Film: ‘Il Ponte Delle Spie’

IL PONTE DELLE SPIE

Titolo Originale: Bridge of Spies

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Storico, Spionaggio, Drammatico, Thriller

Durata: 142’ Regia: Steven Spielberg

Cast: Tom Hanks (James Donovan), Mark Rylance (Rudolf Abel), Amy Ryan (Mary Donovan), Sebastian Koch (Wolfgang Vogel), Alan Alda (Thomas Watters), Scott Shepherd (Hoffman, funzionario CIA), Austin Stowell (Francis Gary Powers), Mikhail Gorevoy (Ivan Schischkin), Will Rogers II (Frederic Pryor), Billy Magnussen (Doug Forrester), Eve Hewson (Carol Donovan), Domenick Lombardozzi (Agente Blasco), Michael Gaston (Agente Williams), Peter McRobbie (Allen Dulles), Edward James Hyland (Earl Warren), Joshua Harto (Bates), Noah Schnapp (Roger Donovan), Stephen Kunken (William Tompkins), Greg Nutcher (Tenente James), Jon Donahue (Agente Faye), Jillian Lebling (Peggy Donovan), Victor Verhaeghe (Agente Gamber), Nadja Bobyleva (Katje), Joe Forbrich (Agente Pinker), Rebekah Brockman (Alison), Jesse Plemons (Joe Murphy), John Rue (Lynn Goodnough), Dakin Matthews (Giudice Byers), Michael Schenk (Cugino Drews), Burghart Klaussner (Harald Ott), Luce Dreznin (Lydia Abel), Steve Cirbus (Michael Verona), Petra Marie Cammin (Helen Abel), Jon Curry (Agente Somner), Le Clanché du Rand (Millie Byers), Steven Boyer (Marty), David Wilson Barnes (Sig. Michener)

TRAMA: A James Donovan, avvocato assicurativo di un prestigioso studio di Brooklyn, viene assegnata la difesa d’ufficio di Rudolf Abel, una spia russa arrestata sotto mentite spoglie, accusato di inviare da New York a Mosca messaggi in codice proprio negli anni della ‘guerra fredda’. Abel raccoglieva informazioni camuffato da pittore di strada. L’obiettivo del governo americano è quello di dimostrare che in uno stato democratico anche una spia nemica può contare su una legittima difesa. Donovan in pratica dovrebbe limitarsi ad un ruolo di facciata per una condanna già scritta riguardo un argomento giudiziario che non ha mai neppure affrontato in precedenza. Lui vorrebbe rifiutarsi, preoccupato per le ripercussioni sulla sua famiglia e sulla carriera, ma non può esimersi. Chi ha deciso di affidare a lui questo incarico però non ha tenuto in debito conto la forza della sua etica professionale. Dopo aver incontrato Abel, che è una persona intelligente, dotata d’ironia e persino di sensibilità artistica, ma oramai preparato al ruolo del martire, Donovan si sente in dovere di svolgere il suo compito con serietà ed in breve finisce per avere contro tutti: giudice, studio legale, le persone che incontra sul treno e che lo riconoscono dalle foto pubblicate sui giornali e persino la famiglia che non capisce la sua ostinazione, a scapito persino della loro sicurezza. Nonostante la sua appassionata difesa, non riesce ad evitare la condanna ad Abel, ma grazie ad una intuizione convince il giudice a non emettere una sentenza di morte riservata di solito alle spie. Dopo qualche tempo infatti un pilota americano che stava cercando con un aereo di nuova concezione di scattare foto in alta quota del territorio sovietico, viene abbattuto da un missile e catturato dai russi. Quasi in contemporanea, durante i lavori per l’innalzamento del muro a Berlino un giovane studente americano viene fermato dalle guardie della Germania Est ed imprigionato con un futile pretesto. Il governo americano ritenendo fondamentale recuperare il pilota, che è a conoscenza di numerose delicate informazioni, accetta di rispondere ad un segnale dei sovietici per uno scambio di prigionieri ed attraverso la CIA viene contattato proprio Donovan per affidargli l’incarico di condurre in gran segreto la trattativa. All’oscuro della moglie e dei figli, viene inviato a Berlino dove si trova ad avere a che fare sia con i russi che con i tedeschi dell’est, in una sorta di rappresentazione teatrale già predisposta sin nei minimi particolari al fine di ottenere le migliori condizioni possibili per lo scambio. Nonostante l’opposizione della CIA, Donovan intende ottenere in cambio di Abel, la liberazione sia del pilota che dello studente. Un uomo tutto d’un pezzo, lo definisce infatti con rispetto e riconoscenza la spia russa, al momento dello scambio.

VALUTAZIONE: un episodio di storia che non si legge sui libri ma che Spielberg ha rielaborato con grande professionalità, grazie alla splendida sceneggiatura dei fratelli Coen ed a interpreti di alto livello. Una vicenda di spionaggio che conduce lo spettatore dentro la città di Berlino al momento dell’innalzamento del famigerato muro e nelle atmosfere della ‘guerra fredda’ in un crescendo di tensione. Lo stile ricalca le migliori opere del genere di appartenenza basate su quel periodo storico.                                                                                                                                                                         

Ne è passato di tempo da ‘Duel’, sorprendente Film TV che ha rivelato Steven Spielberg nel 1971, sino a ‘Il Ponte delle Spie’ del 2015, passando per ‘E.T.’, ‘Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo’, ‘Indiana Jones’, ‘Jurassic Park’ e via di questo passo, in una carriera dietro la macchina da presa di grande valore e di ampio spettro dal punto di vista dei generi affrontati e dei contenuti.

Spielberg, nel corso di quasi mezzo secolo di carriera, ha affrontato infatti situazioni anche molto distanti fra loro per tipologia, temi e stile, privilegiando però non soltanto il lato spettacolare, pur evidente nelle sue opere che si possono definire più di consumo, ma spesso anche raffigurando personaggi di grande carisma e carattere, con puntante in episodi di straordinario impegno civile. Si veda ad esempio un’opera come ‘Schindler’s List’, oppure ‘Il Colore Viola’, per proseguire in una rapida carrellata con ‘L’impero del Sole’, ‘Amistad’, ‘Munich’ ed infine ‘Lincoln’. Non tutte queste ‘torte’ gli sono riuscite con il buco, per così dire, ma è evidente l’impegno del regista non soltanto volto al mero raggiungimento del risultato al botteghino, seppure non l’ha mai neppure disdegnato e senza il quale non avrebbe avuto lo spazio e la carriera che oggi conosciamo.

‘Il Ponte delle Spie’ racconta una storia vera che è avvenuta fra la fine degli anni cinquanta e gli inizi dei sessanta. A quel tempo la ‘Guerra Fredda’ era nel pieno del suo sviluppo, a Berlino i comunisti erigevano il famigerato muro che divideva la parte est della città in mani loro, da quella ovest sotto il controllo degli alleati. Strade e case separate da una parete di cemento, con la fuga precipitosa di chi era disposto a rischiare la vita proprio mentre si chiudevano anche gli ultimi spiragli sul muro o aveva intuito per tempo quello che stava per accadere.

Le spie di entrambe le parti erano già da tempo sguinzagliate alla ricerca di informazioni utili ai rispettivi governi, in una corsa agli armamenti il cui punto di massima tensione si verificherà, di lì a breve, con la crisi di Cuba e la minaccia di una guerra nucleare che, se fosse scoppiata, avrebbe cambiato le sorti del mondo e non solo dei due stati principali antagonisti, cioè USA e URSS.

Rudolf Abel alias William Genrikowitsch Fischer era il personaggio ideale per diventare una spia sovietica negli Stati Uniti. Nativo del nord Inghilterra da madre russa e padre tedesco, aveva imparato perfettamente alcune lingue fra le quali ovviamente l’inglese. Tornato giovane nell’URSS, era entrato a far parte della Polizia Segreta. Nel 1957 lo troviamo a New York nei panni di un pittore di strada mentre stacca con circospezione un nichelino magnetico appiccicato sotto una panchina, il quale contiene nella parte cava interna un foglietto accuratamente piegato con una serie di numeri, la cui cifratura diventerà in seguito un rompicapo per i servizi segreti americani. Scoperto e condannato a trenta anni di carcere, Abel fu al centro di un caso clamoroso di scambio prigionieri fra URSS e Stati Uniti che avvenne sul cosiddetto ‘ponte delle spie’ del titolo, ovvero il ponte di Glienicke sul fiume Havel, nella parte nord di Berlino.

Se il caso fu clamoroso, lo testimonia anche il fatto che ha spinto Steven Spielberg a trarne un film, il quale è valso il premio Oscar per il miglior attore non protagonista a Mark Rylance nei panni proprio di Rudolf Abel, la cui risposta era sempre la stessa, quando l’avvocato James Donovan (interpretato dal solito bravissimo Tom Hanks) gli chiedeva in più circostanze se era preoccupato per i rischi che stava correndo per la sua vita, cioè un fatalistico quanto ineccepibile: ‘…servirebbe?…‘.

La sceneggiatura è d’autore, cioè dei fratelli Ethan e Joel Coen e non c’era da dubitare quindi che fosse molto ben costruita, se si esclude il fatto, a patto che non sia voluto, che si percepisce poco la distanza fra alcuni avvenimenti della storia vera dalla quale è tratta. La durata della prigionia di Abel dopo la condanna, rispetto alla cattura da parte dei sovietici del pilota Francis Gary Powers, a seguito dell’abbattimento del nuovissimo areo da ricognizione U-2, avviene infatti due anni dopo ed il successivo scambio di prigionieri ancora due anni dopo, mentre nel film questi avvenimenti sembrano in pratica consecutivi uno all’altro. La ricostruzione, con inserti di repertorio, dei giorni nei quali è stato eretto il muro a Berlino e la sensazione di oppressione che generano quelle sequenze, mentre le persone cercano di scappare come topi imprigionati dentro una nave che sta affondando, sono di notevole impatto emotivo ed evidenziano chiaramente tutta la drammaticità del momento storico….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Locke’

LOCKE

LockeTitolo Originale: idem

 Nazione: GBR

Anno:  2013

Genere:  Dramma Psicologico

Durata: 84’  Regia: Steven Knight

Cast: Tom Hardy (Ivan Locke), Ruth Wilson (Katrina), Olivia Colman (Bethan), Andrew Scott (Donal), Tom Holland (Eddie), Bill Milner (Sean), Ben Daniels (Gareth), Danny Webb (Cassidy), Silas Carson (Dott. Gullu), Alice Lowe (Sister Margaret), Lee Ross (PC Davids), Kirsty Dillon (moglie di Gareth) 

TRAMA: Ivan Locke è lo stimato capocantiere di una società di costruzioni. E’ già notte quando termina la sua giornata di lavoro in preparazione, la mattina dopo, di una imponente ed importantissima consegna di calcestruzzo. Uscito dal cantiere, come al solito si toglie gli indumenti che indossa per svolgere i suoi compiti e si prepara a tornare a casa, dove l’attendono Eddie e Sean, i suoi figli, tifosissimi come lui di una squadra di calcio, per assistere assieme in TV ad una decisiva partita. Avviato il motore dell’auto, Ivan però ha già deciso di cambiare destinazione, per recarsi in un ospedale di Londra dove sta partorendo Bethan, una donna matura, con la quale sette mesi prima, in una notte in cui era un po’ brillo, ha avuto il suo unico rapporto extraconiugale in quindici anni di matrimonio. Ivan non ha avuto un buon feeling con il padre, morto da alcuni anni e che a suo tempo l’aveva abbandonato, per cui sente come prioritario, rispetto a tutto il resto, il senso di responsabilità verso quel bambino che sta per nascere, anche se è tuttora innamorato della moglie Katrina e considera Bethan non più che alla stregua di una sconosciuta. Durante il viaggio, che dura quanto il film, lungo le autostrade e le intersezioni che lo conducono verso la meta, effettua e riceve numerose telefonate sul suo cellulare, decisive per il suo futuro. Sul lavoro, la sua decisione di non essere presente nel giorno più importante viene considerata come una sorta di tradimento. Il suo aiutante, Donal, è angosciato quando Locke gli chiede di assumersi una responsabilità così grande, seppure gli garantisce di assisterlo telefonicamente. Il capo di Locke, Gareth, invece è incredulo e furioso, e minaccia di licenziarlo, nonostante la stima e l’apprezzamento per il lavoro svolto sino a quel momento. Bethan lo chiama spesso mentre sta guidando per raggiungerla e gli esprime tutta la tensione del momento, seppure il padre del nascituro anche per lei è in pratica un estraneo. Nonostante ciò vorrebbe ugualmente che arrivasse nel minor tempo possibile. La moglie Katrina, quando Ivan le confessa la ragione per la quale non tornerà a casa quella sera, proprio quando lei stava preparando la sua cena preferita ed aveva deciso d’indossare per la prima volta la maglietta della squadra di calcio, passa nel giro di pochi secondi dall’incredulità alla dura presa di coscienza che la sconvolge al punto che il mondo sembra crollarle addosso. Ivan avrebbe voluto dirglielo prima, ma la nascita prematura ed inaspettatamente anticipata ha scombinato ogni suo proposito. Lo stesso figlio Eddie fatica ad accettare il fatto che il padre possa rinunciare alla partita e non può immaginare che abbia l’intenzione di tornare a casa solo il giorno dopo per tentare di spiegare a lui ed il fratello il peso che si portava appresso. Katrina, dopo aver superato lo choc iniziale, gli comunica che non vuole più vederlo, nonostante Locke le ribadisca il suo amore e cerchi di convincerla a rivedere la situazione assieme civilmente il giorno dopo, soffocando per una notte il suo orgoglio ferito. Per lui insomma, incalzato dalle telefonate che si susseguono ininterrottamente, si tratta di trovare in quel breve lasso di tempo le soluzioni che possono ricomporre il puzzle impazzito della sua vita, per rimediare oppure per distruggere in un sol colpo tutto ciò che di buono ha costruito sin lì.  

VALUTAZIONE: un solo protagonista, la sua auto e dialoghi che si svolgono solo in viva voce attraverso il cellulare, per un viaggio notturno nel dedalo della autostrade di Londra con l’obiettivo di raggiungere una meta che potrebbe sconvolgere in un sol colpo la sua famiglia ed una irreprensibile reputazione professionale. Un perfetto meccanismo di emotività e tensione che inchioda alla poltrona e nel giro di poco più di ottanta minuti racconta lo stravolgimento della vita di un uomo che deve fare i conti con il passato e la sua morale. Da non perdere!                                                                                                                                                                                                                                   

Mentre assistevo a ‘Locke’ mi è tornato alla memoria ‘Duel’, fulminante esordio alla regia di Steven Spielberg. Chi ha avuto modo di vedere entrambe queste opere starà chiedendosi forse dove può essere, se c’è, la relazione fra loro, oltre al fatto che in entrambe per gran parte del tempo i protagonisti sono alla guida di automobili dentro le quali compiono una sorta di monologo, seppure per ragioni e finalità completamente diverse. Sia in un caso che nell’altro però siamo davanti ad esempi di come il cinema riesce a dare il meglio di sé anche attraverso opposte modalità d’espressione e non sempre ha bisogno di chissà quali mezzi ed effetti speciali per colpire lo spettatore, quando l’ispirazione del regista è fervida come nel film in oggetto.

Steven Knight alla sua opera seconda, dopo ‘Redemption – Identità Nascoste’ (che sarà il caso di recuperare a questo punto), ma già affermato sceneggiatore fra l’altro di ‘Piccoli Affari Sporchi’ di Stephen Frears e ‘La Promessa dell’Assassino’ di David Cronenberg, ha realizzato infatti con ‘Locke’ un piccolo grande prodigio che supera il cinema stesso utilizzando in maniera inconsueta le sue risorse.

Locke 05Supponete che qualcuno vi proponga di assistere ad un film che dura poco meno di un’ora e mezzo e che si svolge praticamente per intero dentro un’automobile, con un unico protagonista che parla continuamente in viva-voce al suo cellulare oppure, rivolgendosi allo specchietto retrovisore, ad un immaginario passeggero posto sui sedili posteriori, durante un viaggio che si svolge interamente di notte lungo le tortuose arterie intorno ad una metropoli come Londra. Ed ora chiedetevi se davanti ad una prospettiva del genere sareste così tanto interessati da impegnarvi magari una serata.

Locke 10Cinema di solito è sinonimo di movimento, coinvolgimento di personaggi diversi, mutamenti di scena e di panorami, uso funzionale del montaggio, della fotografia e della musica. Niente di tutto ciò riguarda invece ‘Locke’. O per meglio dire, Justine Wright, Haris Zambarloukos e Dickon Hinchliffe fanno rispettivamente il loro egregio lavoro, non c’è dubbio, ma questo è un film che lascia il segno soprattutto per la sfida vinta dal suo autore Steven Knight grazie anche alla bravura del protagonista Tom Hardy nell’affiancarlo con la sua solitaria performance.

Locke 01Ora, provate ugualmente ad iniziare la visione di questo film e vi renderete conto, dopo non molto, che non riuscite più a distaccarvene, come avvolti fra i tentacoli di una piovra, che è in realtà la trama, nonostante il fatto che nel giro di una decina di minuti la stessa ha già dettato nella sostanza i suoi capisaldi narrativi e la cinepresa si sposta dal protagonista solo per riprendere l’auto mentre si muove lungo le strade ed il traffico di Londra, per fortuna non particolarmente intenso, come dice lo stesso guidatore più volte. Noterete infatti che le immagini riportate a corredo di questo commento si somigliano quasi tutte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Le Iene’

LE IENE

Titolo Originale: Reservoir Dogs

Nazione: USA 

Anno:  1992

Genere:  Noir

Durata:  102′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi, Michael Madsen, Chris Penn, Lawrence Tierney, Edward Bunker, Kirk Baltz, Quentin Tarantino

 

Potrà sembrare un po’ inusuale rispetto allo standard, commentando ‘Reservoir Dogs’, che s’inizi tessendo le lodi di due collaboratori ma Quentin Tarantino, anche chi il cinema lo frequenta di rado, è difficile, se non impossibile, che non lo abbia perlomeno sentito nominare. Sally Menke al montaggio e David Wasco alla scenografia invece sono presumibilmente sconosciuti a molti. Il loro lavoro in quest’opera è di notevole importanza, tenendo conto che il film si svolge per gran parte dentro un capannone e che le scene in esterni sono praticamente tutte d’azione convulsa, per le quali il supposto budget iniziale di soli 30.000 dollari sembra davvero poca cosa. Non sarà solo un caso perciò se Tarantino, noto per essere estremamente esigente e rigoroso, li ha voluti entrambi al suo fianco anche nelle opere successive quando, forte del successo ottenuto con questo film, ha avuto a disposizione ben altri mezzi finanziari e volendo quindi avrebbe potuto ricorrere a professionisti più famosi del settore.

Solo infatti grazie all’aiuto economico di Harvey Keitel, il quale, dopo aver letto la sceneggiatura che aveva ricevuto in realtà sua moglie, ha creduto nel progetto e si è offerto di contribuire alla produzione investendo di tasca propria circa 1,5 milioni di dollari, il poliedrico Quentin ha potuto evitare di dover girare questo suo esordio dietro la macchina da presa nel più economico formato 16mm e di ricorrere persino ad alcuni amici nelle parti dei protagonisti.

Un gruppo di gangster di diversa provenienza viene ingaggiato da Joe (Lawrence Tierney), un anziano procacciatore, per organizzare una rapina in un laboratorio dove viene smistata una grande quantità di diamanti. Qualcosa va storto però, perchè al momento scelto per l’azione la polizia li aspetta sul posto ed i sopravvissuti, fra i rapinatori che riescono a fuggire alla cattura, si ritrovano in un capannone dove s’interrogano e si accusano l’un l’altro di essere la talpa che ha tradito. Nessuno si fida più degli altri.

‘Le Iene’ è la prima opera autorale di Quentin Tarantino dietro la macchina da presa e precede ‘Pulp Fiction’ della quale rappresenta in un certo senso la prova generale, se non altro dal punto di vista dell’impianto costruttivo. In questo debutto scarno, feroce, violento e fulminante, l’autore dà sfoggio di un grande talento espressivo grazie al quale si è proposto all’attenzione internazionale, prima ancora che in USA, a confermare quindi la classica locuzione latina ‘nemo propheta in patria’. Un po’ come ‘Duel’ per Steven Spielberg insomma, girato con quattro soldi ed un solo interprete, che è stato il film attraverso il quale il giovane regista ha rivelato le sue doti. Mentre quel caso però, dal punto di vista stilistico, è rimasto un esempio isolato nella cinematografia dell’autore in seguito, fra l’altro, di ‘ET’ e la serie di ‘Indiana Jones’, ‘Le Iene’ invece dimostra già la coerenza dei temi, oltrechè la piena maturità e la personalità di Tarantino.(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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