Libro: ‘L’Uomo Del Labirinto’

L’UOMO DEL LABIRINTO

Di Donato Carrisi

Anno Edizione 2017

Pagine 400

Costo € 16,15

Ed. Longanesi (collana ‘La Gaja Scienza’)

TRAMA: Samantha Andretti ha ricevuto un messaggio d’invito da un compagno di scuola molto conteso fra le sue coetanee. E’ incredula che Tony Baretta l’abbia scelta fra tante e quando esce di casa per andare all’appuntamento, si sofferma a guardarsi sullo specchietto retrovisore di un furgone per verificare il fondotinta sotto gli occhi, ma alle sue spalle appare la maschera di un coniglio con gli occhi a forma di cuore e poi il buio. Si ritrova in un letto di ospedale ma nel frattempo sono passati quindici anni dal suo rapimento e il dottor Green è il ‘profiler’ incaricato di gestire psicologicamente il trauma e lavorare con lei affinché attraverso i ricordi di quella terribile esperienza si possa arrivare a catturare il colpevole. Venuto a conoscenza dell‘incredibile ritrovamento, l’investigatore privato Bruno Genko, che a seguito di una diagnosi infausta ha saputo di avere i giorni contati, torna con la memoria a quindici anni prima, quando i genitori di Sam lo avevano profumatamente pagato per trovare la loro figlia, ma lui si era ben presto rassegnato di fronte alla totale assenza d’indizi ed aveva abbandonato le indagini. Quel caso rappresenta comunque un bruciante fallimento personale al quale ora intende rimediare per lenire il rimorso, a seguito dell’inaspettato ritrovamento e visto che non ha più nulla da perdere. Sam, il diminutivo con il quale si faceva chiamare Samantha da adolescente, con grande fatica inizia a ricordare i momenti drammatici che ha vissuto dentro una sorta di labirinto, in qualche remoto scantinato, lontana dalla luce, dai rumori e da ogni contatto, a parte il suo carceriere. Il quale la costringeva a partecipare a malsani rompicapi e soltanto a soluzione raggiunta la giovane otteneva un premio, banale quanto indispensabile, come poter mangiare, dormire e persino fare i suoi bisogni in maniera non umiliante. In quella situazione di sottomissione, Sam è stata stuprata ed ha subito una pressione e violenza psicologica tali, da esserne rimasta come infettata per sempre. Seppure molto lentamente, piano piano però prende fiducia nel ‘profiler’ e si convince di poter finalmente tornare ad una vita di relazione e, per iniziare, riabbracciare il padre, dato che la madre nel frattempo purtroppo è mancata. Una guardia staziona permanentemente fuori dalla porta della sua stanza. Accanto al letto c’è persino un telefono che però Sam non ha il coraggio di usare e d’altra parte non ricorda alcun numero da chiamare. Quando un giorno suona improvvisamente, lei ne è spaventata e non solleva la cornetta. Il dottor Green la rassicura dicendo che è stato sicuramente qualcuno che ha sbagliato numero. Sam è stata ritrovata nuda, con una gamba rotta ed ai margini di un bosco, dapprima soccorsa da un automobilista, che poi però non se l’è sentita di andare sino in fondo è si è limitato ad avvisare la polizia. La confusione nella sua testa è tale che Samantha continua a rivivere gli stessi incubi che per lei però, non solo per una questione d’assuefazione, sono tutt’altro che finiti.   

VALUTAZIONE: un giallo-thriller che si snoda fra momenti d’azione ed altri di natura psicologica, in una struttura a sua volta labirintica con un finale pirotecnico ma sul quale pesano non pochi dubbi e tortuosità. La prosa di Carrisi comunque è incalzante ed avvolgente, difficile non restarne colpiti.

Nella precedente recensione sul romanzo ‘La Ragazza Nella Nebbia‘, poi trasposto in film e diretto dalla stesso scrittore Donato Carrisi, accennavo al fatto che avevo trovato curioso che l’autore avesse scelto d’iniziare la storia il 23 febbraio, una data per me particolarmente importante.

Figurarsi quindi la sorpresa, aprendo il tomo de ‘L’Uomo Del Labirinto‘ nel leggere questa frase di apertura, considerando oltretutto che la storia di quest’ultimo non ha alcuna relazione con la precedente: ‘Mentre per la maggioranza dell’umanità quel 23 febbraio era solo un mattino come un altro, per Samantha Andretti poteva essere l’inizio del giorno più importante della sua giovane vita…‘. Evidentemente anche per Carrisi quello specifico giorno dell’anno ha un significato che va oltre la casualità.

Ovviamente la coincidenza nulla ha a che fare con l’opinione conseguente la lettura di quest’ultimo romanzo dello scrittore pugliese. Ancora una volta un giallo-thriller, genere sul quale Carrisi si è evidentemente specializzato e come dargli torto, visto il successo delle opere precedenti, non più solamente limitato al nostro paese. E’ facile anche supporre che pure quest’ultima fatica finirà per avere una versione cinematografica, avendone tutte le caratteristiche e considerando che l’autore, come sappiamo dal romanzo precedente, trasposto appunto in film, si è già misurato dietro la macchina da presa con lusinghieri risultati, confermato dal David di Donatello appena ricevuto come miglior regista esordiente.

L'uomo del Labirinto 01Come nell’opera precedente, anche in questo caso al centro della vicenda c’è la scomparsa di una giovane nel momento in cui sta per sbocciare. Samantha o Sam, come la chiama affettuosamente chi l’ha più in confidenza, è sparita letteralmente nel nulla quella fatidica data citata all’inizio e nessuno è stato più capace di trovarne le tracce.

Nemmeno l’investigatore privato Bruno Genko, un tipo che ha tutte le caratteristiche psicosomatiche, inclusi i difetti, dell’uomo che piace tanto alle donne, anche sapendo che è per tipologia assolutamente inaffidabile e quindi ogni tipo di relazione con lui è destinata ben presto a naufragare nella delusione. L’ultima vittima della serie, Linda, ne è ancora innamorata e teme che stia pensando al suicidio, specie da quando Bruno le ha rivelato la combinazione della cassaforte di una stanza d’hotel che ha prenotato per un settimana e dove ha depositato un plico che lei dovrebbe aprire solo dopo la sua morte. Linda non si rassegna a perderlo e cerca di scuoterlo dicendogli di non scordare mai che ‘…finché c’è aria nei polmoni, non è finita!…‘.

Insomma, Genko sarebbe un’ideale figura da sfruttare in una lunga serie di romanzi, alla stregua di altri noti autori: da Camilleri con Montalbano, a Bruno Morchio con Bacci Pagano, ad esempio, solo per restare ad alcuni nomi nostrani. Senonché a Donato Carrisi evidentemente piace andare controcorrente ed il personaggio di molte possibili successive avventure, diventa invece in questa sua ultima opera un investigatore privato che ha i giorni contati, come certifica la diagnosi spietata appena ricevuto. Il quale ha maledettamente fretta di compiere un gesto utile per lasciare perlomeno un buon ultimo ricordo. E’ inevitabile però che il lettore finisca per affezionarsi a questa figura fuori dalle regole, sino a sperare nel corso del racconto che si sia trattato solo di un macabro errore, magari un banale quanto fortuito scambio di persona. Oppure che il suo creatore letterario lo grazi infine con una guarigione miracolosa…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’Continua a leggere…

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Libro e Film: ‘La Ragazza Nella Nebbia’

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Di Donato Carrisi

Anno Edizione 2017

Pagine 373

Costo € 12,66

Ed. Longanesi (collana ‘La Gaja Scienza’)

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2017

Genere: Giallo, Thriller

Durata: 127’ Regia: Donato Carrisi

Cast: Toni Servillo (Ispettore Vogel), Alessio Boni (Prof. Loris Martini), Lorenzo Richelmy (Agente Borghi), Galatea Ranzi (Stella Honer), Jean Reno (Dr. Flores), Antonio Gerardi (Avv. Giorgio Levi), Michela Cescon (Agente Maier), Lucrezia Guidone (Clea), Daniela Piazza (Maria Kastner), Thierry Toscan (Bruno Kastner), Jacopo Olmo Antinori (Mattia), Marina Occhionero (Monica), Ekaterina Buscemi (Anna Lou Kastner), Sabrina Martina (Priscilla), Greta Scacchi (Beatrice Leman)

TRAMA: La piccola comunità di Avechot, paese immaginario del Sud Tirolo, è stata sconvolta nei giorni immediatamente precedenti il Natale dal rapimento di Anna Lou, una ragazzina di sedici anni dai lunghi capelli rossi, avvenuto in circostanze misteriose, mentre si stava recando dalla sua casa alla vicina chiesa. Alcuni mesi dopo l’ispettore Vogel, a capo delle indagini, viene soccorso alle porte del paese, dopo essere uscito di strada con la sua auto mentre guidava nella nebbia. Non ha subito ferite ma sui suoi vestiti ci sono delle macchie di sangue. In apparente stato confusionale, Vogel viene affidato al Prof. Flores, lo psichiatra del luogo. Vogel è un ispettore dal passato ambiguo: intuitivo, deduttivo, ma anche ambizioso e privo di scrupoli, ama farsi riprendere dalle telecamere dei media. Alla reporter Stella Honer, non meno sensibile alla spettacolarizzazione, ha riservato un ruolo privilegiato nel far uscire ad arte le notizie. Servendosi quindi dell’Agente Borghi, che gli è stato affidato come collaboratore, sin dall’inizio di quest’ultima indagine Vogel ha agito in modo che i media dedicassero al caso di Anna Lou la maggiore risonanza possibile. Vogel deve infatti recuperare popolarità a seguito della infelice conclusione del caso precedente, il cosiddetto ‘mutilatore’, nel corso del quale ha agito in maniera da aggiustare le prove, che poi sono state smentite mettendo in serio dubbio la sua credibilità. La comunità di Avechot è molto chiusa e religiosamente devota. Anna Lou è un’adolescente che non ha mai dato segni di ribellione, quindi la sua scomparsa per l’ispettore è da ricercarsi all’interno della stessa comunità. Partendo da un coetaneo di Anna Lou che la filmava di nascosto, Vogel arriva ad identificare, nel proprietario di un fuoristrada bianco che appare in alcune sequenze, il probabile indiziato. Si tratta del professor Loris Martini, insegnante nella locale scuola, ma non nella classe della rapita. Martini abita da poco tempo ad Avechot con Clea, la moglie e Monica, la figlia adolescente. Si sono rifugiati in quel luogo remoto per ricostruire un rapporto messo a serio rischio da una relazione extraconiugale di Clea. Il sospetto, la pressione dei media ed alcuni indizi sono sufficienti per additare Loris come il responsabile del rapimento e per Vogel per dimostrare ai numerosi network che hanno invaso Avechot, quanto è stato bravo ad incastrarlo. Ci sono però tre fatti che mettono in dubbio il successo dell’ispettore: il primo è che qualcuno sta inviando dei messaggi sul suo cellulare dove c’è scritto, a proposito del sospettato, che ‘..non è il colpevole’. Il secondo è che lui stesso, ancora una volta, ha inquinato le prove. Il terzo è che ad Avechot trentanni prima è avvenuto qualcosa che è difficile non mettere in relazione con quest’ultimo avvenimento.    

VALUTAZIONE: nel grande mare dei giallisti a livello internazionale, Donato Carrisi si distingue non solo per aver scritto un romanzo coinvolgente, ben architettato ed attuale per le tematiche che affronta, ma anche per aver diretto lui stesso il film dal quale è tratto il racconto, con notevole padronanza del mezzo, pur essendo un esordiente. Le omissioni o modifiche rispetto al romanzo sono quindi funzionali alla destinazione d’uso. Toni Servillo domina la scena con la sua bravura e carisma.

N.B.= il testo colorato diversamente ed in alternanza rispecchia le tonalità che utilizzo di solito nel commentare un libro o un film, giusto per distinguere l’uno dall’altro. In questo caso, trattandosi di un commento condiviso, anche i colori sono distribuiti equamente.

Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità… Ma in fondo che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?…‘. Su queste massime, conseguenti una all’altra e proferite in tempi diversi da due fra i protagonisti, si fonda la provocatoria morale del romanzo e del film di Donato Carrisi.

L’aspetto curioso di entrambe queste affermazioni è che al tempo stesso mettono in risalto alcune contraddizioni sulla funzione dei media, in un procedimento circolare però che include sia il romanzo che il film, essendo questi ultimi a loro volta parte del medesimo sistema mediatico.

Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità…‘, dice il prof. Martini rivolgendosi all’ispettore Vogel ed è una frase che si può applicare a molte situazioni non necessariamente di natura criminale ma non di meno, sia a chi un atto del genere lo commette, come a chi invece è delegato il compito di perseguirlo. In entrambi i casi infatti, pur da punti di vista diversi, può nascere l’aspettativa di vedersi riconosciuto il merito della popolarità, se così si può dire, innescata dall’eco mediatica. Una strumentalizzazione quindi non solo per necessità di ruolo, bensì pure per vanità personale, appunto. I personaggi dell’ispettore Vogel e della reporter Stella Honer ne sono un’evidente testimonianza anche se stanno, come si dice di solito, dalla parte della legge e quindi, altrettanto di solito ma non obbligatoriamente, dei buoni.

‘Ma in fondo che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?…‘: non di meno questa conclusione trova una sua spiegazione nel fatto che viviamo un’epoca nella quale l’informazione viene diffusa molto velocemente e capillarmente, grazie appunto ai media. I quali, per quanto possano mostrarsi dispiaciuti ed al tempo stesso dover rimanere professionalmente distaccati nel commentare i più tragici avvenimenti dei quali danno notizia nei TG e nei programmi di analisi conseguenti che producono, contemporaneamente ne traggono il massimo giovamento in termini di ‘share’ o ascolti che dir si voglia. E quindi anche dal punto di vista economico, accresciuto dall’eventuale esclusiva e tempestività nel portare, specialmente le cattive notizie, al più alto numero possibile di spettatori e meglio ancora se qualche network riesce persino ad anticipare la concorrenza.

Non di meno l’eco mediatica è fonte di ostentazione ed accresce l’ego degenerato di chi quei crimini li commette. C’è quindi un evidente contrasto fra gli avvenimenti che la paraplegica giornalista Beatrice Leman (interpretata nel film da una irriconoscibile ma sempre brava Greta Scacchi) aveva tentato di portare alla luce trentanni prima, non fosse altro per il numero delle vittime ed invece la risonanza del caso di Anna Lou, la ragazzina sedicenne sparita nel nulla qualche giorno prima di Natale di un anno qualsiasi ma che possiamo ritenere abbastanza recente. A proposito del quale qualcuno vi ha letto un parallelismo con la vicenda di Yara Gambirasio.

La Ragazza della Nebbia 01Di quei fatti lontani avvenuti nell’immaginaria e remota località dolomitica di Avechot, nessuno ne conserva la memoria e conseguentemente il sottile legame che esisteva fra le persone coinvolte. Che sia stato possibile per l’imperizia di chi aveva condotto allora le indagini, o comunque non aveva compreso che dietro quei singoli casi di sparizione c’era un disegno comune, non è dato sapere. Semmai è sicuro che a quel tempo l’informazione, così come ne usufruiamo oggi, non esisteva ancora, essendo cresciute esponenzialmente le tecniche della comunicazione soltanto in seguito. L’autore di quegli eventi non aveva alcun interesse perciò a vantarsene, per poter continuare a gestire in relativa tranquillità e anonimato la sequenza dei grani di quel nefasto rosario. Anche perché dalla notorietà inevitabilmente relegata alla cronaca locale, non ne avrebbe tratto granché vantaggio in termini di clamore. A meno che, naturalmente, non fosse proprio quest’ultimo che invece voleva evitare…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’Continua a leggere…

Libro e Film: ‘Colazione da Tiffany’

COLAZIONE DA TIFFANY

Di Truman Capote

Anno Edizione 1959

Pagine 199

Costo € 8,42

Ed. Garzanti (collana ‘Libri Vintage’)

TRAMA: Lo scrittore Paul Varjak, prendendo a pretesto la foto scattata in Africa di un viso scolpito su legno che sembra la copia esatta del ritratto di Holly Golightly, sua particolarissima vicina di casa, ne racconta la storia. Holly abitava l’appartamento sotto il suo. Era molto giovane, sulla cassetta della posta aveva scritto ‘in transito’ ma era molto sicura di sé, seppure soltanto dentro la gioielleria Tiffany si sentiva veramente in pace con se stessa. Nel frattempo conduceva una vita equivoca nei locali notturni di New York dove frequentava uomini molto più anziani, ma anche benestanti, che la mantenevano. Esclusa la camera da letto, il suo appartamento, che condivideva con un gatto rosso senza nome, era disseminato di scatoloni, come se fosse sul punto di trasferirsi altrove. Holly rientrava sempre a notte fonda ed incurante delle chiavi del portone, suonava all’inquilino del terzo piano, un fotografo di origine giapponese, il quale ovviamente reagiva protestando, ma lei lo chetava promettendogli di ricambiare il disturbo facendosi scattare alcune foto, che lui ambiva da tempo. Tutti i giovedì si recava a Sing Sing per trovare un vecchio mafioso, Sally Tomato, del quale si era fatta passare per nipote e che tramite il suo avvocato le passava ogni volta un centone in cambio di alcune sibilline previsioni sul tempo. Una notte aveva suonato a Paul e da allora erano diventati confidenti, specie dopo quella volta che Holly, passando dalle scale di sicurezza, si era introdotta nel suo appartamento, svegliandolo di soprassalto, per sfuggire ad un amante ubriaco con il quale era rientrata a casa. La loro amicizia, priva d’implicazioni sessuali, s’alimentava di reciproche confidenze, complicità ed anche di alti e bassi. Lei lo chiamava come il fratello Fred, al quale Paul somigliava e che era stato chiamato nell’esercito per assolvere gli obblighi di leva. Sinché un giorno, un uomo piuttosto avanti con l’età si era presentato a Paul dopo averlo pedinato, identificandosi come il veterinario Doc Colightly, marito di Holly, dal quale lei era fuggita e che anni addietro l’aveva adottata assieme al fratello Fred. I due giovani avevano perso i genitori ed erano stati affidati dai servizi sociali ad una famiglia dalla quale erano fuggiti a causa dei maltrattamenti subiti. Doc aveva cercato invano di convincere Holly a tornare a casa con lui. Lei però aveva altri obiettivi e dopo una fallita relazione con il miliardario Rusty Tawler, anche i rapporti con Paul avevano subito una rottura a seguito di un litigio. La notizia della morte di Fred in un malaugurato incidente aveva sconvolto Holly e Paul si era riavvicinato a lei per consolarla. La ragazza in seguito si era legata ad un ricco diplomatico brasiliano dal quale era rimasta incinta e contava di trasferirsi in Brasile per sposarlo. Il giorno del compleanno di Paul, lei lo aveva invitato ad una cavalcata in Central Park ma per salvarlo dal cavallo, che era stato imbizzarrito da alcuni maldestri ragazzini, Holly aveva perso il bambino. Al ritorno dall’ospedale però era stata arrestata dalla polizia, la quale aveva scoperto che Tomato dal carcere riusciva comunque a gestire i suoi traffici, grazie proprio a quei messaggi in codice sulle previsioni del tempo che passava a Holly. Il diplomatico brasiliano per evitare pubblicità negativa aveva rotto immediatamente con lei, ma nonostante ciò era intenzionata ad andare ugualmente in Brasile per cambiare vita. Paul era riuscito a farla liberare dietro cauzione, pagata da un facoltoso uomo d’affari con il quale la ragazza aveva avuto dei trascorsi e che le era rimasta simpatica. Paul aveva quindi cercato di dissuaderla dal fuggire per evitare guai peggiori con la giustizia. Mentre la stava accompagnando in taxi all’aeroporto sotto una fitta pioggia, Holly aveva fatto fermare l’auto e scendendo aveva abbandonato il gatto, al quale era legata da tempo, in una via di periferia, lasciandolo fradicio ma soprattutto libero, a suo dire, così come si era sempre sentita anche lei.

COLAZIONE DA TIFFANY

Titolo Originale: Breakfast at Tiffany’s

 Nazione: Italia

Anno:  1961

Genere: Commedia

Durata: 115’ Regia: Blake Edwards

Cast: Audrey Hepburn (Holly Golightly), George Peppard (Paul Varjak), Martin Balsam (O.J. Berman), Patricia Neal (Liz Failenson), Buddy Ebsen (‘Doc’ Golightly), Mickey Rooney (Sig. Yunioshi), Dorothy Whitney (Mag Wildwood), José Luis de Vilallonga (José De Silva), Stanley Adams (Rusty Trawler), John McGiver (commesso di Tiffany), Alan Reed (Sally Tomato), Claude Stroud (Sid Arbuck), Robert Patten (Sig. O’Shaughnessy)

TRAMA: La trama del film si differenzia nei fatti dal romanzo per alcune sequenze e particolari che però non sono di poco conto. Fra i più significativi, la figura del barista John Bell, innamorato segretamente di Holly e grazie al quale comincia il romanzo, nel film è quasi del tutto ignorata. Paul è uno scrittore che non ha mai combinato nulla di buono: ha scritto un solo libro, che non ha letto quasi nessuno e si fa mantenere da un’amante sposata che lascia soltanto quando s’innamora di Holly. Paul, dopo aver lasciato l’amante, essendo innamorato di Holly, la cerca a casa e per strada, confondendola con altre donne, sinché la trova per caso in biblioteca, ma il suo entusiasmo viene soffocato da Holly che lo bistratta sinché Paul la lascia dopo una scenata. La sequenza dentro Tiffany con il simpatico e pazientissimo commesso, nel romanzo non esiste e neppure la cavalcata a Central Park, anche perché Holly non aspetta alcun figlio dal diplomatico brasiliano. Il finale poi è completamente diverso nel film: il gatto abbandonato da Holly viene in questo caso recuperato da lei medesima che, pentita, torna a riprenderlo poco dopo ed infine si abbandona nelle braccia di Paul in un classico lieto fine che nel libro di Truman Capote non c’è. 

VALUTAZIONE: Due modi diversi di raccontare una storia non solo per quanto riguarda il finale, ma anche nella caratterizzazione dei protagonisti, che nella versione cinematografica sono decisamente edulcorati rispetto al romanzo di Truman Capote. Il libro infatti racconta una storia piuttosto trasgressiva rispetto alla consuetudine del tempo mentre il film ne sorvola gli aspetti più provocatori. L’interpretazione di Audrey Hepburn ha contribuito non poco al successo della pellicola che è considerata fra i ‘cult’ del genere di appartenenza.

…È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo…‘.

Colazione da Tiffany 30Doc è una figura piuttosto controversa che appare sia nel libro che nel film (a proposito, il colore alternato del testo è voluto, essendo una recensione riferita contemporaneamente ad un film ed un libro). E’ il marito di Holly e su ciò non ci sarebbe nulla di strano, se non si guarda alle rispettive età ed alle vicende che hanno portato alle nozze, così come sul fatto che va a cercarla a New York, dopo un po’ di tempo che lei se n’è andata da casa senza più tornare, per lui senza ragione.

Colazione da Tiffany 14Mentre Holly (che Doc chiama con il suo vero nome di Lula Mae) nel romanzo spiega il suo comportamento a John Bell, un personaggio che nel film non c’è, in quest’ultimo rivolge la stessa frase qui sopra riportata direttamente a Doc: una metafora rivolta a se stessa ed alla sua natura di ‘bestiola selvatica‘.

Colazione da Tiffany 10Non sembra quindi che dietro la sua decisione di andarsene di casa ci fosse una condizione di maltrattamento, d’indigenza o di conflitto, anche perché Doc, il quale era rimasto vedovo ed aveva già quattro figli suoi, si era lasciato commuovere dai due bambini spauriti e deperiti che aveva trovato affamati a rubacchiare qualcosa da mangiare nella fattoria di sua proprietà ed aveva adottato sia Holly che il fratello Fred, trattandoli in seguito come se fossero figli suoi. Quando Holly aveva compiuto quindici anni però, Doc le aveva chiesto se accettasse di sposarlo e lei l’aveva fatto (‘…ci sposeremo naturalmente…  non sono mai stata sposata prima!…) come se fosse una cosa naturale sulla quale non valeva neppure la pena di riflettere più di tanto.

Colazione da Tiffany 40Ciò nonostante, si trattava pur sempre di un matrimonio fra un uomo decisamente maturo ed una minorenne che oltretutto dal punto di vista figurativo, se non geneticamente in questo caso, si potrebbe addirittura configurare come una sorta d’incesto. Ricordiamoci sempre, a tal proposito, che stiamo parlando di un film del 1961 tratto da un romanzo scritto soltanto due anni prima, quando certi temi di costume e di morale, specie al cinema, non erano così facilmente trattabili. Soprattutto se la produzione, come in questo caso, puntava a realizzare un film di largo consenso popolare, come in effetti poi è avvenuto.

Colazione da Tiffany 27La questione etica e sessuale in quest’opera è quindi molto presente, anche se la trasposizione cinematografica di Blake Edwards tende opportunamente a stemperarla per non urtare, appunto, la sensibilità del gran pubblico benpensante. Che difatti l’ha accettata senza creare attorno ad essa ed in alcun modo uno scandalo, decretandone al contrario un successo strepitoso. Nel 2012 l’opera è stata aggiunta al National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America, un riconoscimento riservato solo a quelle destinate ad essere considerate, o che sono già diventate, dei ‘cult‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro: ‘Maccaia – Una Settimana Con Bacci Pagano’

MACCAIA – UNA SETTIMANA CON BACCI PAGANO

Di Bruno Morchio

Anno Edizione 2005

Pagine 240

Costo € 8,42

Ed. Frilli (collana ‘Tascabili Noir)

TRAMA: Genova, un anziano usurario di nome Giacomino Terenzi è morto, azzannato alla gola niente meno che da un lupo mentre si trovava intorno alla mezzanotte, inspiegabilmente, nel parco del Peralto. Bacci Pagano è uno stimato investigatore privato, un uomo maturo al quale piace mangiare e bere bene, oltreché un impenitente ‘tombeur de femme’. Lo sa anche la dottoressa Mara Sabelli che ogni tanto ci finisce a letto, per poi pentirsene subito dopo. Bacci è anche amico del commissario Pertusiello con il quale, specie accompagnando la conversazione con un piatto di stoccafisso da lui stesso preparato come si deve e da un buon vino, ottiene preziose informazioni. Bacci Pagano è separato da parecchi anni, da quando la moglie non l’ha retto più e se n’è andata con la loro unica figlia che ora sta per diventare maggiorenne, ma del padre non vuole proprio più saperne. Da tempo a sistemare le faccende domestiche a casa di Bacci ci va l’immigrata Zainab, una donna discreta con un figlio, Essam, che ha avuto dal marito deceduto quando erano ancora in Africa. Bacci si è affezionato ad entrambi, particolarmente ad Essam che è un ragazzo sveglio e nonostante sia solito frequentare molti suoi connazionali che vivono di espedienti o fuori dalla legalità, è sempre stato attento a non mettersi nei guai. La CarPol Assicurazioni, nella figura del presidente Augusto Caviglia, offre una ricca parcella a Bacci Pagano perché indaghi su Julia Rodriguez Amanzàr, moglie di Terenzi, una panamense molto più giovane di lui che si è data alla bella vita, amante incluso e che dovrebbe ereditare un milione di euro dall’assicurazione sulla vita che aveva sottoscritto la vittima dopo il matrimonio. Caviglia, per non dover sborsare quella somma, chiede a Bacci Pagano di indagare per dimostrare che dietro quell’omicidio ci sono proprio quei due. Facile immaginare che la verità è di tutt’altra natura.  

VALUTAZIONE: un racconto che si svolge a Genova, fra i suoi carruggi, i meandri e le contraddizioni di una città complessa che Morchio descrive con passione, anche grazie ad alcuni espressivi termini dialettali. Il suo stile è elegante, a volte minuzioso, spesso genialmente metaforico ma poi sa anche puntare al sodo nel dipanare la matassa narrativa di un tortuoso giallo investigativo che vede il suo alter ego Bacci Pagano impegnato nel secondo dei numerosi romanzi dei quali è il protagonista.

Non so nelle altre nazioni ma è curioso come in Italia i dialetti siano così differenti fra loro, anche quando la distanza fra due luoghi è limitata. Il dialetto genovese, ad esempio, ha solo qualche vaga similitudine con quello spezzino ed in fondo sempre di Liguria si tratta. Questione forse di influenze storiche, di dominazioni, di contrapposizioni vissute in un lontano passato e forse mai completamente superate.

Maccaia 16Colpisce ancora di più il fatto che nella stessa provincia di La Spezia il dialetto di Lerici, mio paese natio, come sa chi mi segue in questo blog o mi conosce personalmente, è simile ma al tempo stesso anche diverso da quello della frazione di San Terenzo, che è posta quasi di fronte e dalla quale dista solo un chilometro e mezzo. Con ciò voglio dire che anche per me è stato molto utile il glossario pubblicato alla fine del romanzo di Bruno Morchio dove sono riportati i termini dialettali che lo scrittore ha seminato qua e là nel corso del suo racconto, molto spesso tanto indispensabili quanto pittoreschi (un termine usato spesso, in senso ironico, da un noto personaggio interpretato da Enrico Montesano) per comprenderne appieno il senso.

Maccaia 01Si può aggiungere che molte di quelle parole non trovano una diretta corrispondenza nella lingua italiana. Un esempio? ‘Manimàn‘ che l’autore stesso afferma che si può tradurre in ‘non si sa mai‘, quindi non riconducibile ad una singola parola, definisce al tempo stesso, secondo Morchio, ‘…l’atteggiamento dei genovesi verso il mondo e la vita. Non ti sbilanciare, non aprirti troppo, non rischiare…‘.

Maccaia 12Oppure ‘Maccaia‘ che dà il titolo a questo suo romanzo, la cui origine etimologica non è neppure chiara (forse dal latino ‘malacia=bonaccia’) e vuole significare la congiunzione meteo che si verifica quando il vento di scirocco si unisce ad un alto tasso di umidità e ad un cielo nuvoloso. Il risultato è una sensazione oppressiva esteriore che si riflette spesso anche interiormente in maniera sgradevole, nota ai genovesi ma non soltanto a loro evidentemente. Al tempo stesso, l’autore ne fornisce anche un’altra interpretazione ‘…quell’aria sospesa, dove tutto può accadere e niente mai accade, per noi genovesi ha un nome preciso, la maccaia…‘.

Maccaia 08Comunque se qualcuno in base a quanto detto sinora supponesse che Bruno Morchio ha scritto questo suo romanzo con uno stile a ricalco di Andrea Camilleri, il quale invece usa in molti suoi racconti e molto più diffusamente un misto di italiano e siciliano, si tranquillizzi, non tema, oppure al contrario se ne dolga (scelga il lettore quale delle tre espressioni preferisce), perché di questi termini ce ne sono un numero esiguo, tutto sommato. Semmai rappresentano una nota di colore in omaggio ed in aggiunta alla dichiarata ed inseparabile appartenenza dello scrittore alla città di Genova che egli descrive sia nelle sue atmosfere più affascinanti, come in certi giornate di sole e tramonti, che negli aspetti più caratteristici ma anche per ciò contraddittori: ‘…mi chiamo Pagano. Bacci Pagano. E la mia storia è tutta in questo cognome. Un cognome che puzza di fabbriche, di porto e di Genova…‘.

Maccaia 06Una nota particolare, che balza immediatamente all’occhio del lettore comunque, è lo stile della prosa di Bruno Morchio, che si è laureato in Lettere Moderne, ma oltreché scrittore è anche psicologo e psicoterapeuta. La sua capacità di esprimersi per metafore pungenti ed illuminanti che rendono immediatamente l’idea del concetto che vuole esprimere, in maniera elegante, se non addirittura geniale in certe occasioni. Descrivendo ad esempio il suo rapporto con la psicologa e psicoterapeuta (forse una sua proiezione femminile?) Mara Sabelli, con la quale condivide da tempo una irrisolta relazione che va e viene come la risacca del mare, Bacci Pagano si esprime così: ‘…non facevo in tempo ad avvertire un mal di pancia che subito la ragazza si infilava i guanti e lo sbatteva sul vetrino del suo microscopio mentale…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro: ‘La Colonna Di Fuoco’

LA COLONNA DI FUOCO

Di Ken Follett

Anno Edizione 2017

Pagine 912

Costo € 27,00

Traduzione di Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’)

TRAMA: Ned Willard è di ritorno a Kingsbridge dopo un anno trascorso all’estero. Sua madre Alice, da quando è morto il padre di Ned, gestisce l’attività di commercio di famiglia fra l’Inghilterra ed i porti di Calais in Francia e Siviglia in Spagna, dove c’è l’altro figlio Barney. Ned prima di partire si era innamorato di Margery Fitzgerald, la figlia del sindaco di Kingsbridge ed ora è intenzionato a chiederla in sposa. Lei lo ricambia, ma il padre Reginald ed il fratello Rollo hanno altri obiettivi, cioè di maritarla a Bart, visconte di Shiring. In tal modo la loro famiglia acquisirà il titolo nobiliare cui aspira. Dal canto suo Margery non può fare nulla per opporsi. Così, quando sir William Cecil, consigliere di Elisabetta Tudor, sorellastra della regina Maria, offre a Ned un posto fra i suoi collaboratori, lui finisce per accettare, anche per allontanarsi da Kingsbridge e non essere costretto a vedere la sua amata sposata ad un altro. E poi, sempre a causa dei Fitzgerald, sua madre Alice è stata ingannata e rovinata, con i soldi che le hanno chiesto in presto e mai restituiti. Per giunta di Barney non si hanno notizie da tempo. I Willard sono protestanti, mentre i Fitzgerald sono cattolici. Morta la cattolica Maria, il trono d’Inghilterra spetta alla protestante Elisabetta, la quale è sostenitrice della tolleranza fra le diverse religioni. Una concezione che è invisa invece ai dominanti nobili cattolici d’Inghilterra, al Papa ed ai loro alleati regnanti in Europa, i quali vorrebbero sul trono d’Inghilterra la quindicenne Maria Stuarda, regina di Scozia, pronipote di Enrico VIII e fidanzata con il principe Francesco, erede al trono di Francia, dove lei stessa risiede. A Filippo II, potente re cattolico di Spagna, nel gioco delle alleanze e di potere che supera anche quello religioso, conviene appoggiare Elisabetta, la quale diventa quindi regina d’Inghilterra, seppure dichiarando di non sentirsi obbligata nei suoi confronti. Quindi mentre in Francia ed in Spagna i cattolici dominano la scena ed i protestanti sono costretti a professare la loro fede di nascosto, in Inghilterra nonostante i propositi di Elisabetta avviene il contrario. Elisabetta per difendersi da chi in Europa ed al suo interno, Rollo Fitzgerald in testa, vorrebbero esautorarla a vantaggio di Maria Stuarda, con uno stratagemma la imprigiona ed affida ai fidi sir Francis Walsingham e Ned Willard l’organizzazione di una rete di spie per scoprire i traditori ed i sovversivi, mentre Carlo, il cardinale di Lorena e l’infido Pierre Aumande de Guisa al suo servizio a Parigi,  cercano di scoprire e mandare al rogo quanti più protestanti è possibile e stabilire nel frattempo le opportune alleanze per spodestare Elisabetta. A farne le spese è anche il padre di Sylvie Palot. La famiglia gestisce una stamperia che produce, fra l’altro, copie illegali della Bibbia in francese. Pierre Aumande non ha esitato a fare la corte a Sylvie sino a sposarla per poi smascherare il padre e mandarlo al rogo. In questo intricato scenario che vede re contro regine, cattolici contro protestanti e viceversa, nobili di opposte fazioni in acerrima competizione per obiettivi di supremazia, innumerevoli personaggi affascinanti o odiosi entrano ed escono di scena fra continui colpi di scena.

VALUTAZIONE: terzo splendido episodio della saga di Ken Follett che ha in comune con gli altri due l’immaginaria cittadina di Kingsbridge, attraverso vicende che si svolgono nel corso di alcuni secoli di storia vera e di fantasia. Un’opera di quasi mille pagine dalla quale però è difficile staccarsi, una volta iniziata. Straordinaria è l’abilità dello scrittore inglese di tenere desta costantemente l’attenzione del lettore, nonostante l’ampiezza storica delle vicende ed il numero dei personaggi coinvolti.

Nel 1989 Ken Follett ha pubblicato ‘I Pilastri della Terra‘ ed ha venduto milioni di copie nel mondo. Io stesso a suo tempo ne fui come fulminato e considero tuttora quel romanzo come uno dei più belli che abbia letto sinora. Una storia ambientata intorno al XII secolo, di oltre mille pagine dense di avvenimenti e personaggi che rimangono a lungo impressi nella memoria.

La Colonna di Fuoco 09Nel 2007 è uscito ‘Mondo Senza Fine‘, che si svolge negli stessi luoghi del precedente, cioè la cittadina immaginaria di Kingsbridge in Inghilterra, ma duecento anni dopo, perciò con personaggi storici reali mescolati al altri di fantasia totalmente differenti. Le pagine in questo caso sono persino di più, oltre mille e trecento ed ancora una volta il racconto è di grande attrattiva e suggestione, con figure e vicende di assoluto coinvolgimento, sia nel bene che nel male. 

La Colonna di Fuoco 11Dieci anni dopo lo scrittore gallese esce con il terzo episodio di questa originale trilogia, ‘La Colonna di Fuoco‘, ambientato a metà del XVI secolo ed a sua volta non segue la sequenzialità temporale rispetto a quello che lo ha preceduto ed i personaggi sono perciò completamente diversi. Alcuni di quelli che sono stati protagonisti dei precedenti capitoli sono citati come icone da chi in seguito a Kingsbridge ne ha raccolto l’eredità. Quest’ultima opera si avvicina a sua volta al traguardo delle mille pagine, così che lo spessore del tomo si stacca anche in questo caso dalla media.

La Colonna di Fuoco 19Ora, chi non avesse letto nessuno dei tre romanzi, potrebbe facilmente obiettare che affrontare mille pagine richiede uno sforzo che solo l’appassionato, forse affetto anche da una sottile vena di masochismo, è in grado di sopportare ed arrivare alla fine senza protrarre la lettura a tempi biblici. Ammesso che ciò possa valere per qualche autore, non è di sicuro il caso di Ken Follett, il quale anche nella ‘Trilogia del Secolo, costituita da ‘La caduta dei Giganti‘, ‘L’Inverno del Mondo‘ e ‘I Giorni dell’Eternità‘ non si è di certo risparmiato in quanto a volume dei rispettivi tomi, sempre però a fronte di un costante ed altissimo livello qualitativo.

La Colonna di Fuoco 12Insomma, tornando invece alla ‘Trilogia di Kingsbridge‘, dopo aver molto apprezzato i due precedenti capitoli, anche in quest’ultimo romanzo è sorprendente come lo scrittore inglese riesca a gestire una trama così vasta e complessa, rappresentata da quasi un centinaio di personaggi che entrano ed escono dal racconto, senza lasciare nulla al caso. Di più, senza mandare in confusione il lettore, mantenendo al tempo stesso immutato il suo interesse, pagina dopo pagina ed evitando accuratamente i tempi morti, con uno stile di scrittura essenziale ma estremamente fluido e chiaro. 

La Colonna di Fuoco 06Opportunamente per il lettore inoltre, subito dopo la prefazione del romanzo, è stampata una piantina della cittadina di Kingsbridge, seppure sappiamo essere di pura fantasia, in modo che chiunque possa localizzare gli eventi che si svolgono all’interno del suo perimetro, nonostante siano soltanto una parte dei molti luoghi nei quali ‘La Colonna di Fuoco‘ si svolge. A seguire, suddivisa per nazionalità e ruolo, è riportata pure la lista completa di tutti i personaggi che s’incontrano nel corso della storia. Alla fine della medesima, subito dopo i ringraziamenti di rito da parte dell’autore, è riportata anche la lista dei soli personaggi realmente esistiti ed apparsi nel corso delle mille pagine circa. E’ curioso notare come essi siano di gran lunga superiori come numero rispetto a quelli usciti dalla pur fervida fantasia di Ken Follett. Il che fa pendere la bilancia dell’opera un po’ più verso la realtà che rispetto alla fantasia…(‘leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…