Musica: ‘Dire Straits’ e ‘Communiquè’

DIRE STRAITS

Dire Straits – Communiquè

Anno: 1978-1979

Genere: Rock, Blues, Country, Folk, Jazz 

Etichetta: Vertigo Records

Nazione: GBR

  • Dire Straits – Lato A
    • Down to the Waterline – 4:01 
    • Water of Love – 5:22
    • Setting Me Up – 3:20
    • Six Blade Knife – 4:10
    • Southbound Again – 3:10
  • Dire Straits – Lato B
    • Sultans of Swing – 5:48 
    • In the Gallery – 6:15 
    • Wild West End – 4:42 
    • Lions – 4:54
  • Communiquè – Lato A
    • Once Upon a Time in the West – 5:25 
    • News – 4:14 
    • Where Do You Think You’re Going? – 3:50 
    • Communiqué – 5:50
  • Communiquè – Lato B
    • Lady Writer – 3:45 
    • Angel of Mercy – 4:36 
    • Portobello Belle – 4:30 
    • Single-Handed Sailor – 4:42 
    • Follow Me Home – 5:50

Band: 

  • Mark Knopfler – voce, chitarra solista, chitarra ritmica 
  • David Knopfler – chitarra ritmica, cori
  • John Illsley – basso, cori 
  • Pick Withers – batteria

VALUTAZIONE: difficile dire se i primi due album dei Dire Straits sono stati anche i migliori della loro produzione, ma quando uscirono alla fine degli anni settanta, stretti fra la vena più gloriosa del pop progressive in via di esaurimento da una parte, la disco music e l’arrembante trasgressione del punk rock dall’altra, i Dire Straits con il loro mix di vari generi sapientemente amalgamati, il suono pulito ed accattivante, e soprattutto l’estrosa chitarra di Mark Knopfler, conquistarono le platee di tutto il mondo. Di fatto crearono uno stile molto personale che riusciva a combinare belle armonie a testi di spessore, anche di natura sociale. Una band che ha fatto epoca ed ancora oggi conta, seppure sciolta oramai da oltre venti anni, innumerevoli e fedeli estimatori.

‘Dire Straits’, tradotto letteralmente, significa qualcosa come ‘Terribili Ristrettezze’ e lascia supporre che quando il nome della band venne scelto a suo tempo dai quattro componenti il gruppo di Deptford, una località della grande Londra, non se la stessero passando un granché bene, ma nonostante ciò evidentemente possedevano doti di auto critica ed auto ironia. Dopo aver fatto una considerevole esperienza nei locali ‘pub-rock’, oramai quasi trentenni, forse a quel punto non ci credevano più nemmeno loro di poter sfondare.

Invece la fortuna, indispensabile quanto l’estro in qualsiasi attività per ottenere il pieno riconoscimento delle proprie doti, gli venne incontro quando un nastro, contenente alcuni loro brani, finì nelle mani del DJ giusto il quale propose alla radio, senza che fossero neppure stati avvisati, il brano ‘Sultans of Swing‘ e da quel momento si spalancarono come d’incanto le porte del successo che divenne travolgente. Due fratelli, Mark e David Knopfler, rispettivamente chitarra solista e ritmica, più una coppia di loro amici, il bassista John Illsley ed il batterista Pick Whiters (già noto in Italia per aver fatto parte del gruppo The Primitives, il cui leader era il cantante Mal) sono i componenti storici che figurano sulle copertine dei primi due album. I quali uscirono a breve distanza uno dall’altro, ma già nel terzo, intitolato ‘Making Movies‘, David lasciò il gruppo per divergenze proprio con il fratello ed in seguito, a supporto del duo Mark e John, che è rimasto assieme per tutto il tempo sino a quando è stata sciolta la band (perché anche Pick se n’è andato dopo l’album ‘Love Over Gold‘), si sono aggiunti ed alternati vari musicisti come Hal Lindes alla ritmica, Alan Clark e Guy Fletcher alle tastiere e Terry Williams alla batteria, più altri session-man più o meno noti come Jeff Porcaro, Mel Collins e Tony Levin.

Dal 1978 al 1991 i Dire Straits sono stati uno dei gruppi più famosi e di maggior successo a livello internazionale ma due elementi sono stati decisivi per il raggiungimento di tale risultato: il primo, lo stile pulito, elegante, che attraversa vari generi musicali amalgamandoli in maniera sorprendentemente personale ed efficace; il secondo, la tecnica ed il modo particolare di suonare la chitarra elettrica da parte di Mark Knopfler, fra l’altro compositore di quasi tutti i brani del gruppo sia riguardo i testi che la musica.

Un recente articolo a nome di Giuseppe Gaetano, pubblicato sul Corriere della Sera per celebrare i 40 anni compiuti dal già citato brano di riferimento ‘Sultans of Swing‘, spiega la natura assolutamente anomala dei Dire Straits, non solo nel panorama musicale della loro epoca, quando i gruppi del cosiddetto rock progressive e pop sinfonico avevano già o stavano sparando le ultime cartucce mentre punk e disco music erano in rapida ascesa e stavano conquistando i gusti del pubblico, ma anche come personaggi controcorrente all’interno dello star system musicale. Sono riusciti infatti a rimanere al di fuori delle dinamiche tipicamente esagerate del divismo ed anche nei loro concerti (ne ho anche un ricordo personale al Forum di Assago di Milano) più che gli effetti scenici, ridotti al minimo indispensabile, contava soprattutto una cosa, la musica. Dal punto di vista mediatico hanno mantenuto nel tempo lo stesso approccio compassato con il quale sono entrati in scena e dalla quale poi sono anche usciti, in sordina. Ancora oggi Mark Knopfler quando viene intervistato non ha nulla della star che se la tira, per usare un termine espressivo; modestia ed umiltà sono caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto nel corso della lunga carriera.

Nel periodo di massimo successo, i Dire Straits hanno vissuto naturalmente anni di esaltante successo in giro per il mondo; venduto qualcosa come 120 milioni di dischi e cavalcato l’onda della notorietà in maniera frenetica. Come nel 1979, quando si esibirono in 51 concerti in soli 38 giorni, che sembra persino impossibile, se non fosse che sono dati ufficiali ed evidentemente a volte ne hanno fatti due in un solo giorno. Anche nel loro ultimo World Tour intitolato all’album ‘On Every Street‘ iniziato il 23 agosto del 1991 e terminato il 9 ottobre del 1992 si sono esibiti in ben 216 concerti! Ottenuto però tutto il meglio che un musicista possa sperare per soddisfare i propri sogni iniziali, le aspettative e le ambizioni, ognuno di loro, seguendo anche una filosofia di vita differente da quella di molte altre star o semplicemente consumato dallo stress per quanto esaltante possa essere esibirsi davanti a migliaia di fan osannanti, ha preso strade alternative. Lo stesso Mark Knopfler si è dedicato alla composizione di colonne sonore di successo di film come, ad esempio, ‘Local Hero‘, ‘Ultima Fermata Brooklyn‘, e ‘Metroland‘.

E se qualcuno commettesse l’errore di snobbare gli altri componenti dei Dire Straits lasciando la ribalta soltanto al loro pur indiscusso leader Mark Knopfler, sappia che il batterista Pick Whiters si dedicò al Jazz già agli inizi degli anni ’80 e sempre l’articolo citato in precedenza rivela che ‘…Terry Williams suonò nientemeno che con B.B. King prima di ritirarsi a gestire un club blues nella sua città natale, Swansea; il talentuoso bassista John Illsley si mise a fare addirittura il pittore. E jazzisti, nel senso più profondo del termine, erano anche i turnisti che affiancarono i Dire Straits dal vivo: Jack Sonni era diplomato al conservatorio; Michael Brecker collaborò con mostri sacri del calibro di Pat Metheny, Jaco Pastorius, Herbie Hancock e Charles Mingus; Tony Levin creò perfino una nuova tecnica per suonare il basso con le bacchette; Omar Hakim studiò batteria col mitico Art Blakey e aveva la black music nel sangue (il padre fu trombonista nelle orchestre di Duke Ellington, Count Basie e John Coltrane)…’. Insomma, ben altro che semplici comprimari…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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Musica: ‘Emerson, Lake & Palmer’

EMERSON, LAKE & PALMER

Omonimo

Anno: 1970

Genere: Rock Progressive, Pop
Etichetta: Island
Nazione: GBR

Tracklist:

  • Lato A
    The Barbarian – 4:27 (Arrangiamento e adattamento di EL&P su musica composta da Béla Bartók)
    Take a Pebble – 12:32 (Greg Lake)
    Knife Edge – 5:04 (Testi di Dik Fraser, Keith Emerson, Greg Lake su musica composta da Leoš Janáček)
  • Lato B
    The Three Fates – 7:46 (Keith Emerson)
    a) Clotho
    b) Lachesis
    c) Atropos
    Tank – 6:49 (Keith Emerson, Carl Palmer)
    Lucky Man – 4:36 (Greg Lake)

Band:

  • Keith Emerson – organo Hammond, pianoforte, Clavinet, sintetizzatore modulare Moog IIIc, organo della Royal Festival Hall
  • Greg Lake – basso, chitarre, voce
  • Carl Palmer – batteria e percussioni

VALUTAZIONE: l’album d’esordio del celebre super trio, è il tentativo riuscito di un connubio fra due apparenti opposti: il rock progressive e la musica classica, i cui riferimenti in questo caso sono chiaramente indicati persino nella tracklist del disco. Il quale perciò è diventato un riferimento fondamentale del genere di appartenenza ed al tempo stesso mette in evidenza le straordinarie capacità tecniche dei tre componenti il gruppo, che si sono uniti dopo aver maturato esperienze anche molto diverse fra loro per tipologia, coniugando una ideale affermazione e sintesi in questo lavoro imperdibile.

Quando si pensa a due generi come la musica classica ed il rock: progressive, pop o di qualunque altra corrente ad esso assimilabile, opinione generalmente diffusa è che appartengono a due opposte concezioni e non ci possono essere quindi fra loro granché punti d’incontro, essendo diverse le epoche d’espressione alle quali appartengono e di conseguenza lo stile, la destinazione dell’ascoltatore casuale o melomane che dir si voglia, specie poi in edizione ‘live’.

Effettivamente nella maggior parte dei casi la distanza è ampia, se non apparentemente addirittura inconciliabile fra i due generi, ma ci sono le dovute eccezioni, come sempre, ed Emerson, Lake & Palmer ne fanno sicuramente parte. Di certo, anche per ragioni puramente anagrafiche, la musica rock, ma possiamo dire anche molti altri filoni della musica moderna, hanno attinto a piene mani dalla musica classica. E non c’è da stupirsi quindi, perché anche questa forma d’arte, come qualunque altra, si è sviluppata nel tempo in numerose diramazioni che solo in apparenza sembrano discordanti ed estranee, mentre invece non sono altro che evoluzioni della specie, per così dire.

ELP 01

Seppure molti appassionati delle espressioni musicali più recenti o più in voga attualmente, principalmente giovani e giovanissimi, storcono il naso quando gli capita d’ascoltare anche soltanto qualche nota di musica sinfonica e di fronte ai nomi di compositori come Beethoven, Bach, Brahms, Chopin, Mozart, per citarne solo alcuni, ma anche Bartók e Janáček, per menzionare quelli più immediatamente riferibili all’opera in oggetto, che gli piaccia o no, molti dei loro attuali ed insospettabili beniamini hanno sviluppato la loro formazione proprio sulle composizioni di quei musicisti di epoche molto lontane. Oppure, come in questo caso, si sono cimentati a riproporre versioni, riadattate in chiave rock progressive, di alcune delle loro melodie, più o meno note, più o meno riconoscibili.

Il video che propongo qui di seguito è il migliore per qualità d’immagine e suono che ho trovato relativamente alla prima parte della carriera del celebre trio, quando stava affermandosi a livello mondiale, in pratica cioè subito dopo la data di pubblicazione del primo album omonimo. Il lettore potrà forse rimanere perplesso nel seguire le prime immagini, con Keith Emerson che si esibisce in una serie di sonorità fortemente distorte, come se fosse stato colto da un improvviso raptus, maltrattando un particolare organo Hammond costruito secondo sue esigenze sceniche sul palcoscenico e subito dopo Carl Palmer si produce a sua volta in uno scatenato assolo di batteria e percussioni, impressionante non soltanto dal punto di vista della varietà e della bravura tecnica, ma anche da quello della resistenza fisica.

Se però il lettore più paziente e curioso di verificare la veridicità di quanto sostenevo innanzi, volesse trovare riscontri alla stessa definizione di gruppo rock-pop-sinfonico che il trio si guadagnò all’epoca, può saltare a piè pari il primo dei due filmati che costituiscono questo video e portarsi direttamente al 25^ minuto, da dove proseguire e godersi la seconda metà, ad iniziare dall’esecuzione, ‘arricchita’ di suggestive immagini a corredo (anche se io francamente ne avrei fatto volentieri a meno…), di quello che forse è il più bel brano in assoluto contenuto nell’album in oggetto e probabilmente della loro intera discografia, ispirato dall’opera del ceco Leoš Janáček, guarda caso un autore classico. Mi riferisco a ‘Take a Pebble‘, nel corso del quale, non solo si può apprezzare la straordinaria bravura strumentale dei singoli ma anche la splendida voce di Greg Lake, senz’altro una delle più belle per timbrica dell’intero panorama rock progressive, unitamente alla bellezza della costruzione musicale della traccia, naturalmente di origine classica.

In questa esibizione ‘live’ sono presenti inoltre influenze di stampo jazzistico (mondo nel quale Keith Emerson ha maturato significative esperienze) e si può notare, dal punto di vista della interazione fra band e pubblico, un approccio che nell’album ovviamente non può essere presente. Cioè alcuni inaspettati siparietti, che potremmo definire persino dissacratori ma che in realtà si sposano alla perfezione con la sintonia del trio, rendendolo in un certo senso più umano e raggiungibile dal proprio pubblico e non soltanto un ‘totem’ da ammirare con soggezione e distacco. Pur dimostrando totale padronanza dello show, il trio riesce infatti a prendersi delle pause, a scendere dallo scranno, per così dire e non prendersi troppo sul serio, improvvisando situazioni al limite della comicità, che saranno certamente costruite ad arte, ma forse lasciano spazio anche all’estro ed all’intuizione del momento (Lake che scuote la testa sorridendo quando Emerson divaga su un ritornello, ne fornisce forse la conferma). Qualcosa però che può permettersi soltanto un gruppo che possiede una profonda intesa e padronanza dei propri mezzi; che può concedersi digressioni rispetto alla consueta seriosità del ruolo nel restante tempo del concerto davanti ad una sala gremita. Durante la parte del brano che Greg Lake esegue alla chitarra classica, non solo egli stesso canta un ‘jungle’ che non è presente nella versione ufficiale dell’album, ma lo vede coinvolto anche in una spiritosa improvvisazione con Carl Palmer, fra l’ilarità dei due e quella del pubblico di fronte.   

La biografia di Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer è ricca di riferimenti e di esperienze professionali, prima, durante e dopo la parabola professionale di questo supergruppo. Emerson è il più anziano dei tre: tre anni più di Lake e addirittura sei più di Palmer. Inoltre fra loro è quello che molto probabilmente ha maturato una più approfondita conoscenza della musica classica e del jazz. Ne è una testimonianza il gruppo di provenienza, The Nice, considerato forse il primo a proporre un mix di rock progressive e musica classica. La tecnica di Keith si somma alla sua creatività nel cercare nuove sonorità e forme d’espressione dalle numerose tastiere che suona, anche puramente finalizzate a spettacolarizzare la scena dal vivo in totale disarmonia, sia nell’uso del già citato organo Hammond ma anche del celebre sintetizzatore modulare Moog IIIc. Quest’ultimo è uno strumento elettronico che ha trovato la sua consacrazione proprio nel brano di chiusura dell’album, ovvero ‘Lucky Man‘, paradossalmente un riempitivo per raggiungere la durata totale canonica in quegli anni del disco di vinile, composto da Lake e che invece è diventato in seguito uno dei loro cavalli di battaglia ed un single di grande successo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Musica: ‘Octavarium’

DREAM THEATER

Score: 20th Anniversary World Tour

Anno: 2006

Genere: Rock Progressive, Metal 
Etichetta: Rhino
Nazione: USA

Tracklist:

  • Disc One 
    • The Root of All Evil – 8:21 (parole: Mike Portnoy – musica: Dream Theater)
    • I Walk Beside You – 4:11 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Another Won – 5:22 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Afterlife – 5:47 (parole: Charlie Dominici – musica: Dream Theater)
    • Under a Glass Moon – 7:29 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Innocence Faded – 5:32 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
      Raise the Knife – 11:43 (parole: Mike Portnoy – musica: Dream Theater)
    • The Spirit Carries On – 9:44 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater) 
  • Disc Two – Dream Theater with The Octavarium Orchestra
    • Six Degrees of Inner Turbulence – 41:22 (parole: John Petrucci, Mike Portnoy – musica: John Myung, John Petrucci, Mike Portnoy, Jordan Rudess)
    • Vacant – 3:02 (parole: James LaBrie – musica: John Myung, Jordan Rudess)
    • The Answer Lies Within – 5:36 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)
    • Sacrificed Sons – 10:36 (parole: James LaBrie – musica: Dream Theater)
  • Disc Three – Dream Theater with The Octavarium Orchestra
    • Octavarium – 26:38 (parole: John Petrucci, James LaBrie, Mike Portnoy – musica: Dream Theater)
    • Metropolis – 10:37 (parole: John Petrucci – musica: Dream Theater)

Band:

  • James LaBrie – voce solista
  • John Petrucci – chitarra, cori
  • John Myung – basso
  • Jordan Rudess – tastiere, continuum, lap steel guitar
  • Mike Portnoy – batteria, percussioni e cori

The Octavarium Orchestra:

  • Jamshied Sharifi – direttore d’orchestra
  • Elena Barere – primo violino
  • Yuri Vodovos, Belinda Whitney, Avril Brown, Katherine Livolsi, Abe Appleman, Joyce Hammann, Karen Karlsrud, Ann Leathers, Ricky Sortomme, Jan Mullen, Carol Pool – violini
  • Vincent Lionti, Adria Benjamin, Judy Wirmer, Crystal Garner, Jonathan Dinklage – viole
  • Richard Locker, Eugene Moye, David Heiss, Caryl Paisner – violoncelli
  • Bob Carlisle, Dan Culpepper, Larry DiBello – corni francesi
  • George Flynn – trombone basso
  • Pamela Sklar – flauto
  • Ole Mathisen – clarinetto bemolle
  • Jeff Kievir, Jim Hynes – trombe
  • Gordon Gottlieb – percussioni

VALUTAZIONE: il commento che segue è limitato alla suite ‘Octavarium’ che appare nel terzo cd-rom di questa compilation celebrativa ‘live’. Un brano di oltre ventisei minuti che non è certamente esaustivo riguardo il valore e la carriera di questo gruppo ma che è significativo della capacità di svariare e combinare senza stridere però, generi ed influenze musicali diverse. Dream Theater è un gruppo considerato fra i fondatori del genere ‘metal’ ma che ha saputo, nel corso di una carriera oramai più che trentennale e con una formazione che ha subito pochi cambiamenti nel corso del tempo, non solo mantenersi quasi sempre su livelli compositivi di eccellenza, ma aggiungere al proprio bagaglio nuove idee e sfide creative, nell’intento di rinnovarsi e passare da momenti di grande aggressività musicale ad altri di struggente e piacevole melodia. Il valore tecnico dei componenti il gruppo è di livello assoluto ed è un’altra delle ragioni per cui i loro concerti ‘live’ sono performance che difficilmente deludono i loro fan ma anche chi li scopre per la prima volta. 

Perché ho scelto questo brano, fra i tanti della ricchissima discografia di questo gruppo storico del genere prog-metal? Qualcuno potrebbe infatti legittimamente obiettare che c’è di meglio, sia a livello di album che di singolo brano.

E’ una suite, non l’unica e non l’ultima in ordine di tempo composta dai Dream Theater, che nei due filmati che propongo qui di seguito (il secondo è visibile più avanti nel corso del commento) è divisa opportunamente in parti di poco meno di 15 minuti cadauna, in una versione non molto diversa da quella contenuta nell’album omonimo di riferimento ma resa più suggestiva per la presenza nell’occasione dell’omonima orchestra in aggiunta, composta da trentuno elementi, più il direttore. Questa versione è contenuta nell’album ‘live‘ celebrativo del 20^ anniversario della carriera del gruppo.

Beh, cominciamo con il dire, e chi mi conosce più da vicino lo sa, che Dream Theater è uno dei gruppi miei preferiti e che ha superato nel frattempo anche il 30^ anniversario dalla fondazione (partendo da tre compagni di scuola a Boston: John Petrucci, John Myung e Mike Portnoy) e che ho avuto l’opportunità di vedere per ben due volte negli ultimi due anni dal ‘vivo’.

Un caso analogo ai Pooh in quanto a longevità, qualcuno potrebbe forse suggerire, magari anche un po’ ironicamente? A parte il fatto che il gruppo italiano è un altro dei miei preferiti, perlomeno lo è stato per molto tempo negli anni addietro, nel caso dei Dream Theater il discorso è un po’ diverso, perché siamo di fronte ad un gruppo anomalo dello stesso panorama prog-metal, pur essendone stati, e molti gliene riconoscono la paternità, il gruppo fondatore del genere, per così dire.

Octavarium

Il quale, contrariamente a quello che pensano molti loro intransigenti fan che li vorrebbero sempre ancorati ad album come ‘Images and Words’ (il loro più famoso e forse anche più significativo) o ‘Awake’ (entrambi grandissimi lavori, sia chiaro…), hanno avuto il coraggio di sperimentare, smarcandosi per così dire dall’inevitabile etichettatura ed a mio avviso perciò evolvere nel tempo, andando ben oltre i cliché del genere di appartenenza.

Facendo tesoro dei riferimenti musicali con i quali sono cresciuti, i Dream Theater sono riusciti a creare un sound al tempo stesso riconoscibile ma che attraversa e combina vari stili musicali, arricchendoli persino in molti casi rispetto agli originali, grazie al loro innegabile e straordinario virtuosismo tecnico. Stiamo parlando infatti di autentici maestri nei rispettivi strumenti, vincitori a più riprese di numerosi premi e riconoscimenti da parte degli addetti ai lavori e del pubblico…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Musica: ‘The Dark Side Of The Moon’

PINK FLOYD

The Dark Side Of The Moon

Anno: 1973

Genere: Rock Progressive, Rock Psichedelico 
Etichetta: Harvest
Nazione: GBR

Tracklist:

  • Lato A
    • Speak to Me – 1:30 (musica di Mason)
    • Breathe – 2:43 (Waters, Gilmour e Wright) – Voce di Gilmour
    • On the Run – 3:30 (musica di Gilmour e Waters)
    • Time + Breathe (Reprise) – 6:53 (Mason, Waters, Wright e Gilmour) – Voci di Gilmour e Wright
    • The Great Gig in the Sky – 4:15 (Wright) – Voce di Clare Torry
  • Lato B
    • Money – 6:30 (Waters) – Voce di Gilmour
    • Us and Them – 7:49 (Waters e Wright) – Voci di Gilmour e Wright
    • Any Colour You Like – 3:24 (musica di Gilmour, Mason e Wright)
    • Brain Damage – 3:50 (Waters, anche voce)
    • Eclipse – 1:45 (Waters, anche voce) 

Band:

  • David Gilmour – voce, cori, chitarra, lap steel guitar, pedal steel guitar, sintetizzatore EMS Synthi AKS (traccia 3)
  • Roger Waters – basso, sintetizzatore EMS VCS3 (traccia 3), voce principale (tracce 8 e 9), effetti su nastro
  • Richard Wright – organo Hammond, pianoforte, pianoforte elettrico, cori e armonie vocali, voce principale (traccia 4), sintetizzatori Minimoog, EMS VCS3 e EMS Synthy AKS
  • Nick Mason – batteria, percussioni, rototoms (traccia 4), effetti sonori e su nastro

Hanno Collaborato:

  • Roger Manifold – voce parlata (tracce 3 e 7)
  • Peter James – battito di piedi (traccia 3), voce parlata (traccia 8)
  • Clare Torry  – voce principale (traccia 5)
  • Dick Parry – sassofono tenore (tracce 6 e 7)
  • Doris Troy, Liza Strike, Lesley Duncan e Barry St. John – cori

VALUTAZIONE: terzo album per volume di vendite nella storia della musica e primo di grande appeal per la più vasta platea dei Pink Floyd, a seguire l’iniziale fase sperimentale della loro carriera. E’ un ‘concept-album’ composto però da brani che sono bellissimi anche ascoltati singolarmente. Un’opera che non dimostra assolutamente l’età che ha: creativa, innovativa, eterogenea e trascinante. Un capolavoro, insomma. I testi sono una riflessione, decisamente amara, sui miti illusori della società, sul tema incombente della morte e sulle distorsioni mentali che possono portare certe persone alla follia.

Un cuore pulsante in volume crescente; alcune voci che dicono frasi ad effetto come: ‘…sono sempre stato matto. Io so di essere stato matto, come lo è la maggior parte di noi. È veramente difficile spiegare perché sei matto, anche se non lo sei…‘; il ticchettio di un orologio a pendolo; il suono ripetuto dell’apertura e chiusura del registratore di cassa di un negozio, la risata grassa e stizzita di un uomo, il rombo del motore di un elicottero ed infine l’urlo disperato di una donna. Una cacofonia che sembra evolvere senza un senso compiuto, quando invece tutto improvvisamente si placa per lasciare spazio alle note di una gradevole melodia, cantata da David Gilmour e sottolineata dalla sua steel guitar.

Su questa apparente e stridente contraddizione inizia ‘The Dark Side Of The Moon‘ e ne riassume, in certo qual modo, alcuni momenti salienti del suo percorso successivo, spiazzando al tempo stesso l’ascoltatore che lo approcciasse per la prima volta e, per sua sfortuna, non conoscesse ancora la musica dei Pink Floyd (accedendo al video qui sotto però, nel caso può cominciare a rimediare).

Se poi ci fosse qualcuno che questa band non l’ha mai nemmeno sentita nominare, magari senza essersene reso conto è molto probabile che abbia già sentito uno qualsiasi dei brani contenuti in questa pietra miliare del progressive, ma anche dei sottogeneri ad essa collegati. La quale ha sicuramente influenzato molti musicisti ed appassionati di musica delle generazioni successive.

Non che fosse una novità nello stile dei Pink Floyd aggiungere alla musica una serie di rumori di fondo, o posti anche in primo piano, che solo apparentemente nulla hanno a che fare con la medesima. Il brano che segue ai primi due, ‘Speak to me‘ e ‘Breathe‘ già descritti, è ‘On the Run‘, conseguente e non separato nell’album dai precedenti tramite l’usuale pausa ed è interamente sviluppato da alcuni sintetizzatori i quali, seguendo il ritmo di un metronomo, sembrano rincorrersi e sovrapporsi fra loro, interrotti qua e là da rumori improvvisi di sirene ed effetti di vario genere. Una sorta di sogno o incubo, rotto infine dai passi della corsa trafelata di qualcuno sul fragore di sfondo, molto probabilmente dovuto ad un bombardamento, che svanisce piano piano a sua volta, in coincidenza con l’inizio del brano successivo, uno dei più famosi e significativi dell’album e dell’intera discografia dei Pink Floyd.

I ticchettii di vari orologi e pendole (registrati direttamente dal bassista Roger Waters in una grande orologeria) che esplodono all’unisono in uno scampanio (e nelle intenzioni degli autori stanno a significare la sveglia per scuotere l’ascoltatore dal suo torpore e prendere coscienza dei temi proposti nel testo della traccia), a loro volta si collegano ancora al suono ritmato di un metronomo, che precede di poco la chitarra di David Gilmour.

La cadenza si fa quindi lenta ma perentoria, resa più tesa ancora da un rullio di tamburi, in un incedere solenne che potrebbe adattarsi persino alla colonna sonora di un film western, nel momento che precede la sfida decisiva. Invece è il preludio palpitante ai famosissimi accordi di ‘Time‘ e quindi alla voce ed alla chitarra solista di David Gilmour. La quale si sprigiona nello splendido assolo di chitarra elettrica, che fa il paio in seguito con quello altrettanto trascinante contenuto in ‘Money‘.

Per chi non l’avesse ancora inteso, siamo di fronte ad un ‘concept album‘ nel quale però ogni brano conserva comunque una sua autonomia d’ascolto rispetto al precedente ed al successivo, accomunati semmai da un unico filo conduttore che imbastisce l’opera nel suo insieme. Molto probabilmente non è il primo caso, nell’ambito del genere di appartenenza e non solo, ma di certo lo straordinario successo ottenuto sia in termini di vendite, che di critica e gradimento del pubblico, lo certifica come il più coinvolgente e riuscito sino a quel momento nell’unire idealmente musica, voci e suoni di differente origine e che appartengono, almeno in parte, al novero di quelli che accompagnano la vita di ognuno abitualmente. E perciò lo avvicina ancor di più all’ascoltatore…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Foto e Musica: ‘…Che venga Primavera’

Il paesaggio si sta progressivamente modificando verso una nuova Primavera. Se ne vedono i segnali dappertutto nel bosco e sulle piante, come nelle foto che riporto qui sotto, nonostante siano ancora ben presenti le testimonianze dell’autunno-inverno. Anche le giornate si stanno allungando nel frattempo e viene la voglia di riascoltare la splendida canzone di Riccardo Cocciante, il cui metaforico testo sulla primavera è il seguente: ‘…e solcherò il tuo corpo, come se fosse terra. Cancellerò quei segni dell’ultima tua guerra. E brucerò col fuoco quest’erba tua cattiva. E ti farò con l’acqua più fertile e più viva. E pregherò che il sole asciughi questo pianto. E pregherò che il tempo guarisca le ferite. Poi costruirò una serra intorno al tuo sorriso. Farò della tua vita, un altro paradiso. Sarò il tuo contadino e tu la terra mia. Combatterò col vento che non ti porti via. Poi spargerò il mio seme nella tua verde valle e aspetteremo insieme che venga primavera. Che venga primavera…‘. Vedete e ascoltante nel video qui di seguito.

Cliccando su una qualsiasi delle foto qui sotto è possibile vederle in un formato ingrandito e scorrere in avanti ed indietro le stesse usando i tasti freccia. Avvicinando il mouse ad ogni singola foto, è visibile il titolo che, per informazione o pura fantasia, le ho assegnato. Buona visione…

Musica: ‘Storia Di Un Minuto’ e ‘Per Un Amico’

PREMIATA FORNERIA MARCONI (PFM)

Storia Di Un Minuto – Per Un Amico

Anno: 1972

Genere: Rock Progressive 
Etichetta: Numero Uno
Nazione: Italia

  • Storia di un Minuto – Lato A
    • Introduzione – 1:09 (Mussida) 
    • Impressioni di settembre – 5:44 (Mussida, Mogol, Pagani)
    • È festa – 4:52 (Mussida, Pagani)
    • Dove… quando… (parte I) – 4:10 (Mussida, Pagani)
  • Storia di un Minuto – Lato B
    • Dove… quando… (parte II) – 6:01 (Mussida, Pagani)
    • La carrozza di Hans – 6:46 (Mussida, Pagani)
    • Grazie davvero – 5:51 (Mussida, Pagani)
  • Per un Amico – Lato A
    • Appena un po’ – 7:38 (Pagani, Mussida, Premoli)
    • Generale – 4:13 (Mussida, Premoli)
    • Per un amico – 5:20 (Pagani, Mussida, Premoli)
  • Per un Amico – Lato B
    • Il banchetto – 8:34 (Pagani, Mussida, Premoli)
    • Geranio – 8:10 (Pagani, Mussida, Premoli)

Band:

  • Franco Mussida – chitarra acustica, chitarra a 12 corde, chitarra elettrica, mandoloncello e voce solista
  • Flavio Premoli – pianoforte, organo Hammond, clavicembalo, spinetta, mellotron, campane e voce
  • Mauro Pagani – flauto, flauto contralto, piccolo, violino e voce
  • Giorgio Piazza – basso e voce
  • Franz Di Cioccio – batteria, percussioni e voce

VALUTAZIONE: la PFM è, insieme al Banco, la più importante band di rock progressive nostrana, l’unica ad aver varcato i confini nazionali e ad aver raccolto anche lusinghieri consensi all’estero, senza aver nulla da invidiare ai gruppi più affermati della scena inglese. I primi due album sono usciti entrambi lo stesso anno e sono pietre miliari del genere d’appartenenza sia dal punto di vista compositivo che per la qualità tecnica dei musicisti.

Penso di non scrivere un’eresia dicendo che un gruppo di quel livello, nel genere ‘progressive‘, non si era ancora visto in Italia prima del 1972 ed i due album, i primi della loro ampia discografia, usciti a distanza solo di qualche mese uno dall’altro, si possono considerare in realtà alla stregua di un unicum. Come se fossero il lato ‘A’ e quello ‘B’ di un solo album quindi, anziché due distinti.

PFM - Storia di un minuto 15Mi ricordo che quando vidi per la prima volta la PFM in concerto (lasciamo perdere l’anno… allora si chiamava ancora nella forma estesa di Premiata Forneria Marconi) dentro il teatro Monteverdi di La Spezia (oggi purtroppo scomparso, aveva un’acustica fantastica e si trovava nella piazza che sale alla vicina stazione ferroviaria), mi fecero un’enorme impressione per la straordinaria precisione, l’affiatamento ed il virtuosismo di tutti i componenti, ma anche e soprattutto per la qualità dei loro brani e la cura degli arrangiamenti.

PFM - Storia di un minuto 12Era evidente che avevano tratto ispirazione dalla lezione di gruppi di riferimento di allora, come King Crimson; Emerson, Lake & Palmer; Gentle Giant; YES e Jethro Tull, ma erano riusciti ad aggiungere una vena tradizionale e classica nei loro brani, che li rendeva originali ed anche immediatamente riconoscibili, creando al tempo stesso un tessuto musicale particolare all’interno del genere ‘progressive‘ di riferimento.

PFM - Storia di un minuto 11L’unico appunto che forse si poteva muovere alla PFM (l’acronimo è nato per rendere più facile all’estero la pronuncia del nome della band ed a seguire uso il verbo al passato riferendomi ai due album oggetto di questa recensione), ma proprio a voler trovare il famigerato pelo nell’uovo, era che gli mancava una voce solista di grande timbrica o estensione vocale (alla Greg Lake o Jon Anderson, per intenderci). Da Mussida, a Premoli, a Di Cioccio non sfiguravano come voci, ma mentre erano straordinari nel comporre ed arrangiare i loro brani e tecnicamente ineccepibili con i rispettivi strumenti, gli mancava qualcosa per eccellere anche nella parte cantata

PFM - Storia di un minuto 16Neppure Di Cioccio, in seguito diviso fra lo stare dietro ai tamburi ed ai piatti o davanti al microfono come vocal leader, è riuscito a riempire davvero questo piccolo buco, nonostante la sua notevole carica scenica ed una voce che non è da buttare via, sia chiaro. E stiamo parlando di un batterista che quando gli YES persero Bill Bruford, pensarono proprio a lui per sostituirlo, anche se poi non se ne fece nulla, pare per scelta di Di Cioccio stesso.

PFM - Storia di un minuto 02Il gruppo di supporto, per quella persona che ancora non lo sapesse, si esibisce prima della star, singola o band, per la quale il pubblico ha pagato il biglietto del concerto. Il suo scopo è essenzialmente quello di ‘scaldare’ l’ambiente per chi entrerà subito dopo e far crescere quindi la temperatura, per così dire. Nei casi migliori, il gruppo di supporto ha anche l’occasione di promuoversi davanti al grande pubblico e farsi notare, specie quando ancora non c’era la vetrina mediatica di Youtube ed Internet in generale…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Musica: ‘Yessongs’

YES

Yessongs

Anno: 1973

Genere: Rock Progressive
Etichetta: Atlantic Records
Nazione: GBR

Tracklist:

  • Opening (excerpt from ‘Firebird Suite’) – 3:47
  • Siberian Khatru – 9:03
  • Heart of the Sunrise – 11:33
  • Perpetual Change – 14:11
  • And You and I – 9:33Cord Of Life
    • Eclipse
    • The Preacher the Teacher
    • Apocalypse
  • Mood For a Day – 2:53
  • Excerpts from the Six Wives of Henry VIII – 6:37
  • Roundabout – 8:33
  • I’ve Seen All Good People – 7:09
    • Your Move
    • All Good People
  • Long Distance Runaround/The Fish (Schindleria Praematurus) – 13:37
  • Close to the Edge – 18:13The Solid Time of Change
    • Total Mass Retain
    • I Get Up I Get Down
    • Seasons of Man
  • Yours Is No Disgrace – 14:23
  • Starship Trooper – 10:17Life Seeker
    • Disillusion
    • Würm

Band:

  • Jon Anderson – voce solista
  • Chris Squire – basso, voce
  • Rick Wakeman – tastiere
  • Steve Howe – chitarra, voce
  • Bill Bruford – batteria (nei brani 4 e 8)
  • Alan White – batteria (tutti i brani, tranne 4 e 8)

VALUTAZIONE: il più bello e completo disco ‘live’ realizzato nei primi anni settanta. Esecuzioni perfette dal punto di vista tecnico-stilistico e musicale per una delle band più importanti, preparate e personali del genere progressive. Un’opera capitale che contiene alcuni dei brani più significativi della loro discografia. Gli YES ancora oggi, dopo quasi cinquantanni, sono seguitissimi dai loro fan.

Se il lettore, convinto da quanto segue o per semplice curiosità volesse provare ad ascoltare questo album storico, rimarrà probabilmente spiazzato dal brano di apertura, che introduceva anche i concerti degli YES di allora, dai quali è uscito questo corposo ‘live‘. Si tratta infatti di un breve omaggio, ovviamente riadattato dal tastierista Rick Wakeman, alla celebre ‘Firebird Suite‘ ovvero ‘L’Uccello di Fuoco‘ di Igor Stravinsky, che qualcuno forse ricorderà incluso in parte anche nella colonna sonora del film ‘Fantasia 2000‘. Clicca QUI per averne un riscontro ‘live‘ durante un concerto riepilogativo dei 35 anni del celebre gruppo riunito nella sua formazione più nota.

Yessongs 06Se poi, saltando a piè pari i quattro brani successivi, il lettore ascoltasse il brano ‘Mood for a day‘, avrebbe modo di apprezzare il chitarrista Steve Howe che da solo si esibisce in un brano acustico di evidente impronta classica ed in una performance degna dei migliori esecutori di tale strumento. Facendo oltretutto chiaramente intendere che per lui chitarra acustica o elettrica, come dimostra ampiamente negli altri brani, pari sono. Da considerare che Steve Howe è un autodidatta ma la nota marca di chitarre elettriche Gibson ebbe a dichiarare che ‘ha elevato la chitarra rock al rango di forma d’arte‘ e la Martin, altrettanto prestigiosa marca produttrice di chitarre acustiche, ne produsse un modello in numero limitato con il nome di ‘Steve Howe Signature‘. Clicca QUI per vedere una splendida riproposizione ‘live‘ di questo brano da parte di Steve Howe.

Yessongs 08Se lo stesso lettore volesse a questo punto proseguire con il brano successivo: ‘Excerpts from the Six Wives of Henry VIII‘, si troverebbe letteralmente immerso nella musica avvolgente di Rick Wakeman che esegue, in solitaria e molto liberamente, una sintesi della sua celebre opera omonima da solista. Nel corso della quale e pure in questo caso, testimonia come la definizione di tastierista, per quanto lo riguarda, comprende una lunga lista di strumenti e quanto sia per lui naturale, così come per un pesce nuotare nel mare, passare dal pianoforte, all’organo, al mellotron, al sintetizzatore, al particolarissimo ‘minimoog’ oppure a qualche altra diavoleria che produce comunque suoni o suggestivi effetti ambientali. Clicca QUI per vedere una versione di questo estratto da parte di Rick Wakeman registrata al tempo di ‘Yessongs‘, seppure in parte si discosta da quella inserita nel vinile.

Yessongs 04Straordinaria per i mezzi di allora, ad esempio, è la programmazione del sintetizzatore che consente a Wakeman di simulare un coro di voci simile a quelli che erano soliti fare gli stessi YES con le loro corde vocali. E impressionante, sempre considerando l’anno di riferimento, è anche quella sorta di simulazione di un bombardamento aereo e delle sirene delle ambulanze che concludono, in una sorta di apoteosi, questo estratto… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…