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I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblico i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, utile anche e me stesso per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                Cliccando qui di seguito sul bottone ‘CONTINUA A LEGGERE‘ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio.

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I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblico i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per meglio comprendere il contesto ed il quadro generale delle opere.                 Cliccando qui di seguito su ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio. 

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Le Mie Foto

In questa sezione pubblico alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso, quelli dove risiedo e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblico i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più curiosità e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, anche la personalità e la tecnica dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero di riempirla sempre più. 

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I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Quarto Potere’ – 1941 (Orson Welles)

QUARTO POTERE

Titolo Originale: Citizen Kane

Nazione: USA

Anno: 1941

Genere: Drammatico

Durata: 119’ Regia: Orson Welles

Cast: Orson Welles (Charles Foster Kane), Joseph Cotten (Jedediah Leland), Everett Sloane (Mr. Bernstein), Dorothy Comingore (Susan Alexander Kane), Agnes Moorehead (Mary Kane), Ray Collins (James W. Gettys), Ruth Warrick (Emily Monroe Norton Kane), William Alland (Jerry Thompson), George Coulouris (Walter Parks Thatcher), Paul Stewart (il Maggiordomo Raymond), Philip Van Zandt (Mr. Rawlston), Fortunio Bonanova (il Maestro Matiste), Gus Schilling (Capo Cameriere), Georgia Backus (Signorina Anderson), Harry Shannon (Padre di Kane), Erskine Sanford (Herbert Carter), Sonny Bupp (Figlio di Kane), Buddy Swan (Kane a otto anni), Thomas A. Curran (Theodore Roosevelt)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Quando guardiamo un film oggi, diamo per scontati molti meccanismi che in realtà il cinema ha sviluppato progressivamente nel corso del tempo. Le tecniche di narrazione e di ripresa delle immagini, ad esempio, oppure il sonoro, sono stati affinati nei lunghi anni trascorsi dai primi esperimenti dei fratelli Lumiere ad oggi ed i progressi della tecnologia nel frattempo hanno reso oramai possibile qualunque tipo di finzione e rappresentazione. La famosa frase pubblicitaria ‘volevamo stupirvi… ecc. ecc…‘ non ha nemmeno più senso, è diventata la norma e perciò insignificante, appunto.

Nel 1941 però era molto diverso. Gli americani non avevano ancora subìto l’attacco di Pearl Harbor del 7 dicembre e le riprese del film del ventiseienne Orson Welles, al suo d’esordio dietro la macchina da presa, erano terminate a fine ottobre 1940. La distribuzione nelle sale è iniziata solo a metà del 1941, ma non in Europa, che a quel tempo era già impegnata in quella che sarebbe diventata di lì a breve, proprio in conseguenza di Pearl Harbor, la Seconda Guerra Mondiale. In Italia il regime fascista nel frattempo aveva bloccato l’importazione e la distribuzione dei film di provenienza USA e quindi quest’opera, nelle sale del nostro paese, apparve solo nel 1949, in Germania addirittura nel 1962. Il che non è un particolare secondario, perché mentre il cinema americano aveva attinto a piè mani dal cinema europeo continentale degli anni dieci, venti e trenta, quando quest’ultimo (escluso il Regno Unito) si è ritrovato fortemente limitato nella produzione ed anche chiuso in se stesso per il conflitto in atto, gli autori d’oltreoceano intanto andavano avanti a produrre ed anche a migliorare la tecnica di realizzazione cinematografica.

‘Quarto Potere’ è considerato uno dei film più importanti ed innovativi della storia del cinema mondiale, perlomeno in riferimento all’epoca di realizzazione. Un’affermazione certamente impegnativa, ma rivisto oggi, nonostante riteniamo oramai innaturale il formato delle immagini in 4:3, il capolavoro di Orson Welles mantiene intatto il suo fascino narrativo, evocativo e, per chi ne fosse interessato, soprattutto ‘rivoluzionario’ per quanto riguarda la scrittura e la composizione di un’opera cinematografica. A tal punto, da far considerare questo film uno spartiacque fra il cinema di prima e quello successivo alla sua uscita. Seppure, come spesso avviene per chi rompe i canoni della consuetudine, non solo in ambito artistico, la comprensione e l’importanza di ‘Citizen Kane‘ è stata riconosciuta solo in un secondo momento. Ma nel suo caso specifico c’erano anche ragioni legate ai contenuti, come vedremo a breve. 

Il titolo scelto dalla produzione italiana è completamente diverso da quello originale e si riferisce alla definizione che già alla fine del XVIII secolo un deputato inglese, Edmund Burke, diede del ruolo sempre più importante che stavano assumendo i mezzi d’informazione, quelli che oggi chiamiamo per semplicità e sinteticamente ‘media‘. ‘Quarto Potere‘ si riferisce infatti solo alla stampa, in aggiunta ai tre poteri fondamentali dello stato, che com’è noto sono quello legislativo, esecutivo e giudiziario. Sin dalle prime immagini l’opera di Orson Welles rompe gli schemi perché non presenta i titoli di testa e narrativamente parlando parte, inversamente alle abitudini consolidate, dalla morte del protagonista. Se a questo aggiungiamo che non ha voluto nel cast attori di primo piano, il ruolo del protagonista infatti lo ha interpretato lui ed i bravi attori ingaggiati per gli altri personaggi erano ‘solo’ bravi caratteristi o al più divi in divenire, come Joseph Cotten (ai quali però Welles dedica alla fine, uno per uno, un siparietto ad elencarne i pregi, non soltanto recitativi), si capisce come un modello del genere fosse innovativo per l’epoca, ma non solo per questo aspetto.

La trama racconta la vita del personaggio immaginario Charles Foster Kane, ma in realtà, anche se pare non sia mai stato pubblicamente ammesso, in alcuni tratti significativi della stessa si rifà a quella, per quanto romanzata, del magnate William Randolph Hearst. Il quale, non reagì molto bene all’immagine che ne usciva di lui dal film di Orson Welles ed allora scatenò una campagna denigratoria attraverso i numerosi giornali che controllava. Ottenne così il risultato di mettere in cattiva luce un’opera che, in ragione anche di questo aspetto, ebbe scarso successo al botteghino, nonostante si avviasse con ben nove nomination ad essere protagonista alla premiazione degli Oscar, anche se poi ne vinse soltanto uno, quello per la sceneggiatura originale. Ma soprattutto, esclusi gli addetti ai lavori che ne compresero immediatamente il valore, per un po’ di tempo i più non riconobbero l’importanza che invece meritava questo film nella crescita creativa e tecnica della cosiddetta settima arte, che arrivò soltanto in un secondo momento.

In estrema sintesi il film racconta l’inchiesta condotta dal giornalista Jerry Thompson, incaricato dal suo direttore editoriale, dopo aver visionato in redazione un cinegiornale che riassumeva la vita del magnate Charles Foster Kane, appena deceduto, di scoprire l’unico mistero che era ancora rimasto irrisolto riguardo la sua figura e cioè a cosa si riferiva l’ultima lapidaria ed oscura parola pronunciata dal magnate stesso poco prima di morire: ‘Rosabella’ (‘Rosebud’ nell’originale). Attraverso le testimonianze di alcune persone a lui particolarmente vicine, Thompson ne ricostruisce la figura ben al di là delle cronache del tempo, andando ad intervistare con alterna fortuna la seconda moglie Susan, cantante di pessimo valore, per la quale Kane ha costruito dapprima il teatro dell’opera di Chicago perché potesse esibirsi, fra la disperazione del Maestro Matiste e a seguire la megalomane residenza di ‘Candalù‘ (‘Xanadu‘ in originale) in Florida; a seguire Mr. Bernstein, direttore del giornale ‘New York Inquirer’ che accompagnò Kane in molte sue ‘imprese’ senza riuscire mai però a stargli al passo. E’ quest’ultimo ad indirizzare Thompson sino all’amico di un tempo di Kane, quel Jedediah Leland, poi tradito e messo alla porta perché si oppose a scrivere recensioni elogiative delle qualità canore di Susan. Leland è recluso in una casa di riposo dove non si vergogna ad elemosinare un sigaro al giornalista, che i medici e le infermiere, a suo dire, si ostinano a negargli.

Thompson, nonostante le approfondite indagini, non riuscirà mai a scoprire a cosa alludesse quel nome, al contrario dello spettatore che in una sequenza a lui espressamente dedicata, viene a sapere infine che si trattava di un ricordo d’infanzia, inciso su uno slittino che Kane, da piccolo, aveva scagliato contro il suo tutore Walter Parks Thatcher quando si era presentato a casa sua per strapparlo ai giochi ed alla sua innocente infanzia. In base agli accordi con la madre del giovanissimo Charles, osteggiati ma dal padre senza possedere la forza caratteriale necessaria per respingerli, a seguito della scoperta una miniera d’oro nel terreno di famiglia, che non sapevano come gestire, Charles è stato affidato, in cambio di un generoso vitalizio, alle cure di Thatcher, per educarlo al mondo degli affari sino a che fosse diventato maggiorenne, rientrando in possesso della piena proprietà, ma rinunciando nel frattempo e per sempre a vivere spensieratamente la sua giovanissima età. Per questo Charles non ha mai smesso di odiare il suo tutore ed una volta divenuto adulto ha compiuto tutte le scelte che potessero contrariarlo.

L’inizio del film è più simile ad un horror che ad una commedia drammatica, con i toni in bianco e nero fortemente contrastati come nei film espressionisti tedeschi degli anni venti. In primo piano dapprima un cartello con la scritta ‘No trespassing‘ e poi un castello in cima ad una collina che non sarebbe spiaciuto al Nosferatu di Murnau, seguito da una serie d’inquadrature (persino la sagoma di due gondole) che, in rapida successione, mostrano una finestra dalla quale filtra una luce, in una notte di nevosa tempesta. Un vecchio, sul letto di morte, ripreso solo sulla bocca, pronuncia la fatidica parola ‘Rosabella‘, prima di lasciar cadere dalla mano una palla di vetro (di quelle che hanno dentro una casetta ed agitate danno l’illusione che cada la neve) la quale si frantuma ed attraverso alcune immagini distorte che filtrano dai pezzi di vetri rotti, si vede accorrere un’infermiera che, preso atto del compiuto destino, copre pietosamente il viso del cadavere… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Gravity’

GRAVITY

Titolo Originale: Gravity

Nazione: USA

Anno: 2013

Genere: Drammatico, Fantascienza, Thriller

Durata: 92’ Regia: Alfonso Cuarón

Cast: Sandra Bullock (Dott.ssa Ryan Stone), George Clooney (Matt Kowalsky)

TRAMA: La dottoressa Ryan Stone è alla sua prima missione da astronauta nello spazio, mentre il suo collega Matt Kowalsky è all’ultima. Il loro compito è quello di riparare un guasto al telescopio spaziale Hubble. In realtà Ryan è un’ingegnere esperta della specifica strumentazione danneggiata, mentre Matt si limita ad assisterla pilotando un’unità motorizzata sulla quale è comodamente seduto seppure in un contesto molto particolare. Il morale è alto per Matt e gli piace ancora mirare per l’ultima volta la bellezza mozzafiato della terra da quell’altezza e nel mentre si diletta a fare battute spiritose per scaricare la tensione di Ryan. All’improvviso però un messaggio perentorio del centro spaziale di Huston intima ai due di interrompere l’intervento e rientrare nello Space Shuttle. La ragione è che, per cause fortuite, i russi hanno abbattuto con un missile un loro satellite il quale, frantumato in innumerevoli pezzi, ora sono diventati tanti proiettili che viaggiano a tutta velocità nella stessa orbita della maggior parte degli altri satelliti, distruggendoli al loro passaggio. Per molti è già accaduto ed i detriti stanno per raggiungere anche Ryan, Matt e la navetta spaziale dentro la quale ci sono i loro colleghi in attesa che terminino il loro lavoro. Il momento dell’impatto è tremendo perché i danni sono ingentissimi e solo i due astronauti protagonisti sopravvivono, anche se Ryan rischia per un po’ di fluttuare e perdersi nello spazio infinito. L’intervento di Matt, calmo e rassicurante, è decisivo per salvare Ryan e trascinarla, legata con un cavo, sino alla Stazione Spaziale Internazionale. I contatti con la base di Huston nel frattempo sono cessati. Raggiunta la Stazione però Matt ha finito il carburante della sua unità motorizzata, l’unità è fortemente danneggiata e non ci sono superstiti. Ritornano nel frattempo i detriti perché, trascorsa un’ora e mezza, hanno già compiuto l’orbita intorno alla terra. Il nuovo impatto provoca, fra l’altro, la rottura del cavo che manteneva Ryan legata a Matt. Per salvarla quest’ultimo capisce che deve sacrificarsi a sua volta e nonostante lei lo preghi di non farlo, Matt si lascia andare alla deriva, non prima di aver fornito alla sua compagna i suggerimenti e l’incoraggiamento per raggiungere da lì, con una navicella di supporto che si è salvata, una stazione russa. Ryan riesce con non poche difficoltà a raggiungerla ma anche questa è semidistrutta e non s’è salvato nessuno all’interno ed i detriti intanto tornano a distruggere gran parte di ciò che incontrano al loro passaggio. Allora con un’altra navicella di supporto ancora integra l’astronauta cerca di raggiungere un’altra stazione orbitante, in questo caso cinese. Ryan si trova a lottare contro gli eventi che sembrano volgere tutti a suo sfavore. Nel suo tentativo estremo di salvarsi Ryan si trova inoltre a fare i conti con le lingue russe e cinesi che trova nei manuali delle stazioni dentro le quali nessuno, a parte lei, è sopravvissuto.     

VALUTAZIONE: il film di Alfonso Cuarón racconta la storia immaginaria di un errore umano che provoca una catastrofe nello spazio, attraverso le emozioni vissute da un’unica astronauta. Fantascienza sì, ma forse anche una sorta di scenario neppure poi tanto campato per aria. Il finale, come molti altri momenti di quest’opera, è di grande impatto emotivo, scenico ed anche filosofico. Uscito in un formato 3D che i fortunati cui hanno potuto assistervi dicono fosse straordinariamente efficace e coinvolgente, ‘Gravity’ è una testimonianza di creatività in un genere nel quale si pensava che altri autori prestigiosi avessero già detto e fatto vedere il possibile per stupire lo spettatore. Invece, smuovendo le corde delle più intime paure dell’uomo, pur al cospetto di un ammaliante e meraviglioso spettacolo, come quello della terra vista dallo spazio, Cuaron ha realizzato un’opera notevole, che difficilmente lascia indifferenze anche lo spettatore più esigente ed allenato. 

Dopo aver visto ‘2001 odissea nello spazio‘ di Stanley Kubrick e ‘Interstellar‘ di Christopher Nolan (clicca sui titoli di diverso colore se vuoi leggere il mio commento ai film citati) si pensava che la fantascienza ambientata nello spazio avesse raggiunto vertici difficilmente superabili, ma anche solo avvicinabili dal punto di vista emotivo, filosofico e tecnico. Chi, come me, avesse avuto sinora questa sensazione, si sbagliava, innanzitutto dal punto di vista dello spettacolo scenico, ma anche da quello toccante ed appassionante degli eventi che mostra, nonostante quest’opera, a differenza delle altre due, dura non più di un’ora e mezza. Il cast oltretutto è costituito, nonostante le apparenze, da due soli interpreti, uno dei quali per giunta sparisce neanche a metà del film.

Gravity‘ diventa perciò una sorta di monologo che, anziché davanti ad una platea teatrale o in una stanza, si svolge negli abissi profondi dello spazio. È sorprendente l’opera di Alfonso Cuarón e si capisce come abbia convinto, una volta tanto a ragione, i votanti agli Oscar, ad assegnarle i seguenti premi: per la regia ad Alfonso Cuarón, per la fotografia ad Emmanuel Lubezki, per il montaggio ad Alfonso Cuarón e Mark Sanger, per gli effetti speciali a Tim Webber, Chris Lawrence, David Shirk, Neil Corbould e Nikki Penny, per il sonoro a Skip Lievsay, Christopher Benstead, Niv Adiri e Chris Munro, per il montaggio sonoro a Glenn Freemantle e per la colonna sonora a Steven Price. Cioè in pratica si è accaparrato tutti i premi tecnici che sono assegnati ad un film. Non ho gli elementi per dire se le altre opere in concorso nel 2014 fossero migliori di questa, nelle rispettive categorie, ma di certo questa di Cuarón colpisce per originalità e nel riuscire a far immedesimare lo spettatore alla scomoda prospettiva dell’unica protagonista. Detto per inciso, a breve sapremo se anche l’ultimo suo film, intitolato ‘Roma‘, farà incetta di Oscar anche quest’anno, essendo presente in molte categorie.

Gravity‘ ripropone alcune tematiche riconducibili alla storia di Robinson Crusoe o di ‘Cast Away‘ di Robert Zemeckis, per rimanere in ambito cinematografico, solo che al posto di Tom Hanks c’è Sandra Bullock ed invece che in un’isoletta deserta e sperduta del Pacifico che l’unico superstite di un aereo di linea precipitato in mare riesce a raggiungere, considerandosi per questo un miracolato (ma ritenendo con ciò, erroneamente, che il peggio fosse passato), l’ingegnere biomedico Ryan Stone, alla sua prima missione nello spazio, si viene a trovare in mezzo ad un disastro spaziale, stretta fra la bellezza mozzafiato della terra da una parte e l’abisso dell’universo profondo dall’altro.

E si passa perciò in breve tempo dall’estasi di un’esperienza che chiunque non sia particolarmente sedentario o pauroso di andare in direzione del cielo vorrebbe provare al posto suo, anche se prima o poi, dovremo comunque lasciare, che ci piaccia o no, il pianeta nel quale viviamo; alla concretizzazione improvvisa ed inaspettata della peggiore fra le eventualità che possono accedere a chi s’avventura nello spazio. Una situazione terrificante e claustrofobica, come ritrovarsi soli nel mezzo di un disastro provocato da un errore umano, di portata catastrofica, dato che per conseguenza la maggior parte dei satelliti e stazioni orbitanti vengono distrutte, con poche o nulle possibilità di salvarsi per tornare sulla ‘materna’ terra. 

Il ritmo è pressante e l’immedesimazione dello spettatore nei panni della sfortunata astronauta è così naturale e potente, che si fatica a credere dopo un po’ che si tratta soltanto di una finzione scenica girata in assenza di gravità appunto, dentro studi appositamente allestiti. Sandra Bullock si è sottoposta a circa sei mesi di addestramento per poter girare le scene di questo film e se si escludono, un breve momento dentro una delle stazioni spaziali distrutte dall’impatto con i detriti e la sequenza finale, l’attrice recita continuamente dentro una tuta spaziale e spesso indossando il casco dell’astronauta. Speciale attenzione è stata rivolta alla respirazione della protagonista, sottolineata non a caso più volte dal suo partner di metà film, un simpatico, autorevole e fatalista George Clooney…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Furore’ – 1940 (John Ford)

FURORE

Titolo Originale: The Grapes of Wrath

Nazione: USA

Anno: 1940

Genere: Drammatico

Durata: 129’ Regia: John Ford

Cast: Henry Fonda (Tom Joad), Jane Darwell (Mamma Joad), John Carradine (Casy), Charley Grapewin (Nonno Joad), Dorris Bowdon (Rose of Sharon Rivers), Russell Simpson (Papà Joad), O.Z. Whitehead (Al Joad), John Qualen (Muley Graves), Eddie Quillan (Connie Rivers), Zeffie Tilbury (Nonna Joad), Frank Sully (Noah Joad), Frank Darien (Zio John Joad), Darryl Hickman (Winfield Joad), Shirley Mills (Ruthie Joad), Roger Imhof (Thomas), Grant Mitchell (Custode), Charles D. Brown (Wilkie), John Arledge (Davis), Ward Bond (Poliziotto)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Quando si nomina John Ford immediatamente viene in mente l’associazione con alcuni dei western più famosi della storia del cinema, come ad esempio, ‘Ombre Rosse’, ‘Sentieri Selvaggi’ e ‘L’Uomo Che Uccise Liberty Valance’ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento al film). Anche in ragione di queste opere appena citate ma soprattutto di altre che le hanno precedute, il celebre regista americano, che ha diretto dal 1917 al 1966, è stato bollato a suo tempo come reazionario e rappresentante di una cultura di destra. Molti di questi detrattori ed accusatori forse non sapevano o avevano dimenticato che, girando ‘Furore’, John Ford aveva già smentito clamorosamente quelle illazioni.

Il romanzo dal quale il film è tratto è diventato un classico della letteratura americana, scritto da John Steinbeck soltanto un anno prima e che gli fruttò poi il Premio Nobel della Letteratura. Non l’ho ancora letto, quindi non posso fare un confronto specifico fra lo stesso e la sua trasposizione cinematografica, ma è sicuro che John Ford con ‘Furore’ (in originale ‘The Grapes Of Wrath’, cioè ‘I Frutti dell’Ira’, titolo la cui origine pare risalire addirittura al libro dell’Apocalisse di Giovanni del Nuovo Testamento), una parola che nella sua semplicità richiama un sentimento misto di rabbia e ribellione, ha realizzato un capolavoro ed ha spazzato in un sol botto tutte le accuse cui accennavo in precedenza.

Furore’ è la testimonianza ideale dell’insensibilità da parte di alcuni strati della società riguardo i problemi di sopravvivenza della povera gente, degli ultimi nella scala sociale, degli sbandati, dei migranti in cerca di un boccone di pane, a prezzo delle più brutali umiliazioni ed in alcuni casi della loro stessa sopravvivenza. Un dramma sociale provocato dalla cupidigia delle grandi lobby economiche e finanziarie, responsabili della ‘grande crisi del 1929‘ (e non di meno di quella più recente del 2008) che ha gettato sul lastrico milioni di famiglie in tutto il mondo ed anche in quel Midwest Americano che, in questo caso, è al centro della scena. Un’opera che nella sua dinamicità e rappresentazione è straordinariamente attuale, anche per le considerazioni che suscita riguardo i processi migratori che tanto dividono la nostra società al giorno d’oggi.

La ‘grande crisi del 1929‘ ha distrutto economicamente moltissime famiglie rurali e poiché i guai non vengono mai soli, oltre alla crisi finanziaria che ha impedito loro, o ridotto fortemente, la possibilità di vendere i prodotti della terra per mancanza di acquirenti, si sono ritrovate prive di risorse sufficienti persino a sfamare lo loro bocche, a causa delle sfavorevoli condizioni climatiche che si sono aggiunte alle altre, impoverendo miseramente i loro raccolti. Il risultato è stato che le banche proprietarie dei terreni, non ritenendo più remunerativa la mezzadria, hanno deciso di cacciare senza scrupoli i contadini e le loro famiglie, destinando i terreni ad altre attività. In una scena significativa, gli emissari inviati dalle banche a minacciare i coloni e poi a distruggere le loro baracche, costringendoli ad andarsene, se già non l’avevano fatto per conto loro, alla richiesta d’indicare il mandante, o dichiaravano di non conoscerlo affatto oppure che non intendevano rivelarne il nome, se si trattava di uno specifico direttore di banca che poteva metterci la faccia, essendo più semplice ed impersonale citare genericamente una serie di istituzioni, legate ad altre come in un domino senza apparente soluzione di continuità.

Tom Joad è appena uscito dal carcere dove ha scontato quattro anni, tre glieli hanno condonati, a seguito dell’omicidio di un uomo che aveva tentato di accoltellarlo nel corso di una rissa. Al suo ritorno, alla stregua di un cowboy che torna a casa dopo anni di vagabondaggio nel West, non trova più nulla di riconoscibile rispetto a quello che aveva lasciato. La sua famiglia, così come molte altre, gli dice Casey, un ex prete che incontra poco prima di giungere a destinazione, ha lasciato tutto e si è trasferita dallo zio di Tom (se non fosse che si tratta di una situazione drammatica, verrebbe quasi la tentazione d’ironizzare sul noto titolo di un romanzo a favore dell’abolizione della schiavitù come ‘La capanna dello zio Tom’ di Harriet Beecher Stowe, perché in fondo anche le case di questi contadini non sono poi molto di più che misere baracche). Quella che era un tempo una fiorente fattoria è diventata nel frattempo una terra arida nella quale bisogna persino nascondersi alla vista degli emissari della banca proprietaria dei campi, che pattugliano i territori e sparano a chiunque trovano nei paraggi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘American Pastoral’

AMERICAN PASTORAL

Titolo Originale: American Pastoral

Nazione: USA

Anno: 2016

Genere: Drammatico

Durata: 108’ Regia: Ewan McGregor

Cast: Ewan McGregor (Seymour ‘Lo Svedese’ Levov), Dakota Fanning (Merry Levov), Jennifer Connelly (Dawn Levov), David Strathairn (Nathan Zuckerman), Uzo Aduba (Vicky), Valorie Curry (Rita Cohen), Rupert Evans (Jerry Levov), Peter Riegert (Lou Levov), Molly Parker (Dott.ssa Sheila Smith), Hannah Nordberg (Merry Levov a 12 anni), Ocean James (Merry Levov a 8 anni), David Whalen (Bill Orcutt), Julia Silverman (Sylvia Levov), Corrie Danieley (Jesse Orcutt)

TRAMA: Nathan Zuckerman, uno scrittore oramai anziano, accetta di partecipare ad un ritrovo di ex studenti suoi coetanei del liceo di Weequathic a Newport, dove incontra Jerry Levov, suo amico di un tempo e fratello del grande Seymour Levov, detto ‘lo svedese’, in omaggio all’aspetto fisico ed alle origini della sua famiglia. Viene così a sapere che il giorno successivo si svolgerà il suo funerale. ‘Lo svedese’ era bravissimo in quasi tutti gli sport: dal basket, al baseball ed al football americano, ma al posto di una promettente carriera di atleta professionista aveva scelto di seguire invece le orme del padre, il quale aveva fondato un’azienda specializzata nella produzione di guanti in pelle. La figura di Seymour agli occhi di Nathan ha sempre raffigurato una sorta di ideale e la più felice realizzazione del sogno americano, ma ciò che viene ad apprendere da Jerry invece è la storia di un uomo che è stato certamente molto accorto e fortunato inizialmente ma che in seguito ha anche patito vicende familiari dolorose che lo hanno accompagnato e segnato profondamente sino alla fine dei suoi giorni. Sposato infatti con Dawn, una donna molto bella, eletta ‘miss’ New Jersey, hanno avuto una figlia, Merry, che però sin da piccola ha iniziato a tartagliare e secondo la psicologa alla quale si sono rivolti i genitori, per ragioni legate al confronto irrisolto con la madre. Da adolescente Merry ha abbracciato all’insaputa dei genitori alcuni movimenti contestatori della guerra in Vietnam ed in aspro contrasto con i principi della società americana. Si è in seguito radicalizzata, sino a fuggire di casa, ricercata con l’accusa di essere fra gli organizzatori di alcuni attentati dinamitardi che hanno provocato la morte di quattro persone. Mentre Dawn, dopo essere passata dal dolore alla depressione, infine s’è rassegnata ad aver perso la figlia, che è rimasta irreperibile, tornando a vivere normalmente ed anzi riprendendo a curare la sua persona sino a tornare bella come un tempo, ma anche a tradire il marito con un amico di famiglia; ‘lo svedese’ invece non si è mai rassegnato a non ritrovare Merry, ma quando infine ci è riuscito, la verità che ha scoperto è stata ancora peggiore di quella che poteva immaginare.  

VALUTAZIONE: liberamente tratta dal romanzo capolavoro di Philip Roth, la trasposizione di Ewan McGregor può incontrare facilmente due tipi di reazioni: chi non ha letto il romanzo, resterà probabilmente colpito dalle difficili tematiche che affronta e dall’ammirevole e coinvolgente ricostruzione della storia in forma di flashback. Chi invece ha letto ed amato il romanzo, altrettanto probabilmente considererà questo film una battaglia persa in partenza, perché irrimediabilmente limitativo per esprimere l’approfondita e dettagliata prosa del celebre scrittore recentemente scomparso, particolarmente complessa da tradurre, se non in minima misura, in un film di un paio d’ore. 

Sto leggendo proprio in questi giorni il romanzo omonimo di Philip Roth, contrariamente alle mie abitudini di leggere prima il libro e poi semmai vedere il film dal quale è stato tratto. Già nelle prime pagine si palesa una differenza narrativa sostanziale rispetto alla sceneggiatura di John Romano. Il quale ha modificato completamente la premessa facendo incontrare lo scrittore Nathan Zuckerman e Jerry Levov, suo coetaneo ed amico di un tempo oramai piuttosto lontano. Fra loro il dialogo devia subito sulla figura del fratello di quest’ultimo, il celeberrimo Seymour, detto ‘lo svedese‘, vera e propria icona del liceo di Weequathic a Newport, del quale Nathan viene a sapere che è appena deceduto ed i funerali si svolgeranno proprio il giorno seguente. Chiede perciò a Jerry il permesso di partecipare di persona, essendo stato ‘lo svedese‘ un mito giovanile per lui, un modello da considerare alla stregua di un semidio, prima d’iniziare a ripercorrere assieme a Jerry la storia della sua vita.    

Nel romanzo di Philip Roth invece Nathan incontra per caso un già anziano Seymour in compagnia del più giovane dei suoi tre figli (contrariamente al film, nel quale invece ha una sola figlia, Merry) all’ingresso dello stadio di New York dove si gioca una partita di baseball. Molto tempo dopo Nathan riceve una lettera da ‘lo svedese‘ che gli chiede di potergli raccontare la storia del padre, morto da poco e che lui non riesce a scrivere, volendo celebrare la sua figura con amici e conoscenti. Non so ancora quali e quante differenze ci siano poi fra il romanzo ed il film, ma di certo in entrambi al centro della storia c’è Seymour ‘lo svedese‘ Levov la cui vita attraversa varie fasi, delle quali Nathan Zuckerman, sino a quel momento conosceva solo la parte più felice ed elegiaca, mentre dietro le apparenze scopre invece una realtà ben più complessa, variegata e per nulla facile da gestire e sopportare per il suo eroe di un tempo.

Da questo momento abbandono il romanzo, per tornarci su magari quando l’avrò completato e mi limito a scrivere solo del film, interpretato e diretto da Ewan McGregor, esordiente alla regia, anche se proprio così alle prime armi non sembra proprio. Sono comunque già convinto, anche dopo aver letto soltanto una cinquantina di pagine del romanzo, di aver inteso le ragioni per le quali il film non ha riscosso l’assenso di gran parte di coloro che invece hanno letto per intero e amato l’opera di Philip Roth, ahimè recentemente scomparso. Già dopo qualche pagina infatti si ha un quadro talmente delineato e approfonditamente descritto dei personaggi coinvolti, del contesto nel quale si muovono fra innumerevoli considerazioni psicologiche e riflessioni sociologiche, che sarebbe impossibile per chiunque, non solo per un esordiente alla regia come Ewan McGregor trasporli con pari efficacia e profondità d’analisi in immagini.

L’immediatezza del cinema in un caso del genere si trasforma inevitabilmente in superficialità, in una lotta impari che è poi la forza stessa della letteratura. Solo Woody Allen, fra gli autori che io ricordo più da vicino, credo riesca in poche parole e battute a trasmettere almeno la sensazione di una descrizione d’ambiente che va persino oltre ciò che ha appena detto e/o mostrato. Ma Woody Allen scrive lui stesso le sue storie, mentre in questo caso si trattava di tradurre in film un romanzo che è considerato un capolavoro della letteratura contemporanea americana, non un racconto qualsiasi e nel quale, la prosa tipica di Philip Roth, scava profondamente nella storia e nei personaggi che racconta. Lo stesso Stanley Kubrick, se si esclude ‘Lolita‘ di Valdimir Nabokov (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento al libro), preferiva confrontarsi nelle sue opere con scrittori meno prestigiosi di Philip Roth e romanzi certamente meno impegnativi per poi rappresentarli ben oltre i loro meriti, dopo averli spesso stravolti, nei suoi film.

Tutto ciò per arrivare a dire che personalmente ho trovato il film di Ewan McGregor una piacevolissima sorpresa, ma solo dietro un preciso distinguo. Depurato infatti dal fardello di rappresentare cotanto romanzo, proprio perché non l’ho ancora letto abbastanza a fondo da giustificare un confronto qualitativo, sfido chiunque si trovi nella mia stessa condizione, si badi bene, o non abbia affatto letto l’opera di Roth, a sostenere che il film non rasenta la perfezione ed è in grado di tenere incollato sulla poltrona chiunque, già dopo le prime sequenze. In fondo esordire alla regia con la trasposizione di un romanzo che molti autori ben più navigati hanno opportunamente scantonato, è indice di coraggio e forse anche di convinzione nei propri mezzi ed oltretutto dimostra personalità, che non è una dote proprio da buttare via…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)   Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘La Corazzata Potëmkin’ – 1925 (Sergej Michajlovič Ėjzenštejn)

LA CORAZZATA POTEMKIN

Titolo Originale: Бронено́сец «Потёмкин»

Nazione: URSS

Anno: 1925

Genere: Drammatico, Guerra

Durata: 75’ Regia: Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

Cast: Vladimir Barskij (Capitano Golikov), Aleksandr Antonov (Grigorij Vakulinčuk), Grigorij Aleksandrov (Comandante Giljarovskij), Konstantin Feldman (Studente Sovversivo), Beatrice Vitoldi (Donna con la Carrozzina), Julia Ėjzenštejn (Donna col Cibo per i Marinai), Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (Cittadino di Odessa)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Oh, mamma mia… immagino possa essere il commento di qualche lettore! Ma davvero chi scrive pensa di poter convincere qualcuno nel 2019 a rivedere o magari vedere per la prima volta un film come ‘La corazzata Potëmkin‘? Proprio quello che è considerato un’icona della preistoria del cinema, ma anche il prototipo di uno spettacolo insopportabilmente pesante e quindi da scantonare assolutamente?

Ad affermare una volta per tutte ciò che molti hanno sempre pensato riguardo il film di Ėjzenštejn, ma mai osato esprimere pubblicamente, ci è riuscito, per assurdo, il ragionier Fantozzi (Paolo Villaggio), con la sua famosa frase. Costretto infatti dall’azienda dov’era impiegato ad assistere a questo ‘polpettone’ assieme ai suoi colleghi nel corso di un Cineforum, come se fosse un’amara medicina da inghiottire, nel corso dell’ancora più noiosa discussione che è seguita alla visione, con un coraggio a lui sconosciuto in precedenza, Fantozzi si è alzato e con un moto liberatorio e di ribellione, ha gridato: ‘…la Corazzata Kokotkin è una boiata pazzesca!…’, suscitando il giubilo fra i suoi colleghi. Da notare che la distorsione del nome in Kokotkin invece che Potëmkin, non era dovuta all’ignoranza del povero ragioniere, ma perché la casa di distribuzione che deteneva i diritti del film di Ėjzenštejn non concesse al regista Luciano Salce la menzione del titolo in senso dissacratorio.

Casualmente mi sono ritrovato recentemente di fronte a quest’opera che io stesso forse, ma non sono neppure sicuro, avevo visto ‘qualche’ anno fa in un Cineforum, al quale nessuno mi aveva costretto a partecipare, sia chiaro, ma francamente a parte qualche sequenza che è passata alla storia, ricordavo poco altro. Ebbene, concludo la premessa dicendo che nonostante tutto La corazzata Potëmkin mi ha piacevolmente sorpreso e beninteso non è alcun istinto masochistico a guidarmi in questo giudizio. Sarà perché a volte è lo spirito o il contesto nel quale si assiste ad un film, specie di questo genere, di certo indigesto allo spettatore ‘mordi e fuggi’ del cinema, a dare la possibilità di esprimere un più sereno ed obiettivo parere, fosse soltanto di natura storica, ma come vedremo anche dal punto di vista della tecnica di ripresa, per chi come me fosse interessato anche a tali aspetti, una volta tanto quindi senza farsi condizionare dalla prevenzione, c’è parecchio da sottolineare.

Al termine della visione, che dura poco più di un’ora e perciò è sopportabilissima nella sua lunghezza, anche se si tratta di un film muto, in bianco e nero, girato quasi cento anni fa e con i mezzi ancora limitati di quell’epoca quasi ancora sperimentale del cinema, scorrendo la ‘Lista dei Film‘ dei quali ho pubblicato la mia personalissima recensione in questo blog, mi sono reso conto che non sono molti i titoli che vi appaiono e che si possono considerare a tutto diritto appartenenti alla storia del cinema, ovvero i cosiddetti ‘Classici‘ nei vari generi di appartenenza. Ho quindi deciso di rimediare, dedicando ad alcuni di loro una sezione apposita, senza stravolgere lo stile di questo blog che ha così bene funzionato sinora, semmai cercando di arricchirlo ulteriormente, senza pretendere di scoprire chissà che, oltre quello che innumerevoli critici ed esperti di cinema hanno già scritto a proposito di tali opere.

La corazzata Potëmkin‘ è senz’altro uno dei film più famosi della storia del cinema ed anche uno dei più citati dagli artisti, non solo del cinema, di tutto il mondo, ma anche, com’è evidente da quanto scrivevo in precedenza, anche uno dei più menzionati dai detrattori dello stesso cinema come forma d’arte, perché considerato un esempio di pomposità e propaganda, quindi oggetto di ironie di vario tipo, più o meno dissacranti. La versione che propongo qui sopra è reperibile su Youtube e la si può vedere quindi anche stando seduti davanti al proprio PC. Il formato della pellicola e la qualità delle immagini, alla soglia dei quasi cento anni dall’uscita, non richiedono per forza di cose un grande schermo. I sottotitoli, che traducono le didascalie originali, comunque non molto frequenti durante lo svolgimento della trama, che è già per suo conto facilmente comprensibile, purtroppo sono in lingua inglese. Comunque, anche per chi ha una conoscenza davvero limitata o nulla di questa lingua, non è così disagevole intenderne il significato. Altrimenti è reperibile in Internet, presso altri fornitori, una versione di questo film con i sottotitoli in italiano, se proprio non si volesse ‘esagerare’ acquistandone una copia su DVD.

Sergej Michajlovič Ėjzenštejn girò La corazzata Potëmkin nel 1925, cioè l’anno dopo il suo primo lungometraggio, Sciopero‘, che ne aveva messo in risalto le qualità di regista, nonostante la giovane età (26 anni). In URSS nel frattempo è già avvenuta la ‘Rivoluzione d’Ottobre‘ che ha abbattuto lo Zar e la sua classe dirigente; il governo popolare, presieduto da Lenin ha da poco costituito l’Unione Sovietica ed ha già inteso la forza propagandistica che un mezzo come il cinema può esprimere sulle masse e la possibilità di far arrivare il suo ‘messaggio’ anche al di fuori delle grandi città, nel vasto territorio dello stato, in un’epoca nella quale i media ovviamente sono ben lungi dalle possibilità di comunicazione odierne. E’ il Comitato dell’URSS a commissionare a Ėjzenštejn, in occasione del ventesimo anniversario della rivolta del 1905, la realizzazione di un film che esalti la rivoluzione, ma il regista ben presto si rende conto che la vastità del tema richiederebbe molto più tempo di quello che ha a disposizione ed allora propone di raccontare un singolo episodio, come espressione del più ampio contesto globale, e vale a dire l’ammutinamento dei marinai della corazzata Potëmkin, che si è verificato al largo di Odessa, nell’odierna Ucraina, suscitando una rivolta popolare che si è poi estesa a tutta la città. E riesce a convincere il Comitato(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro: ‘La Donna In Bianco’

LA DONNA IN BIANCO

Di Wilkie Collins

Scritto nel 1859

Anno di Edizione 2015; Pagine 745

Costo € 18,50

Ed. Fazi (collana ‘Le Strade’)

Traduttore: Stefano Tummolini

TRAMA: Walter Hartright è un insegnante di disegno di Londra un po’ a corto di liquidità. Grazie alle informazioni di uno stravagante amico di origine italiana, il professor Pesca, ottiene un vantaggioso posto presso la tenuta di Limmeridge House, nella contea di Cumberland, dove vive la ricca famiglia Fairlie. Poco prima del trasferimento e tornando a piedi a Londra dalla casa di Hampstead dove vivono la madre e la sorella, in una tarda serata Walter sorprendentemente incontra una giovane donna tutta vestita di bianco che gli chiede la strada in direzione della capitale britannica. Hartright si offre cortesemente di accompagnarla e conversando con lei, dall’aria piuttosto preoccupata, viene a sapere che in passato è stata a Limmeridge e conosce i Fairlie. Al tempo stesso gli confida che ha un conto in sospeso con un baronetto ma giunta in prossimità della città la giovane prende una carrozza e lascia frettolosamente Walter. Il quale, poco dopo, sente due uomini che chiedono informazione ad un poliziotto riguardo una donna fuggita dal manicomio la cui descrizione coincide con quella che indossava il vestito bianco. Giunto a Limmeridge House il giorno dopo, si presenta alla famiglia Fairlie. In realtà la prima che incontra è Marian Holcombe, una donna tanto attraente di corpo, quanto brutta di viso, cordiale, intelligente e spigliata che introduce Walter alla conoscenza degli altri familiari. Frederick Fairlie invece è un vecchio scapolo che vive da eremita in una stanza, insofferente, cinico e lamentoso riguardo ogni persona o cosa, tranne la sua collezione d’arte. La signora Vesey invece è una dama di compagnia che sta sempre seduta e spesso assopita. L’ultima dei Fairlie è Laura, non ancora ventenne, erede designata della famiglia, che Walter incontra soltanto più tardi in giardino, scoprendo che è di una bellezza folgorante, seppure timida e riservata. Walter nota subito la grande somiglianza fra Laura e la donna vestita di bianco e parlandone con Marian, quest’ultima incuriosita la sera stessa cerca qualche informazione al riguardo nella collezione di lettere della madre, morta da tempo, arrivando alla conclusione che si tratta di una certa Anne Catherick, che è stata allieva della madre di Laura nella scuola locale. L’incarico di Walter consiste da un lato nel restaurare una collezione di acquerelli per conto dello scostante Frederick e dall’altro nell’insegnare l’arte del disegno a Marian e Laura. I contatti con quest’ultima diventano nei mesi successivi sempre più stretti e confidenziali, sinché Walter si ritrova innamorato e quel che è peggio, essendo di classi sociali diverse, a riscontrare analoghi sentimenti in Laura, creando dell’imbarazzo fra loro. La cosa non sfugge a Marian che nel frattempo ha maturato grande simpatia per Walter, apprezzandone non solo la maestria artistica ma anche la correttezza e la sensibilità, al quale però si trova costretta a suggerire suo malgrado di rinunciare all’incarico, dopo avergli rivelato che Laura è fidanzata con sir Percival Glyde, un baronetto che viene dall’Hampshire, il quale sta per arrivare allo scopo di completare l’iter per richiederne la mano. Walter comprende ed accetta, seppure con profondo dolore, ma nel frattempo giunge una lettera anonima a Laura, consegnata da una donna anziana, che la mette in guardia sulla natura del suo prossimo sposo. Marian ne parla a Walter e quest’ultimo collega il baronetto alla figura descritta dalla donna vestita di bianco. Marian e Walter si recano allora al villaggio di Limmeridge dove vengono a sapere che un allievo della scuola è in punizione perché sostiene di aver visto un fantasma, una donna tutta vestita di bianco, sulla tomba della famiglia Fairlie. Al cimitero Walter scopre che una metà della tomba è stata pulita di recente ed allora la sera stessa si apposta e vede giungere sul posto due donne. Una delle due si avvicina alla tomba e Hartright riconosce in lei Anne. A quel punto esce dal suo nascondiglio e si presenta alla giovane dalla straordinaria rassomiglianza con Laura. Nella conversazione che segue egli nomina sir Percival e la giovane a quel punto si mette ad urlare, facendo accorrere l’altra donna, più anziana, che è la signora Clements, la quale ha ospitato Anne dopo la fuga dal manicomio. Anne però discolpa Walter da qualsiasi atto di molestia nei suoi confronti e le due donne si allontanano. Nonostante Walter Hartright sia convinto che sir Percival è l’uomo che ha fatto rinchiudere Anne in manicomio e che perciò sia un pericolo anche per la vita di Laura, seppure non può sapere le ragioni concrete dietro un tale convincimento, il giorno dopo non gli rimane che lasciare Limmeridge House e tornare deluso e con il cuore spezzato dalla madre e dalla sorella. Molto altro deve succedere con l’ingresso nella storia di sir Percival Glyde, il suo amico di origine italiana, il conte Fosco e sua moglie, gli avvocati Mr. Gilmoure e Mr. Kyrle. La lunga uscita di scena di Walter, che addirittura s’imbarca al seguito di una spedizione avventurosa in Sud America, prima di tornare e trovarsi ancora coinvolto negli sviluppi di questa storia assieme al suo amico, il professor Perla, lascia spazio a numerosi eventi che si susseguono senza apparente soluzione di continuità, con Marian nel ruolo d’indiscussa protagonista a difesa degli interessi e della vita dell’amata sorellastra Laura.

VALUTAZIONE: la trama qui sopra descritta copre non più di un terzo del romanzo, che è quindi corposo ma estremamente intrigante e scorrevole. Grazie all’escamotage narrativo utilizzato da Wilkie Collins, ovvero far narrare la storia in maniera sequenziale, progressiva ed alternata da parte di alcuni dei principali personaggi coinvolti, sul filo delle testimonianze in un ipotetico processo e come se si passassero il testimone uno all’altro, lo scrittore britannico ha scritto un racconto che rappresenta l’inizio di un sottogenere letterario denominato ‘sensation novel’. Pubblicato a suo tempo a puntate, il romanzo ha tutte le caratteristiche del miglior giallo. I colpi di scena infatti si susseguono continuamente ed i personaggi coinvolti, sia positivi che negativi, sono mirabilmente descritti. Un romanzo che, nonostante l’epoca, sta dalla parte delle donne ed una volta iniziato, si fatica ad interrompere, per l’aspettativa e la curiosità continua che genera. Da non perdere insomma, senza farsi assolutamente intimorire dal numero delle pagine che in realtà fluiscono senza accorgersene.   

…Le donne non sanno dipingere, la loro mente è troppo volubile, i loro occhi troppo distratti…

A leggere questa frase, tratta dal romanzo di Wilkie Collins, si potrebbe pensare ad un atteggiamento prevenuto dello scrittore inglese nei confronti delle donne. In realtà ne ‘La Donna in Bianco‘, sin dal titolo è evidente invece quanto l’universo femminile sia al centro del suo racconto e non certo in senso dispregiativo. Le conferme al riguardo si possono trovare non tanto in alcune affermazioni successive, chiaramente elogiative, come la seguente: ‘…la donna che per prima dà vita, luce e forma al nostro vago ideale di bellezza, riempie un vuoto, nella nostra natura spirituale, che si rivela a noi soltanto quando ella ci appare…’, la quale però potrebbe suonare anche un po’ retorica, quanto semmai dalla presenza di numerosi personaggi femminili, fra i quali svetta soprattutto Marian Holcombe, la vera protagonista della storia, anche se tale ruolo se lo conquista a pieno merito nel divenire della medesima.

A questa splendida figura di donna si contrappone, in campo maschile, non tanto il bel personaggio di Walter Hartright, il quale seppure ricopre un ruolo decisivo nella vicenda, sparisce a lungo nella parte centrale della stessa, quanto semmai l’avversario principale di Marian e dello stesso Walter, cioè il mefistofelico e trasbordante, non solo fisicamente, conte Fosco (da notare che appare solo di sfuggita nella parte della trama qui sopra descritta), il quale incarna perfettamente le caratteristiche del cattivo di turno, inclusi spiccati tratti di perfidia, astuzia e doppiezza. Il che però rende il suo personaggio inevitabilmente ben più interessante ed intrigante del suo amico sir Percival Glyde, un uomo invece decisamente mediocre, specie dal punto di vista caratteriale, per quanto necessario ai fini narrativi. Così come tutto sommato risulta un po’ evanescente anche la figura della giovane e bella Laura Fairlie, anche se attorno al suo personaggio ed a quello della misteriosa ‘donna in bianco‘, Anne Catherick, si gioca gran parte del complicato intreccio narrativo. 

Ora, tornando per un momento alla citazione iniziale, io non possiedo sufficienti conoscenze per affermare con certezza le ragioni alla base del fatto che nella storia dell’arte pittorica non risaltano grandi nomi di donne. Incuriosito da questa ‘scoperta’, ho fatto una piccola ricerca in Internet ed in effetti compaiono pochi nomi femminili meritevoli di menzione, come quello stravagante ma italianissimo di Sofonisba Anguissola, ad esempio, considerata la prima grande ritrattista donna; oppure, per dirne un altro, quello dell’impressionista francese Berthe Morisot. Nessuno però riconoscibile al volo al pari dei più rinomati artisti di sesso maschile. La più famosa forse è un’altra italiana, Artemisia Gentileschi, della scuola del Caravaggio, immortalata dalla scrittrice Susan Vreeland nello splendido romanzo ‘La Passione di Artemisia‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento al libro). Quel che si può senz’altro affermare quindi, dopo aver letto il romanzo di Wilkie Collins, è che, semmai si volesse insistere sul tema della contrapposizione uomo-donna, i personaggi femminili che lui descrive in quest’opera, pur non tutti meritevoli di lode in sè, dimostrano comunque una notevole conoscenza dell’universo femminile da parte dell’autore e certamente sono descritti in modo non meno dettagliato di quelli maschili.       

Come risulta nell’immagine qui sopra riportata, anche lo scrittore nostrano Alessandro Baricco mette in risalto uno dei pregi più importanti di questo romanzo, nonostante il numero delle pagine, settecentocinquanta circa, che può scoraggiare il lettore abituato a scegliere le letture anche dallo spessore del libro. Niente di più ingannevole però in questo caso, perché davvero questo è un romanzo che una volta iniziato si fa fatica a staccarsene. Merito senz’altro della prosa dell’autore che è decisamente piacevole ed elegante (…avevo imparato a lasciare nell’atrio del mio datore di lavoro tutte le simpatie che era naturale provare alla mia età, con la stessa freddezza con cui vi lasciavo l’ombrello prima di recarmi al piano superiore…‘); capace di rappresentare una persona o situazione con brillanti aforismi (‘…le nostre parole sono come giganti quando ci fanno un torto, e come nani quando ci rendono un servigio…‘); a volte persino sorprendente e provocante in alcune considerazioni, come la seguente, almeno per i suoi connazionali (…il corpo principale dell’edificio risale al tempo della regina Elisabetta, donna infinitamente sopravvalutata…‘).

A parte questo, certamente vincente è la scelta narrativa di far raccontare la storia in terza persona, da più personaggi che si susseguono l’un l’altro, come testimonianze di un ipotetico processo in un’aula giudiziaria. Lo scopo non è quello di descrivere gli eventi da punti di vista diversi, bensì di portare avanti la storia nel rispetto della sua progressione cronologica, come se ognuno dei narratori conoscesse meglio degli altri protagonisti alcune parti della medesima. E’ la ragione per la quale fra l’altro alcuni dei personaggi fondamentali del romanzo come il conte Fosco e consorte entrano in scena solo in un secondo momento (‘…in una storia come quella che sto raccontando, è inevitabile che certi personaggi appaiano soltanto quando il corso degli eventi li chiama in causa: essi vanno e vengono, non in virtù di mie arbitrarie simpatie, ma in ragione del loro diretto coinvolgimento nelle circostanze che vengono riportate…‘ afferma lo stesso autore) e quello di Walter Hartright invece, dopo aver introdotto il racconto, a causa di vicende a lui sfavorevoli, sparisce letteralmente di scena nella parte centrale della stessa, per tornare ad essere protagonista decisivo nella parte finale…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Film: ‘Eyes Wide Shut’

EYES WIDE SHUT

Titolo Originale: Eyes Wide Shut

Nazione: Regno Unito, USA

Anno: 1999

Genere: Drammatico, Psicologico

Durata: 159’ Regia: Stanley Kubrick

Cast: Tom Cruise (Dr. William Harford), Nicole Kidman (Alice Harford), Sydney Pollack (Victor Ziegler), Todd Field (Nick Nightingale), Sky Dumont (Sandor Szavost), Louise J. Taylor (Gayle), Stewart Thorndike (Nuala), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich), Julienne Davis (Amanda ‘Mandy’ Curran), Abigail Good (Donna Misteriosa), Vinessa Shaw (Domino), Madison Eginton (Helena Harford), Thomas Gibson (Carl), Leslie Lowe (Illona Ziegler), Jackie Sawiris (Roz), Fay Masterson (Sally), Leelee Sobieski (Figlia di Milich), Alan Cumming (Portiere dell’Albergo), Leon Vitali (Ierofante Rosso), Emilio D’Alessandro (Edicolante)

TRAMA: William/Bill e Alice Harford vivono in una bella casa a Manhattan ed hanno una figlia giovanissima. Bill è un medico e Alice fa la casalinga annoiata da quando la galleria d’arte dove lavorava è fallita. Il loro tenore di vita comunque è alto ed alcuni pazienti di Bill sono personaggi altolocati, come il milionario Victor Ziegler ad esempio. Bill e Alice sono una bellissima coppia, ma fra loro parlano poco e non c’è più la passione di un tempo. Nel corso di un invito ad un party pre-natalizio, Alice beve un po’ troppo e si lascia adulare da un ‘tombeur de femme’ alla ricerca di facili avventure ma si sottrae prima di cedere ai suoi insistiti tentativi di seduzione. Bill a sua volta ha appena incontrato Nick, un suo vecchio compagno di università, che suona il piano nella band che allieta gli invitati e poi si fa lusingare da due giovani donne, ma poco prima che riescano a convincerlo a seguirle, un inviato di Victor gli chiede di raggiungerlo urgentemente al piano superiore. Dentro un bagno Victor è in compagnia di una giovane donna, completamente nuda, con la quale ha appena avuto un rapporto sessuale e che giace priva di sensi sotto l’effetto di droga e alcool. Bill l’aiuta a riprendersi e prima di andarsene garantisce all’amico la sua discrezione sull’incidente. Il giorno dopo, sdraiati sul letto, Bill e Alice stanno fumando una sigaretta di marijuana e saranno gli effetti della stessa oppure l’intrigante serata precedente che ha lasciato in lei qualche strascico a spingerla ad iniziare una discussione che diventa sempre più accesa sino al punto di rivelare di aver provato, durante una vacanza, il forte desiderio, comunque non portato a compimento, di avere un rapporto sessuale con un giovane ufficiale di Marina che non aveva mai visto prima, per il quale però non avrebbe esitato a mandare all’aria il loro matrimonio. Bill è basito, non ritiene di essere un marito disposto a tradire la moglie ma non reagisce, anche perché riceve una telefonata dalla casa di un altro suo benestante paziente con la richiesta di accorrere immediatamente. La figlia di quest’ultimo, Marion, ha avuto l’amara sorpresa di trovare il padre che era gravemente malato, già cadavere, passato dal sonno alla morte, ma pur fortemente scossa, bacia inaspettatamente Bill sulla bocca, che si ritrae sorpreso, dichiarandosi innamorata di lui da tempo, nonostante sia in procinto di essere raggiunta dal suo fidanzato. Appena giunto quest’ultimo, il medico imbarazzato coglie l’opportunità per andarsene, ma sceglie di vagare un po’ per strada ripensando gli avvenimenti appena trascorsi. Ad un incrocio lo raggiunge una prostituta di bell’aspetto e lo invita a seguirlo a casa sua, lì a pochi passi. Bill accetta, evidentemente intrigato e fuori di sé, ma quando ha già concordato la cifra e sta per lasciarsi andare, riceve una telefonata di Alice ed a quel punto riflette e decide di rinunciare. Lungo la strada passa davanti ad un locale dove vede esposto nella locandina il nome e la foto di Nick, il suo amico musicista ed entra proprio mentre la band sta per terminare l’esibizione. Nick lo raggiunge al tavolo, ma subito dopo riceve una strana telefonata e scrive la parola ‘fidelio’ su un tovagliolo. Imbarazzato, spiega a Bill che spesso viene chiamato da quella persona con un preavviso soltanto di un’ora, per andare a suonare bendato in una grande villa fuori città, dove gli invitati sono tutti mascherati e fra loro ci sono tante belle donne nude. Bill, incuriosito ed in vena di avventure, essendo già a conoscenza della parola d’ordine, riesce a convincere Nick a rivelargli anche l’indirizzo e sgravandolo al tempo stesso da ogni responsabilità. Nonostante l’ora tarda, si reca poi in un negozio che affitta costumi dove trova un maneggione che proviene dall’est Europa, che convince a servirlo grazie ad una generosa mancia. Entrando nel negozio il proprietario scopre la figlia adolescente in compagnia di due loschi figuri che tratta in malo modo. Bill ne esce dopo aver noleggiato uno smoking, un mantello e una maschera e si fa condurre da un taxi sino alla villa fuori città dove riesce ad entrare grazie alla parola d’ordine. Dentro si sta svolgendo un rituale con una sorta di sacerdote vestito di rosso che è circondato da alcune giovani donne le quali, a comando, si svestono dell’unico indumento che indossavano e subito dopo scelgono un partner fra i molti presenti, tutti mascherati, mentre Nicki bendato al pianoforte sta eseguendo una inquietante base musicale. Bill, pur mascherato a sua volta, viene però notato da una coppia sul loggione ed una delle giovani donne nude lo sceglie e mentre lo accompagna, lo avvisa di essere in pericolo e gli intima di andarsene al più presto, poi però viene condotta via da un altro personaggio. Proseguendo il percorso da solo, in altre stanze Bill si trova al cospetto di numerose orge, prima di essere raggiunto ed invitato da un altro uomo mascherato a tornare nella prima sala, nella quale l’officiante vestito di rosso, seduto su uno scranno e numerosi presenti mascherati intorno a lui, lo stanno aspettando per interrogarlo ed obbligarlo a togliere la maschera. Quando però gli viene chiesto anche di spogliarsi, la giovane donna che aveva cercato di avvisarlo poco prima, interviene e si offre di essere punita al posto suo. Il sacerdote accetta lo scambio e lascia andare Bill che torna a casa sconvolto e preoccupato per la sorte della sua salvatrice. In camera trova Alice in preda ad un incubo ed una volta sveglia gli racconta una scena non dissimile a quella che Bill ha appena vissuto nella quale lei si offriva a numerosi uomini. Bill, sempre più turbato e spaventato, dopo essere tornato al negozio ed aver riconsegnato gli abiti noleggiati, senza la maschera che sembra aver smarrito, scopre che il maneggione dell’est in realtà offre la giovane figlia, che non sembra peraltro del tutto a posto con la testa, ai suoi clienti. Quindi esce disgustato e deciso ad indagare per suo conto, annullando alcuni appuntamenti nello studio medico. Così scopre che Nicki è stato prelevato nel suo hotel all’alba ed è sparito ma anche di essere seguito da una persona. Seduto al tavolo di un bar dov’è entrato per sfuggire al suo pedinatore, legge in un giornale che una prostituta è stata trovata priva di vita, probabilmente drogata. Si reca così all’obitorio e grazie alla tessera di medico riesce a vedere il cadavere nel quale riconosce la giovane donna che aveva salvato a casa di Victor e che è certo sia anche quella che si è sacrificata per lui nella villa. La stessa sera viene invitato da Victor a casa sua e viene così a sapere che l’uomo che lo seguiva è stato ingaggiato da lui, che anche lui era presente alla villa e quindi lo invita a desistere dall’indagare ulteriormente per evitare pericoli per sé e la sua famiglia, essendo coinvolti numerosi personaggi molto potenti. Cerca anche di rassicurarlo riguardo la sorte di Nicki e addebita la morte della giovane donna ad una overdose, data la sua dipendenza da droghe ed alcol. Cerca di rassicurarlo infine riguardo le minacce che aveva subito alla villa, sostenendo che era tutta una messinscena per spaventarlo. Tornato a casa, Bill trova la moglie che dorme serenamente ma sul suo cuscino c’è la maschera smarrita. La tensione accumulata esplode in un pianto liberatorio di Bill che sveglia Alice, alla quale allora racconta tutto. Alcuni giorni dopo la coppia accompagna la figlia a fare shopping natalizio e dentro un negozio Alice spiega al marito come sia stato liberatorio per entrambi confidarsi i sogni e gli eventi vissuti e quanto sia importante che al più presto riprendano a ‘scopare’.   

VALUTAZIONE: un film di Kubrick è sempre un evento che dietro le apparenze più immediate contiene livelli di lettura che il singolo spettatore può più o meno recepire ed accettare in base alla sua sensibilità, interessi e cultura, anche cinematografica. ‘Eyes Wide Shut’ è affascinante, elegante, conturbante, intrigante, suggestivo ed ambiguo. E’ un cinema per buongustai che gli habitué dei blockbuster e quelli che prediligono l’atteggiamento passivo al cinema difficilmente possono apprezzare. Kubrick è stato un regista geniale e carismatico, anche se questo suo ultimo film per alcuni è soltanto uno sterile esercizio di stile. Come spesso accade per gli artisti di talento, provocatori ed innovativi, inevitabilmente controversi, anche quest’opera è stata rivalutata nel tempo rispetto alle perplessità generate, anche in alcuni critici, al momento della sua uscita.

Il titolo ‘Eyes Wide Shut‘ è un ossimoro. La traduzione, non strettamente letterale, porta infatti a qualcosa come ‘Occhi Aperti Chiusi‘. Cioè un’espressione che stride al solo pronunciarla, che suona indecifrabile ed appare inevitabilmente ambigua ed oscura. Di fronte ad essa si può quindi reagire in due maniere: la prima è considerarla alla stregua di uno slogan che suona bene soltanto a pronunciarlo nella lingua originale, senza porsi quindi alcun altro interrogativo sul suo significato intrinseco. La seconda invece è quella di lasciarsi guidare dalla curiosità di scoprire cosa lega quelle tre parole ed in tal caso si può cercare qualche sbrigativa informazione su Internet; oppure lasciare da parte ogni ulteriore indugio ed immergersi nella visione di questo film. In ogni caso, comunque, allo spettatore medio è probabile che qualche dubbio gli rimarrà lo stesso in sospeso, anche dopo. 

Sicuramente il significato del titolo non è univoco. Lo si può considerare, tanto per dirne una fra le possibili alternative, una sorta di esortazione ad aprire gli occhi, troppo spesso lasciati opportunamente chiusi di fronte a determinati eventi e situazioni. Ad esempio nei confronti di chi gestisce il potere con arroganza e l’inganno, qui rappresentati da una serie di personaggi equivoci, addirittura innominabili dice un personaggio, che nascondono la loro identità, più o meno metaforicamente, dietro maschere e costumi, non fidandosi evidentemente nemmeno reciprocamente fra di loro. Il che è pericoloso perché si tratta di figure altolocate della società, che si presentano pubblicamente vantando doti di grande responsabilità, equilibrio ed affidabilità, trasmettendo quindi un’immagine di fiducia al di sopra di ogni sospetto, ma in realtà circuendo l’ignaro cittadino al fine di ottenere il placet per conquistare il potere e poi fare gli affari loro.

Esse agiscono, afferma quindi Kubrick nel suo film, per perseguire sordidi obiettivi personali ed a favore di un limitato numero di persone con le quali hanno dato vita ad una sorta di setta, sconosciuta a tutti tranne che ai pochi appartenenti e complici, la quale opera subdolamente al di fuori delle regole etiche e comportamentali. Un’élite governata con fermezza, arroganza e spietatezza, per continuare a godere impunemente i propri vizi e benefici, evitando accuratamente qualsiasi collegamento o intrusione da parte di chi potrebbe minarne l’esistenza o rivelarne, anche solo casualmente, la natura. Una casta dalla quale quindi non si può più uscire, una volta entrati. Ma cosa succede a chi dovesse venirne accidentalmente a conoscenza e riuscisse ad accedervi anche solo per mera curiosità, senza rendersi conto del rischio che ciò comporta? 

William (Bill) Harford, medico di successo, rispettabile e pacifico padre di famiglia, riesce appunto ad entrarci con destrezza, usando un termine associato di solito al furto per sottolinearne la specifica natura, ma che nel suo caso è invece il risultato, qualcuno lo definirebbe anche la bravata conclusiva, di una serata molto particolare, dagli sviluppi sconcertanti. Le dinamiche della quale lo hanno portato a cercare di soddisfare un’improvviso bisogno di fuga dall’ordinario e provare l’emozione adrenalinica della trasgressione, salvo scoprire, quando però è già troppo tardi, che non si è infilato in un semplice gioco di società, ma che sta rischiando persino la vita.

Bill infatti mai si sarebbe aspettato di scoprire che esiste un mondo parallelo, a lui totalmente sconosciuto sino a quel momento, gestito da insospettabili persone, alcune delle quali verrà a sapere in seguito che sono persino a lui molto vicine, anche se è tutt’altro che facile riconoscerne l’identità e la posizione sociale, visto che sono tutte mascherate in quell’ambiente, così che è complicato e sicuramente sospetto comprendere se agiscono in nome del bene o del male. O peggio ancora, se sono solite a passare con disinvoltura dall’uno all’altro, a seconda delle circostanze e della convenienza. Un tema tanto caro quindi a Kubrick, quello della doppiezza comportamentale, d’animo e di ruolo, insita nella maggior parte degli uomini e quindi, in senso più ampio, anche in quelli che governano e gestiscono il potere, da lui medesimo sviluppato egregiamente ad esempio in ‘Arancia Meccanica‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere la mia recensione di questo film). 

Ma c’è anche almeno un altro livello di lettura di questo film, scendendo dal generale della società al particolare di una singola coppia ed è quello rappresentato dai rapporti che nel corso del tempo possono portare marito e moglie, dall’iniziale passione, simbiosi e sincerità ad un atteggiamento di fredda cortesia ed ambiguità di convenienza (‘…sa qual è il vero fascino del matrimonio? È che rende l’inganno una necessità per le due parti…‘ dice uno che sembra intendersene al riguardo). Una coppia, quella costituita da Bill (Tom Cruise) e Alice (Nicole Kidman) che, vista dal di fuori, appare felice ed invidiabile mentre al suo interno sta vivendo una condizione di disagio e sofferenza in corso di accumulo, provocati forse dalla routine o dallo scemare progressivo dell’entusiasmo e poi dalla mancanza di dialogo. La coppia, com’è generalmente noto, è un caposaldo ed un pilastro della nostra società e cultura, legittimata civilmente di fronte a testimoni e spesso persino santificata davanti a Dio.

Come credo si sia già intuito, arrivati sin qui, sono molteplici perciò i piani di lettura che emergono in quest’opera, di natura intima, psicologica e sociologica ma nonostante ciò nulla impedisce allo spettatore meno disposto a scendere negli ambiti più profondi dei medesimi, di rimanere anche soltanto al livello più immediato e superficiale dello sviluppo della crisi che improvvisamente esplode nel rapporto fra Alice e Bill, in un contesto la cui evoluzione però porta il secondo ad invischiarsi in una vicenda dai connotati inquietanti, non solo per lui e la sua famiglia, ma dai risvolti persino misteriosi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…