MauPes

Le mie Foto, i Film che vedo, i Libri che leggo…

Film: ‘Il Caso Spotlight’

IL CASO SPOTLIGHT

il-caso-spotlightTitolo Originale: Spotlight

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Drammatico, Biografico, Storico

Durata: 128’ Regia: Tom McCarthy

Cast: Mark Ruffalo (Michael Rezendes), Michael Keaton (Walter ‘Robby’ Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Brian d’Arcy James (Matt Carroll), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian), Jamey Sheridan (Jim Sullivan), Billy Crudup (Eric MacLeish), Len Cariou (Cardinale Law), Paul Guilfoyle (Peter Conley), Lana Antonova (Veronica), Neal Huff (Phil Saviano), Michael Cyril Creighton (Joe Crowley), Patty Ross (Linda Hunt), Stefanie Drummond (Sheila), Elena Wohl (Barbara Robinson), Jami Tennille (Elaine Carroll), Laurie Heineman (Giudice Constance Sweeney), Doug Murray (Peter Canellos), Laurie Murdoch (Wilson Rogers), Darrin Baker (Padre Dominick), Duane Murray (Hans Pfeiffer), Robert Clarke (Giudice Volterra), Jimmy LeBlanc (Patrick McSorley), Maureen Keiller (Eileen McNamara), David Fraser (Jon Albano), Brian Chamberlain (Paul Burke), Gene Amoroso (Steve Kurkjian), Richard O’Rourke (Padre Ronald Paquin), Gary Galone (Jack Dunn) 

TRAMA: L’arrivo da Miami di un nuovo direttore al giornale Boston Globe è accolto con scetticismo e preoccupazione dalla redazione. Qualcuno si aspetta dei tagli, specie dopo l’acquisizione del quotidiano da parte del New York Times. Marty Baron si presenta in sordina e dopo aver conosciuto i principali redattori rivolge la sua attenzione sul team Spotlight, che si occupa di effettuare indagini giornalistiche sui temi più scottanti. L’impressione che ne trae è che i quattro componenti siano un po’ a corto d’idee e quindi invita Robby che ne è il capo redattore ed il suo responsabile Ben, ad andare più a fondo sul caso di un prete accusato di aver abusato per vari anni di alcuni bambini. Marty è convinto che il cardinale Law a capo della diocesi di Boston fosse al corrente di questi fatti ed abbia agito per insabbiarli. Alcuni anni prima il Boston Globe aveva pubblicato un articolo per fatti analoghi al quale però non era seguita alcuna indagine di approfondimento ed ora perciò caduto nel dimenticatoio. Andare a fondo sul nuovo caso significa mettersi contro la Chiesa, molto potente in una città come Boston che è ancora piuttosto bigotta e tradizionalista. Baron lo sa, ma ottenuto il consenso dell’editore, che lo ha messo comunque in guardia riguardo le possibili conseguenze, non si fa intimorire dal cardinale, il quale durante un colloquio da lui stesso richiesto, lo invita ad essere prudente. Il più entusiasta del team Spotlight nell’affrontare questa nuova indagine è Michael. Le ricerche ed interviste che svolge assieme ai suoi colleghi di Spotlight sulle persone coinvolte nel caso più recente, unito da un filo invisibile ai più a quelli precedenti, portano a scoprire una rete di abusi e connivenze molto più vaste, che si ripercuotono a livello globale.

VALUTAZIONE: premio Oscar 2016 al film ed alla sceneggiatura, è un buon esempio di cinema-indagine il cui valore è direttamente proporzionale alla bravura degli interpreti ed alla qualità dei dialoghi. Un’opera che tratta con efficacia il delicato tema della pedofilia nella Chiesa. Nonostante eviti le trappole del protagonismo e delle immagini scioccanti, confermando al tempo stesso la migliore tradizione del cinema impegnato americano, l’opera di Tom McCarthy però non riesce ad uscire da uno stile vicino al reportage e quindi a coinvolgere lo spettatore sino in fondo.                                                                                                                                                                                                                              

Ci sono pochi argomenti per i quali il contraddittorio è improponibile: questo è uno.

Quando si parla di pedofilia infatti c’è poco da discutere e non ci sono scusanti che tengano. Si tratta di uno dei crimini più ripugnanti che si possono commettere. Se poi a perpetrare reiteratamente questo abominio sono anche appartenenti alla Chiesa Cattolica e non per un singolo ed isolato episodio, allora è proprio il caso di dire: ‘non c’è più religione!’. Sembra una battuta ma, anche presa alla lettera, è la pura verità. D’altronde, sono le parole stesse di una delle vittime, Phil Saviano (fondatore dello SNAP – Survivors Network of those Abused by Priests, un’associazione creata per unire le vittime dei soprusi) a fissare l’enormità di una tale infamia: ‘…quando sei un bambino povero di una famiglia povera e un prete si interessa a te è una gran cosa… Come puoi dire no a Dio?…‘. Tradire quindi la fiducia di un bambino e violarne l’innocenza in nome di Dio è un atto esponenzialmente ancora più ripugnante.

La vicenda narrata nel film è tratta da fatti realmente avvenuti (sennò di cosa staremmo a parlare, di banali supposizioni?): prima tredici, poi addirittura novanta preti della diocesi di Boston e quindi, una volta sollevato il lenzuolo dell’omertà, una lunghissima lista sparsa a macchia d’olio un po’ in tutto il mondo, che risultano implicati nello stesso reato, cioè abusi sui minori. Si potrebbe dire sbrigativamente che non ci sono parole per commentare questi fatti, ma in realtà è esattamente il contrario: bisogna parlarne eccome, anche se può essere fastidioso il solo scriverne nel commentare un’opera cinematografica. Una vera e propria sofferenza per chi possiede ancora un briciolo di sensibilità e di etica, messe a durissima prova da un argomento così squallido.

La Chiesa stessa ai suoi livelli più alti ha lungamente ed ostinatamente negato con i suoi silenzi o le infastidite dichiarazioni ufficiali di avere protetto i colpevoli, favorendo in pratica la diffusione di questo cancro al suo interno, sino a non riuscire più a controllarne le dimensioni e la portata. Ed invece tutto ciò è venuto a galla grazie alla caparbietà di questo piccolo team Spotlight del Golden Globe di Boston che è riuscito a far emergere il bubbone in quella città, facendo da volano per farlo esplodere a catena nel resto degli USA e poi addirittura nel mondo. 

I dati d’altronde sono impietosi, basta dare un occhio in Internet, se si vuole verificare qualcosa sull’argomento: oltre ai fatti avvenuti nella capitale dello stato del Massachusetts, si legge ad esempio  – e la fonte è ‘L’Avvenire’, non un quotidiano di opposizione alla Chiesa quindi, che abbia interesse a speculare su tali avvenimenti – di una commissione d’inchiesta in Australia, la quale nel corso di quattro anni d’indagini ha verificato che fra il 1980 ed il 2015 sono avvenuti 4444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1000 strutture di proprietà della Chiesa Cattolica. Tutti riguardanti bambine e bambini di età oscillante fra i dieci e gli undici anni e mezzo. Ancora più sconcertante è il fatto che la distanza di tempo, fra il momento in cui è avvenuto l’abuso e la denuncia finalmente presentata, è stata mediamente di 33 anni! Molti responsabili, quasi duemila, sono stati identificati ma ne mancano ancora altri cinquecento.(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

25/02/2017 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Shutter Island’

SHUTTER ISLAND

Titolo Originale: Shutter Island

Nazione: USA  Anno:  2010

Genere:  Drammatico, Thriller

Durata:  138′  Regia: Martin Scorsese

Cast: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams, Max Von Sydow, Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley

Una vecchia battuta recitava che negli istituti di una volta la scritta ‘Manicomio’ era esposta al di fuori, a sottolineare maliziosamente che non era poi così certo che i matti fossero quelli ricoverati dentro. M’è tornata alla mente vedendo quest’ultima opera di Martin Scorsese, tratta dal romanzo ‘L’isola della paura’ di Dennis Lehane, nella quale ci sono almeno due film in uno e c’è un prima ed un dopo ben distinti fra loro, così che alla fine, anche se la struttura è quella del classico thriller che scopre un po’ per volta le sue carte, resta comunque il dubbio riguardo la ‘verità’ dei fatti che questa storia propone.

Perché non è poi del tutto certo che quello cui s’assiste nella seconda parte sia la conseguenza della prima, dato che il nocciolo della vicenda qui messa in scena verte su quello che la mente è in grado di rappresentare, vedere, sentire, persino toccare, in determinate condizioni, rispetto a quello che poi avviene in concreto ed è perciò autentico. Illusione o realtà? Distorsione o solo un diverso punto di vista? Questo può valere sia per un miraggio nel deserto, che per un abbaglio quando si scambia una persona o una cosa per un’altra, da parte di un individuo sano ed equilibrato, figuriamoci cosa può avvenire quando di mezzo c’è un trauma fortissimo a seguito di una strage consumata dentro l’ambito famigliare, che come conseguenza può provocare una sorta di corto circuito nel cervello di chi, sopravvissuto, ne è stato partecipe o l’ha subita, con le ripercussioni psicologiche che ne possono derivare, del tutto imprevedibili.

Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) viene inviato insieme al suo collega Chuck (Mark Ruffalo) nell’isola di Shutter Island, che è simile ad Alcatraz, impenetrabile ed irraggiungibile per i non autorizzati. Quest’ultima sta dall’altra parte dell’oceano, di fronte a San Francisco, qui invece siamo nella baia di Boston. Entrambi sono carceri di massima sicurezza, ma nello specifico, l’isola in questione tiene prigionieri alcuni efferati assassini che in comune hanno la perdita della memoria. Non hanno cioè accettato la realtà della loro colpa, non l’hanno razionalizzata, ma hanno elaborato, a seguito di quegli eventi, una diversa personalità, che nega in alcuni casi persino l’omicidio stesso delle loro vittime.

Teddy e Chuck arrivano nell’isola come agenti FBI incaricati di ritrovare una di queste assassine che è fuggita, non si capisce come, dalla sua cella e vaga fra i boschi e le scogliere a strapiombo dell’isola. Da subito la sensazione di Di Caprio è che in quella struttura ci sia un clima di sospetto ed un’ossessione riguardo la sicurezza che sono comprensibili, ma anche poca chiarezza e collaborazione per le indagini che devono svolgere ed inoltre alcune figure, come il direttore ed il responsabile dell’assistenza psichiatrica (Ben Kingsley), si comportano sin dai primi approcci in maniera ambigua.

Siamo intorno agli anni 1952-54 e Teddy ha partecipato alla seconda guerra mondiale come uno dei liberatori del campo di concentramento di Dachau dove ha potuto verificare di persona l’abominio perpetrato dagli uomini sui loro simili ed assistito direttamente agli ultimi momenti dell’agonia del comandante aguzzino del campo. Da allora soffre di frequenti mal di testa, allucinazioni ed incubi notturni, soprattutto riguardo gli ebrei massacrati e la moglie morta a seguito di un incendio doloso a casa mentre lui era in servizio. Si convince, grazie ad alcuni indizi ed allusioni lanciate da alcuni ricoverati interrogati nel frattempo, che in quell’isola ed in particolare all’interno di un faro posto lì accanto, accessibile solo via mare, vengono effettuati esperimenti sui pazienti ormai ridotti ad esseri impotenti da tranquillanti, droghe e persino lobotomie, nei casi più resistenti, che non rendono i responsabili poi così diversi dai tedeschi delle SS che ha contribuito a fucilare a Dachau, come in una sorta di liberazione, prima ancora delle vittime superstiti, dalle proprie angosce.

Questi sono a grandi linee gli eventi della prima parte. Quelli che avvengono di lì in poi, come dicevo all’inizio, riguardano un secondo film, un piano di lettura completamente diverso, nel quale gli avvenimenti ed i personaggi sono stravolti, così come le parti, rendendo espliciti alcuni segnali premonitori seminati sin lì. Non vado oltre per non togliere all’eventuale spettatore il gusto e la sorpresa di scoprirli da sé.

Al termine della visione ho voluto rivedere alcune parti, soprattutto della prima ora, per verificare se si sposavano con quello che l’opera mette in scena nel prosieguo. Ci si rende conto quindi che è costruita come se fosse raccontata in terza persona da Teddy, non da una prospettiva neutrale. E non può essere diversamente, si capirà poi in seguito, altrimenti gli avvenimenti mostrati in precedenza non avrebbero senso. Questo punto di vista rende il racconto plausibile, pur risultando tirato per la corda, per così dire e mostrando alcune incongruenze di sceneggiatura qua e là, non facilmente risolvibili neppure da un mago come Scorsese, soprattutto riguardo i frequenti incubi e le allucinazioni di Teddy che, al di là dell’aspetto onirico, metafisico ed anche spettacolare, hanno funzione essenzialmente di indizio per quello che dovrà succedere in seguito.

‘Shutter Island’ non è un film di facile lettura perché si fonda esso stesso sull’equivoco, che può sfociare facilmente nella confusione. Kafkiano nella rappresentazione di un ingranaggio che non consente vie d’uscita, claustrofobico nella parte girata all’interno del padiglione C, dove risiedono i criminali più pericolosi, metaforico nella dinamica della violenta tempesta che costringe Teddy a trattenersi nell’isola ed a riprendere la sua indagine così strana e particolare quando aveva minacciato di abbandonarla, contiene anche qualche analogia, almeno nella prima parte, con ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’, laddove la pratica della lobotomia veniva adottata come soluzione pratica per risolvere i casi mentali più complicati, seppure poi le tematiche fra le due opere divergono completamente.

E’ un’opera che scava nelle distorsioni della mente, a fondo, e pone quesiti inquietanti non solo riguardo la presenza o l’assenza della ragione e del controllo dei propri sensi e delle azioni, ma anche sulla convivenza di diversi piani esistenziali nei quali non è così facile ed immediato distinguere il fittizio dal vero. Temi di enorme complessità che Scorsese tenta di far convivere e che riesce solo in parte a chiudere. Sono certamente affascinanti sia il contesto ambientale, che le musiche martellanti, Di Caprio è bravissimo a rappresentare la personalità ai limiti della paranoia che il suo personaggio richiede, ma sono altrettanto bravi Ben Kingsley, nell’enigmatico ruolo del responsabile psichiatrico e Mark Ruffalo, il collega che l’accompagna sull’isola, così come Max Von Sydow contribuisce con la sua maschera bergmaniana a disegnare risvolti conturbanti al suo ruolo di psichiatra.

Non è il migliore risultato di Scorsese, ma siamo sempre alle prese con un autore dalla classe sopraffina che ha voluto cementarsi in un plot davvero di difficile rappresentazione, anziché cercare strade più facili e sicure, e quindi merita comunque tutta la stima del caso.

05/01/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , | Lascia un commento