Film: ‘The Founder’

THE FOUNDER

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2017

Genere: Biografico

Durata: 115’ Regia: John Lee Hancock

Cast: Michael Keaton (Ray Kroc), Nick Offerman (Dick McDonald), John Carroll Lynch (Mac McDonald), Laura Dern (Ethel Kroc), Linda Cardellini (Joan Smith), B.J. Novak (Harry Sonneborn), Patrick Wilson (Rollie Smith), Justin Randell Brooke (Fred Turner), Katie Kneeland (June Martino), Griff Furst (Jim Zien), Jeremy Madden (Dennis), Wilbur Fitzgerald (Jerry Cullen), David de Vries (Jack Horford), Andrew Benator (Leonard Rosenblatt), Mike Pniewski (Harvey Peltz), Catherine Dyer (Sig.ra Horford), Cara Mantella (Myra Rosenblatt), Susan Williams (Sig.ra Cullen), Franco Castan (Art Wolodarsky), Ric Reitz (Will Davis), Afemo Omilami (Sig. Merriman), Steve Coulter (Dott. Reeves)

TRAMA: Ray Kroc ha venduto molti oggetti nella sua vita lavorativa, ultimo dei quali un voluminoso frullatore a cinque lame per bar e ristoranti. Nonostante sia un abile affabulatore, gli affari non vanno granché. Ray gira in lungo e in largo fra gli States stando spesso lontano dalla moglie e dalla bella casa che comunque possiedono, pranzando in fast food disorganizzati e che inoltre tutto sono, tranne che veloci. Ray non si rassegna a quella vita monotona, frustrante ed anonima e sta cercando da tempo l’occasione giusta per svoltare. Quando riceve un ordine di otto frullatori dallo stesso cliente, dapprima pensa ad un errore, poi si reca direttamente sul luogo, dove trova due fratelli che hanno messo su un ristorante nel quale si possono ordinare solo panini farciti, patatine fritte e bevande ma fra la richiesta e la consegna passano solo pochi istanti. Il tutto a buon mercato e consegnato in un sacchetto, senza posate, il cui contenuto può essere consumato in auto, seduto su una panchina oppure al parco. Ray è come se avesse ricevuto un’illuminazione e propone ai due ideatori di quell’efficientissimo sistema, i fratelli McDonald, di ‘affiliare’ altri ristoranti simili in varie zone degli States. Dick e Mac hanno studiato a lungo quella soluzione, persino la struttura di preparazione è razionalizzata per ottimizzare il lavoro degli addetti e la loro tempistica, basando comunque il segreto del successo sulla qualità globale del prodotto. Sono perciò scettici riguardo un’espansione perché temono di non poterla controllare adeguatamente. L’entusiasmo di Ray è però così contagioso che infine accettano, facendogli però firmare un contratto in base al quale tutto deve passare dalla loro approvazione. Ray è una macchina da guerra e nonostante la moglie vorrebbe che s’accontentasse di quello che ha già fatto, lavora ininterrottamente all’apertura di nuovi ristoranti McDonald’s e per finanziare la sua attività non esita a ipotecare la sua casa. I guadagni che derivano dall’accordo contrattuale sono però minimi rispetto al giro d’affari che ha messo in piedi. Ray lavora a ritmi che i due fratelli non sono in grado e non vogliono neppure seguire e sono contrari, specie Dick, a qualsiasi variazione rispetto al sistema che hanno messo in piedi con successo. Così ben presto Ray si trova ad esaurire la liquidità ed il funzionario della banca gli rifiuta nuove sovvenzioni. Un agente finanziario che ha ascoltato per caso la loro discussione, all’uscita si offre di aiutare Ray ad analizzare la sua attività dal punto di vista del profitto economico e quindi gli suggerisce la soluzione risolutiva, che significa però inevitabilmente mettersi contro i fratelli McDonald.   

VALUTAZIONE: la storia del successo della catena fast food McDonald’s, dei protagonisti che l’hanno inventata e di quelli che l’hanno fatta crescere sino a diventare la più importante al mondo nel suo settore. Al tempo stesso uno scontro etico e di visione fra geniale artigianato locale ed applicazione imprenditoriale su vasta scala dello stesso. Un film molto interessante e spietato, ben diretto da John Lee Hancock, con l’istrionica ma efficacissima interpretazione di Michael Keaton.   

Alzi la mano chi non è mai stato dentro un ‘fast food’ di McDonald’s. Il segreto del successo di questa catena di ristorazione è dovuto secondo alcuni a quattro ragioni fondamentali: fiducia (fra management, ‘affiliati’ e fornitori), eccellenza (solo 70 su 7000 richieste di affiliazione all’anno sono accettate), efficienza (più avanti nella lettura sarò più specifico su cosa s’intende in questo caso) e comunicazione (il famoso brand della ‘M’ gialla, riconoscibile in tutto il mondo). Più sinteticamente ancora grazie ad una semplice ricetta che non riguarda solo l’offerta alimentare ma anche la sua gestione, replicata esattamente in ognuno dei ristoranti del gruppo, in qualunque parte del mondo.

The Founder 10Sembra impossibile, eppure le patatine, ad esempio, hanno sempre lo stesso gusto, consistenza e livello di cottura in qualunque McDonald’s in USA, in Italia e, pare, in ogni altro paese del mondo. Anche i panini, non solo si chiamano dappertutto con lo stesso nome (‘Big Mac’, ‘Cheesburger’, ecc…) ma sembrano prodotti pure con la medesima carne, che ha identico sapore, consistenza e livello di cottura, assieme agli ingredienti che la guarniscono, i quali sono sempre quelli a loro volta, sia per numero che per dosi.

The Founder 20Se vi siete mai chiesti com’è possibile tutto ciò, la risposta la trovate in questo film di John Lee Hancock, che è molto curioso ed interessante non solo dal punto di vista biografico, ma anche perché pone una serie d’interrogativi di stampo etico, operativo e finanziario.

Per avere un’idea delle dimensioni che McDonald’s ha raggiunto nel frattempo, sono The Founder 25più di 35.000 nel mondo i suoi ristoranti ed alla data della morte di Ray Kroc nel 1984 le proprietà immobiliari che costituivano la ‘galassia’ del noto marchio con la ‘M’ gialla, erano già arrivate ad oltre quattro miliardi di dollari. Il ruolo di Kroc all’interno dell’azienda è stato fondamentale, almeno quanto la sua scalata al vertice dell’azienda è stata invece realizzata in barba all’etica ed al contratto che aveva firmato all’inizio con i fratelli Dick e Mac McDonald.

I quali, a San Bernardino in California, dopo vari tentativi avevano trovato la formula ideale per gestire una ristorazione basata sui cardini fondamenti di qualità, velocità e costi contenuti. Inizialmente avevano provato ad offrire vari menu, ma avevano scoperto che le richieste di gran lunga più numerose erano relative a panini farciti con hamburger ed ingredienti vari, patatine fritte e bevande analcoliche o frullati. E su quello si erano quindi concentrati.

The Founder 02All’inizio utilizzavano cameriere che prendevano gli ordini e poi li passavano in cucina, ma occorreva troppo tempo prima che avvenisse la consegna ed erano pure frequenti gli errori. Eliminate le cameriere ed i costi relativi, Dick e Mac avevano ottimizzato la catena produttiva e fissato dei tempi tecnici fra l’ordine al banco e la consegna del menu scelto al cliente. Il risultato era stato strabiliante in termini di successo popolare…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere)   Continua a leggere…

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Film: ‘Il Caso Spotlight’

IL CASO SPOTLIGHT

il-caso-spotlightTitolo Originale: Spotlight

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Drammatico, Biografico, Storico

Durata: 128’ Regia: Tom McCarthy

Cast: Mark Ruffalo (Michael Rezendes), Michael Keaton (Walter ‘Robby’ Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Brian d’Arcy James (Matt Carroll), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian), Jamey Sheridan (Jim Sullivan), Billy Crudup (Eric MacLeish), Len Cariou (Cardinale Law), Paul Guilfoyle (Peter Conley), Lana Antonova (Veronica), Neal Huff (Phil Saviano), Michael Cyril Creighton (Joe Crowley), Patty Ross (Linda Hunt), Stefanie Drummond (Sheila), Elena Wohl (Barbara Robinson), Jami Tennille (Elaine Carroll), Laurie Heineman (Giudice Constance Sweeney), Doug Murray (Peter Canellos), Laurie Murdoch (Wilson Rogers), Darrin Baker (Padre Dominick), Duane Murray (Hans Pfeiffer), Robert Clarke (Giudice Volterra), Jimmy LeBlanc (Patrick McSorley), Maureen Keiller (Eileen McNamara), David Fraser (Jon Albano), Brian Chamberlain (Paul Burke), Gene Amoroso (Steve Kurkjian), Richard O’Rourke (Padre Ronald Paquin), Gary Galone (Jack Dunn) 

TRAMA: L’arrivo da Miami di un nuovo direttore al giornale Boston Globe è accolto con scetticismo e preoccupazione dalla redazione. Qualcuno si aspetta dei tagli, specie dopo l’acquisizione del quotidiano da parte del New York Times. Marty Baron si presenta in sordina e dopo aver conosciuto i principali redattori rivolge la sua attenzione sul team Spotlight, che si occupa di effettuare indagini giornalistiche sui temi più scottanti. L’impressione che ne trae è che i quattro componenti siano un po’ a corto d’idee e quindi invita Robby che ne è il capo redattore ed il suo responsabile Ben, ad andare più a fondo sul caso di un prete accusato di aver abusato per vari anni di alcuni bambini. Marty è convinto che il cardinale Law a capo della diocesi di Boston fosse al corrente di questi fatti ed abbia agito per insabbiarli. Alcuni anni prima il Boston Globe aveva pubblicato un articolo per fatti analoghi al quale però non era seguita alcuna indagine di approfondimento ed ora perciò caduto nel dimenticatoio. Andare a fondo sul nuovo caso significa mettersi contro la Chiesa, molto potente in una città come Boston che è ancora piuttosto bigotta e tradizionalista. Baron lo sa, ma ottenuto il consenso dell’editore, che lo ha messo comunque in guardia riguardo le possibili conseguenze, non si fa intimorire dal cardinale, il quale durante un colloquio da lui stesso richiesto, lo invita ad essere prudente. Il più entusiasta del team Spotlight nell’affrontare questa nuova indagine è Michael. Le ricerche ed interviste che svolge assieme ai suoi colleghi di Spotlight sulle persone coinvolte nel caso più recente, unito da un filo invisibile ai più a quelli precedenti, portano a scoprire una rete di abusi e connivenze molto più vaste, che si ripercuotono a livello globale.

VALUTAZIONE: premio Oscar 2016 al film ed alla sceneggiatura, è un buon esempio di cinema-indagine il cui valore è direttamente proporzionale alla bravura degli interpreti ed alla qualità dei dialoghi. Un’opera che tratta con efficacia il delicato tema della pedofilia nella Chiesa. Nonostante eviti le trappole del protagonismo e delle immagini scioccanti, confermando al tempo stesso la migliore tradizione del cinema impegnato americano, l’opera di Tom McCarthy però non riesce ad uscire da uno stile vicino al reportage e quindi a coinvolgere lo spettatore sino in fondo.                                                                                                                                                                                                                              

Ci sono pochi argomenti per i quali il contraddittorio è improponibile: questo è uno.

Quando si parla di pedofilia infatti c’è poco da discutere e non ci sono scusanti che tengano. Si tratta di uno dei crimini più ripugnanti che si possono commettere. Se poi a perpetrare reiteratamente questo abominio sono anche appartenenti alla Chiesa Cattolica e non per un singolo ed isolato episodio, allora è proprio il caso di dire: ‘non c’è più religione!’. Sembra una battuta ma, anche presa alla lettera, è la pura verità. D’altronde, sono le parole stesse di una delle vittime, Phil Saviano (fondatore dello SNAP – Survivors Network of those Abused by Priests, un’associazione creata per unire le vittime dei soprusi) a fissare l’enormità di una tale infamia: ‘…quando sei un bambino povero di una famiglia povera e un prete si interessa a te è una gran cosa… Come puoi dire no a Dio?…‘. Tradire quindi la fiducia di un bambino e violarne l’innocenza in nome di Dio è un atto esponenzialmente ancora più ripugnante.

La vicenda narrata nel film è tratta da fatti realmente avvenuti (sennò di cosa staremmo a parlare, di banali supposizioni?): prima tredici, poi addirittura novanta preti della diocesi di Boston e quindi, una volta sollevato il lenzuolo dell’omertà, una lunghissima lista sparsa a macchia d’olio un po’ in tutto il mondo, che risultano implicati nello stesso reato, cioè abusi sui minori. Si potrebbe dire sbrigativamente che non ci sono parole per commentare questi fatti, ma in realtà è esattamente il contrario: bisogna parlarne eccome, anche se può essere fastidioso il solo scriverne nel commentare un’opera cinematografica. Una vera e propria sofferenza per chi possiede ancora un briciolo di sensibilità e di etica, messe a durissima prova da un argomento così squallido.

La Chiesa stessa ai suoi livelli più alti ha lungamente ed ostinatamente negato con i suoi silenzi o le infastidite dichiarazioni ufficiali di avere protetto i colpevoli, favorendo in pratica la diffusione di questo cancro al suo interno, sino a non riuscire più a controllarne le dimensioni e la portata. Ed invece tutto ciò è venuto a galla grazie alla caparbietà di questo piccolo team Spotlight del Golden Globe di Boston che è riuscito a far emergere il bubbone in quella città, facendo da volano per farlo esplodere a catena nel resto degli USA e poi addirittura nel mondo. 

I dati d’altronde sono impietosi, basta dare un occhio in Internet, se si vuole verificare qualcosa sull’argomento: oltre ai fatti avvenuti nella capitale dello stato del Massachusetts, si legge ad esempio  – e la fonte è ‘L’Avvenire’, non un quotidiano di opposizione alla Chiesa quindi, che abbia interesse a speculare su tali avvenimenti – di una commissione d’inchiesta in Australia, la quale nel corso di quattro anni d’indagini ha verificato che fra il 1980 ed il 2015 sono avvenuti 4444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1000 strutture di proprietà della Chiesa Cattolica. Tutti riguardanti bambine e bambini di età oscillante fra i dieci e gli undici anni e mezzo. Ancora più sconcertante è il fatto che la distanza di tempo, fra il momento in cui è avvenuto l’abuso e la denuncia finalmente presentata, è stata mediamente di 33 anni! Molti responsabili, quasi duemila, sono stati identificati ma ne mancano ancora altri cinquecento.(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Jackie Brown’

JACKIE BROWN

Titolo Originale: Jackie Brown

Nazione: USA 

Anno:  1997

Genere:  Noir

Durata:  153′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Pam Grier, Samuel L. Jackson, Robert Forster, Bridget Fonda, Michael Keaton, Robert de Niro, Michael Bowen, Chris Tucker

 

Terzo film di Quentin Tarantino, dopo l’esordio con ‘Le Iene’, che è stato in qualche modo la prova generale di ‘Pulp Fiction’, da considerarsi l’opera perfetta non solo della sua filmografia ma addirittura in generale del cinema degli ultimi venti anni.

Non è mai facile per un autore ripetersi dopo aver realizzato un capolavoro ed essere così osannato, come nel suo caso, pur essendosi cimentato soltanto due volte dietro la macchina da presa e difatti, saggiamente, pur non modificando il suo stile personalissimo, Tarantino ha cambiato registro narrativo per realizzare ancora un film noir, stavolta ambientato però fra la malavita di Hermosa Beach in California, nel quale le regole narrative sono più classiche, se paragonate alle preziosità funamboliche dell’opera precedente. 

Tratto dal romanzo omonimo di Elmore Leonard (nella versione italiana, in originale ‘Rum Punch’), ‘Jackie Brown’ mantiene comunque intatte le note caratteristiche del versatile cineasta americano il quale, pur avendo già acquisito il diritto all’inserimento del suo nome nella ‘Hall of Fame’ del cinema internazionale, è giovane, artisticamente parlando, dovendo ancora compiere 50 anni.

Seppure solo alla terza prova, Tarantino dimostra una padronanza del mezzo espressivo da autentico veterano, inclusa la faccia tosta di effettuare alcune scelte coraggiose. Chi altri in effetti avrebbe avuto potuto relegare un attore carismatico e dalle spiccate doti di leadership come Robert De Niro in un ruolo di spalla, pur ammirevole nella parte, compresso ed imbavagliato in un personaggio schivo e provato che fatica persino ad esprimersi? Chi altri avrebbe riservato un trattamento non dissimile al ‘Sig. Batman’ Michael Keaton, di certo abituato a ben altri ruoli da protagonista anziché far da comprimario ad una pur brava ma sconosciuta ai più Pam Grier, che non si può neppure definire una bomba erotica (la cui parte in tal senso è stata assegnata alla splendida bambolina dalla testa vuota Melanie, interpretata da Bridget Fonda)? Senza considerare che lo stesso Samuel L. Jackson, pur avendo da tempo conquistato la notorietà, è stato praticamente lanciato sulla scena internazionale dai personaggi interpretati dapprima in ‘Pulp Fiction’ e poi proprio in ‘Jackie Brown’, che gli è valso il premio come migliore attore al Festival di Berlino. E già che ci siamo, per chiudere il lotto degli interpreti principali, c’è la figura di Robert Forster nei panni di Max, il quale oltre a dimostrarsi decisivo nella seconda metà della storia, rappresenta con la sua fisionomia anni sessanta, l’ideale collegamento e puntuale omaggio di Tarantino ad un’epoca storica del cinema. Forster infatti con quella faccia sarebbe stato interprete ideale di Alfred Hitchcock e non è un caso se è stato chiamato a far parte del cast di due remake come ‘La Finestra Sul Cortile’ di Jeff Bleckner e ‘Psycho’ di Gus Van Sant, oltreché figurare in precedenza persino in quello di un classico come ‘Partita a Quattro’ di George Cukor. Questa lunga divagazione per dire che nella scelta dei ruoli Tarantino ancora una volta non solo c’ha preso, ma ha anche ribadito la sua illuminata follia, per così dire, andando lucidamente controcorrente, a dimostrazione di una straordinaria personalità…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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