Diritti e Modalità d’Uso del Materiale Pubblicato

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I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblico i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, utile anche e me stesso per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                Cliccando qui di seguito sul bottone ‘CONTINUA A LEGGERE‘ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio.

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I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblico i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per meglio comprendere il contesto ed il quadro generale delle opere.                 Cliccando qui di seguito su ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio. 

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Le Mie Foto

In questa sezione pubblico alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso, quelli dove risiedo e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblico i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più curiosità e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, anche la personalità e la tecnica dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero di riempirla sempre più. 

Cliccando qui di seguito sul bottone ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure sul link relativo alla lista, è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico di autore e di titolo ed al commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il bottone InvioContinua a leggere…

Foto: ‘Due Giorni a Ravenna’

Ravenna # Basilica di Sant’Apollinare in Classe

Tutte le foto presenti nella galleria dedicata a Ravenna, comprese quelle riportate come esempio in questo stesso articolo, sono visibili nella sezione Fotografia dedicata alle varie città d’Italia ed al di fuori che ho avuto l’opportunità di visitare negli ultimi anni, accessibili cliccando QUI

Lasciata Ferrara, la relativa vicinanza rendeva ghiotta l’occasione per spendere altri due giorni e completare una bella accoppiata con Ravenna e difatti mia moglie ed io non ce la siamo fatta scappare. Il meteo oltretutto indicava un cauto ottimismo ed in effetti tutto è andato per il meglio, temperatura a parte, che è rimasta bella fresca, specie in prima mattina ed in serata, ma per il turista è certamente più indicata del caldo torrido. 

Ravenna # Basilica di San Giovanni Evangelista

Ravenna è celebre per gli storici mosaici che si ritrovano in ogni luogo, simbolo stesso della città, che sono utilizzati persino nelle targhe delle vie ed allo stesso modo di Ferrara, anche nel suo caso il centro storico è racchiuso in uno spazio limitato, perfettamente percorribile a piedi senza essere degli atleti allenati. Solo due mete sono un po’ più distanti, in particolare la Basilica di Santo Apollinare in Classe e così abbiamo deciso di andarci in mattinata direttamente in auto, provenienti da Ferrara e Molinella, prim’ancora di raggiungere l’hotel prenotato in centro. E sin dal momento in cui si entra nella Basilica si ha un impatto impressionante sulla bellezza e sulla maestosità dei mosaici policromi.

Ravenna # Mausoleo di Galla Placidia – Mosaici

I principali monumenti s’incontrano in un facile percorso nel centro storico. Dalla basilica di Santo Apollinare Nuovo, alla Cappella di Sant’Andrea, alla Basilica di San Vitale ed al Mausoleo di Galla Placidia, al Battistero degli Ariani, la tomba di Dante Alighieri antistante la Basilica di San Francesco. E se vi intrigano le particolarità, la Domus dei Tappeti di Pietra, una sorta di città sotterranea tappezzata di mosaici, manco a dirlo, posta a tre metri sotto il livello stradale e venuta alla luce durante gli scavi di un privato cittadino che voleva ricavarne un box, credo che risponda perfettamente allo scopo. 

Anche a Ravenna abbondano le biciclette ed il centro storico è per gran parte pedonale. I piatti tipici sono analoghi a quelli di Ferrara.

Cliccando su una qualsiasi delle foto presenti nella galleria, accessibile anche cliccando QUI, è possibile vederle in un formato ingrandito e scorrerle in avanti ed indietro le stesse usando i tasti freccia del PC. Avvicinando il mouse ad ogni singola foto è visibile il titolo che le ho dato, per informazione sul luogo ed il soggetto. Buona visione…

Foto: ‘Due Giorni a Ferrara’

Ferrara # Castello Estense, parziale

Sfidando l’inclemenza del meteo di questo maggio 2019 vestito da novembre, mia moglie ed io siamo andati a visitare Ferrara com’era nostra intenzione già da molto tempo. È andata meglio di quello che temevamo ed a parte una temperatura non proprio primaverile, la pioggia ci ha quasi del tutto risparmiati e ci siamo così goduti la città estense. Nella quale si respira ancora un’atmosfera medioevale, stretti fra il castello estense, le basiliche, la piazza della cattedrale, le vie del ghetto ebraico e quella delle volte, naturalmente senza che manchi nulla dei servizi del nostro tempo.

Il centro storico di Ferrara ha le dimensioni giuste per essere percorso a piedi da un capo all’altro (fermo restando che, per definizione, la vita del turista è durissima…), dove sono locate le maggiori perle artistiche di una delle città che a buon diritto fa parte dei gioielli del corposo patrimonio del nostro paese. Buona parte dello stesso centro storico è pedonale e ciclistico, perché una cosa diventa subito evidente a Ferrara: il numero fuori dal comune delle biciclette e la destrezza di chi le sa guidare passando persino a zig zag fra i pedoni. Suggerisco caldamente, nel visitare il castello estense, di aggregarsi ad un gruppo con la guida e di seguire, grazie all’auricolare collegato ad un piccolo ricevitore che viene distribuito ad ognuno, la descrizione storica e delle varie sale ed opere presenti nel castello che altrimenti potrebbero risultare, alcune almeno, prive di significato. Il racconto è molto piacevole ed interessante.  

Ferrara # Via delle Volte

Ovviamente non abbiamo perso l’occasione di assaggiare le golosità tipiche del posto: dai cappellacci ripieni di zucca, al pasticcio ferrarese, alla salama da sugo, ai garganelli, il salame zia ferrarese, la torta tenerina ed ovviamente la piadina nelle sue numerose varianti. Senza saperlo prima della partenza, ci siamo ritrovati anche nel mezzo della sfilata di un numero infinito di Ferrari e Mercedes in occasioni della Mille Miglia con partenza proprio dalla storica piazza Trento e Trieste.

La galleria fotografica cui è possibile accedere cliccando QUI, oltre alle tre immagini riportate in questo articolo, per quanto dettagliata rispetto al tempo limitato a disposizione, non rende comunque giustizia per intero alla bellezza della città. Peccato che la Cattedrale di San Giorgio abbia la splendida facciata imbragata dai ponteggi ed è coperta quasi del tutto da un lungo drappo che ne riporta l’immagine stampata, così come l’interno della stessa Cattedrale è interdetto al pubblico a causa dei danni riportati in occasione del terremoto del 2012. Lo stesso vale per Palazzo Schifanoia, altro pezzo da novanta della città, ma anche con questi limiti, le restanti opere d’arte sono più che sufficienti per soddisfare il

Ferrara # Lato Cattedrale su Piazza Trento e Trieste

palato più esigente del turista ed appassionato d’arte. Quando torneranno ad essere nuovamente agibili questi due capolavori, ci sarà una buona ragione per ritornare a Ferrara…

Tutte le foto presenti nella galleria dedicata a Ferrara nella sezione Fotografia a sua volta riservata alle varie città d’Italia ed anche fuori dal nostro paese che ho avuto l’opportunità di visitare negli ultimi anni, riportano la descrizione del luogo e, laddove possibile, anche qualche dettaglio, così che il lettore possa eventualmente approfondirne le informazioni per suo conto con una ricerca facilitata in Internet. 

Cliccando su una qualsiasi delle foto presenti nella galleria, accessibile anche cliccando QUI, è possibile vederle in un formato ingrandito e scorrere in avanti ed indietro le stesse usando i tasti freccia del PC. Avvicinando il mouse ad ogni singola foto è visibile il titolo che le ho dato, per informazione sul luogo ed il soggetto. Buona visione…

Film: ‘Piuma’

PIUMA

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia

Anno: 2016

Genere: Commedia

Durata: 98’ Regia: Roan Johnson

Cast: Luigi Fedele (Ferro), Blu Yoshimi (Cate), Michela Cescon (Carla Pardini), Sergio Pierattini (Franco Pardini), Francesco Colella (Alfredo), Francesca Antonelli (Rita), Brando Pacitto (Marco), Clara Alonso (Consuelo), Bruno Squeglia (Paolo), Francesca Turrini (Stella), Massimo Reale (Leo), Bruno Squeglia (Nonno Lino)

TRAMA: Ferro e Cate l’hanno combinata grossa: l’anno della maturità lei è rimasta incinta. Cate è figlia di Alfredo, un uomo che s’arrabatta da sempre senz’arte né parte e convive con Rita. La madre di Cate, rumena, l’ha già piantato da tempo e se n’è tornata nel suo paese. Ferro è un ragazzo sensibile e un po’ guascone. Ne ha combinate già un bel po’, per la disperazione del padre Franco e l’indulgenza della madre Carla. Nonostante l’imminente responsabilità che, per loro stessa ammissione, non sono preparati a gestire; senza soldi e senza una casa, Cate e Ferro non rinunciano comunque a progettare di portare a termine la maternità e assieme ad alcuni loro compagni d’iniziare una vacanza in Spagna e Marocco, appena concluso l’esame di maturità. La giovane coppia, molto affiatata, ha rinunciato subito a soluzioni estreme come l’aborto, una minaccia del quale però si verifica proprio nel momento in cui Cate sta per entrare nell’aula davanti alla commissione per l’esame orale. Il ginecologo le prescrive assoluto riposo ed esclude la possibilità del viaggio con i loro compagni, che partono quindi senza di loro. Trovata una temporanea sistemazione nella casa del nonno materno di Ferro, che sta proprio sopra quella dei genitori, sono costretti a dare alloggio anche al padre di Cate, cacciato da Rita dopo l’ennesimo fallimento sul lavoro e per i soldi persi nelle scommesse ai cavalli. Al ritorno dei compagni dal viaggio, Ferro va con l’auto del padre a prendere all’aeroporto l’amico Marco, timido e titubante alla partenza ma tornato trasformato, in compagnia di alcuni giovani stranieri, fra i quali un’argentina che subito lascia capire a Ferro di essere sin troppo disinibita e disponibile. Lui, per resistere alla tentazione, dopo aver telefonato invano a Cate che non l’ha sentito avendo le cuffie alle orecchie, chiede ospitalità a Stella, una cugina adulta, esperta a suo dire di chinesiterapia che è stata chiamata da Franco per aiutare il nonno Lino a recuperare l’uso delle gambe conseguente ad un malore. Complici il fumo di alcune canne e le pareti della stanza disseminate di fotografie osé di Stella, finisce per andarci a letto. Al ritorno a casa, Cate capisce che Ferro l’ha tradita ed ha una reazione rabbiosa accusandolo d’aver iniziato troppo presto a mentirle. Un mese dopo anche Stella risulta incinta e Ferro, disperato, si confida, di nascosto a Cate ed alla madre, con il padre Franco, sempre più insofferente per la situazione familiare che lo ha portato addirittura alle soglie della separazione dalla moglie Carla, quando invece sognava, una volta in pensione, di poter vendere la casa di Roma e tornare serenamente all’amata e natia Toscana. Ferro si rinfranca un po’ quando incontra Stella e lo mette al corrente di aver rinunciato alla maternità, ma Cate, oramai rassegnata dalla situazione precaria a non poter crescere come vorrebbe alla nascitura, alla quale hanno deciso di dare il nome Piuma, gli propone di darla in affido. Il giorno in cui si devono recare dall’avvocato per avviare le pratiche, ci sono tutti nel furgonato del padre di Ferro: lui, la madre, Cate, suo padre Alfredo e persino il nonno Lino. Durante il viaggio sentono il commovente messaggio audio che ha inciso Ferro per Piuma che lei dovrebbe ascoltare quando sarà grande abbastanza da capire. Si rendono conto però che sarà difficile che ciò possa accadere; per giunta il nome scelto da loro probabilmente sarà cambiato dai nuovi genitori e non potranno neppure sceglierli, come avrebbero voluto. Ferro non regge all’evidenza di una realtà che non aveva immaginato così dura e rischiando di provocare un incidente, costringe il padre di Cate, che era alla guida, ad accostare finendo la corsa con un po’ di paura su un prato. Una volta scesi, rassicurati da Cate sulle sue condizioni e dopo uno sguardo d’intesa fra lei e Ferro, rinunciano al proposito di dare in affido Piuma. Anche i loro genitori ed il nonno sono d’accordo stavolta, quindi tornano tutti a casa ed il futuro sarà quel che sarà.   

VALUTAZIONE: un’opera tutto sommato fresca e simpatica, che permette di ridere spesso alle battute in romanesco e in accento toscano dei protagonisti ed alle situazioni paradossali che comunque, fra il serio ed il faceto, trattano temi importanti come la maternità prematura, l’affido, genitori irresponsabili e/o egoisti, giovani ancora impreparati alle grandi scelte della vita ma comunque coraggiosi ad affrontare la sfida, vada come vada. Il tutto comunque in un clima di leggerezza, come la piuma del titolo appunto, con un regista italiano dal nome straniero per via del padre, un’attrice italiana con il nome di un filosofo buddista e maturi caratteristi nostrani che sanno rendere al meglio i rispettivi personaggi. Non è tutto oro che luccica, naturalmente, ma i pregi sono superiori ai difetti ed il film ispira ottimismo e speranza in un futuro meno precario, per quanto ancora tutto da costruire.   

Piuma‘ lo avevo già visto tempo fa ma non ne avevo scritto perché in quel momento non avevo avuto purtroppo il tempo per farlo, però mi ero riproposto di rimediare in seguito. Mi è ricapitato recentemente e l’ho iniziato, così, tanto per rivederne solo alcuni momenti e rinfrescarmi la memoria. Mi sono ritrovato invece ad andare sino in fondo, pur conoscendone già gli sviluppi e persino ricordandone, prima ancora che le pronunciassero i protagonisti, alcune fra le battute più divertenti, nonostante al centro ci siano alcune questioni invero piuttosto serie. Il che non significa per nulla che sia un film superficiale, ruffiano, o che punti a risolvere tutto, appunto, con qualche facezia divertente e ad effetto.

Altrimenti tutto un filone storico cinematografico, non solo italiano, andrebbe rivisto con una severità di giudizio che non merita assolutamente. Anzi, vedi la recensione ultima del film ‘Il Cielo Può Attendere‘ di Ernst Lubitsch (clicca sul titolo se vuoi leggerla), il regista di origine tedesca ma emigrato in USA, con elegante spirito trasgressivo trattava con il suo celebre ‘tocco’ temi molto seri e profondi, come l’infedeltà coniugale e addirittura il giudizio dopo la morte, dimostrando che ci sono stati e ci sono autori che hanno fondato e costruiscono tuttora la loro brillante carriera sulla dissacrazione, l’ironia ed il sarcasmo, realizzando comunque opere di grande qualità, contenuti, per il massimo gradimento del grande pubblico.  

Il regista Roan Johnson, italiano nonostante le apparenze, essendo figlio di un inglese e di una donna di Matera, ma cresciuto a Pisa, dove si è laureato e poi a Roma dove si è specializzato nel cinema, in questa sua quarta prova dietro la macchina da presa non si pone di certo, sia chiaro, al pari di certi autori che hanno fatto la storia del cinema e legittimati a parlare di questioni serie, anche provocatorie, con leggerezza e raffinatezza, come il già citato Ernst Lubitsch (ma la lista sarebbe lunga, scorrendola a volo d’angelo fra alcuni dei nomi più prestigiosi: da George Cukor a Charlie Chaplin, da Vittorio De Sica ad Alfred Hitchcok, da Billy Wilder a Woody Allen, ecc. ecc…). Johnson disegna comunque il quadro non banale – per quanto in chiave di commedia a sfondo sociale che vuole essere spiritosa senza rinunciare a fornire anche spunti di riflessione, gradevole quindi ma non banale – di uno spaccato familiare forse meno singolare di quel che possa sembrare ad un primo sguardo distratto e di un’età dei giovani nella quale la demarcazione fra senso di responsabilità ed incoscienza si misura alla stregua della pressione di un dito sul filo della lama di un rasoio, cioè basta spingere appena un po’ per farsi male.

Nonostante ciò, chi si trovasse a leggere la trama del film descritta qui sopra, prim’ancora di questo mio commento, potrebbe facilmente dedurre che si tratta di una commedia molto seria ed impegnata, come si diceva forse un tempo, incentrata su argomenti spinosi ed attuali che vedono coinvolti due giovani. In effetti in parte è proprio così, ma sin dalle prime sequenze ‘Piuma‘ s’arrischia però a mostrare toni tutt’altro che grevi e pessimisti. Sopratutto evita d’inoltrarsi in analisi sociologiche che molto probabilmente non sarebbe poi stata capace di reggere sino in fondo. Eppure i due giovani maturandi, Cate (probabile diminutivo di Caterina) e Ferro (diminutivo di Ferruccio), sembrano più legati ed affiatati fra loro che i rispettivi genitori, come se fossero assieme da molti anni e si conoscessero quindi molto più a fondo di quello che la loro età, a dire il vero, lascerebbe presumere.

Di certo si trovano in una situazione difficile, da quando Cate ha scoperto di essere rimasta incinta e fra i due è lei ad essere più preoccupata, guardando alle oggettive difficoltà che si prospettano davanti a loro, così giovani, senza lavoro, senza una loro casa, senza soldi, mentre Ferro, avventato ma positivo al limite della superficialità, non sembra di essere spaventato per l’inaspettato ed impegnativo evento, al contrario dei suoi genitori, in particolare il padre. Cate vive con il genitore naturale e la sua compagna in una situazione economica a dir poco precaria. Malgrado ciò, la sceneggiatura scritta a otto mani da Roan Johnson, Ottavia Madeddu, Carlotta Massimi e Davide Lantieri, ha trovato il modo più ironico possibile per descrivere in poche ma ficcanti parole la figura di Alfredo, cioè il padre di Cate, il quale vive d’espedienti, con poca dignità e poco impegno. La figlia, con una battuta fulminante, forse la più azzeccata del film, lo rimprovera di fronte all’ultima di una lunga serie di prove di scarsa serietà e senso di responsabilità, quasi che le parti fra loro, nonostante tutto, fossero invertite: ‘…sei l’unico italiano che è riuscito a farsi lasciare da una rumena!…‘.

Ecco, lo stile di ‘Piuma‘ si può riassumere in questa boutade, che detta così sembra quasi un’irrispettosa cattiveria, della quale ci sarebbe ben poco da ridere, se fosse estrapolata dal contesto nel quale viene proferita, ma che invece s’incastra perfettamente nel clima sospeso fra il serio ed il faceto che caratterizzano la trama e le situazioni del film di Roan Johnson. La figura del padre di Ferro non è meno paradigmatica al riguardo. Pur essendo, la famiglia Pardini, ben più salda ed anche economicamente più stabile di quella di Cate (il cui cognome non mi pare venga mai citato), Franco è spesso esilarante nei suoi atteggiamenti ed esternazioni sconfortate con la tipica calata toscana, regione dalla quale proviene, anche se da trentanni s’è trasferito a Roma. Le sue reazioni disperanti, nelle quali qualcuno potrà forse riconoscersi e rendersi conto, a metà fra un sorriso ed un po’ d’imbarazzo, quanto appaiono risibili, espresse in quel modo così colorito e rassegnato. Soprattutto se poi ogni evento negativo viene preso come se fosse l’effetto della malasorte, di un dispetto alla sua persona (Franco dice persino al figlio Ferro ad un certo punto che se lo vuole morto, basta dirlo e lui provvede da sé) o una punizione del cielo e non il risultato di un atteggiamento egoistico e di un mancato dialogo, per quanto tardivo, difficile e complesso, fra padre e figlio. Così che gli viene facile, a Franco, rovesciare tutte le colpe all’atteggiamento troppo indulgente nei confronti del figlio, a suo dire, della moglie Carla, la quale dimostra a più riprese di avere le idee più chiare e propositive del marito… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Musica: ‘Stand Up’ e ‘Aqualung’

JETHRO TULL

Stand Up – Aqualung

Anno: 1969-1972

Genere: Rock, Rock Progressive, Folk Rock

Etichetta: Reprise Record (‘Stand Up’) e Chrysalis (‘Aqualung’)

Nazione: GBR

  • Stand Up – Lato A
    • A New Day Yesterday – 4’10
    • Jeffrey Goes to Leicester Square – 2’12
    • Bourée – Johann Sebastian Bach, Ian Anderson – 3’46
    • Back to the Family – 3’48
    • Look Into the Sun – 4’20
  • Stand Up – Lato B
    • Nothing Is Easy – 4’25
    • Fat Man – 2’52
    • We Used to Know – 3’59
    • Reasons for Waiting – 4′05
    • For a Thousand Mothers – 4’13
  • Aqualung – Lato A
    • Aqualung – 6’31
    • Cross-Eyed Mary – 4’06
    • Cheap Day Return – 1’21
    • Mother Goose – 3’51
    • Wond’ring Aloud – 1’53
    • Up To Me – 3’14
  • Aqualung– Lato B
    • My God – 7’08
    • Hymn 43 – 3’14
    • Slipstream – 1’13
    • Locomotive Breath – 4’23
    • Wind Up – 6’01

Band: 

  • Ian Anderson – Voce, Flauto Traverso, Chitarra Folk, Pianoforte, Organo Hammond, Mandolino e Balalaica
  • Martin Barre – Chitarra Elettrica e Flauto (solo ‘Stand Up’)
  • Glenn Cornick (solo ‘ Stand Up’) – Basso e Voce
  • Clive Bunker – Batteria e Percussioni
  • John Evan ( solo ‘Aqualung) – Pianoforte, Organo e Mellotron
  • Jeffrey Hammond (solo ‘Aqualung’) – Basso, Flauto dolce e Voce

VALUTAZIONE: uno dei gruppi più importanti ed originali del panorama progressive degli anni ’70, con influenze di varie correnti musicali, cui contribuisce l’uso inusitato del flauto traverso da parte del loro leader carismatico Ian Anderson. I due album presi in considerazione sono fra i più significativi in assoluto della loro discografia e dell’ambito storico di riferimento, in particolare ‘Aqualung’ che è un capolavoro. Si tratta comunque di due opere armoniosamente compiute nell’assieme dei brani, alcuni dei quali sono diventati dei classici del genere di appartenenza. 

In uno dei periodi più fertili ed innovativi della musica moderna, ovvero gli anni ’70, un gruppo come Jethro Tull si distingueva dagli altri innanzitutto per un’evidente anomalia. Il loro leader, Ian Anderson, non suonava come strumento principale la chitarra elettrica e nemmeno le tastiere o la batteria, ma uno abitualmente utilizzato in generi molto diversi dal progressive e che oltretutto aveva imparato a suonare da autodidatta, cioè il flauto traverso. Si racconta un aneddoto al riguardo: sua figlia aveva iniziato a studiare lo stesso strumento a scuola e, osservando il padre, l’aveva rimproverato per la postura sbagliata che assumeva mentre suonava, così che Ian, punto nell’orgoglio, si mise finalmente a studiarlo seriamente.

Anche la scelta del nome Jethro Tull è particolare rispetto a quello di altre band famose dello stesso periodo, come King Crimson, Genesis, Pink Floyd, gli stessi Beatles e Rolling Stones. Non ha infatti un significato astratto o allegorico ma, come riporta Wikipedia, è un omaggio dedicato all’omonimo ‘…agronomo e inventore inglese, pioniere della moderna agricoltura e inventore, nel 1701, della prima seminatrice meccanica…‘, vissuto a cavallo fra il XVII e XVIII secolo.

I due album presi a riferimento sono usciti rispettivamente nel 1969 e nel 1971 ma la brillante carriera dei Jethro Tull è proseguita anche per molti anni a venire, senza più toccare però, a mio avviso, i vertici di queste due opere. L’eccezione è forse ‘Thick as a Brick‘ del 1972, che è un’unica suite divisa in due parti (perché all’epoca la facciata di un disco in vinile non poteva contenere brani di durata superiore ai venti-ventidue minuti), la quale include a sua volta numerosi momenti di notevole livello compositivo. Negli album a seguire si trovano comunque singoli brani sparsi qua e là, assolutamente di grande presa e qualità, ma prerogativa dei due oggetto di questa recensione è l’equilibrio e la varietà delle singole tracce, nessuna delle quali si può definire un riempitivo. Anzi, alcune di esse sono diventate nel tempo dei classici, che qualunque amante del genere di riferimento è in grado di riconoscere al volo.

Pur essendo Jethro Tull un gruppo che ha calcato a lungo le scene del panorama musicale, ricomposto anche recentemente – ma come molti altri esempi analoghi, a mio modo di vedere solo per fini piuttosto evidenti e tristi di mera natura commerciale, non avendo più nulla da dire dal punto di vista compositivo – non sono stati molti i componenti che si sono succeduti al suo interno, rispetto a quelli iniziali. Segno di una continuità piuttosto inusuale nel tormentato panorama dello show business con il quale, al di là della loro creatività e persino delle tematiche libertarie e contestatrici, tipiche di quegli anni, che esprimevano nei testi, dovevano comunque fare i conti. Negli stessi ‘Stand Up‘ e ‘Aqualung‘, come si può vedere dalla lista dei componenti la band, se si esclude il cambio al basso fra Glenn Cornick e Jeffrey Hammond ed in ‘Aqualung‘ l’ingresso di John Evan alle tastiere, per il resto i nomi sono rimasti gli stessi. Ed anche a seguire, quelli che sono subentrati si contano poco più che sulle dita di una mano, pur essendo da quasi cinquant’anni sulle scene musicali.

Com’è noto il valore di un gruppo non si misura soltanto dalla bravura tecnica dei suoi componenti, se è vero che spesso i cosiddetti ‘session men’ si rivelano più bravi da quel punto di vista di alcuni componenti ufficiali di gruppi anche molto noti, quanto semmai dalla qualità della loro produzione musicale e dalla tenuta nel tempo delle loro composizioni. Jethro Tull da questo lato è una band che è invecchiata bene, per così dire, perché le loro opere ancora a distanza di così tanti anni reggono tranquillamente l’usura, se così si può definire, sia dal punto di vista della melodia, che degli arrangiamenti e persino da quello strettamente tecnico.  

Seppure la loro appartenenza al genere progressive è incontestabile, sono varie le influenze musicali che sono presenti in molti dei loro brani, abilmente mescolate e coesistenti fra loro: dal folk, al pop, al rock, al jazz e persino alla musica classica. Pochi altri gruppi possono essere paragonati a loro sotto questo aspetto. Si pensi ad esempio che uno dei loro brani più noti, grazie soprattutto al ruolo del flauto traverso di Ian Anderson, cioè ‘Bourée‘, è un libero adattamento tratto dalla ‘Suite per liuto n.ro 1 BWV 996′ di Johann Sebastian Bach. (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Il Cielo Può Attendere – 1943′ (Ernst Lubitsch)

IL CIELO PUO’ ATTENDERE

Titolo Originale: Heaven Can Wait

Nazione: USA

Anno: 1943

Genere: Commedia

Durata: 112’ Regia: Ernst Lubitsch

Cast: Gene Tierney (Martha Strabel Van Cleve), Don Ameche (Enrico Van Cleve), Charles Coburn (Hugo Van Cleve), Marjorie Main (Signora Strable), Laird Cregar (Sua Eccellenza), Spring Byington (Bertha Van Cleve), Allyn Joslyn (Alberto Van Cleve), Eugene Pallette (E.F. Strabel), Signe Hasso (Mademoiselle), Louis Calhern (Randolfo Van Cleve), Helene Reynolds (Peggy Nash), Aubrey Mather (James), Tod Andrews – con il nome Michael Ames (Jack Van Cleve), Clarence Muse (Gianni), Florence Bates (Edna Craig), Scotty Beckett (Henry Van Cleve a 9 anni), Dickie Moore (Henry Van Cleve a 15 anni), Nino Pipitone Jr. (Jack Van Cleve da Bambino), Tod Andrews (Jack Van Cleve da adulto), Clara Blandick (Nonna Van Cleve), Leonard Carey (Flogdell), Claire Du Brey (Miss Ralston), Maureen Roden-Ryan (Bediliah)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Sua Eccellenza: ‘…Quand’è successo, signor Van Cleve?…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Lunedì. Sono morto esattamente alle nove e trentasei di sera…‘.
Sua Eccellenza: ‘…Spero che non abbia sofferto molto…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Oh no, no, niente affatto. Avevo finito la cena…‘.
Sua Eccellenza: ‘…Gustosa, spero…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Oh, eccellente, eccellente, tutto quello che il dottore mi aveva proibito, e poi… ebbene, in poche parole mi sono addormentato senza che me ne accorgessi. Quando mi svegliai c’erano tutti i miei parenti che parlavano a bassa voce, facendo solo apprezzamenti favorevoli sul mio conto. E allora capii d’essere morto…‘.
Sua Eccellenza: ‘…Spero che le esequie siano state di suo gradimento…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Sì, hanno tutti pianto di gusto, quindi credo che si siano tutti divertiti….‘.

Gli appassionati di cinema, magari non proprio dell’ultima generazione, dovrebbero conoscere il significato del cosiddetto ‘Lubitsch’s touch‘, che è un mix di elegante irriverenza, raffinatezza, ironia, trasgressione ed allusione, anche di natura sessuale (seppure siamo nel 1943), ma garbata e mai volgare. In due parole lo stile inconfondibile di questo grande regista, deceduto prematuramente quattro anni dopo aver girato questo film, a soli 57 anni. Mi piace pensare che sia stato accolto con la stessa cortesia e benevolenza, caso mai gli fosse toccato a sua volta l’obbligo di presentarsi, cappello in mano e con la stessa pacata rassegnazione, di fronte a ‘Sua Eccellenza’.

Il Cielo Può Attendere‘ (a proposito, il film è interamente visibile su Youtube, cliccando sull’immagine riportata qui sotto) appartiene all’ultima fase della carriera americana di Ernst Lubitsch, nato e vissuto in Germania sino ai trent’anni, apprezzato regista già agli inizi degli anni ’20, sul quale hanno finito per posare gli occhi le Major’s di Hollywood, al pari di altri registi tedeschi di talento come, per esempio (la lista completa sarebbe piuttosto lunga), Fritz Lang, Billy Wilder, Friedrich Wilhelm Murnau, Otto Preminger e Fred Zinnemann. Pur essendo di razza ebraica e quindi destinato in patria di lì a breve ad un futuro problematico, per usare un eufemismo, per sua fortuna Lubitsch già nel 1922 era emigrato negli Stati Uniti su invito della celebre attrice Mary Pickford e non è più tornato indietro. A Hollywood ha continuato a sfornare film che hanno reso luminosa la sua carriera, consentendogli di dirigere dive del cinema del calibro della connazionale Marlene Dietrich, a sua volta attratta dalle sirene hollywoodiane, Carole Lombard, Gene Tierney, protagonista del film in oggetto e Greta Garbo, a proposito della quale si disse che Lubitsch fu l’unico regista capace di farla sorridere in un film, cioè ‘Ninotchka‘.

Se non si può dire con certezza che ‘Il Cielo Può Attendere‘ sia il film più significativo della filmografia di Lubitsch, sicuramente ne conferma la classe cristallina. ‘Vogliamo Vivere!‘, ‘Scrivimi Fermo Posta‘, ‘Mancia Competente‘ ed il già citato ‘Ninotchka‘ sono alcune delle altre opere più apprezzate e note della sua corposa filmografia dopo il trasferimento oltreoceano. Come costante del suo stile, anche in questo caso, i dialoghi e non soltanto le situazioni nel corso della trama, hanno un ruolo fondamentale nel giustificare la fama del ‘tocco’ di questo grande regista.

Il Cielo Può Attendere‘ è anche il primo film a colori di Lubitsch ed è tratto da una commedia teatrale di Leslie Bush-Fekete intitolata ‘Birthday’. Il titolo nostrano diverge da quello originale che cita esplicitamente il paradiso, ‘Heaven Can Wait‘, perché di questo film in realtà esistono due distinti finali, che cambiano radicalmente il senso della storia: uno piaceva al regista, l’altro alla produzione. Indovinate chi l’ha spuntata? Questa versione presenta appunto il finale voluto da quest’ultima, quello ‘politically correct‘, per intenderci.  

A parte ciò, Ernst Lubitsch era un abilissimo narratore ed intrattenitore, capace di catturare lo spettatore passando con disinvoltura da momenti di elegante, svenevole ed ironico romanticismo, ad altri d’irresistibile e sottile sarcasmo. Ai primi appartiene ad esempio la scena in cui Enrico Van Cleve nota per strada una bellissima donna, la segue sin dentro una libreria e con un mix di audacia e galanteria, dopo aver simulato di essere impiegato in quel negozio ed aver cercato, andando contro l’interesse della stessa proprietà, di dissuaderla dall’acquistare un libro su come far felice il proprio marito – perché secondo lui proprio non aveva bisogno di aiuti in merito – si libera di quel falso ruolo e le rivela: ‘…Io non sono un commesso, non sono impiegato qui. Mi è bastato vedervi e vi ho seguito. Se foste andata al ristorante sarei diventato cameriere, se foste entrata in un edificio in fiamme sarei diventato pompiere, se aveste preso l’ascensore l’avrei fermato tra un piano e l’altro per tutta la vita…‘.

Ai secondi invece si può senz’altro attribuire la sequenza nella quale avviene l’incontro fra il nonno Hugo Van Cleve ed il borioso magnate E.F. Strabel nell’abitazione di famiglia, in occasione della festa del ventiseiesimo compleanno di Enrico durante la quale Alberto ha l’intenzione di presentare ai parenti la fidanzata Martha ed i suoi genitori. Hugo se n’esce con questa battuta dall’evidente doppio senso, che i coniugi Strabel non colgono per fortuna nel significato più irriverente e caustico, al contrario di Alberto che cerca immediatamente di porre fine ad ogni ulteriore proseguimento del dialogo, indirizzando la loro attenzione altrove: ‘…spero che oggi comincerà un’amicizia duratura e che voi possiate restare nei nostri cuori come ci rimanete sullo stomaco…‘… …(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Libro: ‘Pastorale Americana’

PASTORALE AMERICANA

Di Philip Roth

Scritto nel 1997

Anno di Edizione 2013; Pagine 462

Costo € 11,90

Ed. Einaudi (collana ‘Super ET’)

Traduttore: Vincenzo Mantovani

TRAMA: clicca QUI per leggere la sinossi nella mia recensione al film diretto da Ewan McGregor, che è la trasposizione del romanzo di Philip Roth. Ci sono alcune differenze fra loro, ma non sostanziali alla storia, se si esclude il finale del romanzo e qualche altra scelta di minore importanza.

VALUTAZIONE: opera decisamente corposa e torrenziale, si può considerare forse più un saggio che un romanzo, considerando l’assoluta subordinazione dei dialoghi rispetto alle descrizioni particolareggiate, alle elucubrazioni approfondite ed alle ricostruzioni storiche che racconta, con lucidità d’analisi e brillante prosa, Philip Roth. Per tale ragione non è opera da leggere d’estate sotto l’ombrellone, perché richiede una pressoché continua concentrazione. Il quadro però che lo scrittore restituisce della società USA, probabilmente valido anche per molte altre culture occidentali, è impressionante e porta ad una totale demolizione della cosiddetta ‘pastorale americana’. Il titolo del romanzo quindi è riferito alla concezione di un ideale passato che è imploso a causa di eventi, come la guerra in Vietnam, che hanno disgregato, fisicamente e moralmente, l’armonia di tante famiglie o che forse credevano fosse trasparente ad ogni cambiamento. 

…Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati…‘.

Questo lungo brano, tratto dal romanzo ‘Pastorale Americana‘ di Philip Roth (purtroppo recentemente scomparso), opera più volte premiata, anche con il ‘Pulitzer‘ nel 1998, che è il riconoscimento più prestigioso in letteratura che si può ricevere negli USA, ritengo sia significativo, seppure per motivi molto differenti fra loro. Per prima cosa, anche se il tema principale è incentrato su personaggi e vicende legate a stretto filo al cosiddetto ‘sogno americano’, i contenuti del passo qui sopra citato sono di natura universale.

In secondo luogo perché, rifacendomi a quanto ho scritto nel mio commento al film tratto da questa stessa opera (se vuoi leggerlo, clicca sul link indicato nella Trama qui sopra), si conferma il fatto che esistono libri i quali, per loro natura, sono praticamente impossibili da trasporre sullo schermo. Intendiamoci, si può anche farlo, ma diventano due cose diverse, imparagonabili quindi fra loro, sia per come sono intese che per gli obiettivi e la platea di pubblico al quale sono rivolte.

La citazione di cui sopra inoltre fa il paio, in tema di riflessioni sull’incomprensione come costante nel dialogo fra esseri umani ed al tempo stesso sul ruolo spesso frustrante e comunque consolatorio del divulgatore, come afferma lo scrittore americano per mezzo del suo alter ego Nathan Zuckerberg, con quest’altra: ‘…scrivere ti trasforma in una persona che sbaglia sempre. La perversione che ti spinge a continuare è l’illusione che un giorno, forse, l’imbroccherai. Che cos’altro potrebbe farlo? Come per tutti i fenomeni patologici, non ti rovina completamente la vita…’.

Come effetto secondario dell’incomprensione ed anche della mancanza di coerenza, è significativa inoltre questa affermazione, sulla quale credo che spesso, ahimè, ci capita di soffermarci a riflettere a nostra volta: ‘…capita, quando la gente muore: l’aggressività svanisce, e persone così piene di difetti che a volte riuscivano quasi insopportabili in vita adesso si presentano nel modo più attraente, e ciò che l’altro ieri ti era meno gradito diventa, nella limousine che segue il carro funebre, una causa non soltanto di indulgente divertimento, ma di ammirazione…‘.

Detto ciò, come si possono adeguatamente tradurre in immagini e dialoghi, aforismi e considerazioni così intime e filosofiche, prendendo ancora una volta a riferimento il paragrafo citato all’inizio? E se ne trovano innumerevoli nel corso della lettura di quest’opera. Per quanto sceneggiatura e regia possano essere illuminati ed in perfetta simbiosi fra loro nel dare forma ed immagini alle parole, sarà sempre inevitabilmente una parte limitata del tutto. Non mi riferisco, in questo caso, alla trama nel suo complesso, che Ewan McGregor nel suo film ha comunque in parte modificato, specie nel finale ma anche in altre parti meno significative, bensì per gli innumerevoli ragionamenti ed analisi che un romanzo come questo contiene e nel quale i dialoghi, che sono generalmente una parte fondamentale di un’opera cinematografica, sono ridotti all’osso.

Si sarà compreso che questo non è un romanzo da leggere distrattamente e le citazioni delle quali ho preso nota sono talmente centrate, efficaci ed illuminanti che è impossibile da un lato resistere dal farne uso nel commentare quest’opera e dall’altro cercare di rifarsi ad esse usando espressioni proprie, senza diminuirne inevitabilmente la chiarezza ed il significato. Comunque sia, se ci si lascia trasportare dalla prosa avvolgente di Philip Roth, non si torna a casa a mani vuote, per così dire. D’altra parte ci sono varie tipologie di letture, tutte o quasi utili e piacevoli se si sa scegliere il momento opportuno per dedicarcisi, che si tratti di un’opera ampia e composita come questa, oppure di un romanzo giallo, storico o di genere ancora più facile come approccio e lettura.

Questo in particolare però è meglio evitarlo, diciamolo già sin d’ora, così da evitare inutili delusioni sin dalle prime pagine, se non si è propensi ad affrontare argomenti impegnativi, controversi, che spingono alla riflessione e magari anche a vedere le cose da una prospettiva diversa, non solo quindi a contare le pagine che mancano alla fine come una liberazione. Insomma bisogna metterci del proprio e non soltanto pretendere di lasciarsi andare alla pura e comoda evasione. Per la stessa ragione, questa non sarà una recensione come le altre, perché io stesso, a conferma di quanto ho scritto presentando la categoria ‘Libri’ di questo blog, la sto mettendo giù con l’intento di riassumere, ma anche chiarire a me stesso per primo, il contenuto di questo romanzo, prima ancora di proporlo al lettore che avrà la pazienza di seguirmi sino in fondo. (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Zabriskie Point – 1970′ (Michelangelo Antonioni)

ZABRISKIE POINT

Titolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno: 1970

Genere: Drammatico, Allegorico

Durata: 110’ Regia: Michelangelo Antonioni

Cast: Mark Frechette (Mark), Daria Halprin (Daria), Paul Fix (Proprietario del Bar), G.D. Spradlin (Socio dell’Avvocato Lee), Bill Garaway (Morty), Kathleen Cleaver (Kathleen), Rod Taylor (Avvocato Lee Allen), Harrison Ford (Un Lavoratore Aeroportuale), Lee Duncan (Poliziotto dell’Autostrada), Jim Goldrup (Studente del College), Michael L. Davis (Poliziotto con il Megafono)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

…Ci sono migliaia di aspetti di ogni cosa: non solo buoni e cattivi…‘ (Mark Frechette)

Zabriskie Point’ è un film del 1970 realizzato sull’onda della contestazione studentesca nata negli anni immediatamente precedenti, dapprima sulla spinta delle battaglie dei neri contro la segregazione razziale ed in seguito estesa anche ai bianchi, in particolare i giovani che si opponevano alla guerra in Vietnam. Facendo riferimento a figure carismatiche di rivoluzionari come Che Guevara e Fidel Castro, i contestatori ritenevano di poter sovvertire l’ordinamento capitalistico degli stati occidentali fondati, a loro dire, sul cinismo della speculazione finanziaria, sulla falsità e complicità dei media, sulla corruzione dei governi, sull’egoismo individualista e l’esasperato consumismo.

Michelangelo Antonioni con questa sua opera, che fa parte di una trilogia girata in lingua inglese negli Stati Uniti, che comprende anche ‘Blow Up’ e ‘Professione: Reporter’, ha tentato di rappresentare, seppure con altalenanti risultati, quel particolare momento storico di protesta contro i capisaldi dominanti della civiltà occidentale ed americana in particolare, utilizzando una narrazione basata comunque sui ritmi tipici del cinema americano ed i suoi estesi spazi territoriali, mettendo al tempo stesso in evidenza gli stridenti contrasti di natura sociale, mediati dal punto di vista narrativo da uno spiccato lirismo allegorico ed al tempo stesso da uno stile vicino al cinema europeo, solitamente più cerebrale ed introspettivo.

Zabriskie Point’ si può suddividere in quattro distinte parti. Nella prima, che possiamo considerare una sorta di reportage storico, descrive attraverso le figure paradigmatiche di alcuni studenti universitari di Los Angeles, la nascita della contestazione passata alla storia per l’anno di riferimento, cioè il 1968, che si è poi estesa praticamente a livello globale, in disparate forme espressive, ma spesso ideologicamente confuse e contraddittorie, represse peraltro con determinazione e, nei casi peggiori, anche con violenza dal ‘potere’, con il ricorso sistematico alle forze di polizia. La reazione altrettanto violenta, in alcuni casi, da parte degli stessi studenti, perlomeno dalle frange più intransigenti al loro interno, contrastava con la cultura cosiddetta hippy di altri coetanei contestatori, fondata invece su principi, per quanto utopistici, di pace e amore.

Antonioni sottolinea tutto ciò con alcune significative sequenze. Il giovane protagonista Mark (Mark Frechette: non a caso alcuni dei principali protagonisti si chiamano con il loro vero nome, proprio per avvicinare la realtà alla sua raffigurazione), ad esempio, sente la necessità, come altri suoi compagni studenti, di perseguire valori alternativi rispetto a quelli che la società ed i suoi genitori gli hanno insegnato a rispettare, ma i discorsi che sente fare nelle assemblee studentesche, inconcludenti oppure dottrinali, non lo convincono e così giunge alla conclusione che sia solo tempo sprecato (‘…voglio morire, ma non di noia…’ dice, andandosene).

Un poliziotto (rappresentante in senso più generale delle istituzioni che si oppongono al disordine ed alla ribellione) prende i dati di alcuni studenti in stato di ferma ma non si accorge che Mark, che è andato a sostenere alcuni amici suoi, si sta prendendo gioco di lui e delle sue carenze culturali, dichiarando di chiamarsi niente meno che Carl Marx. In seguito Mark stesso ed un suo amico si procurano facilmente due pistole in un negozio, convincendo il negoziante a vendergliele, aggirando i vincoli di legge dello stato perché, nel mostrarsi solidali con i principi di autodifesa dei quali si sente paladino il negoziante, lo spingono a chiudere entrambi gli occhi sul diritto di acquistare armi alla loro età.

Cambiando bersaglio, ma sempre con l’intento di mostrare le contraddizioni della società americana, il regista ferrarese mostra l’uso insistito, sistematico e perciò condizionante della pubblicità (simbolo a sua volta del consumismo e delle tecniche di persuasione), che si manifesta in innumerevoli modalità, per spingere le masse a consumare in maniera ossessiva, condizionate continuamente da devianti stimoli bulimici di possesso e realizzazione. Non dimentichiamo che quelle che oggi sono considerate abituali operazioni di marketing, nel bene e nel male, per promuovere i prodotti dell’industria e per incrementare la crescita economica delle aziende per mezzo della cartellonistica stradale, la TV, gli apparati tecnologici digitali e qualsiasi altro mezzo di fruizione mediatica, in quegli anni si stava appena sviluppando, seppure sono trascorsi da allora ‘soltanto’ cinquantanni circa. (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…