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Film: ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2015

Genere:  Fantastico, Azione, Drammatico

Durata: 118’ Regia: Gabriele Mainetti

Cast: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia), Salvo Esposito (Vincenzo), Gianluca Di Gennaro (Antonio) 

TRAMA: Enzo Ceccotti è un ladruncolo romano. Ha appena rubato un orologio ed è inseguito da alcuni poliziotti in borghese. Sul Lungo Tevere si rifugia dentro una chiatta, ma è costretto ad immergersi nelle acque del fiume per sfuggire alla cattura. Con i piedi scalcia degli strani contenitori che riportano il simbolo della radioattività ed uno di essi si rompe. Quando Enzo risale in superficie si sente male, vomita ed ha i brividi ma nonostante sia bagnato fradicio riesce comunque a raggiungere la sua abitazione a Tor Bella Monaca. In realtà è un piccolo appartamento in condizioni pietose in un condominio-alveare degradato. Enzo ha la febbre, trema, vomita di continuo ma infine riesce ad addormentarsi. Al risveglio sta molto meglio. Al piano di sotto abita Sergio con Alessia, una figlia disturbata, la quale vive in una realtà di fantasia, dominata dai manga giapponesi. Sergio fa parte della banda dello Zingaro, un criminale senza scrupoli alla ricerca del colpo grosso per entrare nel grande giro e per questo si è accordato con un’organizzazione legata alla camorra ed allo spaccio della droga. Enzo raggiunge il luogo dove si riunisce di solito la banda e tratta con Sergio la vendita dell’orologio rubato. Subito dopo quest’ultimo gli propone di accompagnarlo all’appuntamento con un paio di corrieri orientali che sono appena giunti a Roma ed hanno ingoiato delle capsule di cocaina per sfuggire ai controlli. Il ritrovo è all’ultimo piano di un palazzo in costruzione. Una di queste capsule però si rompe ed il corriere muore per overdose. Il suo compare, spaventato, spara alcuni colpi di pistola a Sergio che muore a sua volta ed uno di essi raggiunge ad una spalla anche Enzo che vola nel vuoto. Quando rinviene si rende conto incredulo di non avere subito traumi nonostante quella caduta di parecchi piani. Si allontana di corsa da quel luogo e trova Alessia seduta sulle scale di casa che gli chiede notizie del padre, ma Enzo non ha il coraggio di dirle la verità e si chiude nel suo appartamento. Alessia bussa però insistentemente alla porta, sinché Sergio indispettito colpisce la stessa porta con un pugno e con irrisoria facilità la sfonda, scoprendo così di possedere una forza sovrumana, che esperimenta subito dopo spostando un armadio con irridente facilità. Dallo stupore passa poco dopo all’azione, scardinando un bancomat per poi trascinarlo sino a casa. Il filmato ripreso dalle telecamere finisce in Internet e diventa virale. Persino lo Zingaro è stupito da quello che vede e gli piacerebbe che quell’uomo fosse al suo fianco. Con quattro scagnozzi al seguito si presenta a casa di Alessia minacciandola per sapere dove è finito il padre con il carico di droga che aspettavano, ma quando sembra intenzionato ad ucciderla, irrompe dalla finestra Enzo, il viso coperto da un passamontagna, che in breve tempo sgomina gli assalitori costringendoli alla fuga, nonostante lo Zingaro gli mozzi, poco prima di dileguarsi, il dito mignolo di un piede con una mannaretta. Alessia identifica il suo salvatore in Jeeg Robot d’Acciaio, il suo idolo dei manga. Enzo diventa così un criminale, che blocca e rapina un furgone portavalori facendo infuriare lo Zingaro che aveva intenzione di attuare lo stesso colpo per restituire i soldi della fallita partita di droga alla cosca di Nunzia. Enzo diventa una sorta di ‘Superman’ delle borgate quando salva una bimba dalle fiamme dell’auto coinvolta in un incidente stradale ed è tenero al tempo stesso nei confronti di Alessia, alla quale finisce per affezionarsi. Un comportamento contraddittorio che mescola buone intenzioni ad illegalità e che diventa il leit-motiv della sua vita e del suo nuovo ruolo. Solo lui infatti è in grado di fermare lo Zingaro che vuole sconvolgere Roma per diventare il più temuto e famoso dei criminali. 

VALUTAZIONE: un’opera unica nel panorama del cinema nazionale, di un esordiente che ha fatto incetta di alcuni dei premi più prestigiosi ai David di Donatello dell’edizione 2016. Uno stile a mezza strada fra grottesco, fantastico e drammatico con un gruppo d’interpreti azzeccatissimi in una sorta di western fra le borgate romane.                                                                                                                                                      

Lo confesso: di manga e anime giapponesi (quelli che noi definiamo abitualmente fumetti o cartoni animati) non ne so niente, quindi Jeeg Robot d’Acciaio, Hiroshi Shiba e Go Nagai erano per me dei nomi sconosciuti, prima della visione di questo film.

Il lettore che fosse nella stessa condizione non si preoccupi però, perché le ragioni per apprezzare quest’opera d’esordio di Gabriele Mainetti sono di tutt’altro genere e non c’è alcun bisogno di rimediare alla lacuna sottoponendosi frettolosamente ad una sorta di corso intensivo sul tema.

La sequenza iniziale, che vede un uomo in fuga dai poliziotti in borghese a Roma, fra Castel Sant’Angelo ed il Lungo Tevere, potrebbe sembrare tratta da un poliziesco italiano degli anni settanta, perlomeno sinché il fuggitivo, elusa la cattura, riemerge dalle acque torbide del fiume, dove si è dovuto immergere suo malgrado calandosi da una chiatta, per riapparire tempo dopo, quasi irriconoscibile, impregnato di una sostanza nera, oleosa e malsana.

Sin qui, a parte un’inquadratura che mostra alcune taniche nascoste sotto quella stessa chiatta con l’indicazione che contengono sostanze radioattive, una delle quali si rompe a causa dei maldestri movimenti in acqua di Enzo Ceccotti, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Un cognome, quello di Ceccotti, foneticamente anonimo, diciamolo; quasi risibile rispetto ad altri decisamente più pertinenti che è abile a proporre, ad esempio, la cinematografia americana in opere analoghe. Il ritorno a casa, zuppo, sporco e schivo in un quartiere degradato della periferia romana di Tor Bella Monaca (altro nome che sembra paradossale a confronto dell’ambiente che rappresenta) pare preludere all’ennesima storia di miseria e di disagio sociale della periferia di una grande città, con il rischio concreto che il voltastomaco e la febbre che hanno colpito Enzo poco dopo essere riemerso dall’acqua torbida, possano preludere ad un’evoluzione dannosa per la sua salute.

L’agglomerato urbano dove abita, in un appartamento che definire trasandato, fetido e sporco è persino riduttivo, non è molto diverso dalle cosiddette Vele di Scampia a Napoli (un’altra associazione di nomi nella quale è difficile non cogliervi un intento sarcastico), rese particolarmente famigerate dalla serie TV ‘Gomorra’. Enzo spende le sue serate fra videocassette hard, delle quale ha una nutrita collezione ed alimentandosi soltanto con una sorta di strano budino giallastro in confezioni da yogurt prive di etichetta, che conserva in notevole quantità dentro il frigo. 

Al piano di sotto ci abitano Sergio e Alessia, padre e figlia. Lui è un affiliato della banda dello Zingaro; lei è una bella ragazza, anzi una donna dal punto di vista fisico, che però non si è più ripresa dallo choc della morte prematura della madre e da allora non c’è più con la testa, come afferma lo stesso padre. Confonde spesso infatti la realtà con la fantasia delle ‘anime giapponesi’, non si stacca mai da un lettore dvd nel quale vede e rivede le imprese dei suoi eroi e sogna di vestire l’abito di una principessa ed è in attesa che il suo idolo, Jeeg Robot d’Acciaio, la venga a prendere, come il cavaliere azzurro delle favole di un tempo.

Lo Zingaro, gli occhi spiritati, l’espressione aquilina, velenoso come un serpente, ambizioso e senza scrupoli, è il leader di una banda che ha la sua sede nel canile di una zona malfamata della stessa Tor Bella Monaca, dal quale dirige un’attività criminosa di piccolo cabotaggio, per così dire, usando una metafora marinaresca. Dopo aver partecipato persino ad un’edizione del programma televisivo ‘Buona domenica’, appassionato esecutore canoro di cover della migliore tradizione musicale italiana, come malavitoso in carriera ha aspettative molto diverse e vuole puntare ad entrare nel grande giro. ‘…Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa…’, è il suo proclama d’intenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

18/04/2017 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Prima Cosa Bella’

LA PRIMA COSA BELLA

Titolo Originale: La Prima Cosa Bella

Nazione: ITA  Anno:  2009

Genere:  Commedia

Durata:  116′  Regia: Paolo Virzì

Cast: Valerio Mastrandea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Aurora Frasca, Dario Ballantini

‘La meglio gioventù’ di Marco Tullio Giordana racconta i più importanti episodi politici e sociali dell’Italia degli ultimi 40 anni attraverso le vicende ed i personaggi di una famiglia. ‘La prima cosa bella’ di Paolo Virzì è ambientata più o meno negli stessi anni ed è la storia di un’altra famiglia italiana, ma in questo caso vista come un microcosmo a sè stante, totalmente slegato dai grandi temi di quegli anni, anche se la ricostruzione d’ambiente è quella tipica e riconoscibile del tempo, soprattutto per chi quegli anni li ha vissuti direttamente. La storia di una famiglia però che avrebbe potuto benissimo essere raccontata soltanto al presente e dove ognuno potrà riconoscere qualcosa della sua stessa storia, non necessariamente negli eventi specifici narrati, ma nei caratteri, nelle situazioni, nel contesto.

Il racconto è sviluppato fra presente e passato, che procedono di pari passo. O meglio, il passato spiega, con una serie di flashback, perché i componenti della famiglia sono arrivati a quella situazione, nei loro rapporti, con le loro miserie, i contrasti, i malintesi, persino i loro caratteri, ed i continui salti fra gli episodi del passato e del presente accompagnano gli eventi sino al lungo commovente, straziante finale, che tuttavia apre una porta alla positività ed alla speranza dopo tanta amarezza e dolore. Gli stessi personaggi quindi sono interpretati da attori diversi, a seconda delle varie fasi d’età, in alcuni casi addirittura con tre generazioni diverse.

Stefania Sandrelli è Anna. Valerio Mastrandea, Bruno e Claudia Pandolfi, Valeria, sono i suoi figli. Anna è una malata terminale, ma al contrario di quello che Bergman voleva significare in ‘Sussurri e grida’ in una situazione analoga, Anna è una donna solare, che ha vissuto con entusiasmo, allegria ed incrollabile ottimismo la sua esistenza, nonostante non le abbia mai sorriso granchè e con tale spirito vuole anche morire, ignorando il più possibile la sofferenza e l’ineluttabile destino.

Micaela Ramazzotti è Anna da giovane, bellissima (‘sembri Ava Gardner da giovane’ le dice qualcuno ad un certo punto), fedele, ingenua e sprecata per il marito che si è scelta. Sergio Albelli, suo marito Mario appunto, è gelosissimo e con la mentalità contradditoria di chi non tollera che la propria bella moglie possa essere desiderata anche da altri, vede l’affronto in ogni sguardo ed il marcio anche quando non c’è. Il film si apre con una festa d’estate ai bagni di Livorno nella quale Anna viene premiata come Miss Moglie. Mario ne è orgoglioso, ma per un solo momento; quello immediatamente successivo lo vede già reagire con molto fastidio al pur effimero successo di una imbarazzata Anna. Bruno, suo figlio, è introverso e timido. Un po’ come suo padre non gradisce che la mamma sia protagonista agli occhi degli altri, essendo il tipo che non ama essere al centro dell’attenzione, mentre Valeria, sua sorella minore, è orgogliosa della sua mamma, le piace cantare assieme le canzoni del tempo ed è molto legata al fratello, anche se lui la tratta spesso male o con sufficienza.

Cacciata infine di casa dal marito che non riesce a sopportare il peso della sua gelosia, Anna, che è totalmente dedita all’affetto per i suoi figli, non ha altre risorse che la sua bellezza per sbarcare il lunario, visto che anche la sorella non la vuole fra i piedi, gelosa a sua volta della sua avvenenza. Finisce così per accettare lavori per i quali in cambio deve cedere qualcosa della sua dignità e del suo corpo. Mario riesce a strapparle temporaneamente i figli, ma poi, non essendo in grado di seguirli con lo stesso attaccamento, si rassegna quando Anna, con un vero e proprio blitz, se li viene a riprendere definitivamente, salvo poi riavvicinarsi ad essa per incontri occasionali ai quali lei non riesce a sottrarsi ed infine in punto di morte, dopo un infarto.

In un contesto del genere, Bruno è cresciuto pieno di risentimento non solo nei riguardi del mondo intero ma anche della stessa madre che, dice ad un certo punto, ‘è stata così importante, da rovinargli la vita’. E’ diventato professore in un istituto alberghiero, ma appena ha potuto è fuggito da Livorno e dalla sua famiglia con l’obiettivo di chiudere definitivamente con il passato, che rivive però continuamente nei suoi fantasmi, non riuscendo a combinare granchè sia come insegnante che nella vita privata ed anzi lasciandosi andare anche a qualche droga occasionale, sufficiente però per procurargli crisi d’astinenza per le quali non esita a farsi compatire e cacciare, dai medici e in farmacia.

Quando Valeria lo viene a cercare per avvisarlo della condizione ultima della madre, a stento accetta di tornarla a vedere, non immaginando che da questo incontro e quelli nell’ambito familiare, dopo un iniziale rigetto, ne nascerà l’occasione per un chiarimento ed un probabile rasserenamento interiore che il finale mette in evidenza, a chiudere una sequenza di grande emozione e commozione, con tutta la famiglia riunita intorno al capezzale della madre. Una sequenza non strappalacrime, densa di sottigliezze psicologiche ed umanità. E… la prima cosa bella allora è anche rinunciare al rifugio ed alla fuga dalla realtà che rappresenta la droga, per un bagno, non solo materiale, ma anche liberatorio e di speranza nel futuro che Bruno si concede con la sua compagna nel mare livornese.

Paolo Virzì ha realizzato davvero un bel film, facendo centro se vogliamo anche nel toccare note, riguardo i ‘parenti serpenti’ e le miserie, le contrapposizioni che fanno parte del corredo di ogni famiglia, che qualcuno potrebbe non voler sentirsi suonare. Magari gli eventi narrati non coincidono con la storia personale dello spettatore tipico, ma sarà difficile che qualcuno non ci ritrovi, anche solo a livello di dettaglio, una pur minima parte di se stesso e della sua storia. In tal senso il regista livornese ha probabilmente realizzato un’opera autobiografica, visto che anche suo padre era un carabiniere come lo è nel film Mario, o perlomeno anche lui avrà attinto, più o meno, alla sua storia personale.

Dove non quadra ‘La prima cosa bella’ invece è nei tratti somatici fra giovani ed adulti, in particolare fra Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli. Fa un po’ specie vedere un’icona dell’immaginario maschile di qualche anno fa come Stefania, ridotta ad una signora d’una certa età imbolsita e nell’imminenza del commiato dalla vita terrena. E’ bravissima, intendiamoci, nella parte, ma la somiglianza con Micaela Ramazzotti è praticamente nulla. Evitabile la scena della prima volta di Bruno con la compagna di scuola, rievocata dopo aver ritrovato, molti anni dopo, un compagno di scuola, ora farmacista, con il quale aveva avuto uno scontro quando l’aveva sentito vantarsi di essere stato a letto con sua madre, mentre lui, come dice nel linguaggio tipicamente toscano del film, si trombava la sua ragazza.

Molto ben riuscito invece il quadro d’ambiente: persino le stanze dell’ospedale, nei miei ricordi di allora, sono in linea con quelle dell’epoca e Livorno appare davvero come se il tempo si fosse fermato. Le canzoni tipiche del periodo, canticchiate spesso da Anna ed i suoi figli come per cacciare via le angosce dei momenti più tristi, trasmettono qualche nostalgia, regalano anche il titolo al film (con la nota canzone di Nicola di Bari) e sono funzionali all’opera, sottolineandone alcuni momenti come stacco ideale, senza diventare invadenti. Mastrandea è ideale per quel ruolo di cane bastonato che è tipico, se vogliamo, del suo personaggio in generale, ma qui appare ancora più maturo come attore.

‘La prima cosa bella’ ha già raccolto parecchi premi (3 David di Donatello, ad esempio) ed è stata scelta come nostra rappresentante alla candidatura per il premio Oscar per il film straniero. Non le manca niente per centrare l’obiettivo, anche se ho la sensazione, spero di sbagliarmi ovviamente, che non ci riuscirà.

07/01/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Meglio Gioventù’

LA MEGLIO GIOVENTU’

Titolo Originale: La Meglio Gioventù

Nazione: ITA  Anno:  2003 

Genere:  Drammatico

Durata:  360′ 

Regia: Marco Tullio Giordana

Cast: Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Jasmine Trinca, Maya Sansa, Camilla Filippi


TRAMA: Gli ultimi 40 anni della storia d’Italia visti attraverso gli occhi e le vicende di una famiglia nella quale convivono molte delle contraddizioni e delle problematiche di questo lungo periodo. Due fratelli, Nicola e Matteo inseparabili durante l’infanzia, che si ritrovano da adulti ad affrontare la vita da posizioni diverse. Lo strappo avviene dopo l’incontro con una ragazza che ha problemi psichici. L’alluvione di Firenze, la contestazione del 68, l’esplosione del terrorismo brigatista, le vicende di tangentopoli sino ai nostri giorni sono la colonna sonora che accompagna dal di fuori e dal di dentro la famiglia Carati, con i suoi drammi, le stridenti contrapposizioni, le gioie ed i dolori che si specchiano con la storia di questo delicatissimo periodo storico.

VALUTAZIONE: il film italiano più importante e lucido nel descrivere con rara dote di sintesi gli ultimi 40 anni di storia italiana. Splendida sceneggiatura di Rulli e Petraglia, oltre ad una galleria d’interpreti nostrani in stato di grazia recitativa.

 

Troppa grazia questo film di Marco Tullio Giordana! Più volte nel corso delle sue 6 ore, che sembrano in realtà non più di un paio, c’è da stropicciarsi gli occhi, darsi qualche pizzicotto, per sincerarsi se si tratta di un sogno: quello del cinema italiano capace di creare un’opera così straordinaria sulla nostra storia degli ultimi 40 anni. E poi chiedersi: ma chi ce l’ha nascosto sino ad ora, visto che non si tratta di uno di quei film che il grande pubblico riconosce al volo? 

Ebbene c’è da alzarsi in piedi e tributare una standing ovation ai suoi autori dopo averci fatto ridere, piangere, riflettere e forse chiarirci pure quale incredibile periodo della storia italiana abbiamo vissuto, raccontato nel film, con le sue esaltazioni, le sue speranze, le sue disillusioni, i suoi lutti, le sue riappacificazioni. 

La storia di una famiglia che rappresenta tutti noi, nelle contraddizioni, nelle miserie, nella dignità, nella forza e nel carattere, che attraversa con le sue interne vicende tutto questo fondamentale periodo storico nostrano. Si potrebbe continuare all’infinito a decantarne le lodi, tutti i pregi, i temi, la complessità dei rapporti che vengono rappresentati così acutamente in quest’opera. Probabilmente spiega molto più la storia della nostra Italia moderna questo film, diviso in due parti di tre ore ciascuna, sintetizzandola senza banalizzarla, che tanti trattati, analisi, tavole rotonde di sociologi e storici. 

Sei ore che potrebbero sembrare un atto di presunzione da parte degli autori, trattandosi di un film che esce dai canoni tipici in termini di durata. Va bene che nasce come sceneggiato televisivo, poi ridotto a due capitoli per il cinema, ma chi, oggigiorno potrebbe tentare un’operazione così ambiziosa e girare un film che dura così tanto? Ed invece, armoniosamente, concretamente, sinteticamente, ma anche profondamente, questo film ci spiega tutti i drammi, i grandi temi e le lunghe pagine della nostra storia recente attraverso le vicende di una famiglia allo stesso tempo qualunque e unica. 

Difficile trovarci anche un solo difetto: è un film che puoi girare come vuoi ed appare sempre equidistante, sempre al di sopra delle parti, sempre lontano dalla pretesa e presunzione di giudicare e prendere posizione, limitandosi solo a documentare, come si conviene a chi punta la verità piuttosto che il gioco per uno schieramento di parte, più o meno consapevolmente. Ad iniziare da come tratta il tema del terrorismo, come prosegue con quello della contraddizione che si manifesta all’interno di una famiglia nella quale convivono una brigatista ed un celerino con il manganello facile. E non si riesce ad essere né contro l’uno né a favore dell’altra, perchè se ne rispettano le intime ragioni e convincimenti, pur sbagliati e pur non condividendoli, magari. 

Anche degli interpreti sono in stato di grazia: da Alessio Boni (Matteo) che sembra una riedizione del professore interpretato da Alain Delon in La Prima Notte di Quiete: stesso pessimismo, stessa sofferenza di vivere, stesso fascino decadente e stessa fine, anche. Ma che dire di Luigi Lo Cascio (un Nicola di straordinaria umanità e sensibilità), Adriana Asti, una delle tante madri che hanno patito tanti dolori e tanti lutti con grande dignità e il personaggio più straziante del film, per la complessità emotiva che lo mina dall’interno, rappresentato da Sonia Bergamasco (Giulia). E poi Fabrizio Gifuni, una sorta di neo-Biagi che sfugge per un pelo alla morte decretata dai ‘giustizieri’ brigatisti. Ed infine, ‘last but no least’ direbbe qualcuno, le due perle femminili: Jasmine Trinca che è una Giorgia bravissima, imbruttita dal ruolo ma molto, molto più bella e tenera che in Romanzo Criminale e poi la scoperta, la bellissima fuori e dentro Maya Sansa, dolcissima nel personaggio di Mirella, ma dotata anche di una forza caratteriale da gladiatrice, una bellezza mediterranea nella migliore tradizione, ma soprattutto un viso ed un sorriso da togliere il fiato. Ma da dove sono usciti tutti questi splendidi interpreti? E che fine hanno fatto poi, come lo stesso regista, certamente ottimamente coadiuvato nell’occasione da sceneggiatori di lusso come Rulli e Petraglia che la storia italiana l’hanno studiata e tratteggiata in lungo ed in largo in tutti questi anni, ma mai con questa lucidità, con questa creatività e completezza? 

Insomma, c’è da rimanere basiti ed incantati allo stesso tempo. Credo che questo film sia una sorta di prosecuzione ideale di Novecento di Bernardo Bertolucci, laddove si fermava quest’ultimo, continua ‘La Meglio Gioventù’. Difficile dire se è più bella la prima oppure la seconda parte. Nel confronto, questa galleria di splendidi interpreti non appare meno convincente di quella rappresentata dai mostri sacri che là erano rappresentanti da Robert De Niro, Gerard Depardieu, Dominique Sanda, ecc. ecc. 

Nella prima parte di ‘La Meglio Gioventù’ c’è la sorpresa, dopo un pò, di scoprire un… gioiello e si resta talmente abbagliati e colti alla sprovvista, in un certo senso, che sembra impossibile poi trovare di meglio nella seconda, nella quale, si tirano le fila di tutto quello che è stato seminato sin lì e dove certamente ci sono momenti di grande commozione, tensione emotiva e sensibilità da starne quasi male, ma un pò come quando si piange di gioia: ci sono le lacrime, ma sì è felici allo stesso tempo. 

E’ incredibile comunque come questo film riesca a raccontare avvenimenti privati e particolari e calarli, metaforicamente e storicamente, in quelli generali che hanno caratterizzato la storia d’Italia senza steccare mai, senza deragliare e lasciare qualcosa a metà, anche quei personaggi non esattamente di primissimo piano che gli autori riescono comunque a definire compiutamente senza lasciare nulla in sospeso: penso a Jasmine, al personaggio di Sonia, sua figlia e poi Mirella e il figlio Andrea. Francamente non si vede la necessità di cambiare nulla in questo film, neppure una scena ed anche quando ci si provasse a pensarlo, sembra di trovarsi in una di quelle situazioni, come quando si fa una discussione fra amici partendo da diverse posizioni dove, pur non condividendo la prospettiva dell’altro, se ne capiscono comunque le origini, la buona fede e le motivazioni. 

‘La Meglio Gioventù’ è per l’Italia quello che Heimat di Edgar Reitz è stato per la Germania. Anche in quel caso si tratta di un’opera corale ed ancora più lunga, che era stata distribuita a puntate in TV e che nella versione più sintetica, uscita per il cinema, dura comunque quasi dieci ore. I personaggi e le situazioni di La Meglio Gioventù restano indelebili nella memoria, un pò perchè sono parte della nostra stessa storia generazionale, un pò perchè se lo meritano davvero per le emozioni che hanno saputo trasmetterci e la caterva di premi che ha comunque conseguito quest’opera, dai 6 David di Donatello, ai 7 Nastri d’Argento, ai 4 Globi d’Oro, il premio al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard appaiono quindi strameritati.

11/10/2010 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento