Film: ‘Amore e Inganni’ e Libro: ‘Lady Susan’

AMORE E INGANNI

Titolo Originale: Love & Friendship

 Nazione: Irlanda, Francia, Olanda, GBR

Anno:  2016

Genere: Commedia in Costume

Durata: 90’ Regia: Whit Stillman

Cast: Kate Beckinsale (Lady Susan Vernon), Chloë Sevigny (Sig.ra Alicia Johnson), Xavier Samuel (Sig. Reginald DeCourcy), Morfydd Clark (Miss Frederica Vernon), Emma Greenwell (Sig.ra Catherine Vernon), Tom Bennett (Sir James Martin), James Fleet (Sir Reginald DeCourcy), Jemma Redgrave (Lady DeCourcy), Justin Edwards (Sig. Charles Vernon), Stephen Fry (Sig. Johnson), Lochlainn O’Mearain (Lord Manwaring), Jenn Murray (Lady Lucy Manwaring)

LADY SUSAN

Di Jane Austen

Anno 1^ Edizione 1871

Pagine 128

Costo € 0,99

Newton Compton Editori

Traduttrice: Daniela Paladini

TRAMA: Lady Susan Vernon è vedova da quattro mesi ma non se ne duole affatto, anche se il marito Frederic l’ha lasciata senza una rendita. Ancora giovane e molto attraente, non le difettano neppure intelligenza, perspicacia, eloquenza e doti di manipolatrice e riesce perciò facilmente a farsi ospitare dalla famiglia del cognato nella tenuta di campagna di Churchill, dopo aver lasciato a Langford quella dei Manwaring, che l’avevano inizialmente accolta,  suscitando però il risentimento di Mrs. Lucy e molte chiacchiere riguardo il Lord suo marito ed il suo ospite Sir James Martin, del quale è innamorata Miss Manwaring. Lady Susan ha anche una figlia sedicenne, Frederica, completamente diversa da lei e che ha sempre trascurato, ma ora punta a farla sposare proprio allo sciocco e mediocre Sir James Martin, il quale ha il pregio, non di poco conto, di essere erede di una notevole ricchezza. Mrs. Alicia Johnson è la compiacente alleata di Lady Susan, nonostante suo marito, per via della fama di Lady Susan, le proibisce di frequentarla. Mr. Charles Vernon invece è molto cortese ed ospitale nei confronti della cognata, quanto sua moglie Catherine DeCourcy ne diffida invece, nonostante i modi estremamente cordiali, ma affettati a suo modo di vedere, con i quali si relaziona la vedova, allo scopo di ottenere per sé i maggiori vantaggi possibili. Al tempo stesso però Lady Susan si adopera per sfruttare tutte le più ghiotte opportunità per trovare un buon partito, che si tratti di Lord Manwaring oppure di Reginald, fratello di Catherine. Il quale, incuriosito dalla cattiva reputazione di Lady Susan e dal proposito, a suo dire, di scoprirne la maschera, ne resta al contrario stregato. Dalle iniziali ironiche riserve nei suoi confronti infatti, dopo aver trascorso un po’ di tempo a chiacchierare nel corso di alcune passeggiate nei dintorni della tenuta, diventa un suo convinto sostenitore e persino difensore della sua integrità, che ritiene minata soltanto da chiacchiere invidiose e prive di fondamento. La sorella, preoccupatissima per l’inaspettata piega di questo rapporto e temendo che Reginald possa persino chiedere la mano di Susan, scrive ai genitori e l’omonimo padre si precipita a Churchill per sincerarsi della situazione. Il figlio, unico erede dei DeCourcy, si dichiara stupito e lo rassicura sulla sua volontà di non mettere a repentaglio il buon nome di famiglia, legandosi ad una donna che oltretutto ha dodici anni più di lui. Ma per quanto sostenga questa posizione di fronte al padre, in realtà è soggiogato da Lady Susan. L’arrivo inaspettato di Frederica, fuggita dal collegio di Londra dove l’aveva inviata la madre per darle un’istruzione, ma soprattutto per non doversene occupare direttamente, spinge Catherine e Charles ad ospitare con affetto e comprensione la nipote ed a schierarsi dalla sua parte, anche quando improvvisamente si presenta Sir James Martin e Frederica si nasconde in camera, non avendo alcuna intenzione d’incontrarlo e tanto meno di sposarlo. Reginald stesso ritiene ingiusto l’atteggiamento di Susan e dopo averne condiviso le ragioni che la stessa ragazza gli ha rivelato durante uno sfogo confidenziale, cambia l’opinione che aveva di lei, che riteneva priva di qualsiasi attrattiva. La storia di complica quando Lady Susan, annoiata dalla vita di campagna e sentendo un’altra volta gli occhi puntati su di sé, decide di tornare a Londra, portando con sè Frederica. Contando sull’aiuto di Alicia, la vedova riprende a frequentare Lord Manwaring, senza interrompere gli stretti rapporti con Reginald DeCourcy, con il quale anzi sta parlando di matrimonio. La situazione precipita quando Lucy Manwaring riesce ad ottenere le prove dell’adulterio fra il marito e Susan. Reginald, incredulo ed indispettito testimone di quanto riportato da un testimone, viene liquidato da Susan dopo aver tentato, con abili argomentazioni, di convincerlo un’altra volta riguardo la sua buona fede. Catherine e Charles, preoccupati per Frederica, alla quale oramai si sono affezionati, raggiungono Susan a Londra e riescono a convincere la cognata a lasciare tornare a Churchill la figlia assieme a loro. In realtà Lady Susan finge di farsi convincere, alludendo a presunte cattive condizioni di salute di Frederica determinate dall’aria insalubre di Londra. Nei suoi piani, poiché nel frattempo è rimasta incinta di Lord Manwaring, c’è ora il suo matrimonio con l’ingenuo Sir James Martin, facilmente convinto di essere lui il prossimo padre, mentre Frederica e Reginald convolano a loro volta a nozze avendo compreso di essere fatti l’una per l’altro.     

VALUTAZIONE: mentre Jane Austen ha scritto un romanzo epistolare composto da quarantuno lettere nelle quali i protagonisti intrecciano i loro rapporti, scambiandosi al tempo stesso giudizi ed opinioni, con al centro quasi sempre lei, Lady Susan: una donna attraente, intelligente ma pericolosa e trasgressiva civetta; il film di Whit Stillman è svolto come una classica storia a filo unico narrativo, molto rispettoso nei dialoghi e, tranne poche eccezioni, anche della trama del romanzo. Lo stile della Austen è al solito molto elegante, pungente ed ironico, pur essendo questa un’opera giovanile. Il film ne riprende le atmosfere in una forma ad impianto teatrale, estremamente piacevole, pur nella retorica espressiva dell’epoca. Kate Beckinsale è una Lady Susan molto credibile ed efficace.   

Amore e Inganni‘ (ogni tanto un titolo della distribuzione nostrana che è più appropriato dell’originale ‘Love & Friendship‘, cioè ‘Amore & Amicizia‘) è la trasposizione cinematografica del romanzo epistolare giovanile ‘Lady Susan‘ di Jane Austen, la celebre scrittrice di romanzi classici, quali ‘Ragione e sentimento‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione del film dal quale è stato tratto), ‘Orgoglio e Pregiudizio‘ e ‘Persuasione‘. Scritto nel 1795 quando Jane Austen aveva solo venti anni e pubblicato postumo nel 1871 da un suo nipote, ‘Lady Susan‘ stupisce non tanto per la struttura epistolare, che non ha di certo inventata la scrittrice britannica, quanto soprattutto per la maturità espressiva e psicologica che questo breve racconto giovanile già mostra chiaramente, seppure l’autrice evidentemente non la pensava allo stesso modo, per eccesso di autocritica o mancanza di coraggio.

Spesso pubblicato assieme ad altri due componimenti considerati minori come ‘I Watson‘ e ‘Sanditon‘, ‘Lady Susan‘ è costituito da poco più di centoventi pagine. Il che rende facile, anche dopo aver visto il film di Whit Stillman, recuperarlo e verificare le analogie e le differenze fra le due versioni. Si può così notare che, mentre l’opera letteraria è una sequenza di quarantun lettere che alcuni dei protagonisti si scambiano fra loro, attraverso le quali la storia prende forma seguendo i relativi interessi, anche contrapposti, i timori, le curiosità e l’empatia fra i vari personaggi coinvolti; nel caso del film invece, pur non mancando i riferimenti epistolari, la trama è costruita a struttura classica sequenziale. Ciò ha comportato qualche piccola differenza rispetto al romanzo, ma si tratta di fatto di questioni puramente marginali.

Il film, seguendo fedelmente lo stile del romanzo, ha una impostazione elegante ed enfatica al tempo stesso, non esclusivamente, ma in particolar modo riguardo i dialoghi, alla quale il regista ha aggiunto la componente teatrale. Nonostante sia stato girato in magnifiche location realmente esistenti (Churchill Castle, Langford, Parklands nella contea inglese del Kent ed Edward Street a Londra, seppure la dedica al re Edoardo VI leggevo che risale al 1843, posteriore quindi a quella d’ambientazione della storia narrata dalla Austen), Whit Stillman utilizza questo schema narrativo sin da quando presenta per la prima volta, come se si trattasse appunto di una rappresentazione che di lì a breve si consumerà su un palcoscenico, i personaggi principali, ognuno legato alla sua residenza abituale. Le didascalie poste sotto le inquadrature (tranne quella della protagonista prima, cioè Lady Susan), mostrate prevalentemente a mezzo busto ed al pari di alcune loro espressioni, sono pervase dalla stessa ironia con la quale Jane Austen descrive i personaggi che, di volta in volta, nella sequenza progressiva delle lettere si scambiano fra loro.

Così, a Langford, Lord Manwaring è… ‘un uomo divinamente attraente‘. Lady Lucy Manwaring è ‘la sua ricca moglie‘. Miss Maria Manwaring, la sorella di lui, è ‘una donna in età da marito‘ e Sir James Martin, ricco spasimante di Frederica Vernon e Maria Manwaring, è ‘piuttosto irritante‘.

A Churchill, Mrs. Catherine Vernon, (nata DeCourcy) è ‘la cognata di Lady Susan‘. Mr. Charles Vernon, ‘il suo compiacente marito, è il fratello del defunto Frederic Vernon‘, mentre Mr. Reginald DeCourcy è ‘il giovane affascinante fratello di Catherine‘. A Londra, in Edward Street, Mrs. Alicia Johnson è ‘un’esule americana ed amica di Lady Susan‘, mentre Mr. Johnson, marito di Alicia, più anziano di lei, è ‘un uomo rispettabile‘. Manca a questa lista, trascurando alcuni personaggi minori, Frederica Vernon, figlia sedicenne di Lady Susan e del defunto Frederic Vernon, la quale entra in scena in un secondo momento nella residenza di Churchill.

Sulle note di ‘Music for the Funeral of Queen Mary‘ di Frank Purcell, che immediatamente i cinefili ricorderanno inclusa anche nella soundtrack di un’opera completamente differente per toni, contesto e stile come ‘Arancia Meccanica‘ di Stanley Kubrick, la protagonista, vestita ancora a lutto, sale in carrozza e lascia la residenza di Langford, seguita già dallo sguardo nostalgico di Lord Manwaring ed invano rincorsa da Sir James Martin, il quale a sua volta suscita le lacrime accorate della delusa Miss Maria Manwaring e l’espressione severa, solo in minima parte associata ad un effimero sollievo di Mrs. Lucy Manwaring. La sceneggiatura del film quindi vede l’azione leggermente anticipata rispetto a quello che le prime lettere del romanzo descrivono…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

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Film: ‘The Wizard Of Lies’

THE WIZARD OF LIES

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Biografico, Drammatico

Durata: 133’ Regia: Barry Levinson

Cast: Robert De Niro (Bernard Madoff), Michelle Pfeiffer (Ruth Madoff), Kristen Connolly (Stephanie Madoff), Lily Rabe (Catherine Hooper), Hank Azaria (Frank Dipascali), Alessandro Nivola (Mark Madoff), Nathan Darrow (Andrew Madoff), Kathrine Narducci (Eleanor Squillari), Michael A. Goorjian (Dan Horwitz)

TRAMA: L’11 dicembre del 2008 Bernard Madoff, un famoso ed importante broker americano, viene arrestato con la gravissima accusa di aver messo in piedi uno ‘schema Ponzi’ attraverso il quale per molti anni ha truffato i suoi clienti. Il danno che risulta dalle sue attività criminose ammonta ad oltre 65 miliardi di dollari e vittime del raggiro, oltre a molti investitori privati anche piuttosto noti, ci sono alcune rinomate ed importanti banche internazionali. La crisi economica globale ha innescato la caduta del ‘castello’ Madoff, che si fondava su un abile sistema di remunerazione piramidale dei clienti, grazie all’acquisizione progressiva di molti altri nel frattempo. Ma quando le richieste di rimborso hanno superato largamente gli introiti garantiti dai nuovi clienti, a causa della crisi globale del 2008, lo schema è collassato. La moglie Ruth ed i suoi due figli Mark e Andrew, nonostante entrambi ricoprissero incarichi importanti, si sono sempre dichiarati totalmente all’oscuro del raggiro, del quale, secondo lo stesso Madoff, era complice solo il fidato Frank Dipascali. Quest’ultimo si occupava dell’ufficio sito all’inaccessibile 17^ piano del palazzo dove risiedeva la Bernard Madoff Investment Securities ed al quale persino ai suoi figli pare fosse vietato l’accesso. Quando è scoppiata la ‘bomba’, sorprendentemente per gli stessi inquirenti, Madoff si è dichiarato immediatamente colpevole. Il giudice l’ha condannato a 150 anni di carcere, per aver mandato sul lastrico innumerevoli persone che si sono fidate di lui affidandogli i loro risparmi. Lui si è giustificato in seguito sostenendo che ad ognuno di loro aveva suggerito di non impiegare più della metà dei suoi risparmi negli investimenti che proponeva e quindi che sapevano di rischiare, attratti dal suo ‘metodo finanziario’ che garantiva un 1% d’interesse fisso al mese, persino in controtendenza rispetto all’andamento generale delle borse. L’onda d’urto del crollo dell’impero Madoff ha colpito quindi in maniera estremamente dura anche sua moglie ed i figli, i quali in particolare si sono rifiutati di andarlo a trovare in carcere ed avere qualunque genere di contatto con lui, anche in seguito. La loro posizione è stata lungamente sottoposta al vaglio della SEC, l’organismo di controllo che ha indagato sul crack finanziario, perché sembrava incredibile che loro fossero estranei e non informati sul raggiro. Molti amici di famiglia hanno perso i loro risparmi e nonostante siano state sottoposte a sequestro e poi vendute all’asta tutte le ingenti proprietà di Madoff, il recupero è stato poca cosa rispetto al ‘buco’ generato ed il sospetto che i soldi fossero nascosti altrove, ha costituito ragione sufficiente per considerare colpevoli anche Ruth, Mark e Andrew, i quali sono stati in pratica banditi dal resto della società. Mark non ha resistito alla vergogna ed alle pressioni ed ha finito nel 2010 per impiccarsi. In un’intervista in carcere ad una giornalista, quando incalza Madoff, chiedendogli se si è reso conto dei danni che ha procurato anche ai suoi figli, lui risponde sicuro di aver agito in modo che fosse chiara la loro estraneità ai fatti. Anche la moglie Ruth lo ha lasciato solo ed ha smesso di andarlo a trovare perché l’altro figlio Andrew ha accettato di riallacciare i rapporti con lei solo a patto che rompesse definitivamente i ponti con Bernard. Nel 2014 però lo stesso Andrew è morto a seguito di una terribile malattia. Bernard Madoff è tuttora in carcere e non hai mai dato segni di pentimento. 

VALUTAZIONE: un’opera rigorosa ed agghiacciante, per certi versi, questa dell’esperto regista Barry Levinson, realizzata per la TV ed incentrata sull’incredibile figura, purtroppo reale, di questo criminale finanziario. In alcuni momenti si vorrebbe che il film osasse un po’ di più; forse lo ‘schema Ponzi’ messo in atto da Madoff andava spiegato un po’ più chiaramente, ma la sceneggiatura non racconta soltanto il raggiro reiterato nel tempo e su vasta scala attuato da questo inquietante personaggio, bensì si sofferma a descrivere anche il comportamento contraddittorio che ha tenuto nei riguardi dei suoi familiari, che lui si riteneva convinto, nonostante tutto, di proteggere. De Niro e la Pfeiffer nelle rispettive parti sono una sicurezza.

Nel 2010 Charles Ferguson ha realizzato un film-documento intitolato ‘Inside Job‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione in merito) nel corso del quale raccontava la genesi e poi il disastro provocato dalla crisi finanziaria partita dal crollo del mercato immobiliare americano e poi estesa, come una sorta di pestilenza, a tutta l’economia globale. In quel caso si trattava perciò di una crisi sistemica mentre ‘The Wizard of Lies‘ di Barry Levinson racconta la storia vera di Bernard Madoff il cui crimine finanziario è nato da un singolo uomo ed è parso evidente soltanto a causa di quella crisi, dopo oltre trentanni dal momento in cui aveva iniziato a perseguirlo.

Non si può parlare di questo film comunque, se prima non si comprende il contesto ed in special modo il cosiddetto ‘schema Ponzi’ che ne è alla base. Il filmato che propongo qui di seguito spiega abbastanza bene il personaggio protagonista di questa vicenda, che forse non ha avuto l’eco che avrebbe potuto riscuotere in un altro momento, considerando l’entità economica della truffa stessa e la risonanza in termini di singoli nomi e d’istituzioni implicate, proprio poiché concomitante alla crisi finanziaria globale del 2008. 

Lo ‘schema Ponzi’ deve il suo nome, non al celebre investigatore nostrano omonimo, bensì ad un emigrato italiano negli Stati Uniti, il cui nome era Charles Ponzi. Siamo intorno agli anni venti del secolo scorso e Charles, dopo aver svolto umili lavoretti si è trasferito in Canada, dove fa tesoro della maniera disinvolta, per così dire, con la quale il proprietario della banca presso la quale lavora, gestisce il denaro della sua clientela, gran parte della quale costituita da immigrati italiani. Nonostante questa banca fosse infine fallita ed il proprietario fosse fuggito in Messico con un ingente bottino, Ponzi aveva imparato nel frattempo il metodo che in seguito ha applicato per suo conto, affinandolo ed ampliandone la portata economica.

Come sempre, preferisco banalizzare una spiegazione ma cercare di rendere comprensibile alla più vasta platea il nocciolo della questione, evitando i tecnicismi e le implicazioni più complesse che lascio agli addetti ai lavori. Non si tratta perciò di banalizzare o scantonare l’ostico argomento psico-finanziario, se così si può definire, oppure di liquidarlo con qualche parolone astruso ai più e forse anche a chi scrive. Partiamo quindi da un banale esempio: mettiamo che Maurizio (nome di fantasia, naturalmente…) sia un broker, cioè colui che compra e vende asset finanziari, il quale confida ai suoi amici e conoscenti di avere messo a punto una strategia d’investimento che garantisce un rendimento dell’1% netto mensile.

Qualcuno potrebbe già alzare la mano ed obiettare: beh, il 12% l’anno è una cifra molto interessante, per carità, ma in un periodo di ‘vacche grasse’ in borsa, qualche altro potrebbe considerarla persino limitante rispetto ad altre tipologie d’investimento più aggressive, specie per chi non teme il rischio. Qualche altro potrebbe farsi avanti e far balenare la possibilità persino di raddoppiare tale rendimento, acquistando prodotti finanziari che ovviamente conosce lui e pochi altri eletti, naturalmente impossibili da spiegare nei loro complicatissimi dettagli ai profani. Il che, di solito, provoca automaticamente una sensazione d’inferiorità nell’investitore il quale, non sentendosi all’altezza di chi gli sta di fronte, intimorito dalla sua sicurezza e dalle sue competenze, ne diventa una facile preda. 

Questo, attenzione, è già un primo aspetto di natura psicologica da non trascurare. Il fatto, peraltro, che il guadagno sia allettante ma non esageratamente gonfiato, va a tutto vantaggio della credibilità dello stesso. Stiamo sempre parlando, comunque, di un bel 12% per cento annuo che molti investitori, molto esperti ed accorti, firmerebbero subito volentieri, se fosse realistico ed affidabile, senza doversi rompere il cervello con grafici, dati storici, studio degli algoritmi e dei trend. I risultati borsistici ottenuti durante un certo periodo di tempo, com’è noto, non garantiscono uguali performance nell’anno seguente ed in quelli a venire, poiché l’andamento potrebbe diminuire o addirittura invertire il segno e mangiarsi del tutto i guadagni ottenuti negli anni precedenti o, peggio ancora, erodere persino il capitale originariamente investito. Questa è la base di qualunque investitore consapevole…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Blade Runner 2049’

BLADE RUNNER 2049

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Fantascienza, Thriller

Durata: 152’ Regia: Dennis Villeneuve

Cast: Ryan Gosling (Agente K), Harrison Ford (Rick Deckard), Ana de Armas (Joi), Sylvia Hoeks (Luv), Robin Wright (Tenente Joshi), Jared Leto (Niander Wallace), Dave Bautista (Sapper Morton), Mackenzie Davis (Mariette), Carla Juri (Ana Stelline), Lennie James (Mister. Cotton), Sean Young (Rachael), Hiam Abbass (Freysa), Barkhad Abdi (Doc Badger), David Dastmalchian (Coco), Wood Harris (Nandez), Edward James Olmos (Gaff)

TRAMA: sono passati trentanni a Los Angeles dal momento in cui i replicanti della serie Nexus 8 si sono ribellati al triste destino di asservimento che gli hanno riservato gli umani escludendo la sfera sentimentale e dei ricordi. I cosiddetti ‘Blade Runner’ sono ancora alla loro caccia per identificare ed eliminare anche gli ultimi esemplari rimasti liberi. L’azienda che li produceva, la Tyrrell Corporation è fallita ed è stata rilevata da Niander Wallace, un tipo con degli occhi inquietanti, che ha come obiettivo quello di creare una nuova generazione di replicanti ancora più evoluta e probabilmente destinata a diventare dominante. L’agente ‘K’ è un replicante a sua volta di ultimissima generazione e durante una missione per eliminare un Nexus 8, viene a conoscenza di un fantomatico miracolo ed in una cassetta, seppellita vicino ad un albero rinsecchito, trova delle ossa appartenenti ad una donna. Le analisi della LAPD stabiliscono che è deceduta dopo un parto cesareo, ma andando ancora più a fondo, ‘K’ scopre che si trattava di una replicante. La sua responsabile Joshi vuole evitare che la notizia si diffonda creando sospetto e paura fra gli umani e quindi chiede a ‘K’ di distruggere tutto ma anche di trovare ed uccidere il figlio nato da quella replicante. La città di Los Angeles è perennemente buia e se non piove, addirittura nevica. ‘K’ vive in un appartamento di un fatiscente palazzo, servito e riverito da Joi, una bellissima donna in forma olografica pilotata da un’apposito braccio meccanico fissato al soffitto. Come bonus per la sua impresa, ‘K’ riceve un emulatore con il quale premia la dedizione della sua ‘compagna’ permettendole di muoversi liberamente anche all’esterno. Le indagini lo conducono sino all’archivio della Wallace Industries dove le frammentarie informazioni rimaste, dopo il black out di una decina di giorni avvenuto nel 2022 che ha danneggiato molti database, portano addirittura alla nascita di una coppia di gemelli con lo stesso DNA, un maschio ed una femmina, ma solo il primo pare che sia sopravvissuto. ‘K’ torna anche dove ha trovato la cassetta con le ossa e vede incisa nel tronco dell’albero una data a lui familiare, la stessa che appariva sotto la base di un cavallino di legno che lui ricorda di aver nascosto da piccolo dentro una fornace spenta per evitare che altri bambini glielo portassero via. Incuriosito da questo ricordo e sollecitato da Joi, si reca da Ana Stelline, una creatrice di sogni da innestare nei replicanti, fornitrice di Wallace, che vive dentro una cupola, avendo un problema al sistema immunitario che le impedisce di stare all’aperto. Visualizzando con un apparecchio il ricordo di ‘K’, gli conferma che è reale, commuovendosi ed inducendolo a ritenere di essere lui il bambino che stanno cercando. Avendo però fallito il periodico test cui vengono sottoposti i replicanti per sondarne le corrette funzionalità, Joshi sospende ‘K’ dal servizio, ma in realtà si dice convinto di aver completato la sua missione, avendo inteso di essere lui il frutto di quel parto. Nonostante ciò, ‘K’ riprende le indagini a titolo personale ed avendo ritrovato nel frattempo il cavallino di legno in un orfanotrofio di San Diego, le analisi cui lo sottopone rivelano un livello di radioattività compatibile con quello presente a Las Vegas, oramai una città ombra e devastata verso la quale a questo punto l’agente decide di dirigersi. Nel frattempo Luv, la terribile e spietata replicante al servizio di Wallace, ha scoperto il segreto di Joshi e ‘K’ ed eliminata la prima, riesce a localizzare il secondo e si dirige a sua volta nella stessa direzione. In un albergo abbandonato dell’antica capitale delle luci e del gioco d’azzardo, si è nascosto Rick Deckart, il più famoso dei ‘blade runner’ di un tempo, sopravvissuto nonostante tutto, che accoglie l’agente ‘K’ come un intruso, cercando di eliminarlo, ma dopo un primo momento di bagarre, convengono che sia meglio fidarsi l’un l’altro. Nel frattempo però Luv e le sue astronavi li hanno raggiunti e la minaccia vale per entrambi ma specie per Dickert. Gli sviluppi sono densi ancora di sorprese a capovolgimenti di fronte.       

VALUTAZIONE: girare il sequel di un capolavoro come ‘Blade Runner’, già di per sé è un’impresa titanica, ma Dennis Villeneuve ha accettato ugualmente la sfida. Non riesce nell’intento di superare e neppure eguagliare l’opera di Ridley Scott, forse per l’eccessiva lunghezza, o semplicemente perché non è più una novità. Lo stesso Ryan Gosling, per quanto bravo, non pareggia il carisma di Harrison Ford. Infatti, dal momento in cui quest’ultimo entra in scena, il film compie un’evoluzione in termini di azione, fascino e persino fantasia creativa. Un’opera comunque di grande spessore, magari un po’ oscura e complicata da seguire in alcune fasi, ma che non si può considerare neppure con eccessiva severità, mettendo in mostra qualità ed idee a iosa. La fotografia di Roger Deakins e gli effetti speciali sono, ad esempio, allo stato dell’arte e giustamente sono stati premiati con l’Oscar.

…Il mondo è costruito attorno a un muro che separa i generi. Dì a entrambi i lati che non c’è un muro e avrai una guerra. O un massacro…‘: è l’affermazione che Joshi (Robin Wright) rivolge al suo sottoposto, l’agente ‘K’ (Ryan Gosling), dopo la scoperta che Rachel (Sean Young), la bellissima replicante della quale si era innamorato Rick Dickert (Harrison Ford) nel capolavoro di Ridley Scott ‘Blade Runner‘ del 1982 (clicca sul titolo di colore diverso se vuoi leggere la mia recensione di questo film, ndr.), ha avuto un figlio, o meglio due, ma con identico DNA, anche se solo il maschio è sopravvissuto e sino a prova contraria vive confuso fra umani e replicanti. Un ibrido, che oggi va tanto di moda in ambito motoristico, ma che in questo caso se fosse una persona veramente esistente potrebbe portare alle conseguenze della frase testé citata. Ma l’identità dei genitori di questo prodigio, l’agente ‘K’ li conoscerà solo strada facendo.

Nessun replicante, infatti, è mai stato in grado di generare e la scoperta, se diventasse di pubblico dominio, potrebbe scatenare reazioni inimmaginabili, mentre Niander Wallace (Jared Leto), a capo della omonima company che produce i più moderni replicanti, la vede diversamente, a livello etico e di business, perché se davvero i replicanti fossero in grado di riprodursi, potrebbero diventare per lui l’ultimo tassello utile per completare il progetto di una nuova razza che riunisce il meglio (o il peggio?) dei replicante e degli umani, in grado di auto generarsi e popolare l’extramondo, separato da quello ‘normale’ da una sorta di muraglia posta su un mare minaccioso. D’altra parte anche lui, con quegli occhi spaventosi e quelle prese tipo ‘usb’ sul collo dove Luv, la sua segretaria tuttofare, inserisce gli appositi connettori che gli consentono di attivare il senso della vista, tanto umano non sembra a sua volta.

 

Se non l’aveste ancora inteso, siamo in piena ambito fantascientifico, un ‘sequel’ della famosissima opera, caposaldo del genere di riferimento. Il regista Dennis Villeneuve, lo stesso di ‘The Arrival‘, si è assunto onere ed onore di girare il film spostando la storia di trentanni in avanti. Nel frattempo inquinamento, conseguenti eventi determinati dai cambiamenti climatici e guerre nucleari hanno completamente distrutto la civiltà che conosciamo noi oggi, non tanto dal punto di vista tecnologico, che invece al contrario si è evoluto ed affinato sempre più, quanto semmai da quello sociale, ambientale, meteorologico e mischiando umani e replicanti.

Los Angeles appare come un’enorme periferia degradata, dove la luce del giorno è offuscata da una perenne nebbia, mentre la pioggia o la neve scendono di continuo, in un inverno che non sembra finire mai. Las Vegas a sua volta è avvolta in una sorta di nuvola sabbiosa di colore ocra e la città è diventata una tomba nella quale i simboli architettonici dei tempi del massimo fulgore, giacciono a terra come abbattuti dopo un bombardamento. Il livello di contaminazione da radiazioni è alto e perciò appare completamente disabitata.

Insomma il contesto non potrebbe essere più avvilente ed oppressivo, e nonostante ciò le vie di Los Angeles pullulano di fauna tra la quale è difficile distinguere i replicanti dagli umani, mentre monumentali immagini olografiche cercano di catturare l’attenzione delle persone che passano loro vicino, con strumenti pubblicitari di persuasione che farebbero apparire ridicoli gli imbonitori ed i venditori di sesso del giorno d’oggi.

Negli appartamenti dei palazzi che esternamente appaiono fatiscenti e sono attorniati al loro ingresso e nelle vie intorno da ogni genere di personaggi poco raccomandabili, gli interni sono invece accoglienti ed arredati con i più moderni strumenti di domotica. Perlomeno così si presenta quello dell’agente ‘K’, un replicante dell’ultima più sofisticata produzione, che lo condivide con una stupefacente compagna olografica di nome Joi (interpretata da Ana de Armas). La quale al suo rientro lo accoglie con una voce amorevole ed anche se non può fisicamente brindare con lui, l’agente riempie comunque due bicchieri e poi beve il contenuto di entrambi.

Quando Joi viene attivata da un braccio meccanico posto sul soffitto della sala, alla voce s’aggiunge la sua immagine e si può cambiare d’abito o il colore e la forma della pettinatura in men di un secondo per compiacere il suo partner, con il quale però i rapporti fisici sono purtroppo impossibili, nonostante sia un peccato perché è veramente carina. Insomma, se non avesse quest’ultimo limite, sarebbe la donna ideale di molti uomini d’oggi (e probabilmente, viceversa, di tante donne, ribaltando le parti) che molto volentieri gradirebbero convivere con una compagnia così perfetta: Joi infatti è affettuosa, simpatica, bella, laboriosa, servizievole, disponibile ma, premendo un tasto, sparisce immediatamente, quando ‘K’ preferisce di rimanere solo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro, Film e Serie TV: ‘Picnic A Hanging Rock’

PICNIC A HANGING ROCK (Libro)

Di Joan Lindsay

Anno Edizione 1967

Pagine 296

Costo € 10,20

Ed. Sellerio Editore Palermo (collana ‘La Memoria’)

Traduttrice: Maria Vittoria Malvano

 PICNIC AD HANGING ROCK (Film)

Titolo Originale: Picnic At Hanging Rock

 Nazione: Australia

Anno:  1975

Genere: Drammatico, Giallo

Durata: 115’ Regia: Peter Weir

Cast: Rachel Roberts (Mrs. Appleyard), Vivean Gray (Miss McCraw), Helen Morse (Mlle. de Poitiers), Kirsty Child (Miss Lumley), Anne Louise Lambert (Miranda), Karen Robson (Irma), Jane Vallis (Marion), Margaret Nelson (Sara), Christine Schuler (Edith Horton), Dominic Guard (Michael Fitzhubert), John Jarrett (Albert Crundall), Frank Gunnell (Mr. Whitehead), Jacki Weaver (Minnie), Tony Llewellyn-Jones (Tom), Olga Dickie (Mrs. Fitzhubert), Peter Collingwood (Colonello Fitzhubert), Ingrid Mason (Rosamund), Martin Vaughan (Ben Hussey)

  PICNIC A HANGING ROCK (Serie TV)

Titolo Originale: Picnic At Hanging Rock

 Nazione: Australia

Anno:  2018

Genere: Drammatico, Giallo

Durata: 360’ in 6 puntate

Regia: Michael Rymer, Larysa Kondracki, Amanda Brotchie

Cast: Natalie Dormer (Hester Appleyard), Lily Sullivan (Miranda Reid), Samara Weaving (Irma Leopold), Madeleine Madden (Marion Quade), Inez Currò (Sara Waybourne), Ruby Rees (Edith Horton), Lola Bessis (Dianne de Poitiers), Harrison Gilbertson (Michael Fitzhubert), James Hoare (Albert Crundall), Yael Stone (Dora Lumley), Mark Coles Smith (Tom), Jonny Pasvolsky (Sergente Bumpher), Anna McGahan (Miss Greta McCraw), Don Hany (Dott. Mackenzie), Nicholas Hope (Colonnello Fitzhubert), John Flaus (Sig. Whitehead), Emily Gruhl (Minnie), Mayah Fredes (Rosamund Swift), Philip Quast (Arthur Appleyard), Marcus Graham (Tomasetti), Kate Box (Signora Bumpher), Roslyn Gentle (Signora Fitzhubert)

TRAMA: Il 14 febbraio dell’anno 1900 in Australia, giorno di San Valentino si festeggia anche nell’esclusivo collegio Appleyard. Nonostante sia composto di sole studentesse, esse si scambiano ugualmente biglietti e piccoli regali per simpatia, amicizia o infatuazione. Nel pomeriggio è prevista una gita presso la celebre collina di Hanging Rock, una formazione rocciosa che si erge maestosa dalla pianura intorno, posta ad una settantina di chilometri da Melbourne. La severissima direttrice del collegio, dalla quale lo stesso prende il nome, ha affidato le allieve alle cure del cocchiere Ben Hussey ed alle insegnanti ed educatrici Dianne de Poitiers e Miss Greta McCraw, con la raccomandazione di tornare al collegio entro le ore venti. Nel gruppo, composto da una ventina di ragazze di diversa età, le più grandi sono un punto di riferimento ed oggetto di ammirazione ma anche d’invidia, in certe occasioni, per le più giovani. Le più in vista sono Miranda Reid, dalla spiccata personalità ribelle, cui si è particolarmente affezionata la giovanissima Sara Waybourne, un’orfana adottata da un benestante tutore che però spesso è in viaggio per lavoro; Irma Leopold, forse la più bella del collegio ed erede della ricchissima casata dei Rothschild; e Marion Quade, completa il terzetto, con la quale le altre due hanno raggiunto nel frattempo una solida intesa. Arrivata la carovana a Hanging Rock, alla cui base c’è una fitta vegetazione ed un laghetto sulle cui sponde si soggiorna piacevolmente, la giornata si svolge in un’atmosfera rilassata, sinché Miranda, Irma e Marion chiedono il permesso di fare una breve escursione, cui chiede di unirsi, seppure non richiesta, la giovane Edith Horton. Mademoiselle Dianne vorrebbe trattenerle, rispettando gli ordini di Madame Appleyard, ma infine acconsente. Le quattro ragazze si avviano con la promessa di tornare in breve tempo e durante il percorso si ritrovano ad essere osservate da lontano dal giovane nobile inglese Michael Fitzhubert e Albert, lo stalliere di suo zio che lo accompagna. Michael è affascinato dalla loro grazia e stupito di vederle sole in quel posto, per cui segue le ragazze per un breve tratto, sinché le vede sparire fra le rocce. Giunte su un pianoro le quattro giovani sono stanche ed assalite da un sonno irresistibile. Quando si svegliano, come se seguissero un richiamo irresistibile, Miranda, Irma e Marion riprendono la marcia in salita fra le rocce, lasciando Edith sola. La quale, travolta dalla paura, torna indietro precipitosamente sino all’accampamento delle altre compagne, urlando a squarciagola e spaventandole a loro volta. Ben Hussey infatti aveva già da tempo preparato la carrozza per tornare al collegio e Mademoiselle Dianne preoccupata per il protrarsi dell’assenza delle tre ragazze, non sapeva più che fare, anche perché Miss Greta McCraw, prima ancora che tornasse Edith, aveva deciso di andare incontro alle altre assenti, ma quando oramai è imminente l’imbrunire, non è più tornata a sua volta. Il ritorno al collegio Appleyard avviene in un clima di confusione e stordimento, quando oramai è buio pesto. Le ricerche da parte della polizia e volontari fra la popolazione civile iniziano immediatamente la mattina dopo e proseguono nei giorni a venire, senza però trovare traccia delle ragazze e dell’insegnante scomparsa. Neppure Edith può essere d’aiuto perché, forse a causa dello choc, non ricorda nulla. L’unico che non demorde è Michael, il quale decide autonomamente di tornare a Hanging Rock accompagnato da Albert, ma dopo una giornata infruttuosa a cercare le studentesse, decide di dormire sul posto per continuare il mattino seguente, nonostante Albert cerchi di farlo desistere e tornando indietro deve giustificare con una scusa l’assenza di Michael a suo zio. All’alba Albert torna e sale ancora verso Hanging Rock dove trova Michael semi incosciente, ma ancora in grado almeno di fargli intendere che deve risalire le rocce, dove infatti Albert trova Irma, giacente a terra, ma ancora miracolosamente viva. Nei giorni seguenti però anche lei sostiene di non ricordare nulla e quindi di non poter dare informazioni utili per trovare le altre due compagne e l’insegnante che risultano ancora irreperibili. Il mistero è perciò ancora lontano dalla sua soluzione e molto altro deve ancora accadere prima della conclusione.

VALUTAZIONE: mettere a confronto un romanzo scritto nel 1967, con la sua trasposizione cinematografica del 1975, divenuta un classico nel suo genere e quindi con la riproposizione della stessa storia in una serie TV realizzata nell’anno corrente, è una bella sfida. Palese è infatti la differenza di stile, non solo dipendente dagli anni trascorsi, ma anche da numerosi aggiustamenti che gli autori, specie nella serie TV, hanno apportato alla trama rispetto alla versione originale, mentre il film di Peter Weir del 1975 è sostanzialmente fedele al romanzo ma ancora più indirizzato su atmosfere enigmatiche. La vicenda al centro della storia è infatti molto particolare, sin dalla suggestiva ambientazione e soprattutto il caso della sparizione di tre studentesse ad Hanging Rock durante un picnic. I personaggi sono ben delineati in tutte e tre le versioni. Il finale, oggetto di molte interpretazioni, è stato in parte chiarito alcuni anni dopo con la pubblicazione di un ultimo capitolo che l’editore aveva deciso di tagliare dall’opera di Joan Lindsay.

Il romanzo non lo avevo ancora letto sinora. Il film di Peter Weir dal quale è tratto, uscito nel 1975, l’avevo invece già visto anni fa ed è stato quello che ha rivelato il regista australiano, divenuto ancora più noto in seguito, grazie ad opere di grande successo e qualità come ‘Witness – Il Testimone‘, ‘L’attimo Fuggente‘ e ‘The Truman Show‘ (clicca sul titolo di ognuno di essi se vuoi leggere la mia recensione, ndr.), giusto per citare forse quelle più note. Sia la storia narrata che lo stile utilizzato dal regista australiano, poetico ed oscuro al tempo stesso nel trasporre l’opera letteraria di Joan Lindsay, hanno fatto in modo che diventasse in breve una sorta di ‘cult‘ fra gli appassionati cinefili. 

La curiosità di leggere il romanzo mi è venuta però soprattutto dopo aver visto la miniserie di sei puntate dedicata a questa stessa storia, realizzata nell’anno corrente da FremantleMedia Australia, a distanza quindi di oltre cinquantanni dall’uscita del libro e quarantatré dal film di Weir. Nel ruolo di Mrs. Hester Appleyard, in quest’ultimo caso è stata scelta Natalie Dormer, già vista nella parte del personaggio di Margaery Tyrell nella famosissima serie TV ‘Il Trono di spade‘, la cui età ed aspetto fisico tracciano già una significativa differenza, sia con il romanzo che con il film precedente, essendo molto più giovane ed avvenente, e con una complessa vicenda personale alle spalle che non esiste nelle altre versioni.

Ovviamente, se ci si trova di fronte a tre opere incentrate sulla stessa storia, è inevitabile che sorga la curiosità di confrontarle ed evidenziarne i pregi, i difetti e le differenze. Se c’è qualcosa comunque che, indipendentemente dalla versione, colpisce particolarmente in questo caso, non è la vicenda, anche se intrigante, della scomparsa di tre studentesse e di una loro insegnante, delle quali solo una poi viene ritrovata viva, nonostante l’impiego d’ingenti forze dell’ordine e volontari che per giorni e giorni le hanno cercate, battendo e risalendo i meandri rocciosi, scoscesi ed inquietanti di Hanging Rock in Australia, un posto che di per sé evoca atmosfere tenebrose e surreali. E’ il finale la parte più curiosa ed anche ambigua, perché non chiarisce quasi nulla, dopo aver lungamente seminato dubbi e congetture, contrariamente a quello che avviene di solito in racconti analoghi nei quali il mistero viene trascinato a lungo ma infine in qualche modo risolto.

Molte interpretazioni sono state date a tal riguardo a suo tempo, sia per il romanzo che per il film dal quale è tratto, a proposito di questa incredibile vicenda: dalla fuga, al rapimento, alla violenza, al suicidio e sono state fatte anche ipotesi di natura trascendentale, ma pare che l’editore abbia voluto eliminare il capitolo finale dell’opera letteraria proprio per lasciare aleggiare questa sensazione di mistero e d’irrisolto che alimentava a suo dire ancor di più la curiosità del lettore.

Sorprendentemente, molto se non tutto si è chiarito, in maniera ancora una volta inconsueta, soltanto ventidue anni dopo la pubblicazione dell’opera, quando la stessa scrittrice Joan Lindsay era già morta da tre anni (e quindi quando il film omonimo era già stato realizzato), in un’appendice postuma intitolata ‘The Secret of Hanging Rock‘. La quale è composta di sole cinquantotto pagine, dodici delle quali costituiscono il diciottesimo capitolo mancante al romanzo. Soltanto alla fine di questo commento però riporterò qualche indicazione al riguardo che ho letto in Internet, giusto per mantenere un po’ di suspense nel lettore, ma anche con l’intenzione di non rendere superfluo quello che le precede e che comunque contiene indicazioni che ritengo sia utile conoscere per avere un quadro più completo dell’opera, evitando al contempo di seguire l’ermetico ed un po’ sadico esempio dell’editore all’uscita del romanzo della Lindsay.

Avendo deciso in questa occasione di andare oltre l’ordinario e di scrivere addirittura un unico commento che mette a confronto tre fonti diverse della stessa storia, risulta evidente innanzitutto che l’ultima versione, quella relativa alla serie TV, è piuttosto liberamente tratta dal romanzo e rispetto anche al film di Peter Weir. Riguardo il personaggio della direttrice del collegio dal quale prende il nome, cioè Appleyard, ad esempio, le sceneggiatrici Beatrix Christian e Alice Addison l’hanno pensato iniziando dalla trattativa d’acquisto fra l’imperscrutabile donna e l’agente che cura la vendita della sede e relativi giardini, il che è una novità rispetto alle precedenti versioni. Anche il personaggio interpretato da Natalie Dormer ha un nome proprio, Hester, che nel romanzo non viene mai menzionato ed oltretutto viene da un passato tenebroso dal quale in qualche modo sta fuggendo, che è un’altra libera interpretazione della serie TV…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Baby Driver – Il Genio Della Fuga’

BABY DRIVER – IL GENIO DELLA FUGA

Titolo Originale: Baby Driver

 Nazione: GBR, USA

Anno:  2017

Genere: Azione, Commedia

Durata: 115’ Regia: Edgar Wright

Cast: Ansel Elgort (Baby), Kevin Spacey (Doc), Lily James (Debora), Eiza González (Darling), Jon Hamm (Buddy), Jamie Foxx (Bats), Jon Bernthal (Griff), Lanny Joon (J.D.), Flea (Eddie), CJ Jones (Joseph), Sky Ferreira (Madre di Baby), Lance Palmer (Padre di Baby), Hudson Meek (Baby bambino), Andy McDermott (Agente Foster), Paul Williams (il ‘Macellaio’), Morse Diggs (se stesso), Brogan Hall (Samm), R. Marcus Taylor (Armie)

TRAMA: Baby era ancora un ragazzino quando mamma e papà litigavano spesso. L’ultima volta in auto, mentre lui era seduto dietro, nella foga della discussione, erano andati a sbattere violentemente contro un camion, rimanendo entrambi uccisi. Dall’incidente, oltre allo choc, Baby ne era uscito con un paio di cicatrici sul bel viso e con il tormento dell’acufene, una patologia che fa sentire un fischio continuo alle orecchie, che lui da allora cerca di coprire ascoltando musica, quasi incessantemente, dagli auricolari collegati ad alcuni iPod, che cambia a seconda delle necessità e dell’umore. Baby è stato adottato e cresciuto da Joseph, un nero sordomuto che ora vive in carrozzella, accudito affettuosamente a sua volta dal figlioccio che ha raggiunto un’eta di circa venti anni. Il quale ha imparato ben presto ad arrangiarsi nella vita, rubando auto e diventando un bravissimo e spericolato ‘driver’. Una rapina l’ha compiuta però ai danni della persona sbagliata, Doc, un boss che organizza grandi colpi alle banche ed ai porta valori. Quest’ultimo però è rimasto talmente impressionato dalla bravura e dal coraggio di Baby che, una volta rintracciato, anziché ucciderlo, come avrebbe fatto con chiunque altro al suo posto, gli aveva proposto di perdonarlo se Baby avesse accettato di fare per un po’ di volte il ‘driver’ delle squadre che Doc organizza e dirige, sempre diversa una dall’altra, per compiere i suoi audaci colpi. In cambio Baby riceve ad ogni impresa anche una mazzetta di dollari, frutto della refurtiva, che nasconde in casa sotto il parquet, mentre Joseph osserva e lo biasima perché vorrebbe che il ragazzo trovasse invece un lavoro onesto. Casualmente, nel bar dove un tempo lavorava saltuariamente la madre, Baby incontra Debora, una cameriera carina e simpatica, e se ne innamora all’istante. I due iniziano a frequentarsi e scoprono di avere lo stesso sogno di fuga. Nel frattempo Baby, seminando la polizia con spericolate manovre, conduce in salvo le squadre di Doc dopo un paio di audaci colpi, pareggiando infine il suo debito. Per festeggiare, alcuni giorni dopo aver trovato un lavoro per consegnare le pizze di una grande catena a casa dei clienti, stupendoli per la velocità con la quale si presenta alla porta di casa loro e contemporaneamente aver reso felice Joseph, che finalmente vede il figlioccio svolgere un lavoro onesto, Baby invita Debora a cena in un rinomato e lussuoso ristorante. Al momento di pagare il conto però, scopre che qualcuno l’ha già fatto per lui e lo sta osservando. E’ ancora Doc, il quale lo invita con un cenno ad appartarsi e quindi gli chiede di accettare di partecipare ad un altro grande colpo, nel corso del quale però, per la prima volta, Baby riceverà la stessa parte di bottino degli altri e quindi un sacco di soldi, a sentire il boss. Baby vorrebbe rifiutare ma le allusioni di Doc riguardo Debora e Joseph gli suggeriscono di non contraddirlo. Il ragazzo è un asso del volante ma non è crudele come gli altri componenti le squadre che mette assieme Doc e quindi quando il suo intervento può servire ad evitare che qualcuna delle persone vittime nei furti ci rimetta la pelle o soffra senza una vera ragione, non esita a fare in modo che ciò accada, anche se questa sua delicatezza d’animo finisce per essere notata da uno dei sui compagni. La grande rapina è organizzata a dovere da Doc e finirebbe con il solito successo, se non fosse che proprio in conseguenza di questa sua intima bontà d’animo, Baby è costretto ad agire diversamente dal piano previsto. Mentre i componenti la banda fuggono in ordine sparso e muoiono in conflitti a fuoco con la polizia, il giovane passa a prendere Debora e tentano a loro volta di dileguarsi. Quando il loro proposito sembra avviato positivamente, vengono bloccati su un ponte ad un posto di blocco e Baby decide di arrendersi. Finito in prigione, alcune vittime delle rapine testimoniano a suo favore al processo, per le attenzioni e la protezione che inaspettatamente hanno ricevuto da lui e quindi Baby ottiene un sostanzioso sconto di pena. Al termine della quale ad attenderlo c’è ancora Debora, così che possono prendere finalmente quella Route 20 che avevano sognato di percorrere verso un futuro migliore.

VALUTAZIONE: grazie ad un mix ben miscelato di ingredienti, il film del regista Edgar Wright è di volta in volta spettacolare, carico di adrenalina, brillante, musicale, divertente, cattivo e sarcastico in stile ‘tarantiniano’ ed al tempo stesso romantico ma senza scadere nello sdolcinato. Insomma un piccolo gioiello che non dovrebbe deludere una vasta platea di gusti e che Wright ha saputo orchestrare con grande equilibrio ed amalgama. La bravura degli interpreti, fra i quali spiccano la sempre più convincente Lily James, che fa innamorare Ansel Elgort ed una galleria di cattivi come Kevin Spacey, Jamie Foxx e Jon Hamm, rappresenta la ciliegina sulla torta di un’opera che semmai si rischia di sottovalutare, mentre sia a livello di sceneggiatura che di montaggio ed in tutti gli altri aspetti tecnico-realizzativi è difficile trovarle dei difetti.   

Alcuni anni fa era uscito un film diretto da un regista ‘cult’ come Walter Hill, intitolato ‘Driver l’Imprendibile‘, nel quale Ryan O’Neill interpretava la parte di un autista che assicurava la fuga ai malviventi che lo assoldavano per compiere le loro imprese e poi partire il più velocemente possibile per far perdere le loro tracce. ‘Baby Driver – Il Genio della Fuga‘, diretto dal sorprendente Edgar Wright, ne ripercorre i tratti ma aggiungendovi molto di suo ed il risultato è lusinghiero.  

Mentre il film appena citato si basava (se il lontano ricordo non m’inganna) su sequenze spettacolari calate però in un ambito di allegorica ribellione, la presente opera, interpretata fra gli altri da un diabolico Kevin Spacey (poco prima di essere travolto dallo ‘tsunami’ delle accuse di molestie nei confronti di alcuni suoi partner, che poi con effetto domino ha trascinato con sé alcuni altri nomi illustri di Hollywood), è multicolore, se così si può dire, perché svaria su numerosi generi, anche distanti e diametralmente opposti, che però armoniosamente ed anche sorprendentemente in questo caso diventano complementari fra loro, con un risultato complessivo decisamente piacevole ed anche inaspettato. Seppure di dietrologia sociologica in questo caso non è il caso di andarne a cercare.

Già l’inizio del film è fulminante e sembra tratto da una clip musicale. Il giovane protagonista, interpretato da Ansel Elgort (che fra le sue attività, oltre che attore, è anche un DJ), è in attesa in auto che i suoi compagni, appena entrati in una banca, concludano la rapina e lo raggiungano per fuggire a tutto gas. Nel frattempo lui si esibisce gestualmente dietro ad un brano dal sound trascinante, servendosi anche di alcuni componenti dell’automobile, come il volante ed i tergicristalli, per rendere ancora più realistica la sua performance, pur priva di un pubblico intorno.

Poi s’interrompe di colpo, quasi in perfetta coincidenza con l’arrivo dei suoi complici, per lanciarsi a tutta birra in una gimcana lungo strade, isolati, incroci ed autostrade, inseguito da un nugolo di auto della polizia, che riesce ad eludere quando, a più riprese, sembra oramai destinato ad essere bloccato, grazie ad alcune manovre impossibili da compiere al novantanove virgola novantanove per cento dei guidatori, uscendone infine illeso e vincitore, per così dire. Il sincronismo fra la musica da lui scelta ad accompagnare l’azione e la stessa, è voluto e segna una specifica del personaggio che lo accompagna lungo tutto il corso del film. La musica ha un ruolo molto più importante in questo caso di quello che, in accompagnamento alle immagini, ricopre solitamente.

Baby, questo è il suo strano nome per un maschio, è un bel giovanotto sulla ventina d’anni che ascolta musica di continuo, con gli auricolari collegati ai suoi iPod: ne porta sempre appresso più d’uno infatti. Ma gli piace anche catturare e registrare i dialoghi delle persone intorno a lui, che poi mixa a casa con una strumentazione ad hoc, creando delle cassette invero piuttosto originali di musica e parole estratte ed elaborate da quelle conversazioni. D’altronde fastidio con queste operazioni di ‘taglia e cuci’ sonoro non ne dà al suo patrigno, nel modesto appartamento dove vivono, dato che il vecchio nero è sordomuto ed in carrozzina, ma Baby lo assiste amorevolmente quando ritorna a casa. 

L’incongruenza di questa accoppiata, se vogliamo, dipende direttamente dall’incidente che ha segnato la vita di Baby quando era ancora un bambino ed i genitori sono morti, distratti a litigare mentre la madre guidava ed urlava rivolta al padre (in precedenza il bimbo lo ha visto alzare più volte le mani su di lei), senza riuscire a fare nulla per evitare l’impatto con il camion davanti a loro, sul quale sono andati a schiantarsi. Ne è uscito miracolosamente illeso Baby, se si escludono un paio di cicatrici sul viso e soprattutto un fischio continuo nelle orecchie, che la medicina definisce con il termine tecnico di acufene, per coprire il quale ascolta musica il più a lungo possibile…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Un Dollaro d’Onore’ e ‘El Dorado’

UN DOLLARO D’ONORE

Titolo Originale: Rio Bravo

 Nazione: USA

Anno:  1959

Genere: Western

Durata: 141’ Regia: Howard Hawks

Cast: John Wayne (John G. Chance), Dean Martin (Dude), Ricky Nelson (Colorado ‘Kid’ Ryan), Angie Dickinson (Feathers), Walter Brennan (Stumpy), Ward Bond (Pat Wheeler), John Russell (Nathan Burdette), Pedro Gonzalez Gonzalez (Carlos Robante), Estelita Rodriguez  (Consuelo Robante), Claude Akins (Joe Burdette), Walter Barnes (Charlie), Joe Gray (giocatore a carte), Bing Russell (Cowboy ucciso nel saloon), Bob Steele (Matt Harris)

TRAMA: Nel paese di frontiera Rio Bravo, lo sceriffo è John (G. come ‘Guaio’) Chance, un uomo di grande carattere, carisma e principi. Ad aiutarlo nel suo lavoro c’è Stumpy, un vecchio brontolone sciancato ma simpaticissimo e Dude, un uomo che una volta godeva di grande autorità e stima ma dopo una delusione amorosa si è fatto vincere dalla depressione e dall’alcol. Poco fuori dal paese c’è Nathan Burdette, un proprietario terriero, il quale si è circondato di uomini al soldo, con l’aiuto dei quali vuole imporre il suo predominio sul territorio. Suo fratello Joe è strafottente e scapestrato. Nel saloon scorge Dude in crisi di astinenza da alcol e non perde l’occasione per umiliarlo e deriderlo. Spara quindi a sangue freddo ad un cowboy che cercava soltanto di evitare che la mortificazione durasse troppo a lungo. L’intervento dello sceriffo è decisivo per ristabilire l’ordine ed incarcerare poco dopo Joe, che era uscito impunito dal saloon per entrare subito dopo in un altro, come se niente fosse accaduto. L’accusa per Joe è di omicidio e l’intento è di affidarlo alla polizia federale che impiegherà però qualche giorno prima di arrivare. Il carcere nell’ufficio dello sceriffo diventa perciò una sorta di fortino, controllato a vista dagli uomini di Burdette. Mentre Dude cerca di resistere al richiamo dell’alcol ed a riconquistare la fiducia di Chance e Stumpy si occupa del prigioniero con impegno pari alla soddisfazione di averlo fra le mani unita ad una buona dose di ironia, Burdette cerca di mettere pressione sullo sceriffo pur di liberare in tempo il fratello, ricorrendo ad agguati, prove di forza e persino ricatti di tipo psicologico per costringere Chance a cedere. Il giovane pistolero Colorado Kid nel frattempo si è unito a Chance, Dude e Stumpy, dopo che Burdette ha fatto assassinare il suo datore di lavoro Wheeler, un proprietario terriero onesto e benvoluto; uno dei pochi che aveva cercato di resistere allo strapotere dell’arrogante e cinico fuorilegge. Nel frattempo è arrivata in paese Feathers, una donna affascinante, al seguito di un baro, che viene ben presto smascherato. Chance ha ricevuto una segnalazione in tal senso, ma la donna, sin dal primo incontro con Chance, è rimasta colpita dalla sua personalità e coraggio. Usando tutta la sua civetteria, il rispetto e l’attenzione nei suoi riguardi, riesce a tenergli testa. Chance ne è lusingato ed al tempo stesso, tanto è abile con pistole e fucili, quanto è disarmato ed impacciato di fronte alla psicologia delle donne, specie se sono smaliziate come Feathers che sa quello che vuole e come ottenerlo. Comunque lo sceriffo vorrebbe che la donna lasciasse il paese temendo, se dovesse parteggiare per lui, che possa diventare a sua volta un bersaglio di Burdette e conta sull’aiuto di un folcloristico cinese che gestisce l’hotel dove Chance medesimo alloggia di solito, affinché si assicuri che parta con la prima carrozza disponibile. Il cerchio però si sta stringendo intorno ai quattro difensori della legalità e l’arrivo dei poliziotti federali è ancora troppo lontano per evitare lo scontro e persino la partenza della carrozza.

EL DORADO

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  1966

Genere: Western

Durata: 126’ Regia: Howard Hawks

Cast: John Wayne (Cole Thornton), Robert Mitchum (Sceriffo J.P. Harrah), James Caan (Alan Bourdillion Traherne ‘Mississippi’), Charlene Holt (Maudie), Paul Fix (dottor ‘Doc’ Miller), Arthur Hunnicutt (Bull Thomas), Michele Carey (Josephine ‘Joey’ MacDonald), R.G. Armstrong (Kevin MacDonald), Edward Asner (Bart Jason), Christopher George (Nelse McLeod), Marina Ghane (Maria), Robert Donner (Milt), John Gabriel (Pedro), Johnny Crawford (Luke MacDonald), Robert Rothwell (Saul MacDonald), Adam Roarke (Matt MacDonald), Victoria George (moglie di Jared), Jim Davis (Jim Purvis), Ann Newman-Mantee (moglie di Saul MacDonald), Diane Strom (moglie di Matt), Olaf Wieghorst (Swede Larsen), Don Collier (vicesceriffo Joe Braddock), John Mitchum (Elmer il barista), Anthony Rogers (dottor Charles Donovan), Dean Smith (Charlie Hagan)

TRAMA: Cole Thornton è un uomo abituato a contare solo su se stesso e sulla sua abilità con le pistole, offrendo i suoi servigi a chi gli garantisce una buona paga.  E’ però anche un uomo onesto e di sani principi. Quando è stato ingaggiato dall’allevatore Bart Jason, che spadroneggia nella valle di El Dorado, non era al corrente del fatto che quest’ultimo fosse un uomo cinico e senza scrupoli. Nel paese più vicino, lo sceriffo J.P. Harrah, un vecchio amico di Cole, venuto a conoscenza dell’accordo, gli racconta come stanno realmente le cose riguardo Jason e quindi Thornton decide di tornare da quest’ultimo per rinunciare all’incarico ed ai soldi dell’ingaggio. Sulla via del ritorno il giovane figlio di Kevin MacDonald (un altro allevatore della zona al quale Jason, giunto nella valle di El Dorado molto tempo dopo, sta rendendo la vita dura per costringerlo a vendere), posto di vedetta dal padre, spara a Cole. La pronta risposta di quest’ultimo però ferisce gravemente l’aggressore, ma Cole resta sorpreso ed amareggiato quando si rende conto che è un giovane, purtroppo colpito a morte. Luke, con una pallottola nell’addome, rivela a Thornton il suo nome ma non riuscendo a sopportare il dolore, si suicida con la sua stessa pistola. Cole carica il cadavere sul cavallo e lo porta sino alla fattoria dei MacDonald. Il suo racconto non è creduto da Joey, la sorella di Luke, mentre il padre apprezza il gesto e ritiene sincera la versione di Cole, il quale se ne va con l’amarezza nel cuore. Poco dopo però Joey, che lo ha preceduto sul percorso, gli tende un agguato da una roccia e gli spara con un fucile. La pallottola ferisce solamente Cole ma fingendosi morto riesce a cogliere di sorpresa la ragazza, limitandosi però a rispedirla alla fattoria dopo averla resa inoffensiva. La pallottola è finita però abbastanza vicina alla colonna vertebrale da procurargli in seguito ripetute paralisi temporanee al braccio destro, proprio quello che usa con la pistola. Il medico del paese dove viene condotto, appoggiato dallo sceriffo Harrah e da Maudy, una vecchia fiamma di Cole, gli consiglia di farsi operare da qualcuno più esperto di lui, ma Cole tergiversa ed alcuni mesi dopo è ancora sulla strada del ritorno a El Dorado. In un saloon si trova ad essere spettatore di un regolamento di conti fra un giovane che si fa chiamare Mississippi ed un assassino al servizio di un pistolero, Nelse McLeod. Armato solo di coltello, Mississippi, velocissimo ed abilissimo ad usarlo, sta completando la caccia all’ultimo dei quattro sicari che hanno ucciso un suo amico tempo addietro e che era solito portare un cilindro in testa, quello che da allora indossa lui. Completata l’opera, un amico della vittima vorrebbe subito vendicarlo ma l’intervento di Cole salva Mississippi. McLeod, che conosce bene la fama di Cole, cerca di convincerlo a lavorare con lui per conto di Jason, ma di fronte al rifiuto di Thornton lo informa che lo sceriffo Harrah nel frattempo è diventato un ubriacone a causa di una delusione amorosa e quindi con nulle possibilità di cavarsela, nonostante un tempo fosse un abile pistolero come loro. Ripreso il viaggio, Cole viene colto da un’altra paralisi temporanea e cade da cavallo, soccorso da Mississippi, che lo seguiva poco distante e non ha dimenticato l’aiuto ricevuto da Thornton. Nonostante avesse rifiutato in precedenza l’offerta dello stesso di unirsi a lui, ha infine deciso di accettare. Ad El Dorado quindi oltre allo sceriffo Harrah, seppure in pessime condizioni ed il suo vice, il vecchio Bull, si ritrovano solo Cole Thornton e Mississippi a difendere la legalità contro Bart Jason, il pistolero Nelse McLeod ed i molti uomini pagati per aiutarli. Lo scontro s’annuncia denso di colpi di scena e di colpi bassi da parte del prepotente Jason, sino all’immancabile duello finale.   

VALUTAZIONE: due classici del genere western girati dallo stesso regista Howard Hawks a distanza di sette anni uno dall’altro, con una trama simile e con lo stesso protagonista, John Wayne, affiancato da nomi e caratteristi di primo piano. Il confronto fra i due film pende leggermente a favore del primo, ma per chi avesse visto soltanto il secondo, si tratta di un’opera comunque di grande appeal. Lo stile di entrambi è contraddistinto dal mix collaudato di ironia e fermezza nei principi di amicizia, giustizia, senso del dovere e difesa del più debole dalle angherie del prepotente di turno. E’ un cinema di semplice lettura e volto al maschile, seppure le poche donne presenti nel cast hanno sempre un ruolo affatto secondario. I dialoghi, spesso anche brillanti e caustici, rappresentano un ulteriore valore aggiunto.

Ogni anno in questa stagione sulle TV, che siano in abbonamento, tematiche o cosiddette ‘generaliste’, immancabilmente vengono riproposti i classici del genere western. Anche i due film che propongo in un unico commento fanno parte di questa illustre lista, ma l’abbinamento non è casuale e la scelta non è estemporanea.

Innanzitutto il regista di entrambe le opere è un maestro del genere di appartenenza. Mi riferisco naturalmente a Howard Hawks, uno che viene addirittura dal cinema muto e che in seguito ha girato film che appartengono senza mezzi termini alla storia della settima arte, non necessariamente western, come ‘Il Grande Sonno‘ e ‘Gli Uomini Preferiscono le Bionde‘, ad esempio, ma proprio per citarne soltanto un paio. Le opere oggetto di questo commento appartengono invece al filone western che può contare, riguardo sempre Hawks ovviamente, su altri classici imperdibili come ‘Il Fiume Rosso‘, ‘Il Grande Cielo‘, preceduti anni prima da ‘Viva Villa!‘ e seguiti infine da ‘Rio Lobo‘ con il quale il regista americano ha addirittura chiuso la sua carriera.

Se il lettore non avesse ancora visto il breve filmato qui sopra, che gli autori dello stesso hanno realizzato alla stregua di un omaggio al film, gli suggerisco di farlo subito perché, oltre che ad alcune sequenze di ‘Un Dollaro d’Onore‘, si raccontano delle interessanti curiosità, come anticipa l’immagine stessa, che riguardano sia l’opera nel suo insieme, che gli attori e gli autori, permettendo meglio di comprenderne l’importanza ed il contesto storico.

Nel 1966 Howard Hawks girò ‘El Dorado‘, il suo penultimo film, quasi una fotocopia di ‘Un Dollaro d’Onore‘, con lo stesso John Wayne protagonista, affiancato nell’opera più recente da attori del calibro di Robert Mitchum ed il giovane James Caan, mentre in quella di sette anni prima, a condividere la scena c’erano Dean Martin, Angie Dickinson ed il giovane Ricky Nelson. Non mancano, sia in uno che nell’altro film, la figura del grande caratterista anziano e burbero, ma al tempo stesso che ispira immediata simpatia, oltreché rivelarsi un leale collaboratore della causa dei giusti e degli onesti. Nell’opera del 1959 interpretava questa parte il celeberrimo Walter Brennan, immortalato più volte in classici, sempre del genere western, di un altro grande regista come John Ford, mentre in quella più recente fa parte del cast il bravo Arthur Hunnicut, che ha lavorato più volte con Howard Hawks. Insomma, una sorta di ‘parterre de roi‘ che da solo vale, come si diceva una volta, il prezzo del biglietto. Il trailer qui sotto invece, proposto soltanto in lingua inglese, offre però l’occasione di sentire la voce originale degli interpreti. Curiosamente il doppiaggio di John Wayne, generalmente riconoscibile nella voce di Emilio Cigoli, nel caso di ‘El Dorado‘, per ragioni di produzione, è stato affidato a Renato Turi. Forse i più attenti noteranno la differenza timbrica. 

Quando qualcuno fece notare a Hawks che ‘El Dorado‘ si può considerare alla stregua di una riproposizione di ‘Un Dollaro d’Onore‘, egli reagì dicendo: ‘…non era affatto un remake. Hai mai letto Hemingway? Hai notato delle somiglianze fra le sue storie? Hemingway rubava sempre a se stesso. […] Se si fa un film che è un successo al botteghino, è naturale che venga la voglia di fare una versione differente dello stesso. Se poi un regista ha una storia che ama e vuole raccontarla, spesso guarda il film e dice: <potrei farlo meglio, se lo rifacessi>. E così io l’ho rifatto… (Da ‘Hawks on Hawks’). Curiosità vuole che anche la sua ultima opera ‘Rio Lobo‘ abbia una struttura narrativa che non è poi così dissimile, sempre con John Wayne al centro della vicenda, a difendere i valori fondamentali e la legalità.

E’ noto inoltre che sia Howard Hawks che John Wayne fossero di idee decisamente conservatrici ed entrambi non avevano apprezzato lo stile pessimista e critico dal punto di vista sociale teorizzato da Fred Zinnemann in ‘Mezzogiorno di Fuoco‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento a questo film), laddove lo sceriffo si era trovato a fronteggiare da solo i fuorilegge per mancanza di solidarietà e collaborazione, non soltanto da parte della popolazione locale, ma persino del suo vice e solo dopo avere avuto la meglio, la gente codarda era uscita di casa per compiacersi e stringersi intorno a lui, che a quel punto se n’era andato sdegnato, gettando per terra la stella di sceriffo, simbolo dell’ordine e del patriottismo. Sia ‘Un Dollaro d’Onore‘ che ‘El Dorado‘ rappresentano quindi un punto di vista opposto a quello proposto dal film di Zinnemann. Lo stesso Hawks lo ha confermato nell’intervista concessa a Peter Bogdanovich (regista a sua volta, fra l’altro, de ‘L’ultimo Spettacolo‘, clicca sul titolo…) con un giudizio franco e persino logico per il suo modo di pensare, che prescinde ed esclude analisi sociologiche e morali più complesse: ‘…è iniziato tutto con alcune sequenze viste in un film chiamato “Mezzogiorno di Fuoco”, nelle quali Gary Cooper corre in giro cercando aiuto e nessuno vuole dargliene: era una cosa stupida da fare, visto che poi alla fine riesce nell’impresa tutto da solo. Così mi dissi che potevo fare esattamente l’opposto e adottare un punto di vista professionale: come dice Wayne quando gli propongono aiuto: <se sono bravi li prendo, altrimenti dovrei prendermi cura anche di loro…>‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Professor Marston And The Wonder Women’

PROFESSOR MARSTON AND THE WONDER WOMEN

Titolo Originale: Professor Marston and the Wonder Women

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Drammatico, Biografico

Durata: 108’ Regia: Angela Robinson

Cast: Luke Evans (William Moulton Marston), Rebecca Hall (Elizabeth Holloway Marston), Bella Heathcote (Olive Byrne), Connie Britton (Josette Frank), JJ Field (Charles Guyette), Oliver Platt (Max Gaines), Allie Gallerani (Sara), Alexa Havins (Molly Stewart), Maggie Castle (Dorothy Roubicek), Chris Convoy (Brant Gregory)

TRAMA: William Marston è sottoposto ad interrogatorio da parte di una commissione etica alla quale deve confutare le accuse di immoralità rivolte alla figura di Wonder Women, un fumetto di sua creazione. Alcuni adolescenti intanto raccolgono e poi bruciano numerose pubblicazioni dello stesso personaggio. William, di fronte alle domande incalzanti della donna che presiede il comitato, racconta la sua storia alla quale la figura fantastica di Wonder Women è direttamente collegata, partendo da quando era inventore e professore di psicologia nella prestigiosa università di Harvard e la moglie Elizabeth gli faceva da assistente. A quel tempo la coppia stava sperimentando anche una macchina che è in grado di monitorare le reazioni emotive di chi vi si sottopone, cioè se sta dicendo la verità o meno. Quando l’insegnante chiese alle allieve che una di loro si offrisse per diventare loro assistente per un prossimo esperimento di psicologia, Olive Byrne, figlia e nipote di due famose sorelle femministe che sono state un mito per William e Elizabeth, è stata la prima a segnarsi nel foglio appeso fuori dall’aula. La sua avvenenza però aveva costretto Elizabeth a sperimentare da vicino la gelosia e la sua prima reazione era stata minacciosa, nel caso la giovane avesse delle mire riguardo il marito. Esterrefatta e delusa, Olive avrebbe voluto rinunciare, ma William facendo appello alle idee di tolleranza e fiducia nelle quali lui e la moglie hanno sempre creduto, aveva convinto Elizabeth e poi la giovane ad accettare la loro natura fuori dalle righe ed anzi ad unirsi a loro nel portare avanti gli esperimenti sulla macchina della verità. Nonostante Olive cercasse di nascondere i suoi sentimenti, per non creare un conflitto con Elizabeth della quale era ammiratrice, ne era nato comunque in breve tempo un ménage à trois, etero ed anche bisessuale fra le due donne, subito dopo la rottura del fidanzamento fra Olive ed il suo fidanzato ed un test effettuato con la macchina della verità che aveva rivelato, nonostante i ripetuti no, i suoi sentimenti per entrambi. Un rapporto però che andava contro la consuetudini e quindi era incorso nel giudizio della comunità con la quale avevano dovuto ben presto fare i conti. L’università difatti aveva licenziato William ed il trio, che nel frattempo aveva acquisito un perfetto equilibrio sentimentale ed erotico, era stato costretto a trasferirsi altrove, dove potevano spacciarsi ancora per una coppia che ospitava un’amica rimasta troppo presto vedova, perché nel frattempo Olive era rimasta incinta ed aveva partorito già due volte. Nel frattempo William, per sbarcare il lunario ed ispirandosi alla storia della sua famiglia allargata, si era inventato un personaggio dei fumetti che era sinonimo di trasgressione ma anche di originalità ed emancipazione per le donne, cioè Wonder Women, una eroina dai poteri soprannaturali. Il fumetto aveva ottenuto un successo quasi immediato, nonostante o forse proprio per la scabrosità delle scene disegnate che proponeva. Anche Elizabeth era diventata mamma e la famiglia era cresciuta di numero senza che la particolarità della sua costituzione incidesse in alcun modo nei rapporti fra i loro figli. Inoltre gli esperimenti sulla macchina della verità avevano avuto successo perché i tre avevano scoperto che i cambiamenti repentini della pressione sanguigna nel soggetto sottoposto al test, determinano l’intensità del movimento dell’ago, quando la risposta non è veritiera. Tutto sembrava andare nel modo migliore sinché un giorno una vicina di casa, mentre i figli erano a scuola, aveva colto per caso i tre nel salotto di casa loro in atteggiamenti amorosi inequivocabili e ad orribilmente sconvenienti ai suoi occhi. Nei giorni a seguire la famiglia allargata si era ritrovata isolata dalla comunità locale ed i figli erano tornati da scuola con i segni del bullismo subito dai compagni. La crisi aveva costretto Elizabeth a chiedere a Olive di separarsi da loro, nonostante i figli vivessero lo strappo come una decisione dolorosa ed anche incomprensibile. Il ripristino della normalità sociale non era servito però a restituire la serenità nella casa di William ed Elizabeth e quest’ultimo, tornando al presente, esce dall’interrogatorio sbattendo la porta, ma sulle scale viene colto da un malore che in ospedale si manifesta come qualcosa di peggiore. La malattia riavvicina i tre, la cui storia è destinata a cambiare ancora, in senso opposto alla prassi dei costumi vigenti.  

VALUTAZIONE: una vicenda tratta da una storia vera, decisamente fuori dai canoni che vede tre persone, un uomo e due donne, uscire dalla consuetudine dei costumi per vivere una liaison a tre d’inevitabile impatto etico e sociale, senza badare alle conseguenze che la loro scelta avrebbe inevitabilmente scatenato da parte della società convenzionale. Nonostante la scabrosità del tema, il film di Angela Robinson non specula sul lato erotico della storia, ritenendo più interessante analizzare quello emotivo e psicologico, ai quali fanno da corredo l’invenzione della macchina della verità ed il caso del trasgressivo fumetto Wonder Women, usciti entrambi dalla mente creativa e fuori dall’ordinario del professor William Moulton Marston. Un’opera decisamente sui generis che merita la visione, lasciando il giudizio morale sulla vicenda umana dei protagonisti alla sensibilità di ogni singolo spettatore.  

Sono almeno quattro le curiosità che propone quest’opera diretta da Angela Robinson. La prima riguarda la stessa regista, dichiaratamente lesbica, che si è cimentata in questa storia che contiene, fra l’altro, evidenti spunti, riguardo le due protagoniste almeno, di natura bisessuale. La seconda, direttamente conseguente alla prima, è la stravaganza della liaison a tre fra il professor William Moulton Marston, sua moglie Elizabeth e l’allieva Olive Byrne, perché non si tratta del classico triangolo. Di solito, in situazione del genere almeno uno/una dei tre sfrutta la situazione a suo vantaggio, per egoismo e piacere suo, a scapito di un’altra/altro che viceversa subisce e soffre l’imposizione, ammesso che sia a conoscenza di essere coinvolta/o in una relazione fuori dall’ordinario. In questo caso invece, se si esclude l’imbarazzo ed anche la non accettazione da parte di Olive prima ed Elizabeth poi nella fase di preludio del ménage à trois, per così dire, nel prosieguo l’armonia e l’intesa fra i tre è assolutamente voluta, ideale e soddisfacente, senza ipocrisie, conflitti e limiti di genere e neppure di fantasia in ambito sessuale. La terza e la quarta curiosità riguardano rispettivamente la macchina della verità ed il fumetto Wonder Women. Di entrambi vedremo meglio in seguito le implicazioni, anche se quest’ultimo personaggio appare in bella mostra pure nel titolo del film e da una sorta di processo al fumetto creato da Marston, la trama muove i primi passi e poi ci ritorna su più volte, essendo la sua storia per molti versi ispirata e sovrapponibile a quella del triangolo costituito dallo stesso professore con le sue due donne.  

Nonostante la nostra cultura sia monogama, nei sogni di molti uomini (e forse anche di molte donne) alberga la prospettiva di poter convivere armoniosamente con due partner, la più giovane delle quali, comunque ventiduenne, nel caso in oggetto, si è volontariamente unita a William ed Elizabeth e come afferma lo stesso professore è: ‘…molto bella, ingenua, gentile, buona di cuore…‘, mentre la moglie per lui è, detto un po’ sul serio ed un po’ per scherzo: ‘…intelligente, focosa, simpatica e una stronza di primo grado…’. Ma subito dopo aggiunge: ‘…Insieme siete la donna perfetta…‘. Ed è proprio questo connubio che, nei sogni di quelli che citavo prima, potrebbe realizzarsi mettendo assieme due figure complementari l’una all’altra, escludendo ovviamente che lo stesso mix non diventi invece un incubo al quadrato per chi lo ha voluto perseguire.

Di certo Elizabeth meriterebbe, alla stregua del marito, la cattedra ad Harvard per la quale sta proponendo da tempo la sua candidatura, senza ottenere però una risposta affermativa, forse proprio per ragioni di genere, come lei stessa arriva a concludere delusa. Da tenere conto che la vicenda è ambientata negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale quando le donne avevano certamente più difficoltà ad inserirsi in ruoli sino ad allora destinati quasi esclusivamente agli uomini.

Il film di Angela Robinson, sceneggiato dalla stessa regista nativa di San Francisco, che in precedenza ha firmato solo un paio d’opere, l’ultima delle quali risale addirittura al 2005 ed era di tutt’altro genere (‘Herbie – Il super Maggiolino‘), racconta una storia realmente accaduta ed inizia con un paio di sequenze che sono riferite e saranno anche riproposte in momenti più vicini alla conclusione della stessa. Gran parte del film infatti è un lungo flashback che il professor William Moulton Marston rivive durante l’interrogatorio nel tentativo di difendersi dalle accuse della commissione che si occupa di difendere l’integrità morale dei più giovani. Un rogo sta avvenendo intanto all’esterno, ad opera di alcuni giovani, evidentemente condizionati e spinti dai loro genitori, di un folto numero di giornaletti di fumetti‘, come li chiamavamo nella preadolescenza, nello specifico incentrati sulle avventure di Wonder Women. Sembra perciò di assistere ad una sorta di sentenza già scritta e le immagini portano immediatamente alla memoria esempi aberranti di censura editoriale, politica e morale narrati in ‘Fahrenheit 451‘ da George Orwell, oppure ad opera dei nazisti che bruciavano i libri considerati immorali e diseducativi dopo l’avvento al potere del Reich, fatti ovviamente i dovuti distinguo.

Marston è incalzato dalle domande della donna che presiede il comitato e che lo accusa di aver creato un personaggio dei fumetti dedito al bondage, alla violenza, alla lussuria, insomma un esempio esecrabile per i giovani ai quali quel prodotto è fondamentalmente destinato. Poco conta che Wonder Women ha avuto un successo strepitoso, prima di essere messo all’indice, forse perché, come il professore stesso sottolinea, lo ha costruito in base all’osservazione dei comportamenti dei giovani medesimi e quindi suscita facilmente il loro interesse perché parla il medesimo linguaggio ed è al contempo una metafora dell’emancipazione femminile che si esplica ‘…nel rispettare le donne potenti ed insegna ai giovani a sottomettersi ad un’autorità caritatevole…‘, come afferma lui stesso con convinzione e forza. Per il giudice donna invece non ci sono dubbi: ‘…Wonder Women è piena di violenza, tortura e sadomasochismo…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…