I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘I Sette Samurai’ – 1954 (Akira Kurosawa)

I SETTE SAMURAI

Titolo Originale: 七人の侍

Nazione: Giappone

Anno: 1954

Genere: Drammatico, Storico

Durata: 207’ Regia: Akira Kurosawa

Cast: Takashi Shimura (Kambei Shimada), Toshirō Mifune (Kikuchiyo), Yoshio Inaba (Gorobei Katayama), Seiji Miyaguchi (Kyuzo), Minoru Chiaki (Heihachi Hayashida), Daisuke Katô (Shichiroji), Isao Kimura (Katsushiro Okamoto), Keiko Tsushima (Shino), Kamatari Fujiwara (Manzo, padre di Shino), Yoshio Tsuchiya (Rikichi), Yukiko Shimazaki (moglie di Rikichi), Yoshio Kosugi (Mosuke), Bokuzen Hidari (Yohei), Kokuten Kodo (Gisaku)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Nel 1954 dalla fucina di Hollywood uscivano film come ‘La Finestra Sul Cortile‘ di Alfred Hitchcock (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento al film); si confermavano il talento e l’eleganza di Audrey Hepburn in ‘Sabrina‘ di Billy Wilder; il giovane Marlon Brando interpretava il personaggio carismatico di ‘Fronte del Porto‘ di Elia Kazan; Marylin Monroe si consacrava diva e sex symbol ne ‘La Magnifica Preda‘ di Otto Preminger; in Italia Luchino Visconti girava ‘Senso‘ con due assistenti come Francesco Rosi e Franco Zeffirelli; David Lean in UK realizzava una classica commedia come ‘Hobson il Tiranno‘ e  Henri-Georges Clouzot in Francia con ‘I Diabolici‘ inaugurava in pratica il genere thriller (a chiudere questo comunque parziale elenco di opere ed autori fra i più significativi).

Il cinema giapponese invece, sconosciuto ai più in occidente, stava per uscire da una sorta di splendido isolamento. La scoperta di autori come Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e Akira Kurosawa, che apparivano per la prima volta in alcuni Festival e Mostre del Cinema in Europa, portò alla Luce dei riflettori una sorta di miniera d’oro autoriale che ha influenzato in seguito i registi di tutto il mondo. Lo stesso film oggetto di questo commento ha ispirato, ad esempio, John Sturges nella realizzazione del suo celebre western ‘I Magnifici Sette‘, il quale anche nei titoli di testa, oltreché nella storia quasi fotocopia che racconta, cita apertamente il riferimento di origine.

I Sette Samurai‘ è considerato il capolavoro di Akira Kurosawa e segue un’altra opera molto importante come ‘Rashomon‘. La durata del film nella versione integrale è di circa tre ore e quindici minuti. Proprio questa lunghezza anomala è stata oggetto di numerosi problemi nella sua distribuzione, anche in Giappone, tant’è che la stessa copia presentata alla Mostra del Cinema di Venezia e che è stata insignita del Leone d’Argento, fra una sforbiciata e l’altra durava circa la metà, un tempo ritenuto più consono per lo spettatore europeo. Pare che Kurosawa ebbe a commentare al riguardo che in quell’occasione il pubblico aveva avuto modo di vedere non tanto ‘I Sette Samurai‘ quanto semmai ‘Tre e mezzo‘…

Vorrei evitare però il rischio di essere frainteso e passare per il solito cinefilo a suo modo masochista. Un film giapponese, profondamente radicato nella storia medioevale e nella cultura di quel paese, che racconta un episodio di rivolta e di battaglia fra i contadini di un villaggio sperduto, difesi da sette coraggiosi e prodi ‘samurai’, contro le ripetute violenze di un gruppo di briganti razziatori, non è che di per sé rappresenti uno spettacolo che potesse intrigare allora, ma soprattutto oggigiorno, il più largo numero di pubblico. In particolare quello occidentale, se oltretutto si considera che la pellicola è stata girata in bianco e nero, circa sessantacinque anni fa.

Non è un film insomma che sia consigliabile vedere sdraiati sul divano dopo una cena abbondante, se non si è proprio degli appassionati cultori e dotati di particolare interesse per il genere di appartenenza di quest’opera. Ciò nonostante, alla prova dei fatti, il film di Akira Kurosawa non lascia indifferenti neppure oggi, provare per credere e per una serie di ragioni che chi non parte prevenuto in partenza può trovare puntualmente espresse. Ovvio che ci vuole pazienza e voglia di non lasciarsi sopraffare dalla pigrizia, assieme alla curiosità di scoprire una storia ambientata in una civiltà profondamente diversa dalla nostra.

Per chi ci volesse provare quindi, non solo al termine potrà forse arrivare a concludere di avere appena assistito ad un’opera d’arte, ma se non altro ad un film decisamente diverso dalla norma. Per partire con il piede giusto però non si può prescindere, sia per comprendere al meglio gli avvenimenti che i personaggi coinvolti in questa storia, dall’inquadrare la figura del ‘samurai’ così radicata nella cultura giapponese e che si è conservata a lungo nei secoli, giungendo sino ai nostri giorni. Si tratta sostanzialmente di guerrieri, i migliori, addestrati all’uso delle armi, come la celeberrima ‘katana‘ ed alle arti marziali, con un ferreo codice di condotta nel rispetto delle antiche tradizioni nipponiche, i quali in origine erano veri e propri militari, servitori dei nobili. Una sorta di guardia speciale ma anche con compiti di rappresentanza a fini intimidatori o dimostrativi delle possibilità economiche e dell’importanza in ambito di classe sociale di chi poteva permettersi di tenerli al suo servizio. Nelle varie epoche seguenti il feudalesimo, questa figura ha assunto diversi connotati, non sempre positivi, perché alcuni di essi si sono macchiati di azioni criminose ed altri sono diventati invece mercenari al servizio di chi li pagava di più, non sempre con compiti di alta natura morale. I ‘samurai’ liberi invece, erano chiamati ‘rōnin‘ e vagavano per città e villaggi in cerca di vantaggiose offerte di lavoro…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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Film: ‘Cuori Puri’

CUORI PURI

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia

Anno: 2017

Genere: Drammatico, Sociologico

Durata: 114’ Regia: Roberto De Paolis

Cast: Selene Caramazza (Agnese), Simone Liberati (Stefano), Barbora Bobuľová (Marta), Stefano Fresi (don Luca), Edoardo Pesce (Lele), Antonella Attili (Angela), Federico Pacifici (Ettore), Isabella Delle Monache (Beatrice)

TRAMA: Stefano è all’inseguimento di Agnese, che ha appena compiuto il furto di un cellulare (anche se di poco valore), in un supermercato della periferia romana, dove lui svolge attività di anti taccheggio. Quando la raggiunge, di fronte alle insistite ed accorate preghiere della ragazza non ancora diciottenne, affinché la lasci andare e non consegnarla come invece dovrebbe alle autorità, infine Stefano si lascia convincere e desiste. Agnese ha compiuto quel furto come reazione alla madre che le ha ritirato il suo smartphone dopo aver scoperto una chat, a suo modo di vedere impropria, con un compagno di scuola. Figlio di una coppia che vive nei quartieri popolari, Stefano ha circa venticinque anni ed è da tempo in aperta polemica con il padre che non fa niente per cercare di guadagnarsi da vivere ed evitare che lui e la moglie siano sfrattati dal piccolo appartamento per il quale da tempo non paga più l’affitto. Stefano è arrabbiato perché non trova sbocchi ad una vita priva di concrete prospettive ma intanto sta per suo conto e s’arrangia con lavoretti qua e là, che cambia continuamente però perché ogni volta, per sfortuna o per situazioni come quella che ha visto protagonista Agnese, si ritrova a dover ricominciare daccapo. Non volendo finire a spacciare droga, persino ai minorenni, come fanno invece alcuni suoi compagni di borgata capeggiati dal cinico Lele, Stefano s’arrangia guadagnando pochi euro come guardiano delle auto parcheggiate davanti ad un supermercato, fiancheggiato da un accampamento di zingari, con i quali sin dal primo momento non ha instaurato buoni rapporti, dovendo continuamente discutere con loro per fargli rispettare i confini. Agnese vive invece con la madre, una donna ancora giovane ma ossessionata dalla fede religiosa che sembra dedita solo a due obiettivi: il volontariato ed a controllare la figlia temendo che qualcuno si possa approfittare di lei. Per tale ragione spinge perché accetti di aderire al vincolo di verginità sino al matrimonio che don Luca ha promosso nel gruppo di Agnese dell’oratorio. Un sacerdote che ha un approccio molto franco e costruttivo con i giovani, parla la loro lingua e cerca con il dialogo di farli ragionare sulla dottrina ma fuori dalla retorica, così come sui propositi ed i principi che riguardano la loro esistenza. Agnese un giorno accompagna la madre a consegnare abiti usati proprio nel campo Rom di fianco a Stefano, che la riconosce. Si apparta con lui per un momento per ringraziarlo, senza farsi accorgere dalla madre. Fra i due scocca immediata una reciproca intesa. Iniziano perciò a frequentarsi ma Agnese che ha confidato a Stefano la sua promessa di verginità, fa fatica a tenerlo a freno ed a sua volta a resistere all’attrazione che prova per lui. Subentra perciò un periodo di contrasto interiore per lei, fra la voglia di trasgressione e gli scrupoli e le paure che poi prova. Si allontana da Stefano che ovviamente ci resta male, ma poi torna da lui che nel frattempo deve gestire la situazione dei suoi genitori sfrattati e costretti a vivere dentro una roulotte. Quando la madre di Agnese scopre la relazione, la costringe ad una visita ginecologica per sincerarsi della sua intatta illibatezza. Per reazione Agnese torna da Stefano che però vorrebbe cacciarla, sentendosi usato a sua volta, ma poi a casa di lui consumano un rapporto completo. Più tardi, anziché tornare a casa Agnese, spaventata dal sangue che macchia il lenzuolo ed i suoi slip, vaga per un po’ per la strada, sinché un’auto della polizia la scorge confusa e quindi viene ricoverata. Per non compromettere Stefano, dichiara di essere stata violentata da un estraneo, probabilmente un Rom. La notizia si sparge nel quartiere e persino nelle TV locali, sino a che ne viene a conoscenza anche Stefano…     

VALUTAZIONE: opera d’esordio di Roberto de Paolis, rivela un autore sorprendentemente già maturo, attento ai temi sempre attuali e oggetto di discussione che riguardano l’emarginazione, la gestione della periferia degradata di una grande città come Roma, la difficile convivenza fra gli abitanti ed i Rom ed infine su come conciliare gli esasperati principi della fede con agli istinti naturali della carne, specie quando di mezzo c’è una figlia. I due giovani protagonisti sono seguiti spesso con la telecamera a mano e ripresi in primo piano, senza nulla nascondere della loro intimità, ma anche senza compiacenza nel riprenderli. Due cuori puri di fronte ad una realtà sociale e famigliare che sembra costruita per rendere invece la loro storia irta di ostacoli, addossandogli colpe, vincoli, responsabilità e frustrazioni delle quali, nella loro semplicità e spontaneità, non dovrebbero sentire la presenza e tanto meno il peso.   

Presentato nella rassegna collaterale del Festival di Cannes, la ‘Quinzaine des Réalisateurs’, che spesso ha il merito di rivelare nuovi autori di talento, ‘Cuori Puri‘, opera prima di Roberto De Paolis, colpisce perché ha il dono raro dell’immediatezza e riesce a conciliare tematiche di carattere sociale molto complesse, con le esigenze di un film d’ambito popolare, che propone con lucidità e buon ritmo una storia di emarginazione e sofferenza, senza scendere a compromessi retorici, ma neanche al prezzo di schierarsi apertamente in senso polemico e ideologico.

Il regista romano, che ha scritto anche la sceneggiatura a otto mani con Luca Infascelli, Carlo Salsa e Greta Scicchitano, osserva, riprende, spesso ricorre alla virtù del silenzio degli sguardi e delle espressioni del viso, piuttosto che alle parole e tratta argomenti che in genere stridono fra loro, come ad esempio la fede religiosa ed il sesso come ricerca del piacere, oppure il difficile tema della convivenza fra gli abitanti di una borgata romana ed i Rom, ponendosi spesso da entrambi i lati della prospettiva. Se si esclude la critica, questa sì più esplicita, alla violenza fisica e psicologica di una madre nei confronti della figlia, votata a preservarne a tutti i costi la verginità sino al più comodo e canonico giorno del matrimonio, come se la maturazione sessuale e psicologica della stessa e le responsabilità del genitore si concretizzassero e concludessero in quel momento, l’intento non è quello d’impartire una lezione o soluzioni di comodo.       

I due protagonisti, la già nota in alcune ‘fiction’ in TV, ma debuttante al cinema Selene Caramazza, nei panni di Agnese ed il più esperto, inteso come grande schermo, Simone Liberati in quelli di Stefano (tutti e due da pollice su per la loro interpretazione), appartengono apparentemente a due mondi diversi ed inconciliabili, ma hanno bisogno entrambi di aiuto che trovano proprio uno ‘nell’universo’ dell’altra, pur conoscendosi in circostanze particolari. Il primo viene dalla periferia degradata, nella quale convivono miseria, droga, contrasti fra poveri e contraddizioni di natura sociale e religiosa ed ha perciò tutta l’aria di non aver mai avuto un’infanzia serena, bensì di aver sempre dovuto lottare. Sulla strada per farsi rispettare, spesso usando le mani più che le parole, ma non di meno anche in famiglia, dovendo barcamenarsi fra una madre affettuosa ma debole ed un padre con il quale è in aperto contrasto e che non hai mai fatto nulla per assumersi le proprie responsabilità.

Stefano così ha dovuto ben presto arrangiarsi da solo, uscendo da quell’ambito senza speranza e dalla dura realtà dell’ambiente dove è cresciuto, cercando di tenersi lontano dalle tentazioni della facile quanto deprecabile soluzione di entrare, come invece fanno alcuni suoi coetanei, nel giro degli spacciatori, ma anche senza sapere spesso dove sbattere la testa per rimanere nell’ambito della legalità, se non accettando lavori umilianti, precari e poco retribuiti che non gli concedono nessuna chance di crescita individuale e professionale. O piuttosto metterlo, come nel caso del giorno in cui incontra per la prima volta Agnese, di fronte a situazioni di conflitto interiore che conosce già molto bene per suo conto.

Dal canto suo Agnese è in procinto di compiere diciotto anni e vive una situazione famigliare forse meno definita, almeno per quanto è dato sapere allo spettatore (non c’è traccia del padre), ma dal punto di vista economico sembra avere meno problemi di Stefano. La madre si può permettere pure di fare attività di volontariato presso un accampamento Rom e regalare gli abiti più vecchi, trovando conforto per il resto nella fede religiosa che vive con grande partecipazione, al limite dell’ossessione però per quanto riguarda la figlia, sulla quale riversa molte delle sue ansie e frustrazioni con un atteggiamento iperprotettivo ed anche punitivo che però, anziché avvicinarle fra loro, le allontana. Agnese la subisce, non vuole dispiacerle ma al tempo stesso vede i suoi atteggiamenti come limitativi della sua libertà di scelta. Nonostante ciò, frequenta l’oratorio con partecipazione attiva e soprattutto grazie all’atteggiamento propositivo di don Luca, con il quale sia lei che il suo gruppo hanno un buon rapporto, si è lasciata convincere a condividere un voto di verginità sino al matrimonio che soddisfa e convince però molto più la madre che lei.

Il furto di un cellulare presso un supermercato della zona, andando contro gli stessi principi etici che ha ricevuto ed imparato, nasce perciò come reazione ad una imposizione della madre che gli ha sequestrato il suo, piuttosto che per una reale esigenza o deriva verso il mondo del crimine e quando Stefano la coglie sul fatto e la insegue sino a raggiungerla, il terrore di essere denunciata la spinge a chiedergli con insistenza ed accoratamente di lasciarla andare. Il suo atteggiamento supplicante riesce a muovere le giuste corde della sensibilità in Stefano, che forse nella sua angoscia vede riflessi anche molti fantasmi della sua, così che infine la libera, fingendo di non essere riuscito a raggiungerla. Probabilmente però non è stato creduto, perché poi ha perso il posto di guardia. D’altra parte se non è in grado di scoprire i colpevoli dei furti e soprattutto di consegnarli alle autorità competenti, che ci sta a fare in quel ruolo, devono avere concluso i responsabili del punto vendita?…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘La Finestra Sul Cortile’ – 1954 (Alfred Hitchcock)

LA FINESTRA SUL CORTILE

Titolo Originale: Rear Window

Nazione: USA

Anno: 1954

Genere: Drammatico

Durata: 112’ Regia: Alfred Hitchcock

Cast: James Stewart (L.B. ‘Jeff’ Jefferies), Grace Kelly (Lisa Carol Fremont), Thelma Ritter (l’Infermiera Stella), Wendell Corey (Detective Thomas J. Doyle), Raymond Burr (Lars Thorwald), Irene Winston (la Signora Thorwald), Judith Evelyn (Miss Cuore Solitario), Ross Bagdasarian (il Compositore), Georgine Darcy (Miss Torso, la Ballerina), Anthony Warde (Detective), Sara Berner (Padrona del Cagnolino), Alan Lee (Padrone di Casa), Ralph Smiley (il Cameriere Carl), Georgine Darcy (La Ballerina), Sara Berner (Donna sul Ballatoio), Frank Cady (Uomo sul Ballatoio), Jesslyn Fax (La scultrice), Rand Harper (Lo Sposo Novello)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

In una intervista ad Alfred Hitchcock, che ammirava profondamente, del regista francese Francois Truffaut (protagonista della cosiddetta corrente cinematografica francese della ‘Nouvelle Vague’ in voga alla fine degli anni ’50 ed alla quale appartengono, fra gli altri, anche autori come Jean-Luc Godard, Eric Rohmer, Jacques Rivette e Claude Chabrol), parlando de ‘La Finestra Sul Cortile’, il maestro britannico diceva: ‘…abbiamo l’uomo immobile che guarda fuori. È una parte del film. La seconda parte mostra ciò che vede e la terza la sua reazione. Questa successione rappresenta quella che conosciamo come la più pura espressione dell’idea cinematografica…’.

In questa affermazione, se vogliamo, c’è davvero una sintesi ideale di questo grande film, che è al tempo stesso di chiara impostazione teatrale, essendo interamente sviluppato fra una stanza ed un cortile sul quale si ergono, racchiudendolo quasi completamente, una serie di palazzi ed appartamenti, oltre a quello nel quale si trova il protagonista. In pratica una sorta di microcosmo della società in senso più generale, metaforicamente parlando, seppure limitato ad un’area i cui abitanti sono costretti, per ragioni di conformazione architettonica, ad esporsi agli sguardi altrui, senza esclusione neppure della loro intimità.

Queste singole persone, pur considerate una ad una, costituiscono nel loro insieme una comunità, cioè l’estratto rappresentativo della più ampia popolazione di una via, di un paese o di una città intera anche se, al lato pratico, i singoli componenti sono e restano fra loro, magari per sempre, degli sconosciuti. In questo caso siamo al Greenwich Village di New York, ma l’ambientazione potrebbe essere posta in ogni luogo, tant’è che quest’opera è tuttora rappresentata in teatro, ovviamente perché si presta benissimo ai tempi ed agli spazi del medesimo.

La Finestra Sul Cortile’ è anche un film contenitore di alcuni altri, come una sorta di scatola cinese o ‘matrioska‘ che dir si voglia. Il protagonista della storia è a sua volta ed al tempo stesso interprete e spettatore. Jeff o Jeffries (James Stewart) infatti è un fotografo e reporter professionista, costretto suo malgrado, a seguito di un incidente sul lavoro a rimanere bloccato in casa con una gamba ingessata sin quasi all’inguine. Abituato a girare il mondo nei posti più disparati, scomodi e rischiosi, è una sorta di leone in gabbia costretto a stare su una sedia a rotelle chiuso nella sua casa, seppure accudito al meglio e quotidianamente da una infermiera, Stella (la brava Thelma Ritter), inviata dalla compagnia di assicurazione, con la quale ha sviluppato con il passare del tempo una discreta confidenza e curiosamente i dialoghi più frizzanti ed ironici del film avvengono spesso proprio fra Jeff e Stella.

Ogni giorno viene a trovarlo anche la sua fidanzata, Lisa (la sempre splendida Grace Kelly), una donna tanto bella quanto poco affine a Jeff, per estrazione sociale e tenore di vita. Incredibilmente però questa donna, che potrebbe conquistare qualunque altro uomo sulla piazza, come gli suggerisce di fare, con l’autolesionismo dal quale sembra affetto spesso Jeff, è innamorata di lui e vorrebbe che si sposassero al più presto, mentre il fotografo infortunato è per decisa convinzione piuttosto caustico sull’istituzione del matrimonio e ritiene che il loro rapporto vada bene già così com’è, essendo certo altrimenti che, se fossero sposati, non sarebbe destinato a durare molto a lungo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Il Settimo Sigillo’ – 1957 (Ingmar Bergman)

IL SETTIMO SIGILLO

Titolo Originale: Det Sjunde Inseglet

Nazione: Svezia

Anno: 1957

Genere: Drammatico

Durata: 96’ Regia: Ingmar Bergman

Cast: Max von Sydow (Antonius Block, il Cavaliere), Gunnar Björnstrand (Jöns, lo Scudiero), Bengt Ekerot (la Morte), Nils Poppe (Jof), Bibi Andersson (Mia), Inga Gill (Lisa), Maud Hansson (Strega), Inga Landgré (Karin Block), Gunnel Lindblom (Giovane che segue lo scudiero), Bertil Anderberg (Raval), Anders Ek (Monaco), Åke Fridell (Plog, il Fabbro), Gunnar Olsson (Albertus Pictor), Erik Strandmark (Jonas Skat)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me in questo modo doloroso e umiliante, anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché, nonostante tutto, continua ad essere una realtà illusoria da cui non riesco a liberarmi?… Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi sveli il suo volto, mi parli … Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se non esistesse…’. (Max von Sidow # Antonius Bock, il Cavaliere)

Il regista svedese Ingmar Bergman è probabilmente l’autore cinematografico più noto riguardo tematiche d’introspezione psicologica e l’interrogazione perpetua, ossessiva ma anche senza risposta sui grandi temi della vita, primo fra tutti quello sulla fede, sull’esistenza di Dio, sulla sua presenza-assenza e sul destino dell’uomo dopo la morte.

Ne ‘Il Settimo Sigillo’ il grande regista svedese non potrebbe essere più franco e chiaro al riguardo perché il protagonista, Antonius Block (Max von Sydow), un cavaliere di ritorno dalle crociate assieme al suo scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand), si ritrova su una spiaggia (che possiamo considerare l’allegoria di una possibile salvezza dell’anima dopo un precedente naufragio, a sua volta metafora della perdizione) atteso addirittura dalla Morte (Bengt Ekerot), raffigurata da una persona avvolta in un mantello, naturalmente nero. Una figura carismatica ed ovviamente inquietante che ricorre spesso nella cinematografia del celebre regista.

Nonostante la morte sia, com’è noto, uno stato inevitabile e terminale della vita e quindi impersonale, temuta e scantonata il più a lungo possibile e in realtà per sua natura impersonale, il protagonista non sentendosi ancora pronto ad affrontarla e non avendo ancora chiarito i dubbi ed avuto le risposte alle domande che lo angosciano da molto tempo sulle cose ultime della vita e che ha cercato invano anche in Palestina, la considera come un ostacolo. A maggior ragione dato che la Morte si mostra indisponibile a chiarire i suoi dubbi a proposito dell’aldilà (è Antonius a pronunciare la frase citata all’inizio) e neppure a concedergli alcuna garanzia. Il suo scudiero Jöns, che è profondamente convinto che dopo la morte non ci sia nulla ad attendere e soddisfare le speranze dell’uomo, ha invece un atteggiamento molto meno tormentato e di natura fatalista.

Antonius in realtà non ha paura di morire, ma tornando dopo dieci lunghi anni dalla guerra, prima di arrendersi vorrebbe guadagnare ancora un po’ di tempo e perlomeno avere l’opportunità d’incontrare sua moglie Karin e sapere che fine ha fatto nel frattempo, nel castello di sua proprietà. Chiede quindi una dilazione temporale alla Morte, che per sua natura non è mai disposta a concederne, anche se tutti gliene fanno immancabilmente richiesta al momento opportuno, ricorrendo ad un curioso escamotage: la sfida ad una partita a scacchi, da svolgersi a tappe lungo il percorso sino al castello, nel corso del quale Antonius si augura di trovare nel frattempo e nel suo animo la pace, la serenità e magari qualche risposta sulle domande relative ai massimi sistemi che lo tormentano da sempre…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Le Conseguenze Dell’Amore’

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia

Anno: 2004

Genere: Drammatico, Noir, Thriller

Durata: 100’ Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Toni Servillo (Titta Di Girolamo), Olivia Magnani (Sofia), Adriano Giannini (Valerio Di Girolamo), Raffaele Pisu (Carlo), Angela Goodwin (Isabella), Diego Ribon (Direttore dell’Hotel), Giselda Volodi (Cameriera), Giovanni Vettorazzo (Signor Letizia), Ana Valeria Dini (Lettrice), Gianna Paola Scaffidi (Giulia), Antonio Ballerio (Direttore Banca), Gilberto Idonea (Sicario), Gaetano Bruno (Sicario), Nino D’Agata (Mafioso), Vittorio Di Prima (Nitto Lo Riccio), Enzo Vitagliano (Pippo D’Antò)

TRAMA: Commercialista di alto bordo, abituato a maneggiare miliardi di lire, persino l’acquisto di una petroliera, Titta Di Girolamo ha commesso l’errore di perdere in borsa una cifra spropositata di proprietà di ‘Cosa Nostra’. Il boss gli ha riconosciuto la buona fede e lo ha risparmiato, costringendolo però ad una sorta di esilio in un hotel in Svizzera dove vive da otto anni, prestandosi a fare il galoppino del riciclo di denaro sporco, tramite valige piene di banconote che gli vengono recapitate di volta in volta da una misteriosa donna e che Titta deve poi consegnare in banca. Di Girolamo in conseguenza di ciò è rimasto anche tagliato fuori dalla sua famiglia, che però non ha fatto nulla per sostenerlo ed in pratica quindi lo ha abbandonato. Quando chiama al telefono la moglie, la conversazione è breve ed insignificante, mentre i tre figli grandi evitano il più possibile di parlargli. In quell’hotel, né brutto né bello, passa le sue giornate in maniera apatica. L’unica abitudine della sua vita precedente che gli è rimasta e che svolge da ben ventiquattro anni, immancabilmente tutti mercoledì mattina alle ore dieci, è iniettarsi una dose di eroina e poi una volta all’anno spende una grossa cifra per farsi depurare il sangue in un centro specializzato. Per il resto, Titta il tempo lo vive nell’attesa della successiva consegna, sempre seduto allo stesso posto nella hall dell’hotel, da dove osserva tutto quello che avviene intorno a lui, ma senza darlo a vedere, pigro ed impenetrabile con espressione seriosa e rifiutando qualsiasi contatto, a parte una coppia di nobili decaduti che una volta sono stati anche i proprietari di quell’hotel, con i quali gioca a carte, e che nella loro camera conservano gelosamente gli ultimi oggetti preziosi che gli sono rimasti, temendo continuamente di perdere pure quelli. Di Girolamo, immancabile sigaretta in bocca, per non dare nell’occhio non dà confidenza a nessuno, anzi spesso si mostra scostante ed antipatico, ma proprio questo suo atteggiamento finisce invece per attirare la curiosità e l’attenzione di chi l’osserva a sua volta quotidianamente, cioè Sofia, la barista della hall, che pur essendo molto più giovane e con degli occhi splendidi, tenta in ogni modo, ma invano, di attirare la sua attenzione, persino d’intrigarlo lasciando uno spiraglio aperto dello spogliatoio mentre si cambia. Titta non è più gentile nemmeno con l’altra cameriera che gli rassetta la camera ogni giorno dei lunghi anni da quando è ospite nell’hotel e non risponde mai neppure al suo saluto. Per il resto non guarda la TV, dentro lo chassis della quale ha addirittura nascosto una pistola, che però non ha mai usato. E’ come se avesse staccato la spina dal mondo esterno. Fuma ed osserva la scena che si svolge attorno a sé, ripetitivamente, un giorno dietro l’altro e soprattutto senza mai mostrare un barlume d’interesse per qualcosa o qualcuno. L’unica distrazione dal solito cliché gliela offre il fratellastro Valerio, un personaggio opposto a lui, non solo fisicamente, che lo passa a trovare prima di prendere il volo per le Maldive dove andrà a tenere un corso di surf e nel comportarsi da galante con Sofia, provoca la reazione di quest’ultima nei confronti di Titta, accusandolo di maleducazione per non aver mai risposto, neanche a lei, ai suoi ripetuti saluti. Questo fatto, apparentemente insignificante, determina però una svolta nel comportamento di Titta che nei giorni a seguire, si avvicina a Sofia, aprendo una nuova fase della sua vita. Inizia così a farle dei regali, sempre più costosi, sino a far sparire centomila dollari da una valigia, negando poi l’ammanco al direttore della banca che per non perdere il prezioso cliente accetta infine di farsi carico della differenza. Con quei soldi Tittta regala a Sofia una lussuosa auto che lei però rifiuta, ritenendo quel dono troppo importante da parte di una persona in fondo sconosciuta per lei e con ciò spingendolo a confidarle la sua storia paradossale. Il giorno dopo Titta compie cinquantanni ma aspetta invano che Sofia, come gli aveva promesso, lo raggiunga per festeggiarlo assieme, mentre alcuni sicari di ‘Cosa Nostra’ che erano venuti a Lugano per eliminare un traditore, decidono di appropriarsi dell’ultima valigia che contiene nove milioni di dollari, lasciando a Titta il compito di giustificarsi con il boss mafioso, il quale lo convoca, ma Titta stavolta ha deciso di fare di testa sua e recuperare la proprietà della sua vita.

VALUTAZIONE: nel 2004 Paolo Sorrentino ha girato questo curioso film che è anomalo nel panorama del cinema italiano perché mette insieme al tempo stesso commedia, dramma, grottesco, noir e thriller. Mostrando di aver appreso la lezione di alcuni grandi maestri del cinema, Sorrentino dimostra di possedere già in quest’opera una particolare predilezione per l’attenzione ai particolari ed al gioco delle apparenze, grazie anche alla maschera di uno splendido Toni Servillo. Il regista napoletano ha realizzato un’opera forse imperfetta, forse mancante di equilibrio ma di notevole fascino narrativo e di tecnica cinematografica, aggiungendovi però un suo stile personale, che è riduttivo considerare soltanto in chiave nostrana.     

Secondo film di Paolo Sorrentino, quasi dieci anni prima di girare ed ottenere il successo internazionale che gli ha permesso di vincere il premio Oscar per il film straniero con ‘La Grande Bellezza’, con quest’opera, presentata al Festival di Cannes, ha ricevuto la nomination per la regia, ha conquistato poi ben cinque David di Donatello nelle principali categorie (film, regia, attore protagonista, sceneggiatura e fotografia).

Il titolo, così come buona parte della trama, è fuorviante e si chiarisce solo quando il protagonista Titta Di Girolamo, dopo otto anni di assoluto immobilismo, annota su un foglietto il suo progetto per il futuro, facendo precedere la frase da un avvertimento, rivolto a se stesso: ‘…non sottovalutare le conseguenze dell’amore‘.  Un film che è difficile catalogare in un genere di appartenenza, perché che alla stregua delle luci di una giornata, i toni nel corso della trama mutano continuamente. Inizia infatti come una commedia d’introspezione psicologica, poi diventa un dramma di stampo mafioso, per virare sulla commedia dai toni sentimentali, quindi assume i colori del ‘noir’ con venature grottesche ed infine riprende tematiche consone al cinema d’impegno civile rispetto a ‘Cosa Nostra’.

Sorrentino, oltreché esprimere una critica ed un pessimismo di fondo nei confronti della società, nella quale la solitudine diventa al tempo stesso una conseguenza ed una necessità (con riferimenti che vanno da Antonioni a Bertolucci, sino a Bergman), ma senza rinunciare ad accenni ironici e grotteschi alla Tarantino ed alle abilità narrative di Coppola e Scorsese, è anche un maniaco dell’estetica e della tecnica di ripresa del film e lo si capisce, anche in questo caso, dalle prospettive che sceglie nelle inquadrature, dalla gestione della profondità di campo (che risale sino a Orson Welles), dei piani sequenza, del flashback, addirittura spezzettato a più riprese e dalla gestione delle luci e della musica, sempre funzionali alla narrazione e non solo a semplice corredo delle immagini.

Ad iniziare già dalla sequenza d’apertura, che vede scorrere sulla pensilina mobile dei sotterranei di una grande banca svizzera un addetto che trasporta una valigia e dal fondo si avvicina sempre più in primo piano. Una scena che ricorda, ma non è un difetto la citazione nel caso, quella di apertura di ‘Jackie Brown’ di Quentin Tarantino (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione del film), seppure in tutt’altro contesto. Oltre a ciò Sorrentino rivela un’attenzione ricercata dei particolari, ripresi spesso in primo piano, di natura non soltanto estetica o apparentemente futili, che in seguito invece si rivelano determinanti ai fini del racconto. Uno per tutti il pulsante dell’ascensore dell’hotel dove alloggia Titta Di Girolamo, che improvvisamente smette di funzionare. Sembra un particolare trascurabile, un accidente fortuito e temporale, mentre invece poco dopo si dimostra narrativamente decisivo per comprendere il corso degli eventi precedenti e nel dare un senso a quelli successivi.

Le riflessioni interiori del protagonista inoltre (‘…esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, razze e religioni: è la setta degli insonni, io ne faccio parte da dieci anni. Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: “se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa”. Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice; chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione: addormentarsi…‘), molto frequenti e spesso illuminanti e più in generale i dialoghi (anche la sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Sorrentino) che appaiono spesso come strappati di bocca al protagonista, non sono mai banali.

Anzi, quasi a voler dare un peso maggiore alle poche parole pronunciate rispetto ai prolungati silenzi, abbondano le frasi ad effetto, come se dovessero ovviare con la sintesi alla mancanza di una più ovvia e naturale loquacità, sia dettate fuori campo dal protagonista, io narrante, che pronunciate a voce da Titta, interpretato da Toni Servillo, divenuto di lì a breve un’icona straordinaria del cinema nostrano ma già nel 2004 una maschera inconfondibile di classe superiore. Gli aforismi però che non sono mai fini a loro stessi, piuttosto delineano ed ampliano la conoscenza del personaggio, la sua storia, le situazioni e le conseguenze degli stessi sulla sua vita(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Germania Anno Zero’ – 1948 (Roberto Rossellini)

GERMANIA ANNO ZERO

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia

Anno: 1948

Genere: Drammatico

Durata: 75’ Regia: Roberto Rossellini

Cast: Edmund Meschke (Edmund Koehler), Ernst Pittschau (Padre di Edmund), Ingetraud Hinzf (Eva, sorella di Edmund), Franz-Otto Krüger (Karl-Heinz, fratello di Edmund), Erich Gühne (il maestro Enning), Jo Herbst (Joe), Christl Merker (Christal), Franz von Treuberg (Generale von Laubniz), Hans Sangen (Signor Rademaker), Heidi Blänkner (Signora Rademaker), Barbara Hintz (Thilde)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Il realismo non è altro che la forma artistica della verità’ (Roberto Rossellini).

Germania Anno Zero’ è il terzo film, dopo ‘Roma Città Aperta’ (1945) e ‘Paisà’ (1946) della cosiddetta ‘Trilogia della Guerra’ del regista romano. Siamo in pieno ‘Neorealismo‘, un movimento che nasce da un lato come emanazione del ‘realismo poetico‘ di alcuni grandi registi francesi degli anni ’30, come Jean Renoir e Marcel Carné; dall’altro come evoluzione del ‘realismo primitivo‘ di autori nostrani come Mario Camerini e Alessandro Blasetti ed infine come reazione al cosiddetto cinema dei ‘telefoni bianchi‘, che mirava a rappresentare una rassicurante società del benessere e dell’ottimismo durante la dittatura fascista.

Il ‘neorealismo‘ intendeva mostrare invece la realtà dell’Italia e come vedremo, non soltanto del nostro paese, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso gli occhi e le vicende degli strati più popolari, nei luoghi che il conflitto aveva distrutto, lasciando dietro di sé città ridotte in macerie ed una popolazione fortemente provata, impoverita e spesso priva delle più basilari risorse per vivere, aggrappata soltanto alla speranza di un futuro migliore. L’utilizzo di attori non professionisti e di bambini, caratteristica peculiare del ‘neorealismo‘, rende ancora più schiette e genuine le opere legate a questo movimento. ‘Germania Anno Zero‘ è dedicato da Rossellini al figlio Romano, morto pochi mesi prima dell’inizio delle riprese, all’età di nove anni.

I registi del ‘neorealismo‘ si proponevano quindi di essere portavoce di una rinascita politica e sociale. Fra gli autori più significativi di questo movimento (che possiamo considerare compreso fra il 1943, se includiamo in esso anche ‘Ossessione‘ di Luchino Visconti, oppure a partire dal 1945 con ‘Roma Città Aperta‘ dello stesso Rossellini sino al 1950-51, cioè all’uscita di ‘Cronaca di un Amore‘ di Michelangelo Antonioni), oltre ai già citati e fra i più significativi registi, si possono includere Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Federico Fellini, Alberto Lattuada, Luigi Zampa, Pietro Germi e Renato Castellani.

Rossellini ambiva ad utilizzare il cinema come mezzo di conoscenza e di cultura che fosse in grado di aprire le coscienze ed è stato considerato una sorta di padre del ‘neorealismo‘, amato ispiratore anche degli autori del movimento cinematografico francese della ‘Nouvelle Vague‘ (che seguirà alla fine degli anni ’50), per il suo stile diretto e privo di formalismi. ‘Germania Anno Zero‘ è stato girato nel 1948, in una Berlino distrutta dalla guerra e dalla disfatta del nazismo. La grandezza di un autore si riconosce anche dalla sua capacità di uscire dagli schemi precostituiti ed essere al tempo stesso convincente ed equidistante. Non solo quindi i luoghi sono diversi da quelli relativamente più ‘facili’ di Roma, della popolazione vittima dell’occupazione nazista, ma protagonista di questo film è una famiglia qualsiasi tedesca di Berlino, ridotta ad un cumulo di macerie ed in special modo emerge nella trama la figura di Edmund, un bambino la cui infanzia è stata rubata e rovinata dalla guerra e dalla povertà conseguente.

La famiglia Koehler ha perso la casa ed è ospitata, malvolentieri peraltro, dai coniugi Rademaker, che si comportano con durezza e poco rispetto nei loro confronti. La madre del dodicenne Edmund è morta; il padre è malato di cuore e bloccato a letto; la sorella maggiore Eva si procura sigarette, da rivendere al mercato nero, frequentando i soldati alleati che hanno occupato Berlino, senza cedere però alla facile ma anche più umiliante tentazione di prostituirsi; il fratello Karl-Heinz è un ex soldato dell’esercito nazista, la Wermacht, che si nasconde in casa per evitare di essere arrestato dai soldati delle nazioni vittoriose che occupano ora la città, essendo oltretutto privo di documenti d’identità ed è quindi bisognoso, al pari del padre, di essere sostenuto dalla sorella ed il fratellino.

Edmund cerca, in un tale difficile contesto familiare, di darsi da fare per procurare qualcosa di utile al loro sostentamento. Nel suo girovagare fra il mercato nero e le rovine della città distrutta, incontra il suo ex maestro Enning, probabilmente un pedofilo, al quale innocentemente il ragazzino chiede aiuto. Il professore è un nazista che non si è ancora rassegnato alla sconfitta e perciò cerca d’inculcare nel giovane, che gli parla del padre malato, il malsano convincimento che solo i forti devono sopravvivere, mentre i deboli e i malati sono destinati a perire…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Birdman’

BIRDMAN

Titolo Originale: Birdman

Nazione: USA

Anno: 2014

Genere: Commedia, Drammatico

Durata: 119’ Regia: Alejandro González Iñárritu

Cast: Michael Keaton (Riggan Thomson), Zach Galifianakis (Jake), Edward Norton (Mike Shiner), Emma Stone (Sam Thomson), Naomi Watts (Lesley), Andrea Riseborough (Laura), Amy Ryan (Sylvia Thomson), Merritt Wever (Annie), Lindsay Duncan (Tabitha Dickinson), Bill Camp (Uomo Pazzo), Michael Siberry (Larry), Benjamin Kanes (Birdman), Antonio Sánchez (Batterista del Teatro)

TRAMA: Riggan è un attore rimasto troppo tempo legato alla figura di un personaggio di fantasia del cinema, ‘Birdman’. Stanco del solito cliché ed in difficoltà economica, ha deciso di rimettersi in gioco come regista e attore in una commedia teatrale, nonostante il suo personaggio ‘icona’ insista continuamente affinché torni sui suoi passi, a suo modo di vedere più congegnali e sicuri. Riggan è ancora così compenetrato in ‘Birdman’ che crede di possedere doti sovrannaturali, come rimanere sollevato da terra o muovere gli oggetti soltanto indicandoli con le dita, ma il suo intento è quello di dimostrare, non solo che come attore è tutt’altro che superato o limitato a quel personaggio, ma che è capace di esprimersi ad alti livelli anche a Broadway, in un ambiente per lui nuovo come il teatro. Si rende ben presto conto però che il ruolo di regista è tutt’altro che agevole ed essendo esordiente in quell’ambiente, nonostante il sostegno del suo agente, si ritrova ben presto ad affrontare numerose difficoltà gestionali, come sostituire il coprotagonista della commedia che si rivela non all’altezza ed a fare i conti con la critica spietata che lo considera presuntuoso ed è decisa a stroncare il suo lavoro prima ancora che sia rappresentato. Anche Mike Shiner, l’attore che viene ingaggiato al posto del precedente, un nome già noto nell’ambiente teatrale e che perciò potrebbe richiamare molto pubblico, si rivela però caratterialmente difficile da gestire. Riggan è separato dalla moglie Amy, dalla quale ha avuto una figlia, Sam, la quale si è appena disintossicata dalla droga ed è uscita da una comunità. Ora vive accanto al padre, cercando di rendersi utile nel lavoro quotidiano in teatro, dove Riggan, dopo tre anteprime davanti ad un limitato pubblico, sta per rappresentare ufficialmente la sua commedia, tratta dall’opera ‘Di cosa parliamo quando parliamo di amore’ di Raymond Carver. La giovane non ha un buon rapporto con il padre e quest’ultimo non le dedica molto tempo, essendo totalmente compresso ed ossessionato dal suo lavoro. Per giunta Mike critica apertamente la sua performance attoriale, ben lontana a suo dire, dalla spontaneità necessaria. Le anteprime in effetti si rivelano un mezzo fallimento, ma la sera della prima avviene un episodio sorprendente che cambia totalmente la vita di Riggan.  

VALUTAZIONE: quattro premi Oscar, fra i quali miglior film e regia, in un’opera che è una lezione di virtuosismo tecnico da parte del regista Alejandro González Iñárritu, il quale ha girato tutte le sequenze come se fossero un unico ‘piano sequenza’. ‘Birdman’ inoltre scava nella psicologia della figura attoriale ed anche genitoriale, oltreché sul ruolo dei media, della critica e dei social, non più da considerarsi come entità separate fra loro ma un tutt’uno che ridisegna anche il cinema come mezzo d’espressione. Da vedere anche solo per capirne l’evoluzione.

Ci sono film, anche molto riusciti e formalmente ineccepibili, che pur raccontando e rappresentando storie di grande appeal, però non aggiungono una virgola al cinema dal punto di vista dell’evoluzione dello stesso come mezzo d’espressione. Ce ne sono altri invece che, pur rischiando di non incontrare il gusto del grande pubblico, cercano di andare oltre la consuetudine, aggiungendo ai contenuti anche mirabolanti prestazioni dal punto di vista tecnico, sondando ‘territori’ mai affrontati da altri autori in precedenza, anche se poi i primi possono balzare all’occhio soltanto degli appassionati, degli addetti ai lavori e dei critici cinematografici. ‘Birdman‘ appartiene a questa seconda categoria di film.   

Sin dalle prime immagini comunque ci si rende conto che questa è un’opera diversa dalle altre, con quella figura in posizione yoga sospesa da terra, che poi è lo stesso protagonista Riggan Thomson, interpretato magnificamente da Michael Keaton. ‘Birdman‘ infatti riesce al tempo stesso ad essere un film metaforico ed uno di realistica e profonda introspezione psicologica, spiazzando lo spettatore nel raccontare una storia che contiene persino elementi autobiografici, se si considera che Michael Keaton ha acquisito notorietà al cinema interpretando il personaggio di ‘Batman‘, non molto diverso, neppure nell’aspetto, da quello di ‘Birdman‘.

Il regista messicano Alejandro González Iñárritu però non si è fermato a questo aspetto ma da funambolo dietro la macchina da presa, ha utilizzato la tecnica del ‘piano sequenza‘, di solito riservata a particolari e limitati momenti di un film, lungo tutta la durata della sua opera, dalla prima all’ultima inquadratura. Il ‘piano sequenza‘, per chi non fosse confidente con il linguaggio cinematografico e per dirla semplice, è una tecnica di ripresa che fa sembrare lo svolgimento del film come se fosse un unico sequenziale anche se ovviamente così non è, e vede la macchina da presa seguire lo svolgimento di una scena più o meno a lunga, senza stacchi o cambi di prospettiva. Un po’ come se fosse l’occhio di un attore che segue il suo piano visivo mentre interagisce con gli altri personaggi e se lo lascia è per seguirne allo stesso modo un altro, senza mai uscire dalla stessa sequenza. Di solito un ‘piano sequenza‘ dura qualche minuto, in questo caso invece il film è costituito da uno che copre la sua intera lunghezza. Un tale virtuosismo ovviamente è stato reso possibile soltanto da un trucco di montaggio.

Birdman‘, tranne brevi momenti, si svolge quasi tutto dentro il teatro dove Riggan sta lavorando alle prove della commedia teatrale adattata dal testo dell’opera ‘Di cosa parliamo quando parliamo di amore‘ di Raymond Carver. L’escamotage narrativo usato da Iñárritu è perciò quello di seguire fisicamente ed alternativamente i vari protagonisti dentro i meandri del teatro, in apparenza senza mai effettuare i classici stacchi e quindi evitando i campi ed i controcampi, come avviene di solito nei dialoghi quando la cinepresa riprende un personaggio di spalle e l’altro di fronte e poi viceversa. Come una sorta di ‘segugio’, la macchina da presa in questo caso segue un personaggio e poi in base a come si sviluppa il dialogo con un altro, lo abbandona per seguire quest’ultimo e così via, come fosse un unicum narrativo, dando allo spettatore l’impressione che regista ed attori abbiano realizzato tutto il film in una singola sessione, anche se nella realtà ovviamente non è così.  

In aggiunta a questa curiosa e straordinaria performance registica, ‘Birdman’ è un’opera che mette in discussione il ruolo del cinema come mezzo privilegiato e lungamente dominante, da quando è nato il cosiddetto ‘star system‘, nel dispensare fama e visibilità in tutto il mondo. In una sequenza che è al tempo stesso grottesca, ironica ed esemplificativa, vediamo il protagonista, rimasto inavvertitamente chiuso fuori dal teatro, mentre sta fumando nervosamente una sigaretta in attesa del momento in cui deve entrare in scena nello spettacolo già in corso di svolgimento al suo interno. Costretto ad abbandonare persino l’accappatoio che indossa, rimasto incastrato nella porta d’acciaio, Riggan non trova di meglio che correre in mutande lungo la strada, in un percorso che sembra non finire mia, aggirando l’edificio per raggiungere l’ingresso del locale, mentre la folla intorno lo riconosce, l’osserva stupita, divertita, alcune persone lo seguono, lo filmano ed ovviamente lo pubblicano sui ‘social‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…