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Film: ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2015

Genere:  Fantastico, Azione, Drammatico

Durata: 118’ Regia: Gabriele Mainetti

Cast: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia), Salvo Esposito (Vincenzo), Gianluca Di Gennaro (Antonio) 

TRAMA: Enzo Ceccotti è un ladruncolo romano. Ha appena rubato un orologio ed è inseguito da alcuni poliziotti in borghese. Sul Lungo Tevere si rifugia dentro una chiatta, ma è costretto ad immergersi nelle acque del fiume per sfuggire alla cattura. Con i piedi scalcia degli strani contenitori che riportano il simbolo della radioattività ed uno di essi si rompe. Quando Enzo risale in superficie si sente male, vomita ed ha i brividi ma nonostante sia bagnato fradicio riesce comunque a raggiungere la sua abitazione a Tor Bella Monaca. In realtà è un piccolo appartamento in condizioni pietose in un condominio-alveare degradato. Enzo ha la febbre, trema, vomita di continuo ma infine riesce ad addormentarsi. Al risveglio sta molto meglio. Al piano di sotto abita Sergio con Alessia, una figlia disturbata, la quale vive in una realtà di fantasia, dominata dai manga giapponesi. Sergio fa parte della banda dello Zingaro, un criminale senza scrupoli alla ricerca del colpo grosso per entrare nel grande giro e per questo si è accordato con un’organizzazione legata alla camorra ed allo spaccio della droga. Enzo raggiunge il luogo dove si riunisce di solito la banda e tratta con Sergio la vendita dell’orologio rubato. Subito dopo quest’ultimo gli propone di accompagnarlo all’appuntamento con un paio di corrieri orientali che sono appena giunti a Roma ed hanno ingoiato delle capsule di cocaina per sfuggire ai controlli. Il ritrovo è all’ultimo piano di un palazzo in costruzione. Una di queste capsule però si rompe ed il corriere muore per overdose. Il suo compare, spaventato, spara alcuni colpi di pistola a Sergio che muore a sua volta ed uno di essi raggiunge ad una spalla anche Enzo che vola nel vuoto. Quando rinviene si rende conto incredulo di non avere subito traumi nonostante quella caduta di parecchi piani. Si allontana di corsa da quel luogo e trova Alessia seduta sulle scale di casa che gli chiede notizie del padre, ma Enzo non ha il coraggio di dirle la verità e si chiude nel suo appartamento. Alessia bussa però insistentemente alla porta, sinché Sergio indispettito colpisce la stessa porta con un pugno e con irrisoria facilità la sfonda, scoprendo così di possedere una forza sovrumana, che esperimenta subito dopo spostando un armadio con irridente facilità. Dallo stupore passa poco dopo all’azione, scardinando un bancomat per poi trascinarlo sino a casa. Il filmato ripreso dalle telecamere finisce in Internet e diventa virale. Persino lo Zingaro è stupito da quello che vede e gli piacerebbe che quell’uomo fosse al suo fianco. Con quattro scagnozzi al seguito si presenta a casa di Alessia minacciandola per sapere dove è finito il padre con il carico di droga che aspettavano, ma quando sembra intenzionato ad ucciderla, irrompe dalla finestra Enzo, il viso coperto da un passamontagna, che in breve tempo sgomina gli assalitori costringendoli alla fuga, nonostante lo Zingaro gli mozzi, poco prima di dileguarsi, il dito mignolo di un piede con una mannaretta. Alessia identifica il suo salvatore in Jeeg Robot d’Acciaio, il suo idolo dei manga. Enzo diventa così un criminale, che blocca e rapina un furgone portavalori facendo infuriare lo Zingaro che aveva intenzione di attuare lo stesso colpo per restituire i soldi della fallita partita di droga alla cosca di Nunzia. Enzo diventa una sorta di ‘Superman’ delle borgate quando salva una bimba dalle fiamme dell’auto coinvolta in un incidente stradale ed è tenero al tempo stesso nei confronti di Alessia, alla quale finisce per affezionarsi. Un comportamento contraddittorio che mescola buone intenzioni ad illegalità e che diventa il leit-motiv della sua vita e del suo nuovo ruolo. Solo lui infatti è in grado di fermare lo Zingaro che vuole sconvolgere Roma per diventare il più temuto e famoso dei criminali. 

VALUTAZIONE: un’opera unica nel panorama del cinema nazionale, di un esordiente che ha fatto incetta di alcuni dei premi più prestigiosi ai David di Donatello dell’edizione 2016. Uno stile a mezza strada fra grottesco, fantastico e drammatico con un gruppo d’interpreti azzeccatissimi in una sorta di western fra le borgate romane.                                                                                                                                                      

Lo confesso: di manga e anime giapponesi (quelli che noi definiamo abitualmente fumetti o cartoni animati) non ne so niente, quindi Jeeg Robot d’Acciaio, Hiroshi Shiba e Go Nagai erano per me dei nomi sconosciuti, prima della visione di questo film.

Il lettore che fosse nella stessa condizione non si preoccupi però, perché le ragioni per apprezzare quest’opera d’esordio di Gabriele Mainetti sono di tutt’altro genere e non c’è alcun bisogno di rimediare alla lacuna sottoponendosi frettolosamente ad una sorta di corso intensivo sul tema.

La sequenza iniziale, che vede un uomo in fuga dai poliziotti in borghese a Roma, fra Castel Sant’Angelo ed il Lungo Tevere, potrebbe sembrare tratta da un poliziesco italiano degli anni settanta, perlomeno sinché il fuggitivo, elusa la cattura, riemerge dalle acque torbide del fiume, dove si è dovuto immergere suo malgrado calandosi da una chiatta, per riapparire tempo dopo, quasi irriconoscibile, impregnato di una sostanza nera, oleosa e malsana.

Sin qui, a parte un’inquadratura che mostra alcune taniche nascoste sotto quella stessa chiatta con l’indicazione che contengono sostanze radioattive, una delle quali si rompe a causa dei maldestri movimenti in acqua di Enzo Ceccotti, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Un cognome, quello di Ceccotti, foneticamente anonimo, diciamolo; quasi risibile rispetto ad altri decisamente più pertinenti che è abile a proporre, ad esempio, la cinematografia americana in opere analoghe. Il ritorno a casa, zuppo, sporco e schivo in un quartiere degradato della periferia romana di Tor Bella Monaca (altro nome che sembra paradossale a confronto dell’ambiente che rappresenta) pare preludere all’ennesima storia di miseria e di disagio sociale della periferia di una grande città, con il rischio concreto che il voltastomaco e la febbre che hanno colpito Enzo poco dopo essere riemerso dall’acqua torbida, possano preludere ad un’evoluzione dannosa per la sua salute.

L’agglomerato urbano dove abita, in un appartamento che definire trasandato, fetido e sporco è persino riduttivo, non è molto diverso dalle cosiddette Vele di Scampia a Napoli (un’altra associazione di nomi nella quale è difficile non cogliervi un intento sarcastico), rese particolarmente famigerate dalla serie TV ‘Gomorra’. Enzo spende le sue serate fra videocassette hard, delle quale ha una nutrita collezione ed alimentandosi soltanto con una sorta di strano budino giallastro in confezioni da yogurt prive di etichetta, che conserva in notevole quantità dentro il frigo. 

Al piano di sotto ci abitano Sergio e Alessia, padre e figlia. Lui è un affiliato della banda dello Zingaro; lei è una bella ragazza, anzi una donna dal punto di vista fisico, che però non si è più ripresa dallo choc della morte prematura della madre e da allora non c’è più con la testa, come afferma lo stesso padre. Confonde spesso infatti la realtà con la fantasia delle ‘anime giapponesi’, non si stacca mai da un lettore dvd nel quale vede e rivede le imprese dei suoi eroi e sogna di vestire l’abito di una principessa ed è in attesa che il suo idolo, Jeeg Robot d’Acciaio, la venga a prendere, come il cavaliere azzurro delle favole di un tempo.

Lo Zingaro, gli occhi spiritati, l’espressione aquilina, velenoso come un serpente, ambizioso e senza scrupoli, è il leader di una banda che ha la sua sede nel canile di una zona malfamata della stessa Tor Bella Monaca, dal quale dirige un’attività criminosa di piccolo cabotaggio, per così dire, usando una metafora marinaresca. Dopo aver partecipato persino ad un’edizione del programma televisivo ‘Buona domenica’, appassionato esecutore canoro di cover della migliore tradizione musicale italiana, come malavitoso in carriera ha aspettative molto diverse e vuole puntare ad entrare nel grande giro. ‘…Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa…’, è il suo proclama d’intenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

18/04/2017 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Hateful Eight’

THE HATEFUL EIGHT

The Hateful EightTitolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Western

Durata: 167’ (185’ in versione 70 mm)  Regia: Quentin Tarantino

Cast:  Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demián Bichir (Bob “Il Messicano”), Tim Roth (Oswaldo Mobray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sanford Smithers), James Parks (O.B.), Dana Gourrier (Minnie), Zoë Bell (Judy), Lee Horsley (Ed), Gene Jones (Sweet Dave), Keith Jefferson (Charlie), Craig Stark (Chester Charles Smithers), Belinda Owino (Gemma), Channing Tatum (Jody)

TRAMA: il cacciatore di taglie John Ruth, detto ‘il boia’ è su una diligenza che sta percorrendo le montagne innevate del Wyoming per raggiungere la cittadina di Red Rock e consegnare la ricercata Daisy Domergue affinché sia impiccata. Una bufera di neve sta sopraggiungendo alle loro spalle, quando la diligenza è costretta a fermarsi davanti al Maggiore Marquis Warren, un nero ex ufficiale della cavalleria nordista divenuto nel frattempo anch’esso cacciatore di taglie, il quale è rimasto appiedato con i cadaveri di tre banditi per i quali ha intenzione di riscuotere il compenso. John accetta di far salire Warren solo dopo averlo disarmato. Poco dopo sulla loro strada compare anche Chris Mannix, rimasto a sua volta senza cavallo mentre si stava recando a Red Rock per assumere la carica di sceriffo. Poiché non accetta di essere disarmato, John stringe un patto con Warren di mutua assistenza, avendo entrambi interesse ad arrivare a destinazione per incassare i proventi del loro sporco lavoro. Sono gli anni successivi alla guerra civile fra nordisti e confederati. Mannix, un rinnegato sudista, ha riconosciuto subito Warren, che fu fatto prigioniero e riuscì a fuggire provocando un incendio che fece numerose vittime fra i sudisti ma anche fra gli stessi suoi compagni nordisti. L’atmosfera a bordo della carrozza si fa dunque tesa, mentre la bufera nel frattempo la raggiunge. Per loro fortuna riescono ad arrivare prima che sia troppo tardi all’emporio di Minnie, dove trovano rifugio per loro ed i cavalli. Stranamente non ci sono i gestori ma quattro uomini che sembrano aver trovato in quel posto a loro volta un tempestivo ricovero nell’attesa che passi la bufera. Si tratta del boia Oswaldo Mobray; di Bob, un messicano che dice di aver avuto l’incarico da Minnie di sostituirla nel mentre che lei ed il marito Sweet Dave si sono recati in visita alla madre; del tenebroso cowboy Joe Gage e del vecchio ex generale confederato Sanford Smithers. John Ruth non è abituato a fidarsi degli sconosciuti e dovendo conviverci per qualche giorno, cerca di mettere subito in chiaro le sue intenzioni riguardo la prigioniera ed al tempo stesso vuole capire con chi ha a che fare interrogando uno per uno quegli sconosciuti. A sua volta Warren, mentre si trova nelle stalle a dare una mano a Bob il messicano per sistemare i cavalli, inizia a sospettare che dietro l’assenza di Minnie e del marito, ci siamo ragioni diverse da quelle che quest’ultimo ha raccontato. Entrato quindi nell’emporio Warren ha riconosciuto nel generale sudista il comandante  colpevole della spietata uccisione di molti neri nordisti fatti prigionieri. Mannix invece sostiene di essere onorato della sua presenza dato che il padre ha combattuto ai suoi ordini. E’ appena l’inizio di un lungo duello verbale, di nervi e d’astuzia prima che si scateni l’inferno, complice anche un caffè avvelenato. 

VALUTAZIONE: Quentin Tarantino è uno dei più grandi talenti registici degli ultimi trent’anni. Con ‘The Hateful Eight’ non delude le aspettative. Lo schema narrativo in parte ricalca e riassume le sue opere precedenti. Ad una prima parte descrittiva e preparatoria, segue infatti una seconda la cui novità è rappresentata da una evidente sterzata nel genere giallo, con un travolgente crescendo, sino al finale pirotecnico ed in chiave horror nel quale trionfano il trash, lo splatter ed il film d’exploitation, tanto cari all’autore di ‘Pulp Fiction’.                                                                                                                                                                                                                                                                      

Premessa: ho avuto la possibilità di assistere al film nella sala ‘Energia’ del cinema Arcadia di Melzo nella versione a 70mm., che fra l’altro è lunga una quindicina di minuti in più di quella distribuita in versione digitale. Una sala che, film di Tarantino a parte, è comunque esemplare per godere il cinema ai massimi livelli e schiodare anche il più pigro degli spettatori dal pur comodo divano di casa. Chi ne ha la possibilità, lo vada a vedere in questo formato e non se ne pentirà (purtroppo ci sono solo tre cinema attrezzati in Italia, oltre a quello citato, uno a Bologna e l’altro a Roma).

The Hateful Eight 14La versione a 70mm. infatti è quella pensata e voluta dal regista, il quale ha rispolverato nell’occasione il formato Ultra Panavision, usato in passato da kolossal come ‘Ben Hur’. Ci guadagna non solo la qualità dell’immagine, che spesso nelle versioni digitali, contrariamente a quello che si potrebbe pensare lascia a desiderare sul grande schermo, al contrario della TV ed ovviamente la maestosità delle scene panoramiche che in questo formato si esaltano. Non di meno però, anche se potrebbe sembrare contraddittorio, se ne avvantaggiano anche le sequenze girate in interni, perché da un lato avvolgono lo spettatore come se si trovasse anch’esso dentro il set; dall’altro la visuale allargata mette in risalto anche le persone e gli oggetti non in primo piano, così che siano sempre parte integrante della scena. In ‘The Hateful Eight’ la maggior parte della vicenda si svolge dentro un locale, per meglio dire un emporio in mezzo alle montagne che diventa per circostanze atmosferiche avverse il rifugio per un gruppo di uomini ed una donna. Il film è anche preceduto da una ‘intro’ di circa quattro minuti sulle note di Ennio Morricone, con un’atmosfera che ricorda un po’ quella dei festival cinematografici.

The Hateful Eight 27L’ultima opera di Tarantino è il secondo western consecutivo della sua filmografia ed è suddivisa in sei capitoli che s’interrompono per dodici minuti fra il terzo ed il quarto. Il numero non è casuale perché all’inizio del quarto capitolo una voce fuori campo (nella versione originale è quella dello stesso regista) informa lo spettatore che quindici minuti prima non poteva accorgersi che è avvenuto un fatto narrativamente decisivo per il prosieguo: qualcuno infatti di nascosto ha avvelenato il caffè e l’unica ad essersene resa conto ed a sapere quindi chi è stato è la prigioniera Daisy Domergue. Se il film fosse proiettato senza interruzione alcuna (seppure sembra difficile che possa avvenire, dato che dura anche nel formato digitale quasi tre ore), o con un intervallo più breve, l’ignaro spettatore non potrebbe rendersi conto della particolarità di una tempistica così precisa.

The Hateful Eight 19Già da questo aneddoto si può comprendere come nel cinema di Tarantino nulla è lasciato al caso, anche quello che potrebbe sembrare ai più un particolare trascurabile. Ciò premesso, anche il numero otto del titolo non è casuale. La prima associazione che fa venire in mente infatti è quella con ‘I Magnifici Sette’, un western classico di John Sturges del 1960, cui appunto ‘Gli Odiati Otto’ sembra quasi volersi accodare nella sequenza. La seconda è relativa al numero dei film diretti da Quentin Tarantino sinora, che prima di questo sono stati appunto sette (‘Le Iene‘, ‘Pulp Fiction‘, ‘Jackie Brown‘, ‘Kill Bill Vol. 1‘, ‘Kill Bill Vol. 2‘, ‘Bastardi Senza Gloria‘, ‘Django Unchained‘), cui s’aggiunge semmai il mezzo relativo a ‘Grindhouse – A Prova di Morte‘, abbinato a ‘Planet Terror’ di Robert Rodriguez . Il che semmai porta il numero a otto e

mezzo, guarda caso il titolo di un celebre film di Federico Fellini. Casuale anche questo? Manco per nulla!

Chi ancora non lo sapesse infatti, Quentin Tarantino è a sua volta un cultore del cinema nel senso più pieno e completo della parola, inesauribile consumatore di film di ogni genere e grande estimatore di molti autori, anche nostrani come Sergio Leone e Federico Fellini appunto, non di meno del genere cosiddetto ‘spaghetti western’ come lo stesso ‘Django Unchained’ indica chiaramente, già nel titolo. Nelle sue opere perciò è solito fare riferimento ai maestri del passato, con inquadrature, particolari oggetti, grafica dei titoli, allusioni di vario tipo e musiche che si trasformano poi in chicche per gli appassionati che si cimentano a scoprire tutte le citazioni possibili. A tal proposito nei miei commenti ai suoi film, citati nel paragrafo precedente, si possono leggere ulteriori aneddoti in merito…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

15/02/2016 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Burn After Reading – A Prova Di Spia’

BURN AFTER READING

Burn After ReadingTitolo Originale: Omonimo

Nazione: USA

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Noir, Grottesco

Durata: 96’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Brad Pitt (Chad Feldheimer), George Clooney (Harry Pfarrer), Tilda Swinton (Katie Cox), John Malkovich (Osbourne Cox), Frances McDormand (Linda Litzke), Richard Jenkins (Ted Treffon), Elizabeth Marvel (Sandra “Sandy” Pfarrer, la moglie di Harry), J.K. Simmons (Presidente della CIA), David Rasche (agente Palmer Smith), J.R. Horne (Avvocato divorzista), Olek Krupa (Krapotkin), Michael Countryman (Alan), Matt Walton (Del)

TRAMA: Osbourne Cox è stato rimosso dal suo incarico di analista dalla CIA con l’accusa di abusare nell’uso dell’alcol. Sua moglie Katie, una professionista di ricca famiglia, lo tradisce da tempo con Harry, un agente federale, a sua volta sposato con Sandy, una scrittrice di fiabe per bambini che durante le trasferte per pubblicizzare i suoi racconti se la spassa con l’amante. Osbourne è un uomo irascibile ed è convinto che alla base della storia dell’alcol ci siano ragioni politiche interne alla stessa organizzazione federale. Per vendetta inizia a scrivere le sue memorie, che presumibilmente contengono riferimenti scomodi per la CIA, ma si dimentica una copia su cd-rom nello spogliatoio della palestra che frequenta di solito. Ad entrare in possesso del supporto magnetico sono Linda e Chad, due impiegati della palestra, che ritengono di avere fra le mani materiale scottante dal quale trarre una lauta ricompensa. Linda è ossessionata dalla chirurgia estetica e per intervenire in vari punti del suo corpo le servono parecchi soldi, mentre Chad è un ragazzotto atletico ed ingenuo, convinti entrambi in tal modo di poter guadagnare un sacco di dollari facili. I due contattano telefonicamente Osbourne per ricattarlo ma quest’ultimo reagisce violentemente, aggredendoli verbalmente e minacciandoli. Linda è la più determinata fra i due e spinge Chad a fissare un appuntamento con Osbourne per restituirgli il cd-rom ed ottenere in cambio 50 mila dollari. Quest’ultimo però non si lascia intimidire e colpisce con un pugno al naso Chad. Per tutta risposta Linda, che ha assistito alla scena dalla sua auto, carica sulla stessa il suo compare ferito e si lancia in un inseguimento, sino a tamponare l’auto di Osbourne prima di fermarsi davanti all’ambasciata russa con l’intento di vendere a loro le supposte ‘preziose’ informazioni contenute nel supporto magnetico. Nel frattempo Osbourne eccede davvero con l’alcol e la moglie, trovandolo sbronzo al ritorno dal lavoro, decide di sbatterlo fuori di casa e di cambiare la serratura. Chad si piazza davanti all’abitazione di Osbourne con l’intento di spiarne i movimenti ma quando vede invece uscire dalla sua casa la moglie Katie e Harry, e poco più avanti scorge un uomo dentro un’auto che sembra stia controllando quelle stesse persone, decide d’introdursi nell’appartamento, forzando la porta sul retro. Purtroppo per lui Harry torna dopo non molto dalla corsa per mantenersi in forma e quando si trova di fronte Chad il quale si era nascosto dentro il guardaroba, istintivamente gli spara un colpo in fronte, anche se non aveva mai usato la pistola sino ad allora. La situazione si complica ulteriormente poiché Harry, per non dover dare imbarazzanti spiegazioni alla moglie, la quale invece lo sta facendo pedinare da tempo e tanto meno vuole giustificare alla polizia la sua presenza in quella casa, infila il cadavere di Chad in un sacco, lo carica in auto e lo getta ponte. Linda pensa che la scomparsa di quest’ultimo sia dovuta ad un rapimento dell’ambasciata russa, mentre Osbourne, oberato dai debiti a causa delle azioni restrittive in banca che ha intrapreso nel frattempo nei suoi confronti Katie, decide di farsi giustizia da sé. Harry è ossessionato dalle trasgressioni sessuali, dalle intolleranze alimentari, dalla sensazione di essere pedinato senza darsene una ragione e da una iper attività fisica. Ha conosciuto Linda attraverso un sito Internet che mette in contatto fra loro persone singole e mai più immagina che sia legata in qualche modo all’uomo che ha appena ucciso. Una situazione nella quale si trova coinvolta la stessa CIA, costretta suo malgrado a sistemare alla bell’e meglio alcuni tasselli di un curioso puzzle che, pur riguardando la sfera privata di alcune persone più o meno casualmente legate fra loro, ha indotto i capi di Osbourne a temere che possa sfuggire loro di mano, specie dopo aver ricevuto una spiata proveniente dall’ambasciata russa. 

VALUTAZIONE: brillante satira in stile noir dei fratelli Coen sulle paranoie legate alla cura dell’aspetto fisico ed ai tradimenti sentimentali di alcune persone le cui vicende s’intrecciano fra loro sino a coinvolgere anche la CIA, mettendone a nudo imbarazzanti debolezze ed incertezze decisionali. Una gara di bravura di un pool d’interpreti di grande richiamo in un’opera nella quale non mancano sangue e momenti di tensione ma al tempo stesso si ride molto. La migliore alternativa al cinema ‘pulp’ di Tarantino, meno ‘trash’ ma nella quale grottesco, commedia e dramma convivono idealmente.                                                                                                                                                                                                                                            

‘Burn After Reading’ finisce come certi film di Walt Disney, quando l’inquadratura mostra un libro che si chiude sull’ultima pagina della favola che è stata appena narrata. Nello specifico però si tratta di un fascicolo della CIA, qualcosa perciò che nulla dovrebbe avere a che fare con la fantasia o la commedia leggera.

Burn After Reading 12Ed invece in questo film dei fratelli Coen si sorride spesso, nonostante non manchino affatto momenti di tensione, di violenza e persino di sangue e morte. Si tratta infatti di una satira che prende di mira alcuni dei capisaldi dello stile di vita ed istituzioni della nostra società. Sino ad un po’ di tempo fa avrei  detto della cosiddetta ‘way of life’ in USA, se non fosse che oramai è difficile distinguere la loro dalla nostra. Vedasi infatti le manie paranoiche di un largo strato sociale ossessionato dall’apparenza, specie dal punto di vista fisico, a scapito della sostanza e dell’essere; la sovrastimata autorevolezza delle organizzazione deputate alla difesa ed allo spionaggio che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini; l’ipocrisia e la falsità che spesso regolano i rapporti interpersonali e sentimentali.

Burn After Reading 01Il surreale commento finale del Presidente della CIA, interpretato dall’irresistibile J.K. Simmons, rivolto al suo preoccupatissimo sottoposto, David Rasche nel ruolo dell’Agente Palmer, è eloquente a tal proposito: ‘Presidente CIA: Cristo, che cazzo di casino! Agente Palmer: Già! Presidente CIA: Che abbiamo imparato, Palmer? Agente Palmer: Non lo so, signore. Presidente CIA: Non lo so nemmeno io… Forse abbiamo imparato a non farlo più! Agente Palmer: Sì, signore! Presidente CIA: Anche se non so cosa abbiamo fatto! Agente Palmer: Sì, è difficile… a dirsi. Presidente CIA: Cristo, che cazzo di casino!!…‘. Ed in effetti, pur essendo un dialogo grottesco, che mai t’aspetteresti possa uscire dall’interno di un’ente così autorevole, fotografa perfettamente ciò che è capitato durante la storia narrata dal film.

Burn After Reading 03Non si può prescindere comunque, nel parlare di quest’opera, dal citare la ricca galleria degli interpreti, che potremmo idealmente dividere in due fasce, come si fa con le griglie dei campionati di qualche sport, pur senza essere fra loro in competizione in questo caso. In una prima cinquina mettiamo in ordine sparso John Malkovich, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand e Tilda Swinton. In una seconda: Richard Jenkins, J.K. Simmons, J.R. Horne, David Rasche ed Elizabeth Marvel. Sfido chiunque a trovare uno di loro fuori posto ed in questa seconda lista sono elencati i caratteristi, le spalle per così dire, da sempre una grande ed inesauribile risorsa del cinema americano che anche in questa occasione non si smentiscono e svolgono egregiamente la loro parte.

Burn After Reading 24Uno per tutti: J.R.Horne nella breve ma fulminante interpretazione dell’avvocato divorzista cui si rivolge Katie e la mette in guardia dai rischi che corre accettando passivamente il comportamento del marito Osbourne, il quale ha lasciato la CIA sbattendo la porta, colpito profondamente nel suo ego per essere stato rimosso da un incarico nei Balcani, nonostante ciò significa assumersi i rischi di un futuro incerto, pur mitigati dal sostegno economico della moglie, che è una professionista già benestante di suo e sul quale egli ritiene sbagliando di poter contare. La mimica facciale, l’esitazione di Horne quando non gli sovviene il termine ‘zampe’, citando una metafora sul comportamento della tartaruga, i sorrisetti ammiccanti e compiaciuti che rivolge a Katie, sono una lezione di tecnica di recitazione per chiunque…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

11/12/2015 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Non E’ Un Paese Per Vecchi’

NON E’ UN PAESE PER VECCHI

Non è un paese per vecchiTitolo Originale: No Country For Old Men

 Nazione: USA

Anno:  2007

Genere:  Thriller, Drammatico

Durata: 122’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Javier Bardem (Anton Chigurh), Josh Brolin (Llewelyn Moss), Tommy Lee Jones (sceriffo Tom Bell), Woody Harrelson (Carson Wells), Barry Corbin (Ellis), Zach Hopkins (Vice Sceriffo), Kelly Macdonald (Carla Jean), Rodger Boyce (Sceriffo Roscoe Giddens), Garret Dillahunt (Wendell), Kit Gwin (Molly)

TRAMA: Confine fra Texas e Messico nel 1980. Llewelyn Moss è a caccia quando giunge ad un avvallamento e si trova davanti ad una scena raccapricciante: un regolamento di conti fra narco-trafficanti già concluso, con alcuni morti stesi a terra, un carico di eroina ancora intatto su di un’auto e, soprattutto, una borsa con due milioni di dollari in contanti. C’è anche un sopravvissuto, seppure agonizzante, il quale chiede dell’acqua, che Moss non può dargli perché non ne ha con sé. Non è un ladro, ma l’occasione è troppo ghiotta e così Llewelyn decide di portarsi via la borsa con il denaro. Una volta a casa, durante la notte non riesce a dormire e gli scrupoli lo spingono a tornare sulla scena del crimine con una tanica d’acqua, ma quando si rende conto che anche l’unico sopravvissuto è morto nel frattempo a causa delle ferite, un’altra auto s’affianca alla sua, lasciata poco più indietro, sul ciglio dell’avvallamento. Immediatamente, qualcuno che l’ha scorto inizia a sparargli contro. Moss, pur ferito, fugge e, per dileguarsi non esita a gettarsi in un fiume e ad abbattere, raggiunta la riva opposta, un grosso cane che gli hanno sguinzagliato appresso. La sua auto però è facilmente utilizzabile dagli inseguitori per identificarlo, così a Moss non resta che medicarsi alla bell’e meglio appena tornato a casa, dalla quale allontana immediatamente la moglie, facendola tornare dalla madre in Ohio e quindi fuggire lui stesso con il malloppo che nasconde nel cunicolo dell’aria condizionata della camera di un motel, quando si ferma per trascorrere la notte. Quello che non può sapere Moss, almeno inizialmente, è che la borsa contiene anche una radio trasmittente. Sulla scena della strage intanto due sicari del boss del narco-traffico si sono incontrati con Anton Chigurh, uno spietato e psicotico killer, ma quest’ultimo, saputo della posta in palio, li ha uccisi freddamente e si è messo sulle tracce di Llewelyn. Lo sceriffo Tom Bell, oramai vicinissimo alla pensione, giunto anch’esso sul luogo del crimine, intuisce subito in che guaio s’è cacciato Moss e nonostante si senta oramai pervaso da un cupo pessimismo ed estraneo alla natura stessa della criminalità che persegue, la quale ha assunto nel tempo forme sempre più estreme ed incompatibili con i suoi valori e limiti di sopportazione, si adopera per cercare di salvare Moss dalla fine alla quale teme che sia destinato. Un ultimo compito che si assume, nonostante gli altissimi rischi che comporta, muovendosi fra spietati criminali ed un glaciale psicopatico il quale, per decidere il destino di una persona, è solito affidarsi al lancio di una monetina: testa o croce!

VALUTAZIONE: un’opera violenta ed etica al tempo stesso, che i fratelli Coen conducono in splendido stile e gran classe, mai banali nel rappresentare attraverso l’analisi di tre personaggi che, pur da posizioni completamente diverse, sintetizzano il bene ed il male di cui è capace il genere umano ed il cambiamento di un’epoca nella società e nel cinema stesso, della quale ne è puntuale espressione. Un film carico di tensione e di amaro pessimismo, ma geniale e brillante, sia nella trama che nei dialoghi.                                                                                                                                                                       

‘Non è un paese per vecchi’ è un titolo che potrebbe far pensare ad una questione geografica, climatica o a qualche particolarità legata alla gestione della terza età. In realtà, nella storia che i fratelli Coen hanno tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, il riferimento è relativo al tasso di mortalità che al confine fra gli USA ed il Messico intorno agli anni ’80 era diventato altissimo, specie a causa della guerra fra bande iper violente dedite al narcotraffico, ma non solo a quello (ho la sensazione però che la situazione oggi non sia cambiata granché da allora).

Non è un Paese per Vecchi 02Lo sa bene lo sceriffo Tom Bell, che pure è quasi giunto alla soglia della pensione e di casi di delinquenza da parte di singoli o di gruppi armati ne ha affrontati moltissimi nell’arco della sua lunga carriera. Eppure egli, forte dell’esperienza e del cosiddetto pelo sullo stomaco che per forza di cose ha dovuto farsi crescere negli anni, anziché muoversi completamente a proprio agio, al contrario si sente oramai fuori posto, al cospetto di una criminalità che ha abbandonato ogni logica comportamentale ed è schizzata a livelli di violenza, cinismo e crudeltà quali mai aveva raggiunto in passato.

Non è un Paese per Vecchi 09La sua rassegnazione e pessimismo nascono quindi dal fatto che si trova ad assistere sempre più a casi criminosi di gratuita ferocia che superano il suo personale limite di tolleranza ed a peggiorare le cose a suo dire, tanti di questi episodi passano fra l’indifferenza dei più: ‘…ecco, la settimana scorsa hanno scoperto una coppia, in California, che affittava camere ai vecchietti, poi li ammazzava, li seppelliva in giardino, e intascava le loro pensioni. Ah, e prima li torturava, non so perché, forse il televisore si era guastato. E la cosa è andata avanti finché, testuali parole, «i vicini si sono allarmati quando hanno visto un uomo scappare con indosso solo un collare per cani». È impossibile inventarsi una notizia così, provaci, non ci riesci. Questo c’è voluto per attirare l’attenzione di qualcuno: scavare fosse in giardino era passato inosservato…‘.

Non è un Paese per Vecchi 14E’ lo sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, l’io narrante del film, seppure non si può definire come il principale protagonista, come vedremo più avanti, il quale esordisce sui titoli d’avvio dettando fuori campo la sintesi della sua vita ed anticipando al tempo stesso il contesto dell’opera che ai fratelli Coen ha fruttato ben quattro Oscar fra i più prestigiosi (film, regia, attore non protagonista e sceneggiatura) e grazie alla quale il titolo è diventato persino un modo di dire, per indicare appunto ed in maniera allegorica una situazione o un posto pericoloso e perciò sconsigliabile: ‘…A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a credersi. Mio nonno faceva lo sceriffo e anche mio padre. Io e lui siamo stati sceriffi contemporaneamente, lui a Plano e io qui. Credo che ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Jim Scarborough non portava mai la pistola, Jim figlio intendo, e neanche Gaston Boykins. Quello della contea di Comanche. Mi è sempre piaciuto sentir parlare di quelli dei vecchi tempi. Non ne ho mai perso l’occasione. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi come avrebbero fatto loro al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica qui a Huntsville, qualche tempo fa. Su mio arresto e mia testimonianza. Aveva ucciso, ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale, ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente. Che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera lo avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da lì a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Io non so cosa pensare, non lo so proprio. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa, non è che mi faccia paura, l’ho sempre saputo che uno deve essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro ma non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo… di uscire e andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima, dire OK, faccio parte di questo mondo…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

12/06/2015 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘C’era Una Volta In America’

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA

C'Era Una Volta In AmericaTitolo Originale: idem

Nazione: Italia, USA 

Anno:  1984

Genere:  Drammatico, Gangster

Durata:  236’  Regia: Sergio Leone

Cast: Robert De Niro (David ‘Noodles’ Aaronson), James Woods (Max Bercovitz), Elizabeth McGovern (Deborah Gelly), Joe Pesci (Frankie Minaldi), Tuesday Weld (Carol), Burt Young (Joe), Treat Williams (Jimmy O’Donnell), Danny Aiello (Vincent Aiello), Richard Bright (Chicken Joe), James Hayden (Patsy Goldberg), William Forsyte (Philip ‘Cockeye’), Jennifer Connelly (Deborah da adolescente), Mario Brega (Mandy), Darlanne Fluegel (Darlanne Flugel Eve), Larry Rapp (‘Fat’ Moe Gelly), Robert Harper (Sharkey)

TRAMA: David ‘Noodles’ Aaronson riceve a Buffalo una lettera anonima nella quale risulta che qualcuno sa molte cose riguardo il suo passato, nonostante egli avesse lasciato New York trentacinque anni prima in fretta e furia, sicuro di non aver lasciato tracce dietro di sé. La missiva lo invita a tornare sui suoi passi per chiarire i dubbi che lo hanno tormentato durante i lunghi anni di lontananza. Noodles è nato e cresciuto nel ghetto ebreo, imparando sin da piccolo a farsi rispettare per strada e non aver paura di nessuno, credendo fermamente in due sentimenti basilari: amore ed amicizia. La prima in particolare per Max con il quale ha condiviso l’ascesa dal nulla sino a mettere in piedi una delle gang più temute ed efficienti della città. L’amore invece lo ha dedicato esclusivamente a Deborah, una splendida ragazzina cresciuta nel suo stesso ghetto. Quando Noodles aveva subito la condanna a dieci anni di carcere per aver ucciso il prepotente e violento Bugsy, il pensiero di Deborah e la solidarietà di Max avevano alleviato il peso della sua detenzione ed una volta tornato in libertà aveva trovato proprio l’amico ad aspettarlo, per riprendere il loro sodalizio. Deborah invece non gli ha nascosto le sue perplessità a legarsi ad un gangster e le sue ambizioni di trasferirsi a Hollywood per tentare la carriera d’attrice. Deluso per averla amata inutilmente per così tanto tempo, Noodles aveva violentato Deborah in auto e poiché il suo amico Max, con la fine del proibizionismo, esprimeva propositi megalomani di rapinare persino Fort Knox, lo stesso Noodles, allo scopo di salvare l’amico dal folle proposito con il minore dei mali, aveva avvisato la polizia in modo che lui ed i suoi amici e soci fossero catturati durante l’ultima spedizione nel ruolo di contrabbandieri. Ma le cose erano andate diversamente dal previsto ed i suoi amici erano rimasti uccisi durante lo scontro con le forze dell’ordine. Roso dai rimorsi, Noodles aveva passato molto del suo tempo dentro una fumeria d’oppio, sinché era stato costretto a dileguarsi precipitosamente per sfuggire ad un attentato, rifugiandosi a Buffalo dove ha cambiato vita. Sinché quella lettera non lo ridesta dal lungo torpore e la curiosità di conoscere la verità, qualunque essa sia, lo spinge a tornare indietro.   

VALUTAZIONE: capolavoro di un autore che molti identificano solo con i suoi celebri spaghetti-western grazie ai quali si è guadagnato l’attenzione internazionale. Un film perfetto sotto tutti i punti di vista, purtroppo l’ultimo di una prestigiosa ma breve carriera, caratterizzata da pochi titoli, ma praticamente tutti considerati oramai dei ‘cult’.                                                                                                          

La storia di Sergio Leone per alcuni aspetti si può curiosamente accostare a quella di Stanley Kubrick. Quasi coetanei, una filmografia scarna di titoli ma assolutamente prestigiosa, entrambi hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema, assieme a molti estimatori non solo fra il pubblico in generale ma anche fra gli addetti ai lavori e tanto rimpianto per la loro prematura scomparsa: il regista inglese se n’è andato nel 1999 e quello romano addirittura dieci anni prima, quando aveva appena compiuto sessantanni, lasciando un vuoto incolmabile, per citare una frase fatta che però in questo caso corrisponde davvero alla realtà.

C'era una Volta in America 07‘C’era una Volta in America’ (tratto dall’omonimo romanzo di Harry Grey) è l’ultimo film di Sergio Leone, un autore rimasto noto ai più soprattutto come il capofila del filone cosiddetto ‘spaghetti-western’, una sorta di rivisitazione nostrana di uno dei più classici generi cinematografici, per lungo tempo una prerogativa esclusiva dei registi americani, che egli ha contribuito a rivitalizzare ed arricchire proprio quando sembrava oramai inevitabilmente esaurito e destinato ad un inesorabile tramonto. Leone si può quindi definire anche come l’ultimo grande maestro del western classico, ma al tempo stesso capace di reinterpretarlo ed il suo accostamento a nomi come John Ford, Anthony Mann, Howard Hawks, ma anche Sam Peckinpah e Fred Zinnemann, questi ultimi fra i cosiddetti autori ‘crepuscolari’, non suona perciò per nulla blasfemo, anzi si può dire che grazie a lui le due anime del western si fondono magicamente in un filone definibile, appunto, come ‘classico-crepuscolare’. 

Le sue cinque celeberrime opere (in sequenza cronologica: ‘Per un Pugno di Dollari’, ‘Per Qualche Dollaro in Più’, ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’, ‘C’era una Volta il West’ e ‘Giù la Testa’) portano però inevitabilmente lo spettatore più superficiale ad associare il nome di Sergio Leone solo al genere western, categorizzando e relegando la sua figura autoriale in una sorta di nicchia, mentre invece, come dimostra ‘C’era una Volta in America’, egli  aveva straordinarie qualità da esprimere anche in generi diversi.

C'era una Volta in America 12Per tornare un momento ancora alle analogie con Kubrick, il regista romano era, a suo pari, un perfezionista ed un acuto cultore di ogni minimo dettaglio nei suoi film: dai proverbiali primi piani di Clint Eastwood e Lee Van Cleef (attori da lui lanciati sul grande schermo) a quelli, nello specifico di quest’opera, di Robert De Niro e James Woods; all’analisi prospettica e meticolosa di ogni singola inquadratura; alla collaborazione con i migliori sceneggiatori, direttori della fotografia, scenografi e montatori nostrani. Pare che Robert De Niro, a riprese del film ultimate, avesse acquistato dei medaglioni da distribuire al resto della troupe sui quali aveva fatto serigrafare la seguente frase: ‘Complimenti per essere sopravvissuti alle riprese di C’era una volta in America’.

E che dire poi dell’uso e scelta delle musiche, tutt’altro che accessorie e subordinate alle immagini del film, com’era d’uso anche del regista di ‘2001 Odissea Nello Spazio’, grazie alla grande amicizia e sodalizio artistico che ha lungamente legato Sergio Leone a Ennio Morricone. Tutte peculiarità che hanno particolarmente influenzato, prendendole a modello sino alla palese citazione, parecchi colleghi successivi, il più grande dei quali probabilmente è quel Quentin Tarantino che non ha nascosto di considerare Sergio Leone una sorta di padre putativo a livello cinematografico e per rendergli omaggio non manca mai di aggiungere qualche riferimento a lui dedicato nelle sue opere. C’è un momento infine, girato dentro il reparto pediatrico di un ospedale, nel quale la musica (‘La Gazza Ladra‘ di Rossini) si rifà apertamente ad  ‘Arancia Meccanica’ dello stesso Kubrick.  

C'era una Volta in America 18‘C’era una Volta in America’ ha avuto una gestazione lunghissima, quasi tredici anni. Tanti infatti ne sono intercorsi da ‘Giù la Testa’. Il trait d’union fra loro è rappresentato, assieme a ‘C’era una Volta il West’ (il titolo stesso ne suggerisce il legame), da una sorta di trilogia ideale dedicata al trascorrere del tempo, che è quindi il tema di fondo anche di quest’ultima opera di Leone. La quale, proprio perché racconta una storia che si svolge in un lungo lasso di tempo (sia dal punto di vista concettuale che della durata stessa del film), si può forse considerare anche come una sorta di testamento dell’autore medesimo.

Diciamolo, senza nasconderci ipocritamente dietro il solito dito: oltre quattro ore per un film sono una bella sfida per qualunque spettatore, anche il più irriducibile fra gli appassionati cinefili. Oltretutto la versione cui ho assistito nell’occasione è ancora più lunga di quella uscita a suo tempo nelle sale cinematografiche, che già era inusuale, con le sue tre ore e mezza abbondanti. La ragione è nell’aggiunta di alcune sequenze (26 minuti) a suo tempo tagliate, purtroppo ritrovate mal conservate e proposte in lingua originale con i sottotitoli, proprio laddove si presume che Sergio Leone le avesse immaginate. Le quali però sono tutt’altro che una semplice chicca per cinefili, poiché contribuiscono a rendere alcuni momenti ancora più suggestivi, arricchendone e chiarendone il senso, non sempre d’immediata ed univoca interpretazione (l’inquadratura finale, ad esempio, quel sorriso compiaciuto di De Niro, fa discutere ancora oggi sul suo significato)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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22/10/2013 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Memento’

MEMENTO

Titolo Originale: Memento

Nazione: USA

Anno: 2000

Genere: Drammatico, Giallo, Thriller

Durata: 113′ Regia: Christopher Nolan

Cast: Guy Pearce (Leonard Shelby), Carrie-Anne Moss (Natalie), Joe Pantoliano (Teddy Gammell), Mark Boone Junior (Burt), Harriet Samsom Harris (Signora Jankis), Kurt Fuller (John), Stephen Tobolowsky (Sammy Jankis), Jorja Fox (Catherine Shelby), Kimberly Campbell (Blonde), Larry Holden (Jimmy), Callum Keith Rennie (Dodd)

TRAMA: Leonard Shelby ha subito un doppio dramma personale: lo stupro e l’uccisione dell’amata moglie e, nel tentativo di soccorrerla, è stato violentemente colpito alla testa dall’assassino. Da quel momento egli ha perso il controllo della memoria breve e nel giro di pochi attimi non ricorda già più cos’è accaduto poco prima. Per tale ragione ha escogitato un doppio sistema di memorizzazione per ciò che non deve dimenticare: si scrive promemoria in una serie di post-it, note a margine su alcune foto che scatta con una Polaroid, riguardo le sue impressioni su cose e persone con le quali entra in contatto ed infine si è tatuato direttamente sul corpo le informazioni fondamentali che non può assolutamente correre il rischio di perdere. L’obiettivo che si è prefisso difatti è quello di trovare ed uccidere colui che gli ha rovinato la vita. Il suo problema gli impedisce però di svolgere indagini in maniera ordinata e logica ed ovviamente lo espone anche al rischio di essere usato per altri fini da persone senza scrupoli. Leonard si ricorda con chiarezza solo ciò che è avvenuto prima dell’incidente. Ad esempio che egli lavorava per conto di un’assicurazione, la quale gli aveva affidato un’indagine sul rimborso di un certo Sammy Jankis, il quale dopo un incidente in auto ha perso la memoria breve. La moglie per lungo tempo non si era rassegnata alla triste realtà ed aveva sperato che il marito prima o poi guarisse, mentre Leonard, dopo aver sospettato addirittura una simulazione, era riuscito a dimostrare che il danno è di natura psichica e non fisica, sgravando quindi l’assicurazione dal pagare il rimborso spese. Ma tutto ciò che avviene al presente per lui è scoordinato, contraddittorio e si svolge al contrario, con ripetuti colpi di scena, avendo già assistito nelle prime immagini alla conclusione della sua indagine personale. Ma come sono andate effettivamente le cose?

VALUTAZIONE: un thriller che sconvolge i canoni abituali narrativi costringendo lo spettatore a rinunciare alla sequenzialità temporale degli avvenimenti cui assiste. Un’opera spiazzante, irritante ed affascinante al tempo stesso. Una seconda visione, perlomeno della parte introduttiva, consente meglio di apprezzare e focalizzare l’estemporaneità della proposta di Christopher Nolan.                                                                                                                                                                            

Se le abituali storie del genere thriller poliziesco, per quanto complesse e ben congegnate, vi hanno stancato perché più o meno tutte ricalcano uno schema consolidato che mira, partendo da un atto criminoso, a scovare il colpevole pur fra difficoltà crescenti ma rispettando durante tale percorso la sequenzialità logica dei fatti, ‘Memento’ fà di sicuro al caso vostro, perché un film del genere forse non l’avete mai visto in precedenza.

In ‘Pulp Fiction’ di Quentin Tarantino (leggi QUI la mia recensione) si parte da una scena che vede una coppia di balordi, un lui ed una lei, dentro un locale dove stanno discutendo su come attuare una rapina ai clienti seduti ai tavoli. La scena s’interrompe nel momento in cui inizia la loro azione. Il film quindi si sviluppa in una serie di diverse vicende autonome, seppure collegate fra loro da un filo logico e nel finale ritorna allo stesso punto, nel momento cioè che precede quella stessa rapina, ma la prospettiva in questo caso è spostata al tavolo dove sono seduti due killer che casualmente si trovano in quello stesso locale. In quel caso, nel mio commento, definivo la struttura di quell’opera di tipo ‘circolare’. Mi sono ricordato del capolavoro di Tarantino mentre assistevo a ‘Memento’, per concludere però che la natura dell’opera di Christopher Nolan non è ‘circolare’, seppure anche nel suo caso la fine si ricollega all’inizio, ma semmai ‘asincrona’.

La prima sequenza è esemplificativa al riguardo. Un uomo giace riverso per terra, colpito alla testa da un proiettile e qualcuno fuori campo tiene fra le dita una foto scattata con una Polaroid. Chi si ricorda come funzionavano quelle fotocamere oramai obsolete, sa che l’utilizzatore inseriva nell’apparecchio il negativo della foto, il quale dopo lo scatto veniva sviluppato immediatamente. Un sistema molto pratico, seppure conseguentemente limitativo dal punto di vista della qualità e che non permetteva neppure successivi sviluppi, tanto meno ingrandimenti, dello stesso fotogramma. Mentre scorrono le prime immagini, la persona fuori campo agita più volte in alcune rapide sequenze la foto la quale, da completamente sviluppata, diventa sempre meno visibile sino alla situazione immediatamente successiva allo scatto. Insomma, per non allungarla oltre, assistiamo al processo contrario rispetto la normale sequenzialità degli eventi. Addirittura, subito dopo, vediamo gli oggetti che si muovono a ritroso, così come l’uomo  il quale finalmente diventa interamente visibile e ripete i gesti che l’hanno portato a compiere l’omicidio. Come un veloce ralenti all’indietro, durante una partita di calcio trasmessa in TV, di un’azione che mostra la genesi e dinamica di una rete.

Fin qui niente di straordinario, comunque. Non è che capita spesso una situazione del genere, ma a pensarci bene sono sicuro che chiunque può ritrovare nella sua memoria cinematografica casi più o meno analoghi, anche se al momento curiosamente non me ne viene in mente neppure uno. La stranezza si amplifica invece successivamente, quando ci si rende conto che ogni sequenza, sorta di capitolo nell’ambito della trama, si svolge non più in ralenti ma a velocità normale, con l’inizio di ognuna di esse che cronologicamente viene proposto subito dopo la conclusione, esattamente al contrario perciò rispetto al solito. Il che, almeno inizialmente, crea nello spettatore una certa sorpresa e difficoltà di comprensione, con conseguente necessità d’adattamento.

Ciò che distingue ‘Memento’ dalla media dei film del suo genere, ma anche più in generale, è proprio questo ibrido di originalità strutturale e thriller che accompagna lo spettatore in una sorta di labirinto e rebus narrativo nel quale le vicende avvengono come se nella fase di montaggio si fosse verificato un errore invertendo gli spezzoni delle bobine. Capita l’antifona e fatto il callo alla curiosa fruizione della storia, ci si rende conto che c’è in realtà anche una parte nella quale la sequenza degli eventi è invece gestita normalmente dal punto di vista temporale, la quale, pur essendo interrotta e ripresa in più punti nel corso del film, è mostrata in un bianco e nero molto contrastato che drammatizza la storia di un uomo con il quale il protagonista condivide la stessa strana menomazione, ovvero la perdita della memoria anterograda o, detta più semplicemente, della memoria breve, a seguito di un trauma provocato da un evento angoscioso…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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12/11/2012 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Carnage’

CARNAGE

Titolo Originale: Carnage

 Nazione: Francia, Germania, Polonia, Spagna 

Anno:  2011  

Genere:  Commedia

Durata:  79′  Regia: Roman Polanski

Cast: Jodie Foster (Penelope Longstreet), Kate Winslet (Nancy Cowan), Christoph Waltz (Alan Cowan), John C. Reilly (Michael Longstreet), Elvis Polanski (Zachary Cowan), Eliot Berger (Ethan Longstreet) 

TRAMA: Brooklyn, New York: due adolescenti litigano in un parco ed uno colpisce l’altro in faccia con un bastone rompendogli alcuni denti. I genitori del ragazzo che ha subito il danno pensano che sia meglio invitare a casa loro l’altra coppia per discutere civilmente l’accaduto ed evitare che il fatto possa ripetersi, consentendo ai rispettivi figli di superare senza ulteriori traumi lo spiacevole episodio. Dopo un iniziale tentativo di collaborazione e reciproche cortesie, l’incontro evidenzia però differenze insanabili fra le due coppie per cultura, condizione sociale e regole educative. Le accuse diventano progressivamente sempre più feroci e più volte la coppia ospite sembra sul punto di andarsene ma all’ultimo momento una parola o un ripensamento la conduce nuovamente dentro l’appartamento dove la discussione riprende con ancora maggiore vigore. Ogni tentativo di mediazione si scontra però con le differenti visioni etiche ed i rapporti diventano perciò sempre più tesi. All’acme della diatriba le coppie si frantumano e si crea, seppure in maniera transitoria, una sorta di solidarietà fra sessi diversi, sinché i reciproci attacchi conducono la discussione in una deriva che vede uno contro tutti e durante la quale il linguaggio e le tensioni verbali scendono a livelli bassissimi rispetto alle premesse e le intenzioni di partenza. Il risultato è che ognuno di loro si ritrova infine solo con se stesso o contro tutti, mentre i due ragazzi nel frattempo s’incontrano nel parco e si riconciliano senza alcuna difficoltà.       

VALUTAZIONE: tratto da una commedia teatrale, il film di Polanski è una breve ma fulminante metafora sulle contraddizioni e le ipocrisie della società cosiddetta civile, matura ed equilibrata. Recitata da un quartetto d’interpreti di grande spessore, l’opera, pur svolgendosi per intero dentro un appartamento, riesce comunque a catturare l’interesse dello spettatore grazie ad un appassionante crescendo di tensione ed alla varietà dei temi e delle reazioni che si scatenano fra i protagonisti. Il finale è amaro e beffardo al tempo stesso.  

 

Un po’ di tempo fa ho letto un romanzo intitolato ‘La Cena’ dello scrittore Herman Koch (leggi QUI il mio commento al riguardo) nel quale un paio di coppie, due fratelli e rispettive consorti, si ritrovano in un ristorante a discutere un’azione comune di fronte all’eventualità che i loro figli, coinvolti nell’omicidio preterintenzionale di una barbona, vengano scoperti ed accusati, con quello che ne consegue. Uno dei due uomini è addirittura un politico in predicato di essere eletto Primo Ministro. La discussione che ne nasce, dopo un inizio di conversazione durante il quale le due coppie evitano di proposito l’imbarazzante argomento, intrattenendosi su alcuni altri certamente più futili, evidenzia le profonde differenze fra loro, anche fra i singoli componenti il quartetto. Le divergenze caratteriali e d’opinione che emergono, quando infine affrontano la scottante questione, si rivelano ben più nette di quante ne fossero venute a galla in precedenza parlando del più e del meno, poiché la gravità del tema tocca corde molto sensibili, sentimenti primari ed affetti profondi. L’ultima opera di Roman Polanski, per alcuni aspetti, mi ha ricordato proprio quel romanzo.

‘Carnage’ è un termine inglese che significa ‘carneficina’ ed è già di per se stesso emblematico, apparentemente  esagerato, se consideriamo il suo significato letterale, dato che non si tratta di un film di guerra, oppure un sanguinario horror, bensì di una commedia di stampo teatrale tratta dalla pièce ‘Il Dio del Massacro‘ di Yasmina Reza. Il titolo comunque contiene il suffisso ‘age’, il quale vuol dire ‘età’ oppure ‘epoca’ e questi due sostantivi, seppure casualmente, risultano perfettamente attinenti ai contenuti che il regista, fra l’altro, di ‘Chinatown’ e ‘L’Uomo nell’Ombra’, mette crudamente in risalto. 

Età’ perché la vicenda nasce da un bisticcio fra due adolescenti, uno dei quali finisce però al Pronto Soccorso, colpito da una bastonata in bocca che gli ha procurato la rottura degli incisivi ed un vistoso ematoma. ‘Epoca’ perché l’incontro che i loro rispettivi genitori combinano senza la presenza dei figli, allo scopo di discutere civilmente l’incidente ed accordarsi riguardo i danni materiali e psicologici, si svolge seguendo proprio i dettami, per così dire, ‘politically correct’ della nostra era, in base ai quali queste diatribe fra persone perbene e moderne si risolvono in salotto, facendo affidamento, appunto, su di un pò di psicologia e di sani principi dei quali far partecipi i rispettivi figli, affinché comprendano meglio le più elementari norme di convivenza. Mentre i loro genitori in breve discutono, quindi s’accapigliano e litigano ferocemente sui tempi ed i modi per far quadrare la questione, rimuovendo anche le tracce di turbamento che suppongono siano rimaste nei due giovani, questi ultimi si ritrovano al parco ed in quattro e quattr’otto risolvono la querelle per loro conto, senza tanti discorsi e complicanze.

Le due coppie sono formate dai Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly, genitori del ragazzo che ha subito l’aggressione) e dai Cowan (Kate Winslet e Christoph Waltz), ovvero quattro attori già premiati con l’Oscar che gareggiano in bravura anche in questa occasione. Sin dal primo istante, dopo i convenevoli di rito, emerge immediata e marcata la distanza fra le due coppie, ad iniziare dalle singole attività lavorative che svolgono: Penelope Longstreet è una scrittrice esperta d’arte, impegnata in attività di sostegno alle popolazioni sconvolte dalla guerra nel Darfour; Michael Longstreet è un commerciale di articoli per la casa, abituato al duro lavoro del ‘porta a porta’ e ad essere sbrigativamente persuasivo con i suoi clienti; Nancy Cowan è invece una non meglio identificata operatrice finanziaria ed il marito Alan infine è un avvocato impegnato in cause d’alto livello che coinvolgono alcune importanti aziende…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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05/09/2012 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Bastardi Senza Gloria’

BASTARDI SENZA GLORIA

Titolo Originale: Inglorious Basterds

Nazione: USA, Germania 

Anno:  2009

Genere:  Azione, Guerra

Durata:  160′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth, Diane Kruger, Daniel Bruhl, Michael Fassbinder, Gedeon Bukhard                                      

TRAMA: Seconda Guerra Mondiale, occupazione nazista della Francia. Il colonnello delle SS Hans Landa, soprannominato ‘cacciatore di ebrei’, specializzato nel braccare alcune famiglie nella campagna intorno a Parigi, scova i Dreyfus nascosti sotto il pavimento della casa di un vicino, loro fiancheggiatore. Solo Shosanna, la figlia ventenne, riesce a scampare miracolosamente all’eccidio, fuggendo da una botola. Negli USA il tenente Aldo Raine viene inviato in missione in Francia assieme ad un gruppo di uomini scelti definiti ‘Bastards’ con l’obiettivo di seminare il terrore fra le truppe tedesche e preparare un attentato ai vertici nazisti grazie alla complicità dell’attrice infiltrata Bridget Von Hammersmark. Aldo ed i suoi uccidono senza pietà e con metodi tanto crudi quanto inconsueti tutti i nazisti che incontrano sul loro cammino, collezionando scalpi, come facevano i pellerossa dai quali in parte Aldo discende. Shosanna, rifugiatasi a Parigi, cambia nome e gestisce assieme ad un ragazzo di colore un piccolo cinema d’essai. Il soldato tedesco Zoller, appassionato cinefilo, cerca di attirare invano la sua attenzione. In realtà quest’ultimo è una star nazista che ha ucciso da solo 300 nemici, pur trovandosi circondato in cima ad una torre campanaria. Goebbels, ministro della propaganda, ha voluto realizzare un film sull’impresa di Zoller e si lascia convincere da quest’ultimo ad organizzare la prèmiere proprio nel cinema di Shosanna. Alla serata sono presenti tutti i maggiori gerarchi nazisti ed a sorpresa anche Hitler. Per Shosanna l’occasione è irrinunciabile per consumare la sua vendetta.

VALUTAZIONE:  la fine del nazismo secondo la fantasia inesauribile di Quentin Tarantino. Un’opera straordinariamente affascinante, nonostante palesemente inventata nella conclusione, nella quale sono presenti tutte le note caratteristiche dell’inconfondibile stile di Tarantino, sempre in bilico fra il serio ed il faceto. Indimenticabile la figura del colonnello Hans Landa e l’interpretazione di Christoph Waltz, così come alcune sequenze d’insostenibile tensione ed impatto emotivo, nelle quali però non manca mai il sarcasmo ed il gusto per lo spettacolo del talentuoso regista americano, pur nel rispetto dei tragici eventi.

 

Diciamolo: l’inizio di ‘Bastardi Senza Gloria’ è da cineteca e ci dà immediatamente la misura della grandezza di un regista come Quentin Tarantino, capace nel giro di pochi minuti di riassumere il fascino, la sintesi e lo straordinario impatto emotivo che è in grado di trasmettere il cinema ai più alti livelli espressivi.

La figura del comandante delle SS Hans Landa, magistralmente interpretato da Christoph Waltz (poi premiato per acclamazione, si potrebbe dire, con l’Oscar), è qualcosa di straordinario: un ritratto di rara sottigliezza psicologica e mefistofelica perfidia, una performance di valore assoluto per l’attore (anche se il premio a Hollywood l’ha ottenuto ‘soltanto’ nella categoria ‘Non Protagonista’, al contrario del Festival di Cannes dove è stato invece riconosciuto come miglior attore senza distinzioni di ruolo), che riesce a trasmettere allo spettatore una sensazione quasi insostenibile di ansia e tensione.

‘Bastardi Senza Gloria’ è ambientato in Francia durante l’occupazione nazista e racconta l’ideale conclusione del nazismo, o per meglio dire di tutti i suoi principali gerarchi,  come sarebbe piaciuto che avvenisse a Quentin Tarantino, riscrivendo quindi la storia a suo modo. Pur essendo un’opera di fantasia, in alcuni casi chiaramente sbilanciata verso toni caricaturali, è assolutamente realistica però tutta la parte che racconta il dramma di una giovane ebrea, Shosanna (Mélanie Lurent, una piacevole sorpresa), miracolosamente scampata alla strage della sua famiglia, la quale si è rifatta un’identità ed una nuova vita a Parigi, gestendo un piccolo cinema assieme ad un nero. Il film inizia infatti partendo proprio dalla missione del colonnello Hans Landa determinato a scovare, per sterminarle, le famiglie ebree che si nascondono nella campagna intorno alla capitale francese, aiutate da qualche amico o vicino di casa che pietosamente ed in coscienza si è prestato, pur correndo non pochi rischi, a dar loro rifugio. Questa scena è così bene strutturata e recitata che resta indelebile nella memoria, come capita raramente, anche a distanza di tempo, per ricordare immediatamente un film, un periodo, un autore. Ce ne sono altri in quest’opera di momenti meritevoli e che la rappresentano, presi anche individualmente, ma l’angoscia che cresce in maniera esponenziale, se vogliamo, nel corso di questa lunga premessa, è qualcosa di inusuale, anche per chi il cinema lo frequenta abitualmente e ne ha viste un pò di tutti i colori, per così dire. 

Per quasi tutto il tempo che trascorre dentro la casa del contadino francese LaPadite (il quale già una volta era riuscito a farla franca durante un rastrellamento dei tedeschi nascondendo la famiglia ebrea dei Dreyfus in un’intercapedine sotto il pavimento), Landa è così subdolo nel suo atteggiamento falsamente cordiale e rispettoso, così convincente, logico e serrato nel condurre il dialogo con il suo interlocutore che quest’ultimo si ritrova tutto ad un tratto, senza possibilità di scampo, a negoziare la salvezza sua e delle figlie in cambio del sacrificio della famiglia ebrea che sta lodevolmente proteggendo. Non si può evitare di provare dell’ammirazione (e subito dopo del rimorso) per l’abilità che dimostra nell’occasione il colonnello, pur nell’orrore del ruolo che svolge e delle tragiche conseguenze che esso comporta. Dopo aver lavorato al corpo LaPadite, per usare un’espressione pugilistica, a Landa basta infine un semplice quanto risoluto e penetrante sguardo rivolto al suo interlocutore per sgretolarne le ultime resistenze e per Tarantino, si può aggiungere, sono sufficienti un paio di inequivocabili primi piani per trasformare la tensione che è cresciuta a dismisura nel frattempo nell’atroce certezza del crollo psicologico e della tragedia susseguente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere

15/05/2012 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Sentieri Selvaggi’

SENTIERI SELVAGGI

Titolo Originale: The Searchers

Nazione: USA  

Anno:  1956 

Genere:  Western

Durata:  119′  Regia: John Ford

Cast: John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Ward Bond, Henry Brandon, Natalie Wood, Patrick Wayne, Olive Carey, Ken Curtis, Hank Worden

 

TRAMA:  Texas 1868: Ethan Edwards torna, dopo alcuni trascorsi poco limpidi, dalla guerra di secessione, giusto in tempo per assistere alla strage della famiglia del fratello Aaron e sua moglie Martha, assaliti nottetempo dai Comanche al comando del capo Scout, mentre lui ed altri coloni erano stati allontanati ad arte nel frattempo per cercare i colpevoli di una razzia di bestiame. Le due figlie di Aaron, Lucy e Debbie, sono state rapite. Ethan ed altri uomini al comando dello sceriffo e reverendo Clayton decidono di inseguire i pellerossa, ma dopo un attacco al quale scampano per poco, solo Ethan e Martin, il mezzosangue adottato dal fratello a suo tempo, continuano le ricerche. Il loro peregrinare lungo un vasto territorio degli Stati Uniti per salvare la più piccola delle due, Debbie, mentre la più grande Lucy viene ritrovata seviziata poco dopo dallo stesso Ethan, si protrae per anni. Quando infine riescono a raggiungere i Comanche e ad uccidere Scout, la bambina è già diventata una delle mogli del capo indiano e si è integrata nel loro ambiente. Ethan accecato dall’odio verso i pellerossa vorrebbe ucciderla, disconoscendola e ritenendola oramai una di loro, ma Martin si oppone fermamente, riuscendo a far recedere Ethan infine dai suoi propositi, pur con molta fatica. Debbie torna quindi a casa, affidata ad una famiglia amica del fratello, ma Ethan è già pronto a rimettersi in viaggio, ritenendosi inadatto ad un contesto familiare ed alla vita del pioniere. 

VALUTAZIONE: uno dei film western più famosi di John Ford e della storia intera del cinema. Non è un’opera perfetta come altre del famoso regista americano, ma è talmente impregnata di fascino, icone, pregiudizi e temi caratteristici del genere di appartenenza, prima che evolvesse verso una più corretta e doverosa verità storica, che è impossibile non ammirarlo e rivederlo sempre con immutato piacere. 

 

Quanti di coloro che leggeranno questo commento erano già nati nel 1956 quando John Ford realizzò quest’opera che l’American Film Institute nel 2008 ha inserito al dodicesimo posto nella classifica dei migliori cento film americani di sempre?

Citando questo grande regista non si sa davvero da che parte cominciare, tant’è grande la sua fama, influenza ed importanza nella storia del cinema, non solo del genere Western, è bene precisarlo e che dal 1917 al 1966 non ha mai smesso di onorare la settima arte. Il carisma della sua figura non dipende soltanto dalle sue proverbiali capacità dietro la macchina da presa ma anche dal coraggio di prendere posizione persino nel momento più buio del maccartismo, quando era pericoloso anche solo esporsi, a salvaguardia di alcuni suoi colleghi ingiustamente sospettati di essere traditori della patria. ‘Io sono John Ford, faccio film Western!’ disse durante un’audizione della famigerata commissione, a sottolineare la sua distanza dalle miserie nelle quali tentavano di coinvolgerlo e la sdegnata inconsistenza che egli stesso attribuiva a quei miseri argomenti.

Comunque sia, ‘Sentieri Selvaggi’, pur essendo un film di notevolissimo appeal ed importanza nella sua filmografia, a mio avviso non ne rappresenta il vertice qualitativo, il che non va necessariamente in parallelo con l’importanza di un’opera in generale, perché ce ne sono almeno un altro paio, dello stesso genere Western, che la superano da questo punto di vista. Mi riferisco, ad esempio, a ‘L’Uomo Che Uccise Liberty Valance’ e ‘Sfida Infernale’, alle quali aggiungerei almeno ‘Il Fiume Rosso’ e ‘Un Dollaro D’Onore’ di Howard Hawks, in una ipotetica lista ideale, senza arrivare a spingerci sino alla serie revisionista e crepuscolare, per intenderci a film come ‘Il Piccolo Grande Uomo’ e ‘Il Mucchio Selvaggio’, pur molto diversi fra loro per stile e significato. E ci sarebbe poi anche un certo Sergio Leone…

Quello che rende ‘Sentieri Selvaggi’ un’opera in ogni caso indimenticabile e sempre godibile da rivedere, scoprendo fra l’altro, ogni volta, nuovi particolari curiosi celati fra le pieghe di un racconto solo apparentemente facile e lineare, è il fatto che essa rappresenta una sorta di summa dei pregi e dei limiti che il genere Western ha mostrato sino a quel momento. Forse anche per questo, ma non solo naturalmente, quest’opera si ricorda anche più di altre non meno meritorie. E’ stato, ad esempio, anche il primo caso di ‘Making of…’ per il quale cioè è stato realizzato un documentario sul dietro le quinte.

Nell’analisi di un film che conta migliaia di recensioni e commenti, non per andare controcorrente o voler passare per originale a tutti i costi, prima ancora di celebrarne i pregi vorrei segnalarne i difetti, di gran lunga comunque minoritari, tanto per liberarcene insomma, ma anche perchè in questo caso gli uni e gli altri vanno di pari passo. Ciò vale, ad esempio, a partire dal punto di vista ideologico, nell’atteggiamento verso i pellerossa, comunemente trattati come i nemici per antonomasia: selvaggi, spietati, privi di sentimenti, quasi disumani. E come tali appaiono pure in questo caso, che pone però allo stesso tempo le basi per un cambiamento di rotta sostanziale, grazie in particolare all’evidente impostazione razzista del protagonista, niente meno che John Wayne, la cui statuaria figura si staglia imperiosa lungo tutto il corso del film, talmente evidente però nella sua prevedibilità ed insensatezza che nel finale il suo tardivo ravvedimento ne avvalora ancor di più la sussistenza…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere)

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01/05/2012 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Next Three Days’

THE NEXT THREE DAYS

Titolo Originale: The Next Three Days

 Nazione: USA 

Anno:  2010 

Genere:  Drammatico, Thriller

Durata:  122′  Regia: Paul Haggis

Cast: Russell Crowe, Elizabeth Banks, Olivia Wilde, Liam Neeson, Brian Dennehy, Lennie James, Daniel Stern, Jonathan Tucker

 

TRAMA:   La tranquillità familiare di John, Lara ed il loro bimbo viene bruscamente interrotta quando la donna è accusata di aver ucciso la notte precedente la sua capo ufficio. Le prove sono schiaccianti a suo carico e nonostante lei si professi innocente viene condannata a venti anni di carcere. Disperata, Lara tenta il suicidio in carcere ed allora il marito John, non avendo più speranze che venga riconosciuta la sua innocenza e non sopportando di veder crescere il loro figlio senza la madre a fianco, decide di organizzare un’impresa apparentemente impossibile. Egli infatti prepara un piano ardito ed ingegnoso per attuare l’evasione della moglie dal carcere, sfuggire all’inseguimento dei federali e trovare rifugio laddove la ricostituita famiglia possa costruirsi una nuova vita con le loro nuove identità che si è procurato nel frattempo. 

VALUTAZIONE: ineccepibile dal punto di vista della tensione, accurato nella ricostruzione della fuga, risulta però eccessivamente pretenzioso nella dinamica dei fatti per un uomo qualunque e solo, alle prese con un’azione che sarebbe difficile da realizzare persino per una squadra di consumati professionisti. Emerge anche qualche ambiguità dal punto di vista ideologico.     

 

John Brennan è un insegnante pacifico, incapace persino di intervenire in un battibecco fra la moglie Lara e quella del fratello. Ciò che conta veramente per lui è stare assieme alla sua famiglia, della quale fa parte pure il piccolo Luke, nella semplice ordinarietà quotidiana.

La serenità di questo nucleo affiatato e senza ombre, viene bruscamente interrotta una mattina quando irrompe in casa la polizia con un mandato di arresto per Lara, accusata di aver assassinato la sua capoufficio la sera prima. Ad aggravare la sua posizione ci sono le testimonianze dei colleghi che hanno assistito ad un loro veemente litigio ed uno in particolare che ha visto uscire dal parcheggio Lara, immediatamente prima di trovare la capoufficio riversa per terra di fianco alla sua auto, colpita a morte da una bombola antincendio. Anche su quest’ultima sono state rilevate le impronte dell’accusata, poichè l’ha trovata per terra vicino alla sua auto, poco prima di partire e l’ha spostata senza rendersi conto del delitto che è stato appena consumato lì vicino.  Noi sappiamo che l’assassinio non è opera della moglie di John, la quale è stata quasi travolta, poco prima di accedere al parcheggio, da un’altra donna in fuga che le ha strappato persino un bottone dal cappotto e le ha lasciato a sua insaputa una macchia di sangue sulla schiena. Lara se n’è accorta stupita soltanto la mattina dopo, un istante prima che la polizia si presenti a casa sua per arrestarla.

In pochi secondi la scena di un normale tran tran mattutino, prima di iniziare una qualsiasi giornata di lavoro come tante altre, viene interrotta brutalmente da un evento totalmente inaspettato e John si trova di punto in bianco a dover gestire una situazione drammatica che ha colpito al cuore la sua famiglia, mentre Lara è precipitata a sua volta nell’incubo di un’accusa tremenda per un fatto che non ha commesso, ma per il quale le prove a suo carico appaiono comunque schiaccianti.

Una condizione al limite insomma, sia per le sfortunate circostanze che per le conseguenze che esse determinano. Una condanna a venti anni di carcere sarebbe giustificata per un vero colpevole, ma per un’innocente è invece un peso troppo grande da sopportare e difatti Lara, disperata, tenta addirittura il suicidio, dopo che sono trascorsi già quasi tre anni in carcere ingiustamente. E’ straziante la sequenza nella quale John si presenta al colloquio con Lara per comunicarle che la richiesta di appello è stata respinta dal giudice. L’incrocio dei loro sguardi, prima ancora delle parole che non seguono neppure, perchè Lara abbandona in lacrime la sala visite, dicono già tutto. John è sempre stato convinto infatti di riuscire a dimostrare la sua innocenza, della quale oltretutto non ha mai dubitato, avendo totale fiducia in Lara, dato che quella sera per giunta non aveva mostrato alcuna emozione ed atteggiamento insolito al ristorante con il fratello di lui e la consorte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere)

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11/04/2012 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Fratelli In Erba’

FRATELLI IN ERBA

Titolo Originale: Leaves Of Grass

Nazione: USA

Anno:  2009

Genere:  Commedia, Thriller

Durata:  105′  Regia: Tim Blake Nelson

Cast: Edward Norton, Richard Dreyfuss, Susan Sarandon, Keri Russell, Tim Blake Nelson, Ty Burrell, Amelia Campbell, Leo Fabian, Lucy deVito


Se un americano vedesse ‘Benvenuti al Sud’, a meno che non si tratti di qualche emigrato, è quasi certo che non riuscirebbe a coglierne la comicità, essendo strettamente legata ad una realtà prettamente nazionale.

Stessa cosa si può dire di ‘Fratelli in Erba’ ma viceversa, nel senso che certe allusioni e battute contenute nell’opera di Tim Blake Nelson, regista e sceneggiatore, sono totalmente legate all’ambiente e la cultura d’oltreoceano, difficilmente esportabile in questo caso al di fuori degli States.

Cominciamo dal titolo: quello italiano è evocativo perché l’erba citata è chiaramente riferita alla cannabis, che appare pure come sfondo nella locandina. Il titolo originale invece, ‘Leaves of Grass’, si riferisce ad una raccolta di poesie scritte da Walt Whitman il quale, per quanto esaltato dal professore interpretato da Robin Williams in ‘L’Attimo Fuggente’, è lecito supporre che sia sconosciuto alla gran parte degli spettatori italiani ed europei.

Appare evidente quindi che la visione di questo film, al di là delle vicende più o meno interessanti e divertenti che narra, per essere apprezzato in tutte le sue sfumature perlomeno dal pubblico non americano, dovrebbe essere accompagnata da alcune note esplicative, cosa nella pratica impossibile, a parte i più incalliti ed appassionati fra i cinefili che le informazioni utili se le vanno a cercare comunque per loro conto. Ecco spiegata quindi la ragione per la quale un’opera come ‘Fratelli in Erba’ è destinata inevitabilmente a scivolare via anonimamente, confusa assieme a molte altre provenienti da oltreoceano, anche più scadenti e che non hanno molto di più da dire di quello che esprimono a livello superficiale.

Ciò che balza immediatamente all’occhio invece, anche senza essere dei grandi esperti di recitazione, è la performance di Edward Norton che interpreta contemporaneamente i due fratelli protagonisti del titolo, per giunta gemelli, con istrionica bravura. C’è chi ha fatto notare a tal proposito che il doppiaggio non permette comunque di apprezzare, come sarebbe necessario, la prova dell’interprete dal punto di vista vocale, il quale passa agevolmente da uno all’altro personaggio con differenti timbriche…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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28/10/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Un Marito Di Troppo’

UN MARITO DI TROPPO

Titolo Originale: The Accidental Husband

Nazione: GBR 

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Romantico

Durata:  90′  Regia: Griffin Dunne

Cast: Uma Thurman, Colin Firth, Jeffrey Dean Morgan, Sam Shepard, Lindsay Sloane, Justina Machado, Isabella Rossellini


Strano destino quello di ‘Un Marito di Troppo’. Uscito nelle sale inglesi nel 2008 doveva sbarcare un anno dopo anche in USA ma la casa di produzione è fallita nel frattempo, così è saltato tutto ed il film di Griffin Dunne è stato infine pubblicato direttamente in DVD.

Bisogna dire subito che meritava maggior fortuna perché la storiella sul tradizionale tema degli equivoci è simpatica e piacevole, pur nei limiti di una trama che non aggiunge nulla al genere della commedia romantica seguendo il filone storico che tanta fortuna ha portato in innumerevoli occasioni al cinema americano ed anglosassone in particolare.

La storia è incentrata sul classico triangolo: una donna contesa da due uomini, in maniera ovviamente curiosa e paradossale, sia nella premessa che pure nella conclusione. Il titolo italiano non aiuta il povero spettatore, risultando decisamente meno pertinente di quello originale ‘The Accidental Husband’ il quale, tradotto letteralmente, suona all’incirca come ‘Il Marito Casuale’. Più che un marito di troppo si tratta infatti per la dott.ssa Emma Lloyd (Uma Thurman) di ritrovarsi già sposata a sua insaputa con un perfetto sconosciuto, perlomeno leggendo il suo stato di famiglia proprio nel momento meno adatto, cioè quando sta per convolare a nozze con il suo editore Richard (Colin Firth). Emma è una psicologa specializzata nel risolvere problemi affettivi, sentimentali in particolare, nota al grande pubblico come conduttrice di un seguitissimo programma radiofonico durante il quale risponde alle telefonate degli ascoltatori che raccontano le loro storie d’amore, esprimono le ansie nei confronti dei loro partner ed hanno bisogno spesso di un suggerimento, un incoraggiamento o viceversa di un freno. Vale a dire l’opinione di una persona esperta che sappia interpretare questi casi dall’esterno e possa aiutare i protagonisti a chiarirli, o meglio ancora a risolverli.

Tanto è sicura Emma delle sue capacità che, ad esempio, non ci pensa due volte a mettere in guardia Sofia (Justina Machado) dal compiere un passo avventato sposando Patrick (Jeffrey Dean Morgan) che conosce solo da pochi mesi. E difatti salta il matrimonio. Quando Patrick, che di lavoro fa il pompiere nel Queens a New York, viene a sapere chi deve ‘ringraziare’ per essere stato lasciato dalla promessa sposa all’ultimo momento, il primo istinto è quello di vendicarsi di quella saputella che spara facili e superficiali sentenze ad un microfono senza badare adeguatamente alle conseguenti implicazioni.

L’occasione gliela offre un adolescente indiano suo amico, che abita al piano di sotto insieme alla sua bizzarra famiglia. Il ragazzo è giovane ma è un hacker già abbastanza esperto su Internet da riuscire ad entrare nei servizi informativi del Comune e falsificare lo stato civile di Emma come se fosse appunto già sposata, ma con Patrick però. Quando Emma e Richard si recano in comune per sbrigare le pratiche necessarie che precedono il lieto evento, restano esterrefatti nel trovarsi davanti a questa inaspettata ed imbarazzante scoperta. Ritenendo la questione un semplice errore o un malinteso rimediabile in quattro e quattr’otto, Emma si mette alla ricerca di Patrick per chiarire l’equivoco e fargli firmare i documenti necessari a ristabilire la verità e le giuste parti...(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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17/10/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Grindhouse – A Prova di Morte’

GRINDHOUSE – A PROVA DI MORTE

Titolo Originale: Grindhouse – Death Proof

Nazione: USA 

Anno:  2007

Genere:  Azione, Thriller

Durata:  110′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Kurt Russell, Sydney Tamiia Poitier, Vanessa Ferlito, Jordan Ladd, Rose McGowan, Tracie Thoms, Zoe Bell, Rosario Dawson, Quentin Tarantino

 

Chissà perché quando si deve commentare un film di Quentin Tarantino si finisce per parlare più di lui, come personaggio e del suo ruolo nell’ambito del cinema attuale invece che del prodotto che ha realizzato. La risposta sta forse nel fatto che ogni suo film non è tanto importante per i temi che affronta, quanto per la visuale originale e provocatoria che propone, unita ad una straordinaria capacità di rivisitazione interna al cinema stesso che passa attraverso gli autori, i generi, i sottogeneri e persino gli oggetti che lo rappresentano. Per alcuni di essi, essendo diventati oggetti di culto, Tarantino sembra aver sviluppato un talento specifico nel recepirli, farli propri e riproporli in un’operazione ‘graffiti’ la quale, mettendoli in risalto, automaticamente li rivaluta. Se si tratta di un progetto culturale o soltanto di un semplice divertimento fine a se stesso lo può stabilire solo il singolo spettatore che va a vedere le sue opere ed in base alle sue aspettative, gli interessi e la capacità di cogliere i diversi piani narrativi e le numerose sfumature che l’autore solitamente propone, può fissarne il giudizio.

‘Grindhouse – A Prova di Morte’ sembrerebbe appartenere alla categoria dei film inutili e sbagliati che pure i registi più rinomati ed importanti prima o poi realizzano per autocompiacimento, per soddisfare una loro voglia, come diversivo rispetto ad opere più impegnative e significative della loro filmografia o semplicemente perchè falliscono la prova.

Com’è largamente noto fra i cinefili, l’approccio metodologico che Tarantino utilizza nel realizzare un film è facilmente riconoscibile ed è diventato nel frattempo proverbiale. L’aggettivo ‘tarantiniano’ è spesso riproposto per sintetizzare un’opera o una singola scena che ha determinate caratteristiche di stile, di ritmo e di trasgressione. La particolarità di questo autore sta nel fatto che è lui per primo un consumatore instancabile di film, spaziando fra cinematografie appartenenti a nazioni e persino continenti diversi, senza preclusioni di sorta, passando con irrisoria facilità dal capolavoro più serioso e complesso all’opera più sgangherata ed ignorata dai più. L’aspetto più curioso della sua personalità di autore è che sembra trovare maggiore arricchimento e spunti proprio dai film ed i generi ritenuti da molti come minori, se non proprio definibili come spazzatura.

‘Grindhouse’ ad esempio è una sorta di omaggio ai film cosiddetti d’exploitation e ‘splatter’.  Con quest’ultimo termine si definiscono quelle opere nelle quali l’orrore è palesemente e spesso gratuitamente mostrato attraverso scene di sangue, squartamenti, insistente compiacimento e che mirano a provocare ribrezzo nello spettatore. ‘Exploitation’ invece è un’espressione usata per specificare un sottogenere cinematografico costituito da film di basso costo, realizzati con pochi mezzi ma sfornati in serie (horror, thriller, sexploitation, kung-fu), che trascurano completamente le tematiche per valorizzare invece alcuni aspetti secondari: dall’uso strumentale della violenza, al mettere volutamente in risalto, come fossero caratteristiche peculiari e risvolti simbolici esterni all’opera stessa, ad esempio, il divieto ai minori. E Tarantino difatti inizia ‘Grindhouse – A Prova di Morte’ con una breve sequenza di cartoni animati per sottolineare la visione inadatta ai bambini…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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26/08/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Jackie Brown’

JACKIE BROWN

Titolo Originale: Jackie Brown

Nazione: USA 

Anno:  1997

Genere:  Noir

Durata:  153′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Pam Grier, Samuel L. Jackson, Robert Forster, Bridget Fonda, Michael Keaton, Robert de Niro, Michael Bowen, Chris Tucker

 

Terzo film di Quentin Tarantino, dopo l’esordio con ‘Le Iene’, che è stato in qualche modo la prova generale di ‘Pulp Fiction’, da considerarsi l’opera perfetta non solo della sua filmografia ma addirittura in generale del cinema degli ultimi venti anni.

Non è mai facile per un autore ripetersi dopo aver realizzato un capolavoro ed essere così osannato, come nel suo caso, pur essendosi cimentato soltanto due volte dietro la macchina da presa e difatti, saggiamente, pur non modificando il suo stile personalissimo, Tarantino ha cambiato registro narrativo per realizzare ancora un film noir, stavolta ambientato però fra la malavita di Hermosa Beach in California, nel quale le regole narrative sono più classiche, se paragonate alle preziosità funamboliche dell’opera precedente. 

Tratto dal romanzo omonimo di Elmore Leonard (nella versione italiana, in originale ‘Rum Punch’), ‘Jackie Brown’ mantiene comunque intatte le note caratteristiche del versatile cineasta americano il quale, pur avendo già acquisito il diritto all’inserimento del suo nome nella ‘Hall of Fame’ del cinema internazionale, è giovane, artisticamente parlando, dovendo ancora compiere 50 anni.

Seppure solo alla terza prova, Tarantino dimostra una padronanza del mezzo espressivo da autentico veterano, inclusa la faccia tosta di effettuare alcune scelte coraggiose. Chi altri in effetti avrebbe avuto potuto relegare un attore carismatico e dalle spiccate doti di leadership come Robert De Niro in un ruolo di spalla, pur ammirevole nella parte, compresso ed imbavagliato in un personaggio schivo e provato che fatica persino ad esprimersi? Chi altri avrebbe riservato un trattamento non dissimile al ‘Sig. Batman’ Michael Keaton, di certo abituato a ben altri ruoli da protagonista anziché far da comprimario ad una pur brava ma sconosciuta ai più Pam Grier, che non si può neppure definire una bomba erotica (la cui parte in tal senso è stata assegnata alla splendida bambolina dalla testa vuota Melanie, interpretata da Bridget Fonda)? Senza considerare che lo stesso Samuel L. Jackson, pur avendo da tempo conquistato la notorietà, è stato praticamente lanciato sulla scena internazionale dai personaggi interpretati dapprima in ‘Pulp Fiction’ e poi proprio in ‘Jackie Brown’, che gli è valso il premio come migliore attore al Festival di Berlino. E già che ci siamo, per chiudere il lotto degli interpreti principali, c’è la figura di Robert Forster nei panni di Max, il quale oltre a dimostrarsi decisivo nella seconda metà della storia, rappresenta con la sua fisionomia anni sessanta, l’ideale collegamento e puntuale omaggio di Tarantino ad un’epoca storica del cinema. Forster infatti con quella faccia sarebbe stato interprete ideale di Alfred Hitchcock e non è un caso se è stato chiamato a far parte del cast di due remake come ‘La Finestra Sul Cortile’ di Jeff Bleckner e ‘Psycho’ di Gus Van Sant, oltreché figurare in precedenza persino in quello di un classico come ‘Partita a Quattro’ di George Cukor. Questa lunga divagazione per dire che nella scelta dei ruoli Tarantino ancora una volta non solo c’ha preso, ma ha anche ribadito la sua illuminata follia, per così dire, andando lucidamente controcorrente, a dimostrazione di una straordinaria personalità…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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22/08/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Le Iene’

LE IENE

Titolo Originale: Reservoir Dogs

Nazione: USA 

Anno:  1992

Genere:  Noir

Durata:  102′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi, Michael Madsen, Chris Penn, Lawrence Tierney, Edward Bunker, Kirk Baltz, Quentin Tarantino

 

Potrà sembrare un po’ inusuale rispetto allo standard, commentando ‘Reservoir Dogs’, che s’inizi tessendo le lodi di due collaboratori ma Quentin Tarantino, anche chi il cinema lo frequenta di rado, è difficile, se non impossibile, che non lo abbia perlomeno sentito nominare. Sally Menke al montaggio e David Wasco alla scenografia invece sono presumibilmente sconosciuti a molti. Il loro lavoro in quest’opera è di notevole importanza, tenendo conto che il film si svolge per gran parte dentro un capannone e che le scene in esterni sono praticamente tutte d’azione convulsa, per le quali il supposto budget iniziale di soli 30.000 dollari sembra davvero poca cosa. Non sarà solo un caso perciò se Tarantino, noto per essere estremamente esigente e rigoroso, li ha voluti entrambi al suo fianco anche nelle opere successive quando, forte del successo ottenuto con questo film, ha avuto a disposizione ben altri mezzi finanziari e volendo quindi avrebbe potuto ricorrere a professionisti più famosi del settore.

Solo infatti grazie all’aiuto economico di Harvey Keitel, il quale, dopo aver letto la sceneggiatura che aveva ricevuto in realtà sua moglie, ha creduto nel progetto e si è offerto di contribuire alla produzione investendo di tasca propria circa 1,5 milioni di dollari, il poliedrico Quentin ha potuto evitare di dover girare questo suo esordio dietro la macchina da presa nel più economico formato 16mm e di ricorrere persino ad alcuni amici nelle parti dei protagonisti.

Un gruppo di gangster di diversa provenienza viene ingaggiato da Joe (Lawrence Tierney), un anziano procacciatore, per organizzare una rapina in un laboratorio dove viene smistata una grande quantità di diamanti. Qualcosa va storto però, perchè al momento scelto per l’azione la polizia li aspetta sul posto ed i sopravvissuti, fra i rapinatori che riescono a fuggire alla cattura, si ritrovano in un capannone dove s’interrogano e si accusano l’un l’altro di essere la talpa che ha tradito. Nessuno si fida più degli altri.

‘Le Iene’ è la prima opera autorale di Quentin Tarantino dietro la macchina da presa e precede ‘Pulp Fiction’ della quale rappresenta in un certo senso la prova generale, se non altro dal punto di vista dell’impianto costruttivo. In questo debutto scarno, feroce, violento e fulminante, l’autore dà sfoggio di un grande talento espressivo grazie al quale si è proposto all’attenzione internazionale, prima ancora che in USA, a confermare quindi la classica locuzione latina ‘nemo propheta in patria’. Un po’ come ‘Duel’ per Steven Spielberg insomma, girato con quattro soldi ed un solo interprete, che è stato il film attraverso il quale il giovane regista ha rivelato le sue doti. Mentre quel caso però, dal punto di vista stilistico, è rimasto un esempio isolato nella cinematografia dell’autore in seguito, fra l’altro, di ‘ET’ e la serie di ‘Indiana Jones’, ‘Le Iene’ invece dimostra già la coerenza dei temi, oltrechè la piena maturità e la personalità di Tarantino.(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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16/08/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Pulp Fiction’

PULP FICTION

Titolo Originale: Pulp Fiction

Nazione: USA  Anno:  1994

Genere:  Drammatico, Poliziesco

Durata:  153′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: John Travolta, Samuel L. Jackson, Uma Thurman, Harvey Keitel, Tim Roth, Bruce Willis, Amanda Plummer, Christopher Walken, Rosanna Arquette                                

 

TRAMA: Una coppia di rapinatori da strapazzo,  Zucchino e Coniglietta, sta per compiere un colpo dentro un ristorante. Due killer, Vincent e Julius, discutono amabilmente fra loro di questioni risibili mentre vanno a far fuori alcuni balordi che hanno compiuto uno sgarbo al loro boss,  Marcellus. Quest’ultimo sta truccando un incontro di boxe ed intanto incarica Vincent di accompagnare a cena sua moglie Mia. Al ritorno lei scambia l’eroina con la cocaina  e dopo una sniffata finisce in overdose. Vincent la salva per un pelo precipitandosi a casa del suo spacciatore e praticandole una iniezione di adrenalina diretta nel cuore. Butch, il pugile comprato, anziché perdere l’incontro, uccide addirittura il suo avversario e fugge, certo di essersi arricchito avendo scommesso su se stesso. Vincent e Julius hanno completato la loro missione e risparmiato un ragazzo che è in auto con loro. Scappa inavvertitamente un colpo a Vincent ed il ragazzo muore, sporcando vistosamente l’auto con il suo sangue. Julius devia presso la casa di un amico e poi chiama il boss che gli invia un certo signor Wolf, specializzato nel sistemare velocemente e meticolosamente le grane più difficili ed imbarazzanti. La compagna di Butch, nella fuga, ha dimenticato il prezioso orologio in casa ed il pugile, non volendo rinunciarci, corre a recuperarlo. In casa trova Vincent che sta uscendo dal bagno e lo uccide con la mitraglietta di quest’ultimo. Nella fuga in auto incappa casualmente in Marcellus, il quale lo insegue sino dentro un negozio,  gestito però da una coppia di stupratori sadici e perversi. Imprigionati e legati entrambi, Marcellus subisce la violenza dei due, mentre Butch riesce a liberarsi e ad uccidere il proprietario, consentendo anche a Marcellus di reagire ed evirare l’altro. La triste comune esperienza consente di stabilire un accordo fra Butch e Marcellus. In precedenza Vincent e Julius, sistemata l’auto, erano tornati verso il centro della città per entrare in un ristorante dove, poco dopo, Zucchino e Coniglietta avevano iniziato la loro rapina. Una volta disarmati facilmente i due, Julius aveva consentito comunque loro di fuggire, lasciandogli una parte del bottino, inclusi persino i soldi del suo portafogli, avendo già deciso nel frattempo di cambiare vita. 

VALUTAZIONE: semplicemente uno dei film più importanti degli ultimi venti anni. Una costruzione perfetta e circolare, che parte da una scena e finisce tornando su di essa per svelarne l’antefatto dopo una serie di eventi e personaggi legati fra loro da un sottile filo conduttore. Divertente, ironico, grottesco, drammatico, trash, insomma il campionario stilistico del geniale Quentin Tarantino, il quale firma con quest’opera il suo capolavoro assoluto.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

Cosa si può dire di Pulp Fiction che non sia già stato detto? Niente, probabilmente, quindi il compito è veramente difficile se non impossibile, ma dopo averlo rivisto per l’ennesima volta con lo stesso piacere della prima, è inevitabile qualche considerazione.

Partiamo dicendo allora che non è ‘un’ film: è il film o, se vogliamo, il miglior biglietto da visita che il cinema degli ultimi venti anni può presentare per raccontare se stesso, la sua maturità espressiva e l’evoluzione del linguaggio cinematografico. La classica opera dell’umana creatività artistica da spedire nello spazio perché altre forme di vita prima o poi possano riceverla, certi che, dopo un iniziale sconcerto, non potrebbero che apprezzarla pure loro.

A parte gli scherzi, Quentin Tarantino, al quale piace certamente scherzare e non prendersi troppo sul serio, così che lo stesso atteggiamento si riflette poi anche nei suoi film, arricchendoli, anziché indebolirli, è certamente il più importante regista moderno del cinema internazionale. Appassionato, prima ancora che interprete, della settima arte, in tutte le sue forme, generi e protagonisti, con quest’opera ha realizzato un capolavoro assoluto.

Pulp Fiction ha innanzitutto una struttura… labirintica, ma al contrario del labirinto stesso, che per sua natura dovrebbe mettere in difficoltà chi cerca di uscirne, una volta entrato, qui nei panni di Arianna ed il suo prezioso filo c’è un autore che si esalta invece in questo dedalo per armonizzare e, paradossalmente, semplificare la sua opera, in un meccanismo ad orologeria dai tempi scanditi con meticolosa precisione.

Il film parte da una storia banale, la sviluppa e salta in un’altra, apparentemente ad essa estranea, quindi divaga in un parallelismo che non rispetta neppure la sequenzialità dei fatti, per infine virare e tornare da dove era partito, in un procedimento circolare a 360 gradi che solo alla fine, come in un giallo, si ricompone, spiegando in tal modo tutte le divagazioni, i retroscena e le pieghe del racconto. Lo spettatore è come se fosse finito in una sorta di ottovolante, pur stando seduto in poltrona, in un procedere incalzante e solo formalmente casuale che però, per miracolo, anziché generare confusione, lo ammalia, lo cattura e lo emoziona come capita solo davanti a quelle opere rare e particolari che rompono la consuetudine trasformandosi in modelli di riferimento ed esemplari unici.

Un altro aspetto che colpisce di questo metodo di lavoro è che per raggiungere un tale risultato l’autore non ha dovuto ricorrere ad iperbole di linguaggio, a metafore e simbolismi che solo i più capaci ed esperti possono raccogliere e comprendere, bensì attraverso uno spettacolo stratificato da vari livelli di lettura che però, anche rimanendo al più basso, più immediato e facile, diverte, attira, coinvolge, attraverso un viaggio che tocca vari generi del cinema, confondendoli fra di loro. Tant’è che diventa difficile catalogare quest’opera in un genere specifico, ma ogni tassello s’incastra nell’altro come in un mirabile puzzle che alla fine appaga tutti i gusti, dal più semplice a quello più esigente. E’ quindi un’opera universale che contiene tutti gli ingredienti del cinema, che sorprendentemente convivono e si esaltano fra loro, anziché stridere ed andare in conflitto.

Sfido chiunque a trovare una sequenza, una scena, un particolare fuori posto in ‘Pulp Fiction’. Eppure a ben vedere alcuni dialoghi, se presi a sé stanti, sono risibili, come le discussioni fra i due killer Vincent e Julius, rispettivamente interpretati da John Travolta e Samuel L. Jackson, soprattutto se considerate nel contesto nel quale si svolgono. Ad esempio quella sulla possibilità che un massaggio ad un piede della moglie del boss possa essere malinteso dallo stesso e giustificare la defenestrazione del suo malcapitato o ardito autore, proprio mentre stanno per entrare in un appartamento per far fuori alcuni balordi che si sono impossessati dei soldi riciclati del loro boss. Alcune ambientazioni sono eccessive (Tarantino è tutt’altro che un moderato), come la sequenza nel locale kitsch, che è anche una specie di museo del cinema e delle cere, ma ‘vive’, nel quale Travolta, autocitandosi e Uma Thurman si esibiscono in una gara di twist. Alcuni momenti sfiorano l’assurdità ed il paradosso: la barzelletta raccontata da Mia a Vincent al ritorno a casa dopo essere sopravvissuta per miracolo ad una overdose, grazie all’iniezione di adrenalina al cuore, oppure la storia che Christopher Walken racconta al bambino stupefatto riguardo l’orologio che gli sta cerimoniosamente restituendo, conservato a tutti i costi durante la prigionia in Vietnam, che apparteneva al padre e da generazioni alla sua famiglia.

Si potrebbe continuare a lungo sulla stessa falsariga, ma tutto questo, opportunamente assemblato, diventa non solo plausibile ma anche necessario nella composizione di un giocattolo che sull’assurdità degli avvenimenti e di certe situazioni poggia le sue fondamenta ed è allo stesso tempo allegoria e caricatura della società, dei suoi principi, delle sue risibili e stridenti contraddizioni. Una per tutte, la recita del passo della Bibbia che Jackson declama, con enfasi mistica riguardo l’effetto fonetico ed il significato recondito di quelle stesse parole, a precedere le esecuzioni delle vittime designate durante le missioni di regolamento dei conti in coppia con Travolta, come se fosse un postino che consegna una semplice lettera al destinatario. Salvo poi redimersi quando Jackson stesso si convince di aver ricevuto un segnale preciso da Dio nel momento in cui, secondo lui, è intervenuto per deviare le pallottole che avrebbero dovuto ucciderlo, mentre il suo compagno di lavoro, meno cerebrale e più pratico, minimizza l’evento affidandolo unicamente al caso. E giù un’altra discussione in merito fra i due che si trascinerà fino agli ultimi istanti che precedono il finale.

Non so se esiste il precedente di un’opera nella quale l’autore ha avuto l’idea di girare dentro lo stesso ambiente (nello specifico il ristorante con i sedili rossi imbottiti) scene diverse, contemporanee, montandole poi in momenti temporalmente differenti dello stesso film, per infine farle combaciare e legare, come fossero l’effetto del caso, solo nell’istante della  ‘resa dei conti’ finale. Non so se esiste un altro film che, senza mai fare riferimento ad una storia ed alcuni eventi accaduti in precedenza, mostra la morte violenta di un personaggio (John Travolta) per poi farlo riapparire in seguito, con avvenimenti che cronologicamente si riferiscono alla sua metà o giù di lì, e senza che ciò sembri strano, asincrono o peggio ancora assurdo. Perché ‘Pulp Fiction’ non è un film surreale, che in qualche modo giustificherebbe un andamento libero da ogni sceneggiatura standard, ma un’opera sin troppo legata al reale, esplicita, pratica e carica di pathos, ma anche di momenti drammatici e comici allo stesso tempo.

Pulp Fiction è come un cubo. Ogni lato è un film diverso: comico, drammatico, poliziesco, sociologico, metaforico… Sta allo spettatore coglierne ogni aspetto oppure anche uno soltanto. Lo spettacolo è garantito comunque.

Quentin Tarantino è uno straordinario affabulatore capace di inserire nei dialoghi argomenti di disarmante futilità facendoli apparire come funzionali alla trama e comunque interessanti a prescindere dal contesto, non fosse altro per la disarmante lucidità e coerenza con la quale sono espressi. Come succede con i bambini quando non vogliono dormire e s’improvvisa lì per lì una favoletta, così Tarantino è abilissimo nel sedurre lo spettatore con storielle e discussioni tanto insulse nei contenuti quanto irreprensibili nella loro logica e rigore di ragionamento, anche se poi non c’entrano nulla con quello che sta per avvenire nei fatti di lì a breve.

D’altra parte lo stesso titolo dichiara la natura di questo film ed il suo più immediato significato. Pulp significa in pratica rimescolamento di tempi e luoghi e davvero in quest’opera tale espressione raggiunge il suo più completo significato. Si potrà sospettare che tutta questa originalità espressiva generi disordine, una sorta di improvvisazione, pur elegante e fine, ma senza una logica definita ed invece la chiarezza espositiva e la geometria della sua opera, sono ancora una volta fra i punti di forza del concetto di cinema di Tarantino, il quale, per meglio raggiungere l’obiettivo, qui come in precedenza e poi ancora in seguito, è solito dividere il racconto in alcuni capitoli ed ognuno di essi caratterizzarlo con attori di gran talento e carisma, impreziosendo con queste illustri presenze ogni singolo episodio affinchè possa restare più facilmente impresso nella memoria dello spettatore.

Contrariamente a quello che potrebbe far ritenere la geniale struttura di quest’opera in senso circolare che si diceva in precedenza, Tarantino, che è uno straordinario cultore della storia del cinema, non è un innovatore in senso stretto, ma in ogni suo film, e ‘Pulp Fiction’ non fa eccezione, è frequente l’utilizzo di riferimenti e citazioni a sequenze, autori, registi ed interpreti che lui ama, non necessariamente fra i maggiori. Andarli a cercare e scoprire, può diventare persino un divertimento ed una sfida, soprattutto per qualche cinefilo appassionato. Travolta che balla sulla pedana, pur essendo in quest’opera un personaggio tutt’altro che votato alla danza, rimanda immediatamente al film che l’ha reso famoso, cioè ‘La Febbre Del Sabato Sera’. Christopher Walken in divisa militare sembra appena tornato da ‘Il Cacciatore’ così come lo stesso racconto della prigionia in Vietnam che narra al figlio del commilitone che non ce l’ha fatta; Harvey Keitel nei panni di colui che risolve con precisione e velocità i problemi dei boss in difficoltà, sembra uscito da ‘Il Padrino’ o da ‘Quei Bravi Ragazzi’ e via di questo passo.

‘Pulp Fiction’ è sostanzialmente diviso in tre capitoli principali che s’incrociano e s’intersecano fra di loro in un gioco di scatole cinesi dopo un’iniziale sequenza nella quale una coppia di rapinatori da strapazzo, che fra loro si chiamano Zucchino e Coniglietta (tanto per rimarcare ancora una volta il tono semiserio di Tarantino anche riguardo i personaggi dei suoi film, magari inseriti a bella posta proprio nei momenti più drammatici), stanno per compiere un colpo, dopo aver discusso a lungo riguardo l’opportunità e l’effetto sorpresa della loro azione. Ogni episodio perciò è legato in qualche modo all’altro, anche se non è rispettata l’esatta cronologia delle situazioni che vengono rappresentate. A volte il legame si realizza attraverso delle coincidenze, in altre invece grazie a personaggi in comune, oppure seguendo la normale sequenza degli eventi. La trama parte e si conclude nel ristorante con i sedili rossi imbottiti nel quale Vincent e Julius si ritrovano infine, vittime loro stessi della coppia di imbranati rapinatori, che i due killer compari, forti della loro esperienza e sangue freddo sul campo, neutralizzano in quattro e quattr’otto, pur lasciandoli infine romanticamente liberi di fuggire, portandosi appresso anche una parte del bottino che avevano raccolto, inclusi i soldi dello stesso Julius.

Tutto ciò sarebbe ineccepibile se non ci ricordassimo chiaramente di aver assistito in precedenza alla morte violenta di Vincent…. Qual’è allora l’inizio di questo storia e qual è la sua fine, al di là di quello che l’autore ci mostra nelle due ore e passa della durata? Confusione? Esibizionismo? Colpo di teatro? Tutt’altro, perché ‘Pulp Fiction’ è, appunto strutturato in forma labirintica e circolare, ma armoniosamente compiuto e logico ed ogni volta, nel suo apparente vagare senza una meta precisa, è come se mettesse il punto su un paragrafo che era rimasto sin lì in sospeso. Semmai conferma che in Tarantino nulla è scontato, nulla è banale o come uno si aspetta che sia, tutto può essere realtà e fantasia allo stesso tempo, basta che funzioni (direbbe Woody Allen, per citare il titolo di un suo film). E qui funziona, eccome se funziona… a meraviglia!

Straordinari gli interpreti, tutti, nessuno escluso, ma spicca per personalità la breve quanto divertente ed illuminante comparsata di Harvey Keitel nei panni del signor Wolf, oltre ovviamente alla coppia irresistibilmente assortita Travolta-Jackson, il duro e rissoso Bruce Willis ed un convincentissimo Christopher Walken che riesce persino a farci sorridere, da serio e compunto, quando annuncia pomposamente al bambino che suo padre è morto in Vietnam, ma ha salvato il prezioso orologio tenendolo nascosto dentro l’ano per tre anni, pur di non farselo trovare e portar via e poterglielo quindi lasciare in eredità. Si potrà supporre quindi che sia morto per le torture dei Vietcong? Macchè, ironicamente e grottescamente, il padre del bambino è morto per via di una banale dissenteria. Due avverbi che in ‘Pulp Fiction’ sono come una sorta di didascalia.

Una curiosità finale: tutto il corso del film è caratterizzato dalle coppie: i due killer, i due rapinatori da strapazzo, il pugile e la sua compagna sciocchina, il boss Marcellus e la moglie Mia, interpretata dalla brava Uma Thurman che s’accompagna a sua volta a John Travolta, i due stupratori sadici. Difficile dire se c’è un messaggio subliminale al riguardo, quando per definizione tutto è fiction ma è anche pulp


21/02/2011 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Kill Bill – Volume 2’

KILL BILL – Volume 2

Titolo Originale: Kill Bill: Vol. 2

Nazione: USA 

Anno:  2004

Genere:  Azione, Thriller

Durata:  136′  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Uma Thurman, David Carradine, Daryl Hannah, Michael Madsen, Michael Parks, Chia Hui Liu, Perla Haney-Jardine, Chris Nelson


Come si conviene ad un’opera divisa in due parti e dieci capitoli, Kill Bill – Volume 2 inizia dal sesto, che racconta in realtà i dettagli dai quali è partita l’inquadratura sia della prima che della seconda parte, con Uma Thurman la quale, in un primo piano angosciante, appare sanguinante, sudata e sull’orlo di essere finita dal killer che, fuori quadro, la tiene sotto tiro. Subito dopo però è Uma Thurman stessa, in una scena completamente diversa, mentre guida un’auto, a fare un riassunto della situazione maturata sin lì, rivolta direttamente allo spettatore, in uno splendido bianco e nero che sembra uscire da un film con Lana Turner di qualche decennio fa.

Nei titoli di coda, in un’analoga sequenza in auto, Uma invece fa l’occhiolino rivolta al pubblico in sala, in un primissimo piano, a sottolineare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, il contrasto fra una trama di ostentata violenza e l’ironia, il senso caricaturale e dello spettacolo, come divertimento innanzitutto, che è connaturato al cinema di Quentin Tarantino. Inclusa la distinzione fra la crudezza del contesto e la finzione, in un gioco nel quale il cinema si esalta, a differenza di altre forme di espressione come il teatro, ad esempio, che svolgendosi quasi sempre in diretta, non può giocare facilmente su questo doppio piano rappresentativo.

La seconda parte di questa vendetta, che si consuma in totale nell’arco di oltre 4 ore, è stilisticamente diversa dalla prima, nei ritmi innanzitutto. Lo si nota particolarmente se si ha l’opportunità di vederle subito in sequenza, una dopo l’altra. Laddove c’era la splendida scenografia dei combattimenti con la spada e le arti marziali, in omaggio ai film di kung-fu ed uno stile tutto votato alla fittizia rappresentazione dei rituali e delle schermaglie di stampo orientale, qui invece prende il sopravvento il carattere proprio del western, con numerose citazioni e persino una scena ripresa pari pari da John Ford, incredibilmente riadattata. Al quale si può aggiungere una concretezza di fondo che ristabilisce la distanza, se vogliamo, fra il puro divertimento ed il rigore di un racconto che diventa decisamente più truce e sin troppo aspro in alcuni momenti.  La lunga sequenza del sotterramento nella bara è claustrofobica non solo per la malcapitata protagonista ma anche per lo spettatore ed è un grande momento del film che sconfina nel thriller/horror quasi a sancire che il tempo nel quale si è giocato e scherzato è finito ed inizia invece la fase nella quale si fa sul serio, per chiudere il cerchio del gioco, in bilico fra serio e beffardo.

Se è ancora indubbiamente divertente, almeno per lo spettatore, non certo per la protagonista, la parte che riguarda il suo addestramento alle arti marziali presso il rude maestro Pai Mei (ed è solo in questo capitolo che vengono rappresentate le ultime scene, per così dire, esagerate ed impossibili), prendono invece corpo in questo Volume 2 tre figure che in Vol. 1 avevano giocato un ruolo da comprimarie: David Carradine, nei panni di Bill, Michael Madsen in quelli del fratello Budd e Daryl Hannah in quelli della perfida Elle Driver. La trama intanto continua ad ondeggiare fra presente e passato, chiarendo via via particolari che erano stati solo accennati in precedenza, ma diventano preponderanti i primi piani, come nel più classico dei film di Sergio Leone, quando si devono chiudere i conti e la musica accompagna i tic nervosi dei protagonisti nei duelli decisivi, mentre i dialoghi tornano ad essere a volte surreali, in pieno stile tarantiniano. Come quello metaforico su Superman da parte di Bill durante il rendez-vous con Uma Thurman, oppure quello di Budd, da dipendente stranamente remissivo del locale deserto dove dovrebbe svolgere il compito di buttafuori, con il suo capo che gli da il benservito a seguito di un ritardo.

La sequenza che vede Uma Thurman entrare nella casa, dove l’aspetta Bill con un’inaspettata sorpresa, è un altro momento di grande cinema perché condensa in pochi minuti commozione, rabbia, dubbio, fermezza, determinazione in un caleidoscopio di sentimenti e di generi cinematografici che s’intersecano fra di loro sino alla conclusione, con un colpo di scena ancora una volta tanto efficace quanto inverosimile nella sostanza.

Grande la prova di Uma Thurman, mai vista così bella ed atletica come in quest’opera nella quale esalta la sua piena conformità al ruolo. David Carradine gioca invece sui toni lievi per disegnare una figura di cattivo e lucido impenitente come solo certi personaggi carismatici riescono a rappresentare. Ma anche Michael Madsen è un Budd convincente e contradditorio nella personalità, quanto Daryl Hannah, con quell’occhio solo che la fa somigliare ad un aguzzino delle SS, è malvagia e sembra la versione seriosa di Crudelia ne La carica dei 101. Divertente infine Chia Hui Liu nei panni del maestro Pai Mei, un personaggio che sembra uscire direttamente dai cartoni animati.

Meglio Kill Bill – Vol.1 o Kill Bill – Volume 2? Diciamo che la prima parte è più lirica e dà sfoggio di una sfrenata fantasia, quindi è più spettacolare nell’omaggiare il cinema, la cultura orientale ed i fumetti Manga, mentre la seconda è una chiara rivisitazione del cinema classico americano ed europeo, con ritmi e scenografie conseguenti. Che piaccia più una o l’altra è solo questione di gusti personali: è come stabilire se è meglio la Maserati o la Lamborghini… Resta quindi la prova di un grande autore che si conferma fra i talenti maggiori del cinema attuale, certamente il più dotato dal punto di vista della creatività e della classe.

I titoli di coda durano più di dieci minuti ed oltre ad essere un omaggio ai vari personaggi che si sono succeduti nel corso dell’opera, della quale, in qualche modo, ne viene quindi fornito un sunto, c’è la lunga sequenza nella quale Uma Thurman è ripresa in primo piano mentre guida l’auto e poi schiaccia l’occhio al pubblico e si chiudono infine, a sorpresa, con un backstage della scena nella quale la protagonista cava l’occhio a Daryl Hannah e poi, ridendo, chiede di ripeterla. E’ significativa del fatto che tutto il film vive appoggiato sulle quattro gambe di un’ipotetica sedia che sono: brutalità, sarcasmo, ironia e finzione, e nel contrasto di questi elementi, fra serietà e divertimento, che sono propri del cinema di Quentin Tarantino, che piaccia o no.

Chi cerca un cinema di contenuti, forse non ha scelto il contesto giusto, ma chi vuol vedere un esempio di cinema di intrattenimento e di cultura cinematografica ai massimi livelli in questo caso troverà pane per i suoi denti.


22/11/2010 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Ragazza Che Giocava Con Il Fuoco’

LA RAGAZZA CHE GIOCAVA CON IL FUOCO

 Titolo Originale: Flickan Som Lekte Med Elden

 Nazione: Svezia  Anno:  2009 

Genere:  Thriller  Durata:  129′ 

Regia: Daniel Alfredson

Cast: Noomi Rapace, Michael Nykvist, Lena Endre, Sofia Ledarp, Georgi Staykov, Micke Spreitz, Peter Andersson, Yasmine Garbi

 

Della trilogia ‘Millennium’ di Stig Larsson questo è il secondo capitolo, forse il più bello. E’ anche quello che ha il finale in sospeso e  chiaramente rimanda ad un seguito, altrimenti sembrerebbe irrisolto.

Devo però purtroppo rilevare che la trasposizione cinematografica di ‘La ragazza che giocava con il fuoco’ è di gran lunga inferiore al corrispondente romanzo e rappresenta anche un passo indietro, dal punto di vista qualitativo, rispetto al precedente ‘Uomini che odiano le donne’. Neppure quest’ultimo si può definire un film completamente riuscito, ma perlomeno ha il merito di mettere in risalto compiutamente la figura particolare di Lisbeth Salander e mantiene un filo logico narrativo e stilistico con il racconto scritto che lo rende accettabile anche al lettore, oltreché al cinefilo.

L’opera del regista Daniel Alfredson, che ha firmato anche la terza ed ultima parte, in uscita a maggio, è invece arruffata, laddove al contrario il romanzo chiariva; è reticente rispetto al testo al punto da dare per scontate situazioni che sono ben chiare sin dal primo episodio nel racconto dello scrittore ed invece qui vengono rappresentate senza alcuna giustificazione di tipo narrativo, soprattutto per chi si è limitato a vedere il film. Il riferimento è, ad esempio, al rapporto fra Michael ed Erika che scopriamo improvvisamente e gratuitamente amanti, pur ‘sui generis’, come può accadere per queste cose in Svezia, quando invece il lettore ne è a conoscenza sin quasi dall’inizio del primo episodio. Che dire poi del piatto forte del romanzo che trova la sua maggiore forza di traino narrativo ed anche di curiosità, se vogliamo, nel dialogo via PC, quanto mai attuale seppure un pochino forzato nei modi, fra Lisbeth e Michael, quando la tenebrosa ‘hacker’ si scopre ricercata ed accusata di ben tre omicidi ed instaura un lungo rapporto di scambio a distanza con lo scrittore dopo essere praticamente sparita al termine del primo episodio? Nel film tutta questa parte è quasi sorvolata, mentre viene privilegiato l’aspetto spettacolare e trucido di alcuni momenti, molto più classico ma francamente anche più facile: la tortura dell’amica-amante di Lisbeth da parte del pugile sadico dentro l’hangar e soprattutto la resa dei conti finale in chiave horror, che resta comunque il migliore momento, a livello di tensione, di un film per il resto invece ben al di sotto, come si diceva, del romanzo cui s’ispira.

Anche in questo episodio gran parte dell’interesse e particolarità è affidato alla figura controversa di Lisbeth: disadattata e tormentata sin dall’infanzia da parte delle istituzioni, lesbica che non disdegna qualche digressione eterosessuale, geniale nell’uso del PC e di Internet, dal carattere impossibile ma con un’etica spiccata, seppure a suo modo, esteticamente non molto dissimile dal Johnny Depp di “Edward mani di forbice”, ben raffigurata ancora da Noomi Rapace, la quale mostra pure le ‘fisique du role’; mentre Michael Nykvist, pur con un cognome che molti amanti del cinema rammenteranno a proposito del celebre direttore della fotografia di molti film di Ingmar Bergman, ancora una volta fa la parte del comprimario, a differenza del ruolo che Stig Larsson gli ha invece assegnato nel romanzo.

Si dice che Tarantino avrebbe intenzione di fare un film su questa trilogia. Sarebbe interessante verificare come la personalità di un autore del suo livello potrebbe riuscire a rendere al meglio l’opera di Stig Larsson. Di sicuro Daniel Alfredson in  ‘La ragazza che giocava con il fuoco’ non c’è riuscito.

12/10/2010 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Hero’

HERO

Titolo Originale: Ying Xiong

Nazione: HGK, Cina 

Anno:  2002

Genere:  Azione, Allegorico

Durata:  120′  Regia: Zhang Yimou

Cast: Tony Leung Chiu Wai, Jet Li, Zhang Ziyi, Maggie Cheung, Donnie Yen


Zhang Yimou rappresenta per il cinema cinese quello che Quentin Tarantino è per il cinema americano. Il più brillante, a volte anche il più trasgressivo autore, che ha fatto tesoro della scuola di numerosi registi della storia del cinema per realizzare uno stile che è, al tempo stesso, personale e rievocativo.

Ovviamente i contenuti che esprimono le sue opere sono molto differenti e la cultura orientale è per noi piuttosto complicata, permeata di simbolismi e significati del tutto, o quasi, estranei a noi occidentali.  Manca inoltre la componente autoironica ed autodissacratoria, così efficace in ‘Pulp fiction’ del già citato Tarantino, per stemperare anche le scene più violente e sanguinose. Che è sostituita in questo caso da una ritualità ricercata e volutamente atteggiata, tuttavia, sia nello stile, che nel perfezionismo scenografico, oltrechè nelle continue citazioni sulla storia del cinema ed i suoi maestri del passato (qui in special modo il Kurosawa di ‘Rashomon’ e, udite! udite!, non paia una bestemmia, persino Bruce Lee). Queste due opere in definitiva sono molto più vicine di quel che le loro origini lascerebbero supporre.

In ‘Hero’ tutto è possibile e nulla è reale, sia riguardo gli eventi, che la loro rappresentazione. Gli splendidi duelli a colpi di spada ed arti marziali, che per gli orientali rappresentano una filosofia, prima ancora che un mezzo di offesa o di difesa personale, sono irreali, un pò alla stregua di ‘La Tigre ed il Dragone’, ma la maestosità delle scene, l’eleganza formale, il simbolismo dei diversi colori, in particolare per chi ama la fotografia, sono luce per gli occhi e qualunque esteta dovrebbe inchinarsi, dopo essere rimasto a bocca aperta, di fronte a questo concentrato di classe pura e di forma cristallina al servizio dei contenuti e non per surrogarli.

La trama riguarda la storia dell’unificazione della Cina, ‘sotto un unico cielo’,  ancor prima della nascita del Cristo in Palestina: allora la Cina era suddivisa in sette stati che si guerreggiavano e sfiancavano fra di loro da secoli. Il film scorre abbastanza agevolmente ed ha una costruzione circolare, esattamente come ‘Pulp fiction’, con lunghi flashback, in alcuni momenti addirittura in bianco e nero, altri con un sapiente uso del colore e delle tonalità prevalenti ed ognuna di queste scelte ha un significato preciso nel contesto dell’opera.

Ambientato in luoghi magnifici dal punto di vista panoramico e scenografico, ‘Hero’ annovera numerose sequenze che sono una gioia dal punto di vista dell’inquadratura e della rappresentazione estetica, in quell’eleganza tipica orientale per la quale precisione nei dettagli, armonia, sensualità e filosofia vanno armoniosamente a braccetto.

03/10/2010 Posted by | 1. CINEMA | , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Fratello Dove Sei?’

FRATELLO, DOVE SEI?

Titolo Originale: O Brother, Where Art Thou?

Nazione: USA 

Anno:  2000

Genere:  Commedia

Durata:  102′  Regia: Ethan Coen, Joel Coen

Cast: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Charles Durning                                                                                                                                                                                                      

 

‘Fratello Dove Sei?’ è un’opera precedente degli stessi autori de ‘Il Grande Lebovsky’ e ‘Non è un Paese per Vecchi’. Devo ammettere, una gran bella sorpresa questo film datato 2000, del quale avevo sentito parlare spesso, ma il cui dvd è rimasto a lungo invitante a farmi l’occhiolino. E adesso devo riconoscere che non meritava l’attesa.

Ho letto poi che, addirittura, si può leggere come una sorta di allegoria della ‘Odissea’ di Omero, in chiave ‘moderna’ (in realtà si svolge ai tempi della Grande Depressione seguente al 1929), anche se gli autori hanno in seguito dichiarato di non aver mai letto il classico omerico. Eppure, a ripensarci, in effetti ci sono alcune analogie: da un fantastico George Clooney, novello ‘Ulisse’, in fuga con due compagni dai lavori forzati per tornare dalla sua Penelope, ad uno stravagante Polifemo che fà il disc-jockey ad una radio locale. Ci sono persino le sirene, che appaiono sotto false spoglie ad un certo punto e innescano uno dei momenti più divertenti e onirici della trama e via di questo passo, in un lento girovagare lungo territori infiniti nei quali le sorprese tuttavia sono la regola. Ma ovviamente questi riferimenti ‘classici’ li possono cogliere solo i cinefili che vanno oltre la normale visione di un’opera come questa, altrimenti davvero bisogna avere una grandissima perspicacia e cultura generale per cogliere tali sfumature.

Al di là di queste sottigliezze, a me il film dei fratelli Coen è piaciuto molto, per quel suo tono scanzonato (e la musica, rigorosamente country, ha un ruolo fondamentale di accompagnamento nell’ambito del racconto), a mezza via fra l’analisi sociologica, la ricostruzione storica e l’avventura nel nome del puro divertimento ed intrattenimento. Ironia e sarcasmo non mancano mai, pur mettendo a nudo tutta la precarietà della vita di quei tempi, dominata dalla grande e nota crisi che provocò una miseria nera e durante la quale si svilupparono anche sette, come il Ku-Klux-Khan, che nel film dei Coen vengono trattate in tono grottesco, ma nella realtà ovviamente avevano ben altro impatto, ruolo ed obiettivi.

Ad uno straordinario John Turturro (indimenticabile la sua espressione alla vista delle sirene) nei panni di un disadattato un pò toccato, si aggiunge una galleria di personaggi che attraversano il film lasciando sempre il segno: in particolare Michael Badalucco nei panni di un irresistibile gangster come Baby Face e John Goodman in quelli di un furfante ‘incantatore di serpenti’, che vende Bibbie, ma per scopi tutt’altro che religiosi.

Un film sorprendente per fantasia e brio, che ricorda parecchio in alcuni dialoghi surreali il Quentin Tarantino di ‘Pulp Fiction’, che non sai mai se prendere sul serio, oppure considerarli soltanto divagazioni senza fini particolari.

Oltre a tutto questo, che è già tanto, c’è una canzone country cantata dai tre ex galeotti: Clooney, solista, Turturro e Tim Nelson che fanno i cori, la quale, unita ad una suggestiva ambientazione fra le immense coltivazioni del Mississippi e gli immensi viali alberati con i magici colori dell’autunno a fare da sfondo, che già per loro conto valgono il prezzo del biglietto.

03/10/2010 Posted by | 1. CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento