Film: ‘Il Caso Spotlight’

IL CASO SPOTLIGHT

il-caso-spotlightTitolo Originale: Spotlight

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Drammatico, Biografico, Storico

Durata: 128’ Regia: Tom McCarthy

Cast: Mark Ruffalo (Michael Rezendes), Michael Keaton (Walter ‘Robby’ Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Brian d’Arcy James (Matt Carroll), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian), Jamey Sheridan (Jim Sullivan), Billy Crudup (Eric MacLeish), Len Cariou (Cardinale Law), Paul Guilfoyle (Peter Conley), Lana Antonova (Veronica), Neal Huff (Phil Saviano), Michael Cyril Creighton (Joe Crowley), Patty Ross (Linda Hunt), Stefanie Drummond (Sheila), Elena Wohl (Barbara Robinson), Jami Tennille (Elaine Carroll), Laurie Heineman (Giudice Constance Sweeney), Doug Murray (Peter Canellos), Laurie Murdoch (Wilson Rogers), Darrin Baker (Padre Dominick), Duane Murray (Hans Pfeiffer), Robert Clarke (Giudice Volterra), Jimmy LeBlanc (Patrick McSorley), Maureen Keiller (Eileen McNamara), David Fraser (Jon Albano), Brian Chamberlain (Paul Burke), Gene Amoroso (Steve Kurkjian), Richard O’Rourke (Padre Ronald Paquin), Gary Galone (Jack Dunn) 

TRAMA: L’arrivo da Miami di un nuovo direttore al giornale Boston Globe è accolto con scetticismo e preoccupazione dalla redazione. Qualcuno si aspetta dei tagli, specie dopo l’acquisizione del quotidiano da parte del New York Times. Marty Baron si presenta in sordina e dopo aver conosciuto i principali redattori rivolge la sua attenzione sul team Spotlight, che si occupa di effettuare indagini giornalistiche sui temi più scottanti. L’impressione che ne trae è che i quattro componenti siano un po’ a corto d’idee e quindi invita Robby che ne è il capo redattore ed il suo responsabile Ben, ad andare più a fondo sul caso di un prete accusato di aver abusato per vari anni di alcuni bambini. Marty è convinto che il cardinale Law a capo della diocesi di Boston fosse al corrente di questi fatti ed abbia agito per insabbiarli. Alcuni anni prima il Boston Globe aveva pubblicato un articolo per fatti analoghi al quale però non era seguita alcuna indagine di approfondimento ed ora perciò caduto nel dimenticatoio. Andare a fondo sul nuovo caso significa mettersi contro la Chiesa, molto potente in una città come Boston che è ancora piuttosto bigotta e tradizionalista. Baron lo sa, ma ottenuto il consenso dell’editore, che lo ha messo comunque in guardia riguardo le possibili conseguenze, non si fa intimorire dal cardinale, il quale durante un colloquio da lui stesso richiesto, lo invita ad essere prudente. Il più entusiasta del team Spotlight nell’affrontare questa nuova indagine è Michael. Le ricerche ed interviste che svolge assieme ai suoi colleghi di Spotlight sulle persone coinvolte nel caso più recente, unito da un filo invisibile ai più a quelli precedenti, portano a scoprire una rete di abusi e connivenze molto più vaste, che si ripercuotono a livello globale.

VALUTAZIONE: premio Oscar 2016 al film ed alla sceneggiatura, è un buon esempio di cinema-indagine il cui valore è direttamente proporzionale alla bravura degli interpreti ed alla qualità dei dialoghi. Un’opera che tratta con efficacia il delicato tema della pedofilia nella Chiesa. Nonostante eviti le trappole del protagonismo e delle immagini scioccanti, confermando al tempo stesso la migliore tradizione del cinema impegnato americano, l’opera di Tom McCarthy però non riesce ad uscire da uno stile vicino al reportage e quindi a coinvolgere lo spettatore sino in fondo.                                                                                                                                                                                                                              

Ci sono pochi argomenti per i quali il contraddittorio è improponibile: questo è uno.

Quando si parla di pedofilia infatti c’è poco da discutere e non ci sono scusanti che tengano. Si tratta di uno dei crimini più ripugnanti che si possono commettere. Se poi a perpetrare reiteratamente questo abominio sono anche appartenenti alla Chiesa Cattolica e non per un singolo ed isolato episodio, allora è proprio il caso di dire: ‘non c’è più religione!’. Sembra una battuta ma, anche presa alla lettera, è la pura verità. D’altronde, sono le parole stesse di una delle vittime, Phil Saviano (fondatore dello SNAP – Survivors Network of those Abused by Priests, un’associazione creata per unire le vittime dei soprusi) a fissare l’enormità di una tale infamia: ‘…quando sei un bambino povero di una famiglia povera e un prete si interessa a te è una gran cosa… Come puoi dire no a Dio?…‘. Tradire quindi la fiducia di un bambino e violarne l’innocenza in nome di Dio è un atto esponenzialmente ancora più ripugnante.

La vicenda narrata nel film è tratta da fatti realmente avvenuti (sennò di cosa staremmo a parlare, di banali supposizioni?): prima tredici, poi addirittura novanta preti della diocesi di Boston e quindi, una volta sollevato il lenzuolo dell’omertà, una lunghissima lista sparsa a macchia d’olio un po’ in tutto il mondo, che risultano implicati nello stesso reato, cioè abusi sui minori. Si potrebbe dire sbrigativamente che non ci sono parole per commentare questi fatti, ma in realtà è esattamente il contrario: bisogna parlarne eccome, anche se può essere fastidioso il solo scriverne nel commentare un’opera cinematografica. Una vera e propria sofferenza per chi possiede ancora un briciolo di sensibilità e di etica, messe a durissima prova da un argomento così squallido.

La Chiesa stessa ai suoi livelli più alti ha lungamente ed ostinatamente negato con i suoi silenzi o le infastidite dichiarazioni ufficiali di avere protetto i colpevoli, favorendo in pratica la diffusione di questo cancro al suo interno, sino a non riuscire più a controllarne le dimensioni e la portata. Ed invece tutto ciò è venuto a galla grazie alla caparbietà di questo piccolo team Spotlight del Golden Globe di Boston che è riuscito a far emergere il bubbone in quella città, facendo da volano per farlo esplodere a catena nel resto degli USA e poi addirittura nel mondo. 

I dati d’altronde sono impietosi, basta dare un occhio in Internet, se si vuole verificare qualcosa sull’argomento: oltre ai fatti avvenuti nella capitale dello stato del Massachusetts, si legge ad esempio  – e la fonte è ‘L’Avvenire’, non un quotidiano di opposizione alla Chiesa quindi, che abbia interesse a speculare su tali avvenimenti – di una commissione d’inchiesta in Australia, la quale nel corso di quattro anni d’indagini ha verificato che fra il 1980 ed il 2015 sono avvenuti 4444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1000 strutture di proprietà della Chiesa Cattolica. Tutti riguardanti bambine e bambini di età oscillante fra i dieci e gli undici anni e mezzo. Ancora più sconcertante è il fatto che la distanza di tempo, fra il momento in cui è avvenuto l’abuso e la denuncia finalmente presentata, è stata mediamente di 33 anni! Molti responsabili, quasi duemila, sono stati identificati ma ne mancano ancora altri cinquecento.(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

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Libro: ‘La Ballata di Adam Henry’

LA BALLATA DI ADAM HENRY

la-ballata-di-adam-henryDi Ian McEwan

Anno Edizione 2014

Pagine 202

Costo € 10,20

Traduzione di Susanna Basso

Ed. Einaudi (collana ‘Supercoralli’) 

TRAMA: Fiona May è un giudice della Sezione Famiglia dell’Alta Corte di Londra che si occupa di gestire gli interessi dei minori nelle cause fra genitori. Fiona è una donna che ha superato la cinquantina, stimata ed in odore di promozione per incarichi ancora più prestigiosi. Il marito è un insegnante sessantenne e con il quale è felicemente sposata da trentacinque anni. Fiona ha sacrificato la maternità alla carriera. La sorpresa è totale quando il marito le confessa che sta per concedersi una storia puramente fisica con una donna molto più giovane. La sua sincerità punta ad avere il consenso della moglie con la quale i rapporti sessuali sono da tempo assenti. A suo dire, si tratta dell’ultima occasione utile prima di rassegnarsi allo scorrere ineluttabile del tempo. La reazione di Fiona è veemente, al punto che sembra inevitabile la completa rottura dei loro rapporti. Nonostante la crisi coniugale, continua a svolgere con scrupolo il suo lavoro. Nel bel mezzo di una discussione con il marito riceve una telefonata del suo cancelliere Pauling il quale la informa che il legale dell’ospedale di Wandsworth chiede il suo consenso all’intervento di trasfusione di un ragazzo di diciassette anni e mezzo, non ancora maggiorenne quindi per decidere in autonomia, affetto da una rara forma di leucemia. I suoi genitori e il ragazzo sono Testimoni di Geova fra i cui principi c’è quello di rifiutare le trasfusioni che ‘inquinano’ il sangue originale della persona, ma nel caso di Adam Henry, questo il nome del giovane, è l’unica possibilità rimasta per salvargli la vita. Fiona, nonostante debba gestire più cause al tempo stesso, ognuna delle quali ha caratteristiche specifiche di delicatezza, prende a cuore questa vicenda e per meglio chiarirsi i termini della questione decide di andare a far visita in ospedale al ragazzo. Il quale si rivela molto più maturo della sua età anagrafica, ma anche condizionato dall’atteggiamento intransigente dei suoi genitori, che pure gli vogliono bene e dei rappresentanti anziani della loro dottrina religiosa. Fiona infine decide di avvalersi dei suoi poteri ed impone che siano somministrate le cure del caso al ragazzo che è già arrivato ad un limite oltre il quale le speranze di salvarlo sarebbero nulle. Adam guarisce dalla leucemia ed all’uscita dall’ospedale rifiuta i dettami dei genitori e dei Testimoni di Geova, ma al tempo stesso sente fortissimo il legame che si è creato con il giudice, grazie anche alla comune passione per la musica e la poesia. Fiona nel frattempo sta faticosamente riallacciando i rapporti con il marito e rifiuta la richiesta di Adam di andare a vivere con loro, che a suo dire potrebbero considerarlo come se fosse un figlio adottivo. Le conseguenze della decisione di non accettare questa possibilità da parte di Fiona e di non cogliere il senso di una poesia che il ragazzo le ha spedito, sono però drammatiche.       

VALUTAZIONE: un romanzo ispirato ad una storia vera che pone una serie di interrogativi sul rispetto delle scelte personali in condizioni estreme di vita e di morte ed i condizionamenti delle dottrine religiose più intransigenti. Mc Ewan compie una interessante analisi in tale senso con una prosa efficace, puntigliosa ma piacevole e super partes. Il tema dell’infedeltà coniugale fra il giudice Fiona May ed il marito Jack che apre il racconto e procede parallelamente a quello del giovane Adam Henry, appare però sostanzialmente pretestuosa e distaccata, come se fosse una storia nella storia.                                                                                                                                                                             

Togliamoci subito il ‘dente’, per così dire. Il giudizio sull’organizzazione e sulle norme comportamentali dei Testimoni di Geova lo lascio a chi si occupa di storia delle religioni e delle dottrine che nel tempo sono sorte in disaccordo o addirittura in opposizione alle cinque considerate generalmente come principali (Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo, Buddhismo e Induismo).

la-ballata-di-adam-henry-10La questione che pone il romanzo di Ian McEwan è in fondo molto semplice nella forma quanto complicata nella sostanza. E’ accettabile che i principi religiosi impongano regole tali da impedire ad una persona di guarire da una grave malattia, anche quando la scienza sarebbe in grado di salvarla? E se questa persona è minorenne, è comprensibile che a decidere per lui/lei siano i genitori oppure una Corte di Giustizia? Nel caso in oggetto l’età di Adam Henry, il giovane protagonista della storia, è persino al limite, avendo egli 17 anni e 9 mesi al momento dei fatti.

la-ballata-di-adam-henry-03Non si tratta di una vicenda che nasce dalla fantasia pur fervida di un autore come il raffinato scrittore inglese. L’idea di scrivere questo romanzo, come ha svelato lo stesso McEwan in un’intervista, gli è venuta nel corso di una cena con dei magistrati, uno dei quali al termine gli aveva mostrato un volume nel quale erano raccolte alcune delle cause che aveva gestito nel corso della sua carriera, sicché sfogliandone le pagine lo scrittore si era imbattuto in un caso analogo, incluso il drammatico finale. Non gli restava che cambiare i nomi ed il gioco era fatto.

la-ballata-di-adam-henry-24‘La Ballata di Adam Henry’ in realtà inizia con un tema che nulla ha a che vedere con tutto ciò e che riguarda, più banalmente, i rapporti di coppia. Una storia nella storia si potrebbe dire, che procede parallela ed a seconda dei momenti si sovrappone all’altra, seppure aleggia di continuo come un tormentone nei pensieri del giudice Fiona May che ne è coinvolta in prima persona. Una storia di tutti i giorni, si può dire, per parafrasare il titolo di una nota canzone di qualche tempo fa (Riccardo Fogli) e che quindi non ha nulla di eccezionale in fondo, se non che a sua volta pone una serie di interrogativi destinati a dividere non solo gli interlocutori interessati ma anche e soprattutto i lettori, al di là della battuta a doppio senso che si può leggere nell’immagine  qui di fianco.

la-ballata-di-adam-henry-21Scendendo dal generale al particolare, Jack confessa candidamente alla moglie Fiona di essere fortemente tentato d’iniziare una relazione fondata esclusivamente sul sesso con una donna molto più giovane. ‘…Ho cinquantanove anni. È la mia ultima occasione. Sull’aldilà non ho ancora raccolto prove inconfutabili…‘ ammette, sperando con ciò di ottenere la comprensione ed il tacito consenso dalla moglie per sciacquare i suoi rimorsi. I rapporti sessuali con la consorte d’altra parte, tutta presa dalla carriera e per comprensibili ragioni di consuetudine dopo trentacinque anni di matrimonio, non sono più quelli d’un tempo, quando li animava la passione, durata a lungo, pur senza aver generato dei figli ed il feeling fra loro era totale…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Hunger Games’

HUNGER GAMES

Hunger GamesTitolo Originale: The Hunger Games

Nazione: USA

Anno: 2012

Genere: Fantascienza, Avventura

Durata: 142’ Regia: Gary Ross

Cast: Jennifer Lawrence (Katniss Everdeen), Josh Hutcherson (Peeta Mellark), Stanley Tucci (Caesar Flickerman), Woody Harrelson (Haymitch Abernathy), Lenny Kravitz (Cinna), Donald Sutherland (President Snow), Elizabeth Banks (Effie Trinket), Liam Hemsworth (Gale Hawthorne), Willow Shields (Primrose Everdeen), Isabelle Fuhrman (Clove), Amanda Sternberg (Rue), Alexander Ludwig (Cato), Wes Bentley (Seneca Crane), Paula Malcomson (Mrs. Evergreen)

TRAMA: Un tempo c’erano gli USA; al loro posto ora c’è lo stato di Panem, composto da dodici Distretti intorno a Capital City. Gli abitanti di questi ultimi sono soggiogati e ridotti in condizione di fame e schiavitù, mentre la popolazione della capitale vive nel lusso, perlopiù agghindata in acconciature ed abiti in stile barocco. Da quando il tredicesimo stato è stato distrutto in seguito ad una ribellione, il Presidente Snow ed i suoi collaboratori hanno indetto gli ‘Hunger Games’, ovvero una sorta di reality show che si svolge con cadenza annuale, per ricordare appunto quell’infausto evento, richiedendo ad ogni distretto di sorteggiare due giovani di sesso diverso come tributo. I ventiquattro sfortunati sono obbligati a partecipare ad una crudele sfida ad eliminazione. Dopo un breve periodo di addestramento i prescelti sono costretti a confrontarsi all’interno di una selva boscosa, apparentemente naturale e selvaggia, ma in realtà completamente controllata dagli organizzatori, nella quale sono state installate telecamere e marchingegni tecnologici in ogni angolo ed anfratto per riprendere lo spettacolo ed intervenire direttamente laddove si rendesse necessario. In palio c’è la vita e la salvezza è garantita soltanto per uno dei ventiquattro contendenti. Nel dodicesimo distretto viene sorteggiata sorprendentemente la giovanissima Primrose, ma la sorella Katniss, sedicenne, si offre generosamente al suo posto. La sorte decide di affiancarle Peeta, un coetaneo peraltro segretamente innamorato di lei. Katniss è una guerriera, dal carattere forte, bravissima con l’arco, che nasconde nel bosco ed usa spesso per cacciare qualche preda utile al sostentamento suo, della madre e della sorella, da quando il loro padre è prematuramente deceduto. I due giovani sono trasportati a Capital City a bordo di un lussuosissimo e velocissimo treno. Ad accoglierli ed accompagnarli sull’avveniristico mezzo c’e un team di persone, in pratica l’entourage a loro destinato, in particolare un mentore, dedito però all’alcol nel quale affoga la rassegnazione per la fine prematura dei giovani che gli sono stati affidati nelle precedenti edizioni dei ‘giochi’, sopraffatti facilmente dagli sfidanti che provengono dai primi distretti, più ricchi, meglio attrezzati ed opportunamente addestrati per l’evento. Katniss e Peeta, così come gli altri partecipanti, vengono accolti a Capital City come dei gladiatori, da una folla inneggiante e curiosa, totalmente assorbita da questo annuale appuntamento, le cui regole di sopravvivenza richiedono non solo destrezza, coraggio e spirito d’adattamento a condizioni di estrema difficoltà e rischio, ma anche l’abilità mediatica di procurarsi simpatie e sostegno dal pubblico e dagli sponsor. I quali ultimi decidono punteggi e bonus per ogni coppia in gara, mentre c’è chi scommette puntando sulle quote delle dodici coppie in gara stabilite dai bookmakers. Grazie alla bravura del costumista Cinna, Katniss e Peeta riescono ad impressionare pubblico e sponsor al primo approccio, presentandosi con un vestito che lascia dietro di sé una scia di fuoco, mentre il presentatore Caesar Flickerman sfrutta mediaticamente l’ammissione che Peeta si lasia sfuggire riguardo i suoi sentimenti nei confronti di Katniss, per aggiungere così anche una nota romantica molto gradita al pubblico. Tutto ciò è solo la premessa di una lotta primordiale ed all’ultimo sangue che si scatena di lì a poco, quando i ventiquattro tributi vengono abbandonati al loro destino nel bosco e già dopo pochi istanti i più giovani e deboli sono massacrati dai loro rivali più forti. Ogni vittima è annunciata dal comitato organizzativo con il rimbombo di un cannone. Mentre i responsabili del reality discutono le strategie ed il destino dei giovani, Katniss dapprima agisce in solitaria ed in seguito si allea a Peeta, allorché i giudici comunicano di aver deciso di salvare non più un solo partecipante ma una coppia. Nel frattempo però deve imparare ad uccidere i suoi stessi simili per poter sopravvivere, seppure il suo mentore si è convinto intanto che lei abbia le qualità per farcela ed uscirne vincitrice. Ma la strada per arrivare a questo apparentemente impossibile risultato è lunga, piena d’insidie, trappole, sorprese e colpi di scena.

VALUTAZIONE: una parodia velenosa dei reality show spinta sino alle estreme conseguenze in un’epoca futuribile nella quale cinismo, ferocia e mass media prevalgono su tutto il resto. Un’opera che riprende temi e situazioni già viste in precedenza al cinema, o lette in letteratura e persino nella mitologia classica ma con personalità ed uno stile snello, rivolto principalmente ad un pubblico giovane. Ritmo incalzante, scenografie ed effetti al top, unite ad un pool di interpreti d’alto livello, con la sorpresa Jennifer Lawrence, costituiscono il giusto viatico per meritare un lusinghiero giudizio. Il puntuale ‘sequel’ prelude ad una nuova saga, purtroppo.                                                                                                                                  

E’ talmente facile sparare a zero contro trasmissioni come ‘Il Grande Fratello’, se lo consideriamo come il capostipite dei reality show, seguito a ruota da ‘L’Isola dei Famosi’ oppure programmi diversi nella forma ma non nella sostanza come ‘Amici’ e X-Factor’, che vien quasi la voglia di prenderne le difese, soprattutto confrontandoli con quanto accade in ‘Hunger Games’. Scherzi a parte, in tutti questi format è preminente il concetto di ‘competizione’, visto come metafora della vita e modello di affermazione individuale: il che avviene, a seconda dei casi, a scapito dei più deboli, dei meno prestanti ed intelligenti, dei meno capaci a reagire opportunamente in condizioni di pressione psicologica o quando è fondamentale saper amministrare la propria immagine.

Hunger Games 18Giudici severissimi ed intransigenti sanciscono chi è degno di andare avanti e tagliano senza tanti complimenti tutti gli altri. In questa operazione di scrematura a tempo debito essi chiamano in causa lo stesso pubblico seduto in poltrona a casa oppure direttamente presente in sala negli studi televisivi perché dica la sua. Nel loro atteggiamento verso i concorrenti questi stessi membri giudicanti sono spesso impietosi nel metterne a nudo i limiti, sino a spingersi in alcuni casi in una direzione che sta molto vicino all’umiliazione. L’ultimo caso in tal senso è lo spettacolo gestito da Flavio Briatore, denominato ‘The Apprentice’ (‘L’Apprendista) il cui motto è più o meno questo: ‘…se non dici o fai quello che io voglio da te, sei fuori (nel senso di eliminato, ndr.)…’.

Hunger Games 03‘Hunger Games’ va persino oltre, perché forte della finzione scenica e narrativa che garantisce il cinema come mezzo d’espressione, esaspera il meccanismo e suppone che in un futuro prossimo venturo questo genere di competizione sarà gestito direttamente dagli uomini al potere e non si limiterà più ad eliminare figurativamente i concorrenti nel corso della sfida, ma li spingerà ad uccidersi veramente fra loro e laddove gli eventi lo richiedessero, sarà la commissione giudicante a determinare il loro destino, avendo tali e tanti mezzi tecnologici a disposizione da poter intervenire tempestivamente ed efficacemente. Nonostante ciò, l’unica risorsa che questo potere, pur così invasivo e perciò dittatoriale, non è ancora in grado di controllare, è la mente delle persone, l’imprevedibilità che da esse può scaturire, che potremmo definire anche come libero arbitrio. Ad esempio, assumendo iniziative contrarie alle dinamiche dello spettacolo sulle quali il medesimo è stato costruito e che hanno priorità su tutto il resto, essendo in fondo la nostra società (ma è difficile supporre che non sarà così anche in futuro) fondata sull’apparire piuttosto che l’essere ed in tal senso un ruolo di primo piano è destinato alle dinamiche generate dalla pubblicità al cui servizio c’è quella strana entità chiamata genericamente audience.

Hunger Games 12L’opera del regista e sceneggiatore Gary Ross, tratta dal romanzo omonimo di Suzanne Collins, è un miscuglio di generi e temi già visti al cinema o letti in qualche romanzo e che svariano sino alla mitologia. A proposito di quest’ultima, ad esempio, è evidente il riferimento al personaggio del Minotauro ed alle vittime sacrificali che la città di Atene doveva garantirgli ogni anno (sette giovani maschi ed altrettante femmine) per vendicare la morte del figlio di Minosse.

Nel caso di ‘Hunger Games’ (‘I Giochi della Fame’), i tributi, come vengono definiti i giovani sorteggiati nei distretti, sono dodici per ogni sesso ed il loro destino, nonostante le apparenze di pari opportunità, è segnato dalla provenienza ed anche dall’età che può variare fra i dodici ed i diciotto anni. Le regole sono infatti rigide ed impietose: nel caso fosse estratto il suo nome, chi è più giovane inevitabilmente è anche molto più vulnerabile, ma al tempo stesso ha pure meno possibilità che tale eventualità si verifichi rispetto a quelli più anziani. Ogni anno che passa però aumentano tali probabilità, perché il suo nome è ripetuto più volte nei biglietti inseriti nell’apposito contenitore. Ma c’è di più, poiché alcuni distretti sono molto poveri, il governo concede la possibilità, a chi rientra nella fascia d’età utile, di richiedere razioni suppletive di cibo, ad esempio, in cambio dell’aggiunta di un altro biglietto a suo nome dentro il contenitore e così via. Alcuni giovani quindi ne accumulano un numero ben maggiore di quanto competerebbe normalmente alla loro età ed il rischio che essi vengano sorteggiati aumenta perciò proporzionalmente. Per contro il vincitore, cioè l’unico superstite fra i ventiquattro partecipanti, acquisisce onori e gloria perpetua, cioè il riscatto dalla condizione di povertà e schiavitù e, assieme alla ricchezza, si guadagna anche il diritto di svolgere il ruolo di mentore nelle successive edizioni di ‘Hunger Games’. E’ per tale ragione che i distretti più ricchi addestrano preventivamente alcuni loro giovani perché si offrano poi addirittura spontaneamente, avendo maggiori probabilità di cogliere il successo finale rispetto agli altri ‘competitors’…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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Film: ‘Amabili Resti’

AMABILI RESTI

Titolo Originale: The Lovely Bones

Nazione: USA, NZE, GBR  Anno:  2009

Genere:  Dramma, Thriller

Durata:  139′  Regia: Peter Jackson

Cast: Stanley Tucci, Saoirse Ronan, Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Michel Imperioli, Jake Abel, Amanda Michalka

Il recente e purtroppo ancora irrisolto caso di Yara ha forse suggerito a Sky di proporre proprio adesso, in ‘prima visione’, questo film uscito nelle sale lo scorso anno.

In realtà, va detto subito che, seppure l’argomento di fondo rappresenta, ahimè, uno dei possibili scenari che riguardano anche la ragazzina di Brembate, l’opera di Peter Jackson aspira ad affrontare l’argomento da un differente punto di vista, certamente più ambizioso, romantico e suggestivo, ad andare più in là insomma, prendendo a pretesto una violenza fra le più aberranti.

Il film innanzitutto è narrato in terza persona. E’ la vittima stessa, ovvero Susie, una ragazzina prossima a compiere 14 anni, che racconta la sua storia da un ipotetico al di là, per meglio dire una sorta di limbo, e che gela lo spettatore, dopo poche sequenze, affermando che di lì a breve, le immagini felici e spensierate riguardo la sua breve vita terrena si concluderanno con la morte, il giorno 6 dicembre. Siccome non ci sono segnali di malattie, tantomeno sintomi di pericolo imminente, anzi è in una fase di passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza nella quale iniziano i primi turbamenti, i filarini ed è comunque una persona assolutamente felice all’interno della sua famiglia, piena di vita e di piacevoli aspettative, sapere dalla sua stessa voce che qualcuno la ucciderà alla data stabilita ed immediatamente dopo essere informati pure per mano di chi, rappresenta se non altro una prospettiva originale.

Ci si aspetta quindi una brusca virata nel thriller, se non addirittura nell’horror, fra reale ed immaginario, che assumono le forme del sogno che degenera in incubo e conseguenti colpi ad effetto ed invece ci si ritrova con uno schema nel quale la violenza sui minori è solo la scusa e l’obiettivo è piuttosto quello di sondare percorsi diversi che riguardano la vita e la morte. Non più nella classica iconografia della separazione, ma nel segno della continuità fra entità che convivono ed interagiscono fra di loro grazie alla forza dei sentimenti ed il raggiungimento della pace interiore. Con maggiore efficacia espressiva usando, come mezzo, proprio un dramma brutale.

Insomma, niente zombi che risorgono dalle tombe e si cibano degli umani, come in certi film horror, ma una tematica molto più vicina a ‘Ghost’, per intenderci, però più complessa ed elaborata. L’happy end, se così si può chiamare considerando gli eventi narrati, è rappresentato dal raggiungimento dell’accettazione del dolore dopo un lancinante violento strappo e la ritrovata serenità, che si sostituisce al desiderio di vendetta nei confronti di chi l’ha provocato, sia per chi è ancora in vita, che per chi l’ha appena lasciata e persa. Un concetto in fondo molto cristiano.

‘Amabili resti’, opera ultima del regista Peter Jackson (quello della saga de ‘Il signore degli anelli’) e la produzione di Steven Spielberg, non lesina spese per rappresentare con immagini e suoni di grande eleganza formale la contraddizione di un film che non riesce a decidersi se essere un thriller o un saggio filosofico-religioso, denso di colori caldi ed intensi oppure freddi ed abbaglianti, a seconda degli stati d’animo, che attraversano l’anima inquieta dopo la morte. La combinazione forzata delle due prospettive genera un mix confusionario ed anche un po’ spiazzante.

Si resta ammirati di fronte ad alcune sequenze che potrebbero fornire splendidi sfondi per il desktop del proprio PC e mettono in risalto ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, le meraviglie della computer graphics. Certe immagini hanno richiamato alla mia memoria alcune splendide cover di Roger Dean che anni addietro impreziosivano le copertine dei dischi di vinile di gruppi di rock-progressive come gli Yes, ad esempio.

Bellissima la scena delle bottiglie che contengono i modelli delle navi al loro interno, che s’infrangono contro scogli immaginari, nello stesso istante in cui il padre della ragazza le distrugge in casa propria, vinto dalla disperazione e dall’impotenza di ritrovare la figlia scomparsa. Oppure la pianta le cui foglie volano via come fossero tanti uccelli, al centro del prato pieno di fiori gialli, quando Susie desidera che si compia la vendetta nei riguardi del suo carnefice e ritornano invece al loro posto quando si placa l’odio e ritrova la serenità. Al contrario si sente una sofferenza fisica ed una tensione insopportabile quando la ragazza va incontro al suo destino di violenza e morte, così come in seguito quando la sorella, intuita la vera natura del vicino, decide di entrare di soppiatto in casa sua per trovare le prove e viene dallo stesso sorpresa ed inseguita.

Prese separatamente queste due distinte direttrici del film hanno una loro efficacia e persuasione; unite invece stridono chiaramente, come l’olio nell’acqua. Volendo, ci sarebbe anche da ridire su alcuni particolari: la tana addobbata come una casa delle bambole dove viene uccisa Susie sotto il campo di mais è poco plausibile che sia stato possibile costruirla dall’assassino senza essere mai stato notato: anche perchè non è nascosta da frasche ed è ben in vista; l’intuito di capire, rientrando in casa, che c’è qualcuno dentro, quando la sorella sta cercando le prove nella stanza al piano di sopra, è un po’ forzato: neppure un gatto con le sue vibrisse avrebbe avuto tale sensibilità. Ma in fondo sono piccoli particolari, puntigliosi se vogliamo.

Interessante ed intrigante invece il parallelismo fra il pedofilo ed il padre di Susie: il primo appassionato miniaturista di case in legno in scala finemente arredate e costruite; il secondo di graziosi modelli di navi inseriti e dispiegati poi dentro le bottiglie. Due uomini in fondo uguali nella loro meticolosità e particolarità che rappresentano allo stesso tempo due opposti: un padre di famiglia amoroso della moglie e dei suoi tre figli ed un uomo solo invece con le sue lucide e pazienti perversioni.

Stanley Tucci nei panni del perverso assassino seriale è straordinario nella sua maschera che somiglia in maniera impressionante a Massimo Lopez in versione imbolsita. La ragazzina protagonista, dal nome quasi impronunciabile, Saoirse Ronan, è ideale nel ruolo di angelo strappato alla terra ed alla vita, con due occhi azzurri che bucano lo schermo. Inadatta al ruolo invece, marginale per giunta, Susan Sarandon, che nonostante non sia più una ragazzina, appare comunque inadatta ed anche un po’ troppo caricata nei panni di una nonna gratuitamente anarchica e viziosa.

Mi aspettavo molto di più in definitiva da questo ritorno di Peter Jackson dietro la macchina da presa. La stoffa ce l’ha, indubbiamente ed anche in questo caso, pur nei limiti evidenti, lo dimostra proprio negli eccessi e nelle contraddizioni, ma è troppo ambiziosa nel legare avvenimenti di cruda realtà ed attualità a contenuti di peso e significato completamente diversi, finendo per sfociare in un inutile e sterile immanentismo.