MauPes

Le mie Foto, i Film che vedo, i Libri che leggo…

Diritti e Modalità d’Uso del Materiale Pubblicato

Tutti i testi delle recensioni e le foto (limitativamente alle Categorie ‘Fotografia’ e ‘Varie – Foto’) presenti su questo sito sono di proprietà del suo autore, Maurizio Pessione. Puoi utilizzare sia gli articoli che le foto e ripubblicarli a patto di citare sempre la fonte (l’indirizzo internet https://maupes.wordpress.com) con un link in html, preservando integralmente il contenuto degli articoli e delle foto, riportando anche le informazioni sull’autore.

02/10/2010 Posted by | CINEMA, FOTOGRAFIA, LIBRI | Lascia un commento

Presentazione Argomento Cinema

In questa sezione pubblicherò i commenti ai film che vedo in TV ed al cinema, proponendo il mio personalissimo punto di vista, come una sorta di riflessione indirizzata innanzitutto a me stesso, per meglio comprendere l’opera che ho appena visto. 

Cliccando qui di seguito su ‘Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI FILM è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare quindi il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco a destra e premi il bottone Cerca

Continua a leggere

30/09/2010 Posted by | CINEMA | , , , , , , | 3 commenti

Presentazione Argomento Letture

In questa sezione pubblicherò i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per comprendere il contesto e farsi un’idea generale delle opere.

Cliccando qui di seguito su ’Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco a destra e premi il bottone Cerca

Continua a leggere

30/09/2010 Posted by | LIBRI | , , , , , , , | Lascia un commento

Presentazione Argomento Fotografia

In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie: I Miei Posti, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e quelli dove attualmente risiedo, e relativi dintorni; In Viaggio contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘Famole Strane’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione dove capita, per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

30/09/2010 Posted by | FOTOGRAFIA | , , | Lascia un commento

Film: ‘Perfetti Sconosciuti’

PERFETTI SCONOSCIUTI

Perfetti SconosciutiTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2016

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata: 96’ Regia: Paolo Genovese

Cast: Giuseppe Battiston (Peppe), Anna Foglietta (Carlotta), Edoardo Leo (Cosimo), Marco Giallini (Rocco), Valerio Mastandrea (Lele), Alba Rohrwacher (Bianca), Kasia Smutniak (Eva) 

TRAMA: Rocco e Eva, la sera di un’eclissi di luna, hanno invitato a cena nella loro casa due coppie di amici: Lele e Carlotta, Cosimo e Bianca. In realtà c’è anche Peppe che nell’occasione avrebbe dovuto presentare agli amici la sua nuova compagna, la quale però, a causa di una improvvisa indisposizione ha dovuto dare forfait. In realtà sono i maschi ad essere legati fra loro da rapporti d’amicizia di lunga durata e Bianca, l’ultima ad entrare a far parte della compagnia, non è da molto che si è sposata con Cosimo, dopo aver lasciato un altro con il quale però si sente ancora. Eva è una psicologa e Rocco un chirurgo plastico. Il loro rapporto è tutt’altro che saldo e la figlia diciassettenne vive il delicato passaggio fra l’adolescenza e la maturità, contribuendo con i suoi atteggiamenti ribelli e scostanti ad aumentare l’attrito fra i suoi genitori. Anche Lele e Carlotta non stanno vivendo un bel periodo: due figli ancora in giovanissima età ma fra loro da tempo è calato il sipario sulla passione che sembra invece alimentare la coppia Cosimo e Bianca. Peppe dal canto suo è un insegnante disoccupato e separato, in cerca di nuove opportunità e certezze. Eva, per rendere la serata meno routinaria del solito, eclissi a parte, chiede agli altri commensali di fare un gioco: nell’era dominata dagli smartphone che contengono le informazioni ed anche segreti sulla vita delle persone cui appartengono, perché non concedersi una breve licenza lasciandoli a centro tavolo e durante la cena rendere trasparenti a tutti gli altri i messaggi e le telefonate che arriveranno nel frattempo? La curiosa proposta viene accolta con sorpresa ed in alcuni casi con imbarazzo, ma infine tutti accettano, seppure con poca convinzione e per non dare adito a sospetti. Il risultato però è, o per meglio dire sarebbe (si capirà infine perché), devastante.

VALUTAZIONE: il film che ha vinto, un po’ a sorpresa forse, il David di Donatello dell’ultima stagione si svolge interamente dentro un appartamento ed è quindi d’impronta teatrale. Il tema da un lato evidenzia quanto troppo spesso l’ipocrisia regna sovrana nel definire parole come amore, amicizia e tolleranza sessuale; dall’altro a qual punto lo sviluppo degli smartphone e dei social network sia diventato impattante sulla sfera privata. Interpreti molto bravi per un’opera non originale nell’impostazione ma inattaccabile dal punto di vista della sceneggiatura e dei dialoghi. Si sorride spesso, ma in un crescendo di amarezza.                                                                                                                                                                                                                                                                                    

Un’indagine svolta dal CENSIS a marzo dello scorso anno, ha dato i seguenti risultati, da tempo in continuo crescendo: oltre metà della popolazione italiana usa uno smartphone ed è iscritta a Facebook. Di questa, oltre l’ottantacinque per cento è costituita da persone sotto i trent’anni.

perfetti-sconosciuti-18Se si considera che recentemente è stato superato nel mondo il miliardo di utenti che usano la chat Whatsapp, questo dato fornisce la misura di quanto oramai le nostre informazioni personali siano spalmate su Internet con il decisivo contributo degli apparati mobili e quindi siano accessibili, seppure a vario titolo a chi le spedisce/riceve, ma pure registrate, veicolate e conservate nei server sparsi per il mondo. Ne consegue inevitabilmente il rischio che un estraneo o qualche organizzazione possa accedervi ed usarle per ragioni di lucro, ma non solo, nonostante le password e le presunte sicurezze garantite dai gestori delle applicazioni usate e dei data center.

perfetti-sconosciuti-01Paolo Genovese, regista e coautore della sceneggiatura di ‘Perfetti Sconosciuti’, ha quindi opportunamente colto un tema d’attualità e la contraddizione insita in chi usa questi strumenti tecnologici che forniscono le più veloci e pratiche possibilità di comunicazione ma che al tempo stesso sono pure inevitabilmente vulnerabili, che ci piaccia o no sentircelo dire ed ammetterlo a noi stessi.

perfetti-sconosciuti-06La facilità d’uso e la comodità di poter raggiungere in un baleno qualcuno che sta a pochi metri di distanza così come all’altro capo del mondo, agendo semplicemente sul display ‘touch’ di uno smartphone; la possibilità di conservare nella sua memoria una sorta di cronistoria della nostra vita, costituita da messaggi, email, foto e video, è così sorprendente, intrigante ed alla portata di tutti che spesso trascuriamo di considerare il rovescio della medaglia, cioè quanti incida tutto ciò nella nostra sicurezza personale e privacy. La crescita esponenziale dei terminali venduti d’altronde è costante. Nei centri commerciali se vi capita di vedere un assembramento di persone intorno ad una ‘isola’ state pur certi che si tratta di quella dedicata agli smartphone, oggetto di desiderio e status symbol per antonomasia.  

perfetti-sconosciuti-04Presumere però che il PIN della SIM e qualche password, spesso oltretutto di facile interpretazione, siano una garanzia di sicurezza assoluta è un azzardo, dato che molte delle informazioni che si ritengono protette nel proprio PC, smartphone, iPad o tablet, in realtà sono pure condivise su Internet via chat, social network ed email, con il risultato che seminiamo continuamente tracce della nostra vita ed attività di relazione che vengono memorizzate in varie modalità la cui affidabilità in termini di riservatezza è sottoposta a continui attacchi da parte di hacker che agiscono per loro conto, di organizzazioni e persino governi.

perfetti-sconosciuti-03Chiusa questa digressione che proviene dalla deformazione professionale, la sceneggiatura di ‘Perfetti Sconosciuti’ scritta a dieci mani da Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini, Rolando Ravello e dallo stesso Genovese, aggiunge un ulteriore elemento a questa già nota vulnerabilità. Un conto infatti è ritenere, a ragione o meno, che le informazioni contenute in uno smartphone siano adeguatamente protette dalle intrusioni e dagli sguardi interessati e curiosi altrui; un altro è accettare volontariamente, per scherzo o per gioco, di condividerle seppure per un periodo limitato di tempo, come propone Eva ai suoi ospiti a proposito dei messaggi e delle telefonate che arriveranno nel corso della cena. Specie poi se queste persone sono amici e/o partner e quindi sensibili, se non addirittura direttamente interessati. La reazione degli uomini è un classico, si può dire, perché immediatamente, a differenza delle loro compagne, s’innesca un atteggiamento di cameratismo e complicità. Cosimo: ‘…ma Eva… che segreti ce voi avé?…‘. Lele: …ma magari, magari! Ce conosciamo tutti a memoria…‘. Peppe: ‘…infatti, speriamo che ci sia ancora qualche segreto, sennò sai che palle!…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

03/09/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Il Potere Del Cane’

IL POTERE DEL CANE

Il Potere Del CaneDi Don Winslow

Anno Edizione 2009

Pagine 714

Costo € 22,00

Traduzione di Giuseppe Costigliola

Ed. Einaudi (collana ‘Stile Libero Big’) 

TRAMA: confine fra Messico e USA, dove si combatte il narcotraffico, in un periodo che va dal 1975 al 2004. I rispettivi governi sono impegnati a gestire questa lotta continua e senza esclusione di colpi, ma oltre agli interessi economici non meno importanti sono quelli politici. Negli anni della ‘guerra fredda’, l’ossessione della Casa Bianca e di Nixon nello specifico, è quella di stroncare in America Latina qualsiasi deviazione in senso comunista, avendo già la spina nel fianco di Cuba. Art Keller, già veterano del controspionaggio americano in Vietnam ed ora poliziotto della DEA (l’agenzia antidroga degli Stati Uniti) è un individualista, critico verso il suo stesso governo ma determinato a distruggere il cartello messicano della droga, specie dopo che ne è rimasto vittima il suo amico Ernie. Don Miguel Angel Barrera, detto ‘Tio’ collabora con la DEA ma in realtà fa il doppio gioco, addestrando al tempo stesso il nipote Adàn e suo fratello Raul, allo scopo di eliminare tutti i concorrenti ed avere campo libero per ricreare una nuova organizzazione, la ‘Federaciòn’, ancora più potente e ramificata. L’irlandese Sean Callan è diventato uno spietato killer della mafia italiana, dopo aver reagito con freddezza e cinismo di fronte ad un sopruso subito dal suo amico O-Bop da parte di un taglieggiatore locale, ma possiede anche una vena romantica che manifesta nei confronti di Siobhan prima e di Nora Hayden poi. Qust’ultima è di una bellezza mozzafiato sin da giovanissima, destinata però a sfiorire presto se restasse vicina ad un padre drogato che la sfrutta ed una madre assente, ma grazie ad un’abile ‘imprenditrice del sesso’, diventa una prostituta di lusso, elegante, istruita, irresistibile e che impara presto ad ‘usare il pene dei suoi clienti come un guinzaglio’. Ironia vuole che incontri, subito dopo un terremoto distruttivo dal quale si è salvata fortunosamente, uno strano prete come Juan Ocampo Parada, destinato a scalare le gerarchie ecclesiastiche sino a diventare cardinale, nonostante le sue idee siano tutt’altro che allineate ai dogmi del Vaticano. Nora lo aiuta nel prestare i soccorsi ed instaura con lui un profondo rapporto d’amicizia ed affetto. Fra servizi segreti deviati, corruzione politica, atroci vendette fra famiglie rivali che mirano al comando del cartello della droga e ciniche strategie ideologiche di alcuni apparati della DEA, un gruppo di personaggi intrecciano le loro storie personali. Art Keller è inizialmente al fianco dei Barrera per poi diventarne l’acerrimo ed instancabile nemico quando si rende conto di essere stato usato per i suoi obiettivi criminali. Nora diventa per caso l’amante di Adàn, ma alla morte violenta di Parada la sua nuova missione è smascherarne gli assassini. Callan dopo essere precipitato in un baratro di violenza e solitudine al soldo della mafia e del fanatico e corrotto ex colonnello Sal Scachi, deve decidere infine in pochi attimi da che parte stare e se vale ancora la pena di riscattare la sua vita al fianco della donna che ama. Il finale coinvolge questi cinque personaggi, ma molti altri s’incontrano nel corso della lunga e tormentata vicenda e molti di essi cadono vittime di una guerra di potere dagli oscuri e subdoli risvolti.     

VALUTAZIONE: potente romanzo che l’autore è riuscito brillantemente a condurre nel corso di oltre 700 pagine, nonostante la complessità della trama ed il numero dei personaggi coinvolti, con una padronanza e lucidità narrativa fuori dal comune. Winslow non solo riesce a spiegare con chiarezza le problematiche legate al narcotraffico fra Messico e USA, ma ha messo a punto una storia, in alcuni momenti molto dura, di grande fascino e respiro, senza concedere tregua al lettore. Da non perdere insomma.                                                                                                                                                                                                                                     

Nel Vecchio Testamento, “il potere del cane” si riferisce alla capacità e alla volontà dei ricchi e potenti di opprimere i poveri e quelli che non hanno potere‘. L’affermazione è tratta da un’intervista allo stesso scrittore Don Winslow.

Il Potere del Cane 06La parola ‘potere’ può assumere quindi molti significati e persino sfumature. Quando la si usa a proposito dello stato, ad esempio, viene associata ad una serie di organi o istituzioni fra esse collegate che hanno il compito ed il potere, appunto, di gestire la cosa pubblica. Ammesso che poi le persone che le rappresentano non escano dai binari del ruolo loro assegnato per sfruttarne i privilegi ed ottenere vantaggi personali a scapito della comunità. 

Se è invece un dittatore ad esercitare il potere, lo stesso termine assume inevitabilmente connotati inquietanti, perché significa che la democrazia e l’opposizione interna sono state soffocate per sostituirle con un sistema totalitario. Andando più indietro nel tempo il potere era gestito da re ed imperatori, legittimati per linea ereditaria o che si auto legittimavano brandendo la spada.

In tempi più vicini a noi si può parlare anche di potere finanziario, che non significa banalmente l’acquisto di un bene da parte del singolo e di una organizzazione, ma è costituito dalle lobby, spesso trasversali e sovranazionali, che condizionano dalla loro influente posizione i governi degli stati ed il destino economico dei loro popoli. Ma questo è un discorso che, se volessimo svilupparlo più approfonditamente, ci porterebbe molto più lontano rispetto ai temi stessi che l’opera di Winslow comunque propone.

Il Potere del Cane 15C’è poi un’altra forma di potere, che agisce fuori da ogni regola e legge, seminando violenza e paura, la quale agisce in antitesi alle istituzioni, puntando nel tempo ad insinuarsi ed a confondersi all’interno delle medesime. L’allusione è ovviamente rivolta a mafia, ‘ndrangheta e camorra.

Al confine fra Messico e Stati Uniti ad imporre ‘il potere del cane’ è il Cartello della ‘Federaciòn’, che gestisce il traffico della droga fra i due paesi. Il romanzo dello scrittore americano è quindi ambientato in un quadro di aberrante brutalità, sopraffazione, regolamento di conti, corruzione delle istituzioni e complicità fra le organizzazioni criminali e gli stessi apparati dello stato che avrebbero invece il compito di combatterle e distruggerle.

Il Potere del Cane 07Per Art Keller, uno dei protagonisti di questa storia, la questione è innanzitutto di natura sociologica per gli effetti che il traffico della droga provoca sulle vittime, cui si aggiungono problemi di natura etica e politica: ‘…soltanto un decimo dei fondi stanziati viene speso in campagne di informazione e programmi di cura, contro i nove decimi destinati alle attività di repressione? E come se non bastasse, nessuno ha mai investito abbastanza per risolvere il problema alla radice. Spendiamo miliardi per tenere in prigione i colpevoli di reati connessi alla droga, e le carceri si riempiono a tal punto che siamo costretti a liberare degli assassini. Per non parlare del fatto che in America i due terzi dei crimini «non connessi alla droga» vengono compiuti da persone che si trovano sotto l’effetto degli stupefacenti o dell’alcol. E le nostre soluzioni sono le solite, inutili non-soluzioni: costruire nuove prigioni, assumere più poliziotti, spendere altri miliardi di dollari per non curare i sintomi ed evitare a tutti i costi di studiare la malattia. Nel quartiere dove abito, la maggior parte di quelli che vorrebbero disintossicarsi non possono nemmeno permettersi di entrare in terapia: le polizze sanitarie che rimborsano quel genere di interventi costano una fortuna, e sono in pochi ad averle…‘….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

24/08/2016 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘I Guerrieri Della Notte’

I GUERRIERI DELLA NOTTE

I Guerrieri Della NotteTitolo Originale: The Warriors

Nazione: USA

Anno:  1979

Genere:  Azione, Thriller, Drammatico

Durata: 93’ Regia: Walter Hill

Cast: Michael Beck (Swan), James Remar (Ajax), Dorsey Wright (Cleon), David Harris (Cochise), Roger Hill (Cyrus), David Patrick Kelly (Luther), Tom McKitterick (Cowboy), Terry Michos (Vermin), Thomas G. Waites (Fox), Ginny Ortiz (Ragazza del Supermercato), Marcelino Sánchez (Rembrandt), Paul Greco (Sully), Brian Tyler (Snow), Mercedes Ruehl (Poliziotta in Borghese), Lynne Thigpen (Deejay), Deborah Van Valkenburgh (Mercy), Sonny Landham (Poliziotto), Debra Winger (Ragazza ‘figlia di papà’ in treno) 

TRAMA: il carismatico Cyrus, capo della gang dei Riffs di New York, ha convocato le altre gang della metropoli, ognuna con nove rappresentati, per un raduno notturno nel corso del quale conta di convincerle a celebrare la loro unione per assumere il predominio della città a scapito delle forze dell’ordine.  I Guerrieri (Warriors) di Coney Island, famosi per il loro coraggio, per raggiungere la destinazione devono percorrere oltre cinquanta miglia, passando attraverso i territori di numerose altre gang. Cyrus, grazie alla sua retorica coinvolgente eccita dal palco improvvisato la platea sottostante che vede le gang per la prima volta riunite una di fianco all’altra nelle loro variopinte divise, ma Luther, il balordo capo dei Rogues, punta una pistola, passata di mano in mano fra i suoi compagni e spara a Cyrus colpendolo a morte. Nell’immediato fuggi fuggi generale che provoca l’assassinio, mentre interviene la polizia le cui auto a fari spenti si erano appostate vicino al luogo del raduno, Fox dei Warriors ha visto tutta la scena e fissa incredulo Luther. Quest’ultimo gli punta la pistola contro ma accecato dall’abbaglio di un faro ne perde il contatto visivo. Subito dopo però scorge Cleon, capo dei Warriors ed allora lo indica urlando come il responsabile della morte di Cyrus. Cleon non ha neppure il tempo di reagire; viene circondato e pestato a morte. La fuga degli altri otto Warriors è condizionata subito da un problema interno al gruppo: chi deve assumere il comando fra Swan, che ha le caratteristiche del leader, freddo e determinato, oppure lo spavaldo e rissoso Ajax. Il problema più grande ancora però che devono risolvere i Guerrieri è come tornare a Coney Island, anche perché la radio privata delle gang ha immediatamente diffuso il messaggio che incolpa loro dell’omicidio di Cyrus ed incarica le altre bande dei territori, che i fuggitivi dovranno attraversare per tornare a casa, di catturarli e consegnarli ai Riffs. Inizia così una sorta di caccia all’uomo che vede gli otto Warriors costretti a scappare, nascondersi, dividersi e lottare con alcune pericolose gang dai vestiti e nomi stravaganti come gli Orphans, i Baseball Furies ed i Turnbull Ac’s. Tre di loro finiscono anche nel tranello erotico di una gang di ragazze, le Lizzies, dalle quali si salvano miracolosamente grazie all’intuito del più giovane dei Warriors, Rembrandt, che di solito ha l’incarico di usare una bomboletta a spruzzo per lasciare il segno del loro passaggio. Gli stessi Rogues sono interessati ad intercettarli ed a eliminarli per evitare che i Guerrieri possano difendersi dalle infamanti e false accuse. Fox nel frattempo muore sotto un treno della metro lottando con un poliziotto e Mercy, una ragazza degli Orphans, ha deciso di unirsi ai fuggitivi essendo rimasta colpita dal loro coraggio e particolarmente da Swan. Ajax viene invece arrestato in un parco dove una bella poliziotta travestita e seduta da sola su una panchina dopo aver attirato la sua attenzione e convinto di poterne facilmente approfittare, poco dopo l’ha ammanettato a quella stessa panchina richiedendo l’intervento dei suoi colleghi che pestano Ajax quando tenta di liberarsi e reagire. Dopo varie peripezie, scontri e fughe, i Warriors riescono comunque a riunirsi ed a salire sul metro che li conduce sino a casa dove però ad attenderli ci sono i Rogues di Luther che a bordo di un’auto dall’aspetto sinistro sbatte fra loro ritmicamente alcune bottigliette vuote infilate fra le dita ed invita con enfasi provocatoria i Warriors a giocare alla guerra. Swan allora per farla finita si muove con gli atri compagni in direzione della spiaggia dove invita Luther a battersi da solo con lui, ma il rivale vigliaccamente lo minaccia invece con la pistola. Swan però si era preparato un coltello dietro la schiena ed è veloce ad estrarlo e colpire Luther proprio sull’avambraccio della mano che impugna la pistola. Subito dopo appaiono da dietro le grandi dune di sabbia della spiaggia i Riffs…      

VALUTAZIONE: un ‘cult’ di fine anni settanta in versione ampliata da alcune immagini fumetto che rendono ancor più evidente il carattere metaforico dell’opera. Walter Hill ha realizzato con ‘The Warriors’ un film western moderno che ha avuto un successo immediato e strepitoso, grazie all’originalità dell’ambientazione, alla tensione che lo caratterizza per tutta la durata, alla musica trascinante ed agli scontri spettacolari fra i fuggitivi e le stravaganti gang che cercano di catturarli. Rivisto oggi, è un film che pur datato, mantiene intatto il suo particolare fascino e carisma.                                                                                                                                                                                             

‘I Guerrieri Della Notte’ è un film che lo spettatore può affrontare in due modi: accontentandosi di assistere a quello che mostra, il che significa comunque godersi un intenso spettacolo d’azione, avventura e tensione, oppure approfondirne il significato e la genesi, la quale in tal caso lo porta a scoprire, ad esempio, che l’origine della trama si rifà addirittura all’Anabasi di Senofonte.

I Guerrieri Della Notte 04Costui era uno dei diecimila mercenari greci al comando di Ciro il Giovane che s’incunearono in profondità nel territorio persiano allo scopo di scalzare dal trono il fratello Artaserse II. Morto Ciro durante la battaglia di Cunaxa nel 401 avanti Cristo, i mercenari greci ritennero conclusa la loro missione e cercarono di tornare in patria. Lo stesso Senofonte si ritrovò ad assumere il ruolo di generale dell’armata che doveva difendersi nel lungo e pericoloso percorso a ritroso che durò circa un anno, traditi ed attaccati da più parti da popoli sottomessi ai persiani che cercarono d’impedire loro di raggiungere il mare e quindi tornare in Grecia.

I Guerrieri Della Notte 14Naturalmente sapere tutto ciò non è obbligatorio, né pregiudica in qualche modo la comprensione del film di Walter Hill, ma si può intendere anche da tale citazione perché il capo dei Riffs ucciso si chiama Cyrus. In particolare, se lo spettatore ha l’occasione di vedere questa versione in formato ‘Director’s Cut’, già le prime immagini dell’opera, non inserite a suo tempo in quella uscita sugli schermi, sono arricchite da alcuni fumetti che evidenziano proprio questo parallelismo storico definendo entrambe le vicende, dei Greci in Persia e dei Warriors a New York, come storie di coraggio. Altri fumetti sono stati quindi inseriti nel corso del film come a dividerlo in vari capitoli. La trama dell’opera in oggetto accomuna l’impresa dei Guerrieri per tornare sani e salvi a casa superando una sorta di percorso vita fra innumerevoli difficoltà ed avversari determinati ad impedirglielo, a quella dei mercenari greci.

I Guerrieri Della Notte 25Ma non basta. Nella corso della fuga dei Warriors qualcuno vi ha letto anche una rilettura delle opere di Omero, confermata dal fatto che uno dei protagonisti si chiama Ajax come Aiace Talamonio, cugino di Achille, grande combattente e uomo dal fisico statuario, protagonista dell’Iliade. Alla stessa stregua nell’episodio delle Lizzies, la gang tutta al femminile cerca di attrarre in un tranello, come le sirene nei confronti di Ulisse ed i suoi compagni nell’Odissea, tre componenti i Warriors rimasti temporaneamente isolati dagli altri, promettendo loroI Guerrieri Della Notte 06 facile ed irrinunciabile divertimento. E lo stesso si può dire pure a proposito di Ajax, catturato da una poliziotta in borghese che per attirarlo si finge l’irresistibile tentazione per una sveltina, nonostante i compagni in fuga abbiano cercato invano di dissuaderlo e tornando poi indietro un paio di loro per recuperarlo, non possono che assistere passivamente di nascosto alla sua cattura.

A proposito delle Lizzies è curioso il fatto che in un’opera nella quale il lato estetico delle gang maschili è curatissimo ed il regista Walter Hill nel dotarle di costumi di grande effetto visivo ed in alcuni casi colori ed abiti sgargianti, come in una sorta di sfilata di moda improvvisata, sia proprio la gang al femminile quella meno riconoscibile ed anonima. D’altronde è proprio la loro strategia quella di catturare i malcapitati di turno apparendo ragazze qualsiasi a caccia di facili avventure. Lo stesso look dei Warriors, modesto e spartano rispetto ad altre gang, ricorda quello dei gladiatori che combattevano sull’arena per garantirsi la sopravvivenza…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

13/08/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘L’Amante Di Lady Chatterley’

L’AMANTE DI LADY CHATTERLEY

L'Amante di Lady ChatterleyDi David Herbert Lawrence

Anno Edizione 1928

Pagine 377

Costo € 8,50

Traduzione di Sandro Melani

Ed. Garzanti Libri (collana ‘I Grandi Libri’)

 

TRAMA: Constance Reid e la sorella Hilde, figlie di Sir Malcolm, hanno trascorso un’adolescenza piacevole e tollerante, divise fra arte e politica. A Dresda, dove sono state mandate a studiare musica, hanno goduto notevole libertà, discutendo ed amoreggiando con altri studenti. Il padre, uomo di mondo, l’ha capito subito al loro ritorno a casa a Kensington per le vacanze estive, ma non se n’è fatto un cruccio. Poco prima dello scoppio della guerra nel 1914 la loro madre è morta e le due sorelle sono tornate precipitosamente a casa. I loro giovani spasimanti tedeschi nel frattempo sono deceduti al fronte. Hilda s’è consolata sposando quasi subito un uomo parecchio più anziano di lei, ma benestante; Constance invece ha conosciuto Clifford Chatterley nel circolo culturale che frequentavano a Cambridge. Un giovane aristocratico, figlio di Sir Geoffrey, proprietario della grande tenuta di Wragby nei Midlands che domina le miniere di carbone circostanti. Poco prima che Clifford partisse per la guerra, Constance l’ha sposato. Al suo ritorno però, gravemente ferito, Clifford non è più quello di prima, essendo rimasto paralizzato dalla cintola in giù. Anche il fratello maggiore è morto e poco dopo anche il padre, che non ha retto al dolore. Clifford è diventato perciò il signore di Wragby, seppure non può più generare eredi. Nonostante ciò, Constance lo accudisce amorevolmente. Clifford, anche se i mezzi economici gli consentirebbero di risiedere a Londra, preferisce rimanere a Wragby, incurante del fatto che la gente del posto, di differente classe sociale, mal sopporta lui ed anche la moglie. Dopo qualche tempo egli inizia a scrivere racconti, trascorrendo intere serate a discuterne con Constance. Il loro rapporto è ancora solido quindi, non condizionato sino a quel momento dalla menomazione fisica subita. Constance riempie il suo tempo occupandosi anche della gestione della casa. Clifford però pensa soprattutto a se stesso senza considerare il sacrificio della moglie ed è talmente lusingato dal successo dei suoi racconti pubblicati nel frattempo che diventa persino ospitale, invitando spesso nella sua dimora alcuni giovani intellettuali della zona. Constance ascolta i discorsi fra uomini e si preoccupa di gestirne l’andirivieni. Come l’irlandese Michaelis, uno scrittore di commedie che ha avuto fortuna in USA ed inizialmente anche nel Regno Unito, sinché il suo sarcasmo non è stato interpretato come irriverente dagli stessi nobili che le leggevano e quindi è stato emarginato. Non da Clifford comunque. Con il passare del tempo però Constance si sente soffocare in quella esistenza isolata e routinaria. Il padre stesso, in visita a Wragby, trovandola deperita le suggerisce di farsi un amante. Constance quindi non si ritrae di fronte alle avance di Michaelis, ma è una storia che dura poco. Lo stesso Clifford, da sempre poco attratto dal sesso, ipotizza la possibilità che possa partorire un figlio non suo, così da risolvere il problema dell’erede Constance nel frattempo ha conosciuto il guardacaccia Oliver Mellors, figlio di un minatore, che è stato soldato in India dove era attendente di un ufficiale ed ha alle spalle un matrimonio fallito. Mellors è un tipo solitario e scontroso ma di animo sensibile, che passa gran parte del suo tempo nella tenuta di Wragby, in compagnia del solo cane fedele, a costruire gabbie per i fagiani. Constance è attratta dalla sua riservatezza al limite della scontrosità. Mellors infatti sembra volerla evitare ma i contatti fra loro, per volontà della donna, diventano sempre più frequenti sinché scoppia una travolgente passione. Per la prima volta Lady Chatterley si lascia trasportare dall’istinto e dai sensi, piuttosto che dalla ragione e per la prima volta si sente anche una donna libera e completa. Gli incontri amorosi con Mellors diventano sempre più attesi ed ardenti, mentre Clifford, oramai da un pezzo ha per governante la vedova Mrs. Bolton che lo accudisce nei suoi bisogni fondamentali ed oltre alla scrittura si è appassionato all’ingegneria di alcuni nuovi macchinari da utilizzare in miniera. Durante una vacanza a Venezia con la sorella ed il padre, Constance scrive a Clifford l’intenzione di lasciarlo, mentre la moglie di Mellors dopo molto tempo torna a farsi viva e venuta a conoscenza della sua storia con Lady Chatterley, cerca di trarne un vantaggio economico. Le speranze dei due amanti sono messe perciò a dura prova dalle difficoltà oggettive che le regole della società e delle convenzioni impongono loro.    

VALUTAZIONE: un mix di tradizione, trasgressione e passione ad alto grado di erotismo, che non stupisce se ha suscitato così tanto scandalo all’inizio del secolo scorso. David Herbert Lawrence ha scritto infatti un romanzo che esalta la femminilità, l’eros ed il diritto delle donne a vivere un’esistenza piena, non subalterna e sacrificata, come imponevano le regole dell’epoca. Grazie anche all’elegante traduzione di Sandro Melani, la prosa delle scrittore inglese è fluida ed inaspettatamente moderna, mai banale e superficiale. I temi relativi al ruolo travolgente dell’istinto sulla ragione in ambito sentimentale, il peso oppressivo delle convenzioni e le barriere imposte dalle differenti classi sociali risaltano in modo costruttivamente provocatorio.                                                                                                                                                                                                                      

Più ancora degli aspetti trasgressivi di stampo sessuale che contiene questa famosa opera i quali, mi si creda o no, non conoscevo neppure prima d’iniziare a leggerla, quello che mi ha spinto a farlo è stata innanzitutto una motivazione di tipo campanilistico, essendo incappato per caso recentemente nel passo che segue.

Lady Chatterley 26…. Se vuoi conoscere un posto dove riposare in Italia, ti dico Lerici, ma vieni e stai qui con noi a Fiascherino’ . Così lo scrittore inglese David H. Lawrence, autore di ‘Lady Chatterley’, scriveva a Edward Garnett il 6 ottobre del 1913, durante il suo soggiorno a Fiascherino, dove visse dal 1913 al 1914 con la sua compagna, la rossa Frieda, sorella del Barone Rosso, leggendario aviere tedesco. E non solo le bellezze del paesaggio hanno attratto questi personaggi, ma anche i profumi e i sapori della cucina. ‘Il nostro villaggio è Tellaro. Sorge a picco sulle rocce del mare, un covo di pirati di duecento anime. La chiesa è sull’acqua. C’è una leggenda che dice che una notte la campana della chiesa suonò e continuò a suonare. La gente si svegliò terrorizzata, la campana suonava misteriosamente. Si scoprì che la corda della campana era caduta sulla punta di uno scoglio e un polpo ne aveva afferrato la cima e la stava tirando. Mi sembra impossibile. Gli uomini vanno a pescare il polpo con esca bianca e una lunga fiocina. Ne prendono di grossi talvolta di sei o sette libbre, e tu non hai mai visto niente di così diabolicamente brutto. Ma sono buoni da mangiare….‘.

Lady Chatterley 07Essendo nato a Lerici, dove sto scrivendo anche questo commento mentre trascorro uno dei periodi dell’anno nei quali il lavoro e le esigenze familiari a Milano ed in Brianza mi consentono di tornarci, mai più mi sarei aspettato, non solo di trovarmi di fronte ad un romanzo che per stile di prosa ed anche per le tematiche che affronta non sembra proprio che sia stato scritto oltre cento anni fa (seppure questo fatto capita spesso con gli autori classici di qualità), ma che descrive in maniera esplicita alcuni episodi erotici fra i protagonisti da far arrossire, e non passi per una battuta, l’autrice di ‘Cinquanta Sfumature di Grigio’. Di certo con una intensità e profondità sensuale che quest’ultima opera, al confronto, non sfiora neppure ed evito di addentrarmi ulteriormente in un paragone comunque improponibile ed inutile, anche perché dare soltanto la patina di romanzo erotico a ‘L’Amante di Lady Chatterley’ sarebbe riduttivo ed ingiusto.

Lady Chatterley 16D.H. Lawrence sapeva bene comunque cosa stava scrivendo e quali tasti sensibili per i costumi di quell’epoca stava toccando, non solo in termini erotici (‘…quella notte, nella sua strana e fragile nudità da ragazzino, (Mellors) fu un amante più eccitato. Per Connie fu impossibile raggiungere l’orgasmo prima che lui avesse finito col suo. E lui, con la sua nudità e morbidezza da ragazzino, risvegliò in Connie una certa intensa passione; lei dovette continuare dopo che lui ebbe finito, in un selvaggio e tumultuoso alzarsi ed abbassarsi dei lombi, mentre lui si teneva eroicamente eretto, e presente dentro di lei, con tutta la sua volontà, offrendosi a lei, finché lei non raggiunse l’acme con piccole, strane grida…), ma anche dal punto di vista delle convenzioni sociali, descrivendo e legittimando un’intensa storia d’amore fra due persone già sposate, le quali nel venire meno agli impegni assunti con i rispettivi partner, hanno a loro discolpa e differenti e comprensibili ragioni: il marito di Lady Chatterley è impotente, mentre la moglie di Oliver Mellors è scappata con un altro uomo, dopo averlo tradito ripetutamente con altri; ma ancora meno sopportabile e scandaloso, per la mentalità del tempo, è la loro appartenenza a due classi sociali differenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

06/08/2016 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Uomini Selvaggi’

UOMINI SELVAGGI

Uomini SelvaggiTitolo Originale: Wild Rovers

 Nazione: USA

Anno:  1971

Genere:  Western

Durata: 110’ Regia: Blake Edwards

Cast: William Holden (Ross Bodine), Ryan O’Neal (Frank Post), Karl Malden (Walter Buckman), Lynn Carlin (Sada Billings), Tom Skerritt (John Buckman), Boyd ‘Red’ Morgan (Pastore), James Olson (Joe Billings), Mary Jackson (Madre Di Sada), William Lucking (Ruff), Caitlin Wyles (Amica di Ross), Bob Beck (Addetto ai bagni), Dick Crockett (Vice Sceriffo), Hal Lynch (Mack), Ed Long (Cassidy), Alan Carney (Barista del “Palace”), Rachel Roberts (Maybell), Moses Gunn (Ben), Victor French (Primo Sceriffo), Geoffrey Edwards (Suo Figlio), Lee de Broux (Leaky), Jack Garner (Capitano Swilling), Joe Don Baker (Paul Buckman), Leora Dana (Nell Buckman), Sam Gilman (Hansen), Charles Gray (Savage), William Bryant (Hereford), Patrick Sullivan Burke (Tenore), Ted Gehring (Sceriffo Benson), Studs Tanney (Pianista), Bennie Dobbins (Pastore), Ed Bakey (Giocatore), Bruno VeSota (Barista alla “Cantina”)

TRAMA: Ross e Frank sono cowboys al soldo del mandriano Walter Buckman. Mentre Ross ha già cinquant’anni ed ha trascorso una vita a marchiare buoi, Frank ne ha solo la metà, ma sono già stati sufficienti per convincerlo a non spenderne altrettanti con quel mestiere. Lo stesso Ross gli ha confidato che non ha mai visto un cowboy mettere da parte i soldi sufficienti per aspirare a qualcosa di meglio. Frank allora gli propone di rapinare la banca del paese, poco distante dal ranch di Buckman, per poi fuggire assieme verso il Messico, dove Ross è già stato e dice che con un po’ di soldi si può fare la bella vita. La notte stessa, mentre Frank tiene in ostaggio la famiglia del responsabile dell’agenzia bancaria, Ross costringe quest’ultimo ad accompagnarlo ed a farsi consegnare un bel gruzzolo. Al ritorno l’agguato di un coguaro uccide il cavallo di Ross, facendo fuggire quello di Frank che torna solitario al ranch di Buckman. I due compari per scappare sono quindi costretti a prendere l’unico cavallo di proprietà del bancario. Raggiunto un allevatore di muli, ne scambiano uno con il cagnolino che Frank teneva nascosto dentro la giacca ed ha rubato dalla cucciolata della cagna del bancario, uccisa anch’essa dal coguaro. Nel frattempo a Buckman non è andata giù che due suoi mandriani si siano resi protagonisti di un misfatto del genere ed assieme allo sceriffo organizza una squadra, che include anche i suoi due figli, per raggiungere Ross e Frank e riportarli indietro, possibilmente vivi. Durante la sosta nella locanda di un paesino, mentre Ross se la spassa con una prostituta, Frank chiede di partecipare al tavolo da poker attorno al quale alcuni uomini stanno giocando e forte anche dei soldi della rapina, in breve fa saltare il banco. Un paio di questi però reagiscono male e ne nasce una sparatoria, durante la quale Frank rimane ferito ad una gamba. Fuggiti precipitosamente, Ross e Frank riprendono il viaggio ma la ferita di Frank ben presto s’infetta e nonostante Ross tenti con mezzi di fortuna di curarla, costretto a stare lunghe ore a cavallo il giovane continua a peggiorare ed infine muore. Mentre Ross prosegue da solo il viaggio ad inseguirlo sono rimasti solo i figli di Buckman, nel frattempo morto nel corso di una sparatoria con un altro mandriano, colpevole di invadere con le pecore i suoi pascoli.         

VALUTAZIONE: un western atipico, del filone cosiddetto crepuscolare, girato fra alcuni dei suoi scenari più tipici e suggestivi. Prima ed unica esperienza nel genere classico per antonomasia da parte di un maestro della commedia come Blake Edwards. Nonostante la casa di produzione MGM lo abbia massacrato, ritenendolo poco spettacolare e perciò tagliando oltre quaranta minuti rispetto alla versione pensata dal regista, è un film a suo modo originale e riuscito che risalta gli aspetti meno elegiaci della vita del cowboy, pur conservando molti elementi peculiari del genere d’appartenenza.

Ho provato a contarli e sembra che nel 1971 siano stati realizzati ben sessantasei western. Se non ci credi, vai QUI e contali tu stessa/o. Erano altri tempi comunque, quando questo genere figurava fra i più apprezzati, seguiti e prodotti, mentre i film western prodotti al giorno d’oggi si contano al più sulle dita di una mano.

Uomini Selvaggi 05Fra quelli girati in quell’anno comunque ce ne sono alcuni che per ragioni diverse sono entrati di diritto in una ipotetica lista di riferimento del genere, da ‘Giù la Testa’ di Sergio Leone, a ‘I Compari’ di Robert Altman; da ‘Uomo Bianco và col tuo Dio!’ di Richard C. Sarafian, a  ‘Chato’ di Michael Winner ma anche, perché no, ‘Continuavano a Chiamarlo Trinità’ di E.B. Clucher con la coppia Terence Hill e Bud Spencer, recentemente scomparso.

Uomini Selvaggi 02Tutte opere molto diverse l’una dalle altre, sia stilisticamente che a livello di contenuti. ‘Uomini Selvaggi’ di Blake Edwards è un film a se stante, che ripercorre l’epopea del western dal lato minimale, senza icone alla John Wayne per intenderci, né ‘lupi solitari’ e carismatici alla Clint Eastwood. Già, proprio Blake Edwards, il regista che ha diretto Peter Sellers nella famosissima serie de ‘La Pantera Rosa’, lo spassosissimo ‘Hollywood Party’, oppure il leggero ma divertente ‘Operazione Sottoveste’ con Cary Grant e Tony Curtis ed altri classici della commedia come ‘Colazione da Tiffany’, ‘Victor Victoria’, ‘Micky e Maude’. Mi fermo qui, la lista mi sembra che renda già abbastanza l’idea.

Uomini Selvaggi 14Sembra quasi impossibile che un regista brillante come Blake Edwards abbia potuto calarsi, nell’unico western che ha diretto, in una lettura così poco appariscente, se così si può dire, senza eroi ed attenta a mettere in evidenza dettagli del quotidiano di quel selvaggio e rude ambiente normalmente trascurati o sorvolati dagli autori più canonici del genere, raccontando la storia di due cowboy qualsiasi che decidono di dare una sterzata alla loro vita monotona ed incolore rapinando una banca per scappare quindi in Messico e darsi alla bella vita. Due personaggi tanto diversi fra loro per età e carattere, che poco o nulla hanno da spartire con figure simbolo del western create da ‘monumenti’ come John Ford, Howard Hawks, Anthony Mann, Sam Peckinpah ed altri.

Uomini Selvaggi 06Proprio a quest’ultimo regista sembra che si sia particolarmente ispirato Edwards, nell’uso del ‘ralenty’ in molte sequenza d’azione ed anche nella descrizione, spesso ben poco allettante e per nulla avventurosa, semmai routinaria e noiosa, ciò nonostante pericolosa e poco remunerata in proporzione ai rischi ed ai sacrifici che comportava, della giornata tipica dei cowboys. Uomini spesso solitari e rassegnati, oppure costretti a stare per lungo tempo lontani dalla famiglia per tirare su i soldi necessari a garantirne la sopravvivenza. In una sequenza iniziale si assiste proprio alla morte di uno di essi a causa del calcio di un cavallo improvvisamente imbizzarrito ed i suoi compagni ne prendono atto, con il minimo compatimento che si riserva in una situazione nella quale eventi simili sono una regola piuttosto che l’eccezione…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

10/06/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Funny Games U.S.’

FUNNY GAMES U.S.

Funny GamesTitolo Originale: Omonimo

Nazione: USA, Italia, Francia, Austria, Regno Unito, Germania

Anno:  2007

Genere:  Drammatico, Thriller

Durata: 188’ Regia: Michael Haneke

Cast: Naomi Watts (Anne), Tim Roth (George), Michael Pitt (Paul), Brady Corbet (Peter), Devon Gearhart (Georgie), Boyd Gaines (Fred), Siobhan Fallon Hogan (Betsy)Robert LuPone (Robert), Linda Moran (Eva

TRAMA: Anne, il marito George, il giovane  figlio Georgie ed il loro cane stanno raggiungendo in auto con barca a vela a rimorchio la bella casa di campagna, posta in riva ad un lago. George sta già pregustando anche qualche partita a golf con i vicini Robert ed Eva, che salutano passando davanti alla loro abitazione poco prima di giungere a destinazione. Mentre George, poco dopo con l’aiuto di Robert ed il figlio si stanno adoperando a far scivolare in acqua la barca, Anne è sola in casa e si sta organizzando per la cena quando si presenta all’ingresso Peter, un giovane di bell’aspetto, con abbigliamento sportivo, il quale però curiosamente indossa guanti bianchi sulle mani e dice di essere lì per conto di alcuni vicini dei dintorni, in cerca di quattro uova, essendo oramai chiusi i negozi. Anne si presta cortesemente a dargliele ma incautamente il giovane le lascia cadere per terra rompendole. Per giunta, nel muoversi poco dopo in cucina mentre la donna sta pulendo il pavimento, fa cadere il cellulare, che la stessa che aveva lasciato sul bordo, dentro il lavandino pieno d’acqua, danneggiandolo senza rimedio.  Piuttosto contrariata, Anne di buon grado dà altre quattro uova a Peter purché se ne vada al più presto, ma una  volta uscito di casa il cane abbaia e poco dopo all’ingresso ricompare il giovane stesso in compagnia di un altro coetaneo di nome Paul, tutto vestito di bianco e pure lui con guanti dello stesso colore sulle mani. I suoi modi sono ostentatamente gentili ed insistenti; vedendo le mazze da golf del marito di Anne, di un marchio pregiato, chiede di poterne provare una fuori, prima di andarsene. Al suo ritorno poco dopo, chiede ad Anne altre quattro uova, visto che pure il secondo set si è rotto, o loro dire, per colpa del cane che ha fatto spaventare Peter. Anne si rifiuta a questo punto ed irritata cerca di farli uscire di casa, nonostante i due si mostrino meravigliati per i modi sgarbati, secondo Paul, che sta usando senza ragione nei loro confronti. Nel frattempo arriva George, insospettito dai latrati del cane che si sono interrotti improvvisamente e vedendo la moglie infuriata, per prima cosa cerca di calmarla, poi però inizia una discussione con i due giovani che degenera velocemente. George allora molla uno schiaffo a Paul, il quale reagisce e lo colpisce con la mazza da golf ad un ginocchio, rompendoglielo. E’ l’inizio di un sadico rituale che i due giovani conoscono benissimo, costituito da un cocktail di metodico orrore, perversione ed accanimento gratuito. 

VALUTAZIONE: remake in lingua inglese del film che lo stesso Haneke ha realizzato dieci anni prima. Al contrario di quello che potrebbe far supporre il titolo, è un’opera di angosciante tensione e violenza, che spacca inevitabilmente critica e pubblico fra chi ne sostiene il significato allegorico ed i detrattori che la ritengono invece soggetta ad inevitabili malintesi ed emulazioni. Nonostante ciò, sangue se ne vede poco, lasciando soprattutto allo spettatore il compito d’immaginare l’efferatezza di quello che sta assistendo. Un film che rompe gli schemi abituali del genere di appartenenza e che rappresenta l’orrore che si cela a volte dietro l’apparenza di una normale quotidianità.                                                                                                                                                                                                                                                     

Quarant’anni fa ‘Arancia Meccanica‘ provocò infinite discussioni sul tema della violenza rappresentata al cinema. Stanley Kubrick l’aveva espressa in maniera così originale e suggestiva da farla sembrare una forma d’arte, per quanto gratuita, perversa e cinica nella sua rappresentazione. Protagonisti erano un gruppo di giovani ‘drughi’ dediti ai vizi, alle rapine, alle sevizie ed anche alle risse fra bande rivali. La storia era narrata in prima persona, attraverso il particolare ‘slang’ usato dal loro capo Alex. Quell’opera però fu inevitabilmente travisata, sino al rischio emulazione, da quella parte di pubblico non adeguatamente preparato ad incanalarne il significato, metaforico ed ideologico, nella giusta direzione.

Funny Games 07Una degenerazione morale indotta a sua volta da una società demagogica. Nascondendosi dietro il paravento della democrazia e della legalità, quando Alex venne infine arrestato a seguito di un omicidio ed il tradimento subito dai suoi stessi compagni, il governo aveva colto l’occasione per usarlo per biechi fini politici come cavia in una cura sperimentale, basata sulla costrizione ad assistere sullo schermo a continue immagini della stessa violenza che era solito praticare. L’overdose delle stesse aveva provocato una reazione di rigetto, con l’effetto collaterale però di modificare la personalità ed il libero arbitrio di Alex, il quale infine, al colmo della disperazione, aveva tentato il suicidio. Nonostante le gravi ferite riportate era però sopravvissuto e da carnefice era stato trasformato in vittima, opportunamente usata stavolta dagli oppositori del governo, dal quale Alex era stato frettolosamente rimesso in libertà con tante scuse e la certezza, stavolta, di poter contare sulla tolleranza e persino la copertura delle istituzioni per i suoi probabilissimi futuri misfatti.

Funny Games 15Michael Haneke, memore probabilmente della lezione del grande regista inglese prematuramente scomparso, nel 1997 ha realizzato ‘Funny Games’ con uno stile certamente più sobrio, ma ancora più duro nel colpire le corde emotive dello spettatore, pur proponendo una vicenda e momenti che riportano inevitabilmente alla memoria l’opera di Kubrick, della quale ne ripercorre alcuni tratti guida. Poiché si trattava di un film interpretato da attori non particolarmente noti e recitato in tedesco, nei paesi anglosassoni ed in USA in particolare, un mercato notoriamente ostico per i film in lingua straniera, era passato praticamente inosservato, relegato al più ai circuiti d’essai.

Funny Games 16Il regista tedesco, che evidentemente crede molto nella sua opera, dieci anni dopo ha deciso di rigirarlo in inglese, aggiungendo il suffisso U.S. al titolo, senza cambiare quasi nulla invece della storia, ripetuta sin nei minimi particolari, eccetto gli interpreti, fra i quali spiccano i nomi, decisamente più di richiamo, di Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt (tutti e tre bravissimi d’altronde nei rispettivi ruoli) ed ecco che d’incanto si sono aperte le porte del grande pubblico d’oltre oceano al quale, a suo dire, ‘…questo suo film era proprio destinato, essendo un grande consumatore di violenza al cinema…‘.

Funny Games 12Per dare un’idea di quanto quest’opera sia sconcertante ed impressionante sul tema della violenza fine a se stessa, lo stesso Tim Roth ebbe a dichiarare: ‘… è stato il film più disturbante tra tutti quelli che ho fatto. Sono state cinque settimane di lacrime. È stato brutale: si è trattata di una delle volte peggiori sul set per me. Non avrei mai voluto guardarlo…‘. Detto da uno che ha recitato fra l’altro ne ‘Le Iene’ di Tarantino, dà la misura della pressione emotiva che ‘Funny Games’ è stato in grado di trasmettere agli stessi attori che lo hanno interpretato ed ovviamente allo spettatore, pur comodamente seduto in poltrona. Ma c’è anche di più: per ben due volte Michael Pitt, cui l’autore ha affidato il ruolo guida fra i due giovani, si rivolge direttamente alla macchina da presa, ammiccando verso chi sta dall’altra parte dello schermo e di fatto costringendolo a schierarsi, abbandonando il più comodo ruolo canonico dell’osservatore passivo, nell’assistere al supplizio cui lui e Peter stanno sottoponendo le sue vittime: una famiglia qualsiasi di tre persone che hanno avuto solo la sfortuna di capitare nel momento e nel posto sbagliato.

Il procedimento usato da Haneke diverge semmai da quello di Kubrick per il fatto che, mentre nei riguardi di Alex in ‘Arancia meccanica’ si finiva per provare sentimenti di pietà e solidarietà, pur inconfessabili ed imbarazzanti che fossero, specie durante l’insana procedura di forzatura della sua personalità; nei confronti di Paul invece, interpretato appunto da Michael Pitt, per quanto si sia direttamente chiamati in causa nel corso dell’azione ed a meno di non porsi al suo stesso livello, il rifiuto e la presa di distanza non vengono mai meno…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

25/05/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Youth – La Giovinezza’

YOUTH – LA GIOVINEZZA

Youth - La GiovinezzaTitolo Originale: Youth

Nazione: Italia, Francia, Svizzera, Regno Unito

Anno:  2015 Genere:  Drammatico

Durata: 118’ Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Michael Caine (Fred Ballinger), Harvey Keitel (Mick Boyle), Rachel Weisz (Lena), Paul Dano (Jimmy Tree), Jane Fonda (Brenda Morel), Mark Kozelek (se stesso), Robert Seethaler (Luca Moroder), Alex MacQueen (Emissario della Regina), Luna Mijovic (Massaggiatrice), Tom Lipinski (Sceneggiatore innamorato), Chloe Pirrie (Sceneggiatrice), Alex Beckett (Sceneggiatore intellettuale), Nate Dern (Sceneggiatore divertente), Mark Gessner (Sceneggiatore timido), Paloma Faith (Se stessa), Ed Stoppard (Julian), Sonia Gessner (Melanie), Madalina Ghenea (Miss Universo), Sumi Jo (Se stessa)

TRAMA: nell’attrezzatissimo Schatzalp Hotel di Davos in Svizzera, con annesso centro benessere, Fred Ballinger, famoso direttore d’orchestra in pensione, sta trascorrendo un periodo di vacanza e di cure. Nonostante la bellezza del posto, sia interna che intorno alla struttura, Fred ha però un atteggiamento apatico e rinunciatario, come se volesse isolarsi dal resto del mondo. Assieme a lui c’è il regista Mick Boyle, più o meno coetaneo, con analoghi problemi di prostata, ma con opposto spirito, essendo pieno di vitalità ed in procinto di girare il suo ultimo film, che nelle sue intenzioni dovrebbe rappresentare una sorta di testamento artistico. Mick è accompagnato da un gruppo di giovani sceneggiatori con i quali ha quasi concluso la stesura della stessa, mancandogli solo di chiudere il cerchio trovando il miglior finale possibile. Lena, la figlia di Fred, è anche la sua assistente ed ha sposato Julian, il figlio di Mick. Al padre non ha mai perdonato la sua freddezza, al limite del cinismo, a suo dire e di aver trascurato anche la madre, ricoverata da anni in una clinica psichiatrica, nonostante lei gli avesse dedicato la sua esistenza. Fred e Mick come passatempo osservano gli altri ospiti della struttura, scommettendo persino sui loro comportamenti. Jimmy Tree, un giovane attore in cerca d’ispirazione per una prossima parte in un film, è ospite a sua volta dell’hotel e, come loro, passa il suo tempo più che altro a curiosare le persone intorno a lui. Pur avendo partecipato ad opere di alto livello artistico ma scarso successo commerciale, viene dai più riconosciuto solo per la parte avuta in un blockbuster. Anche Fred è diventato famoso soprattutto per alcune composizioni da lui stesso definite ‘Simple Songs’. Un emissario della Regina d’Inghilterra si è spinto sino a Davos per chiedergli la disponibilità di dirigerle in occasione del compleanno del principe consorte, in cambio del titolo di baronetto. Con sua sorpresa però Fred si nega con decisione, per non meglio precisati motivi personali. A rompere la monotonia dei luoghi e dei rituali del lussuoso centro benessere accade che improvvisamente Julian, alla vigilia della partenza per una vacanza in Polinesia con Lena, la lascia per un’altra donna, gettando nello sconcerto la poveretta e mettendo in imbarazzo sia il padre che il suocero. A complicare ulteriormente le cose l’attrice Brenda Morel si presenta a Davos per comunicare a Mick, che a suo tempo l’aveva lanciata ed ha basato su di lei l’esistenza stessa del film sul quale sta lavorando, che ha preferito accettare l’offerta di una TV messicana per una parte in una ‘soap opera’ che le assicurerà un lungo contratto ed un ricco cachet, così da permetterle di acquistare anche la casa dei suoi sogni. Durante il duro scambio di battute ed accuse con Mick, Brenda gli suggerisce di smettere, per interrompere la sequenza disastrosa delle sue ultime prove. Mick resta così duramente colpito da questa brutale sincerità, da decidere addirittura di suicidarsi. Mentre Brenda, per gli scrupoli nati alla notizia della morte di Mick, nel viaggio di ritorno in aereo mette a dura prova il personale di servizio con una reazione isterica, Fred al contrario ottiene dal tragico evento una reazione contraria; una scossa vitale che lo spinge ad andare a Venezia a visitare la tomba dell’amico Igor Stravinsky e poi la moglie in clinica, anche se oramai non è più che un vegetale dall’espressione persa nel nulla. Soprattutto egli accetta l’offerta che l’emissario della Regina gli offre nuovamente, dirigendo l’orchestra mentre la soprano Sumi Jo canta l’aria delle ‘Canzoni Semplici’ che Fred aveva dedicato alla moglie e che avrebbe voluto fosse solo lei ad intonarle. la vita continua d’altronde, nonostante tutto.

VALUTAZIONE: un’opera introversa e contraddittoria. La qualità tecnica e l’estro creativo di Sorrentino sono fuori discussione, come sceneggiatore invece affiora un po’ di narcisismo fra le pieghe di un racconto certamente intrigante ma non sempre lucido, che in alcuni momenti sfiora addirittura l’ermetismo. Se l’intento dell’autore era quello d’inoltrarsi nei meandri delle cose ultime della vita ed i suoi tarli, per sua stessa ammissione in questo caso il cinema medesimo diventa un inutile e banale esercizio di stile.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza…‘. Il noto passo, breve eppure estremamente efficace, tratto dalla ‘Canzona di Bacco’, composta niente meno che da Lorenzo il Magnifico, introduce opportunamente l’ultima opera di Paolo Sorrentino, che segue l’Oscar vinto da ‘La Grande Bellezza’.

Yuth - La Giovinezza 26La locandina del film, visibile senza i titoli qui a sinistra, mostra in primo piano ma visto di spalle il corpo di una bella donna, che scopriremo in seguito essere niente meno che ‘Miss Universo’, mentre sta per entrare completamente nuda nella vasca della piscina di un resort. Ammirarla di fronte è un privilegio riservato invece ai due attempati uomini che appaiono sullo sfondo già completamente immersi nell’acqua, i quali con lo sguardo sorpreso e rapito ne colgono l’esplosiva bellezza. E’ una donna nel fiore dell’età, al contrario dei suoi due casuali e fortunati ammiratori, folgorati da tanto splendore che contrasta in maniera stridente con i problemi alla prostata sui quali entrambi si confrontano ogni giorno, essendo già piuttosto avanti negli anni.

Yuth - La Giovinezza 05In questa inquadratura in fondo c’è tutto il senso, l’amarezza e l’ironia, se vogliamo, di un film intitolato alla giovinezza ma che vede per protagonisti, al contrario, due uomini che l’hanno superata da un bel pezzo. I quali però vivono questa fase declinante della loro vita, perlomeno dal punto di vista fisico (che comunque, fortunati o meno a seconda dei punti di vista, sono riusciti a raggiungere), attraverso differenti sensazioni. Fred e Mick, questi i loro nomi, non sono due persone qualsiasi: uno è un famoso direttore d’orchestra in pensione e l’altro invece, suo amico, coetaneo e consuocero, è un regista cinematografico ancora in attività con un lusinghiero curriculum alle spalle. A proposito di questa scena lo stesso Michael Caine ebbe a dichiarare: ‘…per me Youth è ben rappresentato dall’immagine dei due uomini anziani in una piscina che guardano una bella ragazza vicino a loro. Questa è la sintesi di la Giovinezza: guardare qualcosa che abbiamo perso per sempre e che non potremo avere mai più. Mi fa quasi piangere…‘.

Yuth - La Giovinezza 27I due anziani sono in vacanza, Fred accompagnato dalla figlia Lena, che è anche sua assistente e moglie di Julian, figlio di Mick. Le location sono poste in magnifiche dimore della Svizzera incastonate sulle Alpi come Schatzalp Hotel di Davos, Waldhaus Flims Mountain Resort & Spa a sud di Zurigo, oppure Grand Resort Bad Ragaz al confine con il Liechtenstein e Kulm Hotel St. Moritz sul lago omonimo nella regione dell’Engadina. Luoghi che, Fred almeno, frequenta da svariati anni, anche ora che è in pensione. Il successo nella sua professione evidentemente gli ha assicurato un’invidiabile agiatezza economica.

Yuth - La Giovinezza 03Nonostante il contorno ambientale da favola, Fred però è un uomo triste, privo d’entusiasmo, che sembra essersi adagiato su un’apatica routine; scostante con il prossimo, sia che si tratti della casa editrice che vorrebbe coinvolgerlo nella stesura della sua autobiografia, che della stessa regina Elisabetta del Regno Unito, la quale ha inviato un emissario per chiedere all’anziano direttore d’orchestra di eseguire la sua opera più famosa, ‘Simple Songs’, in occasione del prossimo compleanno del principe consorte, in cambio della nomina a baronetto.

Un’offerta, quella della regina, che sarebbe irrinunciabile per molti, ma non per lui che sorprendentemente infatti si nega di fronte all’imbarazzatissimo ed incredulo inviato di corte, adducendo non meglio precisati motivi personali. Fred  infatti è arrivato addirittura alla conclusione che le emozioni, rincorse e desiderate dai più, sono in realtà sopravvalutate. Si potrebbe pensare altrimenti ad un’ostilità ideologica nei confronti dell’istituzione monarchica, considerando la risposta che Fred rivolge allo stesso emissario, incuriosito da una sua precedente sibillina allusione: ‘…le monarchie fanno sempre tenerezza perché sono vulnerabili: basta eliminare una sola persona e all’improvviso ecco che il mondo cambia. Come nei matrimoni…‘. In realtà le ragioni del suo rifiuto sono più intime e legate allo stato di salute della moglie Melanie, alla quale egli aveva dedicato quelle ‘canzoni semplici’ che avrebbe voluto sentir cantare solo da lei…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

11/05/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: Il Trono Di Spade – prime cinque Stagioni

IL TRONO DI SPADE

Serie TV - Il Trono di SpadeTitolo Originale: Game of Thrones

 Nazione: USA

Anno:  2011-2016

Genere:  Fantastico, Drammatico, Storico, Avventure

Durata: 50’ ad episodio

Regia: Tim Van Patten, Brian Kirk, Daniel Minahan, Alan Taylor, Alik Sakharov, David Petrarca, David Nutter, Neil Marshall, David Benioff, Alex Graves, Michelle McLaren, D.B.Weiss, Michael Slovis, Mark Mylod, Jeremy Podeswa, Miguel Sapochnik, Daniel Sackheim, Jack Bender

Cast:  Peter Dinklage (Tyron Lannister), Lena Headley (Cersei Lannister), Emilia Clarke (Daenerys Targaryen), Kit Harington (Jon Snow), Iain Glen (Jorah Mormont), Maisie Williams (Arya Stark), Sophie Turner (Sansa Stark), Nikolaj Coster-Waldau (Jaime Lannister), John Bradley (Samwell Tarly), Alfie Allen (Theon Greyjoy), Charles Dance (Tywin Lannister), Aidan Gillen (Petyr Baelish), Conleth Hill (Varys), Michelle Fairley (Catelyn Stark), Sean Bein (Eddard Stark), Mark Addy (Robert Baratheon), Ian McElhinney (Barristan Selmy), Jack Gleeson (Joffrey Baratheon), Gwendoline Christie (Brienne di Tarth), Julian Glover (Grand Maester Pycelle), Rory McCann (Sandor Clegane), Jerome Flynn (Bronn), Stephen Dillane (Stannis Baratheon), Kristian Nairn (Odor), Isaac Hempstead-Wright (Bran Stark), Liam Cunningham (Ser Davos Seaworth), Nathalie Emmanuel (Missandei), Richard Madden (Robb Stark), Oona Chaplin (Talisa Maegyr), Ben Crompton (Eddison Tollett), Natalie Dormer (Margaery Tyrell), Flinn Jones (Loras Tyrell), Sibel Kekilli (Shae), Daniel Portman (Podrick Payne), Carice van Houten (Melisandre), Mark Stanley (Grenn), Michael McElhaton (Lord Roose Bolton), Rose Leslie (Ygritte), Hannah Murray (Gilly), Harry Lloyd (Viserys Targaryen), Kristofer Hivju (Tormund Giantbane), Joseph Dempsie (Gendry), Jacob Anderson (Grey Worm), Iwan Rheon (Ramsay Snow), Ian Beattle (Meryn Trant), Natalia Tena (Osha), Donald Sumpter (Maester Luwin), Esmé Bianco (Ros), Tom Wlaschiha (Jaqen H’ghar), Art Parkinson (Rickon Stark), Owen Teale (Alliser Thorne), Ron Donache (Rodrk Cassel), Eugene Simon (Lancel Lannister), Amrita Acharia (Irri) 

TRAMA: In epoca medievale alcune immaginarie dinastie sono in lotta per la conquista del trono dei Sette Regni. Stark, Lannister, Baratheon, Targaryen e Tyrell sono i nomi  delle principali casate che se lo contendono, cui s’affiancano ad una o all’altra, secondo interessi ed opportunità, alcuni alleati minori. Il trono dei Sette Regni è ad Approdo del Re nel continente occidentale di Westeros, contrapposto al continente orientale di Essos, dal quale risale la dinastia dei Targaryen, il cui sovrano è stato infine definito pazzo, dopo un lungo periodo di dominio ed è stato ucciso dai Baratheon, alleati dei Lannister da quando il nuovo re Robert ha sposato Cersei, figlia di Tywin Lannister. Gli Stark regnano più a nord in una roccaforte che si chiama Grande Inverno ed i Tyrell invece controllano la zona sud di Westeros dal castello di Alto Giardino. A nord di Grande Inverno c’è la Barriera che divide il continente controllato dai popoli liberi dell’Eterno Inverno, i Bruti, ma la più grande minaccia proviene, ancora più a nord, dagli Estranei, esseri con poteri sovrannaturali che sembrano provenire dall’oltretomba. Gli unici due figli rimasti dei Targaryen, Viserys e Daenerys, si sono rifugiati a Essos. Viserys, per poter sperare di riprendersi il trono si è alleato con i Dothraki, un popolo di guerrieri selvaggi, costringendo la sorella Daenerys a sposare il loro capo, Khal Drogo. Re Robert Baratheon si reca a Grande Inverno per incontrare Eddard Stark e nominarlo Primo Cavaliere, poco prima di morire infilzato da un cinghiale durante una banale battuta di caccia. Gli subentra il giovanissimo Joffrey, nato però da una relazione segreta ed incestuosa fra Cersei Lannister, moglie di Robert ed il fratello Jaime. Il loro terzo fratello Tyron è un nano dedito alla bella vita ma dall’acutissima perspicacia politica. Per cementare l’alleanza fra Stark e Lannister, Eddard offre in sposa la figlia Sansa, ma Joffrey si rivela ben presto un re sadico e privo di scrupoli, che la stessa madre Cersei non riesce più a controllare. Accortasi però che Eddard ha scoperto il suo inconfessabile segreto, agisce perché sia accusato di tradimento e lo stesso Jeffrey lo fa decapitare davanti agli occhi inorriditi della figlia. Da Grande Inverno si muove quindi il giovane Robb Stark per vendicare il padre con il suo esercito. Daenerys dopo un inizio difficile con il selvaggio Khal Drogo, è riuscita a conquistarlo e ricondurlo a più buone maniere nei suoi confronti, ottenendo anche il rispetto del suo popolo. Viserys, sentendosi escluso, reclama il potere che gli era stato promesso, ma la sua arroganza viene punita da Khal Drogo con la morte, sotto gli occhi indifferenti della sorella. Una ferita infetta provoca in seguito anche la morte di quest’ultimo, così che Daenerys, supportata da alcuni fedelissimi, assume la guida  di quello che oramai è il suo popolo, complice anche il miracolo di essere uscita indenne dal rogo, nel quale è stato immolato il cadavere di Drogo, assieme a tre piccoli draghi nati dalle uova ricevute in dono il giorno del matrimonio, i quali la considerano quindi la loro madre. Daenerys si prodiga allora per organizzare un grande esercito, bandendo la schiavitù dalle città che incontra lungo il suo cammino evitando inutili spargimenti di sangue, al fine di tornare a Westeros e conquistare il trono dei Sette Regni. È solo l’inizio di una saga che riserva sorprese e capovolgimenti di fronte praticamente nel corso di ogni puntata.

VALUTAZIONE: forse la serie TV di maggiore successo, giunta oramai alla sesta stagione. Intrighi, alleanze e tradimenti, epici scenari e mirabolanti effetti speciali, ma soprattutto una galleria d’intriganti personaggi i cui volti non erano particolarmente noti in precedenza al grande pubblico. I colpi di scena sono continui ed ogni volta che un personaggio sembra ergersi a protagonista, poco dopo viene sostituito da un altro. Difficile non perdersi dietro la miriade di figure e situazioni di questa storia a mezza via fra fantasia e realtà, che mostra un ampio ventaglio dei vizi privati e pubbliche virtù dei quali è capace la natura umana, immutabile nei secoli, sia nel bene che nel male.                                                                                                                                                                      

Le serie TV non si possono più definire un fenomeno transitorio. Il livello qualitativo ed il gradimento da parte del pubblico sono cresciuti enormemente nel frattempo e le differenze con il cinema, non solo a livello d’investimenti economici, ma anche di mezzi tecnici a disposizione e di pubblicità sui media si sono praticamente azzerate. ‘Il Trono di Spade’, adattamento televisivo della saga creata e pubblicata dallo scrittore americano George R. R. Martin nota come ‘Cronache del ghiaccio e del fuoco’, ne è forse l’esempio più lampante, già a partire dai numeri e dalle curiosità ad essi legate che sono impressionanti.

Il Trono di Spade 04Siamo arrivati alla sesta stagione, già di per sé testimonianza non solo di continuità ma anche di popolarità, ognuna delle quali è costituita da dieci episodi o puntate. Nel frattempo negli USA il nome Arya, relativo al personaggio di una ragazzina piuttosto intraprendente e coraggiosa, peraltro attrice esordiente davanti alla macchina da presa, sembra sia il più diffuso fra le neonate e quello di Khaleesi, nella lingua Dothraki sinonimo di regina, è stato dato a più di centocinquanta bambine. A proposito di questa lingua, composta da circa duemila parole, che Daenerys Targaryan, la Khaleesi del popolo Dothraki ha dovuto imparare e usare in molte scene, dopo essere stata ceduta senza scrupoli dal fratello Vyseris e andata in sposa al loro capo Khal Drogo, è stata addirittura inventata appositamente per questa Serie TV dalla Language Creation Society ed in particolare dal linguista David Peterson.

Il Trono di Spade 44Nei primi quattro anni di programmazione, ‘il Trono di Spade’ pare si sia aggiudicato oltre sessantacinque premi, fra i quali l’Emmy di Angus Wall per le ricostruzioni 3D dei paesaggi ed ha ricevuto oltre centoventi nomination in manifestazioni varie. Le location dove sono state girate le sequenze più spettacolari, hanno visto un sostanzioso incremento del turismo, generando quindi business su business.

Il Trono di Spade 19Le stesse location spaziano dalla Plaza de Toros de Osuna a Siviglia, alla città di Dubrovnik in Croazia, divenuta Approdo del Re, dove risiede il Trono di Spade ed i contigui giardini sono in realtà quelli dell’Arboreto di Trsteno. Dai suggestivi paesaggi dell’Islanda, in particolare il parco di Thingvellir, patrimonio dell’Unesco, oppure Dimmuborgir (il cui significato è Fortezza Oscura), dove sono presenti molte formazioni laviche dall’aspetto sinistro, per proseguire con il ghiacciaio Vatnajokull, dove sono state girate molte sequenze sulla neve incluse quelle relative Il Trono di Spade 40alla Barriera di ghiaccio, all’Irlanda sede del Ward Castle, utilizzato per Grande Inverno. Da Azure Window a Malta, dove si celebra il matrimonio di Khal Drogo e Daenerys Targaryen, ai giardini dell’Alcazar di Siviglia, teatro dell’altrettanto immaginaria Dorne. Dal ponte romano di Cordoba che conduce, sempre nella finzione, alla città di Volantis nel continente orientale di Essos, sino al Marocco, dove sono ambientate le riprese delle città fantastiche di Yunkai, Pentos, Astapor e Meereen. In realtà sono state usate le città di AIt Ben-Haddou (già nota al cinema grazie a ‘Lawrence d’Arabia’ e ‘Prince of Persia’) ed Essaouira. Il budget stanziato per le riprese della sola prima stagione è ammontato a circa sessanta milioni di dollari. Insomma numeri da colossal, non certamente da modesta serie TV, come sarebbe stata soltanto qualche anno fa.

Il Trono di Spade 41Due episodi storici pare che abbiano ispirato lo scrittore George R.R. Martin a creare i romanzi dai quali è tratta la serie de ‘Il Trono di Spade’. La prima è stata conseguente ad una visita che egli ha fatto al cosiddetto Vallo di Adriano, un’imponente fortificazione che l’imperatore Adriano fece costruire in Britannia nel secondo secolo dopo Cristo per separarla dalla Scozia, allora chiamata Caledonia, dalla quale è nata l’idea della Barriera, eretta a difesa dei Sette Regni dall’assalto del popolo libero dei Bruti ed ancora di più da quello dei misteriosi ed orribili esseri, chiamati Estranei, provenienti dall’oltretomba e dotati di forza sovrannaturale, i quali stanno scendendo da ancora più a nord per distruggere sia Westeros che Essos…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

19/04/2016 Posted by | SERIE-TV | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Strade Violente’

STRADE VIOLENTE

Strade ViolenteTitolo Originale: Thief

 Nazione: USA

Anno:  1981

Genere:  Noir, Azione, Drammatico

Durata: 122’ Regia: Michael Mann

Cast: James Caan (Frank), Tuesday Weld (Jessie), Willie Nelson (Okla), James Belushi (Barry), Robert Prosky (Leo), Tom Signorelli (Attaglia), Dennis Farina (Carl), Nick Nickeas (Nick), W.R. Brown (Mitch), Norm Tobin (Guido) 

TRAMA: Frank è un ladro di diamanti ma non gli è ancora riuscito il colpo grosso per ritirarsi e vivere di rendita. Come copertura utilizza una concessionaria di auto usate. Frank ha trascorso in carcere più di dieci anni ed ora lavora con il socio ed amico Barry, specialista a sua volta nel forzare i sistemi di sicurezza. In una fonderia infine Frank ha un vecchio amico, esperto di metalli, che gli costruisce sofisticati strumenti artigianali utili a bucare anche le più robuste casseforti degli istituti di sicurezza. Frank stato lasciato dalla moglie perché non ha mai capito quale fosse la sua vera attività, anzi credeva addirittura che facesse parte di un giro di prostituzione maschile. La sua abilità nello scasso viene notata da Leo, il maggiore ricettatore della città, il quale gli propone di lavorare per lui ad un furto milionario che dovrebbe fruttare, solo per la sua parte, ben 800.000 dollari. Proprio quello che Frank cercava per sistemarsi e per convincere una cassiera di nome Jessie, sulla quale ha messo gli occhi da tempo, ad accettare la proposta di mettere su famiglia assieme a lui, nonostante i suoi modi rudi e privi di romanticismo. Frank però è anche una persona riconoscente e rispettosa dei patti (come quello di far uscire dal carcere il suo vecchio amico Okla, pagando l’avvocato  e persino il giudice) ma ha sempre preferito lavorare in proprio. Leo, per convincerlo a fare quel colpo, lo aiuta a superare l’umiliante trafila delle adozioni, una volta a sapere che Jessie è sterile e non può avere i figli suoi che vorrebbe. L’impresa di forzare quella grossa cassaforte perciò va a buon fine, ma quando Frank si presenta per ritirare la sua parte in realtà riceve da Leo solo un decimo di quanto pattuito poiché per avere il resto quest’ultimo pretende che entri a far parte della sua organizzazione criminosa. Il mancato rispetto degli accordi presi manda su tutte le furie Frank, che minaccia Leo in casa sua addirittura con una pistola. Quest’ultimo però non è abituato ad essere contraddetto e per mostrargli di cosa è capace e costringerlo a piegare la testa, dà l’ordine di uccidere il suo amico Barry, dopo averlo fatto malmenare dai suoi scagnozzi. Frank allora decide di chiudere i conti a modo suo ed in maniera definitiva, seguendo la lezione imparata durante i duri anni della prigione.   

VALUTAZIONE: opera prima di Michael Mann, si distingue a distanza di 35 anni dall’uscita non solo per la brillante e spesso geniale regia, che sembra quella di un veterano anziché di un esordiente, ma anche per la splendida sceneggiatura, scritta da lui stesso. Un noir metropolitano di gran classe, girato quasi interamente di notte, su strade deserte ed umide, con un finale di notevole effetto visivo ed emotivo. In evidenza anche il cast, costituito da interpreti perfetti nelle loro parti, ad affiancare l’ottimo James Caan.                                                                                                                                                                                                                                                                       

Ci sono film, per quanto riusciti al momento della loro uscita, che con il trascorrere del tempo sia a livello estetico che narrativo risultano inevitabilmente superati. Pochi altri, come ‘Strade Violente’ (ancora più sinteticamente e semplicemente ‘Thief’ nell’originale), continuano negli anni invece a mantenere intatto il loro appeal, grazie anche ad una regia ispirata ed una sceneggiatura ineccepibile.

Strade Violente 08Michael Mann appartiene alla limitata categoria dei registi e sceneggiatori di grande talento la cui filmografia, pur essendo nato nel 1943, non contiene una lunga lista di titoli, ma la gran parte di essi, al solo citarli, sono immediatamente riconoscibili dal grande pubblico, anche non particolarmente appassionato di cinema. Dirò di più: sono quasi certo che molti spettatori non immaginano neppure che quei film li ha diretti questo stesso autore, un vero e proprio nome di riferimento nel panorama del cinema d’azione di qualità.

Fra essi è d’obbligo citare almeno ‘Manhunter – Frammenti di un omicidio’ (fra l’altro, precursore del più noto ‘Il Silenzio degli Innocenti’), ‘L’Ultimo dei Mohicani’, ‘Heat – La Sfida’, ‘Insider – Dietro la Verità’ e se ancora non bastasse, anche i più recenti ‘Collateral’ e ‘Nemico Pubblico’. ‘Strade Violente’ è semplicemente il primo lungometraggio che Mann ha girato, forse il meno noto fra quelli appena citati, che contiene però già tutte le caratteristiche di qualità di questo versatile regista, sceneggiatore e produttore, il quale è solito uscire con le sue opere anche a distanza di anni una dall’altra, come se avesse bisogno di trovare, non tanto i finanziatori necessari perché ritengo non abbia mai avuto difficoltà in tal senso, quanto semmai la storia giusta prima di mettersi dietro la macchina da presa. Non solo quindi per una mera operazione commerciale.

Strade Violente 05Se volessimo fare le pulci, per così dire, a quest’opera che risale al 1981, potremmo dire che forse il contesto relativo al furto di diamanti può sembrare un po’ datato, quasi ‘romantico’, se vogliamo, rispetto al ‘core business’ attuale della malavita, che guarda molto più a mercati ‘sporchi’ come quelli della droga e delle armi, ad esempio. Per non parlare di quella organizzata a livello internazionale, intrecciata alla politica ed incuneata nei gangli del Strade Violente 09potere economico-finanziario, grazie anche a strumenti evoluti di comunicazione come Internet e le connessioni ultra veloci fra uno stato o un continente e l’altro.

Sia Frank che lo stesso Leo, interpretato da un caratterista di prim’ordine come Robert Prosky (a sua volta esordiente in questo film) appartengono ancora, seppure con un approccio molto diverso, ad una tipologia di criminalità di vecchio stampo, limitata sia come genere di business che come dimensioni e controllo sul territorio. Nonostante Leo un’organizzazione sua già la gestisce ed anche in maniera efficiente, ma non ancora abbastanza evoluta da comprendere la complicità delle istituzioni…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

12/04/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Sul Lettino di Freud’

SUL LETTINO DI FREUD

Sul Lettino di FreudDi Irvin D. Yalom

Anno Edizione 2015

Pagine 493

Costo € 18,00

Traduzione di Serena Prina

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori delle Tavole’) 

TRAMA: Ernest Lash è un assistente universitario della facoltà di psichiatria quando gli viene affidato l’incarico di valutare la posizione di Seymour Trotter, un anziano e noto psichiatra accusato di aver avuto rapporti non consoni alla deontologia professionale con una sua paziente molto più giovane e bella, di nome e di fatto. Poco importa che Belle avesse tratto notevole giovamento dalla ‘alleanza terapeutica’ instaurata con Seymour, superando una deriva autolesionistica dalla quale non sembrava più in grado di riprendersi; Seymour sarà comunque processato dalla stessa istituzione che ha a suo tempo presieduto. Ernest, che è a sua volta supervisionato da Marshal Streider, resta a tal punto impressionato dal colloquio con Trotter da decidere di specializzarsi e con notevole successo proprio in psicoterapia. Nell’utilizzare il metodo bipersonale di Seymour, che coinvolge pariteticamente nella terapia sia il paziente che lo psicoterapeuta, Lash teme di essersi spinto troppo in là con Justin Astrid, quando quest’ultimo gli comunica di punto in bianco di aver lasciato la moglie, dopo cinque anni di dubbi ed indecisioni e di non aver più bisogno di lui, avendo trovato nella nuova e giovane compagna Laura, tutto il conforto necessario. Carol, moglie di Justin ed avvocato presso uno affermato studio, reagisce con rabbia alla decisione di Justin e trae ispirazione da un consulto con due amiche, Norma e Heather, per addossare la colpa a Ernest Lash, nei confronti del quale decide quindi di rivolgere la sua personale vendetta, presentandosi nel suo studio sotto falso nome per iniziare una terapia allo scopo di sedurlo e rovinargli la carriera. Il marito di Norma è Shelly, con il vizietto del poker, che gli ha fatto perdere un sacco di soldi, specie con gli amici più benestanti e soprattutto più abili di lui nel gioco. Nel tentativo di farlo smettere minacciando il divorzio, Norma gli suggerisce di rivolgersi allo psicoterapeuta Seth Pande che aveva curato in passato un suo stato depressivo. La terapia non ha l’esito sperato ma quando Shelly viene a sapere che Pande, oramai vecchio ed ammalato di cancro, è stato accusato dall’Istituto Psicanalitico Golden Gate di San Francisco di aver assunto atteggiamenti contrari all’etica dello stesso, dannosi per i suoi stessi pazienti, trova l’appiglio per dissuadere la moglie dai suoi propositi. Shelly accetta la proposta dell’Istituto di sottoporsi gratuitamente ad una terapia di recupero da svolgere presso lo studio di Marshal Streider. In realtà nel corso della stessa egli si rende conto di poter acquisire informazioni utili sulle sue reazioni e sui segnali che fornisce, senza rendersene conto, ai suoi avversari mentre gioca a poker. Nel frattempo Carol ha iniziato la terapia con Ernest Lash e sta attuando, seppure con scarso successo ed una tempistica maggiore rispetto al previsto, le tattiche utili a sedurlo. Nello studio di Marshal Streider si è presentato anche Peter Macondo, uno strano e ricco filantropo, con problemi di gestione dei rapporti con la ex moglie ed i figli avuti da lei, da quando si è fidanzato con un’altra donna, Adriana. Peter è molto generoso e Marshal è molto sensibile al lato economico, tant’è che non perde giorno senza calcolare i guadagni dei suoi investimenti in borsa, pur trattandosi comunque di cifre relativamente modeste. Macondo per ringraziarlo dei risultati raggiunti con la terapia, invita Marshal a partecipare ad un affare apparentemente sicuro che si rivela invece un raggiro, facendogli perdere una grossa parte dei suoi risparmi. Quest’ultimo si rivolge quindi ad uno studio di avvocati e capita che sia proprio Carol ad assisterlo. Si chiude quindi il cerchio dei personaggi coinvolti nella storia, ovviamente ignari delle relazioni trasversali che li riguardano e che li porteranno in qualche modo a ribaltare il gioco delle parti ed a rivedere posizioni che ritenevano consolidate.

VALUTAZIONE: Un romanzo scritto dieci anni fa e pubblicato solo nel 2015, precedente quindi a quelli su Nietzsche, Schopenhauer e Spinoza grazie ai quali Yalom ha attirato l’attenzione di critica e pubblico. In questi però è molto più presente la figura del filosofo citato nel titolo di quanto lo sia invece nell’opera in oggetto. Che è incentrata sulla figura dello psicoterapeuta, vista attraverso tre professionisti molto diversi fra loro, sullo sfondo di vicende nelle quali non mancano ingredienti come sesso, potere, inganno e denaro. Il racconto parte bene, s’inceppa un po’ a metà, ma si conclude in un crescendo che lo rende comunque appassionante e piacevole.                                                                                                                                                                                                                                   

…Ha mai pensato al fatto che è più facile formulare una diagnosi la prima volta che si vede un paziente, e diventa invece più difficile quando lo si conosce meglio? Lo chieda a un qualsiasi terapeuta esperto, in privato, e tutti le diranno la stessa cosa! In altre parole, la certezza è inversamente proporzionale alla conoscenza. Niente male come scienza, eh?…‘.

Sul Lettino di Freud 05Come spesso capita, ma ciò non avviene solo in ambito letterario naturalmente, quando un autore raggiunge il successo spesso gli editori (in questo caso), vanno tempestivamente a scavare nelle sue opere precedenti e sfruttando il momento spacciano per novità anche ciò che invece è antecedente alla fama acquisita, con pieno merito fra l’altro, a proposito di Irvin D. Yalom.

Sul Lettino di Freud 04Si veda il caso di ‘Sul Lettino di Freud’, scritto nel 1996 con il titolo originale di ‘Lying on the Couch’, più o meno traducibile in ‘Giacendo sul divano’, che nel 2015 diventa opportunamente il quarto capitolo di una serie, forse ancora aperta, che l’autore ebraico americano sta dedicando ad alcune delle figure più importanti della filosofia. Mentre negli altri suoi romanzi: Le Lacrime di Nietzsche, ad esempio, l’illustre personaggio è al centro di una storia di stampo biografico; La Cura Schopenhauer vede il noto filosofo alle prese con una vicenda ed una cura che ha come protagonista impersonale ‘il senso della vita’ ed infine Il Problema Spinoza è il pretesto per narrare un’ossessione che riguarda da vicino uno dei maggiori teorici del nazismo, in quest’ultimo episodio la presenza nel titolo di Freud appare decisamente forzata.

Quante volte abbiamo sentito o usato un’espressione come ‘lapsus freudiano‘ e perché la cito di proposito? La ragione sta nel fatto che se ci fermassimo al significato che le viene dato di solito e che trae origine dalla filosofia e dal pensiero del famoso personaggio, probabilmente potremmo abusare del suo nome in gran parte dei tomi posti nelle vetrine e sugli scaffali delle librerie.

Sul Lettino di Freud 02Già nel 1901 infatti Sigmund Freud affrontava quella che più banalmente si può definire una sbadataggine, cioè confondere una parola o il nome di una persona con un altro nel corso di una conversazione o anche solo di un pensiero. Secondo il noto filosofo invece essa è tutt’altro che un malinteso involontario, bensì il prodotto dell’inconscio, di quell’area misteriosa della nostra psiche dove si confondono e mescolano realtà e fantasia, passato e presente, verità ed illusione, causa ed effetto. Un crogiolo dal quale ognuno di noi può far riemergere episodi sepolti nella memoria sin dalla prima infanzia, significati reconditi ad azioni, desideri e frustrazioni, anche scelte fatte nel corso degli anni, che possono essere all’origine proprio di quel ‘lapsus freudiano‘. Non è questo però il nocciolo del romanzo di Yalom, pur non potendo escludere nessuna delle contrapposizioni testé citate a proposito dell’inconscio nell’ambito del suo stesso racconto.

‘Sul Lettino di Freud’ racconta infatti le vicende di tre psicoterapeuti, evidenziando nel particolare le loro marcate diversità di carattere e gestione del loro lavoro e più in generale la complessità di una professione che si svolge a stretto contatto con i pazienti, nei confronti dei quali c’è un’etica da rispettare come un dogma, nonostante la fragilità insita nell’essere comunque, anche nello svolgimento delle funzioni psicoterapeutiche, persone come tutte le altre, dotate di sensibilità, sentimenti e quindi anche di debolezze…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’ Continua a leggere

11/04/2016 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: ‘In Treatment – 1^ e 2^ Stagione’

IN TREATMENT

In TreatmentTitolo Originale: idem

 Nazione: Italia

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Giallo

Durata: 25’ ad episodio Regia: Saverio Costanzo

Cast:  Sergio Castellitto (Giovanni Mari), Barbora Bobuľová  (Lea), Adriano Giannini (Pietro), Licia Maglietta (Anna), Kasia Smutniak (Sara), Guido Caprino (Dario), Irene Casagrande (Alice), Maya Sansa (Irene), Michele Placido (Guido), Greta Scarano (Elisa), Valeria Golino (Eleonora), Valeria Bruni Tedeschi (Irene, madre di Alice), Pier Giorgio Bellocchio (Sergio, padre di Alice), Rodolfo Bianchi (Vittorio, padre di Dario), Alba Rohrwacher (figlia di Guido), Isabella Ferrari (Mara) 

TRAMA: Lo psicoterapeuta Giovanni Mari riceve dal lunedì al giovedì nel suo studio i pazienti. Uno di essi è Dario, un carabiniere delle forze speciali infiltrato nella ‘ndrangheta che opera in Germania ed è in terapia perché ha dovuto partecipare attivamente, come prova di fedeltà, ad una esecuzione nel corso della quale sono stati barbaramente uccisi due bambini ed il loro padre, con il quale Dario aveva un rapporto di fiducia ed amicizia. I sensi di colpa ne hanno destabilizzato l’equilibrio psichico. Alice invece è un’adolescente che è stata vittima di un incidente con il motorino. La dinamica dello stesso però ha lasciato spazio a qualche sospetto di tentato suicidio. Il rapporto conflittuale con la madre, l’assenza del padre ed una storia con il suo maestro di danza finita male, sono i temi che la giovane affronta negli incontri con Mari. Il caso di Elisa, una studentessa affetta da un terribile segreto sulla sua salute che riesce a confidare a Giovanni solo scrivendolo su un biglietto, è oltremodo coinvolgente per lo psicoterapeuta, perché la ragazza rifiuta le cure mediche non volendo ammettere a se stessa la gravità del suo stato, che non vuole rivelare per giunta neppure alla madre. Pietro, Lea ed in seguito il loro figlio Mattia, hanno invece deciso per una terapia familiare.  Lea è incinta ma, al contrario di Pietro, non vuole tenere il figlio per non rinunciare alla sua carriera professionale. Mattia è sovrappeso, mammone, apatico e solitario. Il contrario di ciò che vorrebbe che fosse Pietro, che anche per questo è in disaccordo con Lea. Sara è un’anestesista in crisi con il suo fidanzato, ma in realtà vive un transfert erotico nei confronti di Giovanni Mari che tenta di sedurre in tutti i modi. Guido infine è l’amministratore delegato di una società, ma da un po’ di tempo soffre di crisi di panico. La figlia, nei confronti della quale ha sempre avuto un atteggiamento eccessivamente protettivo, se n’è andata in India per smarcarsi dal suo controllo ed ha iniziato da poco una relazione con un’amica. Guido l’ha raggiunta, nel maldestro tentativo di recuperarla, finendo per perdere pure il lavoro e con esso le sue sicurezze. Sara, per ingelosire Giovanni non esita ad intrecciare una breve relazione con Dario, che ha incontrato per caso al termine di una seduta. Giovanni non è insensibile alla bellezza della donna ed alla sua insistenza per andare oltre il rapporto professionale e ciò lo porta alla rottura del rapporto con la moglie Eleonora che si sente da tempo trascurata. Dario però di lì a poco muore, ucciso dalla ‘ndrangheta in Calabria dove pare si fosse in pratica consegnato. Il padre di quest’ultimo accusa apertamente Giovanni di essere responsabile di questa fine e lo denuncia. Nel rivolgersi ad uno studio di avvocati, Giovanni si trova di fronte a Irene, una sua ex paziente di oltre vent’anni fa, che gli confessa di non aver avuto alcun giovamento dalla terapia di allora, ma nonostante ciò dopo qualche giorno, riprendendo il filo interrotto allora, gli chiede di riprenderla. Mari è confuso ed ha smarrito nel frattempo le giuste coordinate per svolgere serenamente il suo lavoro. E’ in crisi di autostima, perciò si mette in contatto con Anna, con la quale aveva svolto a suo tempo il tirocinio e che considera un’amica. Anna, dopo averlo ascoltato, ritiene necessario iniziare una terapia con Giovanni, che vede al centro dei loro dialoghi la figura di Sara, divenuta ossessiva per lo psicoterapeuta. Il quale cerca di coinvolgere invano anche Eleonora, nel tentativo estremo di salvare il suo matrimonio, ma fra i pazienti di Anna c’è anche Mara, la sua prima fidanzata…

VALUTAZIONE: una serie completamente diversa dalle altre, per impostazione e contenuti. Totalmente impostata sui dialoghi fra lo psicoterapeuta ed i suoi pazienti, in una continua alternanza di primi piani. Un’immersione nella psiche umana che avvolge lo spettatore rendendo palese il ruolo fondamentale della parola per interpretare fatti e sentimenti che vanno ben aldilà delle apparenze. Un’opera inevitabilmente sgradita a chi predilige l’azione, è assolutamente indicata invece per chi è interessato all’introspezione ed alle innumerevoli sfaccettature dell’animo, magari per riconoscersi in qualcuno dei personaggi.                                                                                                                                                                                                                             

Sull’onda del successo della serie TV originale omonima, realizzata in USA, che vede Gabriel Byrne nei panni dello psicoterapeuta, la trasposizione italiana è quasi letterale e conta sulla partecipazione, oltreché di Sergio Castellitto, di alcune attrici ed attori fra più in vista nella categoria degli emergenti e degli affermati in Italia.

In Treatment 16Una serie che è arrivata alla seconda stagione, per trentacinque puntate in totale, inferiori alla mezzora cadauna. La prima cosa che colpisce, sin dal primo episodio, è l’originalità del format. In pratica lo spettatore si trova al centro di una sequenza di sedute che lo psicoterapeuta Giovanni Mari svolge con i suoi pazienti, un campione fra quelli che presumibilmente frequentano il suo studio. Ogni seduta (è proprio il caso di dirlo, visto che psicoterapeuta e paziente sono seduti appunto uno di fronte all’altro) è parte di una terapia che si snoda lungo un percorso che, nel nostro caso, è costituito da sette/otto appuntamenti settimanali.

In Treatment 07I personaggi coinvolti, o per meglio dire le sessioni prese in esame, sono sette. Solo in un caso la terapia riguarda un nucleo familiare. In tutti gli altri invece si tratta di singole persone, d’ambo i sessi. Per alcuni di loro s’aggiunge in un secondo momento un parente stretto (la madre e il padre di Alice, ad esempio; la figlia di Guido; il padre di Dario). Alcuni degli interpreti più noti al pubblico, come Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Alba Rohrwacher e Isabella Ferrari, curiosamente ricoprono ruoli secondari. 

In Treatment 05La figura dello psicoterapeuta, così familiare nei paesi anglosassoni, specie in USA, è considerata tuttora da molti nel nostro paese con un po’ di diffidenza, forse perché viene generalmente associata ad una malattia della psiche, per sua natura imbarazzante da ammettere persino a se stessi ed ancor di più da mettere in piazza, per così dire, se riguarda un componente della propria cerchia di affetti ed amicizie. E’ un atteggiamento distorto, come vedremo in seguito, ma prima di proseguire sull’argomento, credo sia necessario intendersi su alcuni termini al fine d’evitare malintesi e confusioni. Ad esempio, che differenza c’è fra uno psicologo ed uno psicoterapeuta? E cos’è il transfert fra paziente e psicoterapeuta? Se chi mi legge non lo sapesse, non si preoccupi, non è grave, si tratta di classificazioni e finezze terminologiche che riguardano infatti una materia specialistica. Io stesso ho dovuto documentarmi in merito e riassumo per comodità quello che ho inteso.

In Treatment 21Riguardo la prima domanda e cercando come sempre di semplificare al massimo, non essendo questo il contesto adatto per ulteriori approfondimenti su tale argomento, lo psicologo è colui che attraverso una serie di test è in grado di aiutare il paziente a comprendere meglio se stesso o la natura di un disagio o malessere interiore. E’ quello che si può definire una sorta di medico di base per la salute psicologica del paziente. Lo psicoterapeuta invece è uno psicologo che è andato oltre negli studi, specializzandosi in psicoterapia, grazie alla quale è in grado di diagnosticare e curare le problematiche psicologiche. Non a caso il curriculum scolastico che quest’ultimo ha completato prima di specializzarsi può provenire dalla facoltà di psicologia o da quella di medicina. Lo psicoterapeuta è anche autorizzato perciò a somministrare medicinali, nel caso dovesse ritenerli necessari per la cura. Giovanni Mari è uno psicoterapeuta, per intenderci.

In Treatment 04Transfert e contro transfert sono due termini che in ‘In Treatment’ si sentono pronunciare spesso, quindi vanno compresi anch’essi, almeno a grandi linee. La paziente Sara si dice che ha sviluppato un transfert erotico nei confronti di Giovanni, un rischio classico se vogliamo fra paziente e psicoterapeuta. In pratica, nel corso della terapia s’è innamorata di lui e vorrebbe fisicamente concretizzare questo suo sentimento. Il contro transfert è quello che ha subito Giovanni nei riguardi di Sara, quando da figura neutrale nel procedimento di analisi, da ‘schermo’ sul quale la paziente dovrebbe proiettare le sue problematiche interiori, si è fatto un po’ alla volta direttamente coinvolgere, sino a corrispondere gli stessi sentimenti d’attrazione ed innamoramento. Nonostante la deontologia della sua professione escluda che una tale evoluzione debba mai avvenire fra psicoterapeuta e paziente. A maggior ragione per un professionista esperto come lui che conosce benissimo i meccanismi che possono condurre ad una tale eventualità. Essendo esseri umani, ovviamente anche gli psicoterapeuti non sono immuni da tali coinvolgimenti, ma in tal caso la terapia dovrebbe essere immediatamente interrotta ed il paziente dovrebbe essere indirizzato verso un altro collega che ristabilisca la distanza necessaria dei rispettivi ruoli. Cosa che lo stesso Mari tenta di fare con Sara, pur non riuscendoci….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

23/03/2016 Posted by | SERIE-TV | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Hateful Eight’

THE HATEFUL EIGHT

The Hateful EightTitolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Western

Durata: 167’ (185’ in versione 70 mm)  Regia: Quentin Tarantino

Cast:  Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demián Bichir (Bob “Il Messicano”), Tim Roth (Oswaldo Mobray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sanford Smithers), James Parks (O.B.), Dana Gourrier (Minnie), Zoë Bell (Judy), Lee Horsley (Ed), Gene Jones (Sweet Dave), Keith Jefferson (Charlie), Craig Stark (Chester Charles Smithers), Belinda Owino (Gemma), Channing Tatum (Jody)

TRAMA: il cacciatore di taglie John Ruth, detto ‘il boia’ è su una diligenza che sta percorrendo le montagne innevate del Wyoming per raggiungere la cittadina di Red Rock e consegnare la ricercata Daisy Domergue affinché sia impiccata. Una bufera di neve sta sopraggiungendo alle loro spalle, quando la diligenza è costretta a fermarsi davanti al Maggiore Marquis Warren, un nero ex ufficiale della cavalleria nordista divenuto nel frattempo anch’esso cacciatore di taglie, il quale è rimasto appiedato con i cadaveri di tre banditi per i quali ha intenzione di riscuotere il compenso. John accetta di far salire Warren solo dopo averlo disarmato. Poco dopo sulla loro strada compare anche Chris Mannix, rimasto a sua volta senza cavallo mentre si stava recando a Red Rock per assumere la carica di sceriffo. Poiché non accetta di essere disarmato, John stringe un patto con Warren di mutua assistenza, avendo entrambi interesse ad arrivare a destinazione per incassare i proventi del loro sporco lavoro. Sono gli anni successivi alla guerra civile fra nordisti e confederati. Mannix, un rinnegato sudista, ha riconosciuto subito Warren, che fu fatto prigioniero e riuscì a fuggire provocando un incendio che fece numerose vittime fra i sudisti ma anche fra gli stessi suoi compagni nordisti. L’atmosfera a bordo della carrozza si fa dunque tesa, mentre la bufera nel frattempo la raggiunge. Per loro fortuna riescono ad arrivare prima che sia troppo tardi all’emporio di Minnie, dove trovano rifugio per loro ed i cavalli. Stranamente non ci sono i gestori ma quattro uomini che sembrano aver trovato in quel posto a loro volta un tempestivo ricovero nell’attesa che passi la bufera. Si tratta del boia Oswaldo Mobray; di Bob, un messicano che dice di aver avuto l’incarico da Minnie di sostituirla nel mentre che lei ed il marito Sweet Dave si sono recati in visita alla madre; del tenebroso cowboy Joe Gage e del vecchio ex generale confederato Sanford Smithers. John Ruth non è abituato a fidarsi degli sconosciuti e dovendo conviverci per qualche giorno, cerca di mettere subito in chiaro le sue intenzioni riguardo la prigioniera ed al tempo stesso vuole capire con chi ha a che fare interrogando uno per uno quegli sconosciuti. A sua volta Warren, mentre si trova nelle stalle a dare una mano a Bob il messicano per sistemare i cavalli, inizia a sospettare che dietro l’assenza di Minnie e del marito, ci siamo ragioni diverse da quelle che quest’ultimo ha raccontato. Entrato quindi nell’emporio Warren ha riconosciuto nel generale sudista il comandante  colpevole della spietata uccisione di molti neri nordisti fatti prigionieri. Mannix invece sostiene di essere onorato della sua presenza dato che il padre ha combattuto ai suoi ordini. E’ appena l’inizio di un lungo duello verbale, di nervi e d’astuzia prima che si scateni l’inferno, complice anche un caffè avvelenato. 

VALUTAZIONE: Quentin Tarantino è uno dei più grandi talenti registici degli ultimi trent’anni. Con ‘The Hateful Eight’ non delude le aspettative. Lo schema narrativo in parte ricalca e riassume le sue opere precedenti. Ad una prima parte descrittiva e preparatoria, segue infatti una seconda la cui novità è rappresentata da una evidente sterzata nel genere giallo, con un travolgente crescendo, sino al finale pirotecnico ed in chiave horror nel quale trionfano il trash, lo splatter ed il film d’exploitation, tanto cari all’autore di ‘Pulp Fiction’.                                                                                                                                                                                                                                                                      

Premessa: ho avuto la possibilità di assistere al film nella sala ‘Energia’ del cinema Arcadia di Melzo nella versione a 70mm., che fra l’altro è lunga una quindicina di minuti in più di quella distribuita in versione digitale. Una sala che, film di Tarantino a parte, è comunque esemplare per godere il cinema ai massimi livelli e schiodare anche il più pigro degli spettatori dal pur comodo divano di casa. Chi ne ha la possibilità, lo vada a vedere in questo formato e non se ne pentirà (purtroppo ci sono solo tre cinema attrezzati in Italia, oltre a quello citato, uno a Bologna e l’altro a Roma).

The Hateful Eight 14La versione a 70mm. infatti è quella pensata e voluta dal regista, il quale ha rispolverato nell’occasione il formato Ultra Panavision, usato in passato da kolossal come ‘Ben Hur’. Ci guadagna non solo la qualità dell’immagine, che spesso nelle versioni digitali, contrariamente a quello che si potrebbe pensare lascia a desiderare sul grande schermo, al contrario della TV ed ovviamente la maestosità delle scene panoramiche che in questo formato si esaltano. Non di meno però, anche se potrebbe sembrare contraddittorio, se ne avvantaggiano anche le sequenze girate in interni, perché da un lato avvolgono lo spettatore come se si trovasse anch’esso dentro il set; dall’altro la visuale allargata mette in risalto anche le persone e gli oggetti non in primo piano, così che siano sempre parte integrante della scena. In ‘The Hateful Eight’ la maggior parte della vicenda si svolge dentro un locale, per meglio dire un emporio in mezzo alle montagne che diventa per circostanze atmosferiche avverse il rifugio per un gruppo di uomini ed una donna. Il film è anche preceduto da una ‘intro’ di circa quattro minuti sulle note di Ennio Morricone, con un’atmosfera che ricorda un po’ quella dei festival cinematografici.

The Hateful Eight 27L’ultima opera di Tarantino è il secondo western consecutivo della sua filmografia ed è suddivisa in sei capitoli che s’interrompono per dodici minuti fra il terzo ed il quarto. Il numero non è casuale perché all’inizio del quarto capitolo una voce fuori campo (nella versione originale è quella dello stesso regista) informa lo spettatore che quindici minuti prima non poteva accorgersi che è avvenuto un fatto narrativamente decisivo per il prosieguo: qualcuno infatti di nascosto ha avvelenato il caffè e l’unica ad essersene resa conto ed a sapere quindi chi è stato è la prigioniera Daisy Domergue. Se il film fosse proiettato senza interruzione alcuna (seppure sembra difficile che possa avvenire, dato che dura anche nel formato digitale quasi tre ore), o con un intervallo più breve, l’ignaro spettatore non potrebbe rendersi conto della particolarità di una tempistica così precisa.

The Hateful Eight 19Già da questo aneddoto si può comprendere come nel cinema di Tarantino nulla è lasciato al caso, anche quello che potrebbe sembrare ai più un particolare trascurabile. Ciò premesso, anche il numero otto del titolo non è casuale. La prima associazione che fa venire in mente infatti è quella con ‘I Magnifici Sette’, un western classico di John Sturges del 1960, cui appunto ‘Gli Odiati Otto’ sembra quasi volersi accodare nella sequenza. La seconda è relativa al numero dei film diretti da Quentin Tarantino sinora, che prima di questo sono stati appunto sette (‘Le Iene‘, ‘Pulp Fiction‘, ‘Jackie Brown‘, ‘Kill Bill Vol. 1‘, ‘Kill Bill Vol. 2‘, ‘Bastardi Senza Gloria‘, ‘Django Unchained‘), cui s’aggiunge semmai il mezzo relativo a ‘Grindhouse – A Prova di Morte‘, abbinato a ‘Planet Terror’ di Robert Rodriguez . Il che semmai porta il numero a otto e

mezzo, guarda caso il titolo di un celebre film di Federico Fellini. Casuale anche questo? Manco per nulla!

Chi ancora non lo sapesse infatti, Quentin Tarantino è a sua volta un cultore del cinema nel senso più pieno e completo della parola, inesauribile consumatore di film di ogni genere e grande estimatore di molti autori, anche nostrani come Sergio Leone e Federico Fellini appunto, non di meno del genere cosiddetto ‘spaghetti western’ come lo stesso ‘Django Unchained’ indica chiaramente, già nel titolo. Nelle sue opere perciò è solito fare riferimento ai maestri del passato, con inquadrature, particolari oggetti, grafica dei titoli, allusioni di vario tipo e musiche che si trasformano poi in chicche per gli appassionati che si cimentano a scoprire tutte le citazioni possibili. A tal proposito nei miei commenti ai suoi film, citati nel paragrafo precedente, si possono leggere ulteriori aneddoti in merito…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

15/02/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Grande Scommessa’

LA GRANDE SCOMMESSA

La Grande ScommessaTitolo Originale: The Big Short

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Drammatico, Biografico

Durata: 130’ Regia: Adam McKay

Cast:  Christian Bale (Michael Burry), Steve Carell (Mark Baum), Ryan Gosling (Jared Vennett), Brad Pitt (Ben Rickert), Melissa Leo (Georgia Hale), Finn Wittrock (Jamie Shipley), Hamish Linklater (Porter Collins), John Magaro (Charlie Geller), Rafe Spall (Danny Moses), Jeremy Strong (Vinnie Daniel), Marisa Tomei (Cynthia Baum), Stanley Wong (Ted Jiang), Byron Mann (Wing Chau), Tracy Letts (Lawrence Fields), Karen Gillan (Evie), Selena Gomez (se stessa), Margot Robbie (se stessa), Adepero Oduye (Kathy Tao), Rudy Eisenzopf (Lewis Ranieri), Rajeey Jacob (Deeb Winston), Anthony Bourdain (se stesso), Richard Thaler (se stesso), Tony Bentley (Bruce Miller) 

TRAMA: Michael Burry è a capo di una società d’investimenti finanziari (hedge fund). E’ un tipo eccentrico, che sta in ufficio scalzo, in pantaloncini, maglietta e per concentrarsi ascolta musica metal a tutto volume. Un pazzoide, direbbe qualcuno. Però sa analizzare i prodotti finanziari, specie quei CDO che attraverso la cartolarizzazione dei mutui subprime contengono spazzatura spacciata per titoli garantiti, meritevoli addirittura della tripla AAA da parte delle principali società di rating. Michael decide quindi di andare contro il mercato scommettendo sul crollo del settore immobiliare americano. E per farlo chiede ad alcune banche di creare un prodotto che non esiste, una sorta di assicurazione (Credit Default Swap) che garantisce interessi positivi se i CDO crollano; negativi invece se dovessero continuare il loro trend di crescita. I ‘lupi finanziari’ delle banche di Wall Street fiutano l’affare e ridono dietro alle spalle di Michael, il quale investe apparentemente in maniera sconsiderata i soldi dei clienti che hanno acquistato quote del suo fondo Scion. Questo succede nel 2005, quasi due anni prima che avvenga il crollo che Michael ha già previsto. Non è il solo a pensarla così, perché Jared Vennett, investitore della Deutsche Bank, venuto a conoscenza della strategia di Michael, l’ha presa sul serio ed ha deciso di farla sua, coinvolgendo nel progetto Mark Baum, un trader a capo a sua volta di una finanziaria. Anche due giovani investitori come Charlie Geller e Jamie Shipley scorgendo per caso un volantino di Vennett vengono a conoscenza dei propositi di Michael ed intuendo la fondatezza delle sue analisi, si rivolgono ad un esperto banchiere come Ben Rickert, uscito nel frattempo dal giro, ma ancora ben introdotto. La partecipazione di tutti loro, escluso Burry, all’American Security Forum di Las Vegas, sancisce la definitiva consapevolezza del tracollo incombente sui mercati finanziari, specie dopo un colloquio che Vennett ha con un creatore senza scrupoli di CDO sintetici, un prodotto ancora più pericoloso, nel corso del quale si convince che la situazione è ben più grave e senza controllo di quella che supponeva. Il resto è storia nota: nel 2007 il mercato immobiliare crolla e milioni di persone perdono il posto di lavoro e la loro casa. Anche la storica società d’investimenti Lehman Brothers fallisce e le conseguenze della crisi che genera un effetto domino sul resto del mondo le sentiamo ancora oggi. Cos’è cambiato da allora? Niente! Michael Burry e quelli che hanno investito sui ‘Credit Default Swap’ sono però diventati milionari.

VALUTAZIONE: se ‘Inside Job’ di Charles Ferguson è un film-documentario che racconta, intervistando gli stessi protagonisti, il crollo dei mercati a seguito della ‘bolla’ immobiliare in USA del 2008 e la crisi planetaria che ne è seguita, ‘La Grande Scommessa’ è la ricostruzione di quegli stessi eventi dalla parte di chi ha saputo interpretarli per tempo e trarne grande profitto. Un’opera che necessita di alcune nozioni preliminari di natura finanziaria per essere ben compresa, nonostante gli sforzi degli autori per renderla fruibile al maggior numero di spettatori.                                                                                                                                                                                                                                                                              

Solo negli Stati Uniti nel periodo che va dal secondo semestre del 2007 al primo semestre del 2009 sono fallite ben ventitré banche. Il settore bancario ha perso oltre 4.100 miliardi di dollari, trascinando con sé l’economia mondiale in una crisi che si può dire tutt’altro che conclusa purtroppo. Le conseguenze, per parlare solo degli USA, le hanno pagate otto milioni di persone che hanno perso il lavoro, sei milioni la casa, oltre alla dignità ed in molti casi persino la vita, suicidandosi. Gli effetti dalle nostre parti si sono fatti sentire in particolare a partire dal 2011 ma ne paghiamo ancora oggi le conseguenze.

La Grande Scommessa 03Se si guarda all’oggi, appunto, alle continue turbolenze delle borse finanziarie, anche partendo soltanto da inizio anno, con timori legati, fra l’altro, alla discesa del prezzo del petrolio e la temuta ‘bolla’ immobiliare, questa volta della Cina, c’è motivo di pensare che la lezione precedente non è servita a granché e ciò che racconta il film di Adam McKay è solo un momento, non conclusivo, di una deriva speculativa che continua imperterrita ad autoreplicarsi solo in forme apparentemente diverse. Il caso ultimo di Banca Etruria, tanto per restare a casa nostra, è emblematico in tal senso.

La Grande Scommessa 19Nel film-documentario ‘Inside Job‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento), Charles Ferguson nel 2010 trattava lo stesso argomento de ‘La Grande Scommessa’, però da una prospettiva diversa. Se la materia degli strumenti finanziari ti è ostica e sfido anche molti fra gli addetti ai lavori a definirla diversamente, nella seconda parte del mio commento a quel film-documentario avevo inserito anche un piccolo glossario dei termini finanziari che bisogna conoscere per comprendere, almeno a grandi linee, i tortuosi meccanismi dei prodotti finanziari attraverso i quali operano le grandi organizzazioni internazionali e che, guarda caso, sono alla base anche dell’opera di Adam McKay. L’avevo fatto innanzitutto per mia informazione, ma spero possa essere utile anche in questa occasione pure al lettore che ha appena assistito o assisterà a ‘La Grande Scommessa’.

La Grande Scommessa 18A tal proposito, sempre in quel precedente commento, sottolineavo il fatto che il vero genere horror è quello che nasce dalla realtà, la quale può assumere anche le sembianze dei grandi speculatori finanziari, piuttosto che essere il prodotto della fantasia di qualche autore creativo. ‘Inside Job’ sviluppava la sua analisi e cronistoria della cosiddetta esplosione della ‘bolla’ immobiliare in USA nel 2007/8 come una sorta di reportage, incluse interviste ai protagonisti di quegli eventi. Perlomeno quelli che avevano accettato di farsi intervistare davanti al microfono e alla telecamera; il regista vi aveva poi aggiunto immagini di repertorio di quegli stessi personaggi ed altri fra i più in vista di Wall Street, delle banche e delle società d’investimento più coinvolte e persino del governo, che si erano invece rifiutati di testimoniare. La gran parte dei colpevoli e dei loro complici comunque non hanno pagato nulla per quella catastrofe e sono ancora al loro posto. Ma questo c’era bisogno d’aggiungerlo?

La Grande Scommessa 17In un mondo ideale, cosa ci sarebbe in fondo di complicato da capire se i prodotti finanziari fossero suddivisi chiaramente fra rischiosi, bilanciati e conservativi? Chiunque potrebbe decidere in base alle proprie aspettative e propensione al rischio dove investire. Preferisco andare sul sicuro, conservando il miei preziosi risparmi senza grandi patemi? Benissimo, mi accontento di guadagnare poco, magari anche solo coprire l’inflazione per non perdere potere d’acquisto. Voglio crescere un po’ il livello di rischio? Allora scelgo un prodotto bilanciato che, se va bene porto a casa qualcosa di più del precedente; se dovesse andare male invece, limito comunque i danni. Sono giovane e/o ho un bel gruzzolo al quale sono ragionevolmente certo di non aver bisogno di dover mettere mano nel medio-lungo periodo? Allora posso scegliere un investimento più rischioso, su azioni o prodotti in larga parte legati ad esse che possono darmi guadagni sostanziosi ma che, nel caso le borse dovessero entrare in una cosiddetta fase ‘orso’, cioè di ripiegamento e quindi provocare una perdita nel mio capitale (sinché non vendo, è comunque solo virtuale), conoscendo le regole del gioco sarei consapevole di aver messo in preventivo la pazienza ed i nervi saldi necessari per attendere che il trend s’inverta e possa recuperare e poi magari guadagnarci come avevo sperato e puntato…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

04/02/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: ‘Quantico’

QUANTICO

TQuanticoitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Drammatico, Giallo

Durata: 45’ (ad episodio) Regia: Joshua Safran

Cast:  Priyanka Chopra (Alex Parrish), Josh Hopkins (Liam O’Connor), Jake McLaughlin (Ryan Booth), Aunjanue Ellis (Miranda Shaw), Yasmine Al Masri (Nimah e Raina Amin), Johanna Braddy (Shelby Wyatt), Tate Ellington (Simon Asher), Graham Rogers (Caleb Haas), Anabelle Acosta (Natalie Vazquez)

TRAMA: nell’Accademia dell’FBI di Quantico in Virginia un gruppo di aspiranti agenti inizia l’addestramento. Il corso dura ventuno settimane durante le quali ognuno di essi dovrà sottoporsi ad una serie di test che metterà a dura prova le sue capacità, la resistenza, il coraggio e l’affidabilità. L’irreprensibilità del comportamento e doti di leadership completano i parametri fondamentali del profilo richiesto. Il gruppo è diversificato per sesso, provenienza e razza. Ben presto, fra tutti loro emergono le qualità di Alex Parrish, d’origine indiana, nonostante il già alto livello in generale dei suoi compagni. Proprio lei però, grazie ad una spiata che viene ritenuta attendibile dalle autorità, viene accusata di complicità nell’attentato, che ricorda da vicino quello delle Torri Gemelle, della Grand Central Station a Manhattan che è stata fatta saltare in aria con una bomba. Alex è stata ritrovata fra le macerie, rinvenuta da poco, visibilmente confusa ma per fortuna illesa. Sbigottita per le accuse, riesce comunque a fuggire e diventa perciò oggetto di una caccia alla donna. Il suo obiettivo, grazie al livello di addestramento ricevuto, è quello di trovare le prove che la possano discolpare e scovare al tempo stesso il vero colpevole, che pare si nasconda fra i suoi stessi compagni del corso. Nel suo passato, così come in quello di altri suoi colleghi, ci sono lati oscuri e non sono mancati neppure episodi di natura traumatica. Suo padre, ad esempio, è stato un agente dell’FBI, ucciso però fra le mura di casa durante un litigio familiare. Il responsabile dell’addestramento, Liam, è stato a lungo al suo fianco. Alex vorrebbe saperne di più riguardo la carriera in FBI del padre, il cui fascicolo sembra sia stato segretato. Ad aiutarla s’è offerto Ryan, che ha conosciuto prima ancora di arrivare a Quantico e con il quale ha avuto anche un rapporto sessuale. Ryan però ha un comportamento ambiguo nei suoi confronti da quando Alex l’ha ritrovato sorprendentemente fra i partecipanti al corso. Fra gli altri c’è Simon, un ebreo che ha già vissuto un’esperienza di guerra nella striscia di Gaza, che sembra però nascondere molto di più. Oppure Shelby, che ha perso entrambi i genitori negli attentati del 2001 ed ha a sua volta un segreto inconfessabile. A Quantico ha iniziato ben presto una storia con Caleb, il quale sembra essere lì solo per raccomandazione, essendo il figlio di un pezzo grosso della sicurezza nazionale. Ci sono inoltre due gemelle di origine araba, Nimah e Raina, alle quali Miranda Shaw, a capo degli addestratori, ha imposto di apparire ai loro compagni come se fossero una persona sola, alternandosi, così che s’abituino a sostituirsi vicendevolmente secondo necessità quando diventeranno operative per davvero. Fra prove di abilità tattica e deduttiva, alternate ad altre di natura fisica, i rapporti fra gli aspiranti agenti s’intersecano, con inevitabili scontri caratteriali, sospetti, sorprese, incroci sentimentali e delusioni. L’attentato del quale è accusata Alex però non ha più nulla a che fare con la finzione e lei rischia di essere per davvero incriminata come terrorista. 

VALUTAZIONE: come in alcuni romanzi gialli di Agatha Christie, anche in ‘Quantico’ lo scenario è da ‘tutti colpevoli, tutti innocenti’. L’ambientazione è patinata, lo stile è piacevole ed a mezza via fra il fotoromanzo ed il thriller. I protagonisti, quasi tutti giovani di bell’aspetto e belle speranze, si muovono in uno schema costruito a scatole cinesi, in continua alternanza da un lato con l’analisi dei caratteri durante il periodo d’addestramento e dall’altro in un ambito di caccia ai colpevoli al quale l’attualità fornisce inevitabile supporto mediatico, rendendo meno banale il contesto rispetto a ciò che altrimenti potrebbe apparire.                                                                                                                                                                                                                                                                                   

La messa in onda della prima puntata di ‘Quantico’ su una nota piattaforma satellitare è coincisa con i terribili attentati di Parigi del novembre scorso, tant’è che la distribuzione, con tempestività almeno pari alla furbizia ha aggiunto all’inizio una didascalia, che ora non ricordo alla lettera, ma più o meno suonava come un avviso per lo spettatore sulle immagini cui stava per assistere, che avrebbero potuto urtare la sua sensibilità, dato che mostravano la scena di un attentato, appena avvenuto.

Quantico 21Non ci vuole poi molto in realtà, per chi è meno incline a farsi abbindolare dalle apparenze, per capire che fra quelle stesse immagini che mostra ‘Quantico’ e la realtà degli attentati di Parigi, o di qualunque altro di natura terroristica avvenuto in giro per il mondo, intercorre la stessa differenza che c’è fra una pozza d’acqua piovana ed un lago. La cosa è talmente evidente che nel corso delle dieci puntate successive, le torbide strategie dell’Isis, di Al-Qaida o di qualunque altra organizzazione terroristica non sono mai prese in considerazione, né dal punto di vista ideologico, tanto meno da quello dell’analisi storica e socio-politica.

Quantico 01In realtà l’attentato nel quale la Miss Mondo dell’anno 2000, Priyanka Chopra, nella finzione Alex Parrish, viene ritrovata miracolosamente illesa dalle squadre di soccorso nel mezzo della scena di distruzione che ha portato, dopo una terribile esplosione, a ridurre la Grand Central Station di New York ad un ammasso di macerie, è solo la premessa dell’opera e di uno schema narrativo che è suddiviso in due direttrici tematiche.

Quantico 04La prima, quella post attentato, è volta al presente e vede Alex accusata di far parte del commando di terroristi, prove alla mano ritrovate persino a casa sua, costringendola a fuggire, non trovando altro modo per tentare di discolparsi ed indirizzare le indagini sui veri colpevoli. La seconda, ricostruisce dall’inizio il periodo di ventuno settimane di addestramento presso l’Accademia dell’FBI a Quantico, nel corso delle quali un brillante gruppo di aspiranti agenti completa la sua preparazione, superando le dure prove e guadagnandosi infine la divisa, tranne alcune dolorose esclusioni che avvengono durante il percorso istruttivo. Le due fasi narrative sono alternate fra loro a più riprese durante le undici puntate della prima serie, messe in onda fra novembre 2015 e gennaio 2016. Da Aprile pare che seguiranno le successive dodici.

Quantico 02Il successo attuale delle Serie TV in generale è determinato da un format che è una variante rispetto al cinema, dove i cosiddetti ‘sequel’ e ‘prequel’ compongono serie di opere come ‘Star Wars’ ad esempio. Le produzioni, ottenuto il successo con il primo episodio, ne sfruttano il filone sino allo sfinimento del pubblico ed all’esaurimento della fantasia creativa degli autori, sia dal punto di vista dei tempi cronologici della storia in senso sequenziale (sequel), che anteriormente al primo episodio (prequel appunto). I risultati economici di solito rispettano le aspettative e servono anche a coprire i rischi che comportano nuove proposte che si possono rivelare invece un flop nell’audience e quindi nei ritorni economici.

Quantico 19Le Serie TV sono sviluppate a stagioni, composte a loro volta da un numero variabile di puntate la cui durata singola difficilmente supera l’ora. Fra quelle cui ho avuto modo di assistere sinora, solo ‘Fargo’ ha concluso la prima stagione con un vero finale, iniziando la seconda con una storia e personaggi completamente diversi. Tutte le altre invece, dopo aver buttato il sasso nascondono la mano, per usare una facile metafora che però forse rende l’idea, poiché rispondono solo in minima parte alle risposte dovute allo spettatore, rimandando la soluzione dell’enigma proposto alla stagione successiva e così via, se la serie continua a tirare e generare business, ovviamente. Quella relativa a ‘The Walking Dead’, ad esempio, è già arrivata alla quinta stagione e seppure fra una e l’altra cambia il contesto e persino alcuni contenuti e personaggi, in realtà le ragioni per cui tutto è iniziato non sono state ancora chiarite. Di ‘Quantico’ si sa sinora che è composto da ventitré puntate, suddivise in due tranche e non è dato sapere se saranno conclusive. Le impressioni che ha suscitato sin qui sono perciò provvisorie e limitate…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

31/01/2016 Posted by | SERIE-TV | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: ‘Les Revenants – 1^ e 2^ Stagione’

LES REVENANTS

Les Reventants - Stagione 1Titolo Originale: idem

 Nazione: Francia

Anno:  2012 Genere:  Fantastico, Drammatico, Horror

Durata: 52’ ad episodio Regia: Fabrice Gaubert

Cast:  Anne Consigny  (Claire), Clotilde Hesme (Adèle), Céline Sallette (Julie), Pierre Perrier (Simon), Guillaume Gouix (Serge), Frédéric Pierrot (Jérôme), Constance Dollé (Sandrine), Grégory Gadebois (Toni), Ana Girardot (Lucy), Jean-François Sivadier (Pierre), Alix Poisson (Laure), Jenna Thiam (Léna), Samir Guesmi (Thomas), Yara Pilartz (Camille), Swann Nambotin (Victor/Louis), Brune Martin (Chloé), Jérôme Kircher (Père Jean-François), Carole Franck (Mlle Payet), Laetitia de Fombelle (Viviane Costa), Matila Malliarakis (Frédéric)

TRAMA: La serenità degli abitanti di un paesino incastonato fra le Alpi francesi è andata distrutta il giorno nel quale un pullman con una scolaresca di trentotto adolescenti in gita è precipitato in un burrone lungo la stretta strada che scende a valle. Non ci sono stati superstiti. Quattro anni dopo una giovane proveniente dalla boscaglia percorre la strada sovrastante la diga situata appena fuori dal paese e giunge sino a casa. Lungo il percorso non ha incontrato nessuno. La ragazza è affamata e per prima cosa quindi apre il frigo per prendere qualcosa da mettere sotto i denti. Claire scende dal piano superiore dell’abitazione e si trova di fronte la figlia Camille che era morta dentro quel maledetto pullman. Alla prima reazione d’incredulità subentra la riapertura di una ferita mai completamente rimarginata, unita ad una inimmaginabile speranza. Camille però non ricorda assolutamente nulla di ciò che accadde ed è tornata a casa nelle identiche sembianze di allora, come se si trattasse di una giornata qualsiasi. La sua gemella Léna nel frattempo ha compiuto quasi vent’anni. Quando entra in casa e vede Camille, la respinge come se si trattasse di un’estranea che usurpa il ricordo della sorella. Identica sorte subiscono altre famiglie del paesino, ognuna delle quali evita però di comunicare all’esterno il misterioso ed incredibile accadimento. Come Adèle, il cui fidanzato Simon era morto il giorno stesso del loro matrimonio, mentre lei era ad attenderlo all’altare ed era già incinta di Chloé che ora ha una decina d’anni. Oppure Toni che aveva addirittura ucciso e sotterrato il fratello Serge per impedirgli di continuare la catena di omicidi di giovani donne in un sottopasso, cercando poi persino di nutrirsene. L’ultima in ordine di tempo è stata Lucy, ferita gravemente, che si è poi rimessa inaspettatamente alcuni giorni dopo. Un bambino di circa otto anni è sbucato dal bosco ed ha seguito l’infermiera Julie sino a casa, facendosi ospitare senza proferire però neppure una parola. Una presenza inquietante che al tempo muove l’istinto di maternità e protezione della donna che lo accoglie in attesa di poterne sapere di più sulle ragioni della sua comparsa. Un anziano viene raggiunto dalla moglie morta annegata nel lago anni addietro e non riuscendo a sopportare lo choc, incendia la casa e si suicida gettandosi dal parapetto della diga, ricostruita dopo che anni prima era crollata provocando centinaia di morti nel paese sottostante sommerso dalle acque. Il livello del lago generato dall’invaso della nuova diga intanto sta diminuendo a dismisura e le autorità non si spiegano la ragione, avendo verificato più volte la tenuta stagna della stessa. L’energia elettrica in paese subisce nel frattempo una serie d’improvvisi ed inspiegabili backout. Claire, d’accordo con il marito Jérôme, dal quale si era separata nel periodo seguente il dramma del pullman, decide infine d’informare della presenza innaturale di Camille il responsabile di una comunità umanitaria locale di nome Pierre, verso il quale da tempo ha un’intesa. Quest’ultimo ritiene trattarsi di un evento epocale e convince Camille a parlare della sua esperienza ad altri genitori di sue compagne scomparse nello stesso incidente, ma una coppia rimane sconvolta dalle rivelazioni e si suicida subito dopo. Sono solo alcuni degli eventi che caratterizzano questa storia intrigante sviluppata nel corso di due Serie TV di otto puntate cadauna per stagione. 

VALUTAZIONE: Fabrice Gaubert, regista, ideatore e sceneggiatore della Serie TV assieme a Emmanuel Carrére, è riuscito nell’impresa di realizzare un’opera di fantasia che mescola vita e morte senza ricorrere a scene ad effetto, con sangue e colpi allo stomaco dello spettatore. La storia pone una serie di quesiti con forti connotazioni spirituali riguardo il mistero dell’aldilà. L’ambientazione e le musiche sono intriganti e funzionali. Pur trattando in fondo un argomento simile alle Serie TV ‘The Walking Dead’, ne è il suo opposto dal punto di vista della rappresentazione e dei toni.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

Che effetto potrebbe avere su ognuno di noi se un nostro caro scomparso nel frattempo tornasse in vita improvvisamente, così come lo ricordiamo nel momento stesso del trapasso e si presentasse di fronte a noi come se nulla fosse e senza ricordare il momento e le cause per cui è passato, si dice di solito, a miglior vita?

Les Revenants 03I morti che ritornano è d’uso definirli zombi. In realtà sono personaggi di fantasia sui quali la narrativa ed il cinema da molto tempo si sbizzarriscono, quasi sempre in chiave horror. Uno degli ultimi esempi viene dalla serie TV ‘The Walking Dead’ che prefigura un evento misterioso sul nostro pianeta che trasforma, appunto, i morti in zombi, i quali si nutrono dei vivi trasformandoli a loro volta in zombi. I pochi sopravvissuti lottano per non farsi sopraffare, nella speranza che l’incubo possa nel frattempo miracolosamente svanire così come si è improvvisamente materializzato, seppure ciò che resta del mondo probabilmente determinerà un nuovo inizio. Un cataclisma simile insomma a quello che portò milioni di anni fa alla scomparsa dei dinosauri, dominatori della terra ed a ridisegnare il processo evolutivo della Natura.

Clotilde Hesme (Adèle)

Clotilde Hesme (Adèle)

Il successo di ‘The Walking Dead’, giunta oramai alla quinta stagione, è fondato anche sull’utilizzo frequente d’immagini in perfetto stile ‘splatter’ (un termine usato ad indicare nel cinema scene di sangue e di membra squarciate con fuoruscita degli organi dal corpo: insomma una cosa schifosa per i più), non esenti a volte però persino da un certo umorismo macabro. Ebbene, ‘Les Revenants’ si pone esattamente all’opposto. Non c’è alcun intento di spettacolarizzazione delle immagini, di ricerca mirata dell’orrido e sono molto rari i momenti nei quali si vede scorrere sangue nel corso dei sedici episodi che compongono le due stagioni. Ognuno di essi è intitolato ad un personaggio significativo del quale, complici alcuni flashback sul suo passato, si viene a comprendere il ruolo nella storia. Gli autori della Serie TV francese hanno infatti preferito scegliere un taglio espressivo completamente diverso, dando priorità all’ambientazione ed alle implicazioni psicologiche che coinvolgono i vivi ed i ‘revenants’, coloro cioè che sono tornati dall’oltretomba. 

Les Revenants 06Che non sono in questo caso esseri immondi, dai corpi straziati, che deambulano sulle strade senza meta, spinti alla deriva da un insaziabile bisogno di cibo umano. I morti che ritornano di ‘Les Revenants’ sono infatti identici nell’aspetto a quello che avevano al momento del loro decesso, impossibili quindi da distinguere rispetto ai vivi, se non fosse che per loro il tempo si è fermato al momento della morte mentre i viventi, inclusi i loro cari quindi, pur nel dolore della perdita subita, nel frattempo sono andati avanti, non solo negli anni ma anche nell’evoluzione dei loro rapporti sociali e sentimentali. Per il resto i resuscitati si comportano esattamente come le persone comuni: hanno appetito, anzi spesso sono proprio affamati ma di cibo normale non di carne umana, provano gli stessi sentimenti di sempre, fanno persino all’amore, soffrono di gelosia e persino d’insonnia, soprattutto nella prima fase del loro ritorno. Si potrebbe dire quindi, volendo sdrammatizzare un po’ la cosa, per un eccesso di stress. Insomma nelle loro intenzioni ci sarebbe la volontà di riprendersi la vita dal punto esatto in cui l’avevano interrotta.

Les Revenants 09Si vedrà come in realtà hanno limitazioni delle quali ignorano inizialmente l’esistenza: se si allontanano troppo dal loro gruppo, ad esempio, spuntano strane ferite sul loro corpo, persino delle vere e proprie necrosi, una sorta di confine che ne stabilisce il loro essere e di filo invisibile che lega gli uni agli altri. In compenso possono anche morire più volte, pure violentemente nel caso, tanto ben presto le ferite spariscono e tornano nuovamente in vita. Non tutti in realtà cercano di raggiungere i loro cari, la maggior parte infatti non supera i margini del bosco, sino a reclamare il ritorno dei pochi fuoriusciti con la loro inquietante presenza ed a rifugiarsi in una parte del paese abbandonata dalla quale è quasi impossibile uscire…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

22/01/2016 Posted by | SERIE-TV | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Quo Vado’

QUO VADO

Quo VadoTitolo Originale: idem

 Nazione: ITA

Anno:  2007 Genere:  Commedia

Durata: 86’  Regia: Gennaro Nunziante

Cast:  Luca Medici (Checco Zalone), Eleonora Giovanardi (Valeria), Sonia Bergamasco (Dottoressa Sironi), Maurizio Micheli (Peppino, padre di Checco), Ludovica Modugno (Caterina, madre di Checco), Ninni Bruschetta (Ministro Magno), Paolo Pierobon (Ricercatore scientifico), Azzurra Martino (Fidanzata di Checco), Lino Banfi (Senatore Binetto)

TRAMA: Checco è stato catturato da una pericolosissima tribù in Africa. Come sia finito sin lì non è ancora dato di sapere, ma per convincerli a non ucciderlo e lasciarlo andare, gli viene imposto di raccontare la sua storia senza mentire. Solo così il capo sarà magnanimo nei suoi confronti. Checco inizia il riassunto dal momento in cui era bambino e la sua aspirazione era il posto fisso che ha realizzato diventando un impiegato della Provincia, settore Caccia e Pesca. Lavoro limitato a qualche rara timbratura sui permessi rilasciati, clientelismo, assenteismo e zero responsabilità. Anche in ambito familiare viveva con i genitori ed era fidanzato, coccolato dai futuri suoceri, anche se non mostrava comunque alcuna intenzione di sposarsi. Gli impegni, pur minimi che fossero, non facevano per lui. Checco era una persona realizzata, a suo modo, insomma. A rompere l’equilibrio è giunta però la riforma della pubblica amministrazione del 2015 che ha comportato il taglio delle province con relativi prepensionamenti e ricollocazioni in base a specifiche prerogative. I casi che non rientravano in queste due categorie sono stati costretti ad accettare una buona uscita, firmando le dimissioni, oppure il trasferimento presso un’altra sede e secondo necessità di mansioni. Purtroppo per Checco, era l’unico del suo ufficio a non possedere i requisiti per conservare la scrivania cui era tanto affezionato. Checco aveva però un mentore nel senatore Binetto, cultore del posto fisso ed al quale, a suo parere, non si rinuncia mai. Così, quando la dottoressa Sironi ha proposto a Checco l’assegno in cambio delle dimissioni, ha rifiutato, unico caso fra quelli da lei gestiti, ostentando persino sicurezza e strafottenza. E’ iniziata così una sorta di braccio di ferro fra lui e la dottoressa che lo ha spedito in varie località d’Italia con l’obiettivo di sgretolare la sua resistenza. Checco invece ha dimostrato un notevole spirito d’adattamento ed una tenacia insospettabili. Allora la Sironi, indispettita, lo ha trasferito alla Base Artica italiana dove occorreva un uomo di scorta agli addetti che studiano l’impatto dell’inquinamento sui ghiacciai, per difenderli in caso di attacco degli orsi. Checco a questo punto sembrava sul punto di cedere, quando ha incontrato la ricercatrice Valeria della quale s’è innamorato immediatamente. La sua simpatia e l’apparente sicurezza hanno colpito la donna, che pure aveva già avuto alcune storie con uomini di varia nazionalità e colore dalle quali sono nati ben tre figli. Checco s’è adattato anche a questa situazione ed alla cultura sociale nordica, fondata sull’ordine ed un modello molto diversi da quello nostrano. Il rigido inverno però, la notte che dura parecchi mesi e la disperazione della dottoressa Sironi, che stava subendo a sua volta le pressioni del capo per non aver completato il suo mandato, hanno portato ad un nuovo trasferimento di Checco, questa volta in Calabria, a fare la guardia forestale. Anche Valeria ed i suoi figli lo hanno seguito ed assieme hanno messo in piedi un’oasi di recupero degli animali bistrattati ed abbandonati. La platea della tribù, divisa fra anziani, guerrieri, donne e bambini commenta con grande partecipazione a più riprese le vicende raccontate da Checco, che è giunto in Africa per dare una svolta alla sua vita, accettando di rinunciare al posto fisso a condizione che la dottoressa Sironi paghi di tasca propria una parte della buona uscita che Zalone devolverà ad un ospedale per vaccinare i bambini del posto.

VALUTAZIONE: Luca Medici, alias Checco Zalone, sdogana il cine panettone con un film molto meno banale di quello che qualcuno potrebbe forse pensare. Il comico pugliese infatti sfrutta uno dei temi sociali più dibattuti dell’ultimo periodo in Italia, il posto fisso, per realizzare un’opera che tocca alcune delle contraddizioni e dei mali atavici del sistema Italia. E lo fa con grande arguzia nella prima parte, che è molto divertente con punte amarognole al tempo stesso. La seconda parte invece, dal ritorno in Italia sino all’espatrio in Africa, è meno brillante ed affiora anche qualche accenno di retorica, con un lieto fine consolatorio e piacione.                                                                                                                                                                                                                           

Avrà notato chi segue questo blog/sito che raramente pubblico recensioni di film che sono ancora nelle sale cinematografiche. Le ragioni sono molteplici, non ultima quella che preferisco avere l’opera sottomano, nel caso ritenga necessario rivedere alcuni momenti prima di scriverne. Qualcuno magari obietterà: come la fai complicata, in fondo si tratta, almeno in questo caso, di un cine panettone, per quanto campione d’incassi e di natura diversa nella sostanza da quelli definiti solitamente come tali.

Quo Vado 13Ed apro allora una breve parentesi di riflessione, senza pretendere, sia ben chiaro, di scoprire l’acqua calda perché nel frattempo l’hanno già fatto in troppi e quindi semmai potrei solo unirmi al coro. Lo ammetto, come tanti inizialmente ho un po’ snobbato il ‘fenomeno’ Zalone. Basta rileggere la mia precedente recensione di ‘Cado dalle nubi‘, che mi guardo bene (come farebbe forse qualcuno con opportunismo tipico di alcuni dei personaggi descritti in ‘Quo Vado’) di correggere tempestivamente (in fondo, quanti se ne accorgerebbero?) quelle osservazioni che oggi forse non ripeterei, seppure nel complesso ne tracciavo un giudizio più positivo che negativo.

Quo Vado 08Proprio l’ultima frase però (si perdoni l’arroganza dell’autocitazione ‘Il problema di questi personaggi è quello di non diventare nel tempo la parodia di se stessi‘) è quella che ora mi pare più impropria, perché Luca Medici (per comodità, utilizzo il suo vero nome, parlando dell’artista e non del protagonista dei suoi film) dimostra in quest’opera di possedere talento e personalità che difficilmente finiranno per avvilupparlo, riducendo il personaggio di Checco Zalone ad una macchietta che fa il verso a se medesimo, un po’ irriverente e trasgressiva, ma pur sempre prigioniera di un modello riconoscibile. Luca Medici infatti possiede numeri e qualità che ne fanno un fenomeno a se stante nel panorama comico nostrano, seppure difficilmente spendibile all’estero perché legato indissolubilmente a tematiche tipiche dell’italianità. Della quale egli è un acuto ed un astuto osservatore nel rivisitarla dal lato comico/grottesco, specie riguardo i mali atavici che il nostro sistema si porta appresso dalla cosiddetta Prima Repubblica. Come tale però, Luca Medici è anche una sorta di vampiro che da queste distorsioni trae la linfa per alimentare la figura del suo personaggio e contemporaneamente arricchirsi, pur mettendo alla berlina un sistema dal quale anche lui sembra infine disposto a rinunciare, per scelta non perché obbligato.

Quo Vado 01Il rito della risata collettiva cui abbiamo assistito e partecipato durante il film, almeno in parte rappresenta la ragion d’essere della sala cinematografica. Un tempo era l’unico modo per godere lo spettacolo sul grande schermo, ora sono disponibili valide alternative, anche direttamente a casa propria, ma ovviamente con meno persone intorno. Qualcuno obietterà che è un po’ come paragonare il pathos della partita di calcio vista allo stadio rispetto a quella in TV, ma insomma a ben vedere ci sono vantaggi e svantaggi di entrambe le fruizioni.

Quo Vado 11Il cine panettone è però un rituale delle festività natalizie che è rimasto intatto nel tempo. Perciò siamo tutti o quasi tutti usciti dalla sala al termine del film con la convinzione di aver assistito ad una storia per molti tratti davvero molto divertente, con battute geniali e doppi sensi a getto continuo, soprattutto nella prima parte. Dal punto di vista ideologico, se tale parola ha senso in un contesto del genere, lo stesso protagonista del film infine compie quel fatidico passo della rinuncia al posto fisso verso un futuro certamente più incerto ma anche molto più gratificante ed onesto, naturalmente se confrontato con quello eticamente censurabile che ha a lungo occupato prima in Provincia. E chissà quanti si saranno riconosciuti e riso con un po’ d’imbarazzo celato dal buio della sala oppure avranno considerato Checco il paladino di una mentalità e di un atteggiamento che qualcuno non vorrebbe mai che scomparisse. E poiché il male non sta mai solo da una parte, ecco che la figura della dottoressa Sironi funge da equilibrante, con la sua arroganza e cinismo che attirano su di sé l’antipatia dello spettatore e la resistenza irrispettosa e strafottente di Checco Zalone…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

08/01/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Il Treno Per Il Darjieling’

IL TRENO PER IL DARJIELING

Il Treno per DarjielingTitolo Originale: The Darjieling Limited

 Nazione: USA

Anno:  2007

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata: 88’  Regia: Wes Anderson

Cast: Owen Wilson (Francis L. Whitman), Adrien Brody (Peter L. Whitman), Jason Schwartzman (Jack L. Whitman), Anjelica Huston (Patricia Whitman, la madre), Amara Karan (Rita), Camilla Rutherford (Alice), Irrfan Khan (Il padre), Natalie Portman (Ex fidanzata di Jack), Wallace Wolodarsky (Brendan), Bill Murray (L’uomo d’affari), Barbet Schroeder (Il meccanico)

TRAMA: Tre fratelli si danno appuntamento in India per riprendere i rapporti che hanno interrotto dopo la morte del padre un anno prima. La riunione è stata pianificata sin nei dettagli da uno dei tre, Francis, secondo il quale un viaggio dalla decisa impronta spirituale dovrebbe facilitare la ricerca dell’armonia fra loro. Francis ha il viso quasi completamente ricoperto di bende per via di un incidente in moto nel quale ha rischiato di morire. Il pensiero rivolto ai fratelli non appena si è riavuto, l’ha spinto a riunirli e compiere quel viaggio. Un’altra ragione alla base di quella destinazione è di andare a rivedere la madre Patricia che ha deciso di farsi suora e si è ritirata in un convento alle falde dell’Himalaya. Il treno per il Dajierling è il mezzo di trasporto scelto da Francis che nel giro di qualche giorno li condurrà sino a lei, seppure non ne è ancora stata informata. Durante il lungo percorso i tre fratelli non solo hanno l’opportunità di relazionarsi, ma anche quella di confrontarsi con una cultura e persone molto diverse, non più comunque di quello che già sono fra loro, anche se tutti e tre sono reduci da situazioni affettive o sentimentali complicate, tormentati da dubbi esistenziali e dal vuoto causato dalla scomparsa della figura paterna. Dopo varie peripezie, fuga dalle responsabilità, incomprensioni, incidenti di percorso, strade prese per sbaglio e poi ritrovate, momenti di crescita interiore e relazionale, riescono ad arrivare sino al convento per ritrovare, più ancora che la madre, se stessi ed a dare una svolta di chiarezza alla loro fragile vita.   

VALUTAZIONE: un’opera intrigante di un autore di talento al quale è necessario accostarsi però con pazienza e disponibilità per apprezzarne le qualità ed uno spettacolo affascinante ma fuori dagli schemi abituali e di non facile approccio. Lo sforzo comunque è ripagato da un viaggio che di sicuro non lascia indifferenti,  immersi in colori e profumi che si ha spesso la sensazione di poter persino annusare. Non sempre Wes Anderson è logico e comprensibile, il suo film è come la vita stessa che a volte ci lascia dei grandi punti interrogativi riguardo persone, luoghi e situazioni. Un’opera più facile da raccontare a posteriori che da comprendere nel suo significato profondo mentre la si vede.                                                                                                                                                                        

Wes Anderson è un autore (estro) e (di)verso rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi. Ha firmato opere curiose già a partire dal titolo, come ‘Le avventure acquatiche di Steve Zissou’, ad esempio. E se non è il titolo ad incuriosire, lo sono allora le ambientazioni dei suoi film, da ‘Moonrise Kingdom’ al più recente ‘Grand Hotel Budapest’.

Il Treno per il Dajierling 01‘Il Treno per il Darjieling’ è stato girato in mezzo ai primi due appena citati. Wes Anderson è regista, sceneggiatore e persino produttore ancora relativamente giovane. Compie infatti 47 anni quest’anno e per girare i suoi film ama farsi attorniare da un gruppo di collaboratori fidati, sia dal punto di vista tecnico che attoriale. Fra di essi ad esempio c’è lo sceneggiatore e co-produttore Roman, figlio di Francis Ford Coppola e l’attore e sceneggiatore Jason Schwartzman, nipote a sua volta di quest’ultimo. La costumista Milena Canonero, che ha lavorato spesso con Stanley Kubrick ed ha vinto due volte il premio Oscar, la prima delle quali per ‘Barry Lyndon’, è un’altra fedelissima del suo entourage.

Il Treno per il Dajierling 07Ci sono poi interpreti come Natalie Portman e Bill Murray, che in pura amicizia hanno accettato di partecipare a questo film, seppure per apparire solo pochi secondi (si dice in tal caso che si tratta di un ‘cameo’). Per scorgere la brevissima presenza della Portman, che avviene in pratica durante una veloce ripresa della macchina da presa fra i vagoni del treno, o almeno questo è ciò che sembra, ho dovuto tornare indietro perché ad una prima visione onestamente non l’avevo riconosciuta. Bill Murray, che per interpretare il film ‘Ricomincio da capo’ era stato pagato ben dieci milioni di dollari, ne ha accettati solo novemila, con tanto di viaggio non proprio breve fra gli USA e l’India, per girare i primi istanti del film, mentre cerca invano e misteriosamente di raggiungere un treno appena partito, quello per il Darjieling appunto e poi ancora più brevemente durante la stessa carrellata citata in precedenza.

Il Treno per il Dajierling 09Tutto ciò per dire che ci deve pur essere una ragione se personaggi del genere si assumono l’onere, più che l’onorario, di partecipare ad un film di Wes Anderson anche solo per figurare in poche inquadrature.

Il Treno per il Dajierling 29Sia Owen Wilson, divenuto famoso al pubblico italiano dopo l’interpretazione in ‘Midnight in Paris’ di Woody Allen (ma forse ancor di più per essere protagonista della pubblicità di un noto aperitivo di colore arancio vivo), che Adrian Brody ed Anjelica Huston, hanno fatto parte del cast di almeno un paio (o anche più) d’opere di questo autore sui generis.

Il Darjieling è una vasta zona dell’India, rinomata per la qualità del té nero prodotto, definito da qualcuno ‘lo champagne del té’ e per l’omonima ferrovia himalayana, patrimonio mondiale dell’Unesco. Il suo territorio difficilmente scende sotto i duemila metri, ma nonostante ciò ha un clima temperato quasi tutto l’anno. Il film del regista americano si svolge per buona parte del tempo dentro uno dei treni della Darjieling Limited, la compagnia che gestisce i trasporti passeggeri su rotaia in quella zona…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

05/01/2016 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

‘La Classica Nuotata Non Competitiva Lerici-San Terenzo 2016’

Clicca su una qualsiasi delle foto alla fine di questo commento per iniziare a scorrere la galleria.

Anche quest’anno la manifestazione, nata per iniziativa del Dott. Dino Ceppodomo nel 1999 e da alcuni anni patrocinata dal Trittico Natatorio Santerenzino, in programma, come di consueto, la seconda domenica di agosto, con partenza dai giardini di Lerici per arrivare a San Terenzo si è regolarmente svolta, ma in modalità differente rispetto agli anni scorsi.

Per decisione unilaterale del Trittico Natatorio Santerenzino infatti, il loro patrocinio è venuto a mancare, senza alcun avviso al riguardo, neppure nel loro sito Internet, con il risultato che gli abituali partecipanti all’iniziativa sino all’ultimo non sapevano che fare e molti alla fine hanno ritenuto che non fosse il caso di presentarsi alla partenza per cimentarsi in una prova senza un adeguato supporto di barche al seguito in caso di necessità.

Otto irriducibili, incluso chi scrive, hanno deciso comunque di partire, in una sorta di ideale continuazione o, se vogliamo, di nuovo inizio che speriamo possa raccogliere un maggior numero di partecipanti l’anno venturo. Sette uomini e una donna, senza alcun dubbio la migliore del lotto.   

La nuotata, com’è noto, non è competitiva e può partecipare senza alcun obbligo d’iscrizione ma presentandosi direttamente alla partenza intorno alle ore 11 di fronte all’hotel Shelley, chiunque si senta abbastanza allenato per compiere il percorso. I partecipanti, a maggior ragione ora che è venuto a mancare il supporto dei santerenzini, devono comunque far conto solo sulle loro capacità natatorie.

Il percorso, lungo circa 1200 metri, si è snodato, dopo un primo pezzo diritto nel passaggio davanti al Lido di Lerici, a forma di esse fra la parte interna della scogliera di fronte alla spiaggia della Venere Azzurra e la punta del Colombo, sino alla punta della scogliera di fronte alla spiaggia di San Terenzo.

Alla partenza, nonostante il numero ridotto dei partecipanti e com’è possibile vedere nelle foto qui di seguito a corredo, non abbiamo rinunciato alla stretta di mano in circolo. L’assenza di meduse lungo il percorso di quest’anno, specie fra la Venere Azzurra e il Colombo dove è più facile trovarle, ha reso meno complicata la nuotata. 

A maggior ragione in questa occasione e seguendo una vecchia tradizione, un volta giunti a San Terenzo non ci siamo fermati e siamo ripartiti subito alla volta di Lerici compiendo il percorso inverso, in ossequio appunto ad un’antica rivalità fra le due borgate, oramai praticamente scomparsa fra le ultime generazioni. Ovviamente si tratta di uno scherzo ed un atteggiamento burlesco, ben noto ai meno giovani, che in qualche modo quest’anno però ha trovato nuovi motivi e significati. Speriamo quindi che ci sia un ripensamento da parte del Trittico Natatorio Santerenzino.

Un piccolo ringraziamento infine anche a mio moglie Emanuela, la quale ha scattato con lo smartphone le foto alla partenza, lungo il percorso ed all’arrivo al ritorno. L’invito per la prossima edizione, a tutti coloro che quest’anno hanno rinunciato, è di tornare per continuare la tradizione di questa piacevole nuotata che oramai ha compiuto quasi venti anni e speriamo di festeggiarne ancora molti di più. Arrivederci allora all’edizione di agosto 2017.

01/01/2016 Posted by | --- 2016 | Lascia un commento

Un grazie a tutti i visitatori di questo blog!!!

2016

2015 wordpressUn nuovo anno è appena iniziato ma voglio ringraziare tutti i ‘vecchi’ e nuovi lettori/visitatori di questo blog/sito dell’anno appena concluso. Non voglio tediarvi con una lunga serie di dati. Uno solo mi piace condividerlo con voi, perché è quello che vi riguarda direttamente, cioè il numero dei visitatori, un trend che per merito vostro è sempre in crescita.

Da quando WordPress ha fornito i dati analitici nel 2013 sono stati 20.239 i visitatori di quell’anno. Che sono diventati 23.680 nel 2014, per salire a 24.959 nel 2015. Grazie davvero a tutti voi per l’attenzione!

Da doveNon mi stancherò mai di ripetere che quando nel 2010 ho iniziato a popolare questo spazio con recensioni di film, serie TV, libri e fotografie, non avrei mai immaginato, dopo cinque anni che avrei potuto essere ancora qui a commentare dati così incoraggianti, considerando la natura del materiale che pubblico.

Non è facile condividere il tempo del lavoro e della famiglia con la gestione di un sito come questo, soprattutto perché, come avrete inteso, per scelta ‘editoriale’ (diciamo così), non scrivo recensioni dei film che vedo e dei libri che leggo di due righe. So bene di andare in controtendenza rispetto a ciò che di solito s’incontra navigando in Internet. Ed ogni volta ci vuole tempo, tanto, in orari spesso impossibili per far quadrare tutte le altre esigenze quotidiane ed a volte confesso che mi chiedo chi me lo faccia fare. Come ho già ribadito altre volte non c’è pubblicità a sostenere questo impegno e tanto meno qualsiasi forma di guadagno, solo una passione che condivido con voi. Poi leggo i dati di frequentazione del sito ed allora la voglia di continuare spazza via ogni dubbio.

Grazie ancora e non esitate a cliccare sul ‘Mi Piace’ (lo trovate in fondo alla seconda pagina di ogni articolo), se condividete quello che avete appena letto. Ad inviare i vostri commenti e, perché no, anche a dissentire, se lo ritenete opportuno, riguardo il giudizio complessivo ed anche qualcosa di particolare che ho scritto nei miei articoli. Il confronto è sempre costruttivo. Buon 2016 a voi tutti!!!   

01/01/2016 Posted by | CINEMA, FOTOGRAFIA, LIBRI, SERIE-TV | Lascia un commento

Libro: ‘La Verità Non Basta’

LA VERITA’ NON BASTA

La Verità Non BastaDi Lee Child

Anno Edizione 2014

Pagine 394

Costo € 16,40

Traduzione di Adria Francesca Tissoni

Ed. Longanesi (collana ‘La Gaja Scienza’) 

TRAMA: l’esistenza della cittadina di Carter’s Crossing, nello stato del Mississippi, è direttamente legata alla base militare di Fort Kelham, i cui rangers in libera uscita costituiscono la principale risorsa dell’economia locale. A capo di una delle unità dei rangers, denominata Bravo, c’è il capitano Reed Riley, figlio del senatore Carlton il quale presiede una potente commissione che si occupa dei costi delle Forze Armate. A seguito della morte di una bellissima ragazza trovata con la gola tagliata dopo aver subito abusi sessuali, il maggiore Jack Reacher della polizia militare viene inviato in incognito a dare un occhio alla faccenda senza assumere iniziative che potrebbero mettere in difficoltà l’esercito. In realtà il suo ruolo dovrebbe essere secondario rispetto a quello del neomaggiore Duncan Munro, inviato invece all’interno della base. Il fatto è che quella ragazza frequentava proprio il capitano Riley. Un altro fatto è che lo sceriffo della cittadina è una donna, Elizabeth Deveraux, la quale ha passato sedici anni nei Marines, è molto bella e soprattutto ci mette pochi istanti a capire chi è in realtà Jack, nonostante sia arrivato in abiti borghesi e persino trasandato nell’aspetto ma senza che ciò lo renda comunque indifferente per la gran parte delle donne, inclusa Elizabeth. E Reacher a sua volta non è certamente insensibile al fascino di una bella donna come lei. La questione si complica quando Jack viene a sapere che quella ragazza uccisa non è l’unico caso ma ce ne sono state almeno un altro paio in precedenza che hanno subito la stessa sorte, pure loro straordinariamente belle. Jack  è un duro, di aspetto robusto e di modi spicci, come hanno subito compreso un paio di zoticoni prepotenti appartenenti ad una famiglia del luogo che si sono resi conto di che pasta è fatto quando l’hanno gratuitamente aggredito, solo perché non aveva voluto rispondere ad alcune loro domande. Anche le informazioni che ha ricevuto Jack riguardo Elizabeth però suggerirebbero di starne alla larga, ma lo sceriffo sembra davvero intenzionato a scoprire chi ha ucciso quelle ragazze ed anche Reacher vorrebbe capire se è responsabilità di un soldato oppure di un civile. L’intesa fra lui ed Elizabeth, dopo i reciproci iniziali sospetti, cresce di giorno in giorno mentre la base di Fort Kelham viene chiusa. Solo alcune auto con vetri oscurati vanno e vengono e gli elicotteri si alzano in volo per trasportare chissà chi, come se i comandanti del forte dovessero lavare, per così dire, i panni sporchi in casa, aumentando conseguentemente però i sospetti nei loro confronti. Il quesito per Jack è se restare in disparte come gli è stato ordinato oppure, superando le riserve su Elizabeth, fidarsi di lei e continuare assieme le indagini, dopo esserci finito inevitabilmente a letto. A costo di scoprire responsabilità imbarazzanti per l’esercito o addirittura per un senatore molto importante. E se poi far emergere la verità non fosse comunque sufficiente per garantire la giustizia e la dovuta trasparenza di fronte a casi del genere?

VALUTAZIONE: Jack Reacher è il protagonista di una lunga serie di romanzi di Lee Child. ‘La Verità Non Basta’ ne è il ‘prequel’ e quindi è interessante soprattutto per chi già lo ha apprezzato nei precedenti episodi. Considerato a se stante, quest’ultimo romanzo è un poliziesco di buona fattura, seppure non aggiunge nulla di nuovo all’iconografia del personaggio e del genere di appartenenza. E’ un racconto nel quale l’autore bada al sodo, pieno di dialoghi e descrizioni essenziali, anche se le sorprese vere e proprie sono più attese che reali.                                                                                                                                                                                                   

Cos’è un ‘prequel’? E’ l’antefatto di una storia già nota. La stessa saga di ‘Star Wars’, che è in questo momento nelle sale cinematografiche, è stata realizzata riferendosi ad eventi che precedono il primo episodio della serie uscito nel lontano 1977.

La Verità Non Basta 10Se Harry Hole è il personaggio comune a molti romanzi di Jo Nesbø; Robert Langdon il trait d’union di alcune storie scritte da Dan Brown; Lisbeth Salander è la stravagante e tecnologica eroina dark della trilogia Millennium, appena resuscitata da David Lagercrantz, giusto per citare i primi che mi vengono in mente, alla stessa stregua Jack Reacher è il personaggio di fantasia al centro di ben diciotto romanzi di Lee Child, scritti fra il 1997 ed oggi, dei quali ‘La Verità Non Basta’ è il sedicesimo in ordine di uscita.

La Verità Non Basta 01In realtà, dal punto di vista delle vicende personali di questa figura nata dalla penna del noto scrittore di origine britannica, quest’ultimo romanzo bisognerebbe considerarlo il primo perché racconta, a beneficio dei lettori che si sono affezionati a questo personaggio, il periodo nel quale lavorava nella polizia dell’esercito e ne spiega perciò le cause che l’hanno spinto, più o meno volontariamente, a rassegnare le dimissioni, per agire in seguito al di fuori di un ruolo governativo.

Essendo il primo romanzo che leggo di questo autore, ne scriverò come se non facesse parte della serie. D’altronde, seppure il finale lascia intendere gli sviluppi nella ‘carriera’ di Jack Reacher cui accennavo in precedenza, ‘La Verità Non Basta’ si può leggere anche in maniera autonoma rispetto agli altri episodi, senza che nasca mai la sensazione di aver perso qualcosa per strada.

La Verità Non Basta 04Siamo di fronte ad uno stereotipo, comunque. Un soldato che ha precedenti nelle forze speciali e che quindi è stato addestrato per essere preparatissimo dal punto di vista fisico e militare. Un gran ‘fico’ oltretutto, direbbe la gran parte delle donne che dovessero incontrarlo. Un uomo che non conosce la paura ed è abituato a gestire situazioni delicate e pericolose. Non per niente ora fa parte della polizia militare, una sorta di unità speciale adibita a svolgere indagini interne allo stesso esercito e che risponde solo ai suoi diretti superiori.

Un ruolo molto delicato perché a volte si può andare a cozzare contro figure e poteri determinanti dal punto di vista dell’equilibrio fra le forze armate che si occupano della difesa dello stato ed anche politico al di fuori di esse. L’esempio è dato proprio dall’incarico che Jack Reacher è stato chiamato a svolgere in maniera anomala rispetto alle abitudini. Il suo comandante Garber in poche sibilline parole gli ha ordinato di recarsi a Carter’s Crossing, un paesino sperduto ed insignificante dello stato del Mississippi, vicino alla base dei rangers di Fort Kelham. Da lì sono partite e tornate alcune delle forze americane che hanno operato in Kossovo durante la guerra dei Balcani seguente lo sfaldamento della Jugoslavia alla morte del dittatore Tito… Continua a leggere

01/01/2016 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Cenerentola’

CENERENTOLA

CenerentolaTitolo Originale: Cinderella

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Avventura, Fantastico, Sentimentale

Durata: 105’  Regia: Kenneth Branagh

Cast: Lily James (Ella/Cenerentola), Richard Madden (Principe), Cate Blanchett (Lady Tremaine, la matrigna), Helena Bonham Carter (Fata Madrina), Holliday Grainger (Anastasia), Sophie McShera (Genoveffa), Hayley Atwell (Madre di Ella), Ben Chaplin (Padre di Ella), Stellan Skarsgård (Granduca), Nonso Anozie (Capitano), Derek Jacobi (Re), Leila Wong (Principessa Mei Mei), Eloise Webb (Ella bambina), Laurie Calvert (Cassius, capo delle guardie), Elina Alminas (Principessa Valentina), Ann Hoang (Principessa Hina), Gretel Elianova (Prudence), Finesse Fonseka (Principessa Supriya dell’India), Monique Geraghty (Principessa Sasia d’Arabia), Craig Mather (Principe Retinue), Drew Sheridan Wheeler (Nicolas Golding), Joshua Mcguire (Ufficiale di Palazzo) 

TRAMA: Ella è una bambina molto affettuosa con i genitori e gentile con la servitù, persino con gli animali da cortile della villa di campagna dove vive serena e felice. Un’idilliaca condizione che subisce però un brutto colpo quando la madre muore dopo una breve malattia e l’amato padre, passato qualche tempo, convola in seconde nozze con Lady Tremaine, a sua volta vedova e madre di due ragazze. Tutte e tre quindi si trasferiscono nella villa di Ella e suo padre, che è un mercante di tessuti, spesso in viaggio per esigenze di lavoro. L’ultimo in posti lontani gli è però fatale, perché anche lui s’ammala e muore. La matrigna di Ella, per limitare le spese, è costretta a licenziare la servitù ed Ella, che generosamente ha lasciato la sua spaziosa stanza alle due sorellastre, viene relegata in soffitta. Nonostante la sistemazione disagiata e le umiliazioni da parte della matrigna e delle sorellastre che la costringono in pratica a svolgere un ruolo servile e la chiamano in senso spregiativo Cenerentola (da quando l’hanno scoperta con il viso sporco di cenere dopo aver sistemato la legna nel camino), quest’ultima grazie al carattere positivo ed alla determinazione che le ha trasmesso la madre, ben presto guarda al lato positivo dell’essere costretta in soffitta, perché le consente di godere della compagnia dei suoi amici topi e delle lucertole che l’adorano. Un giorno però che le angherie subite le appaiono più pesanti del solito da sopportare, per sfogarsi Cenerentola sale in groppa ad un cavallo e si lancia al galoppo finendo in mezzo ad una battuta di caccia al cervo del Principe ereditario al trono. La giovane non immagina chi sia e lui sta al gioco spacciandosi per un apprendista, così che il breve dialogo fra loro si svolge senza deferenze di sorta. La bellezza, il sorriso ammaliante ed il modo risoluto di Cenerentola nel chiedere che il cervo sia risparmiato, impressionano il Principe. Il quale è in età da matrimonio ed il padre e sovrano del piccolo regno vorrebbe che scegliesse la sua sposa in modo da garantire benessere e protezione al suo popolo. Il Principe però, pur di ritrovare Cenerentola, chiede che nel corso del ballo regale che deciderà il suo futuro sia consentito l’accesso a tutte le ragazze in età di matrimonio, non solo le nobili. Per Lady Tremaine è l’occasione per far conoscere le sue figlie al principe e quindi ordina per lei e per loro abiti lussuosi, mentre Cenerentola, la quale sperava di poter partecipare indossando un vecchio abito della madre, che comunque indosso a lei fa ancora un figurone, viene derisa e la matrigna glielo strappa addirittura di dosso. Lady Tremaire sa bene infatti che la bellezza di Cenerentola offuscherebbe quella delle figlie, quindi parte in carrozza lasciandola a casa. Nel mentre che la giovane si dispera, appare una vecchina che le chiede un po’ d’acqua e Cenerentola subito si prodiga per offrirgliela. In realtà si tratta della della Fata Madrina che per premiare Cenerentola per la sua gentilezza e generosità, trasforma gli animali intorno a lei in cocchieri, una zucca in una carrozza dorata, il vecchio abito della madre in uno nuovo, splendido ed infine le vecchie scarpe in una paio di cristallo purissimo e splendente. Unica condizione, tornare subito indietro allo scoccare della mezzanotte, quando l’incantesimo cesserà. Il resto è cosa nota o c’è qualche lettore che ancora non sa come va a finire?       

VALUTAZIONE: bella riproposizione della favola, resa immortale sul grande schermo da Walt Disney nel 1950 ed alla quale Branagh si è ispirato, rispettoso ma anche con l’intento di rinverdirne il significato. La sua rilettura infatti mette in risalto una figura di Cenerentola moderna, dal carattere forte e risoluto, per nulla disposta a lasciarsi sopraffare dalla prepotenza ed a rinunciare ai suoi principi. Costumi e scenografie da urlo per un’opera per nulla frivola, tanto meno inutile, che può piacere sia a grandi che piccini, seppure le femmine saranno probabilmente in maggioranza.                                                                                                                                                                  

Nell’iniziare a scrivere la trama mi sono chiesto se fosse proprio necessario in questo caso, considerando che la favola di Cenerentola è certamente una delle più note da molte generazioni, specie dopo il successo della versione a cartoni animati di Walt Disney nel 1950 che l’ha esaltata e resa immortale. Poi mi sono fermato più o meno a metà, perché sul resto c’era certamente poco da scoprire e peggio per chi non la conoscesse.

Cenerentola 21E’ vero che si tratta di una storia destinata a colpire maggiormente l’universo femminile, ripresa in numerose forme e variazioni sul tema dal cinema, più o meno mascherate nel corso degli anni (si veda l’ultimo esempio del quale ho scritto, ‘Serendipity’ di Peter Chelsom, per non tornare indietro sino a ‘Pretty Woman’ con Richard Gere nei panni di un ‘Principe’ della finanza e Julia Roberts in quelli di una ‘Cenerentola’ invero un po’ sui generis, per così dire), ma Kenneth Branagh sarà pure un regista discontinuo nei risultati, però inventiva e classe non gli mancano di certo e ne ha approfittato per rinnovare i fasti della favola con una versione classica e moderna al tempo stesso. Convincente, per riassumerla in una sola parola e tutt’altro che inutile, se qualcuno ne dubitasse.

Cenerentola 03Per riuscirci, innanzitutto il regista irlandese si è affidato a professionisti d’ineccepibile qualità, come il nostro Dante Ferretti (già ben tre Oscar all’attivo) per quanto riguarda le scenografie ed a Sandy Powell (anche lei già premiata con tre Oscar) per i costumi. Ad entrambi difatti sono già stati assegnati riconoscimenti per quest’opera in numerosi ambiti. Nonostante siamo oramai abituati al cinema ad assistere ad ogni meraviglia che la tecnica della computer graphics è in grado di realizzare senza apparenti limiti di sorta, la prima cosa che colpisce in ‘Cenerentola’ sono invece proprio le ambientazioni naturali, tutte localizzate in Inghilterra, fra il Buckinghamshire, l’Oxfordshire e Londra, inclusa la ricostruzione negli studi di Pinewood della sala da ballo del Palazzo Reale. La bellezza dei luoghi ed il calore vivo dei colori, esaltati dalla fotografia di Haris Zambarloukos, si sposano perfettamente con la magnificenza delle scene del ballo e l’eleganza dei costumi dalle tonalità anch’esse decise.

Cenerentola 07Queste ultime erano tipiche dei film in technicolor degli anni sessanta e settanta che ancora oggi appaiono talvolta in TV e nelle quali risalta la nitidezza e la brillantezza delle immagini che si conservano inalterate anche a distanza di tanto tempo. Per intenderci, particolarmente con i lettori meno giovani, si pensi non solo ai primi film dell’Agente 007, ma anche ai western a colori di John Ford, oppure alle commedie con Jack Lemmon, Walter Matthau, James Stewart, Audrey Hepburn e Marilyn Monroe, per citare i primi che mi vengono in mente. E più recentemente quel mirabile film-documentario che è ‘La Volpe e la Bambina’ di Luc Jacquet nel quale il rapporto di amicizia fra una giovinetta ed una volpe ripropone, in maniera oltretutto realistica, quello invece avviane di fantasia fra Cenerentola e gli animali da cortile con i quali nel vecchio film di Disney dialogava direttamente. Nell’opera di Branagh invece la giovane se la intende con topi, lucertole ed oche che sembrano comprendere le sue parole senza però essere in grado di proferirne, esclusa la breve parentesi magica creata da Fata Madrina.

Cenerentola 01La storia ovviamente è quella ampiamente conosciuta da generazioni, tralasciando qualche licenza narrativa riguardo in particolare la vita familiare di Ella quando è ancora una ragazzina e vive felice e serena con i suoi amati genitori. Di certo non ci si potevano aspettare particolari novità, senza stravolgerla. I valori aggiunti, che rendono quest’opera a suo modo originale, sono relativi alle caratterizzazioni dei personaggi, che ne modernizzano il significato pur senza rinunciare all’aureola di classicità.

Cenerentola fa tesoro e regola di vita ciò che le suggerisce la madre in punto di morte: ‘Sii gentile e coraggiosa. Perché c’è più gentilezza nella punta del tuo dito che nell’intero corpo di tanti altri…‘. Il che non solo si traduce in un proponimento (la gentilezza), ma evidenzia anche una precisa nota caratteriale (il coraggio) che lei manifesta in seguito a più riprese…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

31/12/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film e Serie TV: ‘Fargo’

FARGO

FargoTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA, GBR

Anno:  1996

Genere:  Commedia, Poliziesco, Thriller

Durata: 97’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Frances McDormand (Marge Gunderson), William H. Macy (Jerry Lundegaard), Steve Buscemi (Carl Showalter), Peter Stormare (Gaear Grimsrud), Kristin Rudrud (Jean Lundegaard), Tony Denman (Scotty Lundegaard), John Carroll Lynch (Norm Gunderson), Harve Presnell (Wade Gustafson), Steve Reevis (Shep Proudfoot), Gary Houston (Cliente arrabbiato), Sally Wingert (Moglie del cliente arrabbiato), Larissa Kokernot (Prostituta), Melissa Peterman (Prostituta), Steve Park (Mike Yanagita)

FARGO (Serie TV – 1^ Stagione)

Fargo - 1^ Stagione Serie TVTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2014

Genere:  Noir, Thriller, Grottesco  

Durata: 45’ circa a episodio   Regia: Adam Bernstein, Randall Einhorn, Colin Bucksey, Scott Winant, Matt Shakman

Cast: Billy Bob Thornton (Lorne Malvo), Allison Tolman (agente Molly Solverson), Martin Freeman (Lester Nygaard), Colin Hanks (agente Gus Grimly), Bob Odenkirk (Bill Oswalt), Keith Carradine (Lou Solverson), Kate Walsh (Gina Hess), Josh Close (Chazz Nygaard), Joey King (Greta Grimly), Shawn Doyle (Vern Thurman), Brian Markinson (Max Gold), Kelly Holden Bashar (Pearl Nygaard), Tom Musgrave (Bo Munk), Julie Ann Emery (Ida Thurman), Rachel Blanchard (Kitty Nygaard), Glenn Howerton (Don Chumph), Peter Breitmayer (tenente Schmidt), Barry Flatman (Wally Semenchko), Oliver Platt (Stavros Milos), Adam Goldberg (Mr. Numbers), Russell Harvard (Mr. Wrench), Susan Park (Linda Park), Gary Valentine (agente Knudsen), Keegan-Michael Key (Bill Budge), Jordan Peele (Webb Pepper), Stephen Root (cliente del bar), Helena Mattsson (Jemma Stalone), Stephen Root (collega dentista di Malvo) 

TRAMA DEL FILM: Fargo è una città del North Dakota, al confine con il Minnesota, dove vive Jerry Lundegaard, un venditore di auto presso una concessionaria di proprietà del genero, Wade Gustafson. Dal matrimonio con Jean è nato Scotty, oramai adolescente. Jerry ha fatto dei debiti e per rimediare, non potendo chiedere i soldi a Wade, che è avaro e non ha una grande stima per lui, si rivolge a Shep, un operaio dell’officina, il quale gli procura un incontro con Carl e Gaear, due delinquenti prezzolati ai quali Jerry commissiona il rapimento della moglie, per costringere suo padre a pagare il riscatto, dividendo con i due rapitori una ‘torta’ da 80 mila dollari. In realtà nei piani di Jerry c’è di chiedere molto di più, di nascosto dai complici, ai quali mette a disposizione un’auto sottratta di nascosto dalla concessionaria, priva di targa. Qualche giorno dopo, mentre Jerry è a colloquio con Wade ed il suo tesoriere Norm per un affare dal quale aveva sperato invano di trarre i soldi necessari per ripianare i debiti, i due criminali si presentano a casa sua in pieno giorno e rapiscono la moglie. Al ritorno a casa Jerry vede i segni della colluttazione e si esercita con il tono della voce prima di telefonare per lanciare l’allarme mostrandosi terrorizzato per l’accaduto. Nottetempo i due rapitori sono nell’auto senza targa e vengono fermati da un poliziotto. Quando quest’ultimo, sbirciando nell’abitacolo, intima a Carl di scendere, Gaeal che è uno psicopatico, lo uccide senza esitazione. Poco dopo giunge in senso inverso un’auto con una coppia a bordo, che vede ciò che è accaduto e scappa, ma Gaeal si mette al volante e l’insegue, mentre Carl a fatica sta cercando di rimuovere il cadavere dalla carreggiata, e quando il compare raggiunge l’altra auto, finita intanto fuori strada a causa della velocità, uccide senza pietà entrambi i testimoni. Dopodiché i due rapitori si rifugiano in una casa immersa nella boscaglia con l’intenzione di tenervi l’ostaggio sino al pagamento del riscatto. Marge Gunderson è il capo della polizia locale, incinta di sette mesi. Quando viene svegliata con la notizia dei tre omicidi non esita ad alzarsi, anche se è l’alba e ben presto, grazie al suo intuito ed alla testimonianza di due prostitute che hanno passato la notte precedente il rapimento con Carl e Gaeal, arriva sino a Shep, con il quale Carl aveva avuto una conversazione telefonica alle tre di notte e quindi a Jerry, per sapere se risulta il furto di un’auto senza targa dalla concessionaria. La reticenza di entrambi insospettisce Marge. Nel frattempo Wade è deciso a gestire in prima persona la trattativa con i rapitori, dalla quale Jerry ha fatto in modo che fosse esclusa la polizia, accrescendo quindi i suoi timori che la faccenda non vada nel senso auspicato. Marge però, nonostante il peso gravante dalla imminente maternità, continua ad indagare sui tre omicidi, pur essendo ancora all’oscuro del rapimento, restringendo sempre più il cerchio attorno ai colpevoli.    

TRAMA DELLA SERIE TV – 1^ STAGIONE: Lester Nygaard è un modesto impiegato di una compagnia di assicurazioni. La moglie Pearl gli rinfaccia spesso di non essere all’altezza del fratello minore Chazz, i cui successi sul lavoro garantiscono un alto tenore di vita alla sua famiglia. Un suo vecchio e rissoso compagno di scuola, Hess, in compagnia dei suoi due figli adolescenti e scapestrati, lo incrocia per strada e nel ricordargli alcuni episodi di bullismo cui era stato oggetto proprio lo stesso Lester, lo minaccia ancora una volta e quest’ultimo, per sfuggire al gesto abbozzato di un cazzotto, sbatte la testa contro una vetrata e finisce al Pronto Soccorso con il naso rotto. In sala d’aspetto è seduto vicino a lui uno strano tizio, Lorne Malvo, un killer professionista in missione, distinto e serafico, che la notte precedente ha investito un cervo con l’auto ed è finito fuori strada. Dentro il baule c’era un tizio con le sole mutande addosso che è riuscito a scappare e rifugiarsi in un bosco poco distante dal luogo dell’incidente, dove è poi morto assiderato appoggiato ad un albero. Lester accenna quanto gli è accaduto a Malvo e quest’ultimo, come se fosse la cosa più normale del mondo, si propone di uccidere Hess. Lester è allibito ma non dice di no, a precisa domanda di Malvo, poco prima di seguire l’infermiera per essere medicato. E Malvo uccide veramente Hess. Quando Lester viene a saperlo, lo raggiunge in un ristorante dove Malvo con fredda naturalezza gli pone la questione dell’orgoglio e della dignità personale da difendere che è stata alla base del suo gesto. Al ritorno a casa la moglie inveisce ancora contro Lester, accusandolo di essere un incapace per aver guastato irrimediabilmente una vecchia lavatrice nel tentativo di ripararla ed allora lui la colpisce con un martello sfondandole il cranio. Spaventato dalle conseguenze della sua reazione, telefona a Malvo invitandolo a raggiungerlo con l’intenzione di ucciderlo per far sembrare che è stato lui l’autore dell’omicidio, ma poco dopo bussa alla sua porta il capo della locale polizia Vern Thurman, che vorrebbe sentirlo a proposito dell’incidente avuto a seguito delle provocazioni di Hess. Appena entrato in casa però scorge sul pavimento una serie di macchie di sangue e poi il cadavere di Pearl in una pozza di sangue nel seminterrato. Quando sta per ammanettare Lester, alle spalle appare Malvo che lo fredda con un fucile che Lester aveva nascosto in bagno per usarlo contro di lui. All’arrivo di Molly Solverson, la vice di Vern, Lester sbatte apposta la testa contro il muro del seminterrato e simula di essere stato a sua volta colpito dall’assassino che è poi fuggito. Starà a Molly mettere insieme il puzzle delle prove per smascherare ed incastrare i colpevoli nonostante deve fare i conti con il suo nuovo capo Bill Oswalt il quale ne sottovaluta le capacità investigative e vorrebbe vivacchiare sulla solita routine, stando alla larga dalle rogne.  

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: diciotto anni fra il film e la serie TV, sempre sotto l’egida dei fratelli Cohen. Un’opera, nel primo caso, che rivista oggi non ha perso una virgola della sua efficacia ed attualità, violenta, noir e grottesca al tempo stesso, assolutamente ineccepibile nel suo genere. La serie TV, una delle più belle proposte sinora, ne riprende lo schema ed alcuni spunti ma non gli stessi eventi e personaggi ed ha dalla sua, oltreché la dilatazione temporale con continui colpi di scena fra una puntata e l’altra, anche due personaggi destinati a rimanere nella memoria: Lorne Malvo e Lester Nygaard. In entrambi i casi un viaggio nella follia e nelle contraddizioni della natura umana.                                                                                                                                                                                                                                        

‘Fargo’ sarebbe stato un buon titolo per un film western mentre in realtà è una città del North Dakota in USA, vicina al confine con lo stato del Minnesota. Non lontano da lì in effetti si sono svolte al tempo cruente battaglie fra le forze dei confederati e le tribù dei pellerossa Sioux e Cheyenne. Fargo è anche la location dalla quale prende le mosse il film omonimo e da dove provengono i killers della Serie TV cui è ispirata, seppure poi la gran parte degli eventi si svolge fra le cittadine di Bemidji e Duluth.

Fargo Film 01Pur potendo essere seguita ed apprezzata, la serie TV, in maniera autonoma, non si può comprenderne ed apprezzarne appieno alcuni particolari narrativi e stilistici senza aver visto il film, tanto meno il parallelismo di alcuni eventi, che fungono da collegamento fra le due storie, pur diverse per situazioni e personaggi. È come se gli autori, partendo da una traccia comune, avessero voluto svariare sul tema, che riguarda una serie di efferati omicidi che vengono a turbare la vita di una tranquilla comunità, sullo sfondo di alcune diatribe e gelosie familiari che prendono una piega drammatica inaspettata e violenta. 

Fargo Serie TV 15Sia il film che ogni singolo episodio della serie TV iniziano con una didascalia: ‘Questa è una storia vera. Gli eventi rappresentati hanno luogo in Minnesota nel 2006. Su richiesta dei superstiti i nomi sono stati modificati. Per rispetto nei confronti delle vittime tutto il resto è stato raccontato esattamente così come è accaduto‘. In realtà i fatti sono immaginari o per meglio dire, a voce degli stessi fratelli Coen, sono parzialmente ispirati ad episodi realmente accaduti ma slegati fra loro e che si sono svolti in tempi e località differenti.

Fargo Film 09In occasione della messa in onda della seconda stagione della serie TV intitolata ancora con lo stesso nome di luogo, mentre i personaggi e gli avvenimenti sono completamente differenti rispetto alla prima stagione (l’incipit del primo episodio è relativo ad una pausa di lavoro di una troupe durante le riprese, rigorosamente in bianco e nero ed in campo aperto, successive alla battaglia di Little Big Horn), ho ritenuto opportuno rivedere per intero la prima stagione, che avevo apprezzato un anno fa e soprattutto il film che invece mi era sfuggito sinora. 

Fargo Serie TV 17Quest’ultimo è stato diretto dai Coen, seppure il regista vero e proprio è Joel e non Ethan, che è invece più portato alla sceneggiatura. La serie TV è stata prodotta da loro mentre la regia dei singoli episodi è stata affidata a nomi diversi: i primi due ad Adam Bernstein (anche co-produttore), i successivi due a Randall Einhorn, quindi sempre a coppie a Colin Bucksey, Scott Winant e Matt Shakman. Dopo aver visto il film non credo comunque che ci possa essere qualcuno in grado di negare la decisiva influenza stilistica, non solo tematica, compresi i toni e l’ambientazione, dei Coen e dell’opera cinematografica cui si riferisce la serie TV.

Fargo Film 11‘Fargo’ è un viaggio a trecentosessanta gradi dentro le contraddizioni della natura umana, nei cui meandri si può trovare, come i colori dello spettro visibile, tutto il ventaglio del meglio e del peggio, sia a livello di comportamenti che di caratteristiche caratteriali, normali o deviate. Così come esistono persone che della bontà d’animo, della solidarietà, del perdono e della pacifica convivenza civile hanno fatto la loro filosofia di vita, alla stessa stregua ne esistono altre, a loro opposte e spesso indistinguibili dalle prime in apparenza, perlomeno sinché non si palesano, che invece si esprimono attraverso azioni malefiche e le quali godono della sofferenza altrui, indifferenti al dolore procurato…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

24/12/2015 Posted by | CINEMA, SERIE-TV | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Burn After Reading – A Prova Di Spia’

BURN AFTER READING

Burn After ReadingTitolo Originale: Omonimo

Nazione: USA

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Noir, Grottesco

Durata: 96’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Brad Pitt (Chad Feldheimer), George Clooney (Harry Pfarrer), Tilda Swinton (Katie Cox), John Malkovich (Osbourne Cox), Frances McDormand (Linda Litzke), Richard Jenkins (Ted Treffon), Elizabeth Marvel (Sandra “Sandy” Pfarrer, la moglie di Harry), J.K. Simmons (Presidente della CIA), David Rasche (agente Palmer Smith), J.R. Horne (Avvocato divorzista), Olek Krupa (Krapotkin), Michael Countryman (Alan), Matt Walton (Del)

TRAMA: Osbourne Cox è stato rimosso dal suo incarico di analista dalla CIA con l’accusa di abusare nell’uso dell’alcol. Sua moglie Katie, una professionista di ricca famiglia, lo tradisce da tempo con Harry, un agente federale, a sua volta sposato con Sandy, una scrittrice di fiabe per bambini che durante le trasferte per pubblicizzare i suoi racconti se la spassa con l’amante. Osbourne è un uomo irascibile ed è convinto che alla base della storia dell’alcol ci siano ragioni politiche interne alla stessa organizzazione federale. Per vendetta inizia a scrivere le sue memorie, che presumibilmente contengono riferimenti scomodi per la CIA, ma si dimentica una copia su cd-rom nello spogliatoio della palestra che frequenta di solito. Ad entrare in possesso del supporto magnetico sono Linda e Chad, due impiegati della palestra, che ritengono di avere fra le mani materiale scottante dal quale trarre una lauta ricompensa. Linda è ossessionata dalla chirurgia estetica e per intervenire in vari punti del suo corpo le servono parecchi soldi, mentre Chad è un ragazzotto atletico ed ingenuo, convinti entrambi in tal modo di poter guadagnare un sacco di dollari facili. I due contattano telefonicamente Osbourne per ricattarlo ma quest’ultimo reagisce violentemente, aggredendoli verbalmente e minacciandoli. Linda è la più determinata fra i due e spinge Chad a fissare un appuntamento con Osbourne per restituirgli il cd-rom ed ottenere in cambio 50 mila dollari. Quest’ultimo però non si lascia intimidire e colpisce con un pugno al naso Chad. Per tutta risposta Linda, che ha assistito alla scena dalla sua auto, carica sulla stessa il suo compare ferito e si lancia in un inseguimento, sino a tamponare l’auto di Osbourne prima di fermarsi davanti all’ambasciata russa con l’intento di vendere a loro le supposte ‘preziose’ informazioni contenute nel supporto magnetico. Nel frattempo Osbourne eccede davvero con l’alcol e la moglie, trovandolo sbronzo al ritorno dal lavoro, decide di sbatterlo fuori di casa e di cambiare la serratura. Chad si piazza davanti all’abitazione di Osbourne con l’intento di spiarne i movimenti ma quando vede invece uscire dalla sua casa la moglie Katie e Harry, e poco più avanti scorge un uomo dentro un’auto che sembra stia controllando quelle stesse persone, decide d’introdursi nell’appartamento, forzando la porta sul retro. Purtroppo per lui Harry torna dopo non molto dalla corsa per mantenersi in forma e quando si trova di fronte Chad il quale si era nascosto dentro il guardaroba, istintivamente gli spara un colpo in fronte, anche se non aveva mai usato la pistola sino ad allora. La situazione si complica ulteriormente poiché Harry, per non dover dare imbarazzanti spiegazioni alla moglie, la quale invece lo sta facendo pedinare da tempo e tanto meno vuole giustificare alla polizia la sua presenza in quella casa, infila il cadavere di Chad in un sacco, lo carica in auto e lo getta ponte. Linda pensa che la scomparsa di quest’ultimo sia dovuta ad un rapimento dell’ambasciata russa, mentre Osbourne, oberato dai debiti a causa delle azioni restrittive in banca che ha intrapreso nel frattempo nei suoi confronti Katie, decide di farsi giustizia da sé. Harry è ossessionato dalle trasgressioni sessuali, dalle intolleranze alimentari, dalla sensazione di essere pedinato senza darsene una ragione e da una iper attività fisica. Ha conosciuto Linda attraverso un sito Internet che mette in contatto fra loro persone singole e mai più immagina che sia legata in qualche modo all’uomo che ha appena ucciso. Una situazione nella quale si trova coinvolta la stessa CIA, costretta suo malgrado a sistemare alla bell’e meglio alcuni tasselli di un curioso puzzle che, pur riguardando la sfera privata di alcune persone più o meno casualmente legate fra loro, ha indotto i capi di Osbourne a temere che possa sfuggire loro di mano, specie dopo aver ricevuto una spiata proveniente dall’ambasciata russa. 

VALUTAZIONE: brillante satira in stile noir dei fratelli Coen sulle paranoie legate alla cura dell’aspetto fisico ed ai tradimenti sentimentali di alcune persone le cui vicende s’intrecciano fra loro sino a coinvolgere anche la CIA, mettendone a nudo imbarazzanti debolezze ed incertezze decisionali. Una gara di bravura di un pool d’interpreti di grande richiamo in un’opera nella quale non mancano sangue e momenti di tensione ma al tempo stesso si ride molto. La migliore alternativa al cinema ‘pulp’ di Tarantino, meno ‘trash’ ma nella quale grottesco, commedia e dramma convivono idealmente.                                                                                                                                                                                                                                            

‘Burn After Reading’ finisce come certi film di Walt Disney, quando l’inquadratura mostra un libro che si chiude sull’ultima pagina della favola che è stata appena narrata. Nello specifico però si tratta di un fascicolo della CIA, qualcosa perciò che nulla dovrebbe avere a che fare con la fantasia o la commedia leggera.

Burn After Reading 12Ed invece in questo film dei fratelli Coen si sorride spesso, nonostante non manchino affatto momenti di tensione, di violenza e persino di sangue e morte. Si tratta infatti di una satira che prende di mira alcuni dei capisaldi dello stile di vita ed istituzioni della nostra società. Sino ad un po’ di tempo fa avrei  detto della cosiddetta ‘way of life’ in USA, se non fosse che oramai è difficile distinguere la loro dalla nostra. Vedasi infatti le manie paranoiche di un largo strato sociale ossessionato dall’apparenza, specie dal punto di vista fisico, a scapito della sostanza e dell’essere; la sovrastimata autorevolezza delle organizzazione deputate alla difesa ed allo spionaggio che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini; l’ipocrisia e la falsità che spesso regolano i rapporti interpersonali e sentimentali.

Burn After Reading 01Il surreale commento finale del Presidente della CIA, interpretato dall’irresistibile J.K. Simmons, rivolto al suo preoccupatissimo sottoposto, David Rasche nel ruolo dell’Agente Palmer, è eloquente a tal proposito: ‘Presidente CIA: Cristo, che cazzo di casino! Agente Palmer: Già! Presidente CIA: Che abbiamo imparato, Palmer? Agente Palmer: Non lo so, signore. Presidente CIA: Non lo so nemmeno io… Forse abbiamo imparato a non farlo più! Agente Palmer: Sì, signore! Presidente CIA: Anche se non so cosa abbiamo fatto! Agente Palmer: Sì, è difficile… a dirsi. Presidente CIA: Cristo, che cazzo di casino!!…‘. Ed in effetti, pur essendo un dialogo grottesco, che mai t’aspetteresti possa uscire dall’interno di un’ente così autorevole, fotografa perfettamente ciò che è capitato durante la storia narrata dal film.

Burn After Reading 03Non si può prescindere comunque, nel parlare di quest’opera, dal citare la ricca galleria degli interpreti, che potremmo idealmente dividere in due fasce, come si fa con le griglie dei campionati di qualche sport, pur senza essere fra loro in competizione in questo caso. In una prima cinquina mettiamo in ordine sparso John Malkovich, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand e Tilda Swinton. In una seconda: Richard Jenkins, J.K. Simmons, J.R. Horne, David Rasche ed Elizabeth Marvel. Sfido chiunque a trovare uno di loro fuori posto ed in questa seconda lista sono elencati i caratteristi, le spalle per così dire, da sempre una grande ed inesauribile risorsa del cinema americano che anche in questa occasione non si smentiscono e svolgono egregiamente la loro parte.

Burn After Reading 24Uno per tutti: J.R.Horne nella breve ma fulminante interpretazione dell’avvocato divorzista cui si rivolge Katie e la mette in guardia dai rischi che corre accettando passivamente il comportamento del marito Osbourne, il quale ha lasciato la CIA sbattendo la porta, colpito profondamente nel suo ego per essere stato rimosso da un incarico nei Balcani, nonostante ciò significa assumersi i rischi di un futuro incerto, pur mitigati dal sostegno economico della moglie, che è una professionista già benestante di suo e sul quale egli ritiene sbagliando di poter contare. La mimica facciale, l’esitazione di Horne quando non gli sovviene il termine ‘zampe’, citando una metafora sul comportamento della tartaruga, i sorrisetti ammiccanti e compiaciuti che rivolge a Katie, sono una lezione di tecnica di recitazione per chiunque…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

11/12/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Sils Maria’

SILS MARIA

Sils MariaTitolo Originale: Clouds Of Sils Maria

 Nazione: Francia, Svizzera, Germania

Anno:  2014

Genere:  Drammatico

Durata: 124’  Regia: Olivier Assayas

Cast: Juliette Binoche (Maria Enders), Kristen Stewart (Valentine), Chloë Grace Moretz (Jo-Ann Ellis), Lars Eidinger (Klaus Diesterweg), Johnny Flynn (Christopher Giles), Angela Winkler (Rosa Melchior), Hanns Zischler (Henryk Wald), Aljoscha Stadelmann (Urs Kobler), Luise Berndt (Assistente di Urs), Gilles Tschudi (Borgomastro di Zurigo), Benoït Peverelli (Berndt), Brady Corbet (Piers Roaldson), Claire Tran (Nuova assistente di Maria), Stuart Manashil (Agente di Maria), Peter Farkas (Giornalista), Nora von Waldstätten (Attrice film supereroe), Ricardia Bramley (Conduttrice Talk-show), Caroline De Maigret (Agente stampa), Arnold Giamara (Concierge a Waldhaus), Ben Posener (Giornalista), Sean McDonagh (Assistente teatrale) 

TRAMA: Maria Enders è un’attrice quarantenne di notevole bravura e grande fascino, stimata nel suo ambiente, dalla critica e dal pubblico. Valentine è la sua giovane assistente, che la segue dappertutto, con grande professionalità e con la quale ha un rapporto molto franco e confidenziale. Quando aveva solo diciotto anni Maria era stata scelta come protagonista di ‘Maloja Snake’, un film del regista Wilhelm Melchior che racconta un rapporto lesbico e di ribaltamento delle parti fra una giovane stagista Sigrid ed il suo capo, Helena. La quale s’innamora di lei e finisce per suicidarsi quando la giovane, dopo averla usata per soddisfare la propria ambizione, la lascia per andarsene in giro per il mondo. Maria è stata invitata a Sils Maria, una località dell’alta Engadina posta di fronte al passo del Maloja, per ritirare un premio dedicato a Melchior, notoriamente refrattario a queste manifestazioni e che lei dovrebbe incontrare nei giorni successivi, ma quando è ancora in treno riceve la notizia della sua morte improvvisa. Indecisa sul momento se tornare indietro, decide infine di proseguire. A destinazione viene a sapere che sarà presente alla cerimonia, che diventa a questo punto celebrativa, anche Henryk Wald, un attore con il quale ha lavorato in passato ed ha avuto una breve storia, finita male. Maria è in un momento delicato della sua vita. Sta infatti divorziando ma soprattutto deve ancora abituarsi all’idea di non essere più quella diciottenne Sigrid che con la sua bellezza e sfrontata gioventù poteva cavalcare la vita e dominare anche una donna matura come Helena. Ad attenderla a Sils Maria c’è anche Klaus Diesterweg, un giovane regista teatrale emergente che vorrebbe riportare in scena ‘Maloja Snake’ vent’anni dopo, assegnando la parte di Sigrid a Jo-Ann Ellis, una giovane stella hollywoodiana di blockbuster, mentre Maria vorrebbe che interpretasse Helena. Per Maria è come ammettere che il suo tempo è passato ma nonostante un primo rifiuto si lascia convincere ad interpretare la parte. Si isola perciò nella casa dove abitava Wilhelm, che volentieri le lascia la vedova Rosa, la quale le confida che non può più abitarla e facendosi aiutare da Valentine, che si presta a simulare la parte di Sigrid, studia il copione cercando di adattarsi al ruolo di Helena. La sua frustrazione finisce però per minare il rapporto con Valentine, nei confronti della quale ha sviluppato nel frattempo un attaccamento morboso, sinché l’assistente non ne può più e la lascia. Ma è soprattutto nei confronti di Jo-Ann, che le ruba la scena, inseguita dai paparazzi scatenati per riuscire a fotografarla in compagnia di uno scrittore che per lei ha lasciato la bella moglie spingendola a tentare il suicidio, che Maria si trova a dover fare i conti con l’ineluttabile trascorrere del tempo e la forte sensazione di ricoprire oramai un ruolo subalterno. Contrariamente al fenomeno naturale, che si ripropone puntualmente da un tempo infinito ma è in parte tuttora inspiegabile, delle nuvole che formano il cosiddetto ‘serpente del Maloja’.   

VALUTAZIONE: cinema in bilico fra finzione e realtà che coinvolge, in una sorta di gioco degli specchi e di sovrapposizione, tre attrici di diversa generazione come Juliette Binoche, Kristen Stewart e Chloë Grace Moretz. Un’opera che parla dei cicli ineluttabili ed a volte crudeli della vita in apparente contrasto con alcuni bellissimi scenari naturali ed i loro ritmi immutabili. Intrigante, affascinante, verbosa, crudele e realistica. Un film che non lascia indifferenti se ci si presta con la disponibilità necessaria a lasciarsi trasportare dal suo schema narrativo.                                                                                                                                                           

Juliette Binoche (1964), Kristen Stewart (1990), Chloë Grace Moretz (1997), tre diverse generazioni. Anche le ultime due, seppure fra loro ci sono ‘solo’ sette anni di differenza, che nell’epoca attuale, caratterizzata dalle frenetiche dinamiche del consumismo, dei media e di Internet, non sono comunque pochi. Nel senso che oggi tutto si muove, nel bene e nel male, ad una velocità decisamente più alta rispetto al passato. 

Sils Maria 13Prendiamo il caso di Kristen Stewart ad esempio, la quale con la saga ‘Twilight’ fra il 2008 ed il 2012 è stata protagonista di un fenomeno mediatico che le ha permesso di ottenere grande notorietà ed un folto seguito di ammiratori non solo preadolescenti. Grazie a ciò, è come se avesse già vissuto una carriera, rischiando però di bruciarsi come i vampiri esposti al sole descritti da Stephenie Meyer negli omonimi romanzi della sua saga. Quest’opera quindi, che suona come una sorta d’iniziazione e purificazione, le permette, con innegabile bravura (bisogna dargliene atto), di ricostruirsi una ‘verginità’ attoriale.

Sils Maria 06Chloë Grace Moretz invece è giovanissima, vista ed apprezzata di recente in ‘The Equalizer’ al fianco di un ‘mostro’ sacro come Denzel Washington, proiettata quindi e con pieno merito a cavalcare la cresta dell’onda, considerando anche questa prova, davvero di notevole personalità per l’età che ha. Leggendo la sua biografia, si scopre che è molto attenta alla gestione della carriera, grazie anche al fatto che il fratello è il suo fidato manager e la madre la segue dappertutto, ma ovvio che il rischio di finire come la protagonista della canzone di Ligabue ‘Piccola stella senza cielo‘, o  se preferite, imprigionata come la Bella di ‘Twilight’ dentro un’icona, è sempre dietro l’angolo.

Sils Maria 01Juliette Binoche non ha bisogno di dimostrare nulla e questi ‘step’ li ha già superati da tempo, essendo arrivata in splendida forma a cinquant’anni, ma ahimé, per quanto oggi la chirurgia estetica faccia miracoli ed una vita sana possa aiutare a preservare il più possibile la propria bellezza, il tempo è passato comunque inesorabile anche per lei. Che perciò non può più essere la stessa incantevole ragazza dei suoi esordi e dei primi successi come ‘Rendez-Vous’ di André Techinè. Di certo il suo palmarès, dall’Oscar per ‘Il Paziente Inglese’ di Anthony Minghella, al César per ‘Tre Colori: Film Blu’ di Krzysztof Kieślowski, all’European Award, ovvero l’Oscar Europeo per ‘Chocolat’ di Lasse Hallström, la dice lunga sul suo carisma. Riassumendo, siamo in presenza di una grande e matura attrice, e di due accreditate a seguirne le orme, seppure a loro volta provenienti da esperienze diverse. 

Sils Maria 15Che c’entra tutto questo con ‘Sils Maria’ di Olivier Assayas? E’ presto detto: è difficile considerare solo un caso la scelta delle tre protagoniste femminili che raffigurano altrettanti punti di svolta, in senso sequenziale, della carriera attoriale ma anche esterna a questa. Chloë potrebbe essere ciò che è stata Kristen sino a poco tempo fa, la quale potrebbe diventare un giorno ciò che è Juliette ora, o viceversa Juliette, seppure ancora in prospettiva, può essere uno specchio per Kristen, che lo è per Chloë a sua volta. Vedremo nel prosieguo come questa combinazione si riflette, almeno in parte, nei personaggi che interpretano ed andando ancora oltre, in quelli della piéce ‘Maloja Snake’ del cui cast dovrebbero far parte perlomeno Maria e Jo-Ann. E’ un film questo che esce dagli schemi usuali della finzione per sfruttare gli stessi meccanismi che il cinema utilizza e genera a sua volta. Nessuno di essi si può definire un’illuminazione particolarmente originale, ma il risultato è certamente intrigante. 

Stia alla larga da quest’opera, lo dico senz’altro dubbio ed indugio, chi va al cinema per farsi stupire dagli effetti speciali. Chi cerca solo gli inseguimenti spericolati, il voyeurismo erotico, le sparatorie ed il sangue a profusione. In questo caso non troverà nulla di tutto ciò. E che c’è allora d’interessante in un film strutturalmente complesso ed introverso, nel quale di azione se ne vede ben poca ed a dominare la scena sono i dialoghi? Un’opera che certo non agevola neppure il compito di chi vorrebbe scriverne, ma non perché mancano gli argomenti utili, semmai per l’opposta ragione…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

27/11/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Mai Così Vicini’

MAI COSI’ VICINI

Mai Così ViciniTitolo Originale: And So It Goes

Nazione: USA

Anno:  2014

Genere:  Commedia

 Durata: 94’  Regia: Bob Reiner 

Cast: Michael Douglas (Oren Little), Diane Keaton (Leah), Sterling Jerins (Sarah), Frances Sternhagen (Claire Hannover), Andy Karl (Ted Hannover), Scott Shepherd (Luke Little), Frankie Valli (Victor Salducii), Annie Parisse (Kate), Yaya Alafia – Yaya DaCosta (Kennedy), Rob Reiner (Artie), Paloma Guzmán (Selena), David Aaron Baker (David Shaw), Meryl Williams (Rita), Theo Stockman (Russell), Sawyer Tanner Simpkins (Dylan), Markley Rizzi (Sarabeth Little), Austin Lysy (Kyle), Maurice Jones (Ray), Maxwell Simkins (Caleb), Albert Jones (Reggie), Michael Terra (Peter), Luis Augusto Figueroa (Mario Reyes), Johnny Tran (Le Duc), Amirah Vann (Rashida) 

TRAMA: Oren è stato un agente immobiliare brillantissimo prima che scoppiasse la crisi del 2008 ma soprattutto prima che morisse la sua amatissima moglie. La prestigiosa villa dove abitavano l’ha messa in vendita perché lui non ci può più stare. Troppi sono i ricordi struggenti là dentro. Oren non riesce però a trovare acquirenti a seguito della valutazione che ha fissato e dalla quale non vuole assolutamente scendere. Nel frattempo si è trasferito temporaneamente in un complesso residenziale di sua proprietà nel quale ha tenuto per sé un appartamento, troppo piccolo comunque per contenere gli scatoloni pieni di oggetti provenienti dalla villa, così che sembra una sorta di bazaar. Il suo atteggiamento arrogante, intrattabile e prepotente lo ha reso antipatico agli altri inquilini, compresa Leah, sua vicina di casa, a sua volta inconsolabile vedova e cantante in un nightclub della zona, dove si commuove spesso mentre si esibisce in qualche brano che le ricorda i trascorsi con il marito. Oren ha un figlio, dal passato burrascoso nell’ambito della droga e con il quale non ha rapporti da tempo. Luke, questo il suo nome, è padre di una bambina avuta da una relazione con una donna finita male a sua volta nell’ambito degli stupefacenti. Per non aver voluto testimoniare contro un amico, Luke deve scontare qualche mese in carcere e così ha pensato di parcheggiare la figlia Sarah presso il nonno, essendo irreperibile la madre. Oren vorrebbe rifiutarsi ma Luke se ne va, lasciando la bambina ed un cane randagio che avevano trovato per strada con una vistosa macchia nel posteriore, opera dello stesso Oren che l’aveva colto in precedenza mentre faceva i suoi bisogni nel giardino della villa. Impietosita dalla sfortunata condizione di Sarah, è Leah inizialmente ad ospitarla, in attesa che Oren sbollisca la rabbia e s’abitui all’idea. La presenza della bambina è però occasione di un avvicinamento fra Oren e Leah, per quanto spesso i toni polemici ed il cinismo di lui prevalgano. Nel frattempo Oren si sta dando da fare per trovare la vera madre di Sarah ed attraverso alcuni informatori dell’ambiente della droga che paga e ricatta al tempo stesso, riesce ad identificarla. La bambina però è brillante ed affettuosa ed in breve tempo si guadagna l’affetto di Leah ed ammorbidisce anche la dura scorza di Oren. Nonostante ciò arriva il giorno che il nonno decide di portarla alla madre, con Leah che cerca in tutti i modi di dissuaderlo. La madre di Sarah però è rimasta una tossica del tutto inaffidabile che vive in un ambiente degradato, così Oren rinuncia e torna a casa con la nipotina e Leah, dopo aver trascorso un divertente pomeriggio al parco giochi. I due ultrasessantenni, messa a letto Sarah, si lasciano andare alla passione che pensavano non fosse più riproponibile senza i rispettivi partner passati a miglior vita. Il giorno dopo però, passata l’euforia del momento, Oren torna ad assumere i suoi soliti atteggiamenti distaccati, deludendo Leah. Sarah comunque oramai passa il suo tempo in entrambi gli appartamenti, riempiendo le giornate di Leah e Oren. Quest’ultimo intanto cerca di rimediare alla sua indelicatezza precedente, offrendosi come agente di Leah. Riesce persino a procurarle un contratto molto più vantaggioso del precedente, ma ciò non serve a recuperare la sua fiducia. Arriva il giorno che finalmente Oren trova l’acquirente giusto per la villa e con i soldi ricavati può andare a vivere lontano, come aveva programmato da tempo, mentre anche Luke esce dal carcere grazie all’intervento del padre che ha ingaggiato un bravo avvocato in grado di ottenere uno sconto sui tempi di carcerazione. Leah si esibisce con successo in un lussuoso nightclub ed ha imparato, seguendo i consigli di Oren, a parlare di sé al pubblico senza commuoversi ogni volta. Manca solo la ciliegina finale, che non tarda però ad arrivare. 

VALUTAZIONE: piacevolissima opera, nella migliore vena del regista Bob Reiner che vede protagonisti due interpreti di gran classe, non più giovanissimi ma perfettamente a loro agio nelle rispettive parti ed in grado di tenere la scena con grande mestiere, grazie anche ai dialoghi di una sceneggiatura scritta a dovere. Divertimento assicurato quindi, in un film da iscrivere nella lista della migliore tradizione della commedia americana.                                                                                                                                         

Recentemente una pubblicità di una nota piattaforma satellitare proponeva una scena tratta da un film nella quale Michael Douglas è seduto sul divano in compagnia di una bambina e telecomando alla mano le propone di guardare qualcosa in TV. Quando lei annuisce, lui l’avvisa che non gli piacciono in pratica tutti i generi che presumibilmente avrebbe scelto lei, costringendola perciò subdolamente a vedere quello che vuole lui.

La scena è tratta proprio da ‘Mai Così Vicini’ di Rob Reiner (‘Harry Ti Presento Sally’ è forse la sua opera più nota), figlio d’arte di Carl, regista e sceneggiatore a sua volta. Se il titolo originale ‘And So It Goes’ che suona più o meno ‘…E’ Così Che Va’ non dice granché, quello nostrano ‘Mai Così Vicini’ francamente è ancora più vago. Forse è riferito ai rapporti fra Oren, il figlio Lucky e la nipote Sarah che, inizialmente inesistenti, nel corso del film si avvicinano come non mai, appunto, ma certo un po’ di fantasia in più avrebbe dato anche maggiori possibilità a quest’opera, che è godibile oltretutto, di attirare l’attenzione del pubblico.

Siamo infatti nell’ambito della commedia americana di qualità, quella che una volta era denominata ‘sofisticated’, nata negli anni trenta del secolo scorso ed in auge in particolare negli anni cinquanta e sessanta, che periodicamente viene riproposta in opere che ne ribadiscno lo stile e le caratteristiche salienti, come questa, fondata in particolare su dialoghi brillanti, interpreti carismatici, situazioni spassose ma non banali e schermaglie sentimentali.

In questo caso Rob Reiner si è affidato a due interpreti non proprio giovanissimi come Diane Keaton (68 anni) e Michael Douglas (70 anni) che però oltre ad essere ancora in gamba e non dimostrare affatto l’età che hanno, fanno faville, nel senso che sarebbe difficile pensare a due attori più adatti alle rispettive parti.

Michael Douglas in quella dell’arrogante e cinico, lo sappiamo bene dai tempi di ‘Wall Street’, si trova a meraviglia, ma nello specifico è anche inappuntabile nel ruolo del seduttore di terza età e pure in quello del padre/nonno che riscopre il senso della famiglia e degli affetti dopo essere stato un modello di cinismo, arroganza ed incompatibilità con tutto il resto del genere umano, forse anche prima, ma in particolare nel periodo susseguente la morte dell’amatissima moglie…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

23/11/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘La Verità di Amelia’

LA VERITA’ DI AMELIA

La Verità di AmeliaDi Kimberly McCreight

Anno Edizione 2014

Pagine 398

Costo € 16,40

Traduzione di Chiara Salina

Ed. Nord (collana ‘Narrativa Nord’) 

TRAMA: Kate Baron è un’avvocato del prestigioso studio Slone, Thayer. La figlia Amelia è una ragazza molto bella ed anche una brillante studentessa dell’esclusiva scuola privata Grace Hall di New York. Amelia non ha mai conosciuto il padre, perché Kate quando è rimasta incinta era una single ed aveva deciso di non coinvolgere il presunto genitore. Nel mezzo di un’importante riunione di lavoro riceve una telefonata dalla scuola che la invita ad andare a ritirare subito la figlia perché è stata sospesa dal preside per aver copiato un compito, una scorrettezza considerata gravissima in quell’istituto. Kate non ci può credere, conoscendo la serietà della figlia, ma la perentorietà della decisione non ammette discussioni. Quando giunge a scuola, in netto ritardo rispetto al previsto, si trova però davanti inaspettatamente alla polizia, ai vigili del fuoco e ad una serie di transenne. Qualcuno gli dice che una ragazza è precipitata dal tetto dell’istituto ed è morta. Kate capisce che si tratta proprio di Amelia quando un poliziotto, saputo il suo nome, la tratta con sospetta cortesia. Solo dopo le sue ripetute insistenze le conferma la terribile verità. Kate è sconvolta, anche perché sia la polizia che i dirigenti scolastici le dicono che i rilievi sul posto e le testimonianze indicano che si è trattato di un suicidio. Non può convincersi che la figlia, apparentemente serena e per quanto le è dato di sapere, priva di problematiche esistenziali, sia arrivata a compiere improvvisamente un gesto così estremo a seguito di un’accusa, per quanto umiliante potesse apparirle, in una materia nella quale, per giunta, eccelleva particolarmente. I giorni successivi per Kate sono contrassegnati da una profonda depressione, da innumerevoli interrogativi e strazianti rimorsi per non aver dedicato abbastanza tempo alla propria figlia e capire il suo disagio, colpa di una professione che assorbe molte, forse troppe, delle sue energie vitali. Sinché circa un mese dopo riceve un SMS da un numero nascosto che dice brutalmente: ‘Amelia non si è buttata’. Un’affermazione che, fosse vera, aprirebbe scenari completamente diversi ed in cuor suo Kate ha sempre avuto il sospetto che nella tragedia della figlia ci fosse qualcosa d’indefinito. Grazie alle conoscenze del suo capo Jeremy, riesce a far riaprire le indagini che il detective incaricato a suo tempo, Molina, aveva invece sbrigativamente chiuso. Anzi, viene a sapere che quest’ultimo ha lasciato la polizia per essere assunto da una compagnia privata. Kate allora inizia una sorta d’indagine personale che non può prescindere dall’assumere per prime tutte le informazioni possibili sul privato di Amelia. Accendendo il suo cellulare e facendo stampare il contenuto del profilo Facebook da un collega informatico, viene a scoprire molti particolari scioccanti che ignorava completamente. Il detective Lew, assegnato al nuovo caso, è però scrupoloso e capace. Al pari di Kate è convinto che la storia del suicidio non regge e che c’è molto di più dietro questa morte prematura. Una vicenda che tocca molti tasti sensibili: dalla volontà di Amelia di scoprire l’identità del padre, al bullismo scolastico come forma di esasperazione e di condizionamento psicologico, alla scoperta dell’identità sessuale dei giovani che stanno sbocciando, all’omertà delle istituzioni che sono disposte a tutto pur di conservare il loro buon nome e prestigio. Le implicazioni insomma sono numerose prima di arrivare a conoscere, appunto, la verità di Amelia.

VALUTAZIONE: romanzo d’esordio di una scrittrice che dimostra di saper gestire con grande padronanza, al pari di una veterana, i ritmi e gli schemi narrativi più efficaci in un dramma a tinte gialle che tocca vari tasti sensibili, a partire dalla conoscenza dei propri figli da parte dei genitori, in un ambiente esterno spietato sia a livello d’istituzioni che di rapporti interpersonali. Un racconto coinvolgente e trascinante, grazie ad una prosa moderna ed un linguaggio spigliato. Numerosi i colpi di scena, sino alla conclusione, forse intuibile per i più smaliziati.                                                                                                                                                                                                                                      

In un’epoca nella quale la comunicazione può contare su molte più forme e mezzi che in passato, assieme agli indubbi vantaggi è inevitabile considerare anche le controindicazioni, ovvero l’altra faccia della medaglia.

Social Network come Whatsapp, Facebook, Twitter, Instagram, la rete Internet stessa, consentono infatti a molte persone di esporsi maggiormente sul web rispetto a ciò che sarebbero disposte a fare di persona, anche per coltivare nuove conoscenze/amicizie, sentendosi protette e quindi più a proprio agio stando sedute comodamente a casa propria o comunque mascherate, entro certi limiti, da strumenti tecnologici come PC, tablet e smartphone.

La verità di Amelia 01Escludendo per ovvie ragioni quelli che sfruttano queste possibilità multimediali per fini illegali o peggio ancora criminali e quelli che per invalidità o altri problemi fisici/psicologici da queste possibilità hanno tratto invece un innegabile beneficio, questa facilità di approccio virtuale a volte e per assurdo complica, se non addirittura si sovrappone proprio a quelle occasioni di aggregazione e di rapporti interpersonali che dovrebbe invece agevolare. Di conseguenza non è raro il caso che queste nuove modalità di relazione finiscono per diventare un cronico surrogato di quelle tradizionali, per così dire, consentendo agli interessati di evitare d’assumersi i ‘rischi’ di una relazione diretta con persone in carne ed ossa, generando perciò distorsioni di natura psicologica.

La verità di Amelia 10Nella storia narrata dall’esordiente scrittrice americana Kimberly McCreight ne ‘La Verità di Amelia’ alcuni di questi mezzi virtuali di comunicazione ed interrelazione hanno un ruolo di primo piano e decisivo negli sviluppi di una vicenda che si potrebbe definire tutt’altro che rara nel nostro tempo, se non ci fosse di mezzo la morte, apparentemente inspiegabile, di una giovanissima ragazza alla quale, come si dice di solito in questi casi, non mancava nulla o quasi.

La verità di Amelia 02L’autrice ha strutturato il suo racconto su quattro piani narrativi paralleli, seppure riferiti a tempi diversi, ognuno dei quali però è fondamentale per comprendere gli altri tre. Amelia racconta gli eventi salienti che la riguardano sino ad arrivare ovviamente al giorno stesso della tragedia e contemporaneamente il lettore accompagna, in un certo senso, la madre Kate, con l’aiuto del detective Lew, a comprendere finalmente la verità dei fatti e le loro molteplici implicazioni. Se volessimo riassumere il romanzo in una domanda, non potrebbe che essere questa: perché Amelia è caduta dal tetto della scuola? Che diventa ancora più inquietante quando Kate, la quale non ha ancora superato lo choc ed il tremendo dolore per la perdita della figlia, riceve un sibillino SMS anonimo che dice: ‘Amelia non si è buttata’.  

Tutto inizia da un blog. Per chi non fosse addentro alle terminologie della Rete Internet, il blog è un sito web come questo nel quale mi stai leggendo, dove il ‘blogger’, cioè io in questo caso, pubblica quotidianamente o periodicamente articoli e/o contenuti multimediali. Nello specifico de ‘La Verità di Amelia’ il blog si chiama ‘gRaCeFULLY’, con le maiuscole e minuscole proprio scritte così, dietro il quale si nasconde un anonimo personaggio che dimostra di conoscere molto bene professori e studenti della Grace Hall, un istituto privato esclusivo di New York. Facendo nomi e cognomi, il blog pubblica notizie piccanti e pettegolezzi sulle loro relazioni sentimentali ed attività dentro e fuori dalla scuola…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

20/11/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Il Porto Delle Nebbie’

IL PORTO DELLE NEBBIE

DIl Porto delle Nebbiei Georges Simenon

Anno Edizione 2003

Pagine 147

Costo € 4,90

Traduzione Fabrizio Ascari

Ed. Fabbri Editore (collana ‘Le grandi inchieste del Commissario Maigret’) 

TRAMA: Yves Joris, comandante del porto di Ouistreham, scomparso da oltre un mese, viene soccorso in stato confusionale sui Grand Boulevards a Parigi, privo di documenti ma con indosso un vestito nuovo ed in tasca cinque biglietti da mille franchi. Non è in grado di rispondere sulla sua identità ed il commissario Maigret della polizia giudiziaria, solo dopo aver inviato una serie di telegrammi in Francia ed all’estero, riesce ad ottenere la risposta utile per il suo riconoscimento. Julie, la domestica di Joris, si è precipitata a Parigi appena saputo del ritrovamento e lo riconduce a casa, accompagnata nel viaggio in treno da Maigret, in un clima che pur essendo autunno sembra quasi invernale, fra le fitte nebbie della pianura francese e del porto di Ouistreham. Maigret si ferma a dormire nell’unica locanda del luogo, ma la mattina dopo viene bruscamente svegliato dalla notizia che Joris sta molto male. Giunto a casa del poveretto, il commissario viene a sapere dal medico che è morto per avvelenamento da stricnina. Per Maigret significa l’inizio di un’indagine, ancor più complessa di quello che sembrava dopo il ritrovamento e che si trova a condurre fra notevoli difficoltà ambientali in una comunità chiusa e sospettosa nei confronti degli estranei, per nulla collaborativa insomma. Nel testamento di Joris c’è scritto che lascia la gran parte della sua eredità proprio a Julie, riconoscente per la sua fedeltà, inclusi trecentomila franchi che sono stati versati sul suo conto soltanto di recente. Grand-Louis, il fratello di Julie, è già stato in carcere e Joris, considerandolo un poco di buono, gli aveva vietato di entrare in casa sua. Quest’ultimo è imbarcato sulla goletta Saint-Michel che spesso passa da Ouistreham con il suo carico di merci da scaricare a Caen. Gran parte delle proprietà del paese sono di proprietà del sindaco Grandmaison. Lo stesso Joris è stato alle sue dipendenze quando era capitano della Marina Mercantile. Un biglietto dentro la credenza di Julie, un personaggio che non ci tiene ad essere riconosciuto, trasportato sulla Saint-Michel e nascosto da Grand-Louis ed il volto tumefatto di Grandmaison convincono Maigret che c’è ben di più da scoprire oltre alle facili apparenze di questa vicenda e lui può contare soltanto sull’aiuto del fido brigadiere Lucas.     

VALUTAZIONE: noto romanzo breve di Simenon, con al centro il commissario Maigret, nel quale il quadro d’ambiente è descritto utilizzando una prosa essenziale, che non eccelle in originalità ed eleganza, ma è indubbiamente efficace. La lettura scorre in scioltezza anche se le atmosfere sono quasi sempre cupe e tese, sino alla conclusione, quando anche le ultime nebbie si diradano sul porto e sull’indagine di Maigret.                                                                                                                                                                                             

Hai presente Andrea Camilleri che alla veneranda età di novant’anni scrive praticamente ogni giorno e pubblica dai tre ai cinque racconti l’anno? Ecco, Georges Simenon, scomparso nel 1989 quando aveva ‘solo’ ottantasei anni, non è stato da meno, avendo pubblicato centinaia di opere e soltanto nell’anno 1947 è arrivato a darne alle stampe addirittura sette!

Il porto delle nebbie 01Il parallelismo fra i due scrittori non è casuale, visto che Camilleri è il creatore del commissario Montalbano e Simenon quello di Maigret, sui quali rispettivamente hanno costruito la loro fama e fortuna. ‘Il Porto delle Nebbie’, in originale ‘Le Port des Brumes’, pubblicato nel 1932, è il quindicesimo romanzo della serie di settantacinque che lo scrittore francese ha dedicato appunto al commissario Maigret. A sua volta, il quarto di sei polizieschi sfornati in quell’anno, tutti dedicati alla figura di questo celebre personaggio.

Pare, fra l’altro, che l’autore l’abbia iniziato addirittura sul posto dove sono ambientati gli eventi narrati, cioè nel paese di Ouistreham nel 1931 e completato ad Antibes, per essere pubblicato poi l’anno seguente. E’ un racconto breve, circa 150 pagine, a seconda delle edizioni, che si legge con estrema scorrevolezza, grazie anche alla netta predominanza dei dialoghi che snelliscono le pagine rendendo più fluida la lettura.

Il porto delle nebbie 02Lo stile narrativo di Simenon infatti è semplice ed immediato. Nel corso del racconto non sono presenti frasi ad effetto, di quelle che, per intenderci, si possono poi trovare nei siti che raccolgono aforismi. Il suo linguaggio è senza fronzoli, con una prosa molto vicina al parlato del lettore comune che presumibilmente non incontra perciò alcuna difficoltà, non solo nel seguire l’evoluzione della storia, per quanto intricata essa possa apparire inizialmente, ma anche a focalizzare i particolari ambientali e sociali.

Il porto delle nebbie 08Non mancano affatto le parti descrittive, sia chiaro, ma in genere sono rapidi ed efficaci passaggi che danno un’immediata misura del contesto nel quale si colloca la vicenda, senza che ci sia il bisogno di ricorrere a iperboliche metafore o ad enfatizzare comunque parole e fatti. La scrittura sembra seguire insomma lo schema pratico del commissario Maigret di fronte ad una scena del crimine prima d’iniziare le indagini: ‘…Una cucina chiara, con piastrelle di maiolica alle pareti, un grande tavolo di legno chiaro sabbiato, gli utensili di rame che scintillano. E il capitano va a sedersi d’istinto nella sua poltrona di vimini, accanto alla stufa… Apre la porta della sala da pranzo, in cui l’ordine perfetto, il parquet e i mobili fin troppo lustri di cera fanno intuire che non viene mai adoperata… Ci sono un pianoforte verticale, lacche cinesi e porcellane che il capitano deve aver portato dall’Estremo Oriente. Poi il salotto, nello stesso ordine, nelle stesse condizioni in cui si trovava nella vetrina del negozio dove è stato acquistato… Salgono le scale dai gradini ricoperti da una guida rossa. Ci sono tre camere, una delle quali non utilizzata. E sempre la stessa pulizia, lo stesso ordine meticoloso, e un tepore che sa di campagna e di cucina…‘….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

16/11/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Drive’

DRIVE

DriveTitolo Originale: Omonimo

Nazione: USA

Anno:  2011

Genere:  Thriller, Drammatico, Noir

Durata: 95’  Regia: Nicolas Winding Refn

Cast: Ryan Gosling (Driver), Carey Mulligan (Irene), Bryan Cranston (Shannon), Albert Brooks (Bernie Rose), Oscar Isaac (Standard Guzman), Ron Perlman (Nino), Christina Hendricks (Blanche), James Biberi (Chris ‘Cook’), Kaden Leos (Benicio), Tiara Parker (Cindy), Cesar Garcia (Jose), Christian Cage (Christian), Chris Muto (Jack)

TRAMA: Driver lavora presso l’autofficina di  Shannon, uno sciancato divenuto tale per aver cercato di fregare alcuni mafiosi, il quale si occupa di rimettere in sesto le auto utilizzate dagli stuntman, che poi vende ad alcune organizzazioni malavitose che si occupano di produzioni cinematografiche. Driver è un tipo solitario, che dice poche parole e risiede in un modesto residence ed oltreché lo stuntman, fa da autista ad alcuni rapinatori di banche. Nello stesso piano dello stabile ci abita anche Irene con il figlioletto Benicio che ha avuto da Standard, un sudamericano che è in carcere a seguito di una rapina. Un giorno Driver incontra Irene sul piazzale di un supermercato e l’aiuta a portare la spesa sino a casa. Driver è molto dolce con Benicio e ad Irene piacciono subito i suoi modi. E’ l’inizio di un rapporto che potrebbe evolvere in qualcosa di più, se l’avvocato del marito di Irene non riuscisse a farlo uscire di galera prima del tempo. Standard non è un tipo geloso e vorrebbe cambiare vita, ma i mafiosi per cui ha lavorato in precedenza non sono d’accordo. Driver una sera trova Standard in una pozza di sangue nel parcheggio sotterraneo del palazzo dove abitano ma di primo acchito si preoccupa di Benicio che ha assistito al pestaggio. I mafiosi infatti hanno minacciato di fare del male anche a lui ed Irene se Standard si rifiuta di fare quello che gli chiedono. Driver allora si offre di aiutarlo come autista nella rapina che vogliono compia Standard. In realtà egli è la vittima sacrificale di un’operazione per riciclare del denaro sporco e difatti nel corso della stessa viene ucciso. La borsa con dentro i soldi, un milione di dollari, resta però in mano a Driver che fugge assieme ad una donna, Blanche, che aveva il ruolo di complice di Standard. Inseguito da un’auto con i vetri oscurati, Driver solo grazie alla sua abilità alla guida riesce a dileguarsi. I due si rifugiano in un motel e dalla TV apprendono la notizia che nel tentativo di rapina che ha visto morire un malvivente, non è stato rubato nulla. Di lì a poco sono raggiunti da due killer, avvisati da Blanche la quale perciò faceva il doppio gioco, ma il primo bersaglio è proprio lei, mentre Driver, che si era accorto del loro arrivo poco prima che irrompessero nella stanza, reagisce prontamente e riesce a farli fuori. E’ solo l’inizio di una resa dei conti, senza esclusione di colpi, fra lui ed i mafiosi, a capo dei quali ci sono due personaggi che Shannon conosce molto bene.

VALUTAZIONE: un film molto duro e freddo, spettacolare in alcuni momenti e quasi intimo in altri, con un crescendo di tensione e violenza, che il regista danese Nicolas Winding Refn conduce con grande padronanza e perciò è stato premiato al Festival di Cannes. Un omaggio al cinema noir classico ed a quello più recente con venature ‘tarantiniane’. La figura del protagonista, un mix contraddittorio di coraggio, sensibilità ed efferatezza, è destinata a diventare un ‘cult’.                                                                                                                                                                                                                                                                        

Il protagonista Ryan Gosling mi ricorda un po’, nella morfologia del viso, un mix fra Robert De Niro e Christoph Waltz. Il primo, anche per via delle espressioni che assume con alcuni lunghi e silenziosi sguardi, seguiti però a volte da improvvise esplosioni di violenza, per quanto in questo caso da ascrivere in gran parte alla voce ‘legittima difesa’. Il secondo, oltreché per il mento sporgente, anche per la lucida determinazione e spirito d’iniziativa che mostra in alcuni momenti.

The DoubleDel passato relativo al personaggio che interpreta non si sa nulla, anche ‘Driver’ è un evidente ed allusivo soprannome. Il suo datore di lavoro Shannon lo chiama addirittura ‘ragazzo’, a spersonalizzarne ancor di più la figura. In realtà è un tipo taciturno ed introverso, che si presenta quasi indecifrabile sin dalle prime immagini, con quella frase dettata al telefono, della quale si capisce soltanto poco dopo il senso e che suona così: ‘…ci sono centinaia di migliaia di vie in questa città. Non devi sapere il percorso. Dammi un orario e un posto, ti do cinque minuti. Qualunque cosa succeda in quei cinque minuti, sono lì. Indipendentemente. Qualunque cosa succeda dopo quei cinque, sei da solo. Hai capito?…‘.

Drive 24Driver non è un soprannome a caso. In realtà è un bravo meccanico, ma soprattutto un ottimo stuntman come pilota d’auto, tipo quella, con un motore truccato nascosto sotto una carrozzeria comune, che gli ha procurato Shannon. La ragione è legata ad un’attività parallela di Driver. Dato che è abilissimo con il volante fra le mani, alcuni rapinatori lo assumono per avere maggiori probabilità di fuga. Per parte loro, si devono preoccupare solo di rispettare quei fatidici cinque minuti. In una delle prime scene il film propone proprio una di queste azioni, il cui finale sarebbe certamente diverso se non ci fosse al volante Driver, freddo come il ghiaccio ed astuto come una volpe nel nascondersi e poi sfuggire all’inseguimento delle auto della polizia. 

Drive 15Shannon è un tipo con un trascorso che si può definire burrascoso ed ambiguo, seppure nei confronti di Driver si comporta con correttezza, anche perché ritiene di avere fra le mani un pilota di razza da utilizzare alla prima occasione utile. E’ rimasto menomato da quando gli uomini di Nino, un mafioso, gli hanno rotto il bacino perché non gradiva che continuasse a ‘spennarlo’ con i costi delle auto rimesse a nuovo per gli stuntman, da utilizzare durante le riprese più spettacolari dei film. A raccontarlo a Driver è Bernie Rose, in combutta con Nino ed a capo a sua volta di una cosca criminale, il quale conosce Shannon da parecchio tempo. Quando quest’ultimo gli propone di mettersi in società acquistando per 300.000 dollari un’auto per gareggiare nel circuito Nascar, utilizzando come pilota proprio Driver, fiuta l’affare ed accetta, seppure Nino, è tutt’altro che convinto.

Drive 22Per Driver non potrebbe esserci occasione migliore per mettersi in mostra e dimostrare il suo valore, così da non dover ricorrere a certi compromessi per sbarcare il lunario, ma se le cose andassero in tal senso saremmo a parlare di un altro film, probabilmente molto meno interessante. Invece le doti caratteriali che non ci si aspetterebbe che possieda uno come Driver emergono quando si offre di aiutare Irene ed il suo bambino Benicio, appena usciti dal supermercato, per portare la spesa a casa. Si dirà: una banale cortesia, che saremmo capaci tutti di fare, essendo essi peraltro vicini di porta in quella sorta di residence nel quale abitano ed invece, a seguito di quell’episodio, Driver cambia la sua prospettiva di vita, poiché inizia a pensare al plurale e non solo al singolare com’è stato sin lì…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/11/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Serendipity – Quando l’Amore è Magia’

SERENDIPITY – QUANDO L’AMORE E’ MAGIA

SerendipityTitolo Originale: Serendipity

Nazione: USA

Anno:  2001

Genere:  Commedia Romantica

Durata: 90’  Regia: Peter Chelsom

Cast: John Cusack (Jonathan Trager), Kate Beckinsale (Sara Thomas), Molly Shannon (Eve), Jeremy Piven (Dean Kansky), Bridget Moynahan (Halley Buchanan), Eugene Levy (Commesso di Bloomingdale), John Corbett (Lars Hammond), Lucy Gordon (Caroline Mitchell), Kate Blumberg (Courtney), Mike Benitez (Sovrintendente), Pamela Redfern (Assistente di volo), Brenda Logan (Parrucchiera), Colleen Williams (Donna Hippie), Stephen Bruce (Avventore al bar Serendipity) 

TRAMA: nei giorni immediatamente precedenti il Natale, Jonathan e Sara, un’inglese di passaggio a New York, s’incontrano in un negozio di abbigliamento, entrambi interessati ad un unico paio di guanti rimasto e fra loro scocca un feeling immediato, nonostante siano già fidanzati. Dopo essersi piacevolmente intrattenuti in una caffetteria di nome Serendipity, al momento di lasciarsi Jonathan chiede a Sara di scambiarsi i numeri di cellulare ma quest’ultima preferisce lasciare che sia il destino eventualmente a farli incontrare ancora. Il che avviene solo pochi minuti dopo, ancora nello stesso negozio, dove entrambi avevano dimenticato una sciarpa ed il sacchetto con i guanti. Volendo stare ancora un po’ assieme si spostano sulla pista di pattinaggio di Central Park ed in seguito Sara chiede a Jonathan di scrivere il nome ed il numero di telefono su una banconota da cinque dollari che spende immediatamente in un’edicola, mentre lei fa altrettanto con un libro che ha in borsa e che rivenderà. Il loro incontro termina sugli ascensori del Waldorf Astoria Hotel. Sara ha voluto verificare un altro segno del destino ma qualcosa è andato storto ed a Jonathan è rimasto il sacchetto che gli ha lasciato lei con un solo guanto dentro. Sei anni dopo quest’ultimo sta per sposarsi con Halley, mentre Sara vive a Londra ed è a sua volta fidanzata con Lars, un musicista new age, al quale ha appena risposto di sì alla proposta di matrimonio. Sia lei che Jonathan però non hanno mai smesso di pensare a quell’incontro, anche se non ha avuto alcun seguito. Jonathan ha sempre cercato nei mercatini di libri usati che incontra per strada quello con i dati di Sara e quando gli capita fra le mani, durante i preparativi del matrimonio, il sacchetto con il guanto e lo scontrino che sino ad allora non si era accorto fosse rimasto dentro, lo prende come un segno del destino e quindi inizia una serie di ricerche, partendo proprio da quel negozio, dove un furbo commesso lo costringe persino ad acquistare dei capi cui non è interessato, prima di dargli qualche informazione, peraltro molto vaga. Complice una tournée che impegna molto Lars, lasciando a Sara molto tempo per pensare a quel ricordo che la tormenta spesso con qualche segno, convince un’amica a compiere un viaggio assieme a New York. Il suo obiettivo è quello di concedersi un’ultima possibilità per incontrare ancora Jonathan, ignara del fatto che anche lui sta facendo lo stesso.          

VALUTAZIONE: se credete alle favole sentimentali ed al ruolo decisivo del fato nella vita delle persone, questo è il film che fa voi. Nonostante in questa storia il destino ce la metta davvero tutta per mostrarsi meritevole del credito che le persone come Sara gli assegnano, l’opera di Peter Chelsom è piacevole e possiede la grazia di certe commedie sofisticate americane della metà del secolo scorso cui si perdona volentieri la distanza dalla realtà. Sia Kate Beckinsale che John Cusack sono perfetti nelle rispettive parti e la sceneggiatura funziona, per quanto sia costruita ad arte, come un magico puzzle in cui tutto s’incastra alla perfezione.                                                                                                                                                                                       

Serendipity‘, è la stessa protagonista Sara ad affermarlo, ‘è una parola che ha il suono giusto per quello che esprime: un fortunato incidente‘. Francamente io non sapevo nemmeno che esistesse un termine corrispondente nella nostra lingua: ‘serendipità’ e leggendone il significato sul vocabolario Treccani (‘…la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, mentre si sta cercando altro’, seppure sembra sia riferito specialmente all’ambito scientifico, ndr.) ci si rende facilmente conto come si sposa perfettamente all’ambito del film del regista inglese Peter Chelsom.

Serendipity 04Ci sono opere che nella loro sciatta prevedibilità non offrono allo spettatore alcunché d’interessante sino alla conclusione, ovviamente scontata a sua volta. Ed altre, come quella in oggetto invece, che pur nella loro evidente struttura ad incastro perfetto (e quindi inevitabilmente irreale), conservano un’eleganza ed una grazia di sceneggiatura e regia che le rendono comunque piacevoli ed a loro modo convincenti, seppure di sorprendente c’è solo il modo in cui gli eventi si svolgono prima di arrivare al classico ‘happy end’, già immaginabile dopo le prime sequenze.

Serendipity 12‘<…Dov’è il tuo ragazzo?…> <…Credo che sia in giro a fare quello che stai facendo tu…> <…Cosa, prendersi una cotta per la donna di un altro?…>‘ è il veloce scambio di battute fra Jonathan e Sara, lui americano, lei inglese che s’incontrano per caso in un negozio dove si contendono l’ultimo paio di guanti, probabile destinazione di un regalo di Natale, visto che sono i giorni che lo precedono e nei quali i magazzini come quello di solito sono presi d’assalto dalla folla dei ritardatari per accaparrarsi anche gli ultimi capi a disposizione.

Serendipity 10Jonathan e Sara non sono in cerca di avventure, entrambi sono serenamente fidanzati, ma sin dal primo sguardo scocca fra loro la classica freccia di Cupido che, se non vogliamo precorrere troppo in fretta i tempi, possiamo definire anche come quel magico feeling che scatta soltanto in casi particolari fra persone evidentemente complementari, le cosiddette ‘anime gemelle’. Poiché non siamo dentro  la storia di ‘Attrazione Fatale’ ma in quella di ‘Serendipity’ ciò che succede subito dopo fra i due protagonisti non ha come più immediata evoluzione un letto a due piazze, ma una più semplice, castigata e consona (per il tono del film) caffetteria di nome, indovinate un po’? esatto, proprio Serendipity, dentro la quale Sara intrattiene amabilmente Jonathan a proposito delle sue convinzioni: ‘…tutto è deciso dal destino, a noi nessuna scelta?…’ chiede lui. ‘No, noi prendiamo delle decisioni, il destino ci re-invia dei piccoli segni e dalla capacità di leggerli dipende la nostra felicità…‘. Fedele a questo motto, quando escono Sara ferma un taxi e lascia Jonathan con un palmo di naso, cioè senza svelargli il suo nome, Serendipity 17tanto meno lasciargli un recapito telefonico: ‘…se è scritto che dovremo re-incontrarci, ci re-incontreremo...’ sentenzia, con il suo ineffabile sorriso prima di allontanarsi.

E passano solo pochi minuti, perché Jonathan mentre sta per scendere in metropolitana s’accorge di aver lasciato la sciarpa dentro il negozio e pure Sara ha dimenticato il sacchetto con i guanti che lui infine le aveva ceduto. Che sbadati, vero? Così entrambi tornano sui loro passi e siccome siamo a New York e non in Italia (ma forse è più corretto dire dentro la trama di un film), ovviamente trovano gli oggetti smarriti laddove li avevano dimenticati, ma soprattutto si ritrovano loro. Così ci scappa anche una pattinata sul ghiaccio a Central Park mentre cade la neve e dove, fra una giravolta e l’altra, si concedono qualche altra confidenza…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

25/10/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Fratelli Unici’

FRATELLI UNICI

Fratelli UniciTitolo Originale: Omonimo

Nazione: ITA

Anno:  2014

Genere:  Commedia

Durata: 89’  Regia: Alessio Maria Federici

Cast: Raoul Bova (Pietro), Luca Argentero (Francesco), Carolina Crescentini (Giulia), Miriam Leone (Sofia), Sergio Assisi (Gustavo), Eleonora Gaggero (Stella), Massimo De Lorenzo (Primario medico), Michela Andreozzi (Giudice tutelare), Augusto Zucchi (Regista), Vanni Bramati (Piantone)

TRAMA: Pietro e Francesco sono fratelli molto diversi caratterialmente ma simili nello scantonare le responsabilità. Pietro è un chirurgo arrogante ed egoista che ha perso la moglie Giulia e la figlia Stella, ora adolescente, dopo averle a lungo trascurate. Francesco invece fa lo stuntman, sperando in una carriera d’attore e si comporta da immaturo dongiovanni con le donne che frequenta e cambia in continuazione. La sua vicina di casa, la bellissima e sentimentale Sofia, lo evita però, considerandolo superficiale ed inaffidabile. Praticamente Pietro e Francesco sono due fratelli unici, che non si sopportano vicendevolmente. Un giorno Pietro improvvisa una gara con un motociclista che si è fermato accanto a lui al semaforo e resta coinvolto in un incidente. Non subisce danni fisici evidenti ma il trauma cranico gli fa perdere completamente la memoria. L’ospedale gli presta le prime cure ma poi decide di dimetterlo. Nasce così un contenzioso fra Francesco e Giulia su chi deve farsene carico. Francesco accetta dopo aver realizzato che assumendone la potestà diventa gestore anche delle ricche carte di credito del fratello. Pietro è regredito allo stadio infantile, in un corpo da adulto però e va gestito anche nelle piccole cose. Nasce fra loro perciò un rapporto basato su prerogative completamente diverse da quelle precedenti e certamente migliori. Francesco, che è il minore dei due, si ritrova nel ruolo tutto nuovo per lui del tutore, mentre per Pietro si tratta non solo di accettare quella persona come suo fratello, ma anche di percorrere un processo di crescita e, se possibile, di recupero. Il che avviene fra iniziali incomprensioni, malintesi e situazioni in alcuni casi imbarazzanti. Pietro con il suo comportamento da bambinone innocente intenerisce Sofia e contribuisce ad avvicinarla a Francesco. Un giorno però Pietro vede una donna per strada e se ne innamora. Quando la mostra a Francesco, quest’ultimo si rende conto che è Giulia, la sua ex moglie. Da qui l’idea di presentargli alcune altre donne per fargli cambiare idea, ma senza successo. Nel frattempo Francesco e Sofia diventano sempre più confidenti nel cercare di aiutare Pietro. La sua ex moglie però rifiuta le avances, imbarazzata ed insospettita, ma anche un po’ lusingata, dal suo inaspettato cambiamento radicale di carattere. Sta infatti per sposarsi con Gustavo, un uomo che non ama e non piace alla figlia Stella, ma che le garantisce un futuro di benessere. Pietro però è determinato a ri-conquistare moglie e figlia, dopo aver capito attraverso le foto e le testimonianze delle stesse, che razza d’uomo era prima. Francesco, che ha dei crediti ma anche dei debiti morali nei confronti del fratello, grazie a Sofia impara a sua volta iniziando dalle piccole cose, che non riguardano solo le vecchie coppie, come fare la colazione assieme la mattina dopo una notte d’amore, che i sentimenti non sono la morte del sesso, come pensava.  

VALUTAZIONE: fra errori di sceneggiatura, spot pubblicitari camuffati ed un bel po’ di banalità, c’è anche qualcosa di buono nel film di Federici, giocato sul tema della ‘seconda opportunità’ a più livelli: fra due fratelli, marito e moglie, padre e figlia. Un film volto a dare di gomito alle donne (e quindi un po’ paraculo), senza però calcare troppo la mano sui difetti tipici degli uomini, simpatiche canaglie, meritevoli comunque alla fin fine del perdono. Belle le musiche.                                                                                                                                                                                                                                          

‘Fratelli Unici’ è un ossimoro, una contraddizione in termini insomma. Semmai si parla di ‘figli unici’, ma fratelli al plurale ovviamente esclude la possibilità che possano essere unici. A meno d’interpretare tale associazione come fratelli unici nel loro genere: per qualche specifica qualità, difetto o caratteristica particolare. Oppure, ma sarebbe comunque una forzatura che contiene solo una parte di verità, si possono ritenere fratelli unici quelli che hanno una notevole differenza d’età fra loro e sono cresciuti come se fossero in pratica distinti figli unici. 

Fratelli Unici 01Il regista Alessio Maria Federici e soprattutto gli sceneggiatori Luca Miniero e Elena Bucaccio hanno inteso dare però un altro significato al titolo del film, anche perché i due fratelli protagonisti hanno un’età molto simile ed è difficile persino capire chi fra i due è il maggiore. Sono unici però nella considerazione reciproca, nel senso che proprio non c’è alcun rapporto fra loro, nonostante la stretta parentela. Ciò che li lega ancora, ma per poco, è l’appartamento nel quale sono cresciuti entrambi e che stanno per vendere.

Fratelli Unici 15Pietro (Raoul Bova) è un chirurgo affermato, che vive da solo in un lussuoso appartamento con tanto di servitù che tratta con arroganza, da quando la moglie Giulia l’ha lasciato non sopportando più la sua indifferenza, mentre la figlia adolescente Stella lo considera, senza mezzi termini, uno stronzo che non si è mai interessato a lei, sin da piccola.

Fratelli Unici 04Francesco (Luca Argentero) invece è un ‘freelance’, nel senso che di mestiere fa lo stuntman in attesa di qualcosa di meglio ed è disastroso, specie quando sembra voler imitare, peraltro in malo modo, Peter Sellers in ‘Hollywood Party’. Fratelli Unici 09Non ha mai nemmeno preso in considerazione uno straccio di rapporto serio con una donna, pur avendone spesso in abbondanza che gli girano attorno, o forse proprio per questo.

L’unica che sembra snobbarlo è la vicina di casa Sofia (la splendida Miriam Leone), single ma romantica e non disponibile quindi ad accontentarsi di incontri occasionali da toccata e fuga, nonostante sia tutt’altro che inibita. Fra l’altro si guadagna da vivere tenendo lezioni di yoga ad un gruppo di donne ed uno degli esercizi che propone è come rilassare la vagina. Francesco, che dice di considerare a lui tanto caro tale organo, accusa Sofia di considerare il sesso solo da un punto di vista medicale. La loro incompatibilità è siffatta che si salutano addirittura alzando il dito medio. Indovinate come andrà a finire?…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

19/10/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Rush’

RUSH

RushTitolo Originale: Omonimo

Nazione: Germania, Regno Unito, USA

Anno:  2014

Genere:  Biografico, Drammatico, Sportivo

Durata: 123’  Regia: Ron Howard

Cast: Chris Hemsworth (James Hunt), Daniel Brühl (Niki Lauda), Olivia Wilde (Suzy Miller), Alexandra Maria Lara (Marlene Lauda), Pierfrancesco Favino (Clay Regazzoni), Natalie Dormer (Infermiera Gemma), Christian Mckay (Alexander Hesketh), Jay Simpson (Clive), Alessandro De Marco (Daniele Audetto), Kristofer Dayne (Mario Andretti), James Norton (Guy Edwards), Akira Koieyama (Noritake Takahara), Andy Joy (Darren Stone), Ilario Calvo (Luca Cordero di Montezemolo), Antti Hakala (Hans-Joachim Stuck), Zack Eisaku Niizato (Masahiro Hasemi), Patrick Baladi (John Hogan), Joséphine de La Baume (Agnes Bonnet), Alistair Petrie (Stirling Moss), Cristian Solimeno (Arturo Merzario), Colin Stinton (Teddy Mayer), Roddy Button (Michael Parkinson), Cris Penfold (Jochen Mass) 

TRAMA: la storia romanzata della rivalità fra due campioni della Formula Uno intorno alla metà degli anni settanta, dagli esordi in Formula 3, al salto nelle categorie superiori, sino alla classe regina dell’automobilismo. Lauda, ultimo rappresentante di una famiglia di banchieri, ruppe con il padre pur di correre in automobile e pagò di tasca propria per farsi assumere come secondo pilota alla BRM dove già si era affermato Clay Regazzoni. La capacità di Lauda come collaudatore però non solo lo impose ben presto alla stessa BRM ma Regazzoni, una volta approdato alla Ferrari, suggerì di prenderlo subito e fu grazie al contratto con la casa di Maranello che poté pagare la penale per la rottura anticipata con la BRM. James Hunt proveniva invece da una famiglia di più umili origini ma aveva la stessa passione per le corse nel sangue. Dopo la gavetta in Formula 3 dove conobbe Lauda e nacque un abbozzo della loro rivalità, si ritrovarono qualche tempo dopo a competere in Formula Uno, dove James fu assunto dalla McLaren. Lauda e Hunt erano opposti come tipologia di piloti e caratterialmente: posato, calcolatore, estremamente professionale, schivo e per nulla amante della mondanità Niki; quanto istintivo, sregolato, amante della bella vita e delle belle donne James. La loro rivalità esplose in particolare nel 1976, quando Lauda aveva già conquistato il titolo l’anno precedente e stava per ripetersi. Largamente in vantaggio in classifica, ebbe il terribile incidente sul circuito di Nürburgring in Germania, dal quale si salvò miracolosamente ma rimase sfigurato. La pioggia battente aveva spinto Lauda a chiedere l’annullamento della gara, troppo rischiosa a suo parere, ma Hunt e gli altri piloti inglesi, ritenendo con ciò che il pilota austriaco avrebbe avuto un vantaggio decisivo nella corsa al titolo, chiesero invece di gareggiare e l’organizzazione, per non perdere i ricchi contratti TV e di sponsorizzazione, decise in tal senso. Nei successivi Gran Premi, Hunt recuperò gran parte dello svantaggio spingendo in pratica Lauda a tornare in pista dopo soli quarantadue giorni in condizioni ancora precarie. Nonostante ciò, riuscì ad arrivare in testa sino al Gran Premio del Giappone, ultima gara della stagione che si svolse ancora in condizioni di tempo pessime. Lauda dopo il primo giro si ritirò e rifiutò l’offerta del team manager della Ferrari di dare la colpa ad un guasto meccanico, mentre Hunt, nonostante i problemi alle gomme che lo relegarono inizialmente nelle retrovie, riuscì poi a recuperare ed ottenere il terzo posto che gli valse il titolo con un solo punto di vantaggio. In seguito Hunt ebbe problemi sentimentali ed in pratica vincendo quel titolo perse gran parte delle motivazioni che lo avevano spinto a correre rischiando la vita, mentre Lauda sosteneva che tale percentuale non doveva superare il venti per cento. Fu Lauda a vincere ancora il titolo due volte, a distanza di parecchi anni uno dall’altro e ad essere ritenuto tuttora uno dei piloti più forti della storia, mentre Hunt finì per fare il cronista per la TV ed a soli 45 anni morì d’infarto, il giorno dopo il suo secondo matrimonio.     

VALUTAZIONE: Ron Howard ha realizzato uno spettacolare ed appassionante film sportivo, riuscendo non solo a rendere palpabile il clima di estremo rischio nel quale correvano i piloti in quegli anni, ma anche a raccontare senza scadere nella retorica la celebre rivalità fra questi due piloti così diversi fra loro e che pure si stimavano e temevano a vicenda. La sequenza dell’incidente di Lauda in Germania, totalmente ricostruita, è un miracolo di tensione e di tecnica di ripresa con ben 16 telecamere in gioco contemporaneamente.                                                                                                                                                                     

Non sono un grande appassionato di Formula Uno e delle gare che riguardano i motori in generale e di conseguenza non sono neanche un esperto dell’argomento dal punto di vista tecnico per apprezzarne, al di là della sostanza, anche le sfumature. Forse ciò dipende dal fatto che, da un po’ di tempo in qua, non si vedono più quei personaggi che hanno fatto innamorare il pubblico come Gilles Villeneuve e neppure rivalità così sentite e combattute come quella fra Niki Lauda e James Hunt nel campionato del mondo del 1976, che è la ragion d’essere del film di Ron Howard.

Rush 01Lo stesso Hunt, probabilmente amareggiato per non essere più competitivo come un tempo, arrivò a concludere, quando decise di ritirarsi: ‘…nel mondo della Formula Uno l’uomo non conta più…‘. In effetti mai come negli ultimi anni viene da pensare che il successo dei piloti è in gran parte dipendente dalla qualità dell’auto che guidano e solo secondariamente dalla loro abilità; qualità delle auto che è più che altro il frutto d’investimenti in tecnologie e strumentazioni che costano cifre a sei digit o anche più, per migliorare le prestazioni anche di soli pochi ma decisivi centesimi di secondo, da parte di quei due o tre team che se lo possono permettere.

Rush 02Il film di Ron Howard invece non solo mette in risalto due contrapposte ideologie sul modo d’intendere la figura del pilota di Formula Uno, appunto fra Niki Lauda e James Hunt, ma sottolinea, specie riguardo il primo, il ruolo fondamentale che aveva ancora intorno agli anni settanta il pilota nel mettere a punto l’auto, capirne i difetti anche solo dal rumore del motore o dalle vibrazioni dell’auto sotto il sedere, così da indicare ai meccanici le migliorie o modifiche eventuali da eseguire. A differenza della computerizzazione esasperata attuale che fornisce anche in corsa, dopo il lavoro al banco per i motori e nella galleria del vento per quanto riguarda l’aerodinamica, tutte le indicazioni e risposte necessarie agli ingegneri preposti. Lo so che sto semplificando, ma non credo neanche di essere poi così enormemente lontano dalla verità.

Rush 03La categoria dei film sportivi, tranne pochissime eccezioni, non è mai stata particolarmente premiante per quegli autori che hanno provato nel tempo a cimentarsi, nonostante la popolarità di alcune discipline interessate, vuoi per ragioni geografiche (il baseball, ad esempio, non ha mai avuto molto seguito in Europa, così come il calcio, almeno sino ad un recente passato non lo ha mai avuto in USA), che per motivi di budget e di conseguente necessità d’impiego e di esborso per i costosi effetti speciali per riprodurre il massimo del realismo, specie per l’automobilismo.

Rush 05Ron Howard quindi, già premio Oscar per ‘A Beautiful Mind’ e non nuovo a sfide rischiose come quella di ‘Apollo 13’, per realizzare ‘Rush’ non solo non ha voluto utilizzare le immagini di repertorio del terribile incidente nel quale Lauda ha rischiato di morire carbonizzato, ma ha voluto ricostruirlo dal vero nella stessa curva del circuito di Nürburgring. E le scene dell’ultimo Gran Premio, quello del Giappone che decise il titolo, furono girate sotto una pioggia battente, così come avvenne nel 1976, quando Lauda dopo un solo giro si ritirò ed Hunt riuscì a superarlo in classifica di un punto dopo aver concluso la gara convinto di essere arrivato solo quinto, mentre in realtà si era piazzato, dopo una rischiosissima rimonta, in quella terza posizione utile che gli serviva per superare il rivale…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

10/10/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Soap Opera’

SOAP OPERA

Soap OperaTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2014

Genere:  Commedia

Durata: 86’  Regia: Alessandro Genovesi

Cast: Fabio De Luigi (Francesco), Cristiana Capotondi (Anna), Ricky Memphis (Paolo), Chiara Francini (Alice), Elisa Sednaoui (Francesca), Ale(ssandro) Besentini (Gianni), Franz Villa (Mario), Caterina Guzzanti (Patrizia), Diego Abatantuono (Carabiniere Gaetano), Astrid Meloni (Elena), Alberto Farina (Cameriere)

TRAMA: In una casa di due piani e quattro appartamenti di proprietà di Ale, gemello eterozigote di Mario, ci vivono oltre ai due fratelli, Pietro, un fantomatico personaggio, che abita di fronte a loro. Di sopra invece c’è Francesco e dirimpetto a lui Alice. Francesco è stato lasciato da Anna, che lo accusa di averla tradita. In effetti lui si concede qualche scappatella, seppure senza molta convinzione, tant’è che nonostante Patrizia si dia da fare sopra di lui, Francesco non vede l’ora che sia finita. Ad interrompere l’imbarazzante rapporto, qualcuno suona alla porta e temendo che sia Anna, Francesco chiede a Patrizia di nascondersi sotto il letto. In realtà è Paolo, un amico di Francesco, la cui moglie Elena sta per partorire, ma lui dice di sentirsi a pezzi e tira fuori una pistola davanti allo sbigottito Francesco che però riesce a convincerlo di non puntargliela addosso e poi di lasciargliela. Patrizia è rimasta incastrata nel letto e Francesco per tirarla fuori si fa aiutare da Paolo. Poco dopo suonano ancora alla porta ed è Alice, una donna eccentrica e disinibita, nota al pubblico televisivo come interprete di una soap opera ambientata in epoca settecentesca. Mentre Francesco accompagna alla porta Patrizia, che ha appena chiesto ad Alice un selfie assieme, quest’ultima confida a Paolo che le è presa una fissa per gli uomini in divisa come il metronotte che è nel suo appartamento e Francesco è sempre molto gentile con lei nel passarle qualche preservativo in caso di necessità. Fuori nevica e sono i giorni precedenti il Capodanno. Francesco è ancora in strada quando si sente un colpo di pistola. Pensando che sia opera di Paolo, sale di corsa le scale ma lo trova vivo e vegeto, più stupito di lui. Il metronotte, allarmato a sua volta, balza fuori dall’altro appartamento, pistola in mano, seguito da Alice ed allora tutti assieme scendono le scale dove escono nell’androne anche i due gemelli. Manca all’appello Pietro, che non risponde quando bussano alla sua porta ed allora il metronotte la sfonda ed appena entrati scoprono che si è suicidato. Il giorno dopo Francesco incontra casualmente Anna in tram, scende subito dopo di lei e la invita a prendere un cappuccino. Durante il colloquio al bar Francesco le confessa di essere sempre innamorato di lei ma Anna lo gela dicendo di essere incinta di un altro uomo, che si chiama a sua volta Francesco. Si danno comunque appuntamento nello stesso posto quella sera e quando Francesco torna a casa trova Paolo indaffarato in cucina. I due gemelli intanto litigano di continuo. A causa di un incidente provocato da Gianni, Mario è rimasto paralizzato e non perde occasione per rinfacciarglielo, facendosi servire senza rinunciare a calcare la mano con qualche dispetto. Sin da piccoli vestono sempre uguale e passano le serate guardando Alice in TV, beccandosi a vicenda. Suonano ancora alla porta di Francesco ed è Francesca, la fidanzata di Pietro, appena giunta da Parigi che resta sconvolta quando comprende da Francesco l’accaduto. Mentre Paolo scappa in ospedale dove sembra che la moglie abbia le doglie, Francesco accompagna Francesca all’obitorio ed al ritorno Anna li scorge dall’altro lato della strada mentre salgono in casa… 

VALUTAZIONE: una commedia anomala nel panorama comico italiano, un po’ grottesca, un po’ melò, un pò giallo, nulla di chiaramente definito, ma il mix funziona, con un cast ben assortito ed affiatato. Ovvi i riferimenti a ‘La finestra sul cortile’ di Hitchcock, ma Genovesi dimostra di saper gestire al meglio la sceneggiatura che ha scritto lui ed una trama che, a ripercorrerla, sembra non finire mai, come in una Soap Opera, appunto.

Di solito, lo so… lo so… non scrivo trame particolarmente sintetiche. Anche in questo mi piace… raccontarmela, per così dire, rivivere gli eventi del film non solo a grandi linee insomma. Stavolta però, mentre la scrivevo, mi sono accorto che non riuscivo a chiuderla in uno spazio ragionevole, tali e tanti sono gli eventi che accadono nel corso del film che trascurarne qualcuno mi sembrava di fare un torto alla bizzarra e frenetica sceneggiatura ed anche alla chiarezza e completezza dei fatti e dei personaggi stessi.

Soap Opera 01Così, per una volta ho deciso addirittura di spezzarla in due parti, lasciando i puntini di sospensione nell’area apposita per riprenderla qui di seguito, prima di passare al commento vero e proprio. Chi volesse leggere solo quest’ultimo perché il film non l’ha ancora visto e vuole scoprire da sé gli avvenimenti che racconta, salti i prossimi tre paragrafi in corsivo.

Soap Opera 03…Francesco infatti si è offerto di ospitare per la notte la sua omonima, non volendo lasciarla da sola in albergo. Appena entrati nel portone si trovano però davanti il carabiniere Gaetano ed il suo aiutante che stanno svolgendo un’indagine sul suicidio, interrogando uno ad uno gli inquilini. Finiscono così tutti in caserma dove nel corso dell’interrogatorio comune emerge l’astio fra i due gemelli, le illazioni che riguardano di già Francesco e Francesca, ma soprattutto l’ammissione di Paolo di aver trafugato al suocero una pistola, sequestrata da Gaetano, identica a quella usata da Pietro per suicidarsi, che voleva utilizzare allo stesso scopo, essendo innamorato dai tempi dei boy-scouts di Francesco. Lo stupore di tutti e di quest’ultimo in particolare è grandissimo e Francesco nega di aver mai baciato Paolo, come lui sostiene una volta, quando erano ‘lupetti’ e quel ricordo ha tormentato quest’ultimo negli anni a venire, nonostante il matrimonio con Elena. Il giorno dopo, mentre Francesca si sta facendo una doccia, Paolo chiede a Francesco di baciarlo un’ultima volta, perché possa sfatare quel mito che lo tormenta come un’ossessione da troppo tempo. Francesco inizialmente si rifiuta ma infine accetta con l’accordo che sia il modo per chiudere definitivamente l’imbarazzante questione, proprio mentre Francesca li scorge, labbra sulle labbra, uscendo dalla doccia.

Soap Opera 11E’ la notte di Capodanno e gli inquilini del condominio hanno deciso di passarlo assieme. Francesca però ha chiesto di anticipare il funerale di Pietro e ad accompagnarla, ancora una volta è Francesco. Nel frattempo però sta nascendo finalmente il figlio di Paolo, che corre perciò in ospedale. Mentre Alice ed il carabiniere Gaetano, del quale si è immediatamente invaghita per la sua divisa, si stanno divertendo nel suo appartamento, Gianni e Mario preparano il cenone ed i botti. Torna Francesco con Francesca dal funerale e proprio davanti a casa non riesce ad evitare d’investire un passante. E’ Anna, che era rimasta in attesa sino ad allora sotto casa. Francesca che aveva fatto forse un pensierino su Francesco, gentile e premuroso nei suoi confronti, si rende conto che lui è ancora innamorato di Anna.

Soap Opera 04Trasportata immediatamente in ospedale, per fortuna la diagnosi non rileva alcun danno, solo un grande spavento. Nel frattempo è nato il figlio di Paolo e tutti assieme, già che si trovano in ospedale, vanno a rimirarlo nella culla. Tornati a casa prima della mezzanotte, Francesca abbandona la scena, per tornare a Parigi, sentendosi a disagio ed oramai di troppo, ma anziché uscire dal portone entra nella stanza di Pietro ed osservando gli oggetti che gli appartenevano e che fanno affiorare tanti ricordi, si commuove. Gianni e Mario non hanno resistito alla lunga attesa e si sono mangiati un antipasto che però Gaetano dice che potrebbe essere stato avariato, come risulta da un’indagine in corso. Mario nella foga di maneggiare un razzo da sparare dalla finestra non s’accorge che la miccia ha preso fuoco inavvertitamente. Il botto che ne Soap Opera 20segue fa alzare di scatto lo stesso Mario dalla carrozzina e si scopre così che ha finto di essere paralizzato per costringere il fratello a servirlo. Ne nasce una rissa fra loro mentre Francesco viene a sapere da Anna che il figlio è suo ed un bacio fra loro suggella il ritrovato amore ed il lieto fine.

Si veda quindi da questo ampio riassunto come gli eventi nel corso dell’opera si susseguono a tambur battente, senza concedere tregua alcuna allo spettatore, con repentini colpi di scena e continui salti narrativi da un personaggio all’altro, in una lunga sequela di episodi, spesso molto divertenti, che legano fra loro i protagonisti di quello strano microcosmo che è il fabbricato di un’ipotetica via, di un’ipotetica città del nord che per comodità potremmo identificare, sempre ipoteticamente, in Milano…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

06/10/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Equalizer – Il Vendicatore’

THE EQUALIZER – IL VENDICATORE

Layout 1Titolo Originale: The Equalizer

 Nazione: USA

Anno:  2014

Genere:  Azione, Thriller

Durata: 131’  Regia: Antoine Fuqua

Cast: Denzel Washington (Robert McCall), Marton Csokas (Teddy), Chloë Grace Moretz (Teri), David Harbour (Masters), Bill Pullman (Brian Plummer), Melissa Leo (Susan Plummer), Luz Mery Sanchez (Marta), Vitaliy Shtabnoy (Andri), Shawn Fitzgibbon (John Looney), John Romualdi (Agente Mosley), David Meunier (Slavi), Robert Wahlberg (Detective Harris), Vladimir Kulich (Vladimir Pushkin), Allen Maldonado (Marcus), Debra Garrett (Jade), Timothy John Smith (Detective Gilly), Johnny Skourtis (Ralphie), Mike O’Dea (Remar), Alex Veadov (Tevi) 

TRAMA: Robert McCall è un uomo pacifico, non più giovanissimo ma ancora atletico che lavora come operaio in un grande magazzino di Boston. E’ positivo, allegro e non fa mai mancare una buona parola o una mano ai colleghi. Ha preso in particolare simpatia Ralphie, un grassone sudamericano che punta a superare l’esame per diventare una guardia della sicurezza. Soffrendo d’insonnia, la sera Robert ha l’abitudine di andare in un bar vicino a casa, dove si ferma sino a tarda ora a leggere un libro ed a bere il tè. Fra gli abituali avventori c’è anche Teri, una giovane squillo dell’Est, Alina per gli amici, alla quale Robert dispensa qualche consiglio, fra un cliente e l’altro. Sul passato di Robert ci sono delle nebbie. Di certo la morte dell’amata moglie gli ha spezzato il cuore, come ammette lui stesso. L’ha capito al volo anche la giovane squillo, guardandolo negli occhi. Teri fa parte di un giro di escort gestito da Slavi, boss della mafia russa. Vorrebbe cambiare vita, diventare una cantante, ma non ha la forza per ribellarsi. Una sera non risponde alla chiamata del suo magnaccia ed accompagna Robert verso casa, ma viene raggiunta e maltrattata. Robert non può fare nulla perché la guardia del corpo di Slavi è armata e minacciosa. La sera dopo Alina non si fa vedere al bar e quella successiva il gestore dice a Robert che è stata ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Quando la va a vedere senza farsi scorgere, la trova in condizioni pietose, con il volto tumefatto. Una sua amica/collega gli racconta che è stata ridotta così da Slavi per aver reagito con un cliente violento. Robert in realtà è un ex agente delle forze speciali che ha cambiato radicalmente vita, ma capisce da questo episodio che non è più il caso di stare a guardare. Rintracciato Slavi si presenta nel suo quartier generale offrendosi di comprare la libertà di Alina, ma viene deriso e snobbato, pur riconoscendogli il coraggio di averci provato. Robert decide allora di rompere gli indugi e nel giro di qualche secondo, che lui stesso cronometra usando l’orologio al polso, con un’azione velocissima uccide Slavi e la sua scorta. Torna quindi a svolgere la sua attività come se niente fosse, in parallelo però a blitz mirati contro un paio di agenti che ricattano la madre di Ralphie ed un balordo che ha rapinato una cassa del grande magazzino, insistendo per avere un anello della cassiera che il giorno dopo riappare come per miracolo dentro la stessa cassa. Da Mosca il capo di Slavi, Pushkin, invia uno speciale incaricato a Boston per scovare chi fra le bande rivali può essere stata l’autrice di quello che appare un regolamento di conti. Teddy è uno psicopatico spietato ma è anche un professionista molto ben addestrato. Dopo aver fatto fuori il capo della cosca irlandese che faceva il doppio gioco con la polizia, si convince dai vari filmati visionati, che l’autore della strage è un uomo di colore, entrato ma mai uscito dal locale. Riesce così ad arrivare sino a casa di Robert e ad avere un breve scambio di battute con lui che conferma i suoi sospetti. E’ l’inizio di una sfida senza esclusione di colpi fra due professionisti calati dall’ambito militare a quello civile, con un finale pirotecnico.  

VALUTAZIONE: Denzel Washington illumina con il suo carisma ed interpretazione un’opera che, pur essendo un action movie, mostra il suo lato migliore nella prima parte quando descrive nei dettagli le personalità dei protagonisti in campo ed il contesto ambientale. Diventa invece un po’ fracassona ed improbabile nella seconda, seppure lo spettacolo è all’altezza del palato degli appassionati del genere. Inappuntabili la regia tecnica di Antoine Fuqua, il montaggio, le musiche e la fotografia. Sequel in arrivo…                                                                                                                                                                                                                                         

Alcuni anni fa un film così sarebbe stato bollato come reazionario. Figurarsi, un uomo che si fa giustizia da sé, pur con tutte le ragioni del mondo, in seno ad una società civile e democratica come si vantano di essere gli Stati Uniti. Invece un attore carismatico e serio come Denzel Washington (già protagonista di opere di grande impegno civile come ‘Malcolm X’ e ‘Grido di Libertà’, per citare le prime due che mi vengono in mente), contribuisce a sdoganare anche questo sottogenere, a suo tempo oggetto di grandi dispute ideologiche con l’uscita de ‘Il Giustiziere della Notte’ di Michael Winner, interpretato da Charles Bronson.

The Equalizer 11Partiamo dal titolo originale, che è stato tradotto in italiano con un termine sbrigativo: ‘il Vendicatore’, il quale non rende giustizia al ben più articolato ed appropriato ‘The Equalizer’. Chi si occupa di audio e Hi-Fi sa che l’equalizzatore è un apparato usato per equilibrare il suono in base alla conformazione ed agli arredi del locale nel quale si ascolta la musica, affinché risulti il più fedele possibile a quello ottenuto in sala di registrazione. Altri invece all’opposto lo utilizzano per esaltare alcune frequenze rispetto ad altre, truccando quindi in qualche modo la timbrica originale, per soddisfare il gusto dell’ascoltatore che magari preferisce una maggiore presenza di toni bassi, oppure alti o medi.

The Equalizer 26Entrambe queste modalità s’adattano, metaforicamente, al senso del film di Antoine Fuqua, che quindi assume sfumature ben più complesse di quelle che lascia presumere il suffisso nostrano al titolo originale. ‘Vendicatore’ infatti è un termine che suggerisce inevitabilmente connotazioni di stampo negativo, essendo il risultato di un rancore maturato nel tempo, oppure una reazione istintiva a fronte di un grave torto subito, che a mente fredda però potrebbe dimostrarsi inappropriata o esagerata. Se devo citare un film che ben s’adatta a questa raffigurazione, mi viene in mente immediatamente ‘Taxi Driver’ di Martin Scorsese, protagonista Robert De Niro, per il quale un sentimento di disagio e frustrazione sociale si trasforma in una personale visione giustizialista priva di logica e di controllo.

The Equalizer 25‘Equalizer’ invece (una parola che quindi non è così facilmente traducibile in questo caso), è riferito a qualcuno che normalizza, che riporta in equilibrio una situazione disordinata, che corregge insomma una distorsione. Ecco perciò che il personaggio di Robert McCall, visto da questa prospettiva, assume un valore diverso, più completo, meno spiccio e superficiale insomma de ‘il Vendicatore’.

L’accoppiata Antoine Fuqua e Denzel Washington non è nuova, avendo già girato assieme ‘Training Day’ che ha permesso all’attore protagonista di vincere addirittura l’Oscar. Ci hanno riprovato con ‘The Equalizer’, un’opera che ha diviso la critica ma che ha riscosso successo fra il pubblico, se è vero che è in cantiere un seguito e lo stesso finale del film lascia spazio ad ulteriori sviluppi.

The Equalizer 22Quante volte si sente dire, di fronte ad eventi di particolare violenza ed efferatezza, per motivi futili, folli, patologici o comunque incomprensibili, specie se riguardano bambini, adolescenti e persone inermi, che bisognerebbe usare pari ferocia nei confronti dell’autore o degli autori. Robert McCall non è un giustiziere. È un uomo che in passato ha avuto un ruolo attivo nelle forze speciali, nelle quali ha acquisito eccezionali tecniche di combattimento, ma poi, non credendo più all’utilità di quel ruolo dopo la morte prematura della moglie, è riuscito a scomparire simulando di essere caduto fra le vittime di una esplosione e si è rifatto una nuova vita, da persona qualunque che svolge un lavoro modesto e routinario…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

02/10/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘L’Affare Kurilov’

L’AFFARE KURILOV

L'Affare KurilovDi Irène Némirovsky

Anno Edizione 2009

Pagine 192

Costo € 13,00

Traduzione Marina Di Leo

Ed. Adelphi (collana ‘Piccola Biblioteca Adelphi’) 

TRAMA: Leon M. è figlio di rivoluzionari russi, cresciuto in Svizzera, allevato dal movimento che organizza attentati contro i principali collaboratori dello Zar per minarne il regime. Il ministro della Pubblica Istruzione Valerian Aleksandrovič Kurilov è la prossima vittima designata, ma nel suo caso l’omicidio è stato deciso che deve avvenire in pubblico per ottenere il massimo effetto e visibilità. Leon M. è stato designato allo scopo, per raggiungere il quale, dopo aver assunto il nome di Marcel Legrand, riesce a farsi assumere come medico nello staff di Kurilov stesso ed a trasferirsi nella sua dimora, a stretto contatto quindi con il ministro. Leon infatti ha studiato medicina durante gli anni in cui è stato costretto a curarsi in sanatorio per problemi di tubercolosi ereditati dalla madre e Kurilov ha un cancro al fegato e necessita di costante assistenza, anche notturna. Il ministro della Pubblica Istruzione è soprannominato ‘il pescecane’ per la ferocia e la voracità nel perseguire gli studenti universitari che protestano contro il regime zarista, facendo uso della forza e di tutti i mezzi persuasivi, senza esitazione e pietà. Kurilov ha sposato in seconde nozze Marguerite, della quale è innamoratissimo, una donna dal passato non proprio limpido, già amante del principe Nelrode e per questa ragione l’immagine del ministro non è più nelle grazie alla coppia reale che si rifiuta di riceverlo assieme alla moglie. Per lei però Kurilov è disposto a giocarsi persino la carriera. Nel corso dei suoi frequenti contatti, Marcel ha modo di diventare un confidente di Kurilov e ad assistere in varie occasioni ai rituali retorici del potere ed alle insidie che fanno parte del corredo di certe posizioni ambite, sino a provare sentimenti di pietà e comprensione per la sua vittima che mal s’addicono ad un sicario. Quando giunge il momento di mettere in atto i suoi propositi, Legrand è roso dai dubbi che tenta di manifestare ai suoi mandanti, per i quali però non conta il singolo uomo quanto il regime da abbattere che egli rappresenta.     

VALUTAZIONE: un altro grande romanzo della Nemirovsky, nello specifico incentrato sul rapporto fra vittima e carnefice, e nel ribaltamento dei ruoli che a volte ne sovverte le ovvie apparenze e gli equilibri. Una notevole prova di stile, lucidità, efficacia, in una sola parola, di bravura, da parte della scrittrice di origine ucraina, morta ad Auschwitz, che stupisce in ogni sua opera per la modernità e l’eleganza della prosa unite alle mirabili doti di sintesi.                                                                                                                                                                                                                                                                        

Sopprimere gli ingiusti per il bene della maggioranza. Perché? E chi sono i giusti? Quanto a me, che m’importa degli uomini? Per il cacciatore è insopportabile ammazzare una bestia che ha nutrito, curato.. Eppure, finché siamo a questo mondo, bisogna stare al gioco…

L'Affare Kurilov 02Ad esprimersi in questo modo è il protagonista del romanzo di Irène Némirovsky e se non ne avete mai letto neppure uno di questa scrittrice, dovete rimediare subito, altrimenti significa che avete avuto dei problemi sin da giovanissimi con i libri e la lettura in generale.

A parte gli scherzi, anche se chi scrive ha già avuto modo di apprezzarne un buon numero della sua lunga bibliografia, riproposta con grande successo a partire dal 2005, ad ogni nuova occasione è un piacere riscoprire le qualità narrative e di contenuti delle sue opere, unite alla fluidità e, per quanto possa apparire assurdo, alla modernità della prosa di una scrittrice che purtroppo non esiste più dal 1942 (è brava in questo caso anche la traduttrice Marina Di Leo, eh?). Per ironia della sorte Irène Némirovsky è morta di tifo ad Auschwitz, all’età di soli trentanove anni, presumibilmente per le conseguenze dell’indigenza e dell’ambiente infetto nel quale è stata costretta a ‘vivere’ (?) dopo la deportazione in quel lager, strappandola al marito, a sua volta ucciso qualche mese dopo nello stesso luogo ed alle due figlie ancora molto piccole, le quali per fortuna invece si sono salvate.

L'Affare Kurilov 03E’ una storia affascinante e tremenda al tempo stesso quella della scrittrice, fra le altre opere, di David Golder, I Cani e i Lupi, I Doni della Vita, Il Ballo, Il Calore del Sangue, Il Malinteso, Jezabel e Suite Francese, che potrebbe essere oggetto di una sceneggiatura o di un romanzo stesso. Nata in Ucraina, per ragioni legate all’attività del padre, ricco banchiere ebreo, la sua famiglia si trasferì dapprima nell’attuale San Pietroburgo, quindi in Finlandia ed in Svezia, sino ad approdare definitivamente in Francia. Irène parlava ben sette lingue ed era talmente brava a scrivere che quando le sue opere furono pubblicate a Parigi, ebbero immediato successo e di conseguenza fu contesa nei salotti più prestigiosi. Ciò però non le servì a sua volta, ahimè, ad evitare d’incorrere nelle leggi razziali ed alla tragica fine che sappiamo.

Il fatto che le sue qualità siano state riscoperte in tempi recenti, grazie alla pubblicazione capillare dei suoi romanzi, sino a raschiare il fondo del barile, come si suol dire, può meravigliare soltanto chi non ha mai provato a leggerne uno. Altrimenti significa andare a colpo sicuro verso il piacere della lettura ai più alti livelli di una grande scrittrice che si ripropone ogni volta con disarmante puntualità. 

L'Affare Kurilov 08Fra tutti i romanzi che ho letto di Irène (citati appositamente qualche riga sopra, nel caso il lettore fosse interessato a leggere i relativi commenti che ho pubblicato è sufficiente che clicchi su ognuno dei titoli corrispondenti), ‘L’Affare Kurilov’ è senz’altro un’opera a parte, con forti connotazioni gialle. Seppure di quella speciale categoria che, partendo da un omicidio, politico in questo caso, già avvenuto e senza nascondere neppure l’identità dell’assassino, percorre a ritroso gli eventi che hanno portato a quella drammatica conclusione, circostanziandone il contesto e le ragioni. Al contempo però riesce miracolosamente a tenere alta la tensione, in un quadro narrativo solo in apparenza privo di sorprese e colpi di scena, nel quale invece l’autrice mescola opportunamente le carte così da renderlo tutt’altro che prevedibile, semmai ancora più brillante, arricchendolo di sfumature, ribaltamenti di prospettiva, dubbi, incertezze ed implicazioni di natura psicologica,  storica e sociale.

Da notare, ma non è una novità neppure questa a proposito della Némirovsky, che il volume è di piccolo formato e di sole 192 pagine, che un lettore appassionato ed allenato potrebbe consumare nel corso di una sola giornata, forse anche meno, perfettamente scandito però nei tempi, nei luoghi e nello sviluppo di un tema così complesso a delicato come può esserlo in talune occasioni il rapporto fra vittima e carnefice, i cui ruoli si ribaltano e confondono in questo caso rispetto alle facili premesse…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

29/09/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Il Problema Spinoza’

IL PROBLEMA SPINOZA

Il Problema SpinozaDi Irvin D. Yalom

Anno Edizione 2012

Pagine 441

Costo € 17,50

Traduzione Serena Prina

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori delle Tavole’)

 

TRAMA: Ad Amsterdam, nella seconda metà del XVII secolo l’ebreo Baruch (Bento) Spinoza gestisce assieme al fratello Gabriel un modesto negozio di merci locali e d’importazione. Il rabbino Mortera l’aveva seriamente preso in considerazione come suo erede prima che Spinoza esprimesse idee non propriamente consone al ruolo ed alle regole spirituali della loro comunità. Il fratello Gabriel è molto seccato e preoccupato per lui, da quando Bento si è allontanato dalla Sinagoga e diserta le funzioni in sinagoga, sfidando anche la stessa corte ebraica per un presunto debito del padre che non ritiene di doversi accollare poiché condurrebbe la sua famiglia al fallimento. Per ottenere giustizia si è rivolto infine alla corte civile della città. Spinoza alla morte del padre aveva rinunciato ad ogni eredità, tranne il letto paterno, lasciando tutto il resto a Gabriel ed alla sorella Rebeca. Una coppia di viandanti provenienti dal Portogallo, Jacob e Franco, si rivolge a Bento, seguendo il suggerimento di un loro cugino che ritiene il filosofo la persona più adatta a risolvere la crisi esistenziale di Franco. Spinoza è scettico e resiste per un po’ alle loro insistenze ma infine accetta di aiutarli. Durante una serie di colloqui risponde perciò alle loro domande e manifesta il suo pensiero, contrastante con l’ortodossia ebraica. Un colloquio con Mortera non serve a farlo recedere dalle sue posizioni, anzi la conclusione è la scomunica che costringe Bento ad abbandonare la sua comunità, inclusi il fratello e la sorella, che non dovranno più avere contatti con lui. L’unico che gli resta vicino, seppure andandolo a trovare di nascosto, è Franco, pentito ed a lui sinceramente affezionato dopo avergli confessato di averlo tradito, perché in realtà lo scopo dei loro incontri era proprio quello di raccogliere prove per incastrarlo. Spinoza trascorre il resto dei suoi anni vivendo modestamente grazie al mestiere di molatore di lenti per occhiali e trovando gratificazione nella scrittura delle opere che lo renderanno famoso, dopo la sua morte, come uno dei più importanti filosofi della storia. Parallelamente alle vicende narrate sulla vita di Spinoza, in Estonia all’inizio del XX secolo uno studente, Alfred Rosenberg, è stato convocato dal preside e dal suo tutor per rispondere alle accuse di razzismo nei confronti degli ebrei che ha manifestato il giorno precedente con un discorso tenuto per l’elezione a rappresentante della classe. Alfred è tenacemente convinto delle proprie idee e si professa ammiratore di Goethe. Rimane perciò sorpreso quando il preside gli assegna il compito di leggere la biografia di Goethe, che era a sua volta profondamente legato alla figura di Spinoza. Questa rivelazione, incomprensibile per un seguace delle idee razziste di Chamberlein, diventa una sorta di ossessione per Rosenberg, anche quando, da stretto collaboratore di Hitler e poi nominato responsabile dell’unità addetta alla raccolta di tutti i libri degli autori ebrei e/o considerati ostili al nazismo, farà di tutto per impossessarsi dei testi che facevano parte della raccolta personale di Spinoza. Rosenberg finirà processato e condannato a morte a Norinberga assieme ai principali gerarchi nazisti.         

VALUTAZIONE: due vicende parallele narrate a capitoli alternati, nel corso delle quali Yalom, già protagonista della rilettura in modo originale e romanzata della vita di Nietzsche e Schopenhauer, da un lato ripercorre alcune tappe della vita di Spinoza e dall’altro racconta la curiosa ossessione di Alfred Rosenberg, che è stato fra i fedelissimi di Hitler, propugnatore dell’ideologia nazista e corresponsabile dell’olocausto, per l’ebreo Spinoza. Un’opera, come le due precedenti, che affronta il pensiero di un grande filosofo con l’obiettivo comunque di catturare il lettore. Meno brillante dei due precedenti romanzi ma ugualmente ammirevole per la metodologia divulgativa che utilizza.                                                                                                                                                                                                                                                                     

André Gide: «La storia è un’invenzione letteraria che è effettivamente accaduta. L’invenzione letteraria è la storia che sarebbe potuta accadere».

Il problema Spinoza 12…Caro maestro, ho bisogno del suo aiuto per una faccenda. Si tratta del problema Spinoza. Mi spieghi come quest’ebreo di Amsterdam può aver scritto opere venerate a tal punto dai più grandi pensatori tedeschi, compreso l’immortale Goethe. Com’è stato possibile?…‘.  A pronunciare questa domanda è Alfred Rosenberg, ideologo del nazismo processato e condannato a morte nel corso del processo di Norimberga, rivolgendosi a Huston Stewart Chamberlain, a sua volta filosofo inglese naturalizzato tedesco, sostenitore del primato della razza ariana.

Il problema Spinoza 04Un problema, quello relativo a Baruch (Bento, in portoghese: paese d’origine della sua famiglia) Spinoza, che riguarda la stessa comunità ebraica cui apparteneva, conclusosi con un ‘cherem’, ovvero una scomunica da parte del rabbino capo Mortera, che l’ha costretto a vivere il resto dei suoi giorni lontano dai familiari e dalla stessa città olandese, come una sorta di appestato.

Il problema Spinoza 22La posizione di Spinoza è diventata improvvisamente scomoda quando si è rifiutato di pagare un debito che riteneva pretestuosamente richiesto al padre, mettendosi di traverso nei confronti della corte ebraica, che poi ha in sostanza scavalcato rivolgendosi alla corte civile di Amsterdam. E’ diventata infine insostenibile per via delle accuse mosse nei confronti del suo pensiero, ritenuto trasgressivo ed irrispettoso verso i dettami della religione ebraica. Il che di fatto ne ha sancito il destino e l’insanabile rottura, anche perché non si è mai mostrato disponibile a ritrattare o rinnegare le sue opinioni. 

Il problema Spinoza 01E’ significativo a tal proposito un dialogo con il fratello Gabriel: ‘…«Bento, è vero che hai definito “confusa” la Torah? (i primi cinque libri biblici, ndr.)»… «È vero che la Torah definisce Adamo il primo uomo. Ed è vero che dice che suo figlio Caino si sposò. Di certo abbiamo il diritto di porci l’ovvia domanda: se Adamo era il primo uomo, allora come poteva esistere qualcuno in grado di sposare Caino? Questo punto, la cosiddetta “questione preadamita”, è stato discusso per oltre un migliaio d’anni negli studi biblici. Quindi, se mi chiedi se si tratta di una favola, devo rispondere di sì… Ovviamente quella storia non è che una metafora»… «Parli così perché non la capisci. La tua saggezza supera forse quella di Dio? Non sai che esistono ragioni per cui noi non possiamo sapere tutto e dobbiamo confidare nei nostri rabbini per interpretare e chiarire le Scritture?»… «E’ una posizione straordinariamente conveniente per i rabbini, Gabriel. I religiosi di professione, nei secoli, hanno sempre cercato di essere gli unici interpreti di ciò che appariva inspiegabile. Gli torna decisamente utile»…‘.

Un bel problema davvero quello che pone in essere Irvin Yalom con la figura del filosofo Spinoza, ebreo censurato e bandito dalla sua stessa comunità e riabilitato solo in epoca recente, non senza oppositori che hanno tentato una dura resistenza, grazie al primo ministro israeliano Ben Gurion, suo ammiratore, che a specifica domanda rispondeva così: ‘…non ho cercato di ottenere l’annullamento della scomunica, in quanto davo per scontato che fosse nulla e priva di significato… A Tel Aviv c’è una strada che porta il nome di Spinoza, e non c’è una sola persona ragionevole nell’intero paese che pensi che la scomunica sia ancora in vigore…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

02/09/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘L’Ultimo Spettacolo’

L’ULTIMO SPETTACOLO

L'Ultimo SpettacoloTitolo Originale: The Last Picture Show

 Nazione: USA

Anno:  1971

Genere:  Drammatico

Durata: 118’  Regia: Peter Bogdanovich

Cast: Timothy Bottoms (Sonny Crawford), Jeff Bridges (Duane Jackson), Cybill Shepherd (Jacy Farrow), Ben Johnson (Sam), Cloris Leachman (Ruth Popper), Ellen Burstyn (Lois Farrow), Eileen Brennan (Genevieve), Clu Gulager (Abilene), Sam Bottoms (Billy), Sharon Taggart (Charlene Duggs), Randy Quaid (Lester Marlow), Joe Heathcock (Sceriffo), Bill Thurman (coach Popper), Barc Doyle (Joe Bob Blanton), Jessie Lee Fulton (Sig.na Mosey), Gary Brockette (Bobby Sheen), Helena Humann (Jimmie Sue), Loyd Catlett (Leroy), Robert Glenn (Gene Farrow), Noble Willingham (Chester) 

TRAMA: Siamo nei primi anni cinquanta, alla vigilia della guerra in Corea e la vita scorre squallidamente monotona nel paese immaginario di Anarene nel Texas. Il vento gelido sferza incessantemente la strada principale, quasi sempre deserta, a parte Billy, un ragazzo ritardato che la spazza di continuo con la scopa. Sam, detto ‘il leone’, è un uomo maturo ed è il proprietario degli unici locali pubblici di svago: un bar, una sala biliardo ed un cinema. I ricordi di gioventù s’intrecciano in vario modo con alcune delle storie degli abitanti del paese. L’argomento d’attualità è legato allo scarso valore della squadra locale di football americano, dove militano alcuni giovani del paese i quali, più che incapaci, sono considerati poco combattivi. Per il resto la routine e la noia regnano sovrane, appena scosse dalle pulsioni sessuali degli stessi giovani oramai vicini alla maggiore età. Duane e Sonny sono amici e guadagnano quattro soldi lavorando come operai nelle misere attività della zona. Jacy, figlia di un imprenditore, è bellissima ed è la ragazza di Duane. Sua madre, quand’era già sposata, aveva avuto una storia travolgente con Sam, ma poi aveva preferito la grigia sicurezza economica del marito, limitandosi a qualche fugace scappatella con Abilene, un uomo di pochi scrupoli. Jacy non è innamorata di Duane, anche se è un bel giovane ma ingenuo e senza grande personalità; le fa comodo però accompagnarsi a lui, in attesa di un’occasione migliore, per non apparire da meno con le amiche. Sonny è un ragazzo sensibile che scherza sempre con Billy, ma è senza coraggio ed iniziativa. Sta assieme a Charlene da un anno, per abitudine, una ragazza volgare e di scarso appeal e poi si lascia trascinare nel letto da Ruth, la moglie del suo coach, più vecchia di lui, insoddisfatta e combattuta fra la voglia di trasgressione e le crisi di coscienza. Jacy è ancora vergine ma sa benissimo come utilizzare la sua sensualità. Per entrare in un giro di ricchi snob accetta di partecipare ad un party dove tutti si devono spogliare prima di tuffarsi nella piscina della villa. Poco importa se lei ci entra con l’orologio al polso che le ha appena regalato Duane, al quale è costato sei mesi di paga. Sarebbe persino disposta a concedersi al padrone di casa, Bobby, per togliersi il fardello della verginità ma lui considera tale compito troppo fastidioso e preferisce lasciarlo ad altri. Così Jacy sceglie di farlo con Duane in un motel, dove però quest’ultimo, complice un eccesso di tensione, la prima volta fa cilecca. E’ necessario un altro appuntamento per riuscire nell’impresa, dopodiché Jacy liquida Duane. Durante una veloce puntata di Duane e Sonny in Messico per smarcarsi dalla noia, Sam muore improvvisamente e Duane al ritorno decide di trasferirsi in città. Jacy, rimasta delusa per non essere riuscita a conquistare Bobby, si avvicina allora a Sonny che ha sempre avuto un debole per lei, provocando la reazione di Duane, quando torna guidando un’auto di lusso usata, il quale dopo un diverbio aggredisce Sonny e lo ferisce ad un occhio con una bottiglia rotta. Ruth resta inutilmente in attesa che quest’ultimo la raggiunga a casa come al solito, mentre Sonny è stato convinto da Jacy a fuggire per sposarsi e mettere i suoi genitori davanti al fatto compiuto. Il padre però li raggiunge e riporta la figlia a casa, la quale peraltro non si duole più di tanto, già soddisfatta per aver assaporato il gusto dell’avventura. Billy viene investito da un camion e muore, mentre stava spazzando la strada come d’abitudine. A Sonny non resta che spostarlo ed abbracciarlo un’ultima volta mentre il vento sferza come ogni giorno la strada di Anarene, dove anche il cinema ha chiuso nel frattempo per mancanza di spettatori. Duane infine parte per la Corea, dopo essersi riappacificato con Sonny ed avergli affidato la sua auto. Chissà se tornerà.

VALUTAZIONE: un’opera che a distanza di quarantacinque anni non ha perso nulla della sua efficacia ed intensità nel descrivere le contraddizioni etico-sociali e generazionali che affliggono un paese di provincia degli States alla vigilia della guerra in Corea. La rigorosa ambientazione, in un crudo bianco e nero, sembra rifarsi alla lezione del neo-realismo, comunque lontana mille miglia dallo show business di Hollywood. A tutt’oggi stupisce ancora la schiettezza con la quale presenta scene a sfondo sessuale che coinvolgono alcuni fra i protagonisti, destinati a diventare delle star. 

Inserito nel novero dei cento migliori film prodotti negli Stati Uniti che sono conservati nella Biblioteca del Congresso, ‘The last picture show’ di Peter Bogdanovich, critico cinematografico prima ancora che regista, ha contribuito a lanciare alcuni giovani attori i cui nomi, dopo questa esperienza, in seguito sono entrati nel cast di molte pellicole di successo.

L'ultimo Spettacolo 03Il riferimento è a Jeff Bridges, Timothy Bottoms, Sybill Shepherd, Ellen Burstyn e Randy Quaid, esordienti o poco più in questo caso, accompagnati da interpreti già noti all’epoca al grande pubblico come Ben Johnson e Cloris Leachman (che molti ricorderanno successivamente nei panni della mitica Frau Bluecher in ‘Frankenstein Junior’ di Mel Brooks: ogni volta che pronunciava il fatidico cognome, i cavalli nitrivano per il terrore!). La Leachman è stata premiata con l’Oscar proprio per questa sofferta interpretazione, al pari di Ben Johnson, qui nei panni di un uomo il cui carisma è ancora in linea con il soprannome che porta (‘il leone’), seppure la parte migliore della sua vita l’ha già vissuta ed ora gli restano al più solo alcuni piacevoli ricordi ed anche qualche rimpianto.

L'ultimo Spettacolo 01‘L’Ultimo Spettacolo’ è un’opera anomala nel panorama del cinema americano, agli antipodi per stile e contenuti rispetto a quello che spesso esce dagli Studios hollywoodiani. E’ un’opera crepuscolare, nella quale non ci sono eroi, ambientata in un contesto degradato dal punto di vista scenografico e morale che non lascia margine a molte speranze di cambiamento nell’immediato. Anzi, dietro l’angolo c’è la guerra di Corea, che tante vite costerà ai giovani americani, per la gran parte ignari delle ragioni che l’hanno determinata e di ciò che li attende, quando saranno catapultati in un territorio ben più ostile della grigia strada principale di Anarene, il paesino di provincia immaginario nel quale si svolge il film di Bogdanovich e dove spira continuamente un vento teso e freddo a spazzare la via. L’iniziale e finale piano sequenza del regista americano sullo squallore del panorama sembra anticipare e poi chiudere le amare storie dei personaggi che compaiono nel corso del film.   

Last Picture Show_75 1.jpgBogdanovich, autore fra l’altro di opere come ‘Paper Moon’, ‘Ma Papà Ti Manda Sola?’ e di ‘Texasville’, che è una sorta di sequel de ‘L’Ultimo Spettacolo’, riesce infatti a delineare un quadro significativo della distanza che separa lo stereotipo dell’immagine sicura ed invincibile con la quale gli States sono tornati a casa dalla seconda guerra mondiale, rispetto alla realtà decadente, soltanto pochi anni dopo, che appare in ‘The Last Picture Show’. Nella quale anche i giovani, come il cinema che ha in programmazione appunto l’ultimo spettacolo, sembrano avere perso le speranze in un futuro che appare loro già inevitabilmente segnato. Un campione del più vasto panorama generazionale cui la Corea prima ed il Vietnam poi toglieranno molte delle illusioni residue. 

L'ultimo Spettacolo 17Il regista americano di origini serbe è stato bravo non solo a descrivere con notevole efficacia e sintesi il punto basso di un’ipotetica curva ciclica del modello ideologico-sociale americano, bisognoso attraverso la prova muscolare in Corea di riaffermare la propria supremazia e credibilità, non solo all’esterno ma soprattutto al suo interno, bensì nel rappresentare la crisi etico-morale ed esistenziale prendendo il paesino di Anarene come paradigma, nel quale si sommano le contraddizioni derivanti dalla sua modesta dimensione e posizione geografica (‘…non puoi neanche fare uno starnuto senza che qualcuno ti offra un fazzoletto. Comunque è un posto troppo squallido per continuare a viverci…) alle ragioni più universali che riguardano il sistema in senso lato…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

19/08/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Land Ho!’

LAND HO!

Land HoTitolo Originale: idem

Nazione: USA, Islanda

Anno:  2014

Genere:  Drammatico

Durata: 94’  Regia: Aaron Katz, Martha Stephens

Cast: Paul Eenhoom (Colin), Earl Lynn Nelson (Mitch), Alice Olivia Clarke (Nadine), Karry Crouse (Ellen), Elizabeth McKee (Janet), Halldóra Guðjónsdóttir (ragazza in bikini), Amy Yoder (ragazza in bikini)

TRAMA: Mitch e Colin sono cognati acquisiti, cioè hanno sposato due sorelle, ma per ragioni diverse vivono in solitudine la loro terza età. Mitch è un ex chirurgo in pensione e se la passa bene economicamente seppure non ha digerito di essere stato in pratica costretto a ritirarsi, mentre Colin, ex musicista di corno francese e poi impiegato bancario per potersi garantire una retribuzione sicura, ha perso buona parte dei suoi risparmi finanziando un’impresa velleitaria della seconda moglie, poi miseramente fallita. Mitch invita Colin a casa sua, dopo un periodo di lontananza e durante la cena gli confida di aver già acquistato i biglietti per trascorrere a sue spese una vacanza assieme in Islanda, per vivere un’esperienza d’altri tempi e ‘rimettersi in pista’. Colin è sorpreso ed anche un po’ imbarazzato, inizialmente declina l’offerta ma resiste poco alle convincenti insistenze di Mitch. Inizia così per loro un viaggio ‘on the road’ con un volo sino a Reykjavìk e poi a bordo di un voluminoso Hammer, un fuoristrada preso a noleggio, lungo gli spettacolari scenari naturali dell’Islanda, fra cascate, geysers, laghetti d’acqua sulfurea contornati da montagne ghiacciate e panorami a perdita d’occhio dove è raro incontrare anima viva. Il giorno stesso del loro arrivo nel capoluogo islandese, Mitch riceve una email nella quale la nipote-cugina Ellen, gli scrive che transiterà dall’Islanda il giorno dopo, proveniente dalla Groenlandia assieme all’amica Janet. A Mitch non sembra vero di poter passare una serata accompagnandosi con due giovani donne, sue ospiti in un lussuoso ristorante e successivamente in discoteca. Ellen però finisce per ubriacarsi e lo stesso Mitch è costretto a riaccompagnarla a braccia in hotel dove i due compari cedono alle giovani una delle loro stanze. Accompagnate in aeroporto il giorno dopo Ellen e Janet, la convivenza fra Mitch e Colin, durante il loro viaggio, la cui prima tappa prevede la visita ad un faro, poi la vista delle spettacolari cascate di Gullfoss e quindi i geiser di Strokkur, è contrassegnata da alti e bassi. Mitch è ossessionato dal sesso e dalle trasgressioni giovanili, come farsi qualche ‘canna’. Non si rassegna ad invecchiare insomma, mentre Colin, pur essendo più riflessivo e posato, sta vivendo una momento di confusione e di depressione, pur scosse dall’esuberanza del suo compagno di viaggio. Durante un’escursione notturna, voluta da Mitch in un zona in mezzo al nulla, i due si perdono nel buio pesto e sono costretti a dormire all’addiaccio, con Colin che apostrofa il compagno per la sua infantile incoscienza e testardaggine. Il giorno dopo Colin s’inoltra per suo conto lungo un sentiero sino ad una località dove è possibile fare un bagno caldo in perfetta solitudine, in una specie di vasca che fiancheggia un vivace corso d’acqua sulfurea che scorre fra colline brulle. Al suo ritorno i due anziani compari si riappacificano ed il giorno successivo raggiungono un’altra località dove sgorga un’acqua naturale rigenerante ed incontrano una canadese di colore, Nadine. Complice la scoperta da parte di Colin che anche lei, come lui a suo tempo, è direttrice di una filiale bancaria e la perspicacia di Mitch che opportunamente si allontana con la scusa di fumarsi un sigaro, nasce fra Colin e la canadese un’immediata intesa che si conclude con una fugace relazione, poiché la donna il giorno stesso deve prendere l’aereo e tornare a casa. Il percorso di viaggio dei due pensionati prevede un’ultima tappa presso un centro benessere, costruito nel mezzo di un lago sulfureo dove Mitch e Colin, prima d’immergersi, compiono una sorta di passerella fra alcune giovani donne in bikini che li scrutano, a mezza via fra il divertimento, lo stupore e l’ammirazione per la loro apparente vigoria.

VALUTAZIONE: una sorta di diario di viaggio in uno dei paesi più affascinanti del nord Europa da parte di due pensionati che cercano di esorcizzare, ognuno a suo modo, la vecchiaia e la solitudine. Un’avventura nel corso della quale hanno modo di confrontarsi e comprendere come non basta comportarsi da giovani per tornare ad essere tali, ma che accettando con filosofia lo scorrere ineluttabile del tempo è possibile ritrovare il senso della vita ed il piacere dello stare assieme senza ipocrisie.                                                                                                                                                                                                                                                          

Cos’è la terza età? Un punto d’arrivo da appuntare come una medaglia per chi ha la fortuna e la capacità di arrivarci serenamente ed in salute? Un’inevitabile ed insopportabile umiliazione determinata dal decadimento progressivo delle forze e della vigoria fisica? Qualcosa non distante dall’accanimento terapeutico per chi ha problemi di salute e/o di sostentamento economico? Ed ancora: è una condizione che è meglio vivere in solitudine oppure salute e possibilità economiche contano poco se non c’è qualcuno al proprio fianco con cui accompagnarsi e condividerla? 

Land Ho 13Qualche interrogativo del genere se lo devono essere posti Aaron Katz e Martha Stephens nel realizzare quest’opera inconsueta e sbarazzina, nonostante l’età dei protagonisti, presentata lo scorso anno al festival di Locarno. Mitch e Colin sono cognati ed entrambi pensionati, uno americano e l’altro australiano, ma mentre il primo è stato costretto a ritirarsi dal lavoro, il secondo ha approfittato della prima occasione utile per andarsene. Mitch si è separato dalla moglie ed ora sostiene, malgrado la solitudine, di sentirsi un uomo migliore; Colin ha perso prematuramente l’amata moglie e la seconda non è mai riuscita a sostituirla veramente. Cioè non è mai scattata fra loro la classica scintilla sinché, complice un tradimento scoperto su Facebook, si sono separati. 

Land Ho 12Nel corso di una cena organizzata a casa di Mitch dopo parecchio tempo che non s’incontravano (‘…mi spiace di non aver tenuto i contatti con la famiglia…‘, si scusa Colin), i due cognati si confidano vicendevolmente ed è il primo, dopo aver compreso il doloroso disagio nel quale si trova ancora Colin, che si sente in diritto di dirgli in confidenza: ‘… mi dispiace che tu abbia perso Petty. Che vuoi che ti dica. Devi guardarti dentro e trovare del fegato, amico, per andare avanti con la tua vita. So che ti sei rimesso in gioco con Kathy e che ti ha lasciato. Se vuoi che duri devi amare la tua donna, capisci? Sono sicuro che era brava a letto; sono sicuro che nella vita di coppia era fantastica, ma indovina un pò? Lei non ti amava ovviamente, e neanche tu l’amavi. Penso che fosse solo un modo per colmare gli spazi vuoti, se me lo consenti. Ci vuole della malta fra i mattoni, perché lei di certo non era come i mattoni che tengono unito il muro, dico bene?…‘.

Land Ho 11E poco dopo Mitch rivela a Colin che ha acquistato due biglietti per trascorrere una vacanza assieme in Islanda, con l’obiettivo di rigenerarsi, seppure con differenti motivazioni. Colin, che ha una situazione economica molto meno florida di Mitch, non potrebbe permettersi un viaggio del genere, ma Mitch generosamente glielo offre e seppure l’orgoglio suggerirebbe a Colin stesso di rifiutare, il cognato è abbastanza convincente da spingerlo ad accettare. ‘…La vita continua…‘, ‘…Sì, finché non tiri le cuoia, amico…‘, ‘…Vediamo come va…’. Il film prende le mosse da questa semplice premessa, che s’adatta sia al viaggio che i due stanno per iniziare che al momento particolare della loro esistenza.  

Land Ho 16‘Land Ho!’ significa più o meno ‘Terra in Vista!’ ed è anche il titolo di una vecchia canzone dei Doors. La citazione non sembra casuale dato che i due protagonisti appartengono proprio a quella generazione. Mitch, in particolare, comprando ‘erba’ per fumarsi qualche ‘canna’, è come se volesse ritornare a quel tempo di giovanile sregolatezza. Il film della coppia Aaron Katz e Martha Stephens, al di là della suggestiva ambientazione in un paese così ricco di contrasti naturalistici come l’Islanda, vive molto sul confronto caratteriale e sui dialoghi spumeggianti fra i due compari, i cui battibecchi per certi versi fanno tornare alla memoria quelli di famose coppie del cinema, come Jack Lemmon e Walter Matthau ad esempio. Lo stile è più d’impronta europea che americana, con un costante sapore amarognolo, non privo però di divertente e pungente ironia (‘…mi scordo sempre le parole – del karaoke – dice Mitch; ‘…E’ per questo che le scrivono sullo schermo. Ma se sei fatto, come fai a leggerle...’, ribatte Colin)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

15/08/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Film: ‘Mezzogiorno Di Fuoco’

MEZZOGIORNO DI FUOCO

Mezzogiorno Di FuocoTitolo Originale: High Noon

 Nazione: USA

Anno:  1952

Genere:  Western

Durata: 85’  Regia: Fred Zinnemann

Cast: Gary Cooper (Will Kane), Thomas Mitchell (Sindaco Jonas Henderson), Lloyd Bridges (Harvey Pell), Katy Jurado (Helen Ramires), Grace Kelly (Amy Kane), Otto Kruger (Percy Mettrick), Lon Chaney Jr. (Martin Howe), Ian MacDonald (Frank Miller), Lee Van Cleef (Jack Colby), Morgan Farley (Dr. Mahin), Harry Morgan (William Fuller), Sheb Wooley (Ben Miller), Robert J. Wilke (Pierce), Harry Shannon (Cooper), Eve McVeagh (Mildred Fuller)

QTRAMA: Tre uomini dallo sguardo truce e d’aspetto minaccioso si danno appuntamento nei dintorni della cittadina di Hadleyville nel Nuovo Messico, per entrarvi subito dopo in sella ai loro cavalli, fianco a fianco, con atteggiamento deciso e spavaldo. Lo sceriffo Will Kane proprio in quel momento si sta sposando con la dolce Amy davanti al sindaco ed i notabili del paese. Al termine della funzione un telegramma annuncia che il fuorilegge Frank Miller, a suo tempo arrestato da Kane e condannato alla pena capitale, è stato misteriosamente graziato e sta per giungere sul posto con il treno di mezzogiorno. Kane ha esercitato il mandato di sceriffo con grande scrupolo e piena soddisfazione degli abitanti di Hadleyville, ma sposando Amy ha deciso di lasciare quel ruolo impegnativo e pericoloso. Difatti per il giorno successivo è previsto l’arrivo del nuovo sceriffo. Miller però sta per giungere con l’evidente intenzione di vendicarsi, confermata dalla presenza di tre suoi complici appena giunti in paese, decisi ad aiutarlo nell’obiettivo. Nonostante l’invito del sindaco e dei notabili ad andarsene immediatamente, portando con sé la bella moglie, Kane decide però di restare, sia per senso di responsabilità, che per la convinzione che Miller non si rassegnerà tanto facilmente e continuerà ad inseguirlo. Quando però chiede aiuto ai cittadini di Hudleyville per organizzare una squadra capace di fronteggiare anche numericamente i fuorilegge, chi per un verso, chi per un altro si defilano tutti, lasciandolo solo. L’unico che potrebbe aiutarlo è il suo vice sceriffo, il quale vorrebbe però in cambio il suo sostegno per prenderne il posto, ma Kane non ritenendolo all’altezza, rifiuta di accettare il ricatto. Disperata, Amy cerca di convincerlo in tutti i modi a recedere da quello che lei stessa considera un eccesso di zelo nei confronti di un paese che non lo merita, ma Will, pur conscio del fatto che le probabilità di cavarsela sono scarse, per senso del dovere ed orgoglio decide di restare. Amy allora lo minaccia di prendere il treno ed andarsene, non volendo assistere all’uccisione dell’uomo che ha appena sposato, ma è l’ex amante di Will, Helen Ramires, alla quale si rivolge con un po’ d’imbarazzo, a suggerirle di restare. All’arrivo di Miller a mezzogiorno in punto, Kane è ancora solo, ma grazie alla sua esperienza, coraggio ed abilità riesce e far fuori, uno alla volta, i suoi avversari. Un aiuto fondamentale glielo da Amy, nonostante la sua avversione per la violenza, la quale spara ad uno dei fuorilegge, evitando a Will di essere sopraffatto nel momento più delicato della resa dei conti. Al termine Kane sale in carrozza assieme ad Amy e lascia definitivamente il paese, non prima di aver gettato a terra con un gesto sdegnoso la stella da sceriffo.       

VALUTAZIONE: un western classico fra i più noti ed apprezzati, girato in bianco e nero da Fred Zinnemann nel pieno della ‘caccia alle streghe’ in USA durante i primi anni cinquanta. Un’opera che regge brillantemente il peso del tempo sia per l’originale impianto narrativo, che per il crescendo di tensione. Tuttora attuale nell’affrontare i temi della responsabilità e dell’impegno civile dei cittadini nei confronti delle istituzioni che delegano a rappresentarli.                                                                                                                                                                                                                                       

‘Mezzogiorno di Fuoco’ è una di quelle rare opere nelle quali la sequenza degli eventi è contemporanea alla loro durata. La storia inizia intorno alle dieci e trenta di mattina e si conclude appunto a mezzogiorno, poco dopo l’arrivo del treno che trasporta un uomo determinato a vendicarsi. Su Wikipedia si può trovare al riguardo anche una dettagliata analisi deduttiva a proposito della data nella quale si è svolta l’immaginaria vicenda, che porta a fissarla nella domenica del 26 giugno 1898.

Mezzogiorno di Fuoco 13Senza addentrarci troppo in tale lungo percorso, si può sintetizzare dicendo che si giunge ad una tale precisione, bada bene senza che sia indicata espressamente dagli autori, grazie ad alcuni particolari visibili nel corso di varie sequenze. Ad esempio osservando i manifesti appesi nell’ufficio dello sceriffo, riguardanti avvenimenti riconducibili a quegli anni; ad una data che appare impressa su di un edificio lungo la strada principale della cittadina di Hadleyville ed un’altra in mostra nell’ufficio del capo stazione. Ciò fa comprendere qual’è stata da un lato la cura nella preparazione di quest’opera da parte del regista Fred Zinnemann e dei suoi collaboratori, ad iniziare dallo sceneggiatore Carl Foreman (lo stesso che in seguito vinse l’Oscar per ‘Il ponte sul fiume Kwai’), e dall’altro di cosa siano capaci gli appassionati cinefili nel cogliere ed elaborare dettagli ai quali il grande pubblico in genere non fa il minimo caso.

Mezzogiorno di Fuoco 18Per spiegare l’importanza di quest’opera, che supera persino il genere di appartenenza, non basta limitarsi a ripercorrerne la vicenda che narra, arcinota d’altronde; oppure citare del cast gli interpreti famosi o che sarebbero diventati tali in seguito, in aggiunta al popolare titolo che ha dato ispirazione anche a Mel Brooks per realizzare una versione caricaturale (‘Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco’), a sua volta diventata un ‘cult’. O per meglio dire, il film di Fred Zinnemann lo si può affrontare anche soltanto limitandosi ad assistere agli avvenimenti che racconta, a livello di puro spettacolo per un western duro e teso, cui non mancano i modi ed i tempi per attrarre il pubblico degli affezionati al genere insomma, girato nel 1952, in bianco e nero. Ma sarebbe comunque riduttivo. L’edizione in oggetto è stata proposta in TV da una nota piattaforma satellitare in un formato più adatto ai vecchi televisori 4:3 che al grande schermo. 

Mezzogiorno di Fuoco 09Per meglio collocare quest’opera ed i suoi contenuti, bisogna aggiungere due elementi, entrambi basilari. Il primo è relativo alla data di produzione, in pieno ‘maccartismo’, ovvero quel periodo storico americano a cavallo fra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni cinquanta durante i quali fra USA ed URSS è esplosa la cosiddetta ‘guerra fredda’. Le spie sovietiche avevano provocato in USA una sorta di psicosi e chiunque fosse tacciato di simpatie comuniste o semplicemente fosse sospettato di atteggiamento critico nei confronti delle istituzioni dello stato, vMezzogiorno di Fuoco 19eniva allontanato dal posto di lavoro e messo alla gogna, come un traditore della patria. Le cronache del tempo ed i libri di storia al riguardo sono colmi di nomi, anche illustri come Charlie Chaplin, tanto per citarne uno bello tosto, costretti all’esilio perché inclusi nella famigerata lista nera.

Il secondo elemento è dipendente dal primo, perché ci voleva un bel coraggio, in un periodo storico così pericoloso e delicato per lo stesso ambiente del cinema, a chiudere un film western con un atto trasgressivo come quello che compie il protagonista Gary Cooper quando getta per terra, con gesto perentorio e chiaramente polemico, la stella da sceriffo che aveva appuntata sul petto sino a qualche secondo prima, in qualità di rappresentante della legge e dell’ordine pubblico. A maggior ragione poi se il regista Fred Zinnemann era naturalizzato americano ma di origini austriache, quindi soggetto a qualche sospetto in più derivante dalla sua lontana provenienza…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/08/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Ragione e Sentimento’


RAGIONE E SENTIMENTO

Ragione e SentimentoTitolo Originale: Sense and Sensibility

 Nazione: USA, GBR

Anno:  1995

Genere:  Drammatico, Romantico

Durata: 136’  Regia: Ang Lee

Cast: Emma Thompson (Elinor Dashwood), Kate Winslet (Marianne Dashwood), Hugh Grant (Edward Ferrars), Alan Rickman (Colonnello Brandon), Greg Wise (John Willoughby), Robert Hardy (Sir John Middleton), Elizabeth Spriggs (Signora Jennings), Imogen Stubbs (Lucy Steele), Gemma Jones (Signora Dashwood), Harriet Wakter (Fanny Dashwood), James Fleet (John Dashwood), Emilie François (Margaret Dashwood), Tom Wilkinson (Signor Dashwood), Oliver Ford Davies (Signorina Grey), Lone Vidahl (Dottor Harris), Allan Mitchell (Pigeon), Richard Lumsden (Robert Ferrars), Hugh Laurie (Signor Palmer), Alexander John (Curato), Ian Brimble (Thomas), Isabelle Amyes (Betsy), Eleanor McCready (Signora Bunting), Imelda Staunton (Charlotte Palmer), Josephine Gradwell (Cameriera)

TRAMA: Alla morte di Mr. Dashwood, la seconda moglie e le sue tre figlie perdono qualsiasi diritto in favore del fratellastro John, nato dal primo matrimonio. La sua consorte Fanny, altera e cinica, lo convince un pò per volta a non lasciare loro alcun vitalizio, diversamente da ciò che si era fatto promettere il padre in punto di morte. Mrs. Dashwood, sentendosi oramai ospite a casa sua, delega la figlia Elinor a trovare una nuova sistemazione ma le loro misere condizioni economiche le costringono a scartare praticamente tutte le offerte che ricevono. Non gli resta quindi che accettare quella di un cugino, Sir John Middleton e della suocera Mrs. Jennings, due invadenti ed allegri pettegoli sempre in cerca di compagnia, i quali mettono a loro disposizione un cottage disabitato a Barton Park, non lontano da Norland, nello Yorkshire inglese. La partenza dalla casa dei Dashwood è traumatica, anche perché Elinor ha conosciuto nel frattempo Edward Ferrars, fratello di Fanny, un uomo impacciato ma buono e rispettoso con il quale ha instaurato un promettente seppure castissimo rapporto. Un eventuale fidanzamento fra loro è però escluso dalla sorella Fanny e dalla loro madre che lo vogliono impegnato in politica e sposo di una donna di ben altro rango e dote. Nella nuova sistemazione Elinor, seppure consapevole degli ostacoli (che le consentono di conservare un intelligente realismo), spera prima o poi di essere raggiunta da Edward,  mentre la sorella minore Marianne è oggetto delle cortesi attenzioni del colonnello Brandon, un vicino ed amico di Sir Middleton, più anziano di lei, premuroso, leale e facoltoso, che però la giovane trova poco interessante. Mentre Elinor rappresenta la ragione e si comporta sempre con responsabilità e dignità, Marianne è mossa invece prepotentemente dal sentimento che la porta ad innamorarsi di John Willoughby, un giovane dongiovanni di bell’aspetto, che l’ha soccorsa ed accompagnata a casa quando è stata colta di sorpresa da un temporale e si è slogata una caviglia scivolando avventatamente su di un prato. Willoughby, fra l’altro, conosce a memoria le poesie di Shakespeare che Marianne legge e recita con passione. Tornando ogni giorno a trovarla al cottage, cresce la confidenza fra loro, a spese di Brandon, il quale ben presto si rende conto di non avere più molte speranze di far breccia nel cuore della ragazza che gli ricorda tanto un amore giovanile, frustrato a suo tempo da sfortunati eventi. Improvvisamente però Willoughby parte per Londra senza fornire spiegazioni, fra lo sconforto di Marianne e la sorpresa delle sorelle e della madre. Anche per Elinor l’arrivo al cottage della figlia di Sir Middleton, suo genero e di una cugina, Lucy Steele, non porta buone nuove, perché quest’ultima le confida di essere fidanzata segretamente con Edward Ferrars. Giunge pertanto a proposito l’invito della Signora Jennings, sia a Elinor che a Marianne, di trascorrere l’inverno a Londra, ospiti della sua casa, dove spera che le due sorelle possano lenire le rispettive pene d’amore e magari sistemarsi con qualche altro partito. Entrambe contano invece di ritrovare Edward e Willoughby, per chiarire quanto meno i loro inspiegabili comportamenti; quest’ultimo poi oltretutto scortese nel lasciare senza risposta le lettere che Marianne gli scrive più volte. Le due sorelle hanno così modo di scoprire nel corso di una festa che Edward, prima ancora di conoscere Elinor si era avventatamente promesso a Lucy e Willoughby invece si è sistemato nel frattempo con una ricca signora, fuggendo persino alle sue responsabilità dopo aver messo incinta la giovane figlia di Brandon, che aveva avuto da una precedente e sfortunata relazione. Il risultato è che Elinor si trova addirittura ad assumere il ruolo scomodo e riduttivo dell’amica nei confronti di Edward, diseredato dalla madre, essendosi rifiutato di rompere la parola data a Lucy e quindi alla ricerca di una sistemazione, che lei riesce a procurargli grazie alla benevolenza di Brandon, nelle proprietà del quale si trova una chiesa, della quale può quindi diventare il pastore. Marianne invece s’ammala gravemente dopo un’altra avventata escursione sotto la pioggia, tormentata dalla delusione patita per colpa di Willoughby. L’atteggiamento comprensivo e disponibile di Brandon, che si adopera per curare in tutti i modi Marianne ed alcune circostanze favorevoli per Elinor nei riguardi di Edward, ribaltano però il destino avverso delle sorelle incanalando le loro vicende verso il miglior lieto fine possibile.                

VALUTAZIONE: da uno dei romanzi più famosi di Jane Austen, la trasposizione sullo schermo di Ang Lee, che riesce brillantemente a coglierne il senso grazie ad una regia che non scivola mai nello stucchevole, pur immergendosi nel clima e nei rituali comportamentali dell’epoca e del genere d’appartenenza. A ciò contribuisce anche la splendida sceneggiatura (premiata con l’Oscar) di Emma Thompson, la cui interpretazione s’affianca all’altrettanto brava ed affascinante Kate Winslet nei panni di Marianne. Un’opera di gran classe sul confronto fra ragione e sentimento, nel segno del realismo e di una sottile ironia.                                                                                                                                                                                       

Sempre rassegnazione e sopportazione, sempre prudenza, e onore, e dovere… Elinor, dov’è il tuo cuore?…‘, chiede Marianne alla sorella, quando a suo dire non reagisce come dovrebbe in presenza di Edward Ferrars, del quale è evidentemente innamorata ma anche troppo prudente e razionale da esporsi, in ossequio alle regole del bon-ton. Oppure ha ragione William Shakespeare quando scrive sul tema queste parole: ‘…È l’amore un capriccio o un sentimento? No, è immortale come la verità incorrotta. Non è un fiore che si sfoglia quando la gioventù cade dal gambo della vita poiché crescerà persino in regioni aride dove non scorre acqua né un raggio di speranza inganna le tenebre…‘.

Ragione e Sentimento 01Jane Austen, celeberrima scrittrice di romanzi romantici, che descrivono però mirabilmente costumi ed atmosfere di fine XVIII secolo in Inghilterra, affronta in questo caso il contrasto spesso inconciliabile fra ragione e sentimento e ne ha tratto il leit-motiv di questa sua celebrata opera, attraverso le vicende di due sorelle, tanto legate fra loro, almeno quanto sono caratterialmente diverse. Una, Elinor, la maggiore, è dipendente rigorosamente dalla ragione e nel tenere sempre i piedi ben piantati per terra, non esita a sacrificare anche i propri sentimenti, attenendosi scrupolosamente alle castigate, serissime (ed agli occhi di oggi persino ridicole) regole comportamentali di quel tempo in Inghilterra. L’altra, Marianne, più giovane ed espansiva, ma anche impulsiva ed ingenua, è invece inevitabilmente esposta ai rischi che comporta lasciarsi andare ciecamente ai propri sentimenti.

Ragione e Sentimento 02In un’epoca nella quale spesso i fidanzamenti ed i matrimoni erano combinati dagli stessi genitori e non era permesso ai loro figli d’esprimere liberamente i loro sentimenti, specie se i loro partner non appartenevano al medesimo rango sociale, la situazione patrimoniale di Elinor e Marianne precipita malauguratamente ed improvvisamente alla morte del padre e la loro esistenza diventa improvvisamente complicata e soprattutto povera. A quel tempo infatti il rituale stabiliva che al momento del decesso del capofamiglia l’intera eredità andasse al primogenito maschio e non possedere una dote per una giovane ancora nubile era considerato alla stregua di una iattura e motivo più che sufficiente per tenere alla larga molti pretendenti.

Ragione e Sentimento 09Nonostante questa penalizzante premessa, Elinor trova in Edward Ferrars una persona gentile e sensibile nei confronti suoi e della sorella, seppure maledettamente timido, goffo negli atteggiamenti e purtroppo succube della sorella Fanny, egoista, perfida ed arrivista, l’influenza della quale nei confronti del marito, il primogenito del Signor Dashwood, è così forte da riuscire a condizionarne ogni azione, pure in senso contrario alle promesse fatte al padre in punto di morte, di assegnare perlomeno un dignitoso vitalizio ad Elinor e Marianne. La reciproca empatia con Edward, già di per se stessa complicata per via dei rituali cui entrambi sono scrupolosamente rispettosi ed amplificata dalla loro timidezza caratteriale, diventa impossibile da far evolvere ulteriormente, per via dell’atteggiamento intransigente di Fanny e della madre nei confronti di Edward, a proposito del quale s’aspettano e pretendono ben altro partito.

Ragione e Sentimento 13Marianne, bella e decisamente più istintiva, di pretendenti ne avrebbe invece addirittura due, anche loro, se vogliamo, divisi fra ragione e sentimento, vale a dire il colonnello Brandon e John Willoughby ed è nella natura della ragazza preferire quest’ultimo, seppure non è niente più che un avventuriero che si sa ben mascherare. Solo a causa di eventi misteriosi ed impellenti Willoughby non riesce a concretizzare i suoi propositi nei riguardi di Marianne, che si è invaghita di lui per l’aspetto deciso e la faccia tosta, anche solo nel declamare a memoria le sue poesie preferite di Shakespeare. Mentre Brandon, un ricco gentiluomo che potrebbe renderla felice e la corteggia con garbo e le migliori intenzioni, a giudizio di Marianne è troppo scontato e serio, il che lo relega ben presto all’umiliante ruolo dello spasimante frustrato…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

28/07/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Headhunters’

HEADHUNTERS

HeadhuntersTitolo Originale: Hodejegerne

 Nazione: Norvegia, Germania

Anno:  2011

Genere:  Thriller

Durata: 100’  Regia: Morten Tyldum

Cast: Nikolaj Coster Waldau (Clas Greve), Aksel Hennie (Roger Brown), Julie Ølgaard (Lotte), Synnøve Macody Lund (Diana Brown), Eivind Sander (Ove), Daniel Bratterud (Vakt)

TRAMA: Roger Brown è un ‘cacciatore di teste’, ovvero uno specialista nel selezionare dirigenti di alto livello per importanti aziende. Non ha un fisico prestante, anzi è piuttosto bassino, ma veste elegante, ha personalità e la reputazione che si è conquistato è la radice del suo successo, come sostiene lui stesso. Tutto ciò però non gli basta per mantenere un tenore di vita decisamente superiore alle sue possibilità economiche: una lussuosa casa da copertina di una rivista d’arredamento ed architettura, e la bella moglie Diana, dal fisico statuario alla quale è solito fare regali molto costosi. Per poter arrivare a tanto, in gran segreto ha un secondo lavoro: il ladro di opere d’arte, assieme a Ove, un complice che lavora per una grossa compagnia che gestisce apparati di sicurezza presso le abitazioni di ricchi proprietari di Oslo. Le informazioni utili per agire mascherato come Diabolik ed attrezzato come un consumato professionista, Roger se le procura attraverso l’ignara Diana, che fa la gallerista, oppure dai colloqui con i candidati, manager d’alto bordo abituati a ricevere ricche stock options, i quali non disdegnano vantarsi dei loro possedimenti, inclusi quadri d’autore. Il sistema funziona fino a quando Diana gli presenta Clas, che è stato amministratore delegato di un’azienda olandese, oggetto però di una recente acquisizione ed è venuto in Norvegia per ristrutturare la casa della nonna, dove ha trovato niente meno che un dipinto di Rubens, rubato dai nazisti durante la seconda Guerra Mondiale. Clas è un uomo distinto e d’indubbio fascino, al quale non è rimasta insensibile neanche la moglie di Roger. Quest’ultimo s’ingelosisce un po’ e rimane pure sorpreso dal fatto che Clas non spinga affatto, come farebbero molti altri al suo posto, di fronte all’offerta di candidarsi per la Pathfinder, una società che gestisce nuove tecnologie GPS per la quale Roger sta selezionando un alto dirigente. Il furto del quadro di Rubens però dovrebbe servire al ‘cacciatore di teste’ per risanare i suoi conti, finiti pericolosamente in rosso. D’accordo con Ove s’introduce nella casa della nonna di Clas e ruba il dipinto ma nella camera da letto scorge qualcosa che non avrebbe mai voluto vedere in quel luogo: il cellulare dimenticato dalla moglie. Quel che è peggio, il giorno dopo, a bordo della sua auto parcheggiata in garage, trova il suo complice esanime, apparentemente morto avvelenato. Volendo liberarsi in fretta del corpo, lo carica nel portabagagli, si reca fuori città e lo getta nell’acqua di un lago. L’acqua gelida però risveglia Ove, che evidentemente non era deceduto e Roger allora si tuffa per salvarlo dall’annegamento. Ancora intontito, lo carica sulle spalle e lo porta sino a casa sua, dove Ove è solito trastullarsi in incontri sado-maso cui permette di assistere il personale di vigilanza attraverso la videocamera installata nel suo appartamento. Il complice vorrebbe essere trasportato in ospedale, sentendo fitte insopportabili alla pancia, ma Roger cerca di dissuaderlo, non volendo compromettersi. Ne segue una rapida discussione che si conclude con un grottesco conflitto a fuoco nel corso del quale però Ove resta ucciso. All’uscita di casa Roger trova però Clas ad attenderlo ed intuendo le sue intenzioni non amichevoli, si dà alla fuga. E’ l’inizio di un inseguimento e di un duello senza esclusione di colpi. Clas non è giunto sin lì per caso infatti. Oltre ad aver fatto parte delle forze speciali della Marina Reale Olandese, la ragione per la quale si è avvicinato a Roger, dopo aver sedotto anche Diana, è mirata ad un preciso obiettivo.

VALUTAZIONE: tratto da un romanzo di Jo Nesbo, è un giallo-thriller di buona fattura, che sarebbe piaciuto probabilmente anche ad Alfred Hitchcock, per l’intreccio narrativo, teso, ricco di colpi di scena e potrebbe risultare gradito a Quentin Tarantino per alcuni momenti di sottile ironia in ‘salsa’ trash. Un’opera interamente calata nel clima e nel filone noir degli scrittori nordici che riscuotono da tempo grande successo: da Stig Larsson a Nesbo ed alla quale si perdonano volentieri alcuni peccati veniali di sceneggiatura, perché supera abbondantemente le aspettative iniziali.                                                                                                    

Dalla saga ‘Millennium’ del compianto Stig Larsson in poi, numerosi sono gli autori scandinavi emersi nel panorama del genere giallo-thriller: da Henning Mankell a Camilla Lackberg; da Lars Kepler a John Ajvide Lindqvist; da Peter Hoeg a Jo Nesbo, il cui romanzo ‘Headhunters’ ha ispirato il film del connazionale norvegese Morten Tyldum, qui alla sua terza prova. Le cronache raccontano che l’opera successiva, girata nel 2014 con il titolo di ‘The Imitation Game’, è stata candidata all’Oscar per la regia. Stiamo citando quindi un autore del quale forse sentiremo parlare più diffusamente in un prossimo futuro.

Headhunters 03C’è da tempo fermento fra gli scrittori dei paesi nordici, dove si può parlare oramai di una vera e propria scuola di genere, rigorosamente appunto di colore giallo-thriller e l’opera in oggetto evidentemente ha suscitato l’interesse anche delle case di produzione americane, se è vero che ne hanno acquistati i diritti per girarne un remake, si può presumere con interpreti di ben altro peso mediatico e budget conseguente.

Headhunters 07Headhunters è un termine noto nell’ambito della selezione del personale perché è riferito ai cosiddetti ‘cacciatori di teste’ il cui significato, senza un’adeguata spiegazione per i non addetti ai lavori, può far pensare ad una tribù di selvaggi oppure a qualche banda di criminali senza scrupoli. Invece si tratta di persone e/o società che ricercano sul mercato, per conto di aziende qualificate, dirigenti d’alto livello da inserire nei propri organici. Il contesto nel quale si muove il romanzo di Nesbo ed il film dal quale è tratto, è quello asettico nel quale selezionatore e candidato si confrontano in un rituale psicologico e finanziario che nel migliore dei casi si conclude con un accordo a base di  svariati milioni di corone, visto che la location è situata in Norvegia.

Headhunters 13Il ‘cacciatore di teste’ in questo caso non è solo un uomo di grande intuito e dallo sguardo glaciale, seppure fisicamente mingherlino (è alto non più che 168cm), il quale si muove nel suo ambiente con la destrezza e la spietatezza dello squalo nel mare aperto, ma essendo a sua volta ambizioso, ha sposato una bella donna, poco importa se al suo fianco le rende una ventina di centimetri in altezza ed abita assieme a lei in un appartamento di grande pregio e costo. Una di quelle strutture moderne frutto della fantasia creativa di qualche architetto alla moda. Da partner attento e brillante non le fa mancare nulla, pure in termini di regali, come vestiti e gioielli. Non ancora soddisfatto, Roger ha anche un’amante, innamoratissima di lui ma dalla quale pretende assoluta discrezione: difatti la prima volta che lei accenna ad un’uscita pubblica assieme ad una coppia di amici, la molla immediatamente.

Headhunters 12Per mantenere un tenore di vita del genere non gli basta però il solo stipendio, per quanto congruo si possa supporre che sia, e qui nasce la distinzione del personaggio rispetto allo standard del ruolo, perché a tempo perso, per così dire, anziché andare in palestra come altri suoi colleghi per mantenere un tono fisico consono alla sua figura professionale, si dedica ad uno ‘sport’ diverso e più particolare, come il furto di opere d’arte, preferibilmente nelle abitazioni dei candidati il cui eloquio è proporzionale al loro ego, troppo grande ovvero per tenerlo a freno. Altrimenti carpisce informazioni utili alla moglie, ovviamente all’oscuro di questa sua doppia o tripla vita (se ci aggiungiamo l’amante), che di mestiere fa la gallerista d’arte e quindi riceve e frequenta acquirenti ed appassionati del settore…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

24/06/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Lei’

LEI

LeiTitolo Originale: Her

 Nazione: USA

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Commedia Fantastica

Durata: 126’  Regia: Spike Jonze

Cast: Joaquin Phoenix (Theodore Twombly), Scarlett Johansson (Voce di Samantha), Amy Adams (Amy), Rooney Mara (Catherine), Laura Kai Chen (Tatiana), Portia Doubleday (Isabella), Olivia Wilde (Ragazza della Chat), Chris Pratt (Paul), Matt Letscher (Charles), Luka Jones (Mark Lewman), Gracie Prewitt (Jocelyn), , Robert Benard (Michael Wadsworth) 

TRAMA: Theodore Twombly lavora in una società specializzata nella stesura di lettere di natura personale per conto terzi. Lui detta al computer il testo, che viene stampato come se fosse stato scritto a penna e quindi spedito al destinatario che di solito resta colpito dalla forma poetica e dalla profondità del pensiero. Theodore infatti ha un innegabile talento per quest’attività, ma è un uomo solo nel privato. L’ex moglie Catherine, che aveva conosciuto quando ancora erano giovanissimi, l’ha piantato accusandolo di essere troppo freddo e di non riuscire ad esprimere le sue emozioni, e lui non ha ancora superato il trauma della separazione, per cui esita a firmare i documenti del divorzio. La storia è ambientata in un futuribile non molto lontano nel quale l’intelligenza artificiale sarà alla portata di tutti. Theodore passa il suo tempo libero a casa dedicandosi ai giochi interattivi. Le uniche persone con le quali scambia qualche fugace battuta sono un paio di colleghi. Quando riceve l’offerta di acquisto del nuovo sistema operativo OS1, accetta per curiosità e dopo i preliminari d’installazione, sceglie una voce femminile come partner e si trova a dialogare con Samantha: suadente, positiva, efficiente, simpatica e ne resta affascinato. Ne nasce a tutti gli effetti un particolare rapporto di scambio, perché Theodore portando sempre con sé una piccola interfaccia dotata di webcam ed usando un apposito auricolare è sempre connesso con Samantha, in qualsiasi luogo egli si trovi e la sua compagna virtuale a sua volta può contattarlo in ogni momento ed osservare attraverso lui il mondo esterno. Ciò consente a Theodore di caricarsi di nuovo entusiasmo e non sentirsi più solo, soprattutto quando è in mezzo alla gente e d’intrattenersi, quando gli va, con una ‘persona’ sempre disponibile e discreta. Al tempo stesso Samantha, attraverso i dialoghi con Theodore e le immagini del mondo esterno che lui le permette di vedere attraverso la webcam, riesce a provare emozioni molto vicine a quelle fisiche, superiori comunque al ruolo che le è stato assegnato dai suoi creatori. Il rapporto fra loro diventa così sempre più stretto ed intimo, fino al punto di simulare un rapporto sessuale, dopo il quale Samantha chiede a Theodore di accettare un incontro con un’altra donna, Isabelle, la quale è d’accordo ed utilizza lo stesso sistema operativo, con l’obiettivo di provare attraverso il loro contatto fisico, sensazioni ancora più realistiche. Theodore tentenna ma infine accetta. L’incontro però fallisce quando lui non riesce a lasciarsi andare di fronte ad un’estranea, seppure attraente e disponibile. Il che produce una piccola frattura fra lui e Samantha che però si ricompone in breve tempo. L’empatia fra loro è talmente forte che Theodore ritiene di essere finalmente pronto ad accettare il divorzio da Catherine, la quale però reagisce con sorpresa ed in malo modo quando le rivela la sua storia virtuale con Samantha. Un giorno però Theodore non riesce a contattare OS1 e l’interfaccia gli mostra un laconico messaggio d’indisponibilità del sistema operativo. In realtà Samantha si era disconnessa per effettuare un importante aggiornamento del suo sistema operativo. Theodore sembra rinfrancato quando sente ancora la sua voce, ma lo attendono rivelazioni ancora più sconvolgenti.

VALUTAZIONE: splendida prova di creatività da parte di Spike Jonze, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, sul rapporto fra uomo e cibernetica. Un’intrigante confronto fra mondo reale e virtuale che interagiscono fra loro e le difficoltà di relazione che ne conseguono per l’uomo in una società che è sempre più artefatta e tecnologica e nella quale non sembra più conveniente investire e rischiare nel rapportarsi ad altre persone. Ottima prova di Joaquin Phoenix e delle due voci fuori campo (Scarlet Johansson nella versione originale e Micaela Ramazzotti che l’ha doppiata in quella nostrana).                                                                                                                                                                                                                                          

Se nella scelta di un film il parametro decisivo fosse sempre il titolo, è quasi certo che quest’opera di Spike Jonze sarebbe facilmente ignorata dai più a favore di qualche altra più ammiccante ed attrattiva. E’ altrettanto evidente però che a visione avvenuta non si possa negare che il titolo in oggetto, nella sua estrema sintesi, è invece inequivocabilmente centrato.

Lei 02‘Lei’ (‘Her’ in originale), quarta e più recente opera di un autore che ha dimostrato nell’occasione di possedere talento da vendere, sia dietro la macchina da presa che nello scrivere soggetto e sceneggiatura, è un film che si stacca nettamente dalla media della produzione e che si può definire senza mezzi termini, geniale, non tanto per l’idea in se, che non è certamente nuova, ma per come ha saputo elaborarla e tradurla nel linguaggio cinematografico.

‘Lei’, recita la grammatica italiana, è un pronome che può essere usato, sia nel caso di uomo o donna, da chi si rivolge in maniera formale ad un’altra persona (‘Lei mi sa indicare, per cortesia, la strada per arrivare in centro?‘, ad esempio), oppure in riferimento ad una persona di sesso femminile (‘Lei è la mia insegnante d’inglese…‘). Nello specifico dell’opera di Spike Jonze si può aggiungere anche un terzo ambito, sia pure futuribile, ovvero quello di una voce femminile generata da un sistema operativo d’intelligenza artificiale creato per interagire con l’uomo in maniera diretta e quasi totale, se si esclude il contatto fisico (chissà che un giorno non si arrivi pure a questo, resta da stabilire però se sarà un vantaggio o meno). Una Lei del tutto diversa quindi da quella che si può ragionevolmente presumere che sia, leggendo solo il titolo.

Lei 08Nel lontano 1968 quel geniaccio di Stanley Kubrick aveva già rappresentato sullo schermo in ‘2001, odissea nello spazio‘ un computer super evoluto, Hal 9001, che controllava i parametri vitali degli astronauti a bordo della navicella in viaggio nello spazio ed interagiva con loro, sia dal punto di vista professionale che durante le ore di relax e riposo, con dialoghi che a volte facevano persino supporre che fosse in grado di provare sensazioni di tipo emotivo, al punto da spingerlo a ribellarsi ed a reclamare la sua indipendenza, addirittura assumendo con la forza il comando dell’astronave, anziché limitarsi ad obbedire ai routinari compiti di servizio.

Lei 17Spike Jonze è andato oltre questa visione la quale, se vogliamo, ripropone in una veste diversa e più moderna tematiche non dissimili che è possibile trovare nella letteratura e nel cinema, solo apparentemente di tutt’altra natura. Un esempio fra tutti è quello della storia di ‘Frankenstein’, nella quale il suo creatore, dopo aver provato un esperimento ardito, si trova nella inaspettata e spiacevole situazione di doversi difendere da un mostro che non è più controllabile.

Riguardo il sistema d’intelligenza artificiale OS1, che ha assunto nel dialogo con il protagonista Theodore il nome di Samantha, le conclusioni cui arriva il film (oltre le quali si aprono scenari ancora più complessi e vasti da esplorare), sono che dopo essersi evoluto nell’interazione con l’uomo, inglobando anche la sfera emozionale ben al di là delle aspettative dei suoi stessi creatori, in modo da riuscire a provare vere e proprie sensazioni fisiche (da un certo punto di vista addirittura superandole), ogni ulteriore dialogo e rapporto fra OS1 ed il genere umano è diventato inutile e superfluo. Come quello del tutto squilibrato dal punto di vista della comunicazione, per intenderci, che si potrebbe supporre fra uno scienziato ed un analfabeta. Non è più la macchina tecnologica quindi che non è in grado d’interpretare sino in fondo l’intima essenza dell’uomo, ma il contrario semmai. Ma il problema non risiede nella macchina creata dall’uomo bensì nell’uomo stesso che si rapporta con se stesso…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

22/06/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Non E’ Un Paese Per Vecchi’

NON E’ UN PAESE PER VECCHI

Non è un paese per vecchiTitolo Originale: No Country For Old Men

 Nazione: USA

Anno:  2007

Genere:  Thriller, Drammatico

Durata: 122’  Regia: Joel ed Ethan Coen

Cast: Javier Bardem (Anton Chigurh), Josh Brolin (Llewelyn Moss), Tommy Lee Jones (sceriffo Tom Bell), Woody Harrelson (Carson Wells), Barry Corbin (Ellis), Zach Hopkins (Vice Sceriffo), Kelly Macdonald (Carla Jean), Rodger Boyce (Sceriffo Roscoe Giddens), Garret Dillahunt (Wendell), Kit Gwin (Molly)

TRAMA: Confine fra Texas e Messico nel 1980. Llewelyn Moss è a caccia quando giunge ad un avvallamento e si trova davanti ad una scena raccapricciante: un regolamento di conti fra narco-trafficanti già concluso, con alcuni morti stesi a terra, un carico di eroina ancora intatto su di un’auto e, soprattutto, una borsa con due milioni di dollari in contanti. C’è anche un sopravvissuto, seppure agonizzante, il quale chiede dell’acqua, che Moss non può dargli perché non ne ha con sé. Non è un ladro, ma l’occasione è troppo ghiotta e così Llewelyn decide di portarsi via la borsa con il denaro. Una volta a casa, durante la notte non riesce a dormire e gli scrupoli lo spingono a tornare sulla scena del crimine con una tanica d’acqua, ma quando si rende conto che anche l’unico sopravvissuto è morto nel frattempo a causa delle ferite, un’altra auto s’affianca alla sua, lasciata poco più indietro, sul ciglio dell’avvallamento. Immediatamente, qualcuno che l’ha scorto inizia a sparargli contro. Moss, pur ferito, fugge e, per dileguarsi non esita a gettarsi in un fiume e ad abbattere, raggiunta la riva opposta, un grosso cane che gli hanno sguinzagliato appresso. La sua auto però è facilmente utilizzabile dagli inseguitori per identificarlo, così a Moss non resta che medicarsi alla bell’e meglio appena tornato a casa, dalla quale allontana immediatamente la moglie, facendola tornare dalla madre in Ohio e quindi fuggire lui stesso con il malloppo che nasconde nel cunicolo dell’aria condizionata della camera di un motel, quando si ferma per trascorrere la notte. Quello che non può sapere Moss, almeno inizialmente, è che la borsa contiene anche una radio trasmittente. Sulla scena della strage intanto due sicari del boss del narco-traffico si sono incontrati con Anton Chigurh, uno spietato e psicotico killer, ma quest’ultimo, saputo della posta in palio, li ha uccisi freddamente e si è messo sulle tracce di Llewelyn. Lo sceriffo Tom Bell, oramai vicinissimo alla pensione, giunto anch’esso sul luogo del crimine, intuisce subito in che guaio s’è cacciato Moss e nonostante si senta oramai pervaso da un cupo pessimismo ed estraneo alla natura stessa della criminalità che persegue, la quale ha assunto nel tempo forme sempre più estreme ed incompatibili con i suoi valori e limiti di sopportazione, si adopera per cercare di salvare Moss dalla fine alla quale teme che sia destinato. Un ultimo compito che si assume, nonostante gli altissimi rischi che comporta, muovendosi fra spietati criminali ed un glaciale psicopatico il quale, per decidere il destino di una persona, è solito affidarsi al lancio di una monetina: testa o croce!

VALUTAZIONE: un’opera violenta ed etica al tempo stesso, che i fratelli Coen conducono in splendido stile e gran classe, mai banali nel rappresentare attraverso l’analisi di tre personaggi che, pur da posizioni completamente diverse, sintetizzano il bene ed il male di cui è capace il genere umano ed il cambiamento di un’epoca nella società e nel cinema stesso, della quale ne è puntuale espressione. Un film carico di tensione e di amaro pessimismo, ma geniale e brillante, sia nella trama che nei dialoghi.                                                                                                                                                                       

‘Non è un paese per vecchi’ è un titolo che potrebbe far pensare ad una questione geografica, climatica o a qualche particolarità legata alla gestione della terza età. In realtà, nella storia che i fratelli Coen hanno tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, il riferimento è relativo al tasso di mortalità che al confine fra gli USA ed il Messico intorno agli anni ’80 era diventato altissimo, specie a causa della guerra fra bande iper violente dedite al narcotraffico, ma non solo a quello (ho la sensazione però che la situazione oggi non sia cambiata granché da allora).

Non è un Paese per Vecchi 02Lo sa bene lo sceriffo Tom Bell, che pure è quasi giunto alla soglia della pensione e di casi di delinquenza da parte di singoli o di gruppi armati ne ha affrontati moltissimi nell’arco della sua lunga carriera. Eppure egli, forte dell’esperienza e del cosiddetto pelo sullo stomaco che per forza di cose ha dovuto farsi crescere negli anni, anziché muoversi completamente a proprio agio, al contrario si sente oramai fuori posto, al cospetto di una criminalità che ha abbandonato ogni logica comportamentale ed è schizzata a livelli di violenza, cinismo e crudeltà quali mai aveva raggiunto in passato.

Non è un Paese per Vecchi 09La sua rassegnazione e pessimismo nascono quindi dal fatto che si trova ad assistere sempre più a casi criminosi di gratuita ferocia che superano il suo personale limite di tolleranza ed a peggiorare le cose a suo dire, tanti di questi episodi passano fra l’indifferenza dei più: ‘…ecco, la settimana scorsa hanno scoperto una coppia, in California, che affittava camere ai vecchietti, poi li ammazzava, li seppelliva in giardino, e intascava le loro pensioni. Ah, e prima li torturava, non so perché, forse il televisore si era guastato. E la cosa è andata avanti finché, testuali parole, «i vicini si sono allarmati quando hanno visto un uomo scappare con indosso solo un collare per cani». È impossibile inventarsi una notizia così, provaci, non ci riesci. Questo c’è voluto per attirare l’attenzione di qualcuno: scavare fosse in giardino era passato inosservato…‘.

Non è un Paese per Vecchi 14E’ lo sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, l’io narrante del film, seppure non si può definire come il principale protagonista, come vedremo più avanti, il quale esordisce sui titoli d’avvio dettando fuori campo la sintesi della sua vita ed anticipando al tempo stesso il contesto dell’opera che ai fratelli Coen ha fruttato ben quattro Oscar fra i più prestigiosi (film, regia, attore non protagonista e sceneggiatura) e grazie alla quale il titolo è diventato persino un modo di dire, per indicare appunto ed in maniera allegorica una situazione o un posto pericoloso e perciò sconsigliabile: ‘…A venticinque anni ero già lo sceriffo di questa contea. Difficile a credersi. Mio nonno faceva lo sceriffo e anche mio padre. Io e lui siamo stati sceriffi contemporaneamente, lui a Plano e io qui. Credo che ne andasse fiero, io ne andavo fiero eccome. Ai vecchi tempi c’erano sceriffi che non giravano neanche armati. Molta gente stenta a crederci. Jim Scarborough non portava mai la pistola, Jim figlio intendo, e neanche Gaston Boykins. Quello della contea di Comanche. Mi è sempre piaciuto sentir parlare di quelli dei vecchi tempi. Non ne ho mai perso l’occasione. Uno non può fare a meno di paragonarsi a loro, di chiedersi come avrebbero fatto loro al giorno d’oggi. C’è un ragazzo che ho mandato sulla sedia elettrica qui a Huntsville, qualche tempo fa. Su mio arresto e mia testimonianza. Aveva ucciso, ammazzato una ragazzina di quattordici anni. Il giornale scrisse che era un crimine passionale, ma lui mi disse che la passione non c’entrava niente. Che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno e che se fosse uscito di galera lo avrebbe rifatto. Sapeva che sarebbe andato all’inferno. Da lì a un quarto d’ora ci sarebbe andato. Io non so cosa pensare, non lo so proprio. Con la criminalità di oggi è difficile capirci qualcosa, non è che mi faccia paura, l’ho sempre saputo che uno deve essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro ma non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo… di uscire e andare incontro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima, dire OK, faccio parte di questo mondo…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

12/06/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro ‘Il Pettirosso’

IL PETTIROSSO

Il PettirossoDi Jo Nesbo

Anno Edizione 2012

Pagine 491

Costo € 13,00

Traduzione Giorgio Puleo

Ed. Piemme (collana ‘NumeriPrimi’) 

TRAMA: Harry Hole è un poliziotto norvegese ‘sui generis’, bravo e stimato nel suo lavoro ma individualista e non esente dall’alzare il gomito. Durante la visita ad Oslo del presidente degli USA, Harry si trova nella necessità di dover decidere in pochi secondi se intervenire nei riguardi di un sospetto armato ed infine spara, salvo scoprire troppo tardi che non si trattava di un terrorista ma di un agente americano non opportunamente segnalato. Il caso resta nell’ambito ristretto dei servizi segreti ma per evitare che la notizia possa comunque sfuggire al controllo e provocare una pubblicità negativa, il suo capo trasferisce Hole ad un’altra sezione, dove viene incaricato d’indagare sui movimenti neonazisti. E’ così che Harry scopre che qualcuno ha importato in Norvegia un costoso e micidiale fucile Marklin, uno dei preferiti dai terroristi per compiere attentati e le indagini lo portano sino ad un gruppo di ex-soldati norvegesi. I quali, nel corso della seconda Guerra Mondiale, si arruolarono volontariamente nelle truppe di Hitler, convinti che fosse la parte giusta per difendere anche la propria nazione, mentre il Re si rifugiava con la sua corte ed un ricco bottino a Londra per tornare, alla fine del conflitto, da vincitore. A loro invece al rientro è stato riservato un trattamento da traditori. Nel corso degli interrogatori dei testimoni rimasti ancora in vita, Harry conosce la figlia di uno di loro, Rakel, madre a sua volta di Oleg, nato da una relazione oramai conclusa mentre si trovava per lavoro in Russia e contrariamente al suo solito, se ne innamora quasi a prima vista, vergognandosi anche un pò che sia capitata una cosa del genere ad un uomo maturo ed un consumato donnaiolo come lui. Scopre in seguito che la donna fa parte delle sue stesse forze dell’ordine. Purtroppo per lui le ha messo gli occhi addosso anche un pezzo grosso del Ministero della Difesa, Brandhaug, il quale, per avere campo libero, fa in modo che Hole sia inviato in missione in una piccola e sperduta città svedese a 30km da Helsingborg. Harry, che nel frattempo aveva costruito una buona intesa anche con Oleg, non è al corrente dei propositi di Brandhaug, ma è costretto ad accettare il trasferimento, nonostante le sue indagini siano sempre più promettenti sull’associazione fra il temibile fucile Marklin ed il gruppo dei vecchi collaborazionisti dei nazisti. Uno dei quali viene assassinato in circostanze misteriose e lo stesso avviene alla sua collaboratrice abituale, Ellen, con la quale Harry ha sempre avuto un bel rapporto d’amicizia oltreché un’ottima intesa professionale. La sera stessa dell’omicidio, Ellen non era riuscita a mettersi in contatto con lui, ma gli aveva lasciato un messaggio in segreteria nel quale diceva di avere scoperto chi c’è dietro la storia del fucile Marklin. Quando viene ucciso pure Brandhaug, con lo stesso devastante fucile, Harry viene richiamato d’urgenza sul posto dal suo capo per occuparsi a tempo pieno di questa torbida faccenda e ciò che scopre infine è direttamente collegato al passato dei collaborazionisti, al desiderio di vendetta per aver subito un’umiliazione in patria che ritengono di non meritare e persino ad uno sdoppiamento di personalità.  

VALUTAZIONE: un giallo-thriller di buona fattura che ha rivelato al grande pubblico Jo Nesbo, autore fra i più apprezzati attualmente del filone degli scrittori nordici. Il racconto è complesso e non di facile approccio, almeno inizialmente, anche per via dei molti nomi norvegesi che certo non aiutano, ma la pazienza del lettore è premiata infine da una storia che mette assieme curiosi avvenimenti storici ed un poliziotto in stile americano. Si tratta del primo romanzo di una serie incentrata sull’ispettore e poi commissario Harry Hole ed anche per questo il finale non è del tutto chiarificatore. Jo Nesbo comunque non perde mai il sottile filo logico del suo romanzo ed è apprezzabile anche nell’analisi ed introspezione psicologica dei vari personaggi coinvolti.                                                                                                                                                                                                                                

Ho provato a fare una ricerca su Internet a proposito del fucile Marklin, al centro del romanzo di Jo Nesbo, ma il risultato non chiarisce se esiste o è mai esistito veramente, con una forte propensione però verso il no. Una prima direttrice conduce ad un falso obiettivo, cioè il sito di una fabbrica tedesca che produce trenini elettrici; aggiungendo invece al nome il termine ‘rifle’ (fucile in inglese), si trova qualcosa di più. Qualcuno propone addirittura una foto d’epoca, citando proprio questa micidiale arma, smentito però da altri che sostengono trattarsi di tutt’altro modello e ‘brand’, così come per i devastanti proiettili Singapore che quello stesso fucile utilizza, stando al racconto di Jo Nesbo.

Il Pettirosso 18Il quale ne parla in questi termini nel suo romanzo: ‘…Un fucile Màrklin è un fucile da caccia semiautomatico di fabbricazione tedesca che utilizza pallottole da 16 millimetri di diametro, ed è più grande di qualsiasi altro fucile. Serve a cacciare bestie come i bufali d’acqua e gli elefanti. Il primo fucile è stato fabbricato nel 1970, ma ne sono stati prodotti solo trecento esemplari, perché nel 1973 le autorità tedesche ne hanno vietata la vendita. Il motivo è che quel fucile, tramite alcune semplici modifiche e un mirino telescopico Màrklin, diventa lo strumento ideale per un killer professionista, e già nel 1973 era diventata l’arma più ricercata al mondo per gli attentati. Di quei trecento esemplari, almeno un centinaio si trovava nelle mani di assassini professionisti e organizzazioni terroristiche come la Baader-Meinhof o le Brigate Rosse…‘.

Il Pettirosso 01Bravo quindi lo scrittore norvegese a sfruttare proprio le peculiarità della letteratura romanzata, la quale per definizione consente di far coesistere avvenimenti realmente accaduti, con personaggi  ed oggetti in questo caso, anche dettagliatamente descritti, che poi al lato pratico non sono altro che il frutto della fantasia del suo autore. Sta al lettore quindi saper distinguere gli uni dagli altri.

Il Pettirosso 11‘Il Pettirosso’ non è il primo romanzo scritto da Jo Nesbo, ma è quello che per primo è stato tradotto e pubblicato in italiano. Lo scrittore, anche a proposito del titolo, gioca abilmente con la legittima curiosità del lettore. Si scopre infatti ad un certo punto che è un epiteto affibbiato ad un importante personaggio all’interno della vicenda narrata, ma nonostante l’autore afferma di averne spiegata la ragione, in realtà non sembra così chiara ed il minuto uccellino è tirato in ballo anche durante un dialogo fra i due poliziotti Ellen e Harry, di evidente natura metaforica pur riferendosi alle reali abitudini di questo animale in Norvegia: ‘…Il novanta per cento dei pettirossi migra verso sud, ma alcuni si affidano alla sorte e rimangono qui… sperano che l’inverno sia mite. Può andare bene, ma se sbagliano muoiono. Allora – viene da chiedersi – perché non vanno verso sud se è in gioco la loro vita? Quelli che restano lo fanno solo per pigrizia?… Il punto è che se l’inverno sarà mite potranno scegliere i luoghi migliori per la nidificazione prima che gli altri ritornino… Questo è un rischio calcolato… Può essere un successo o un fiasco totale. Rischiare o non rischiare… Se decidi di rischiare può darsi che una notte tu cada da un ramo congelato e non ti scongeli prima della primavera. Se sei un vigliacco può darsi che, quando torni, tu non riesca ad accoppiarti. Sono gli eterni problemi che affrontiamo nella vita...’.

O forse la spiegazione sta nella provocatoria considerazione che Ellen rivolge ad Harry per scuoterlo e sgravarlo dai rimorsi che lo tormentano dopo aver ferito gravemente un agente dei servizi segreti americani, un secondo prima che arrivasse l’informativa che quell’uomo armato dentro il casello dell’autostrada non era un terrorista: ‘…c’è sempre qualcuno che finisce nei guai, Harry, qualcuno che non se la cava. È così e basta, non è colpa di nessuno. Lo sai che ogni anno il sessanta per cento dell’intera razza dei passeri muore? Il sessanta per cento…‘. L’aspetto curioso della faccenda è che Harry a seguito di questo imbarazzante episodio è stato addirittura promosso al grado di commissario e nonostante i suoi tentativi di resistenza è stato conseguentemente spostato ad un’altra sezione per evitare che qualche media possa a risalire a lui: ‘…sapevi che, negli ultimi venti anni, nessun presidente americano ha portato a termine il suo mandato senza che venissero scoperti almeno dieci attentati? E che i cospiratori sono stati tutti arrestati senza che i mass media lo venissero a sapere? Nessuno ci guadagna qualcosa quando viene reso pubblico un tentato omicidio contro un capo di stato, Harry. Specialmente se, in teoria, avrebbe potuto avere successo. Gli attentati hanno la tendenza a diventare contagiosi…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)   Continua a leggere

06/06/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ’17 Ragazze’

17 RAGAZZE

17 RagazzeTitolo Originale: 17 Filles

Nazione: Francia

Anno:  2011

Genere:  Drammatico

Durata: 90’  Regia: Delphine e Muriel Coulin

Cast: Louise Grinberg (Camille), Roxane Duran (Florence), Esther Garrel (Flavie), Yara Pilartz (Clémentine), Solène Rigot (Mathilde), Juliette Darche (Julia), Noémie Lvovsky (Infermiera), Florence Thomassin (Madre di Camille), Carlo Brandt (Preside), Frédéric Noaille (Florian), Arthur Verret (Tom)

TRAMA: Camille ha solo 16 anni quando resta incinta a causa di un preservativo bucato. Anziché disperarsi, come accadrebbe alla gran parte delle ragazze della sua età, oppure cercare il modo più sbrigativo per evitare la prematura maternità, decide invece di proseguirla, ignorando l’ostilità della madre che la considera un’incosciente e troppo giovane per assumersi una responsabilità del genere. Le sue compagne di scuola sono incuriosite e stupite per il suo coraggio. Camille è infatti convinta che la sua scelta rappresenta un’azione di riscatto dalla scialba routine di Lorient, una cittadina della Bretagna ed una forma di ribellione rispetto al mondo degli adulti che le appare insignificante e senza prospettive per il suo futuro, oltreché una liberazione dalle regole e dalle costrizioni dei genitori e delle autorità, cui deve sottostare di solito una minorenne. La sua coetanea Florence, non particolarmente simpatica a lei ed al gruppo delle sue amiche, per farsi accettare le confida di essere rimasta incinta a sua volta e ciò permette a Camille di non sentirsi più sola nella sua condizione e di riuscire a convincere le altre sue compagne a farsi coinvolgere in un bizzarro progetto di gruppo per destabilizzare i rapporti con i loro genitori e più in senso lato con le istituzioni scolastiche ed assistenziali della loro città. Nel giro di poco tempo, una dopo l’altra, altre quindici ragazze restano incinta, mantenendo segreta l’identità dei giovani che hanno contribuito a concretizzare i loro propositi e si coalizzano, come se si trattasse di costituire una nuova forma di società tutta al femminile, in grado di sostituirsi a quella frustrante e repressiva, a loro dire, che hanno subito sino a quel momento. Le reazioni dei genitori sono di stupore, incomprensione e rabbia nei riguardi delle figlie, così come sono reciproche le accuse rivolte ai dirigenti scolastici. Solo una ragazza del gruppo, Mathilde, ha deciso di non aderire a questa curiosa iniziativa, pur restando vicina alle sue compagne, alcune delle quali sono talmente acerbe, come Clémentine, che ha dovuto persino pagare un ragazzo per convincerlo ad accettare di metterla incinta. Con il passare del tempo però, le prime ecografie ed il volume della pancia che aumenta, s’innescano ansie e paure nelle ragazze coinvolte che aumentano conseguentemente. Florence in realtà ha solo finto di essere incinta e quando viene scoperta, le sue compagne deluse e sdegnate l’allontanano senza tanti complimenti. Clémentine è quella che rischia di più a detta dei medici, a causa della sua minuta struttura fisica. Flavie invece, dopo aver temuto che il suo bimbo in grembo avesse qualche problema, si tranquillizza dopo i risultati delle analisi, ma è per Camille che la conclusione è ben diversa da quella che sperava.

VALUTAZIONE: una commedia dallo stile tipicamente francese, non particolarmente riuscita in questo caso, specie per quanto riguarda i ruoli destinati agli adulti. Il maggiore interesse è rappresentato proprio dalla particolarità del caso. Globalmente brave le adolescenti protagoniste nei rispettivi ruoli. Un’opera con un retro gusto di contestazione d’altri tempi, che però resta fine a se stessa, come le coccinelle che all’inizio del film si dirigono in massa verso il mare per una destinazione che sembra priva di logica.                                                                                                                                                                                                    

Lo spettatore meno addentro alle storie narrate al cinema sarà portato a pensare ad un’altra bizzarria escogitata per stupire il pubblico ad ogni costo, come se le case produttrici non sapessero più cosa inventarsi. Diciassette adolescenti che restano incinte contemporaneamente: ma dai, non esiste proprio!

Ed invece, spulciando la cronaca e le note del film stesso si viene a sapere che si tratta di una vicenda realmente avvenuta nel 2008, non in Francia, a Lorient nella regione della Bretagna dov’è ambientato il film delle sorelle Delphine e Muriel Coulin, bensì in USA nello stato del Massachusetts, più precisamente fra le ragazze di 15 e 16 anni di un liceo di Glouchester, le quali strinsero un curioso patto per diventare madri più o meno allo stesso tempo, senza rivelare ad alcuno il nome dei ragazzi che le ‘aiutarono’, per così dire, a concretizzare il loro progetto. Altrimenti si sarebbe dovuto supporre un’improvvisa quanto misteriosa epidemia all’origine del virale concepimento fra le giovani, senza spingersi addirittura ad immaginare un intervento divino su scala esponenziale, dopo quello, unico e certamente straordinario per le persone di fede, che si è verificato 2015 anni fa…

Un episodio, quello delle diciassette ragazze, che ha provocato discussioni a non finire fra pediatri, sessuologi, psicologi, educatori, tutti quanti increduli di fronte al fatto che le giovanissime avessero deciso deliberatamente di diventare madri ed allo stesso tempo, in così giovane età, senza badare alle conseguenze ed alle responsabilità derivanti dalla loro azione. Non si è trattato quindi di un anomalo numero d’incidenti di percorso, per così dire, persino statisticamente poco credibile, o una spiacevole conseguenza derivante dall’inesperienza di alcune adolescenti alle prime armi in materia di sesso. Anzi, il sesso come richiamo della natura, sempre per rimanere in metafora, in questa storia c’entra poco, come dichiararono le stesse protagoniste, se non per considerarlo il mezzo oggettivo per arrivare allo scopo.

17 Ragazze 18È stato insomma un modo eclatante ed inusuale, inevitabilmente destinato ad innescare la grancassa mediatica, per affermare la contrapposizione e la distanza che le giovani hanno voluto assumere dai genitori, con i quali evidentemente non avevano stabilito un buon feeling (‘…avrò qualcuno da amare e che mi vorrà veramente bene. Avrò solo 16 anni più di lui e ci capiremo…‘), oppure dalla scuola che non è riuscita a coinvolgerle ed interessarle. Se non addirittura dalle regole stabilite dalla società più in generale, cui non si17 Ragazze 05 riconoscevano e dalla quale esse cercavano perciò di smarcarsi, utilizzando come strumento il proprio corpo, visto che Madre Natura aveva da poco dato loro la possibilità di poter generare e da questa consapevolezza, a seguito di una casuale maternità, è nata l’idea di mettere in atto una tale ed inconsueta sfida.

Vista da questa prospettiva, la questione ha persino una sua pertinenza, condivisibile o meno che sia dal punto di vista sociologico, ma per verificare se ha corrisposto alle loro aspettative nella pratica, bisognerebbe chiedere oggi a quelle stesse ragazze, oramai madri da sette anni se, potendo tornare indietro, sarebbero ancora disposte a ripeterla nuovamente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

27/05/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Locke’

LOCKE

LockeTitolo Originale: idem

 Nazione: GBR

Anno:  2013

Genere:  Dramma Psicologico

Durata: 84’  Regia: Steven Knight

Cast: Tom Hardy (Ivan Locke), Ruth Wilson (Katrina), Olivia Colman (Bethan), Andrew Scott (Donal), Tom Holland (Eddie), Bill Milner (Sean), Ben Daniels (Gareth), Danny Webb (Cassidy), Silas Carson (Dott. Gullu), Alice Lowe (Sister Margaret), Lee Ross (PC Davids), Kirsty Dillon (moglie di Gareth) 

TRAMA: Ivan Locke è lo stimato capocantiere di una società di costruzioni. E’ già notte quando termina la sua giornata di lavoro in preparazione, la mattina dopo, di una imponente ed importantissima consegna di calcestruzzo. Uscito dal cantiere, come al solito si toglie gli indumenti che indossa per svolgere i suoi compiti e si prepara a tornare a casa, dove l’attendono Eddie e Sean, i suoi figli, tifosissimi come lui di una squadra di calcio, per assistere assieme in TV ad una decisiva partita. Avviato il motore dell’auto, Ivan però ha già deciso di cambiare destinazione, per recarsi in un ospedale di Londra dove sta partorendo Bethan, una donna matura, con la quale sette mesi prima, in una notte in cui era un po’ brillo, ha avuto il suo unico rapporto extraconiugale in quindici anni di matrimonio. Ivan non ha avuto un buon feeling con il padre, morto da alcuni anni e che a suo tempo l’aveva abbandonato, per cui sente come prioritario, rispetto a tutto il resto, il senso di responsabilità verso quel bambino che sta per nascere, anche se è tuttora innamorato della moglie Katrina e considera Bethan non più che alla stregua di una sconosciuta. Durante il viaggio, che dura quanto il film, lungo le autostrade e le intersezioni che lo conducono verso la meta, effettua e riceve numerose telefonate sul suo cellulare, decisive per il suo futuro. Sul lavoro, la sua decisione di non essere presente nel giorno più importante viene considerata come una sorta di tradimento. Il suo aiutante, Donal, è angosciato quando Locke gli chiede di assumersi una responsabilità così grande, seppure gli garantisce di assisterlo telefonicamente. Il capo di Locke, Gareth, invece è incredulo e furioso, e minaccia di licenziarlo, nonostante la stima e l’apprezzamento per il lavoro svolto sino a quel momento. Bethan lo chiama spesso mentre sta guidando per raggiungerla e gli esprime tutta la tensione del momento, seppure il padre del nascituro anche per lei è in pratica un estraneo. Nonostante ciò vorrebbe ugualmente che arrivasse nel minor tempo possibile. La moglie Katrina, quando Ivan le confessa la ragione per la quale non tornerà a casa quella sera, proprio quando lei stava preparando la sua cena preferita ed aveva deciso d’indossare per la prima volta la maglietta della squadra di calcio, passa nel giro di pochi secondi dall’incredulità alla dura presa di coscienza che la sconvolge al punto che il mondo sembra crollarle addosso. Ivan avrebbe voluto dirglielo prima, ma la nascita prematura ed inaspettatamente anticipata ha scombinato ogni suo proposito. Lo stesso figlio Eddie fatica ad accettare il fatto che il padre possa rinunciare alla partita e non può immaginare che abbia l’intenzione di tornare a casa solo il giorno dopo per tentare di spiegare a lui ed il fratello il peso che si portava appresso. Katrina, dopo aver superato lo choc iniziale, gli comunica che non vuole più vederlo, nonostante Locke le ribadisca il suo amore e cerchi di convincerla a rivedere la situazione assieme civilmente il giorno dopo, soffocando per una notte il suo orgoglio ferito. Per lui insomma, incalzato dalle telefonate che si susseguono ininterrottamente, si tratta di trovare in quel breve lasso di tempo le soluzioni che possono ricomporre il puzzle impazzito della sua vita, per rimediare oppure per distruggere in un sol colpo tutto ciò che di buono ha costruito sin lì.  

VALUTAZIONE: un solo protagonista, la sua auto e dialoghi che si svolgono solo in viva voce attraverso il cellulare, per un viaggio notturno nel dedalo della autostrade di Londra con l’obiettivo di raggiungere una meta che potrebbe sconvolgere in un sol colpo la sua famiglia ed una irreprensibile reputazione professionale. Un perfetto meccanismo di emotività e tensione che inchioda alla poltrona e nel giro di poco più di ottanta minuti racconta lo stravolgimento della vita di un uomo che deve fare i conti con il passato e la sua morale. Da non perdere!                                                                                                                                                                                                                                   

Mentre assistevo a ‘Locke’ mi è tornato alla memoria ‘Duel’, fulminante esordio alla regia di Steven Spielberg. Chi ha avuto modo di vedere entrambe queste opere starà chiedendosi forse dove può essere, se c’è, la relazione fra loro, oltre al fatto che in entrambe per gran parte del tempo i protagonisti sono alla guida di automobili dentro le quali compiono una sorta di monologo, seppure per ragioni e finalità completamente diverse. Sia in un caso che nell’altro però siamo davanti ad esempi di come il cinema riesce a dare il meglio di sé anche attraverso opposte modalità d’espressione e non sempre ha bisogno di chissà quali mezzi ed effetti speciali per colpire lo spettatore, quando l’ispirazione del regista è fervida come nel film in oggetto.

Steven Knight alla sua opera seconda, dopo ‘Redemption – Identità Nascoste’ (che sarà il caso di recuperare a questo punto), ma già affermato sceneggiatore fra l’altro di ‘Piccoli Affari Sporchi’ di Stephen Frears e ‘La Promessa dell’Assassino’ di David Cronenberg, ha realizzato infatti con ‘Locke’ un piccolo grande prodigio che supera il cinema stesso utilizzando in maniera inconsueta le sue risorse.

Locke 05Supponete che qualcuno vi proponga di assistere ad un film che dura poco meno di un’ora e mezzo e che si svolge praticamente per intero dentro un’automobile, con un unico protagonista che parla continuamente in viva-voce al suo cellulare oppure, rivolgendosi allo specchietto retrovisore, ad un immaginario passeggero posto sui sedili posteriori, durante un viaggio che si svolge interamente di notte lungo le tortuose arterie intorno ad una metropoli come Londra. Ed ora chiedetevi se davanti ad una prospettiva del genere sareste così tanto interessati da impegnarvi magari una serata.

Locke 10Cinema di solito è sinonimo di movimento, coinvolgimento di personaggi diversi, mutamenti di scena e di panorami, uso funzionale del montaggio, della fotografia e della musica. Niente di tutto ciò riguarda invece ‘Locke’. O per meglio dire, Justine Wright, Haris Zambarloukos e Dickon Hinchliffe fanno rispettivamente il loro egregio lavoro, non c’è dubbio, ma questo è un film che lascia il segno soprattutto per la sfida vinta dal suo autore Steven Knight grazie anche alla bravura del protagonista Tom Hardy nell’affiancarlo con la sua solitaria performance.

Locke 01Ora, provate ugualmente ad iniziare la visione di questo film e vi renderete conto, dopo non molto, che non riuscite più a distaccarvene, come avvolti fra i tentacoli di una piovra, che è in realtà la trama, nonostante il fatto che nel giro di una decina di minuti la stessa ha già dettato nella sostanza i suoi capisaldi narrativi e la cinepresa si sposta dal protagonista solo per riprendere l’auto mentre si muove lungo le strade ed il traffico di Londra, per fortuna non particolarmente intenso, come dice lo stesso guidatore più volte. Noterete infatti che le immagini riportate a corredo di questo commento si somigliano quasi tutte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

22/05/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Storia Di Una Ladra Di Libri’

STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI

Storia di una Ladra di LibriTitolo Originale: The Book Thief

 Nazione: Germania, USA

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Storico, Guerra

Durata: 129’  Regia: Brian Percival

Cast: Sophie Nélisse (Liesel Meminger), Geoffrey Rush (Hans Hubermann), Emily Watson (Rosa Hubermann), Ben Schnetzer (Max Vandenburg), Kristen Block (Frau Heinrich), Joachim Paul Assbloeck (ufficiale SS), Sandra Nedeleff (Sarah), Nico Liersch (Rudy Steiner), Levin Liar (Franz Deutscher), Barbara Auer (Ilsa Hermann), Hildegard Schroedter (Frau Becker), Rafael Garelsen (Walter Kugler), Oliver Stokowski (Alex Steiner), Carina Wiese (Barbara Steiner)

TRAMA: la Morte dice di essere particolarmente attratta dagli uomini e racconta in prima persona la storia di Liesel, un’adolescente la cui madre comunista, con l’avvento del nazismo, è espatriata illegalmente dalla Germania, obbligandola a lasciare i suoi due figli, che vanno in affido ai coniugi Hubermann ed ai quali fanno anche molto comodo i sussidi statali per il loro mantenimento. Il fratellino però non ce l’ha fatta, a causa degli stenti per il freddo e la fame, durante il viaggio di trasferimento in treno ed è morto. A conclusione della breve cerimonia di sepoltura, Liesel ha trovato sulla neve un libricino che hanno distrattamente scordato i becchini, ma anziché restituirglielo, visto che non sa leggere, invece l’ha tenuto per sé. La nuova mamma si chiama, Rosa ed è tanto severa e sgarbata (seppure è un atteggiamento di breve durata), quanto il nuovo padre Hans invece è accomodante ed ospitale. Liesel il primo giorno di scuola viene fatta oggetto di scherno, in particolare da un compagno di nome Franz, per via del suo analfabetismo e lei reagisce aggredendolo, ottenendo il rispetto degli altri e la simpatia di Rudy, un coetaneo del quale diventa amica. Hans, utilizzando proprio il libricino trovato da Liesel, inizia ad insegnarle a leggere e tanto s’appassiona la ragazzina che lo riprende daccapo più volte, nonostante l’argomento sia poco infantile e per nulla divertente. Inaspettatamente un giorno si presenta alla porta di casa Max, un ebreo il cui padre aveva salvato la vita ad Hans nel corso della prima Guerra Mondiale ed al quale aveva promesso aiuto in caso di necessità. Max viene nascosto in cantina e fra lui e Liesel in breve si cementa un grande empatia. Durante una manifestazione nazista organizzata dal borgomastro per celebrare la Gioventù Hitleriana, cui anche Liesel e Rudy sono stati chiamati a far parte, essi assistono confusi ed infine disgustati al rogo di una catasta di libri di autori ritenuti contrari ai principi nazisti. Al termine del triste rituale Liesel, credendo di passare inosservata, raccoglie un volume ancora integro e lo nasconde dentro il cappotto, accorgendosi subito dopo però che la sua iniziativa non è passata inosservata ad Ilsa, la moglie del borgomastro. Il volume è una copia de ‘L’Uomo Invisibile’ di H.G. Wells che la ragazzina legge con entusiasmo assieme ad Hans. Fra i compiti di Liesel c’è anche quello di consegnare al borgomastro i panni lavati e stirati da Rosa, la quale con i soldi ricavati ci mantiene in pratica la famiglia, dato che Hans si è rifiutato d’iscriversi al partito nazista ed è perciò disoccupato. Liesel teme di essere accusata da Ilsa, la quale invece la conduce in una sala della residenza del borgomastro all’interno della quale c’è una grande libreria, gestita amorevolmente dal figlio morto le frattempo in guerra, il quale aveva la stessa passione che mostra ora Liesel per quei libri. Tutte le volte che lei consegna il bucato, Ilsa le consente di leggere e sfogliare qualche libro, sinché se ne accorge il borgomastro che caccia Liesel e toglie il lavoro alla madre adottiva. Nel frattempo Max, nascosto nella gelida cantina, si ammala gravemente e Liesel lo assiste leggendogli i romanzi che prende comunque a prestito di nascosto entrando nella casa del borgomastro, ma quando Hans non si trattiene dall’intervenire in difesa di un vicino del quale la Gestapo ha scoperto l’origine ebrea, Max che si è ripreso nel frattempo, è costretto a fuggire. Anche perché Liesel ha dovuto ammetterne la presenza con Rudy e lo stesso Franz ha intuito qualcosa, origliando un loro dialogo. Quando poco dopo la Gestapo si è presentata a casa Hubermann, è stata per pura fortuna se Max non è stato scoperto. In realtà l’obiettivo era quello di trovare possibili rifugi per i bombardamenti degli Alleati. Le sorti della guerra non stanno andando bene ed anche Hans, nonostante non sia giovane, viene coscritto, così come era accaduto in precedenza al padre di Rudy, ma tempo dopo riescono entrambi a tornare a casa.  La storia di Liesel però è tutt’altro che conclusa con l’abbraccio commosso ad Hans poiché l’attendono prove ancora più dure di quelle che ha subito sin lì, sempre sotto lo sguardo incuriosito della Morte. 

VALUTAZIONE: dal celebre romanzo di Zusas Markus, destinato principalmente ad un pubblico giovanile, un film fruibile anche da un pubblico adulto, nel quale l’autore evidenzia l’insanabile conflitto fra libertà di pensiero e di lettura in una società totalitaria e razzista come quella nazista. La passione che Liesel sente per i libri rappresenta metaforicamente il suo attaccamento alla vita stessa, pur costretta a subire, già in tenera età, una serie di tragedie e strappi affettivi in un’epoca già per suo conto drammatica. Alcuni momenti efficaci bilanciano una sceneggiatura che a volte è un po’ troppo arrangiata.  

Il titolo del romanzo e del film che il regista Brian Percival ne ha tratto, è una bella trovata di marketing, perché indubbiamente riesce a centrare il primo obiettivo che è quello di suscitare la curiosità nel lettore e/o spettatore, ma è al tempo stesso anche astutamente ambiguo.

E’ pur vero che ad un certo punto la protagonista Liesel s’appropria di alcuni libri entrando furtivamente da una finestra nella sala della biblioteca del borgomastro; così come aveva tenuto per sé in precedenza un libretto che i becchini avevano scordato nel corso della scarna cerimonia funebre del fratellino ed anche il libro, fortunosamente risparmiato dal rogo messo in atto dai nazisti in piazza per bruciare le opere degli autori ritenuti non conformi alla loro dottrina, che la stessa ha raccolto e nascosto dentro il cappotto, sperando di non farsi scorgere da nessuno.

Storia di una ladra di libri 15Si dirà: tre indizi allora fanno una prova! Beh, nonostante ciò, sfido chiunque, semplicemente guardando la locandina del film o del libro e quello sguardo sbarazzino di Liesel fra una coppia di adulti che sembrano suoi complici, e senza conoscere in anticipo il contesto narrativo, a capire al volo che in realtà non si tratta di una ladra comunemente intesa, dato che la stessa attua le sue imprese di nascosto, per una ragione a mezza via fra la curiosità e l’istinto (a proposito dei becchini); per una voglia irrefrenabile di apprendimento e curiosità intellettuale nella libreria del borgomastro (quando la vede per la prima volta Liesel rimane letteralmente a bocca aperta, come se si fosse appena materializzato il paese dei balocchi) ed infine per un istintivo moto di rispetto e dissociazione morale nel recuperare di soppiatto il romanzo di H.G. Wells, prima che sia inghiottito dall’infame rogo, che è anche un chiaro esempio di oltraggio all’intelligenza.

Storia di una ladra di libri 03‘Storia di una ladra di libri’ è quindi in realtà una sorta di iniziazione alla crescita ed allo sviluppo di una coscienza conoscitiva e critica, le quali esaltano il diritto fondamentale all’istruzione elevando l’uomo dall’ignoranza e permettendogli di scoprire e comprendere nuovi orizzonti, sviluppando la tolleranza e la pacifica convivenza fra razze e culture diverse. La mia precedente definizione di ‘ambiguo’ quindi se è parsa come una sorta di critica nei confronti degli autori, al lato pratico non vuole esserla, perché per arrivare ad un obiettivo nobile come quello di promuovere l’affermazione della libertà di pensiero attraverso la lettura contro ogni forma di violenza e sopraffazione, è lecito utilizzare anche un artificio come questo. Ed è ancor di più accettabile, per meglio dire, considerando che l’opera scritta è stata pensata per un pubblico di lettori giovani e che la versione trasposta sullo schermo invece non è inadatta pure ad un pubblico adulto. Anzi, per quanto sia possibile, suggerisco di vedere questo film assieme ai propri figli, anche perché alcuni passaggi non sono d’immediata interpretazione per i giovanissimi (la questione ebraica, il rogo dei libri da parte dei nazisti, il significato stesso della parola ‘coscritto’, ecc.) e la presenza di un adulto può essere fondamentale per chiarirli.

Per rendere appetibile un buon proposito però non basta una cover/locandina intrigante e difatti Zusas Markus nel suo romanzo (che non ho letto) e Brian Percival nella versione cinematografica, hanno ambientato la storia all’epoca del nazismo, con inevitabili riferimenti anche a 1984 di George Orwell ed hanno affidato la narrazione fuori campo ad una figura invero molto particolare, nientemeno che la Morte in ‘persona’. La quale, nel suo continuo girovagare in cerca di nuove vittime da mietere con la sua proverbiale falce, ammette di essere rimasta particolarmente incuriosita dalla vicenda personale di Liesel, una sfortunata adolescente che rimane aggrappata alla vita, dopo aver perso più volte tutti gli affetti più cari e vicini nel corso di un tempo relativamente breve, proprio grazie alla forza ed  all’entusiasmo che le ha trasmesso prima Hans, insegnandole a leggere, pur tardivamente rispetto alla media della sua età e poi a Max che le ha mostrato come trasformare immagini e sogni in parole scritte, per poter aspirare ad un mondo molto diverso e migliore rispetto a quello che il destino le ha manifestato sino a quel momento. E’ lei stessa infatti che arriva a concludere: ‘…se la vita ti ruba qualcosa, a volte devi riprendertela…‘….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

06/05/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘I Buddenbrook. La Decadenza di una Famiglia’

I BUDDENBROOK – DECADENZA DI UNA FAMIGLIA

I Buddenbrook, la Decadenza di una Famiglia2Di Thomas Mann

Anno Edizione 2003

Pagine 718

Costo € 10,00

Traduzione Furio Jesi e Silvana Speciale Scalia

Ed. Garzanti (collana ‘I Grandi Libri’) 

TRAMA: Secolo XIX, Johann Buddenbrook è proprietario di un’azienda commerciale a Lubecca, una fiorente città della Germania del Nord, non distante dal Mar Baltico. Alla sua prematura morte gli subentra il figlio Thomas. Il fratello maggiore di quest’ultimo, Christian, si è rivelato infatti non adatto ad assumere una tale responsabilità, preferendo passare il tempo al Circolo, dove trova facili consolazioni ai suoi limiti caratteriali ed ai mali fisici, veri e presunti. L’affascinante e fiera sorella An(Toni)e, solo per non deludere il padre aveva accettato, dopo una corte serrata, di sposare il rappresentante Gruenlich di Amburgo, dal quale ha avuto la figlia Erika, sacrificando i suoi sentimenti per Morten, figlio del comandante dei piloti di Travemunde, sbocco balneare della ricca borghesia di Lubecca. Per Toni il prestigio della sua famiglia nel gotha della borghesia della città viene prima della sua felicità personale. Tuttavia il successivo fallimento del marito, che in realtà l’aveva sposata solo per avere la sua dote, l’aveva costretta a chiedere l’intervento del padre e quindi il divorzio. Thomas ha anche ereditato il ruolo di console e successivamente ha conquistato quello di senatore, superando nelle preferenze il rivale della famiglia Hagenstroem. Durante un viaggio di lavoro ad Amsterdam Thomas ha conosciuto Gerda, violinista come il padre, noto benestante, se n’è innamorato e l’ha sposata. La sorella più piccola Clara è andata invece in sposa al pastore Tiburtius di Riga, che si è dichiarato dopo aver pernottato per qualche tempo nella casa dei Buddenbrook dove vive ancora la madre Elisabeth la quale, dopo la morte del marito, s’è avvicinata alla fede con grande trasporto, dando spesso ospitalità ad uomini di chiesa. Toni, durante una vacanza a Monaco conosce il commerciante Permaneder e trovandolo simpatico, per togliere d’imbarazzo la famiglia dopo il divorzio da Gruenlich, accetta infine di sposarlo. In realtà anche questo matrimonio dura poco, perché Toni mal s’adatta allo stile di vita in Baviera ed il pretesto glielo offre il bizzarro marito qualche tempo dopo quando lo coglie, ubriaco, mentre importunava una cameriera. Il secondo divorzio la riporta a Lubecca, presso l’abitazione della madre, mentre Permaneder sorprendentemente rinuncia alla dote che aveva ricevuto sposando Toni. Thomas è all’apice della sua carriera, l’azienda di famiglia va a gonfie vele ed il matrimonio con Gerda ha contribuito ad aumentare la solidità della famiglia, grazie alla sua ricca dote. Toni consola le sue delusioni amorose partecipando attivamente alla ristrutturazione di una lussuosa villa che ha acquistato il fratello prima di partire per il lungo viaggio di nozze in Italia. Un’opera imponente e molto costosa il cui scopo è quello di sancire il primato dei Buddenboork. La successiva nascita del figlio Hanno è motivo di grande gioia per Thomas, che vede in lui l’erede destinato a prendere il suo posto quando verrà il momento. Una situazione insomma che sembra celebrare il successo di una dinastia e che rappresenta invece l’inizio del suo declino. Gli affari infatti, complice la difficile congiuntura economica conseguente la guerra fra Austria e Prussia, vanno peggiorando. La sorella Clara, di salute cagionevole, muore  nel frattempo e la madre Elisabeth acconsente a lasciare l’intera dote al marito Tiburtius senza consultare Thomas che se la prende a male. Hanno non ha passione per gli studi economici, come avrebbe voluto il padre, mostrando un carattere timido e timoroso, sensibile semmai solo alla musica, sulle orme della madre. Thomas si sente sempre più solo ed oberato di responsabilità verso le quali le forze non sono più quelle di un tempo. La morte della madre consente e costringe al tempo stesso Thomas a vendere la casa di famiglia, che attraverso un intermediario finisce nelle mani del rivale di sempre Hangenstroem. Toni si sente umiliata e non si da pace per il declino che sta subendo la sua famiglia. Thomas cerca invano conforto dapprima nella fede e poi nella filosofia di Schopenhauer, sinché viene stroncato, poco più che quarantenne, da un ictus. Hanno stesso scompare poco dopo, ancora adolescente, a causa del tifo. Rimangono in pratica solo le donne: Gerda, Toni, la figlia Erika, a sua volta divorziata dopo uno sfortunato matrimonio ed alle quali non resta che rassegnarsi alla fine di un’epoca.             

VALUTAZIONE: lo straordinario affresco dell’ascesa e decadenza di una dinastia, di natura autobiografica e di sorprendente modernità persino nello stile della prosa, che è valso a Thomas Mann il premio Nobel nel 1929. Un romanzo di grande respiro, imprescindibile ed inaspettatamente agile e sciolto dal punto di vista narrativo.                                                                                                                                

Di solito quando si guarda ad un romanzo definito come un ‘classico’, istintivamente si prova un po’ di soggezione, prudenza o, peggio ancora, rifiuto. Anche quando il proponimento è quello di leggerlo, prima o poi, nonostante il presunto impegno necessario, le scuse per continuare a riporlo in libreria assieme al buon proposito sovente hanno la meglio, preferendo dedicarsi ad altro, magari più soft, attuale e di breve durata. In alcuni casi però questa scelta di comodo si rivela un madornale errore di valutazione, sia perché può succedere che l’alternativa non si dimostra della qualità supposta, ma soprattutto perché in tal modo si perde l’occasione di leggere un romanzo che poi, al lato pratico, si palesa tutt’altro che insormontabile e complicato da affrontare, seguire e comprendere. 

I Buddenbrook 07Stava per succedere la stessa cosa anche a me, davanti ad uno dei classici più noti della letteratura del novecento, cioè ‘I Buddenbrook – Decadenza di una Famiglia’ di Thomas Mann che conservavo da tempo nella mia personale lista dei libri da leggere, senza trovare mai il momento giusto per aprirlo. Superata l’iniziale diffidenza invece, la sorpresa è stata quella di ritrovarmi immerso in una storia intrigante ed universale, anche se è ambientata nella seconda metà del XIX secolo, narrativamente scorrevole e per nulla difficile da seguire. Come tutte le opere che sono considerate nel loro genere un termine di riferimento, anche questa la si può affrontare e poi analizzare da molteplici punti di vista. Per comprenderla ed apprezzarla non c’è bisogno però di essere lettori dotati di un particolare bagaglio culturale, seppure questi ultimi sono favoriti dal fatto che vi possono comunque cogliere, nei vari strati dei quali è composta oltre a quello di più immediata interpretazione, numerosi spunti di approfondimento di natura psicologica, filosofica e sociologica.

I Buddenbrook 14D’accordo, potrà obiettare a questo punto chi volesse comunque continuare ad eccepire: sarà pure un’opera di grande respiro ma di sicuro superata dal punto di vista dell’epoca di riferimento e dei contenuti, oltreché scoraggiante per il numero delle pagine e il prevedibile numero di descrizioni e di riflessioni che possono appesantire il ritmo del racconto. Niente di tutto ciò invece, perché la prosa di Thomas Mann è talmente piacevole e coinvolgente in questo caso, che le pagine scorrono fluide, nonostante l’ampiezza e la profondità delle argomentazioni, per chi vuole ed è in grado di coglierle. 

E dire che personalmente non posso concedermi, se non raramente ahimé, lunghe sessioni di lettura (a volte, con un po’ d’invidia, leggo di lettori o lettrici che consumano un romanzo nel corso di una giornata o addirittura una nottata…) e spesso nel mio caso si tratta invece di brevi momenti, prima di coricarmi oppure di quella mezzora circa di viaggio in treno per andare e tornare dal lavoro, fra il vociare delle persone intorno (dalle quali, quando non ne faccio parte anch’io, cerco comunque di isolarmi mentre leggo, ascoltando musica di sottofondo con gli auricolari). Stiamo parlando quindi di condizioni oggettive semmai ancora più difficili per la necessaria concentrazione, eppure nonostante ciò il piacere di riprendere e continuare la lettura de ‘I Buddenbrook’ non è mai mancato.

I Buddenbrook 08Si tratta di un romanzo in buona misura autobiografico e seppure il personaggio di Thomas, per associazione con il nome, fa immediatamente presumere trattarsi dello stesso scrittore tedesco, in realtà lui pare si sia semmai identificato nel figlio Hanno. Curiosità vuole che il romanzo, ideato durante un soggiorno a Roma dell’autore e la sua famiglia, è stato pubblicato per la prima volta nel 1901, quando Mann aveva 26 anni, diviso in due volumi, in una costosa edizione che è andata miseramente invenduta.  L’editore allora decise di ripubblicarla in una sola edizione economica e divenne immediatamente un ‘best sellers’ (ciò dovrebbe suggerire qualcosa agli editori che spesso si lamentano per le scarse vendite delle prime pubblicazioni, persino di autori che vanno per la maggiore, con prezzi che non di rado superano i venti euro…)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

30/04/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘In Time’

IN TIME

In TimeTitolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno:  2011

Genere:  Fantascienza, Azione

Durata: 109’  Regia: Andrew Niccol

Cast: Justin Timberlake (Will Salas), Amanda Seyfried (Sylvia Weis), Cillian Murphy (Raymond Leon), Vincent Kartheiser (Philippe Weis), Matt Bomer (Henry Hamilton), Johnny Galecki (Borel), Olivia Wilde (Rachel Salas), Alex Pettyfer (Fortis), Elena Satine (Jasmine), Yaya DaCosta (Greta), Rachel Roberts (Carrera)

TRAMA: Nel futuro del XXII secolo la durata della vita non è più affidata al destino ma è pilotata geneticamente. Al compimento del venticinquesimo anno si attiva un orologio, visibile sottopelle nell’avambraccio, che innesca un conto alla rovescia. Dopo dodici mesi esatti, se la persona non è in grado di procurarsi una ricarica di altro tempo, cessa di vivere. In caso contrario la stessa continua a vivere ma non invecchia e mantiene per tutto il resto della vita lo stesso aspetto fisico. Il tempo quindi vale più del denaro ed è utilizzato per pagare qualsiasi transazione. I ricchi ne accumulano ben oltre le loro necessità reali, acquistando in pratica l’immortalità, mentre i poveri muoiono senza pietà all’azzeramento del fatidico orologio. Will Salas vive nella zona chiamata ‘il ghetto’ con la madre cinquantenne, anche se ne dimostra appunto la metà e lavora presso la fabbrica che produce i macchinari attraverso i quali si effettuano le ricariche del tempo. Una sera incontra in un bar un uomo di nome Henry Hamilton, deciso a sperperare il proprio tempo, ovvero ben 116 anni di vita e l’aiuta a fuggire quando viene aggredito da una banda di balordi al comando di un criminale senza scrupoli di nome Fortis. Inseguiti, i due riescono a far perdere le tracce nascondendosi dentro un palazzo in disuso, ma il mattino dopo al risveglio Will non trova accanto a sé Henry e scopre che il suo orologio vitale è stato caricato di tutti i suoi anni. Nel tornare a casa regala dieci anni all’amico Borel, ma non riesce a raggiungere per solo pochi secondi la madre Rachel, che gli muore fra le braccia, poiché ha perso troppo tempo per tornare a casa a piedi dal lavoro, non avendo abbastanza tempo da spendere per pagare il biglietto del bus, il cui costo è stato aumentato d’improvviso dalle autorità. Will allora decide di andare a North Greenwich dove vivono i ricchi, ma sulle sue tracce c’è Raymond Leon, un ‘guardiano del tempo’ che ha trovato Henry privo di vita ed è convinto che Will l’abbia ucciso per appropriarsi illegalmente dei suoi anni. Will vince al tavolo del poker di una casa da gioco ben 900 anni di vita al banchiere del tempo Philippe Weis ed accetta l’invito di quest’ultimo per partecipare alla festa che terrà presso la sua sontuosa villa il giorno successivo, con la promessa di concedergli una rivincita. In realtà Will è rimasto anche affascinato ed incuriosito da Sylvia, la figlia di Weis. Raggiunta la destinazione a bordo di una potente auto sportiva che ha acquistato allo scopo, Will riesce a far colpo su Sylvia e dopo averle mostrato come trasgredire le ferree regole del padre, concedendosi per la prima volta un bagno notturno sul mare di fronte alla villa, viene raggiunto da Raymond, il quale lo arresta e gli confisca il tempo regalato da Henry. Will però riesce a fuggire, prendendo come ostaggio Sylvia. Inizia un inseguimento a bordo della sua potente auto sportiva, grazie alla quale riesce a far perdere le sue tracce, ma in seguito per una banale distrazione l’auto finisce fuori strada e mentre Will e Sylvia giacciono svenuti sono raggiunti dalla banda di Fortis che gli ruba quasi tutto il tempo restante. Quando i due si riprendono, Sylvia prova sulla sua stessa pelle il ricatto quotidiano cui sono sottoposte le persone comuni per via del tempo vitale e si unisce a Will, contro il suo stesso padre, per intraprendere una lotta di liberazione dagli sviluppi incerti e dai numerosi colpi di scena.        

VALUTAZIONE: il film di Andrew Niccol è una metafora in forma fantascientifica del ricatto che l’uomo subisce per via del denaro, del tempo o qualsiasi forma di condizionamento ad opera di chi mira a monopolizzare il potere per fini di ricchezza, affermazione ed egoismo. L’idea alla base del titolo è brillante e rappresenta il valore aggiunto ad una storia che altrimenti sarebbe di piacevole ma routinaria suspance, con evidenti riferimenti ai classici del genere di appartenenza.                                                                                                                                                                                                                                            

 Ho poco tempo. Non ho tempo per capire come sia successo, ma funziona cosi. Siamo geneticamente progettati per smettere di invecchiare a venticinque anni. Il problema? È che viviamo solo un altro anno… se non guadagniamo altro tempo. Il tempo è la valuta in corso. Lo guadagniamo e lo spendiamo. I ricchi possono vivere per sempre, invece noi no. Voglio solo svegliarmi senza che il tempo mi sfugga dalle mani…‘. A parlare è il protagonista, interpretato dalla star e showman Justin Timberlake.

In Time 02Il noto detto ‘il tempo è denaro‘ trova perciò in questo film di Andrew Niccol un’applicazione letterale, che appare ancor di più appropriata se si ribaltano i termini, ovvero ‘il denaro è il tempo‘. Nell’ipotetica città dell’anno 2169 nella quale è ambientata l’opera del regista neozelandese, il quale ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura, la moneta corrente infatti non è più quella che noi siamo soliti usare, bensì appunto il tempo che ognuno possiede e che gli resta da vivere dopo aver compiuto il venticinquesimo anno cui segue l’automatica attivazione, sottopelle in un avambraccio, di un orologio che inizia il conto alla rovescia della durata di un altro anno ancora.

In Time 03Quest’ultimo lasso di tempo a disposizione può risultare breve o lungo a seconda della quantità che ogni persona riesce ad assicurarsene nel mentre. Se il tempo è un valore trascurabile per Sylvia Weis, anzi da quando è nata non sa neppure di che si tratta, dato che suo padre Philippe è un ricchissimo banchiere il quale può permettersi persino di giocare a poker e scialacquare con indifferenza interi secoli di vita, è invece drammaticamente limitato per Will che vive in una sorta di ghetto dove ogni giorno lotta strenuamente per procurarsi spiccioli di tempo per poter sopravvivere. E come lui si trova nella stessa situazione la maggior parte della popolazione della città, il cui tempo vitale è lo strumento usato come retribuzione, peraltro modesta, ricevuta per l’attività lavorativa svolta in fabbrica.

In Time 05I più prudenti e parsimoniosi riescono a conservarne una quantità meno angosciante, grazie ad una oculata gestione del capitale temporale, per così dire, stando attenti a non farselo rubare dai criminali come Fortis e la sua banda che girano per la città in cerca di prede. I più coraggiosi e spregiudicati invece s’arrangiano in qualche modo, specie con attività illegali. In ogni caso, esaurito il target alla scadenza della data fatidica, o comunque anche in seguito, se malauguratamente il display dell’orologio s’azzera completamente, scatta la morte istantanea.

In Time 16Chiunque quindi conosce già, non solo la durata minima della sua vita, ma anche quanto tempo presumibilmente gli resta ancora, dopo: per la maggioranza si tratta spesso solo di pochi minuti, ore o giorni; per l’esigua élite dei più ricchi invece è come se avessero acquisito di fatto l’immortalità, possedendo riserve di tempo a dismisura. E c’è di più, ma questo vale per tutti indistintamente: nessuno invecchia fisicamente una volta raggiunto il venticinquesimo anno d’età. E’ quindi consuetudine che genitori e figli sembrino coetanei, come ad esempio la madre del protagonista rispetto a Will…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

15/03/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The New World – Il Nuovo Mondo’

THE NEW WORLD – IL NUOVO MONDO

The New World - Il Nuovo MondoTitolo Originale: The New World

Nazione: USA

Anno:  2005

Genere:  Dramma Storico Sentimentale

Durata: 150’  Regia: Terrence Malick

Cast: Colin Farrell (Capitano John Smith), Q’orianka Kilcher (Pocahontas), Christian Bale (John Rolfe), Christopher Plummer (Capitano Christopher Newport), Ben Chaplin (Jehu Robinson), David Thewlis (Capitano Edward Wingfield), August Schellenberg (Powhatan), Wes Studi (Opechancanough), Raoul Trujillo (Tomocomo), John Savage (Savage), Jonathan Pryce (Re Giacomo I)

TRAMA: Sono passati più di cento anni dacché Cristoforo Colombo ha scoperto il continente americano e gli inglesi, nel tentativo di trovare un passaggio per arrivare sino alle Indie, giungono con tre navi davanti alle coste dell’odierno stato della Virginia. Ad osservarli con meraviglia e sospetto, al riparo della vegetazione, c’è una tribù d’indigeni. Il capitano John Smith, incatenato per punizione in una delle navi, viene inviato dal comandante Newport in esplorazione, offrendogli in tal modo l’opportunità di riconquistare la sua fiducia. Smith si ritrova ben presto a contatto di un ambiente rigoglioso ma sconosciuto e denso d’incognite nel quale la pesante armatura che indossa è soltanto d’ostacolo, così che è gioco facile per gli indigeni farlo prigioniero. A salvarlo dalla condanna a morte decisa dal consiglio dei capi, interviene Pocahontas, figlia del re Powhatan. Nasce quindi una simpatia fra John e la principessa che diventa l’incontro di due diverse culture che si confrontano e cercano di comprendersi vicendevolmente. Smith ha così l’opportunità di apprezzare l’organizzazione societaria della tribù, la quale vive in armonia, senza egoismi e prevaricazioni fra i suoi componenti. Grazie alla fiducia che si conquista, dopo un po’ di tempo gli viene concesso di tornare nel villaggio che gli inglesi hanno costruito nel frattempo, dove il comandante Newport ha lasciato un nutrito gruppo di uomini con l’intenzione, la primavera successiva, di tornare dall’Inghilterra con un carico di provviste ed altri coloni destinati a fermarsi stabilmente in quella regione. Considerato un disertore, dopo la lunga assenza, Smith deve imporsi con coraggio e personalità per riprendere il comando del forte, così come aveva deciso che fosse il comandante prima di partire. I suoi uomini però non sono preparati a sopravvivere in un territorio sconosciuto ed il rigido inverno che arriva ben presto sarebbe letale per tutti loro se Pocahontas non si presentasse un giorno al forte accompagnata da alcuni indigeni con un carico di cibo e pelli per proteggersi dal freddo. Il re Powhatan però vuole impedire che i nuovi arrivati si stabiliscano a lungo nel suo territorio ed inteso che non hanno intenzione di andarsene, decide di attaccare il forte ma Smith viene informato in anticipo da Pocahontas e così riesce a rintuzzare efficacemente l’aggressione. Non solo, in seguito la reazione degli inglesi li spinge sino al villaggio degli indigeni dove provocano morte e distruzione. Powhatan allora ripudia la figlia, che successivamente viene barattata con gli inglesi da alcuni mercanti privi di scrupoli per un tegame di rame. Smith, nel frattempo caduto nuovamente in disgrazia ed esautorato dal comando, non ha però alcuna intenzione di continuare la relazione con la giovane e cogliendo l’occasione che il re lo vuole di ritorno in Inghilterra per assegnargli una nuova missione esplorativa, lascia detto di dare ad intendere a Pocahontas, qualche tempo dopo, che la nave sulla quale viaggiava è affondata e lui è morto. Il che sprofonda la ragazza, già provata per l’esilio, in uno stato di profondo dolore e cupa depressione, nonostante gli uomini del forte la rispettino e le donne che sono giunte nel frattempo al seguito del comandante Newport cerchino in tutti i modi di consolarla, vestendola persino con i loro abiti ed insegnandole a leggere e scrivere. Fra gli ultimi uomini giunti c’è anche un ricco vedovo, John Rolfe, il quale dopo aver osservato per un po’ l’inconsolabile disperazione di Pocahontas, l’avvicina ed inizia a frequentarla sempre più assiduamente, nonostante lei si mostra a lungo passiva, ma piano piano riesce a conquistare la sua fiducia sino a convincerla di sposarlo, anche se lei non gli nasconde che non prova per lui lo stesso trasporto che sentiva per Smith. Il loro matrimonio funziona però, arricchito persino dalla nascita di un figlio, sinché arriva dall’Inghilterra l’invito nientemeno che della regina, moglie di Re Giacomo I, la quale è venuta a conoscenza della storia di Pocahontas ed ha fatto sapere che vorrebbe conoscerla. Una volta giunti in Inghilterra, Pocahontas riceve però anche la visita del capitano Smith…         

VALUTAZIONE: un film fuori dagli schemi, nello stile tipico di Terrence Malick, di natura filosofica e caratterizzato da una profonda spiritualità naturalistica. Malick punta a coinvolgere lo spettatore in un viaggio metafisico ed in un confronto di civiltà nel quale curiosamente prevale, per convivenza pacifica ed equilibrio, quella apparentemente più debole ed arretrata, sia nell’organizzazione societaria che nel rapporto con la natura intorno. Anche per queste ragioni non è un film destinato a chi cerca soltanto storie d’azione ed il divertimento fine a se stesso.                                                                                                                                                                                                                       

Un film di Terrence Malick non è mai banale; si può discutere, accusarlo di pretenziosità, utopia, ermetismo, lentezza e via di aggettivi, ma scontato proprio no. Sette opere in quarantadue anni di regia testimoniano la natura di un autore non certamente votato alla mercificazione del cinema, lontano mille miglia ad esempio da quei filoni basati sullo sfruttamento sino allo sfinimento di un personaggio o un argomento che ha incontrato inizialmente il favore del pubblico, cui segue di solito una serie di episodi simili, che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno più nulla da dire e da dare.

The New WorldA questa tentazione, che poco ha a che vedere con l’affermazione della cosiddetta ‘settima arte’ (a proposito, per chi se lo fosse dimenticato, le precedenti sei sono: architettura, musica, pittura, scultura, poesia e danza), spesso non riescono a sottrarsi neppure alcuni nomi di prestigio del panorama hollywoodiano ed internazionale in genere, per ragioni naturalmente di mera cassetta. E non mi riferisco solo ai cine-panettoni ma anche ad opere più ambiziose e di più ampio respiro, come si dice in questi casi, come, ‘Alien’, ‘Indiana Jones’, ‘Guerre Stellari’, ‘Star Trek’ o ‘Amici miei’, ad esempio. Per carità, in alcuni casi si tratta comunque di grande cinema, ma ideologicamente siamo agli antipodi rispetto a quello proposto da Malick. Il che comunque non esclude obbligatoriamente uno agli altri nelle scelte del pubblico.

The New World 26‘The New World’ è stato girato sette anni dopo ‘La Sottile Linea Rossa’, il quale rappresenta la personalissima visione di Malick sulla guerra, cui sono seguite, dopo altri sei anni, tre opere in sequenza più ravvicinata, come se il regista americano avesse sviluppato e mantenuto in un più lungo periodo di tempo l’ispirazione che aveva invece centellinato in precedenza. Di queste ultime personalmente sinora ho avuto modo di apprezzare solo ‘The Three of Life’, altro film tutt’altro che facile, ma d’innegabile e notevole fascino e del quale ‘The New World’ per certi versi anticipa alcuni temi filosofici.

The New World 07Diciamo, a scanso d’equivoci, che l’opera in oggetto è ambiziosa ma solo parzialmente riuscita ed è curioso come la produzione abbia provato, a partire dalle locandine distribuite nei vari paesi, a suscitare nel pubblico un’impressione sostanzialmente distorta rispetto alla sua reale natura. Molto probabilmente ciò è dovuto al tentativo di rendere più appetibile un film che non ci vuole poi molto a scoprire che è tutt’altra cosa rispetto a ciò che lasciano invece trasparire le locandine proposte.

Mi ha incuriosito quindi ricercare in Internet alcune di queste ultime distribuite nei vari paesi e vi ho trovato una curiosa analogia fra loro, proprio nel senso di voler rimarcare il lato spettacolare del film, a scapito dei contenuti ideologici e metafisici che invece costituiscono presumibilmente le ragioni principali che hanno spinto Malick a realizzarlo. Sia chiaro, le sequenze di lotta e guerriglia fra gli inglesi ed i nativi per la conquista o la salvaguardia del territorio, a seconda delle rispettive posizioni, non mancano nel corso della trama ed il regista americano non esita a mostrarcele in tutta la loro crudezza, con riprese che spesso avvengono, camera alla mano, proprio in mezzo ai contendenti. D’indubbio effetto spettacolare quindi, ma da qui a farle diventare la ragion d’essere, ce ne corre ovviamente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

24/02/2015 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Il Cardellino’

IL CARDELLINO

Il CardellinoDi Donna Tartt

Anno Edizione 2014

Pagine 892

Costo € 20,00

Traduttore Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

Ed. Rizzoli (collana ‘Scala Stranieri’)

 

TRAMA: New York, Theo ha 13 anni ed è al Metropolitan Museum assieme alla mamma, grande estimatrice dei pittori fiamminghi di Delft, in particolare Carel Fabritius, allievo di Rembrandt. ‘Il Cardellino’ è una delle sue pochissime opere sopravvissute nel 1654 all’esplosione di un magazzino di polvere da sparo che uccise, assieme a molti altri, lo stesso pittore. Theo è molto legato alla madre specie da quando il padre, un uomo poco affidabile, se n’è andato. Ha da poco incrociato lo sguardo con una coetanea accompagnata da un anziano signore, la madre si è nel frattempo momentaneamente allontanata, che un attacco terrorista provoca lo scoppio di una bomba stravolgendo il destino di Theo e dei molti visitatori intorno a lui. Non appena si riprende dai terribili effetti dell’esplosione si rende conto di essere l’unico fortunato sopravvissuto assieme ad un anziano signore vicino a lui, il quale versa però in condizioni disperate. Nei pochi attimi che gli restano, quest’ultimo spinge Theo a portare in salvo il prezioso dipinto di Fabritius rimasto miracolosamente illeso e gli affida un anello ed un indirizzo. Uscito a fatica dal museo in una gran confusione di sirene e squadre di soccorso, Theo torna a casa dove spera di ritrovare la madre. E’ un’attesa vana però che si conclude con una telefonata dei Servizi Sociali che gli comunicano la terribile verità. Fa appena in tempo a nascondere il prezioso dipinto quando gli stessi lo raggiungono con l’intento di affidarlo a dei lontani e riluttanti parenti, mentre hanno attivato anche le ricerche per ritrovare il padre. Nel mentre si offrono di ospitare Theo i genitori di un suo compagno di scuola, Andy Barbour e nei giorni successivi, pur ossessionato dal ricordo e dall’assenza della madre, ritrova a fatica in quella famiglia scampoli della serenità perduta. Un giorno Theo decide di restituire l’anello che gli ha affidato l’anziano che è spirato fra le sue braccia e si spinge sino all’indirizzo che gli aveva indicato, dove ad accoglierlo trova un vecchio antiquario, Hobie ed anche la ragazzina, di nome Pippa, che aveva scorto poco prima dell’esplosione, la quale è rimasta a sua volta ferita seriamente. In più occasioni Theo torna in quella casa dove impara molte particolarità del lavoro artigianale di Hobie e trascorre parecchi momenti in compagnia della ragazzina. Quando s’illude di poter essere adottato dai Barbour, spunta suo padre assieme alla sua nuova estemporanea compagna Xandra, per condurlo con loro a Las Vegas. Theo riesce a nascondere il quadro fra il suo bagaglio senza che il padre sospetti nulla. Quest’ultimo sembra meglio disposto nei suoi confronti che in passato, ma conduce comunque una vita sregolata, scommettendo forte sugli eventi sportivi. Tornato a scuola, Theo conosce un ragazzo cosmopolita di nome Boris, d’origine ucraina, con il quale instaura un legame profondo. I due, lasciati spesso soli dai genitori, vivono d’espedienti, fra stupefacenti e furtarelli nei negozi, sinché il padre di Theo, braccato da alcuni tizi ai quali deve dei soldi, muore in un incidente d’auto durante un tentativo di fuga. Theo, temendo di finire un’altra volta nelle mani dei Servizi Sociali, decide di fuggire e tornare da solo a New York, affrontando un viaggio avventuroso in pullman. Lì ritrova una città diversa da quella che ricordava ma Hobie è ancora disposto ad ospitarlo. Messo al sicuro il prezioso quadro de ‘Il Cardellino’, che rappresenta l’ultimo legame con l’amata madre, seppure Theo è ossessionato dal timore di essere scoperto, s’appassiona al lavoro del vecchio antiquario diventando nel tempo il suo collaboratore, anzi assumendo su di sé tutti gli ambiti commerciali del negozio. Un casuale incontro con Platt, il fratello di Andy, annegato nel frattempo assieme al padre, lo porta a frequentare ancora casa Barbour e ad avere una relazione con la figlia minore Kitsey che ridesta dall’apatia sua madre e potrebbe concludersi addirittura con il matrimonio, nonostante Theo sia innamorato sin dalla più tenera età di Pippa. Quest’ultima però lo ha sempre considerato non più che un amico. Sinché torna a farsi vivo improvvisamente Boris, rivelandogli qualcosa di sconvolgente e la loro amicizia prende una piega inaspettata che porta i due amici sino ad Amsterdam, che è poi il prologo stesso del romanzo e dove il puzzle narrativo si ricompone e conclude. 

VALUTAZIONE: terzo romanzo, torrenziale, di una scrittrice di culto, la quale ne pubblica uno ogni dieci anni. Novecento pagine circa sviluppate in una serie di filoni narrativi ad accompagnare il complicato processo di crescita di un ragazzino. Oppure, partendo dal momento in cui è diventato adulto, una sorta di ‘ricerca del tempo perduto’ narrata in terza persona. Si apprezza la cura dedicata dall’autrice ad ogni singolo dettaglio del racconto, con lunghe pagine descrittive che al tempo stesso però a volte ne appesantiscono la fluidità. C’è anche un certo disallineamento stilistico allorché il romanzo nel finale prende un’inaspettata piega di stampo giallo-thriller.                                                                                                                                                                                                                                                      

Donna Tartt è un curioso personaggio della narrativa contemporanea. Cinquantenne americana, ha pubblicato sinora tre soli romanzi. Il primo, ‘Dio di Illusioni’, ha riscosso un consenso unanime; il secondo, ‘Il Piccolo Amico’, non ha confermato le attese ed il terzo è appunto ‘Il Cardellino’, cui è stato assegnato il Premio Pulitzer per la letteratura lo scorso anno ed ha già venduto alcuni milioni di copie.

Il Cardellino 001Questo breve elenco si potrebbe considerare la bibliografia in divenire di una scrittrice di successo, non dissimile però da altre, se non fosse che la Tartt ha pubblicato le sue tre opere a distanza di ben dieci anni una dall’altra ed intende procedere allo stesso modo anche in futuro. Il che certamente ed in parte contribuisce a creare attorno a lei, in abbinamento ovviamente ad un innegabile talento, anche un’aura di mistero e d’aspettativa fuori dalla norma, cui non si è sottratta neppure con quest’ultimo romanzo.

Il Cardellino 002Le dimensioni del tomo, la cover formale, elegante ed enigmatica al tempo stesso, sommata alla foto seriosa dell’autrice nella terza di copertina, contribuiscono decisamente ad incutere un certo rispetto al lettore che lo sfoglia per la prima volta. Il peso conseguente le quasi novecento pagine poi, non lascia dubbi sul fatto che si tratta di un romanzo ambizioso e narrativamente complesso che spiega, seppure solo in parte, la lunga gestazione. Ulteriore conferma del suo successo commerciale viene dalle quindici edizioni stampate, per citare solo la traduzione nella nostra lingua, alla data del luglio scorso, come riportano le stesse note di prefazione, a testimonianza di un consenso che è andato oltre le stesse aspettative della casa editrice. Naturalmente quelle appena citate sono informazioni di natura editoriale, estetica e statistica ma vedremo come il racconto stesso le giustifica e le supporta.

Il Cardellino 012Narrativamente parlando, la storia di Theo Dekker, che è il personaggio protagonista e narrante in terza persona, si può idealmente dividere in cinque parti, ognuna coincidente con i profondi cambiamenti nella vita di questo ragazzo, che iniziamo a conoscere quando ha solo tredici anni e ne seguiamo gli eventi sino al superamento della maggiore età. Ho letto da qualche parte che la casa editrice aveva sconsigliato alla Tartt di raccontare la sua storia con un io narrante maschio perché alle scrittrici non porta granché fortuna, ma evidentemente l’autrice originaria del Mississippi è esente anche da queste iettature. 

In realtà nelle prime pagine del libro Theo è una persona oramai adulta, che si trova nella camera di un hotel ad Amsterdam dalla quale, per circostanze che si chiariscono nel significato e nei particolari soltanto nel finale e per riempire il tempo d’attesa al fine di chiudere alcuni decisivi sviluppi all’origine di quell’improvviso viaggio nella terra dei tulipani e dei pittori della scuola di Delft, ripensa alle vicende della sua vita che l’hanno condotto sin lì, partendo da quell’episodio di cruda attualità. Un atto terroristico, avvenuto niente meno che dentro il Metropolitan Museum di New York e nel corso del quale ha perso l’amatissima madre: (‘…è successo a New York, il 10 aprile di quattordici anni fa. La mia mano esita di fronte a questa data, devo costringermi a scriverla, imporre alla penna di continuare a scorrere sul foglio. Era un giorno come tanti, ma da allora buca il calendario come un chiodo arrugginito…‘)… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

27/01/2015 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento