Film: ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2015

Genere:  Fantastico, Azione, Drammatico

Durata: 118’ Regia: Gabriele Mainetti

Cast: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia), Salvo Esposito (Vincenzo), Gianluca Di Gennaro (Antonio) 

TRAMA: Enzo Ceccotti è un ladruncolo romano. Ha appena rubato un orologio ed è inseguito da alcuni poliziotti in borghese. Sul Lungo Tevere si rifugia dentro una chiatta, ma è costretto ad immergersi nelle acque del fiume per sfuggire alla cattura. Con i piedi scalcia degli strani contenitori che riportano il simbolo della radioattività ed uno di essi si rompe. Quando Enzo risale in superficie si sente male, vomita ed ha i brividi ma nonostante sia bagnato fradicio riesce comunque a raggiungere la sua abitazione a Tor Bella Monaca. In realtà è un piccolo appartamento in condizioni pietose in un condominio-alveare degradato. Enzo ha la febbre, trema, vomita di continuo ma infine riesce ad addormentarsi. Al risveglio sta molto meglio. Al piano di sotto abita Sergio con Alessia, una figlia disturbata, la quale vive in una realtà di fantasia, dominata dai manga giapponesi. Sergio fa parte della banda dello Zingaro, un criminale senza scrupoli alla ricerca del colpo grosso per entrare nel grande giro e per questo si è accordato con un’organizzazione legata alla camorra ed allo spaccio della droga. Enzo raggiunge il luogo dove si riunisce di solito la banda e tratta con Sergio la vendita dell’orologio rubato. Subito dopo quest’ultimo gli propone di accompagnarlo all’appuntamento con un paio di corrieri orientali che sono appena giunti a Roma ed hanno ingoiato delle capsule di cocaina per sfuggire ai controlli. Il ritrovo è all’ultimo piano di un palazzo in costruzione. Una di queste capsule però si rompe ed il corriere muore per overdose. Il suo compare, spaventato, spara alcuni colpi di pistola a Sergio che muore a sua volta ed uno di essi raggiunge ad una spalla anche Enzo che vola nel vuoto. Quando rinviene si rende conto incredulo di non avere subito traumi nonostante quella caduta di parecchi piani. Si allontana di corsa da quel luogo e trova Alessia seduta sulle scale di casa che gli chiede notizie del padre, ma Enzo non ha il coraggio di dirle la verità e si chiude nel suo appartamento. Alessia bussa però insistentemente alla porta, sinché Sergio indispettito colpisce la stessa porta con un pugno e con irrisoria facilità la sfonda, scoprendo così di possedere una forza sovrumana, che esperimenta subito dopo spostando un armadio con irridente facilità. Dallo stupore passa poco dopo all’azione, scardinando un bancomat per poi trascinarlo sino a casa. Il filmato ripreso dalle telecamere finisce in Internet e diventa virale. Persino lo Zingaro è stupito da quello che vede e gli piacerebbe che quell’uomo fosse al suo fianco. Con quattro scagnozzi al seguito si presenta a casa di Alessia minacciandola per sapere dove è finito il padre con il carico di droga che aspettavano, ma quando sembra intenzionato ad ucciderla, irrompe dalla finestra Enzo, il viso coperto da un passamontagna, che in breve tempo sgomina gli assalitori costringendoli alla fuga, nonostante lo Zingaro gli mozzi, poco prima di dileguarsi, il dito mignolo di un piede con una mannaretta. Alessia identifica il suo salvatore in Jeeg Robot d’Acciaio, il suo idolo dei manga. Enzo diventa così un criminale, che blocca e rapina un furgone portavalori facendo infuriare lo Zingaro che aveva intenzione di attuare lo stesso colpo per restituire i soldi della fallita partita di droga alla cosca di Nunzia. Enzo diventa una sorta di ‘Superman’ delle borgate quando salva una bimba dalle fiamme dell’auto coinvolta in un incidente stradale ed è tenero al tempo stesso nei confronti di Alessia, alla quale finisce per affezionarsi. Un comportamento contraddittorio che mescola buone intenzioni ad illegalità e che diventa il leit-motiv della sua vita e del suo nuovo ruolo. Solo lui infatti è in grado di fermare lo Zingaro che vuole sconvolgere Roma per diventare il più temuto e famoso dei criminali. 

VALUTAZIONE: un’opera unica nel panorama del cinema nazionale, di un esordiente che ha fatto incetta di alcuni dei premi più prestigiosi ai David di Donatello dell’edizione 2016. Uno stile a mezza strada fra grottesco, fantastico e drammatico con un gruppo d’interpreti azzeccatissimi in una sorta di western fra le borgate romane.                                                                                                                                                      

Lo confesso: di manga e anime giapponesi (quelli che noi definiamo abitualmente fumetti o cartoni animati) non ne so niente, quindi Jeeg Robot d’Acciaio, Hiroshi Shiba e Go Nagai erano per me dei nomi sconosciuti, prima della visione di questo film.

Il lettore che fosse nella stessa condizione non si preoccupi però, perché le ragioni per apprezzare quest’opera d’esordio di Gabriele Mainetti sono di tutt’altro genere e non c’è alcun bisogno di rimediare alla lacuna sottoponendosi frettolosamente ad una sorta di corso intensivo sul tema.

La sequenza iniziale, che vede un uomo in fuga dai poliziotti in borghese a Roma, fra Castel Sant’Angelo ed il Lungo Tevere, potrebbe sembrare tratta da un poliziesco italiano degli anni settanta, perlomeno sinché il fuggitivo, elusa la cattura, riemerge dalle acque torbide del fiume, dove si è dovuto immergere suo malgrado calandosi da una chiatta, per riapparire tempo dopo, quasi irriconoscibile, impregnato di una sostanza nera, oleosa e malsana.

Sin qui, a parte un’inquadratura che mostra alcune taniche nascoste sotto quella stessa chiatta con l’indicazione che contengono sostanze radioattive, una delle quali si rompe a causa dei maldestri movimenti in acqua di Enzo Ceccotti, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Un cognome, quello di Ceccotti, foneticamente anonimo, diciamolo; quasi risibile rispetto ad altri decisamente più pertinenti che è abile a proporre, ad esempio, la cinematografia americana in opere analoghe. Il ritorno a casa, zuppo, sporco e schivo in un quartiere degradato della periferia romana di Tor Bella Monaca (altro nome che sembra paradossale a confronto dell’ambiente che rappresenta) pare preludere all’ennesima storia di miseria e di disagio sociale della periferia di una grande città, con il rischio concreto che il voltastomaco e la febbre che hanno colpito Enzo poco dopo essere riemerso dall’acqua torbida, possano preludere ad un’evoluzione dannosa per la sua salute.

L’agglomerato urbano dove abita, in un appartamento che definire trasandato, fetido e sporco è persino riduttivo, non è molto diverso dalle cosiddette Vele di Scampia a Napoli (un’altra associazione di nomi nella quale è difficile non cogliervi un intento sarcastico), rese particolarmente famigerate dalla serie TV ‘Gomorra’. Enzo spende le sue serate fra videocassette hard, delle quale ha una nutrita collezione ed alimentandosi soltanto con una sorta di strano budino giallastro in confezioni da yogurt prive di etichetta, che conserva in notevole quantità dentro il frigo. 

Al piano di sotto ci abitano Sergio e Alessia, padre e figlia. Lui è un affiliato della banda dello Zingaro; lei è una bella ragazza, anzi una donna dal punto di vista fisico, che però non si è più ripresa dallo choc della morte prematura della madre e da allora non c’è più con la testa, come afferma lo stesso padre. Confonde spesso infatti la realtà con la fantasia delle ‘anime giapponesi’, non si stacca mai da un lettore dvd nel quale vede e rivede le imprese dei suoi eroi e sogna di vestire l’abito di una principessa ed è in attesa che il suo idolo, Jeeg Robot d’Acciaio, la venga a prendere, come il cavaliere azzurro delle favole di un tempo.

Lo Zingaro, gli occhi spiritati, l’espressione aquilina, velenoso come un serpente, ambizioso e senza scrupoli, è il leader di una banda che ha la sua sede nel canile di una zona malfamata della stessa Tor Bella Monaca, dal quale dirige un’attività criminosa di piccolo cabotaggio, per così dire, usando una metafora marinaresca. Dopo aver partecipato persino ad un’edizione del programma televisivo ‘Buona domenica’, appassionato esecutore canoro di cover della migliore tradizione musicale italiana, come malavitoso in carriera ha aspettative molto diverse e vuole puntare ad entrare nel grande giro. ‘…Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa…’, è il suo proclama d’intenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘The Hateful Eight’

THE HATEFUL EIGHT

The Hateful EightTitolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Western

Durata: 167’ (185’ in versione 70 mm)  Regia: Quentin Tarantino

Cast:  Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demián Bichir (Bob “Il Messicano”), Tim Roth (Oswaldo Mobray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sanford Smithers), James Parks (O.B.), Dana Gourrier (Minnie), Zoë Bell (Judy), Lee Horsley (Ed), Gene Jones (Sweet Dave), Keith Jefferson (Charlie), Craig Stark (Chester Charles Smithers), Belinda Owino (Gemma), Channing Tatum (Jody)

TRAMA: il cacciatore di taglie John Ruth, detto ‘il boia’ è su una diligenza che sta percorrendo le montagne innevate del Wyoming per raggiungere la cittadina di Red Rock e consegnare la ricercata Daisy Domergue affinché sia impiccata. Una bufera di neve sta sopraggiungendo alle loro spalle, quando la diligenza è costretta a fermarsi davanti al Maggiore Marquis Warren, un nero ex ufficiale della cavalleria nordista divenuto nel frattempo anch’esso cacciatore di taglie, il quale è rimasto appiedato con i cadaveri di tre banditi per i quali ha intenzione di riscuotere il compenso. John accetta di far salire Warren solo dopo averlo disarmato. Poco dopo sulla loro strada compare anche Chris Mannix, rimasto a sua volta senza cavallo mentre si stava recando a Red Rock per assumere la carica di sceriffo. Poiché non accetta di essere disarmato, John stringe un patto con Warren di mutua assistenza, avendo entrambi interesse ad arrivare a destinazione per incassare i proventi del loro sporco lavoro. Sono gli anni successivi alla guerra civile fra nordisti e confederati. Mannix, un rinnegato sudista, ha riconosciuto subito Warren, che fu fatto prigioniero e riuscì a fuggire provocando un incendio che fece numerose vittime fra i sudisti ma anche fra gli stessi suoi compagni nordisti. L’atmosfera a bordo della carrozza si fa dunque tesa, mentre la bufera nel frattempo la raggiunge. Per loro fortuna riescono ad arrivare prima che sia troppo tardi all’emporio di Minnie, dove trovano rifugio per loro ed i cavalli. Stranamente non ci sono i gestori ma quattro uomini che sembrano aver trovato in quel posto a loro volta un tempestivo ricovero nell’attesa che passi la bufera. Si tratta del boia Oswaldo Mobray; di Bob, un messicano che dice di aver avuto l’incarico da Minnie di sostituirla nel mentre che lei ed il marito Sweet Dave si sono recati in visita alla madre; del tenebroso cowboy Joe Gage e del vecchio ex generale confederato Sanford Smithers. John Ruth non è abituato a fidarsi degli sconosciuti e dovendo conviverci per qualche giorno, cerca di mettere subito in chiaro le sue intenzioni riguardo la prigioniera ed al tempo stesso vuole capire con chi ha a che fare interrogando uno per uno quegli sconosciuti. A sua volta Warren, mentre si trova nelle stalle a dare una mano a Bob il messicano per sistemare i cavalli, inizia a sospettare che dietro l’assenza di Minnie e del marito, ci siamo ragioni diverse da quelle che quest’ultimo ha raccontato. Entrato quindi nell’emporio Warren ha riconosciuto nel generale sudista il comandante  colpevole della spietata uccisione di molti neri nordisti fatti prigionieri. Mannix invece sostiene di essere onorato della sua presenza dato che il padre ha combattuto ai suoi ordini. E’ appena l’inizio di un lungo duello verbale, di nervi e d’astuzia prima che si scateni l’inferno, complice anche un caffè avvelenato. 

VALUTAZIONE: Quentin Tarantino è uno dei più grandi talenti registici degli ultimi trent’anni. Con ‘The Hateful Eight’ non delude le aspettative. Lo schema narrativo in parte ricalca e riassume le sue opere precedenti. Ad una prima parte descrittiva e preparatoria, segue infatti una seconda la cui novità è rappresentata da una evidente sterzata nel genere giallo, con un travolgente crescendo, sino al finale pirotecnico ed in chiave horror nel quale trionfano il trash, lo splatter ed il film d’exploitation, tanto cari all’autore di ‘Pulp Fiction’.                                                                                                                                                                                                                                                                      

Premessa: ho avuto la possibilità di assistere al film nella sala ‘Energia’ del cinema Arcadia di Melzo nella versione a 70mm., che fra l’altro è lunga una quindicina di minuti in più di quella distribuita in versione digitale. Una sala che, film di Tarantino a parte, è comunque esemplare per godere il cinema ai massimi livelli e schiodare anche il più pigro degli spettatori dal pur comodo divano di casa. Chi ne ha la possibilità, lo vada a vedere in questo formato e non se ne pentirà (purtroppo ci sono solo tre cinema attrezzati in Italia, oltre a quello citato, uno a Bologna e l’altro a Roma).

The Hateful Eight 14La versione a 70mm. infatti è quella pensata e voluta dal regista, il quale ha rispolverato nell’occasione il formato Ultra Panavision, usato in passato da kolossal come ‘Ben Hur’. Ci guadagna non solo la qualità dell’immagine, che spesso nelle versioni digitali, contrariamente a quello che si potrebbe pensare lascia a desiderare sul grande schermo, al contrario della TV ed ovviamente la maestosità delle scene panoramiche che in questo formato si esaltano. Non di meno però, anche se potrebbe sembrare contraddittorio, se ne avvantaggiano anche le sequenze girate in interni, perché da un lato avvolgono lo spettatore come se si trovasse anch’esso dentro il set; dall’altro la visuale allargata mette in risalto anche le persone e gli oggetti non in primo piano, così che siano sempre parte integrante della scena. In ‘The Hateful Eight’ la maggior parte della vicenda si svolge dentro un locale, per meglio dire un emporio in mezzo alle montagne che diventa per circostanze atmosferiche avverse il rifugio per un gruppo di uomini ed una donna. Il film è anche preceduto da una ‘intro’ di circa quattro minuti sulle note di Ennio Morricone, con un’atmosfera che ricorda un po’ quella dei festival cinematografici.

The Hateful Eight 27L’ultima opera di Tarantino è il secondo western consecutivo della sua filmografia ed è suddivisa in sei capitoli che s’interrompono per dodici minuti fra il terzo ed il quarto. Il numero non è casuale perché all’inizio del quarto capitolo una voce fuori campo (nella versione originale è quella dello stesso regista) informa lo spettatore che quindici minuti prima non poteva accorgersi che è avvenuto un fatto narrativamente decisivo per il prosieguo: qualcuno infatti di nascosto ha avvelenato il caffè e l’unica ad essersene resa conto ed a sapere quindi chi è stato è la prigioniera Daisy Domergue. Se il film fosse proiettato senza interruzione alcuna (seppure sembra difficile che possa avvenire, dato che dura anche nel formato digitale quasi tre ore), o con un intervallo più breve, l’ignaro spettatore non potrebbe rendersi conto della particolarità di una tempistica così precisa.

The Hateful Eight 19Già da questo aneddoto si può comprendere come nel cinema di Tarantino nulla è lasciato al caso, anche quello che potrebbe sembrare ai più un particolare trascurabile. Ciò premesso, anche il numero otto del titolo non è casuale. La prima associazione che fa venire in mente infatti è quella con ‘I Magnifici Sette’, un western classico di John Sturges del 1960, cui appunto ‘Gli Odiati Otto’ sembra quasi volersi accodare nella sequenza. La seconda è relativa al numero dei film diretti da Quentin Tarantino sinora, che prima di questo sono stati appunto sette (‘Le Iene‘, ‘Pulp Fiction‘, ‘Jackie Brown‘, ‘Kill Bill Vol. 1‘, ‘Kill Bill Vol. 2‘, ‘Bastardi Senza Gloria‘, ‘Django Unchained‘), cui s’aggiunge semmai il mezzo relativo a ‘Grindhouse – A Prova di Morte‘, abbinato a ‘Planet Terror’ di Robert Rodriguez . Il che semmai porta il numero a otto e

mezzo, guarda caso il titolo di un celebre film di Federico Fellini. Casuale anche questo? Manco per nulla!

Chi ancora non lo sapesse infatti, Quentin Tarantino è a sua volta un cultore del cinema nel senso più pieno e completo della parola, inesauribile consumatore di film di ogni genere e grande estimatore di molti autori, anche nostrani come Sergio Leone e Federico Fellini appunto, non di meno del genere cosiddetto ‘spaghetti western’ come lo stesso ‘Django Unchained’ indica chiaramente, già nel titolo. Nelle sue opere perciò è solito fare riferimento ai maestri del passato, con inquadrature, particolari oggetti, grafica dei titoli, allusioni di vario tipo e musiche che si trasformano poi in chicche per gli appassionati che si cimentano a scoprire tutte le citazioni possibili. A tal proposito nei miei commenti ai suoi film, citati nel paragrafo precedente, si possono leggere ulteriori aneddoti in merito…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Burn After Reading – A Prova Di Spia’

BURN AFTER READING

Burn After ReadingTitolo Originale: Omonimo

Nazione: USA

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Noir, Grottesco

Durata: 96’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Brad Pitt (Chad Feldheimer), George Clooney (Harry Pfarrer), Tilda Swinton (Katie Cox), John Malkovich (Osbourne Cox), Frances McDormand (Linda Litzke), Richard Jenkins (Ted Treffon), Elizabeth Marvel (Sandra “Sandy” Pfarrer, la moglie di Harry), J.K. Simmons (Presidente della CIA), David Rasche (agente Palmer Smith), J.R. Horne (Avvocato divorzista), Olek Krupa (Krapotkin), Michael Countryman (Alan), Matt Walton (Del)

TRAMA: Osbourne Cox è stato rimosso dal suo incarico di analista dalla CIA con l’accusa di abusare nell’uso dell’alcol. Sua moglie Katie, una professionista di ricca famiglia, lo tradisce da tempo con Harry, un agente federale, a sua volta sposato con Sandy, una scrittrice di fiabe per bambini che durante le trasferte per pubblicizzare i suoi racconti se la spassa con l’amante. Osbourne è un uomo irascibile ed è convinto che alla base della storia dell’alcol ci siano ragioni politiche interne alla stessa organizzazione federale. Per vendetta inizia a scrivere le sue memorie, che presumibilmente contengono riferimenti scomodi per la CIA, ma si dimentica una copia su cd-rom nello spogliatoio della palestra che frequenta di solito. Ad entrare in possesso del supporto magnetico sono Linda e Chad, due impiegati della palestra, che ritengono di avere fra le mani materiale scottante dal quale trarre una lauta ricompensa. Linda è ossessionata dalla chirurgia estetica e per intervenire in vari punti del suo corpo le servono parecchi soldi, mentre Chad è un ragazzotto atletico ed ingenuo, convinti entrambi in tal modo di poter guadagnare un sacco di dollari facili. I due contattano telefonicamente Osbourne per ricattarlo ma quest’ultimo reagisce violentemente, aggredendoli verbalmente e minacciandoli. Linda è la più determinata fra i due e spinge Chad a fissare un appuntamento con Osbourne per restituirgli il cd-rom ed ottenere in cambio 50 mila dollari. Quest’ultimo però non si lascia intimidire e colpisce con un pugno al naso Chad. Per tutta risposta Linda, che ha assistito alla scena dalla sua auto, carica sulla stessa il suo compare ferito e si lancia in un inseguimento, sino a tamponare l’auto di Osbourne prima di fermarsi davanti all’ambasciata russa con l’intento di vendere a loro le supposte ‘preziose’ informazioni contenute nel supporto magnetico. Nel frattempo Osbourne eccede davvero con l’alcol e la moglie, trovandolo sbronzo al ritorno dal lavoro, decide di sbatterlo fuori di casa e di cambiare la serratura. Chad si piazza davanti all’abitazione di Osbourne con l’intento di spiarne i movimenti ma quando vede invece uscire dalla sua casa la moglie Katie e Harry, e poco più avanti scorge un uomo dentro un’auto che sembra stia controllando quelle stesse persone, decide d’introdursi nell’appartamento, forzando la porta sul retro. Purtroppo per lui Harry torna dopo non molto dalla corsa per mantenersi in forma e quando si trova di fronte Chad il quale si era nascosto dentro il guardaroba, istintivamente gli spara un colpo in fronte, anche se non aveva mai usato la pistola sino ad allora. La situazione si complica ulteriormente poiché Harry, per non dover dare imbarazzanti spiegazioni alla moglie, la quale invece lo sta facendo pedinare da tempo e tanto meno vuole giustificare alla polizia la sua presenza in quella casa, infila il cadavere di Chad in un sacco, lo carica in auto e lo getta ponte. Linda pensa che la scomparsa di quest’ultimo sia dovuta ad un rapimento dell’ambasciata russa, mentre Osbourne, oberato dai debiti a causa delle azioni restrittive in banca che ha intrapreso nel frattempo nei suoi confronti Katie, decide di farsi giustizia da sé. Harry è ossessionato dalle trasgressioni sessuali, dalle intolleranze alimentari, dalla sensazione di essere pedinato senza darsene una ragione e da una iper attività fisica. Ha conosciuto Linda attraverso un sito Internet che mette in contatto fra loro persone singole e mai più immagina che sia legata in qualche modo all’uomo che ha appena ucciso. Una situazione nella quale si trova coinvolta la stessa CIA, costretta suo malgrado a sistemare alla bell’e meglio alcuni tasselli di un curioso puzzle che, pur riguardando la sfera privata di alcune persone più o meno casualmente legate fra loro, ha indotto i capi di Osbourne a temere che possa sfuggire loro di mano, specie dopo aver ricevuto una spiata proveniente dall’ambasciata russa. 

VALUTAZIONE: brillante satira in stile noir dei fratelli Coen sulle paranoie legate alla cura dell’aspetto fisico ed ai tradimenti sentimentali di alcune persone le cui vicende s’intrecciano fra loro sino a coinvolgere anche la CIA, mettendone a nudo imbarazzanti debolezze ed incertezze decisionali. Una gara di bravura di un pool d’interpreti di grande richiamo in un’opera nella quale non mancano sangue e momenti di tensione ma al tempo stesso si ride molto. La migliore alternativa al cinema ‘pulp’ di Tarantino, meno ‘trash’ ma nella quale grottesco, commedia e dramma convivono idealmente.                                                                                                                                                                                                                                            

‘Burn After Reading’ finisce come certi film di Walt Disney, quando l’inquadratura mostra un libro che si chiude sull’ultima pagina della favola che è stata appena narrata. Nello specifico però si tratta di un fascicolo della CIA, qualcosa perciò che nulla dovrebbe avere a che fare con la fantasia o la commedia leggera.

Burn After Reading 12Ed invece in questo film dei fratelli Coen si sorride spesso, nonostante non manchino affatto momenti di tensione, di violenza e persino di sangue e morte. Si tratta infatti di una satira che prende di mira alcuni dei capisaldi dello stile di vita ed istituzioni della nostra società. Sino ad un po’ di tempo fa avrei  detto della cosiddetta ‘way of life’ in USA, se non fosse che oramai è difficile distinguere la loro dalla nostra. Vedasi infatti le manie paranoiche di un largo strato sociale ossessionato dall’apparenza, specie dal punto di vista fisico, a scapito della sostanza e dell’essere; la sovrastimata autorevolezza delle organizzazione deputate alla difesa ed allo spionaggio che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini; l’ipocrisia e la falsità che spesso regolano i rapporti interpersonali e sentimentali.

Burn After Reading 01Il surreale commento finale del Presidente della CIA, interpretato dall’irresistibile J.K. Simmons, rivolto al suo preoccupatissimo sottoposto, David Rasche nel ruolo dell’Agente Palmer, è eloquente a tal proposito: ‘Presidente CIA: Cristo, che cazzo di casino! Agente Palmer: Già! Presidente CIA: Che abbiamo imparato, Palmer? Agente Palmer: Non lo so, signore. Presidente CIA: Non lo so nemmeno io… Forse abbiamo imparato a non farlo più! Agente Palmer: Sì, signore! Presidente CIA: Anche se non so cosa abbiamo fatto! Agente Palmer: Sì, è difficile… a dirsi. Presidente CIA: Cristo, che cazzo di casino!!…‘. Ed in effetti, pur essendo un dialogo grottesco, che mai t’aspetteresti possa uscire dall’interno di un’ente così autorevole, fotografa perfettamente ciò che è capitato durante la storia narrata dal film.

Burn After Reading 03Non si può prescindere comunque, nel parlare di quest’opera, dal citare la ricca galleria degli interpreti, che potremmo idealmente dividere in due fasce, come si fa con le griglie dei campionati di qualche sport, pur senza essere fra loro in competizione in questo caso. In una prima cinquina mettiamo in ordine sparso John Malkovich, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand e Tilda Swinton. In una seconda: Richard Jenkins, J.K. Simmons, J.R. Horne, David Rasche ed Elizabeth Marvel. Sfido chiunque a trovare uno di loro fuori posto ed in questa seconda lista sono elencati i caratteristi, le spalle per così dire, da sempre una grande ed inesauribile risorsa del cinema americano che anche in questa occasione non si smentiscono e svolgono egregiamente la loro parte.

Burn After Reading 24Uno per tutti: J.R.Horne nella breve ma fulminante interpretazione dell’avvocato divorzista cui si rivolge Katie e la mette in guardia dai rischi che corre accettando passivamente il comportamento del marito Osbourne, il quale ha lasciato la CIA sbattendo la porta, colpito profondamente nel suo ego per essere stato rimosso da un incarico nei Balcani, nonostante ciò significa assumersi i rischi di un futuro incerto, pur mitigati dal sostegno economico della moglie, che è una professionista già benestante di suo e sul quale egli ritiene sbagliando di poter contare. La mimica facciale, l’esitazione di Horne quando non gli sovviene il termine ‘zampe’, citando una metafora sul comportamento della tartaruga, i sorrisetti ammiccanti e compiaciuti che rivolge a Katie, sono una lezione di tecnica di recitazione per chiunque…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Non E’ Un Paese Per Vecchi’

NON E’ UN PAESE PER VECCHI

Non è un paese per vecchiTitolo Originale: No Country For Old Men

 Nazione: USA

Anno:  2007

Genere:  Thriller, Drammatico

Durata: 122’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Javier Bardem (Anton Chigurh), Josh Brolin (Llewelyn Moss), Tommy Lee Jones (sceriffo Tom Bell), Woody Harrelson (Carson Wells), Barry Corbin (Ellis), Zach Hopkins (Vice Sceriffo), Kelly Macdonald (Carla Jean), Rodger Boyce (Sceriffo Roscoe Giddens), Garret Dillahunt (Wendell), Kit Gwin (Molly)

TRAMA: Confine fra Texas e Messico nel 1980. Llewelyn Moss è a caccia quando giunge ad un avvallamento e si trova davanti ad una scena raccapricciante: un regolamento di conti fra narco-trafficanti già concluso, con alcuni morti stesi a terra, un carico di eroina ancora intatto su di un’auto e, soprattutto, una borsa con due milioni di dollari in contanti. C’è anche un sopravvissuto, seppure agonizzante, il quale chiede dell’acqua, che Moss non può dargli perché non ne ha con sé. Non è un ladro, ma l’occasione è troppo ghiotta e così Llewelyn decide di portarsi via la borsa con il denaro. Una volta a casa, durante la notte non riesce a dormire e gli scrupoli lo spingono a tornare sulla scena del crimine con una tanica d’acqua, ma quando si rende conto che anche l’unico sopravvissuto è morto nel frattempo a causa delle ferite, un’altra auto s’affianca alla sua, lasciata poco più indietro, sul ciglio dell’avvallamento. Immediatamente, qualcuno che l’ha scorto inizia a sparargli contro. Moss, pur ferito, fugge e, per dileguarsi non esita a gettarsi in un fiume e ad abbattere, raggiunta la riva opposta, un grosso cane che gli hanno sguinzagliato appresso. La sua auto però è facilmente utilizzabile dagli inseguitori per identificarlo, così a Moss non resta che medicarsi alla bell’e meglio appena tornato a casa, dalla quale allontana immediatamente la moglie, facendola tornare dalla madre in Ohio e quindi fuggire lui stesso con il malloppo che nasconde nel cunicolo dell’aria condizionata della camera di un motel, quando si ferma per trascorrere la notte. Quello che non può sapere Moss, almeno inizialmente, è che la borsa contiene anche una radio trasmittente. Sulla scena della strage intanto due sicari del boss del narco-traffico si sono incontrati con Anton Chigurh, uno spietato e psicotico killer, ma quest’ultimo, saputo della posta in palio, li ha uccisi freddamente e si è messo sulle tracce di Llewelyn. Lo sceriffo Tom Bell, oramai vicinissimo alla pensione, giunto anch’esso sul luogo del crimine, intuisce subito in che guaio s’è cacciato Moss e nonostante si senta oramai pervaso da un cupo pessimismo ed estraneo alla natura stessa della criminalità che persegue, la quale ha assunto nel tempo forme sempre più estreme ed incompatibili con i suoi valori e limiti di sopportazione, si adopera per cercare di salvare Moss dalla fine alla quale teme che sia destinato. Un ultimo compito che si assume, nonostante gli altissimi rischi che comporta, muovendosi fra spietati criminali ed un glaciale psicopatico il quale, per decidere il destino di una persona, è solito affidarsi al lancio di una monetina: testa o croce!

VALUTAZIONE: un’opera violenta ed etica al tempo stesso, che i fratelli Coen conducono in splendido stile e gran classe, mai banali nel rappresentare attraverso l’analisi di tre personaggi che, pur da posizioni completamente diverse, sintetizzano il bene ed il male di cui è capace il genere umano ed il cambiamento di un’epoca nella società e nel cinema stesso, della quale ne è puntuale espressione. Un film carico di tensione e di amaro pessimismo, ma geniale e brillante, sia nella trama che nei dialoghi.                                                                                                                                                                       

‘Non è un paese per vecchi’ è un titolo che potrebbe far pensare ad una questione geografica, climatica o a qualche particolarità legata alla gestione della terza età. In realtà, nella storia che i fratelli Coen hanno tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, il riferimento è relativo al tasso di mortalità che al confine fra gli USA ed il Messico intorno agli anni ’80 era diventato altissimo, specie a causa della guerra fra bande iper violente dedite al narcotraffico, ma non solo a quello (ho la sensazione però che la situazione oggi non sia cambiata granché da allora).

Non è un Paese per Vecchi 02Lo sa bene lo sceriffo Tom Bell, che pure è quasi giunto alla soglia della pensione e di casi di delinquenza da parte di singoli o di gruppi armati ne ha affrontati moltissimi nell’arco della sua lunga carriera. Eppure egli, forte dell’esperienza e del cosiddetto pelo sullo stomaco che per forza di cose ha dovuto farsi crescere negli anni, anziché muoversi completamente a proprio agio, al contrario si sente oramai fuori posto, al cospetto di una criminalità che ha abbandonato ogni logica comportamentale ed è schizzata a livelli di violenza, cinismo e crudeltà quali mai aveva raggiunto in passato.

Non è un Paese per Vecchi 09La sua rassegnazione e pessimismo nascono quindi dal fatto che si trova ad assistere sempre più a casi criminosi di gratuita ferocia che superano il suo personale limite di tolleranza ed a peggiorare le cose a suo dire, tanti di questi episodi passano fra l’indifferenza dei più: ‘…ecco, la settimana scorsa hanno scoperto una coppia, in California, che affittava camere ai vecchietti, poi li ammazzava, li seppelliva in giardino, e intascava le loro pensioni. Ah, e prima li torturava, non so perché, forse il televisore si era guastato. E la cosa è andata avanti finché, testuali parole, «i vicini si sono allarmati quando hanno visto un uomo scappare con indosso solo un collare per cani». È impossibile inventarsi una notizia così, provaci, non ci riesci. Questo c’è voluto per attirare l’attenzione di qualcuno: scavare fosse in giardino era passato inosservato…‘.

Non è un Paese per Vecchi 14E’ lo sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, l’io narrante del film, seppure non si può definire come il principale protagonista, come vedremo più avanti, il quale esordisce sui titoli d’avvio dettando fuori campo la sintesi della sua vita ed anticipando al tempo stesso il contesto dell’opera che ai fratelli Coen ha fruttato ben quattro Oscar fra i più prestigiosi (film, regia, attore non protagonista e sceneggiatura) e grazie alla quale il titolo è diventato persino un modo di dire, per indicare appunto ed in maniera allegorica una situazione o un posto pericoloso e perciò sconsigliabile: ‘…A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a credersi. Mio nonno faceva lo sceriffo e anche mio padre. Io e lui siamo stati sceriffi contemporaneamente, lui a Plano e io qui. Credo che ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Jim Scarborough non portava mai la pistola, Jim figlio intendo, e neanche Gaston Boykins. Quello della contea di Comanche. Mi è sempre piaciuto sentir parlare di quelli dei vecchi tempi. Non ne ho mai perso l’occasione. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi come avrebbero fatto loro al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica qui a Huntsville, qualche tempo fa. Su mio arresto e mia testimonianza. Aveva ucciso, ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale, ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente. Che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera lo avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da lì a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Io non so cosa pensare, non lo so proprio. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa, non è che mi faccia paura, l’ho sempre saputo che uno deve essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro ma non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo… di uscire e andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima, dire OK, faccio parte di questo mondo…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘C’era Una Volta In America’

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA

C'Era Una Volta In AmericaTitolo Originale: idem

Nazione: Italia, USA 

Anno:  1984

Genere:  Drammatico, Gangster

Durata:  236’  Regia: Sergio Leone

Cast: Robert De Niro (David ‘Noodles’ Aaronson), James Woods (Max Bercovitz), Elizabeth McGovern (Deborah Gelly), Joe Pesci (Frankie Minaldi), Tuesday Weld (Carol), Burt Young (Joe), Treat Williams (Jimmy O’Donnell), Danny Aiello (Vincent Aiello), Richard Bright (Chicken Joe), James Hayden (Patsy Goldberg), William Forsyte (Philip ‘Cockeye’), Jennifer Connelly (Deborah da adolescente), Mario Brega (Mandy), Darlanne Fluegel (Darlanne Flugel Eve), Larry Rapp (‘Fat’ Moe Gelly), Robert Harper (Sharkey)

TRAMA: David ‘Noodles’ Aaronson riceve a Buffalo una lettera anonima nella quale risulta che qualcuno sa molte cose riguardo il suo passato, nonostante egli avesse lasciato New York trentacinque anni prima in fretta e furia, sicuro di non aver lasciato tracce dietro di sé. La missiva lo invita a tornare sui suoi passi per chiarire i dubbi che lo hanno tormentato durante i lunghi anni di lontananza. Noodles è nato e cresciuto nel ghetto ebreo, imparando sin da piccolo a farsi rispettare per strada e non aver paura di nessuno, credendo fermamente in due sentimenti basilari: amore ed amicizia. La prima in particolare per Max con il quale ha condiviso l’ascesa dal nulla sino a mettere in piedi una delle gang più temute ed efficienti della città. L’amore invece lo ha dedicato esclusivamente a Deborah, una splendida ragazzina cresciuta nel suo stesso ghetto. Quando Noodles aveva subito la condanna a dieci anni di carcere per aver ucciso il prepotente e violento Bugsy, il pensiero di Deborah e la solidarietà di Max avevano alleviato il peso della sua detenzione ed una volta tornato in libertà aveva trovato proprio l’amico ad aspettarlo, per riprendere il loro sodalizio. Deborah invece non gli ha nascosto le sue perplessità a legarsi ad un gangster e le sue ambizioni di trasferirsi a Hollywood per tentare la carriera d’attrice. Deluso per averla amata inutilmente per così tanto tempo, Noodles aveva violentato Deborah in auto e poiché il suo amico Max, con la fine del proibizionismo, esprimeva propositi megalomani di rapinare persino Fort Knox, lo stesso Noodles, allo scopo di salvare l’amico dal folle proposito con il minore dei mali, aveva avvisato la polizia in modo che lui ed i suoi amici e soci fossero catturati durante l’ultima spedizione nel ruolo di contrabbandieri. Ma le cose erano andate diversamente dal previsto ed i suoi amici erano rimasti uccisi durante lo scontro con le forze dell’ordine. Roso dai rimorsi, Noodles aveva passato molto del suo tempo dentro una fumeria d’oppio, sinché era stato costretto a dileguarsi precipitosamente per sfuggire ad un attentato, rifugiandosi a Buffalo dove ha cambiato vita. Sinché quella lettera non lo ridesta dal lungo torpore e la curiosità di conoscere la verità, qualunque essa sia, lo spinge a tornare indietro.   

VALUTAZIONE: capolavoro di un autore che molti identificano solo con i suoi celebri spaghetti-western grazie ai quali si è guadagnato l’attenzione internazionale. Un film perfetto sotto tutti i punti di vista, purtroppo l’ultimo di una prestigiosa ma breve carriera, caratterizzata da pochi titoli, ma praticamente tutti considerati oramai dei ‘cult’.                                                                                                          

La storia di Sergio Leone per alcuni aspetti si può curiosamente accostare a quella di Stanley Kubrick. Quasi coetanei, una filmografia scarna di titoli ma assolutamente prestigiosa, entrambi hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema, assieme a molti estimatori non solo fra il pubblico in generale ma anche fra gli addetti ai lavori e tanto rimpianto per la loro prematura scomparsa: il regista inglese se n’è andato nel 1999 e quello romano addirittura dieci anni prima, quando aveva appena compiuto sessantanni, lasciando un vuoto incolmabile, per citare una frase fatta che però in questo caso corrisponde davvero alla realtà.

C'era una Volta in America 07‘C’era una Volta in America’ (tratto dall’omonimo romanzo di Harry Grey) è l’ultimo film di Sergio Leone, un autore rimasto noto ai più soprattutto come il capofila del filone cosiddetto ‘spaghetti-western’, una sorta di rivisitazione nostrana di uno dei più classici generi cinematografici, per lungo tempo una prerogativa esclusiva dei registi americani, che egli ha contribuito a rivitalizzare ed arricchire proprio quando sembrava oramai inevitabilmente esaurito e destinato ad un inesorabile tramonto. Leone si può quindi definire anche come l’ultimo grande maestro del western classico, ma al tempo stesso capace di reinterpretarlo ed il suo accostamento a nomi come John Ford, Anthony Mann, Howard Hawks, ma anche Sam Peckinpah e Fred Zinnemann, questi ultimi fra i cosiddetti autori ‘crepuscolari’, non suona perciò per nulla blasfemo, anzi si può dire che grazie a lui le due anime del western si fondono magicamente in un filone definibile, appunto, come ‘classico-crepuscolare’. 

Le sue cinque celeberrime opere (in sequenza cronologica: ‘Per un Pugno di Dollari’, ‘Per Qualche Dollaro in Più’, ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’, ‘C’era una Volta il West’ e ‘Giù la Testa’) portano però inevitabilmente lo spettatore più superficiale ad associare il nome di Sergio Leone solo al genere western, categorizzando e relegando la sua figura autoriale in una sorta di nicchia, mentre invece, come dimostra ‘C’era una Volta in America’, egli  aveva straordinarie qualità da esprimere anche in generi diversi.

C'era una Volta in America 12Per tornare un momento ancora alle analogie con Kubrick, il regista romano era, a suo pari, un perfezionista ed un acuto cultore di ogni minimo dettaglio nei suoi film: dai proverbiali primi piani di Clint Eastwood e Lee Van Cleef (attori da lui lanciati sul grande schermo) a quelli, nello specifico di quest’opera, di Robert De Niro e James Woods; all’analisi prospettica e meticolosa di ogni singola inquadratura; alla collaborazione con i migliori sceneggiatori, direttori della fotografia, scenografi e montatori nostrani. Pare che Robert De Niro, a riprese del film ultimate, avesse acquistato dei medaglioni da distribuire al resto della troupe sui quali aveva fatto serigrafare la seguente frase: ‘Complimenti per essere sopravvissuti alle riprese di C’era una volta in America’.

E che dire poi dell’uso e scelta delle musiche, tutt’altro che accessorie e subordinate alle immagini del film, com’era d’uso anche del regista di ‘2001 Odissea Nello Spazio’, grazie alla grande amicizia e sodalizio artistico che ha lungamente legato Sergio Leone a Ennio Morricone. Tutte peculiarità che hanno particolarmente influenzato, prendendole a modello sino alla palese citazione, parecchi colleghi successivi, il più grande dei quali probabilmente è quel Quentin Tarantino che non ha nascosto di considerare Sergio Leone una sorta di padre putativo a livello cinematografico e per rendergli omaggio non manca mai di aggiungere qualche riferimento a lui dedicato nelle sue opere. C’è un momento infine, girato dentro il reparto pediatrico di un ospedale, nel quale la musica (‘La Gazza Ladra‘ di Rossini) si rifà apertamente ad  ‘Arancia Meccanica’ dello stesso Kubrick.  

C'era una Volta in America 18‘C’era una Volta in America’ ha avuto una gestazione lunghissima, quasi tredici anni. Tanti infatti ne sono intercorsi da ‘Giù la Testa’. Il trait d’union fra loro è rappresentato, assieme a ‘C’era una Volta il West’ (il titolo stesso ne suggerisce il legame), da una sorta di trilogia ideale dedicata al trascorrere del tempo, che è quindi il tema di fondo anche di quest’ultima opera di Leone. La quale, proprio perché racconta una storia che si svolge in un lungo lasso di tempo (sia dal punto di vista concettuale che della durata stessa del film), si può forse considerare anche come una sorta di testamento dell’autore medesimo.

Diciamolo, senza nasconderci ipocritamente dietro il solito dito: oltre quattro ore per un film sono una bella sfida per qualunque spettatore, anche il più irriducibile fra gli appassionati cinefili. Oltretutto la versione cui ho assistito nell’occasione è ancora più lunga di quella uscita a suo tempo nelle sale cinematografiche, che già era inusuale, con le sue tre ore e mezza abbondanti. La ragione è nell’aggiunta di alcune sequenze (26 minuti) a suo tempo tagliate, purtroppo ritrovate mal conservate e proposte in lingua originale con i sottotitoli, proprio laddove si presume che Sergio Leone le avesse immaginate. Le quali però sono tutt’altro che una semplice chicca per cinefili, poiché contribuiscono a rendere alcuni momenti ancora più suggestivi, arricchendone e chiarendone il senso, non sempre d’immediata ed univoca interpretazione (l’inquadratura finale, ad esempio, quel sorriso compiaciuto di De Niro, fa discutere ancora oggi sul suo significato)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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Film: ‘Memento’

MEMENTO

Titolo Originale: Memento

Nazione: USA

Anno: 2000

Genere: Drammatico, Giallo, Thriller

Durata: 113′ Regia: Christopher Nolan

Cast: Guy Pearce (Leonard Shelby), Carrie-Anne Moss (Natalie), Joe Pantoliano (Teddy Gammell), Mark Boone Junior (Burt), Harriet Samsom Harris (Signora Jankis), Kurt Fuller (John), Stephen Tobolowsky (Sammy Jankis), Jorja Fox (Catherine Shelby), Kimberly Campbell (Blonde), Larry Holden (Jimmy), Callum Keith Rennie (Dodd)

TRAMA: Leonard Shelby ha subito un doppio dramma personale: lo stupro e l’uccisione dell’amata moglie e, nel tentativo di soccorrerla, è stato violentemente colpito alla testa dall’assassino. Da quel momento egli ha perso il controllo della memoria breve e nel giro di pochi attimi non ricorda già più cos’è accaduto poco prima. Per tale ragione ha escogitato un doppio sistema di memorizzazione per ciò che non deve dimenticare: si scrive promemoria in una serie di post-it, note a margine su alcune foto che scatta con una Polaroid, riguardo le sue impressioni su cose e persone con le quali entra in contatto ed infine si è tatuato direttamente sul corpo le informazioni fondamentali che non può assolutamente correre il rischio di perdere. L’obiettivo che si è prefisso difatti è quello di trovare ed uccidere colui che gli ha rovinato la vita. Il suo problema gli impedisce però di svolgere indagini in maniera ordinata e logica ed ovviamente lo espone anche al rischio di essere usato per altri fini da persone senza scrupoli. Leonard si ricorda con chiarezza solo ciò che è avvenuto prima dell’incidente. Ad esempio che egli lavorava per conto di un’assicurazione, la quale gli aveva affidato un’indagine sul rimborso di un certo Sammy Jankis, il quale dopo un incidente in auto ha perso la memoria breve. La moglie per lungo tempo non si era rassegnata alla triste realtà ed aveva sperato che il marito prima o poi guarisse, mentre Leonard, dopo aver sospettato addirittura una simulazione, era riuscito a dimostrare che il danno è di natura psichica e non fisica, sgravando quindi l’assicurazione dal pagare il rimborso spese. Ma tutto ciò che avviene al presente per lui è scoordinato, contraddittorio e si svolge al contrario, con ripetuti colpi di scena, avendo già assistito nelle prime immagini alla conclusione della sua indagine personale. Ma come sono andate effettivamente le cose?

VALUTAZIONE: un thriller che sconvolge i canoni abituali narrativi costringendo lo spettatore a rinunciare alla sequenzialità temporale degli avvenimenti cui assiste. Un’opera spiazzante, irritante ed affascinante al tempo stesso. Una seconda visione, perlomeno della parte introduttiva, consente meglio di apprezzare e focalizzare l’estemporaneità della proposta di Christopher Nolan.                                                                                                                                                                            

Se le abituali storie del genere thriller poliziesco, per quanto complesse e ben congegnate, vi hanno stancato perché più o meno tutte ricalcano uno schema consolidato che mira, partendo da un atto criminoso, a scovare il colpevole pur fra difficoltà crescenti ma rispettando durante tale percorso la sequenzialità logica dei fatti, ‘Memento’ fà di sicuro al caso vostro, perché un film del genere forse non l’avete mai visto in precedenza.

In ‘Pulp Fiction’ di Quentin Tarantino (leggi QUI la mia recensione) si parte da una scena che vede una coppia di balordi, un lui ed una lei, dentro un locale dove stanno discutendo su come attuare una rapina ai clienti seduti ai tavoli. La scena s’interrompe nel momento in cui inizia la loro azione. Il film quindi si sviluppa in una serie di diverse vicende autonome, seppure collegate fra loro da un filo logico e nel finale ritorna allo stesso punto, nel momento cioè che precede quella stessa rapina, ma la prospettiva in questo caso è spostata al tavolo dove sono seduti due killer che casualmente si trovano in quello stesso locale. In quel caso, nel mio commento, definivo la struttura di quell’opera di tipo ‘circolare’. Mi sono ricordato del capolavoro di Tarantino mentre assistevo a ‘Memento’, per concludere però che la natura dell’opera di Christopher Nolan non è ‘circolare’, seppure anche nel suo caso la fine si ricollega all’inizio, ma semmai ‘asincrona’.

La prima sequenza è esemplificativa al riguardo. Un uomo giace riverso per terra, colpito alla testa da un proiettile e qualcuno fuori campo tiene fra le dita una foto scattata con una Polaroid. Chi si ricorda come funzionavano quelle fotocamere oramai obsolete, sa che l’utilizzatore inseriva nell’apparecchio il negativo della foto, il quale dopo lo scatto veniva sviluppato immediatamente. Un sistema molto pratico, seppure conseguentemente limitativo dal punto di vista della qualità e che non permetteva neppure successivi sviluppi, tanto meno ingrandimenti, dello stesso fotogramma. Mentre scorrono le prime immagini, la persona fuori campo agita più volte in alcune rapide sequenze la foto la quale, da completamente sviluppata, diventa sempre meno visibile sino alla situazione immediatamente successiva allo scatto. Insomma, per non allungarla oltre, assistiamo al processo contrario rispetto la normale sequenzialità degli eventi. Addirittura, subito dopo, vediamo gli oggetti che si muovono a ritroso, così come l’uomo  il quale finalmente diventa interamente visibile e ripete i gesti che l’hanno portato a compiere l’omicidio. Come un veloce ralenti all’indietro, durante una partita di calcio trasmessa in TV, di un’azione che mostra la genesi e dinamica di una rete.

Fin qui niente di straordinario, comunque. Non è che capita spesso una situazione del genere, ma a pensarci bene sono sicuro che chiunque può ritrovare nella sua memoria cinematografica casi più o meno analoghi, anche se al momento curiosamente non me ne viene in mente neppure uno. La stranezza si amplifica invece successivamente, quando ci si rende conto che ogni sequenza, sorta di capitolo nell’ambito della trama, si svolge non più in ralenti ma a velocità normale, con l’inizio di ognuna di esse che cronologicamente viene proposto subito dopo la conclusione, esattamente al contrario perciò rispetto al solito. Il che, almeno inizialmente, crea nello spettatore una certa sorpresa e difficoltà di comprensione, con conseguente necessità d’adattamento.

Ciò che distingue ‘Memento’ dalla media dei film del suo genere, ma anche più in generale, è proprio questo ibrido di originalità strutturale e thriller che accompagna lo spettatore in una sorta di labirinto e rebus narrativo nel quale le vicende avvengono come se nella fase di montaggio si fosse verificato un errore invertendo gli spezzoni delle bobine. Capita l’antifona e fatto il callo alla curiosa fruizione della storia, ci si rende conto che c’è in realtà anche una parte nella quale la sequenza degli eventi è invece gestita normalmente dal punto di vista temporale, la quale, pur essendo interrotta e ripresa in più punti nel corso del film, è mostrata in un bianco e nero molto contrastato che drammatizza la storia di un uomo con il quale il protagonista condivide la stessa strana menomazione, ovvero la perdita della memoria anterograda o, detta più semplicemente, della memoria breve, a seguito di un trauma provocato da un evento angoscioso…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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Film: ‘Carnage’

CARNAGE

Titolo Originale: Carnage

 Nazione: Francia, Germania, Polonia, Spagna 

Anno:  2011  

Genere:  Commedia

Durata:  79′  Regia: Roman Polanski

Cast: Jodie Foster (Penelope Longstreet), Kate Winslet (Nancy Cowan), Christoph Waltz (Alan Cowan), John C. Reilly (Michael Longstreet), Elvis Polanski (Zachary Cowan), Eliot Berger (Ethan Longstreet) 

TRAMA: Brooklyn, New York: due adolescenti litigano in un parco ed uno colpisce l’altro in faccia con un bastone rompendogli alcuni denti. I genitori del ragazzo che ha subito il danno pensano che sia meglio invitare a casa loro l’altra coppia per discutere civilmente l’accaduto ed evitare che il fatto possa ripetersi, consentendo ai rispettivi figli di superare senza ulteriori traumi lo spiacevole episodio. Dopo un iniziale tentativo di collaborazione e reciproche cortesie, l’incontro evidenzia però differenze insanabili fra le due coppie per cultura, condizione sociale e regole educative. Le accuse diventano progressivamente sempre più feroci e più volte la coppia ospite sembra sul punto di andarsene ma all’ultimo momento una parola o un ripensamento la conduce nuovamente dentro l’appartamento dove la discussione riprende con ancora maggiore vigore. Ogni tentativo di mediazione si scontra però con le differenti visioni etiche ed i rapporti diventano perciò sempre più tesi. All’acme della diatriba le coppie si frantumano e si crea, seppure in maniera transitoria, una sorta di solidarietà fra sessi diversi, sinché i reciproci attacchi conducono la discussione in una deriva che vede uno contro tutti e durante la quale il linguaggio e le tensioni verbali scendono a livelli bassissimi rispetto alle premesse e le intenzioni di partenza. Il risultato è che ognuno di loro si ritrova infine solo con se stesso o contro tutti, mentre i due ragazzi nel frattempo s’incontrano nel parco e si riconciliano senza alcuna difficoltà.       

VALUTAZIONE: tratto da una commedia teatrale, il film di Polanski è una breve ma fulminante metafora sulle contraddizioni e le ipocrisie della società cosiddetta civile, matura ed equilibrata. Recitata da un quartetto d’interpreti di grande spessore, l’opera, pur svolgendosi per intero dentro un appartamento, riesce comunque a catturare l’interesse dello spettatore grazie ad un appassionante crescendo di tensione ed alla varietà dei temi e delle reazioni che si scatenano fra i protagonisti. Il finale è amaro e beffardo al tempo stesso.  

 

Un po’ di tempo fa ho letto un romanzo intitolato ‘La Cena’ dello scrittore Herman Koch (leggi QUI il mio commento al riguardo) nel quale un paio di coppie, due fratelli e rispettive consorti, si ritrovano in un ristorante a discutere un’azione comune di fronte all’eventualità che i loro figli, coinvolti nell’omicidio preterintenzionale di una barbona, vengano scoperti ed accusati, con quello che ne consegue. Uno dei due uomini è addirittura un politico in predicato di essere eletto Primo Ministro. La discussione che ne nasce, dopo un inizio di conversazione durante il quale le due coppie evitano di proposito l’imbarazzante argomento, intrattenendosi su alcuni altri certamente più futili, evidenzia le profonde differenze fra loro, anche fra i singoli componenti il quartetto. Le divergenze caratteriali e d’opinione che emergono, quando infine affrontano la scottante questione, si rivelano ben più nette di quante ne fossero venute a galla in precedenza parlando del più e del meno, poiché la gravità del tema tocca corde molto sensibili, sentimenti primari ed affetti profondi. L’ultima opera di Roman Polanski, per alcuni aspetti, mi ha ricordato proprio quel romanzo.

‘Carnage’ è un termine inglese che significa ‘carneficina’ ed è già di per se stesso emblematico, apparentemente  esagerato, se consideriamo il suo significato letterale, dato che non si tratta di un film di guerra, oppure un sanguinario horror, bensì di una commedia di stampo teatrale tratta dalla pièce ‘Il Dio del Massacro‘ di Yasmina Reza. Il titolo comunque contiene il suffisso ‘age’, il quale vuol dire ‘età’ oppure ‘epoca’ e questi due sostantivi, seppure casualmente, risultano perfettamente attinenti ai contenuti che il regista, fra l’altro, di ‘Chinatown’ e ‘L’Uomo nell’Ombra’, mette crudamente in risalto. 

Età’ perché la vicenda nasce da un bisticcio fra due adolescenti, uno dei quali finisce però al Pronto Soccorso, colpito da una bastonata in bocca che gli ha procurato la rottura degli incisivi ed un vistoso ematoma. ‘Epoca’ perché l’incontro che i loro rispettivi genitori combinano senza la presenza dei figli, allo scopo di discutere civilmente l’incidente ed accordarsi riguardo i danni materiali e psicologici, si svolge seguendo proprio i dettami, per così dire, ‘politically correct’ della nostra era, in base ai quali queste diatribe fra persone perbene e moderne si risolvono in salotto, facendo affidamento, appunto, su di un pò di psicologia e di sani principi dei quali far partecipi i rispettivi figli, affinché comprendano meglio le più elementari norme di convivenza. Mentre i loro genitori in breve discutono, quindi s’accapigliano e litigano ferocemente sui tempi ed i modi per far quadrare la questione, rimuovendo anche le tracce di turbamento che suppongono siano rimaste nei due giovani, questi ultimi si ritrovano al parco ed in quattro e quattr’otto risolvono la querelle per loro conto, senza tanti discorsi e complicanze.

Le due coppie sono formate dai Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly, genitori del ragazzo che ha subito l’aggressione) e dai Cowan (Kate Winslet e Christoph Waltz), ovvero quattro attori già premiati con l’Oscar che gareggiano in bravura anche in questa occasione. Sin dal primo istante, dopo i convenevoli di rito, emerge immediata e marcata la distanza fra le due coppie, ad iniziare dalle singole attività lavorative che svolgono: Penelope Longstreet è una scrittrice esperta d’arte, impegnata in attività di sostegno alle popolazioni sconvolte dalla guerra nel Darfour; Michael Longstreet è un commerciale di articoli per la casa, abituato al duro lavoro del ‘porta a porta’ e ad essere sbrigativamente persuasivo con i suoi clienti; Nancy Cowan è invece una non meglio identificata operatrice finanziaria ed il marito Alan infine è un avvocato impegnato in cause d’alto livello che coinvolgono alcune importanti aziende…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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