Film: ‘Il Padre d’Italia’

IL PADRE D’ITALIA

Titolo Originale: Omonimo

Nazione: Italia

Anno:  2017

Genere:  Drammatico

Durata: 93’ Regia: Fabio Mollo

Cast: Luca Marinelli (Paolo), Isabella Ragonese (Mia), Anna Ferruzzo (Nunzia), Mario Sgueglia (Mario), Federica de Cola (Assistente sociale), Miriam Karlkvist (Lucia, inquilina Roma), Esther Elisha (Assunta), Sara Putignano (Mamma di Paolo), Filippo Gattuso (Valerio), Franca Maresa (Suora anziana)

TRAMA: Paolo è impiegato in un grande centro dell’arredamento di Torino. Ha vissuto sino a diciotto anni in orfanotrofio ed è omosessuale. Il suo compagno Mario però, stanco delle sue insicurezze, lo sta lasciando per mettersi con un altro. Mia è incinta, fa la cantante di un gruppo rock, ha i capelli color arancione e una giacchetta con il disegno stilizzato della madonna sulla schiena, ma ha lasciato il profondo sud perché rifugge le responsabilità ed i pregiudizi. Paolo, subito dopo aver litigato con Mario dentro una discoteca, la sorregge appena in tempo fra le sue braccia mentre sta svenendo. Non essendo accompagnata, la segue in ospedale, dove però subito dopo lei firma per essere dimessa e non avendo il coraggio di abbandonarla a se stessa, la ospita a casa sua per quella notte. La mattina dopo Mia gli chiede di portarla ad Asti dove il suo fidanzato ed il gruppo rock provano dentro un capannone e Paolo, con la compiacenza della sua responsabile, si lascia convincere ad accompagnarla con un furgone della ditta, con l’accordo di eseguire anche una consegna nel frattempo. La città piemontese dovrebbe essere la destinazione finale di una cortesia ed invece diventa l’inizio di un lungo viaggio, a scendere sino a Roma, poi a Napoli ed infine in Calabria, dove risiede la famiglia di origine di Mia. La giovane dapprima sembra che abbia una dimora nella capitale e poi che a Napoli viva il padre della bambina che porta in grembo, ma Paolo scopre in entrambi i casi che si tratta al più di illusioni. Eppure, a costo di rischiare di perdere il lavoro, non riesce a mollare Mia e lei che ha inteso la vulnerabilità caratteriale di Paolo se ne approfitta un po’. L’improvvisata coppia fra una tappa e l’altra ha però l’opportunità di conoscersi meglio, di parlarsi, di confidarsi e raggiungere quindi una buona intesa, pur nella diversità delle loro esperienze di vita. Giunti in Calabria, per la prima volta in vita sua Paolo ha anche l’opportunità di vivere come se fosse in una vera famiglia, seppure il padre di Mia non la saluta nemmeno al suo arrivo e la madre invece li accoglie benevolmente ma poi critica Mia e mette in guardia Paolo dall’affezionarsi troppo a sua figlia che è sempre stata inaffidabile. La permanenza comunque dura abbastanza per dare modo a Paolo d’imparare ad assumersi quelle responsabilità che invece Mia continua ostinatamente a rifiutare, anche dopo aver partorito la figlia alla quale ha dato il nome di Italia. 

VALUTAZIONE: l’opera seconda di Fabio Mollo racconta un viaggio ‘on the road‘ di due persone che s’incontrano per caso e nonostante le enormi diversità, riescono per qualche giorno a pensare di poter sistemare i tasselli disordinati e scomposti delle loro vite. Un film che parla di vari temi delicati ed attuali, di contrasti culturali e generazionali nel nostro paese. Film imperfetto ma coraggioso, con due interpreti di grande livello come Luca Marinelli e Isabella Ragonese.   

Il Padre d’Italia‘ è un titolo che fa dell’ambiguità la sua principale ragion d’essere. Letteralmente parlando si potrebbe infatti ritenere che sia riferito ad un simbolico personaggio storico che ha contribuito in maniera decisiva alla creazione della nostra madre patria. Invece Italia non è solo il nome della nazione a noi cara, ma anche uno proprio. Personalmente, ad esempio, conosco una splendida anziana signora che si chiama proprio così.

Il Padre di Italia 14A proposito del film di Fabio Mollo però, anche a volerlo considerare in quest’ultimo senso, il titolo resta comunque enigmatico, perché chi sia veramente il padre biologico di Italia, in realtà non verremo mai a saperlo. Di certo la madre di Italia ha a sua volta un nome, Mia, che s’adatta perfettamente alla sua personalità. Infatti lei non riesce proprio a considerarsi al plurale ed è, per così dire, una gatta randagia che appartiene solo a se stessa.

Il Padre di Italia 10Il Padre d’Italia‘ nella sua narrazione parte però da una premessa molto lontana da entrambe queste considerazioni sui nomi ed è una costante di quest’opera, che sembra voler andare in una direzione, per poi cambiare strada più volte. All’inizio, ad esempio, il tema di fondo sembra essere quello dell’omosessualità di Paolo, lasciato dal suo compagno dopo otto anni, il quale non ha trovato in lui le certezze cui evidentemente aspirava, cioè a suo dire: una casa, una famiglia e dei figli.

Il Padre di Italia 13Le immagini e l’atmosfera cupe, nonostante la musica, dentro le quali si muove Paolo in una discoteca per raggiungere Mario che sta ballando con il suo nuovo compagno, sembrano preludere ad un imbarazzante diverbio, ma il viso in penombra di una giovane che appare di fronte a Paolo, giusto un attimo prima che svenga fra le sue braccia, determina la prima svolta narrativa.

Il Padre di Italia 08La sensibilità di Paolo lo spinge immediatamente a prendersi cura di Mia, anche quando dopo averla accompagnata in ospedale e saputo che è persino incinta, potrebbe andarsene e lasciarla perché qualcun altro più vicino a lei ed alla sua condizione di prossima madre se ne occupi. Ed invece, anche se lei dopo aver firmato per essere dimessa anzitempo, in autobus reagisce male di fronte alla legittima curiosità e considerazione di Paolo, stanca e confusa la ospita per quella notte a casa sua.

Il Padre di Italia 02E Mia, la quale è abituata a sfruttare le situazioni a suo vantaggio, quando si sveglia la mattina dopo, capisce al volo di aver toccato dei tasti delicati  in quella sorta di buon samaritano ed ovviamente se ne approfitta, chiedendogli un altro favore. Paolo dovrebbe andare al lavoro, indugia, ma non riesce infine a negarsi. In realtà lui sa benissimo cosa vuol dire sentirsi abbandonato, non solo per le sue più recenti vicende sentimentali, ma perché ha vissuto sino a 18 anni dentro un orfanotrofio, dove l’ha lasciato sua madre, della quale ricorda solo una figura vista di spalle, mentre riguardo al padre non ha nemmeno quella a cui aggrapparsi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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Film: ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2015

Genere:  Fantastico, Azione, Drammatico

Durata: 118’ Regia: Gabriele Mainetti

Cast: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia), Salvo Esposito (Vincenzo), Gianluca Di Gennaro (Antonio) 

TRAMA: Enzo Ceccotti è un ladruncolo romano. Ha appena rubato un orologio ed è inseguito da alcuni poliziotti in borghese. Sul Lungo Tevere si rifugia dentro una chiatta, ma è costretto ad immergersi nelle acque del fiume per sfuggire alla cattura. Con i piedi scalcia degli strani contenitori che riportano il simbolo della radioattività ed uno di essi si rompe. Quando Enzo risale in superficie si sente male, vomita ed ha i brividi ma nonostante sia bagnato fradicio riesce comunque a raggiungere la sua abitazione a Tor Bella Monaca. In realtà è un piccolo appartamento in condizioni pietose in un condominio-alveare degradato. Enzo ha la febbre, trema, vomita di continuo ma infine riesce ad addormentarsi. Al risveglio sta molto meglio. Al piano di sotto abita Sergio con Alessia, una figlia disturbata, la quale vive in una realtà di fantasia, dominata dai manga giapponesi. Sergio fa parte della banda dello Zingaro, un criminale senza scrupoli alla ricerca del colpo grosso per entrare nel grande giro e per questo si è accordato con un’organizzazione legata alla camorra ed allo spaccio della droga. Enzo raggiunge il luogo dove si riunisce di solito la banda e tratta con Sergio la vendita dell’orologio rubato. Subito dopo quest’ultimo gli propone di accompagnarlo all’appuntamento con un paio di corrieri orientali che sono appena giunti a Roma ed hanno ingoiato delle capsule di cocaina per sfuggire ai controlli. Il ritrovo è all’ultimo piano di un palazzo in costruzione. Una di queste capsule però si rompe ed il corriere muore per overdose. Il suo compare, spaventato, spara alcuni colpi di pistola a Sergio che muore a sua volta ed uno di essi raggiunge ad una spalla anche Enzo che vola nel vuoto. Quando rinviene si rende conto incredulo di non avere subito traumi nonostante quella caduta di parecchi piani. Si allontana di corsa da quel luogo e trova Alessia seduta sulle scale di casa che gli chiede notizie del padre, ma Enzo non ha il coraggio di dirle la verità e si chiude nel suo appartamento. Alessia bussa però insistentemente alla porta, sinché Sergio indispettito colpisce la stessa porta con un pugno e con irrisoria facilità la sfonda, scoprendo così di possedere una forza sovrumana, che esperimenta subito dopo spostando un armadio con irridente facilità. Dallo stupore passa poco dopo all’azione, scardinando un bancomat per poi trascinarlo sino a casa. Il filmato ripreso dalle telecamere finisce in Internet e diventa virale. Persino lo Zingaro è stupito da quello che vede e gli piacerebbe che quell’uomo fosse al suo fianco. Con quattro scagnozzi al seguito si presenta a casa di Alessia minacciandola per sapere dove è finito il padre con il carico di droga che aspettavano, ma quando sembra intenzionato ad ucciderla, irrompe dalla finestra Enzo, il viso coperto da un passamontagna, che in breve tempo sgomina gli assalitori costringendoli alla fuga, nonostante lo Zingaro gli mozzi, poco prima di dileguarsi, il dito mignolo di un piede con una mannaretta. Alessia identifica il suo salvatore in Jeeg Robot d’Acciaio, il suo idolo dei manga. Enzo diventa così un criminale, che blocca e rapina un furgone portavalori facendo infuriare lo Zingaro che aveva intenzione di attuare lo stesso colpo per restituire i soldi della fallita partita di droga alla cosca di Nunzia. Enzo diventa una sorta di ‘Superman’ delle borgate quando salva una bimba dalle fiamme dell’auto coinvolta in un incidente stradale ed è tenero al tempo stesso nei confronti di Alessia, alla quale finisce per affezionarsi. Un comportamento contraddittorio che mescola buone intenzioni ad illegalità e che diventa il leit-motiv della sua vita e del suo nuovo ruolo. Solo lui infatti è in grado di fermare lo Zingaro che vuole sconvolgere Roma per diventare il più temuto e famoso dei criminali. 

VALUTAZIONE: un’opera unica nel panorama del cinema nazionale, di un esordiente che ha fatto incetta di alcuni dei premi più prestigiosi ai David di Donatello dell’edizione 2016. Uno stile a mezza strada fra grottesco, fantastico e drammatico con un gruppo d’interpreti azzeccatissimi in una sorta di western fra le borgate romane.                                                                                                                                                      

Lo confesso: di manga e anime giapponesi (quelli che noi definiamo abitualmente fumetti o cartoni animati) non ne so niente, quindi Jeeg Robot d’Acciaio, Hiroshi Shiba e Go Nagai erano per me dei nomi sconosciuti, prima della visione di questo film.

Il lettore che fosse nella stessa condizione non si preoccupi però, perché le ragioni per apprezzare quest’opera d’esordio di Gabriele Mainetti sono di tutt’altro genere e non c’è alcun bisogno di rimediare alla lacuna sottoponendosi frettolosamente ad una sorta di corso intensivo sul tema.

La sequenza iniziale, che vede un uomo in fuga dai poliziotti in borghese a Roma, fra Castel Sant’Angelo ed il Lungo Tevere, potrebbe sembrare tratta da un poliziesco italiano degli anni settanta, perlomeno sinché il fuggitivo, elusa la cattura, riemerge dalle acque torbide del fiume, dove si è dovuto immergere suo malgrado calandosi da una chiatta, per riapparire tempo dopo, quasi irriconoscibile, impregnato di una sostanza nera, oleosa e malsana.

Sin qui, a parte un’inquadratura che mostra alcune taniche nascoste sotto quella stessa chiatta con l’indicazione che contengono sostanze radioattive, una delle quali si rompe a causa dei maldestri movimenti in acqua di Enzo Ceccotti, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Un cognome, quello di Ceccotti, foneticamente anonimo, diciamolo; quasi risibile rispetto ad altri decisamente più pertinenti che è abile a proporre, ad esempio, la cinematografia americana in opere analoghe. Il ritorno a casa, zuppo, sporco e schivo in un quartiere degradato della periferia romana di Tor Bella Monaca (altro nome che sembra paradossale a confronto dell’ambiente che rappresenta) pare preludere all’ennesima storia di miseria e di disagio sociale della periferia di una grande città, con il rischio concreto che il voltastomaco e la febbre che hanno colpito Enzo poco dopo essere riemerso dall’acqua torbida, possano preludere ad un’evoluzione dannosa per la sua salute.

L’agglomerato urbano dove abita, in un appartamento che definire trasandato, fetido e sporco è persino riduttivo, non è molto diverso dalle cosiddette Vele di Scampia a Napoli (un’altra associazione di nomi nella quale è difficile non cogliervi un intento sarcastico), rese particolarmente famigerate dalla serie TV ‘Gomorra’. Enzo spende le sue serate fra videocassette hard, delle quale ha una nutrita collezione ed alimentandosi soltanto con una sorta di strano budino giallastro in confezioni da yogurt prive di etichetta, che conserva in notevole quantità dentro il frigo. 

Al piano di sotto ci abitano Sergio e Alessia, padre e figlia. Lui è un affiliato della banda dello Zingaro; lei è una bella ragazza, anzi una donna dal punto di vista fisico, che però non si è più ripresa dallo choc della morte prematura della madre e da allora non c’è più con la testa, come afferma lo stesso padre. Confonde spesso infatti la realtà con la fantasia delle ‘anime giapponesi’, non si stacca mai da un lettore dvd nel quale vede e rivede le imprese dei suoi eroi e sogna di vestire l’abito di una principessa ed è in attesa che il suo idolo, Jeeg Robot d’Acciaio, la venga a prendere, come il cavaliere azzurro delle favole di un tempo.

Lo Zingaro, gli occhi spiritati, l’espressione aquilina, velenoso come un serpente, ambizioso e senza scrupoli, è il leader di una banda che ha la sua sede nel canile di una zona malfamata della stessa Tor Bella Monaca, dal quale dirige un’attività criminosa di piccolo cabotaggio, per così dire, usando una metafora marinaresca. Dopo aver partecipato persino ad un’edizione del programma televisivo ‘Buona domenica’, appassionato esecutore canoro di cover della migliore tradizione musicale italiana, come malavitoso in carriera ha aspettative molto diverse e vuole puntare ad entrare nel grande giro. ‘…Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa…’, è il suo proclama d’intenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…