere il posto di lavoro per non tornare a casa prima di averlo approfondito. Oltretutto la sua morte per suicidio, mano a mano che la storia di Vincent si chiarisce e specie a proposito dei momenti che hanno preceduto la fine, gli sembra sempre più soggetta a dubbi ed interpretazioni in rapporto a ciò che la stessa confessione della vittima farebbe pensare. Curiosamente però questo film su van Gogh, al di là delle sue numerose opere riproposte e del suo straordinario stile che lo percorre dal primo all’ultimo fotogramma, vede molto poco rappresentata la sua persona, rispetto allo stesso Armand e ad altri personaggi di contorno che appaiono nel corso della trama.    

I due registi hanno poi avuto la brillante idea di raccontare questa vicenda alla maniera di un giallo, uscendo quindi dalla più classica narrazione documentaristica, con il giovane Armand nei panni di una sorta d’improvvisato investigatore. All’inizio infatti tutto sembra chiaro e la morte di van Gogh, che in vita, pare impossibile crederlo, ha venduto una sola delle sue ottocento opere e che a problemi di natura economica sommava un carattere solitario e soggetto a momenti di depressione autodistruttiva, era parsa ai più tragicamente conseguente. In realtà, il suo stesso fornitore dei colori Pere Tanguy, quando aveva salutato Vincent in partenza da Arles alcune settimane prima, aveva ricevuto dal pittore la confidenza di essere animato da una nuova vitalità ed aveva avuto la positiva impressione di essere di fronte ad un uomo che, nonostante le difficoltà incontrate, ce l’avrebbe fatta infine a veder riconosciuti i suoi sforzi… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro: ‘La Diva Julia’

LA DIVA JULIA

Di W. Somerset Maugham

Anno Edizione 2005

Pagine 275

Costo € 8,25

Ed. Adelphi (collana ‘Gli Adelphi’)

Traduttore: Franco Salvatorelli

TRAMA: Julia Lambert sin da piccola possiede una naturale predisposizione per la recitazione. Ed è lei, anni dopo, diva del teatro inglese, a ripercorrere la sua carriera e la sua vita, scorrendo alcune foto. L’occasione è stata l’invito a pranzo di Tom Fennell, un suo giovane ammiratore e contabile del marito Michael Gosselyn, il quale è proprietario del teatro dove Julia si esibisce con grande successo. Michael stesso aveva chiesto a Julia la gentilezza di donare al loro ospite una sua foto autografata. La diva, all’apice della sua carriera, è ancora una donna avvenente, ma è stata lei a suo tempo a sedurre il marito, un mediocre attore ed amante piuttosto frigido, però di bellissimo aspetto. Dal loro matrimonio è nato Roger, il quale sin da piccolo si è dimostrato per nulla attratto dalla finzione del palcoscenico e dall’esposizione mediatica. Julia è stata a lungo innamorata e fedele a Michael, con il quale ha condiviso i momenti difficili d’inizio carriera ma poi anche quelli dei trionfi e dell’agiatezza, sinché un giorno improvvisamente si è resa conto di non amarlo più, pur senza darglielo a vedere. Trasportando la sua capacità di fingere mentre recita davanti al pubblico nella vita reale, Julia riesce sempre ad ottenere e mostrare ciò che vuole. Da molto tempo tiene sulla corda lo spasimante Lord Charles Tamerley, suo accompagnatore preferito in società, la cui cultura, unita al piacere della conversazione, le è stata utile per accrescere la sua. La generosità della ricca possidente Dolly de Vries, che ha finanziato all’inizio l’attività di Michael e di Julia, della quale è subito apparso evidente che è infatuata, le è stata altrettanto vantaggiosa. Julia però è sempre riuscita a mantenere le distanze con entrambi, mantenendo i rapporti nell’ambito di una stretta amicizia e confidenza. La diva, paragonata ai più grandi nomi del teatro, sembra avere perciò il perfetto controllo della sua vita, almeno sinché il timido ed impacciato Tom si trasforma inaspettatamente in un ardito seduttore e nel suo intraprendente amante. Lusingata dalla differenza d’età che c’è fra loro, Julia, dopo l’iniziale sorpresa si sente come ringiovanita e dato che il giovane è di umili origini, non esita a mantenerlo, all’oscuro di tutti. Nonostante le loro frequenti uscite in società finiscano per favorire il pettegolezzo, cui non crede Michael malgrado il tentativo di metterlo sull’avviso da parte di Dolly, alla quale sono giunte voci molto convincenti al riguardo, Julia vive senza accettare riserve e suggerimenti il rapporto con il giovane amante. Convinta di poterlo gestire a suo piacimento, non si rende conto un po’ alla volta di diventare gelosa e possessiva, suscitando la reazione orgogliosa di Tom, che si sente umiliato ma ha anche trovato nel frattempo nella giovane attrice Avichet Crichton un’amante più a misura. Facendo appello alla sua capacità di gestire a comando i propri sentimenti che le ha insegnato il palcoscenico, Julia riesce ancora per un po’ a convincere Tom ad accettare il ruolo del mantenuto che gli ha ritagliato. Una conversazione con il figlio Roger, che non esita a dirle quanto sia sempre stato difficile per lui distinguere la madre dall’attrice ed il tentativo di Tom di aiutare Avichet nella sua carriera attoriale, portano Julia per la prima volta a dubitare le sue capacità di autocontrollo, che si riflettono persino sulle sue performance teatrali. Su suggerimento di Michael, che continua a non sospettare nulla, acconsente a prendersi una vacanza al mare di Bretagna dove vive ancora la madre, prima di tornare per interpretare una nuova commedia in corso di preparazione. Trascorsa l’estate, Julia ha ritrovato il controllo di sé e può quindi tornare ed abilmente sistemare tutti i tasselli del puzzle che aveva lasciato scomposti, con la ritrovata capacità di tradurre il meglio dall’attrice per gestire la sua vita al di fuori del palcoscenico.    

VALUTAZIONE: un romanzo di gran classe che grazie ad un prosa brillante, scorrevole e coinvolgente, disegna il ritratto di una donna che riesce abilmente a trarre il meglio del suo talento di attrice per trasporlo anche nella vita reale, mescolando uno e l’altra per ottenere ciò che vuole. Forse non la più nota e famosa delle opere di William Somerset Maugham ma di certo una lettura molto elegante e piacevole, contrassegnata da numerose estrose ed ironiche considerazioni che al tempo stesso illuminano vicende solo apparentemente comuni e banali. Nell’utilizzare il palcoscenico del teatro come metafora della vita, l’autore coglie l’occasione per suggerire temi anche molto diversi che guardano comunque dentro l’animo umano e ne sviscerano le sue innumerevoli contraddizioni.   

‘…Tutti siamo inclini a pensare che gli altri possono avere le nostre virtù, solo se hanno anche i nostri vizi…‘. E’ uno dei numerosi aforismi che sono disseminati in questo bel romanzo di William Somerset Maugham e che è difficile resistere alla tentazione di citare. Per una volta, però, mi sento di dover iniziare questo commento non dai fatti che racconta questa storia o dal significato che vuole trasmettere, ma dalla prefazione scritta dallo stesso autore, che ho trovato esemplare e meritevole di essere menzionata per gli spunti che offre, anche al di fuori del contesto narrativo e della figura dello scrittore stesso.

La Diva Julia‘ è un romanzo ambientato nel mondo del teatro inglese, seppure il nome della nostra Eleonora Duse viene fatto più volte, descritta come una figura d’immenso e forse inarrivabile talento e molte delle opere dello scrittore britannico sono state adattate in rappresentazioni teatrali ed in seguito anche al cinema. Nonostante ciò, Somerset Maugham non esita ad ammettere, spiazzante ed illuminante al tempo stesso ed io pienamente d’accordo con lui, senza che ciò costituisca una medaglia al valore quanto semmai un mio deficit culturale: ‘…Io non sono mai stato affascinato dal teatro, nemmeno nella prima gioventù; non saprei dire se perché sono di indole piuttosto scettica o perché la mia mente era piena di sogni privati che appagavano le mie brame romantiche; e quando cominciai a veder rappresentate commedie mie, persi anche le poche illusioni che avevo. Quando scoprii con quali sforzi si otteneva il gesto che sembrava così spontaneo, quando mi accorsi che molto spesso l’intonazione perfetta che muoveva il pubblico alle lacrime nasceva non dalla sensibilità dell’attrice ma dall’esperienza dell’impresario, quando, insomma, imparai dall’interno com’è complicato il processo con cui si prepara una commedia per presentarla al pubblico, mi riuscì impossibile considerare gli attori, anche i più brillanti, con lo stupore reverente e ammirato della generalità degli spettatori…‘.

Difatti, uno degli aspetti più importanti che vuole sottolineare con quest’opera Somerset Maugham, è relativo alla finzione che accompagna qualsiasi interpretazione attoriale, che si tratti di teatro o di cinema, ma soprattutto di teatro in questo caso, perché viene rappresentato dal vivo e davanti ad un pubblico che interagisce o meno con gli attori proprio in conseguenza della capacità di questi ultimi di esprimere situazioni e sentimenti che durano esattamente quanto la commedia che stanno recitando. Ad un certo punto del romanzo Roger, l’unico figlio della diva Julia, non esita a rinfacciarle che quand’era ancora piccolo, aveva provato un vero e proprio choc seguendo una sua interpretazione da dietro le quinte e si era reso conto che la madre sul palcoscenico non stesse esprimendo i suoi veri sentimenti ma stava soltanto fingendo di provarli. Dal che ne è conseguita la sua successiva insicurezza nel relazionarsi, non solo con la madre ma anche e soprattutto con lei, non riuscendo più a distinguere ciò che è autentico dal fittizio: ‘…se uno ti spogliasse del tuo esibizionismo e della tua tecnica, se ti sbucciasse come si fa con una cipolla, togliendo un velo dopo l’altro di insincerità e di finzione, di citazioni da vecchie parti e di brandelli di emozioni non tue, arriverebbe finalmente a un’anima…‘.

Roger è il più giovane fra i personaggi del romanzo ma oltre a lasciare intendere, alla luce delle precedenti affermazioni, che sia una sorta di alter ego dello stesso Maugham, è anche l’unico che dimostra di aver davvero compreso l’ambivalente personalità della diva Julia e che riesce a vedere il re nudo, o per meglio dire la regina in questo caso, nonostante il destino ha voluto che si trattasse proprio di sua madre. Ovvio che stiamo parlando di un personaggio, quello di Julia Lambert, che pone sullo stesso piano palcoscenico e vita reale, senza distinguere l’uno dall’altra e non è quindi qualcosa che è riferibile, genericamente, a tutte le figure attoriali.

Tornando alla prefazione, vi ho colto pure una considerazione che mi è suonata immediatamente familiare, resuscitando ricordi perduti nel tempo: ‘…agli inizi del mio lavoro di scrittore solevo ritagliare le mie recensioni e incollarle in grandi album, pensando che un giorno mi avrebbe divertito rileggerle; e di ognuna segnavo la data e il giornale su cui era uscita…‘. Seppure nel mio caso le recensioni che raccoglievo erano quelle dei film che pubblicavano su quotidiani come ‘Il Giorno’, ‘Il Corriere della Sera ‘ e ‘Paese Sera’, esimi critici cinematografici come Pietro Bianchi, Giovanni Grazzini e Callisto Cosulich (ai quali riconosco una parte del merito per avermi fatto appassionare al cinema) e che, forse per rispetto o per nostalgia, conservo ancora. Curiosamente leggo soltanto di rado, da allora, quelle di altri e più recenti critici, seppure non ho motivo di dubitare che siano validissimi a loro volta.

L’esperienza e la competenza dello scrittore inglese in ambito teatrale (nato a Parigi dove il padre lavorava presso l’ambasciata britannica e poi ha vissuto nella prima gioventù fra la Gran Bretagna e la stessa Francia) sono comunque fuori discussione, nonostante le riserve dallo stesso espresse e riportate in precedenza in merito. In una sorta di rapida sintesi e nel preparare, per così dire, il terreno di coltura al personaggio della diva Julia, che è di fantasia beninteso, lo scrittore si esprime così, citando ancora la Duse ed altre ‘regine’ storiche del palcoscenico teatrale, senza risparmiare qualche riserva, condita di sottile ironia (che è comunque una costante stilistica del romanzo) rivolta ad un’icona come Sarah Bernhardt : ‘…la grandezza è rara. Negli ultimi cinquant’anni ho visto quasi tutte le attrici che si sono fatte un nome. Ne ho viste molte eminentemente dotate, molte eccellenti in un ambito loro proprio, molte ricche di fascino, bellezza e intelligenza; ma a una soltanto potrei, senza esitazione, attribuire grandezza: Eleonora Duse. Forse l’aveva la Siddons; forse la Rachel; non lo so; ho visto Sarah Bernhardt solo quando non era più nel suo fiore; la gloria che la circondava, la sua straordinaria leggenda, rendevano difficile giudicarla a mente fredda; spesso era manierata e a volte declamava a tutto spiano; può darsi che nel suo periodo migliore abbia avuto grandezza, ma io vidi solo gli accessori, la corona, lo scettro, il manto di ermellino, il vestito nuovo dell’Imperatore della Cina, ma non l’Imperatore della Cina…‘……(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘madre!’

MADRE!

Titolo Originale: mother!

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Thriller, Allegorico

Durata: 120’ Regia: Darren Aronofsky

Cast: Jennifer Lawrence (madre), Javier Bardem (Lui), Ed Harris (uomo), Michelle Pfeiffer (donna), Domhnall Gleeson (figlio maggiore), Brian Gleeson (figlio minore), Kristen Wiig (araldo), Stephen McHattie (fanatico), Sarah-Jeanne Labrosse (prima madre), Laurence Leboeuf (la nuova madre)

TRAMA: Una coppia vive in una grande casa isolata, intorno alla quale ci sono solo campi e boschi rigogliosi. Lui è uno scrittore famoso in cerca dell’ispirazione che sembra lo abbia nel frattempo abbandonato. Lei è ‘madre’, un nome simbolico evidentemente, non avendo figli e nonostante soffra periodicamente di allucinazioni, si occupa della casa sotto tutti i punti di vista: oltre ai compiti tipici della casalinga, è infatti molto impegnata a ristrutturarla ed arredarla, trasformandola dalla condizione di abbandono nella quale l’avevano trovata al loro arrivo. La casa è di proprietà di Lui, più anziano della sua compagna, che è molto avvenente, ma sente verso di sé solo un affetto fraterno, come se lo scrittore avesse perso, oltre alla capacità creativa, anche la passione. Il loro equilibrio, pur sottile, viene rotto dall’arrivo di un ospite, apparentemente casuale e piuttosto malconcio fisicamente. Finge di non conoscere lo scrittore ma poi confessa di esserne un profondo ammiratore. Lui ne è lusingato e si offre di ospitarlo a dormire, nonostante l’evidente imbarazzo della sua compagna che lo considera invece un estraneo, con tutti i rischi che ne conseguono nel fidarsi senza conoscerlo meglio. L’uomo si dimostra da subito poco rispettoso delle regole della casa e della loro privacy ma ciò non impedisce che il padrone di casa familiarizzi con lui e gli mostri anche il suo esclusivo studio, dove custodisce fra l’altro una specie di pietra simile ad un diamante alla quale è legato visceralmente ed il cui valore perciò sembra essere molto più simbolico che venale. Quando il giorno dopo ‘madre’ ne ha già abbastanza del comportamento fuori dalle righe dell’uomo, si presenta alla porta una donna, cioè la moglie di quest’ultimo, a sua volta invadente e curiosa ben oltre il lecito. Lo scrittore però si offre di ospitare entrambi, senza chiedere l’assenso della sua compagna perché la vicinanza ed i dialoghi con l’uomo gli pare che siano di beneficio alla sua ispirazione. La strana coppia ha anche due figli grandi e pur non essendo più giovanissima, mostra senza alcun imbarazzo un’espansività e carica passionale da adolescenti. Poco dopo, mentre Lui e ‘madre’ sono in un’altra parte della casa, l’irrefrenabile curiosità degli ospiti li spinge ad introdursi nello studio dello scrittore e maldestramente fanno cadere la preziosa pietra che va in frantumi. Lui reagisce con dolore e veemenza, mentre ‘madre’ trova la risolutezza per chiedere ai due maleducati di andarsene. La questione è ancora in divenire quando si presentano alla porta, a breve distanza uno dall’altro, anche i due figli degli intrusi e ne nasce subito una lite a quattro di famiglia per questioni di gelosia ed eredità, sotto lo sguardo attonito dei due ospitanti, che evolve rapidamente in uno scontro fisico e furioso fra i due fratelli, il più grande dei quali, colpito violentemente alla testa, rimane privo di conoscenza sul pavimento in una pozza di sangue. Lo scrittore si prodiga immediatamente per trasportare il ferito ed i suoi genitori in ospedale, mentre l’altro figlio si dilegua e ‘madre’ resta sola in casa, terrorizzata e abbandonata a se stessa. Al ritorno di Lui, solo, viene a sapere che il ferito è morto e l’assassino, che era riapparso intanto nella casa per recuperare il portafogli, mentre la giovane era ancora sola, si è nuovamente dileguato ed ora è ricercato dalla polizia. Nel corso della notte lei si sveglia di soprassalto per i rumori che sente provenire dal piano sottostante, dovuto ad alcune persone che sono appena entrate in casa, cioè i genitori ed i parenti della vittima. Lui ammette candidamente di averli invitati nell’imminenza del funerale, ancora una volta senza chiedere il suo parere ed anche questi ospiti si comportano sin dal principio come se fossero a casa loro. E’ l’evoluzione di un incubo perché queste presenze si rivelano a loro volta invadenti e privi di rispetto per i proprietari e la loro casa ma mentre Lui sembra minimizzare la questione partecipando al lutto ed è al tempo stesso elettrizzato dalla presenza di tutta quella folla, ‘madre’ viene colta più volta da attacchi di panico. Quando finalmente riesce a liberarsi degli intrusi, la casa risulta vistosamente danneggiata ed allora litiga furiosamente con Lui ma infine finiscono a letto dove finalmente consumano un rapporto che mancava da tempo. Il giorno dopo ‘madre’ è convinta, a ragione, di essere rimasta incinta e nei mesi seguenti la loro relazione vive il suo momento migliore. Lo scrittore riesce persino a completare una nuova opera che per l’intensità dei contenuti commuove la prossima madre, alla quale ha offerto una lettura in anteprima. Una sera però, mentre la tavola è romanticamente imbandita e ‘madre’ indossa un elegante vestito, si presentano all’ingresso di casa alcuni ammiratori di Lui, come devoti fedeli, che lo scrittore molto volentieri si ferma ad intrattenere. E’ il preambolo ad una sorta di pellegrinaggio che vede giungere via via una folla sempre più numerosa, che dapprima rimane solo all’esterno della casa ma ben presto, con l’impeto di un fiume che rompe gli argini, sfondano porte e finestre ed entrano all’interno. Mentre Lui gode per essere considerato alla stregua di una divinità, ‘madre’ invece è sempre più sola e spaventata, persino molestata da qualcuno. La casa viene occupata, devastata e depredata, come se ogni oggetto, anche il più insignificante, fosse un cimelio prezioso da accaparrarsi. Per lo choc a ‘madre’ vengono le doglie e quindi partorisce, ma è solo un momento di calma nella tempesta dentro la quale è oramai precipitata. Una sorta di rituale satanico dalle drammatiche conseguenze per la madre ed il suo bambino dal quale si salva soltanto Lui, il padre.  

VALUTAZIONE: un film destinato a dividere il pubblico fra i pochi estimatori ed i molti che lo troveranno invece insopportabile ed incomprensibile. Un passo falso nella carriera di un regista d’indubbio talento che sembra essersi fatto prendere la mano da un delirio di onnipotenza. Si tratta di un’opera divisa in due distinte parti: nella prima è un thriller molto ben strutturato che genera un crescendo di suspense, mentre nella seconda la logica degli eventi trascende il reale e si trasforma in una metafora in stile trash che si rifà addirittura alla Bibbia e nella quale paiono non esserci limiti al nonsenso, alla confusione, con sequenze indubbiamente forti dal punto di vista emotivo. Un’opera insomma rivolta solo a quella parte di pubblico che preferisce comunque l’originalità, al cinema di maniera ed è quindi disposta a perdonare l’autore che fallisce ma osa nel processo creativo, finendo però anche per dividere, appunto.

E’ risaputo che dentro il contenitore cinema si trova un largo spettro di generi e di stili, anche molto distanti fra loro. Se si pensa, ad esempio, alla filmografia di Stanley Kubrick o, che ne so, di Luchino Visconti, ma anche di autori più recenti come Quentin Tarantino e Paolo Sorrentino oppure, cito a caso e con il massimo rispetto, di altri come Neri Parenti o Carlo Vanzina, si capisce immediatamente che c’è una differenza sostanziale di contenuti, di finalità, di target di pubblico ed anche d’impatto ideologico.

E’ pure evidente che l’impegno intellettuale richiesto allo spettatore è molto differente per i primi tre nomi rispetto agli altri due. Nel caso di film come ‘Vacanze di Natale‘ e ‘Sognando la Californiaoppure di autori non italiani specializzati nel genere ‘family‘ più leggero ed evanescente possibile, lo spettatore può entrare in sala oppure sedersi comodamente davanti al TV e seguire la trama anche distraendosi un po’ fra una battuta ed una scena e l’altra, senza che ciò ne impedisca la comprensione, perché il contesto è chiaro sin dall’inizio e si tratta in massima sintesi di un prodotto di puro svago.

Davanti ad un’opera, sempre citando a caso, come ‘2001 Odissea nello Spazio‘ (a proposito, per i titoli dei film che cito, visibili in diverso colore, significa che cliccandoli si accede alla recensione che avevo pubblicato a suo tempo, ndr.), ‘La Caduta degli Dei‘, ‘Pulp Fiction‘ o ‘La Grande Bellezza‘ il discorso invece cambia completamente ed i popcorn, la cannuccia, la coca-cola e magari anche un’occhiatina ogni tanto ai messaggi sullo smartphone, diventano controproducenti di fronte alla necessità di prestare un livello di attenzione decisamente più alto. In questi ultimi casi spesso non è neppure sufficiente un’adeguata soglia di attenzione, perché prima o dopo la visione, se si vuole averne un quadro più completo e comprensibile di ciò cui si ha appena assistito, è opportuno approfondirne il senso, magari anche il contesto storico e gli obiettivi.

Non funziona quindi l’obiezione che qualcuno a volte fa al riguardo, cioè che lo spettatore non è tenuto a sforzarsi d’interpretare ciò che il regista vuole dire con la sua opera perché è compito di quest’ultimo renderne immediatamente chiaro ed evidente ogni passaggio. Alla stessa stregua allora si dovrebbe muovere analoga e velata accusa a tutta una sfilza di pittori, letterati, architetti e musicisti. Persino Van Gogh e gli Impressionisti in genere, che più facilmente incontrano il gradimento popolare con i loro dipinti apparentemente elementari e comunque illustrativi, dietro la più immediata facciata nascondono temi e significati ben più complessi che si scoprono solo leggendone la storia o ascoltando un critico d’arte di valore che li ha studiati profondamente. E se poi ci inoltrassimo nella musica in generale, ma in particolare quella classica oppure il jazz, il discorso sulle necessarie competenze per capire ed interpretare correttamente gli autori e le loro opere sarebbe ancora più complesso.

Tutta questa lunga premessa per dire che ‘madre!‘ sin da quella maiuscola mancante ed il punto esclamativo del titolo, che appare anche nell’originale, è un film diverso dalla norma e se lo si affronta con lo spirito di un cinepanettone o una qualsiasi pellicola di puro intrattenimento, inevitabilmente si va incontro ad un malinteso ed una incomprensione pressoché totali. Ciò non vuol dire però che un’opera stravagante diventa per definizione automaticamente un film riuscito, perché questo di Darren Aronofsky non lo è, sia chiaro ed a scanso di equivoci.

Darren Aronofsky, appunto, del quale abbiamo appena ammirato per la qualità, il taglio ed i contenuti la serie TV ‘One Strange Rock – Pianeta Terra‘ da lui prodotta per conto della National Geographic Society, profondendone gli elogi in un recente articolo pubblicato in questo stesso blog, non c’è dubbio che è un regista di gran talento. Parlando di una sua precedente opera come ‘Il Cigno Nero, sottolineavo come il regista, sceneggiatore e produttore americano è un autore decisamente estroso, ma anche un narcisista al quale piace provocare lo spettatore uscendo dai canoni del cinema di genere per proporre tematiche decisamente più complesse, meno popolari ed ortodosse ma anche più stimolanti. Non sempre però, ahimè, con risultati conseguenti alle aspettative, anche all’interno della stessa opera.

Personalmente amo molte forme di cinema ed altrettanti modi diversi di esprimerle. Non necessariamente devono essere complicate, o addirittura incanalate in un ermetismo esclusivo, semmai quello che conta è che ci sia sempre una chiara finalità e l’intento di gettare il cuore oltre l’ostacolo, per così dire. Non la semplice ricerca dell’originalità a tutti i costi quindi, che può diventare in alcuni casi stucchevole e fine a se stessa, quanto semmai la reinterpretazione (Tarantino in tal senso è un maestro) oppure mostrare una chiara propensione alla straordinarietà mediata da un’idea brillante, anche se inevitabilmente discutibile. Il che infatti, lo ripeto, non è detto che si traduca in un’operazione destinata a concludersi con successo e l’esempio in tal senso ce lo dà proprio ‘madre!‘.

Per capire comunque quanto Darren Aronofsky sia un autore che non si accontenta di realizzare un semplice prodotto, che qualcuno può definire più  irrispettosamente un facile compitino, basta confrontare la prima parte di questa sua ultima opera con la seconda. Sembrano due film molto distanti fra loro, forzatamente accorpati in uno solo, nonostante gli interpreti siano gli stessi e così pure la location dove le scene sono state interamente girate, cioè in una casa, in sostanza la raffigurazione di un microcosmo……(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…