Diritti e Modalità d’Uso del Materiale Pubblicato

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I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblicherò i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, come una sorta di riflessione indirizzata anche a me stesso, per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                                                                            Cliccando qui di seguito su ‘Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare quindi il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco in alto a destra e premi il bottone Cerca.

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I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblicherò i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per comprendere il contesto e farsi un’idea generale delle opere.                                                                                                                             Cliccando qui di seguito su ’Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco in alto a destra e premi il bottone Cerca

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Le Mie Foto

In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso e quelli dove risiedo, e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblicherò i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più curiosità e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto per le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, anche quella tecnica dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero d’incrementarla sempre più. 

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Musica: ‘Dire Straits’ e ‘Communiquè’

DIRE STRAITS

Dire Straits – Communiquè

Anno: 1978-1979

Genere: Rock, Blues, Country, Folk, Jazz 

Etichetta: Vertigo Records

Nazione: GBR

  • Dire Straits – Lato A
    • Down to the Waterline – 4:01 
    • Water of Love – 5:22
    • Setting Me Up – 3:20
    • Six Blade Knife – 4:10
    • Southbound Again – 3:10
  • Dire Straits – Lato B
    • Sultans of Swing – 5:48 
    • In the Gallery – 6:15 
    • Wild West End – 4:42 
    • Lions – 4:54
  • Communiquè – Lato A
    • Once Upon a Time in the West – 5:25 
    • News – 4:14 
    • Where Do You Think You’re Going? – 3:50 
    • Communiqué – 5:50
  • Communiquè – Lato B
    • Lady Writer – 3:45 
    • Angel of Mercy – 4:36 
    • Portobello Belle – 4:30 
    • Single-Handed Sailor – 4:42 
    • Follow Me Home – 5:50

Band: 

  • Mark Knopfler – voce, chitarra solista, chitarra ritmica 
  • David Knopfler – chitarra ritmica, cori
  • John Illsley – basso, cori 
  • Pick Withers – batteria

VALUTAZIONE: difficile dire se i primi due album dei Dire Straits sono stati anche i migliori della loro produzione, ma quando uscirono alla fine degli anni settanta, stretti fra la vena più gloriosa del pop progressive in via di esaurimento da una parte, la disco music e l’arrembante trasgressione del punk rock dall’altra, i Dire Straits con il loro mix di vari generi sapientemente amalgamati, il suono pulito ed accattivante, e soprattutto l’estrosa chitarra di Mark Knopfler, conquistarono le platee di tutto il mondo. Di fatto crearono uno stile molto personale che riusciva a combinare belle armonie a testi di spessore, anche di natura sociale. Una band che ha fatto epoca ed ancora oggi conta, seppure sciolta oramai da oltre venti anni, innumerevoli e fedeli estimatori.

‘Dire Straits’, tradotto letteralmente, significa qualcosa come ‘Terribili Ristrettezze’ e lascia supporre che quando il nome della band venne scelto a suo tempo dai quattro componenti il gruppo di Deptford, una località della grande Londra, non se la stessero passando un granché bene, ma nonostante ciò evidentemente possedevano doti di auto critica ed auto ironia. Dopo aver fatto una considerevole esperienza nei locali ‘pub-rock’, oramai quasi trentenni, forse a quel punto non ci credevano più nemmeno loro di poter sfondare.

Invece la fortuna, indispensabile quanto l’estro in qualsiasi attività per ottenere il pieno riconoscimento delle proprie doti, gli venne incontro quando un nastro, contenente alcuni loro brani, finì nelle mani del DJ giusto il quale propose alla radio, senza che fossero neppure stati avvisati, il brano ‘Sultans of Swing‘ e da quel momento si spalancarono come d’incanto le porte del successo che divenne travolgente. Due fratelli, Mark e David Knopfler, rispettivamente chitarra solista e ritmica, più una coppia di loro amici, il bassista John Illsley ed il batterista Pick Whiters (già noto in Italia per aver fatto parte del gruppo The Primitives, il cui leader era il cantante Mal) sono i componenti storici che figurano sulle copertine dei primi due album. I quali uscirono a breve distanza uno dall’altro, ma già nel terzo, intitolato ‘Making Movies‘, David lasciò il gruppo per divergenze proprio con il fratello ed in seguito, a supporto del duo Mark e John, che è rimasto assieme per tutto il tempo sino a quando è stata sciolta la band (perché anche Pick se n’è andato dopo l’album ‘Love Over Gold‘), si sono aggiunti ed alternati vari musicisti come Hal Lindes alla ritmica, Alan Clark e Guy Fletcher alle tastiere e Terry Williams alla batteria, più altri session-man più o meno noti come Jeff Porcaro, Mel Collins e Tony Levin.

Dal 1978 al 1991 i Dire Straits sono stati uno dei gruppi più famosi e di maggior successo a livello internazionale ma due elementi sono stati decisivi per il raggiungimento di tale risultato: il primo, lo stile pulito, elegante, che attraversa vari generi musicali amalgamandoli in maniera sorprendentemente personale ed efficace; il secondo, la tecnica ed il modo particolare di suonare la chitarra elettrica da parte di Mark Knopfler, fra l’altro compositore di quasi tutti i brani del gruppo sia riguardo i testi che la musica.

Un recente articolo a nome di Giuseppe Gaetano, pubblicato sul Corriere della Sera per celebrare i 40 anni compiuti dal già citato brano di riferimento ‘Sultans of Swing‘, spiega la natura assolutamente anomala dei Dire Straits, non solo nel panorama musicale della loro epoca, quando i gruppi del cosiddetto rock progressive e pop sinfonico avevano già o stavano sparando le ultime cartucce mentre punk e disco music erano in rapida ascesa e stavano conquistando i gusti del pubblico, ma anche come personaggi controcorrente all’interno dello star system musicale. Sono riusciti infatti a rimanere al di fuori delle dinamiche tipicamente esagerate del divismo ed anche nei loro concerti (ne ho anche un ricordo personale al Forum di Assago di Milano) più che gli effetti scenici, ridotti al minimo indispensabile, contava soprattutto una cosa, la musica. Dal punto di vista mediatico hanno mantenuto nel tempo lo stesso approccio compassato con il quale sono entrati in scena e dalla quale poi sono anche usciti, in sordina. Ancora oggi Mark Knopfler quando viene intervistato non ha nulla della star che se la tira, per usare un termine espressivo; modestia ed umiltà sono caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto nel corso della lunga carriera.

Nel periodo di massimo successo, i Dire Straits hanno vissuto naturalmente anni di esaltante successo in giro per il mondo; venduto qualcosa come 120 milioni di dischi e cavalcato l’onda della notorietà in maniera frenetica. Come nel 1979, quando si esibirono in 51 concerti in soli 38 giorni, che sembra persino impossibile, se non fosse che sono dati ufficiali ed evidentemente a volte ne hanno fatti due in un solo giorno. Anche nel loro ultimo World Tour intitolato all’album ‘On Every Street‘ iniziato il 23 agosto del 1991 e terminato il 9 ottobre del 1992 si sono esibiti in ben 216 concerti! Ottenuto però tutto il meglio che un musicista possa sperare per soddisfare i propri sogni iniziali, le aspettative e le ambizioni, ognuno di loro, seguendo anche una filosofia di vita differente da quella di molte altre star o semplicemente consumato dallo stress per quanto esaltante possa essere esibirsi davanti a migliaia di fan osannanti, ha preso strade alternative. Lo stesso Mark Knopfler si è dedicato alla composizione di colonne sonore di successo di film come, ad esempio, ‘Local Hero‘, ‘Ultima Fermata Brooklyn‘, e ‘Metroland‘.

E se qualcuno commettesse l’errore di snobbare gli altri componenti dei Dire Straits lasciando la ribalta soltanto al loro pur indiscusso leader Mark Knopfler, sappia che il batterista Pick Whiters si dedicò al Jazz già agli inizi degli anni ’80 e sempre l’articolo citato in precedenza rivela che ‘…Terry Williams suonò nientemeno che con B.B. King prima di ritirarsi a gestire un club blues nella sua città natale, Swansea; il talentuoso bassista John Illsley si mise a fare addirittura il pittore. E jazzisti, nel senso più profondo del termine, erano anche i turnisti che affiancarono i Dire Straits dal vivo: Jack Sonni era diplomato al conservatorio; Michael Brecker collaborò con mostri sacri del calibro di Pat Metheny, Jaco Pastorius, Herbie Hancock e Charles Mingus; Tony Levin creò perfino una nuova tecnica per suonare il basso con le bacchette; Omar Hakim studiò batteria col mitico Art Blakey e aveva la black music nel sangue (il padre fu trombonista nelle orchestre di Duke Ellington, Count Basie e John Coltrane)…’. Insomma, ben altro che semplici comprimari…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Foto: ‘Scene da una normale piena sull’Adda’

Cliccando su una qualsiasi delle foto è possibile vederle in un formato ingrandito e scorrere in avanti ed indietro le stesse usando i tasti freccia. Avvicinando il mouse ad ogni singola foto è visibile il titolo che le ho dato, per informazione sul luogo o semplicemente per dare sfogo alla mia fantasia. Buona visione…

In questo blog, come credo sia evidente, si parla essenzialmente di cinema, letture, musica e foto. Quindi ci può anche stare che possa intitolare questo collage di scatti fotografici, effettuati semplicemente con uno smartphone nel corso di qualche recente passeggiata-escursione in luoghi per me abituali, ma sempre piacevoli ed affascinanti, prendendo spunto proprio dal titolo di un famoso film di Ingmar Bergman ‘Scene da un matrimonio‘, anche se le analogie ovviamente finiscono lì.

Le scene di una piena sono generalmente drammatiche, a volte i danni e le vittime le trasformano in tragedia. In altre occasioni invece, per fortuna, è con piacere e rispetto che si può osservare la maestosità della natura e goderne lo spettacolo senza colpo ferire, per così dire. Gli scatti che seguono, seppure riferiti a giornate diverse, in qualche modo rappresentano il corso di un’unica ideale, dal mattino al tramonto. Come spesso capita al fotografo amatoriale visionario che, pur in tutta modestia, si ritiene un po’ di essere chi scrive, le occasioni migliori sono quelle che permettono di trovare inquadrature e prospettive meno consuete, pur inframmezzate ad altre ordinarie che però le completano. Esserci riusciti o meno spetta dirlo a chi scorrerà la galleria delle foto. Io di sicuro ho unito l’utile di qualche salutare passeggiata lungo la riva del fiume Adda al dilettevole, come suol dirsi, dando alle immagini anche un titolo, in alcuni casi di fantasia, basato sulle istintive sensazioni che mi hanno suggerito.

  

Serie TV: ‘The Affair – Una Relazione Pericolosa’ (Prime Quattro Stagioni)

THE AFFAIR – UNA RELAZIONE PERICOLOSA  (Serie TV)

Titolo Originale: The Affair

Nazione: USA

Anno: 2014-18

Genere: Drammatico, Giallo, Sentimentale

Durata: 55′ circa per ogni puntata (42 in totale sinora)

Regia: Jeffrey Reiner (16 ep. 2015-17), John Dahl (5 ep. 2015-17), Ryan Fleck (4 ep. 2014-15), Carl Franklin (2 ep. 2015, Anna Boden (2 ep. 2015), Laura Innes (2 ep. 2015), Mark Mylod (1 ep. 2014), Scott Vinant e Michael Slovis,  (1 ep. 2015), Agnieszka Holland (1 ep. 2017) su un’idea di Sarah Treem e Hagai Levi

Cast: Dominic West (Noah Solloway), Ruth Wilson (Alison Lockhart), Maura Tierney (Helen Solloway), Joshua Jackson (Cole Lockhart), Catalina Sandino Moreno (Luisa Lèon), Omar Metwally (Vic Ullah), Emily Browning (Sierra), Irène Jacob (Juliette Le Gall), Sanaa Lathan (Janelle Wilson), Julia Goldani Telles (Whitney Solloway), Jake Siciliano (Martin Solloway), Jadon Sand (Trevor Solloway), Josh Stamberg (Max Cadman), Colin Donnell (Scotty Lockhart), Ramon Rodriguez (Ben Cruz), Mare Winningham (Cherry Lockhart), Kathleen Chalfant (Margaret), Leya Catlett (Stacey Solloway – solo stagione 1-2), Abigail Dylan Harrison (Stacey Solloway – solo stagioni 3 e 4)

TRAMA: Noah è un insegnante e scrittore di New York, sposato con Helen ed hanno quattro figli. Sono in vacanza a Montauk, vicino a Long Island, dove abitano i genitori di lei ed il suocero è a sua volta uno scrittore di successo nei confronti del quale il genero sente però un complesso d’inferiorità. Quest’ultimo sta cercando l’ispirazione per il suo secondo romanzo quando conosce Alison, una cameriera di un ristorante della zona, verso la quale prova un’immediata e ricambiata attrazione. Noah sente il bisogno di nuova energia vitale e lo stesso vale per Alison, che è sposata con Cole, ma dopo la morte del loro bambino per annegamento, i rapporti fra loro si sono raffreddati: lei è tormentata dal rimorso e lui si è immerso nella gestione del ranch di famiglia assieme alla madre ed ai fratelli, ma per via dei debiti trafficano anche in droga. Noah e Alison diventano amanti e quando lui torna a New York con la famiglia non vede l’ora di rivederla. La situazione si complica ulteriormente quando Whitney, la prima figlia di Helen e Noah, a seguito di una relazione con Scotty, il fratello balordo di Cole, resta incinta ed è costretta ad abortire. Il matrimonio con Helen, già complicato, subisce un colpo durissimo dalla relazione fra Noah ed Alison, che difatti vanno a vivere assieme. Il loro rapporto sembra andare a gonfie vele e Noah intanto ha trovato l’ispirazione per il nuovo romanzo prendendo spunto proprio dalla sua personale vicenda. Alison però un giorno ne legge alcune pagine mentre Noah non è in casa e ne trae la convinzione che in realtà quest’ultimo la stia usando e non abbia intenzioni serie nei suoi riguardi, nonostante l’istanza di divorzio da Helen sia in corso, ma con la quale comunque continua a mantenere buoni rapporti. Alison allora per una notte torna fra le braccia di Cole come se fossero due nuovi amanti e resta incinta di Joanie, ma a Noah non dice nulla e la bimba nasce come se fosse sua figlia. Intanto il libro di Noah viene pubblicato con il titolo ‘La Discesa’ e diventa un successo editoriale che allontana ancora di più quest’ultimo dalla sua partner, tutto preso da interviste e presentazioni della sua opera. Helen, dopo una fugace relazione con Max, trova un nuovo e più stabile compagno nel chirurgo Vic Ullah. Cole invece, dopo la vendita del ranch, fa il tassista ed ha trovato consolazione fra le braccia di Luisa, una bella sudamericana immigrata irregolarmente negli USA, che ha concluso una relazione con il fratello Scotty e si è messa con lui. Cole però è ancora innamorato di Alison ed il rapporto con Luisa ne risente. Il fugace tradimento fa quindi parte di questa sua indecisione, nonostante tenga sinceramente a Luisa che gli sta trasmettendo ottimismo e voglia di ricominciare. Tant’è che le chiede infine di sposarlo, dopo aver maturato la decisione di acquistare, in compartecipazione con Alison, un locale da ristrutturare, il Lobster Roll. Alla festa di matrimonio sono invitati anche Helen e Noah come se tutti facessero parte di una famiglia allargata. Scotty si ubriaca mentre Alison confessa a Noah che la figlia Joanie in realtà è di Cole. Noah, che è rimasto colpito dalla rivelazione non se la sente di guidare al ritorno dalla cerimonia e lascia il volante a Helen. Lungo la strada buia Alison sta camminando da sola lungo il ciglio quando viene aggredita da Scotty. La sua reazione però lo spinge sulla strada mentre sta sopraggiungendo l’auto guidata da Helen che lo investe ed uccide. Al processo si mette male per la moglie ed allora Noah, si assume la colpa e viene condannato ed incarcerato, dove subisce anche le angherie di un secondino… Molti eventi si susseguono, anche dopo l’uscita di Noah dal carcere. Helen prova rimorso nei suoi confronti e questo si riflette nel rapporto con Vic, per il resto riuscito. Alison rivela a Cole la sua paternità riguardo Joanie e gliela affida dovendo curarsi un esaurimento nervoso. Noah soffre di manie di persecuzioni e quella che sembrava un’aggressione con un taglio alla gola si rivela invece un atto contro se stesso. Emergono anche particolari inquietanti riguardo la morte assistita di sua madre che sarebbero all’origine delle sue paranoie. Alison lotta con Cole e Luisa per riottenere la custodia congiunta di Joanie ma la sua speranza di tornare assieme all’ex marito fallisce, così come i tentativi di Noah di riavvicinarsi a lei. Mentre quest’ultimo intreccia un paio di relazioni, prima con una collega insegnante di origine francese e poi con una preside di colore e madre di un allievo turbolento della sua classe cui Noah si era affezionato prima ancora di sapere chi fosse sua madre, Vic scopre di essere gravemente malato e di non avere speranze di sopravvivenza. Alison invece è stata contattata dal padre che non aveva mai conosciuto ed ha scoperto che è nata a seguito di una violenza sulla madre ed ora il padre vorrebbe che lei gli donasse un rene in cambio di denaro essendo in pericolo di vita. Intanto intreccia una relazione con il compagno di un corso, Ben Cruz, ex marine ed ex alcolista. Cole è però ancora innamorato di Alison e per chiarirsi le idee compie lo stesso viaggio che suo padre aveva fatto molti anni addietro e così conosce la sua amante di allora, scoprendo ulteriori retroscena. Alison però risulta scomparsa ed allora Cole, Noah e l’allievo figlio della preside sua amante, si uniscono per trovarla, ma l’esito è drammatico.    

VALUTAZIONE: quattro stagioni ed una quinta (ed ultima, pare) in produzione, per una Serie TV che appassiona e conquista non soltanto per la complessità dell’intreccio psicologico-relazionale fra i vari personaggi coinvolti, ma anche per l’originalità della rappresentazione. Ogni puntata è divisa in due parti speculari, che raccontano il rispettivo punto di vista di due fra i protagonisti, sempre in alternanza uomo-donna. Un modo curioso ed interessante per scoprire, attraverso le differenti personalità, due diverse prospettive di vedere le stesse vicende. Sia la Serie TV che Ruth Wilson (Alison) e Maura Tierney (Helen) sono stata premiate con il Golden Globe, queste ultime rispettivamente come protagonista e non protagonista. Per gli appassionati delle tortuose e profonde storie relazionali, uno spettacolo da non perdere. 

The Affair‘ è una Serie TV che scava nel cuore, nell’intimità e nelle sfumature delle relazioni sentimentali ed analizza da molteplici punti di vista la fedeltà ed il tradimento all’interno della vita di coppia. Pur essendo ambientata negli Stati Uniti, in contesti familiari e sociali diversi dai nostri, ciò nondimeno riesce ad apparirci verosimile ed a farci immedesimare nelle vicende dei protagonisti, al di là della distanza che normalmente si frappone fra ciò che accade sullo schermo e lo spettatore seduto sul divano di casa propria.

A differenza di quanto scrivevo recentemente a proposito della Serie TV ‘Poldark‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento), i personaggi della quale al confronto sono tagliati con l’accetta e nettamente distinti fra buoni e cattivi, in quest’opera invece, nata da un’idea di Sarah Treem e Hagai Levi (gli stessi di ‘In Treatment‘), per la gran parte di loro i caratteri e le psicologie sono molteplici, cangianti e spesso contraddittorie.

Una differenza che non è soltanto dovuta all’ambientazione ed alla collocazione storica, poiché ‘The Affair‘ si svolge ai giorni nostri ed il romanzo scritto da Winston Graham invece si riferisce ad un paio di secoli prima, ma in quest’ultima Serie TV si può assistere anche ad un campionario significativo delle nevrosi che minano i rapporti di coppia nella società odierna; della difficoltà di trovare realizzazione ed appagamento per ciò che si è costruito nel corso degli anni, con l’inevitabile coinvolgimento, quasi sempre, di altre persone che ne subiscono direttamente o indirettamente le conseguenze.

The Affair‘ perciò ripropone uno dei ritornelli classici del nostro tempo: l’interiore insoddisfazione per non riuscire ad accettarsi per ciò che si è e quindi sentire il continuo bisogno di mutamenti nella propria vita, il che però spesso si abbina anche ad una fuga dalle responsabilità. Come nel caso di Noah e Helen, che pure hanno costruito una famiglia, generato ben quattro figli e non si può certo dire che soffrano difficoltà economiche, di salute o di altra natura. Sembra quasi, nel caso di Noah in particolare, che il benessere raggiunto diventa ad un certo punto una routine così pesante da sopportare che trovare una scappatoia alla normalità e consuetudine costituisce un passo obbligato ed un’esigenza imprescindibile. Che ciò sia dovuto, per lui, alla cosiddetta crisi del quarantenne oppure perché non si accontenta più del ruolo d’insegnante ed aspira alla fama, letteraria nel suo caso, sta di fatto che ad un certo punto si sente come chiuso in gabbia e cercare l’evasione diventa una priorità, come l’aria per respirare.

Poi ci sono persone come Alison, con una famiglia serena, assieme a Cole ed il loro bambino, ma a causa di una fatale distrazione quest’ultimo è annegato e da allora anche il suo rapporto con il marito, da ideale, non solo affettivamente ma anche sessualmente, si è arenato e raffreddato, mentre in lei è subentrata una continua angoscia nel ricordo di quei terribili momenti e delle colpe che si addossa per non essere riuscita ad evitare la tragedia. Alison non si può dire che sia una bellezza particolarmente evidente, di quelle per intenderci che fanno girare gli uomini per strada mentre passano, ma possiede una dote che la rende ancora più attraente, cioè la sensualità e quindi nell’incontrare Noah è come se nel grande puzzle dell’umanità, tasselli che sino a quel momento erano rimasti confusi in mezzo a tanti altri, improvvisamente s’incrociassero ed incastrassero perfettamente fra loro. A quel punto il passo che manca è breve per passare dalla fedeltà al tradimento dei rispettivi partner. 

Sia Noah che Alison sentono forte il bisogno di un cambiamento, di un nuovo entusiasmo, sia fisico che mentale e come se fosse possibile riavvolgere il nastro del tempo, buttano alle spalle passato e presente, amandosi in maniera travolgente. E’ una situazione illusoria e transitoria però perché non poggia su radici profonde bensì su un’opportunità colta al volo che però provoca, non soltanto nella loro vita, trasformazioni profonde. ‘…Lei era sesso, la vera e propria definizione di ciò. Era il motivo per cui il mondo era stato inventato… Nessun matrimonio, per quanto solido, avrebbe potuto sopravviverle…’, scriveva in seguito nel suo romanzo Noah, descrivendo la protagonista, con evidente riferimento ad Alison, la quale però leggendolo e riconoscendosi non l’ha presa bene, sentendosi usata e non sinceramente amata…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’). Continua a leggere…

Serie TV: ‘Poldark’ (Prime Tre Stagioni)

POLDARK (Serie TV)

Titolo Originale: Poldark

Nazione: Regno Unito

Anno: 2015

Genere: Costume, Sentimentale, Storico

Durata: 60′ circa per ogni puntata (35 nelle quattro stagioni, l’ultima ancora inedita)

Regia: Edward Bazalgette, Will McGregor

Cast: Aidan Turner (Ross Poldark), Eleanor Tomlinson (Demelza Carne Poldark), Heida Reed (Elizabeth Poldark Warleggan), Jack Farthing (George Warleggan), Caroline Blakiston (zia Agatha), Luke Norris (dott. Dwight Enys), Gabriella Wilde (Caroline Penvenen Enys), Warren Clarke (Charles Poldark), Kyle Soller (Francis Poldark), Ruby Bentall (Verity Poldark Blamey), Phil Davis (Jud Paynter), Beatie Edney (Prudie Paynter), John Nettles (Ray Penvenen), Harry Richarson (Drake), Ellise Chappel (Morwenna), Tom York (Sam), Christian Brassington (Ossie Whitworth), Josh Whitehouse (Hugh Armitage)

TRAMA: di ritorno in Cornovaglia dalla Guerra d’Indipendenza Americana, dove è stato ferito e sfregiato in volto, Ross Poldark è convinto che il peggio sia passato e ad attenderlo a casa ci siano il padre, un sostanzioso patrimonio e la bella fidanzata Elizabeth. La delusione è forte quando scopre invece che nel frattempo il padre è morto, lasciando soltanto debiti e la fidanzata, credendolo deceduto a sua volta, si è promessa sposa nel frattempo a Francis Poldark, cugino di Ross. Superato il duro colpo, quest’ultimo, con quello che gli è rimasto, cioè una modesta casa di campagna, la tenuta di Nampara ed una vecchia miniera, la Wheal Leisure, si presta con nobiltà d’animo a non far mancare il lavoro alle povere famiglie dei dintorni, che possono sopravvivere soltanto grazie al modesto seppure pericoloso sostegno dato dall’estrazione del rame, con il quale però anche le finanze di Ross potrebbero risollevarsi. Il quale coltiva anche un altro obiettivo, cioè recuperare il rispetto per il nome dei Poldark, messo a dura prova dal padre. Per coltivare i campi e svolgere le faccende di casa però non basta una coppia di vecchi ubriaconi, così assume come domestica una giovane donna, Demelza, salvandola da un pestaggio. A rendere ancora più complicati i suoi sforzi, Ross si trova però a fare i conti con George Warleggan, un banchiere altezzoso, arrogante e cinico, che mira ad acquisire il monopolio delle attività minerarie della zona. L’incompatibilità fra loro è evidente sin dal primo approccio e Warleggan non esita quindi ad intraprendere qualsiasi azione utile e spietata pur di mettere in difficoltà Ross. Elizabeth per contro non ha dimenticato il suo ex fidanzato e nonostante sia andata in sposa a Francis ed abbia avuto un figlio da lui, i suoi sentimenti per Ross sono rimasti forti e difficili da nascondere. La vecchia zia Agata non esita, con le sue battute e l’innato sarcasmo, a rimarcarne l’evidenza. Comunque Demelza, non soltanto si rivela preziosa e capace in casa, ma la sua dolcezza e ragionevolezza colpiscono Ross che s’innamora di lei. Il rapporto conflittuale fra Warleggan e Ross s’inasprisce ulteriormente quando il primo riesce con uno stratagemma finanziario ad assumere il possesso della miniera Wheal Leisure. Poldark però non si dà per vinto e con l’aiuto del cugino Francis mette in funzione la vecchia ed abbandonata miniera di Wheal Grace, dalla quale oltre al meno pregiato stagno cerca di estrarre il più prezioso rame, scavando a fondo per trovarne un vecchio filone. Quindi sposa Demelza e nasce una figlia che però muore presto per un’infezione. Francis a sua volta resta intrappolato nella miniera ed Elizabeth, rimasta vedova, nonostante sia ancora innamorata di Ross e lui senta ancora forte l’attrazione per lei, pur amando al tempo stesso Demelza, accetta di diventare moglie di Warleggan che le assicura, così come non era riuscito a Francis, un futuro di agiatezza. Questo legame rappresenta per Warleggan anche un’ulteriore provocazione nei confronti di Ross. Nella vicenda mano a mano entrano personaggi che assumono importanza narrativa come il dottor Dwight Enys, amico di Ross e la ricca ereditiera Caroline che diventerà sua moglie. Più avanti ancora, alla morte del padre di Demelza che l’aveva ripudiata per aver disobbedito ai suoi ordini sposando Ross, i due fratelli di lei si trasferiscono a Nampara. Il più giovane, Drake, s’innamora, ricambiato, di Morwenna, cugina di Elizabeth, nonostante Warleggan invece se ne voglia servire per maritarla ad un prete sessualmente disturbato che appartiene però ad una famiglia altolocata che può assicurargli potere e cariche sempre più prestigiose. La ‘Guerra dei Sette Anni’ che vede fra i contendenti gli inglesi ed i francesi nel frattempo minaccia anche le coste della Cornovaglia, con Ross che rischia la vita oltre Manica per salvare Dwight, rimasto prigioniero dei francesi, dopo essersi imbarcato come medico militare non solo per obbligo morale nei confronti della patria. I rapporti sempre più tesi fra Warleggan e Ross, anche per via di Elizabeth, che ingelosisce a sua volta Demelza, rappresentano ulteriori momenti di rilievo di una trama che si svolge fra continui colpi di scena e si presume che nella quarta stagione possa riservare ancora molti sviluppi, piacevoli e meno…  

VALUTAZIONE: una serie TV ambientata nei magnifici scenari naturali della Cornovaglia fra il XVIII ed il XIX secolo, che racconta una vicenda di fantasia ma in un contesto storico almeno in parte veritiero e ben rappresentato. I caratteri dei personaggi sono un po’ tagliati con l’accetta, per così dire e chiaramente suddivisi in buoni e cattivi. Grandi sentimenti, carisma e nobiltà d’animo di alcuni; spietatezza, cinismo ed arrivismo di altri; la miseria del popolo affamato e spesso persino bersagliato dalla sfortuna, costituiscono un mix ideale che, nonostante le contraddizioni, comunque coinvolge ed affascina. Tratta dalla saga scritta da Graham Winston, questa Serie TV si distingue e si fa apprezzare anche per i dialoghi spesso brillanti e narrativamente efficaci. ‘Poldark’ perciò non delude le aspettative, anche perché i personaggi principali sono rappresentati in maniera ineccepibile da attori assolutamente all’altezza del ruolo.  

‘La F’ (Effe) è un canale prodotto dal gruppo Feltrinelli e da un po’ di tempo fa parte della piattaforma satellitare Sky, attraverso la quale sta proponendo alcune serie TV realizzate originariamente dalla BBC (poi ritrasmesse su canali in chiaro come Cielo e Canale 5), che sono la riduzione o la trasposizione di alcuni grandi romanzi come ‘Guerra e Pace‘ di Lev Tolstoj, ‘Casa Howard‘ di di Edward Morgan Forster ed alcune delle opere più note della scrittrice Jane Austen, come ‘Orgoglio e Pregiudizio‘ e ‘Ragione e Sentimento‘, senza dimenticare quella dedicata a ‘Victoria‘ la celebre regina del Regno Unito. Tutte opere che meritano la visione anche se per noi trattano eventi legati essenzialmente alla storia anglosassone, se si eccettua forse la prima citata. Il comune denominatore fra loro è che sono realizzate con grande professionalità e senza lesinare nelle spese, mettendo in luce interpreti che grazie ad esse hanno ricevuto una spinta considerevole per la loro carriera attoriale. ‘Poldark’ dal punto di vista autoriale è forse l’opera meno nota, scritta da Graham Winston, che non è un autore molto noto ma non da sottovalutare e dalla cui penna è uscito un romanzo come ‘Marnie‘, la cui trasposizione sul grande schermo porta la firma niente meno che di Alfred Hitchcock.

Raccontare una Serie TV, riferita in questo caso e differentemente da molte altre, anziché ad un singolo romanzo, suddiviso in più annate per lo schermo, ad una vera e propria saga che nasce nel 1945 e si conclude nel 2002 (l’autore è deceduto l’anno seguente) e che conta quindi ben quattordici titoli, seppure fra i primi quattro e gli altri c’è un buco di venti anni, non è certo facile, se non altro dal punto di vista della sintesi. Non fosse altro quindi per riassumerne anche solo il contesto e gli eventi che si susseguono di puntata in puntata con continui capovolgimenti ma sviluppi in buona parte prevedibili in un contesto storico però molto movimentato.

I primi tomi sono dedicati singolarmente ai personaggi principali della saga, in particolare il primo, il secondo ed il quarto, rispettivamente a Ross Poldark (Aidan Turner), la moglie Demelza (Eleanor Tomlinson) e l’odioso loro nemico Warleggan (Jack Farthing). Il terzo capitolo è dedicato dallo scrittore inglese a Jeremiah Poldark, figlio di Ross e Demelza, un personaggio che nella Serie TV non ha avuto sinora praticamente alcun ruolo di rilievo, a differenza invece di Elizabeth (Heida Reed) attorno alla quale e lungamente s’intrecciano i rapporti fra i tre citati in precedenza. Forse allora possiamo considerare ‘Poldark’ un caso del tutto anomalo nel panorama delle Serie TV, seppure ancora da verificare nel tempo, se consideriamo che il numero dei tomi dai quali è tratto potrebbe dovesse risultare alla fine in numero superiore rispetto alle stagioni trasposte sullo schermo. Di sicuro, nel momento in cui ne sto scrivendo questo commento, siamo arrivati alla fine della terza stagione, che conta di suo nove episodi, dei trentacinque previsti includendo anche la quarta stagione, attualmente ancora inedita in Italia.

E allora seguiamo pure la traccia indicata dallo scrittore Graham Winston incentrata sui personaggi più importanti della sua opera, unitamente alla mirabile ambientazione, sullo sfondo di vicende storiche a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo. Iniziamo perciò da Ross Poldark, l’eroe maschile, per così dire, tanto testardo, quanto generoso; tanto tenebroso, quanto in fondo è vulnerabile nei confronti delle donne che ama, cioè Elizabeth e Demelza. Ross è fedele ai suoi principi da pagarne le conseguenze, che siano dipendenti dalle angherie di George Warleggan, tutte improntate ad uno sfrenato egoismo, arrivismo e sete di potere, oppure dal non volersi sporcare le mani con il potere stesso, se ciò significa scendere a compromessi con i suoi principi, anche nell’accettare di assumere cariche che in fondo potrebbero rappresentare una svolta per il bene della sua comunità, anziché per il proprio, come molti altri sono d’uso fare. Tanto è rispettoso del sentimento puro e forte dell’amicizia, sia che la conceda o che la riceva, quanto è invece confuso fra il restare fedele alla donna che ama e rappresenta l’essenza della ragionevolezza oppure a rischiare la sua credibilità per quella che personifica il cosiddetto ‘amour fou‘, perchè se Corneille diceva ‘…ti amo perché te lo meriti…‘, Racine obiettava che l’amore è una sorta di malattia e non si può decidere quando prenderla o guarirne…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’). Continua a leggere…

Documentario: ‘Punto di NON Ritorno – Before the Flood’

PUNTO DI NON RITORNO – BEFORE THE FLOOD

Titolo Originale: Before the Flood

 Nazione: USA

Anno:  2016

Genere: Documentario

Durata: 96′

Regia: Fischer Stevens

Commento Parlato: Leonardo Di Caprio (doppiato da Francesco Pezzulli)

VALUTAZIONE: un significativo ed impressionante reportage sui cambiamenti climatici provocati dall’azione sconsiderata e dal menefreghismo interessato di alcune organizzazioni, multinazionali e stati. Le immagini e le parole degli intervistati testimoniano ciò che sta avvenendo, a dispetto dalla lentezza di chi dovrebbe agire concretamente o, peggio ancora, dai negazionisti che mirano solo al loro tornaconto personale. Al netto della pubblicità che questa iniziativa e l’incarico di ‘ambasciatore’ ricevuto dall’ONU hanno procurato a Leonardo Di Caprio, che però ci ha messo anche la faccia, la condivisione di questo documentario è utile, se ce ne fosse bisogno, per comprendere il valore della posta in palio e quindi premere su chi di dovere, anche attraverso il voto, almeno laddove è possibile, perché ne consegua l’indispensabile inversione di tendenza.

Chi mi conosce personalmente e chi frequenta da tempo questo blog ritengo che mi possa riconoscere, se non altro, lo sforzo di cercare di essere il più possibile equidistante, evitando posizioni, come si dice nei casi di peggiore estremismo, da ‘talebano’, nel commentare film, serie TV e romanzi, dai quali traspaiono inevitabilmente anche mie opinioni personali che superano, in senso stretto, l’opera specifica sulla quale scrivo il mio commento. 

Mi interessa molto il settore dei documentari naturalistici e non ho creato una apposita sezione soltanto perché ahimè tutto non si può fare, vedere e neppure scrivere, e quindi bisogna imporsi dei limiti, ma a volte capitano temi particolari di denuncia sui quali tacere diventa un boomerang, se non proprio una sorta di connivenza. Specie se, come in questo caso, in gioco c’è la salute del bene più prezioso che possediamo, in quanto esseri umani. Vale a dire il pianeta Terra che abitiamo, così ben descritto in tutta la sua bellezza e straordinarietà dalla Serie TV ‘One Strange Rock – Pianeta Terra’  (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento), della quale mi sono sentito in dovere qualche tempo fa di esaltarne le qualità sotto tutti i punti di vista, uscendo perciò dagli ambiti circoscritti di questo blog. 

Una simile necessità si è ripresentata assistendo a questo documentario (interamente visibile su Youtube, cliccando sull’immagine qui sopra), che non è da considerare in un’ottica di pura contemplazione, di valutazione tecnica, di bravura attoriale o semplicemente di compiacimento per ciò che il credente riconosce a Dio nella sua rappresentazione attraverso Madre Natura, bensì perché ‘Punto di NON Ritorno – Before the Flood‘ mostra una serie d’immagini che parlano da sole e di prove inoppugnabili che richiedono azioni concrete già tardivamente e colpevolmente disattese. E purtroppo, rispetto alla data di realizzazione di quest’opera, che è del 2016, ci sono tuttora strati della società internazionale ed importanti uomini politici che continuano a fare orecchie da mercante, o peggio ancora a negare persino l’evidenza.

Le ragioni non dipendono né da ignoranza e tanto meno da superficialità, quanto semmai da una lucida malafede, fondata su interessi economici di parte, nello sminuire sistematicamente le prove inconfutabili fornite dalla scienza e dai segnali sempre più allarmanti che provengono in tutto il mondo sui cambiamenti del clima, irresponsabilmente attribuiti da costoro ai cicli della natura. Come d’altronde e nel nostro piccolo, alla data di questo fine ottobre 2018, abbiamo visto anche nella mia cara e natale Liguria, così come in altre regioni del centro Nord Italia, dai danni causati dal passaggio di un vero e proprio uragano, che non si può certo definire usuale a queste coordinate geografiche. Il quale segue eventi sempre più frequenti di calamità dovute a presunte ‘cause naturali’, seguendo il mantra dei ‘negazionisti’, oltre alle catastrofi che di suo, l’uomo contribuisce a creare, vedi ponte Morandi a Genova.

Il NON maiuscolo nel titolo quindi l’ho aggiunto io, per dare maggiore risalto al fatto che non si sta parlando di un effetto transitorio per il quale è sufficiente stringere i denti, lasciarlo passare e poi tornare alla normalità, ma qualcosa di ben più grave, che si verifica sempre più spesso in una escalation che, alla stessa stregua dell’estinzione di una specie animale, superato il punto di non ritorno, poi non c’è il modo di tornare indietro, di recuperare ciò che è andato perduto. Il documentario è prodotto, fra gli altri, da Leonardo Di Caprio, il quale ci guida con lucidità, efficacia e disponibilità a sentire anche le diverse ed opposte opinioni, in una sorta di tour degli orrori in giro per il mondo. Il celebre attore vuole rimarcare proprio questo aspetto, cioè il perseverare di tale azzardato gioco con il fuoco, per così dire, contando sull’illusione che il nostro pianeta possieda risorse illimitate di resistenza agli attacchi che da più parti ed in maniera sempre più estesa e proditoria gli vengono portati…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’).Continua a leggere…

Film: ‘Arriva un Cavaliere Libero e Selvaggio’

ARRIVA UN CAVALIERE LIBERO E SELVAGGIO

Titolo Originale: Comes a Horseman

 Nazione: USA

Anno:  1978

Genere: Western, Drammatico

Durata: 120’ Regia: Alan J. Pakula

Cast: Jane Fonda (Ella Connors), James Caan (Frank), Jason Robards (Ewing), Richard Farnsworth (Dodger), George Grizzard (Neil), Macon McCalman (Hoverton), James Kline (Ralph), James Keach (Emil Kroegh), Basil Hoffman (George), Clifford A. Pellow (Acquirente Bestiame), Mark Harmon (Billy), Jim Davis (Julie)

TRAMA: Ella Connors ha ricevuto in eredità dal padre un appezzamento di terreno che confina con uno ancora più grande di proprietà di Ewing, un uomo privo di scrupoli che ha abbandonato l’allevamento del bestiame per inseguire le sirene del petrolio che sembra sia estraibile dal sottosuolo della zona, ma intanto si è indebitato con la banca che era stata fondata da suo nonno. Ella è cresciuta come un cowboy, aiutata alla morte del padre dall’oramai anziano ma sempre fido Dodger. Anche per lei non è facile ogni anno ricavare il necessario per pagare i debiti con la banca, ma nonostante ciò non ha mai voluto vendere la sua terra (sulla quale, fra l’altro, scorre la migliore acqua della zona) a Ewing, al quale non consente di effettuare trivellazioni, anche se è proprio sotto il suo terreno che sembrano esserci le migliori prospettive riguardo il petrolio. Ella odia profondamente Ewing perché quando aveva solo sedici anni si era approfittato di lei ed allorché suo padre ne era venuto a conoscenza aveva ricevuto probabilmente un colpo decisivo per la sua salute e lei ne sente ancora il rimorso. Per resistere alla pressioni della banca, Ella ha venduto una piccola parte del suo terreno a Frank e Billy, due cowboys tornati da poco illesi dalla Seconda Guerra Mondiale, dove invece è morto l’unico figlio di Ewing. Per evitare di avere ulteriori concorrenti con i quali dover fare i conti, quest’ultimo ordina ad alcuni suoi complici di sistemare i due ultimi arrivati e mentre Billy resta ucciso, Frank se la cava, uccidendo a sua volta il sicario, ma rimanendo gravemente ferito. Soccorso il giorno dopo da Dodger e portato al ranch di Ella, la donna non si sottrae dal garantirgli ricovero e cure con l’intento però, che appena si sarà ripreso, se ne vada. Ewing raggiunge Frank e gli offre un assegno per cedergli la sua terra ed andarsene, che lui però rifiuta. Una volta guarito, si offre di ricambiare Ella aiutandola nel suo lavoro ma lei inizialmente rifiuta, poi accetta e Frank, giovane e forte dimostra a lei e Dodger quanto possa essere capace ed utile, permettendole di governare e far crescere la mandria di bestiame, anche quando Dodger, a seguito di una caduta da cavallo, muore. Ewing tenta in tutti i modi di rendere dura la vita a quelli che sono diventati fra loro nel frattempo due soci, roso anche dalla gelosia perché fra Frank ed Ella, che ha rifiutato più volte le sue proposte di matrimonio, nel frattempo è sbocciato qualcosa di più di un sodalizio di lavoro. Dopo qualche tempo Frank convince Ella a vendere il bestiame, cresciuto di numero e divenuto troppo complicata da gestire. Dopo una lunga e serrata trattativa con un acquirente, riescono ad ottenere un buon prezzo, abbracciandosi felici per l’affare concluso, appena uscito di casa. Quando Ewing non può più opporsi affinché la banca diventi proprietaria dei suoi terreni, decide di passare all’azione e di schiacciare quelli che lui definisce ‘i cani’ che gli stanno intorno. Sempre con l’aiuto dei suoi complici manomette l’aereo di Neil, l’uomo d’affari che prima lo ha finanziato e poi ha fatto il gioco della banca. Il velivolo precipita, ma come se si fosse trattato di un malaugurato guasto. Quindi convoca Hoverton, il direttore della stessa banca e lo uccide barbaramente. Si introduce infine nella casa di Ella ed aspetta il suo ritorno, mentre Frank è in città e dopo averle proposto un’ultima volta di sposarlo, al suo ennesimo rifiuto, la lega e la chiude nello sgabuzzino dove pende il cadavere sanguinante di Hoverton e quindi aspetta il ritorno di Frank. Ignaro a sua volta di quello che sta accadendo, quest’ultimo viene facilmente immobilizzato e rinchiuso a sua volta, svenuto, assieme a Ella e quindi viene dato fuoco alla casa. Ewing ed i suoi due complici, convinti di aver completato il lavoro se ne stanno andando, ma Frank rinviene e riesce a liberare anche Ella, quindi ad uscire dalla casa. Ewing ed i suoi complici se ne accorgono e tornano indietro ma Frank ed Ella armati di fucile riescono ad uccidere i tre attentatori. Anche se la casa è andata completamente distrutta, la ricostruzione sembra significare un futuro di speranza davanti a loro.   

VALUTAZIONE: western assolutamente atipico, una sorta di capitolo finale di una epopea, che Alan J. Pakula mette in scena con efficacia, pur mantenendo tutte o quasi le caratteristiche distintive del genere di appartenenza e nonostante gli allevamenti di bestiame stiano per essere sostituiti dai giacimenti petroliferi ed i cavalli dalle automobili, come mezzo di trasporto. Jason Robards, pur non essendo l’attore protagonista, si distingue nel confronto attoriale con James Caan e Jane Fonda, comunque splendida ed a suo agio in un ruolo per buona parte espresso a nervi tesi, mentre Caan interpreta un personaggio che è tagliato a sua misura. Un’opera che non aggiunge nulla al western classico, che non si può definire neppure ‘crepuscolare’, inevitabilmente lenta in alcuni momenti ed anche intuibile negli sviluppi, ma meritevole di rispetto ed attenzione. Il titolo italiano è inutilmente roboante ed ingannevole. 

Comes a Horseman‘ (un titolo originale molto più aderente alla figura del personaggio cui è riferito ed allo stile dell’opera, rispetto a quello ad effetto, scelto dalla distribuzione nostrana), è ambientato in una zona degli Stati Uniti posta fra il Colorado e l’Arizona, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania nazista stava per capitolare.

Una delle prime sequenze vede i due amici Frank (James Caan) e Bill (Mark Harmon) cavalcare allegramente, mentre conducono la loro piccola mandria di bestiame verso la terra che hanno appena acquistato da Ella Connors (Jane Fonda) e subito dopo fermarsi, con rispetto e partecipazione (togliendosi anche il cappello), al rumore degli spari di un drappello di militari proveniente da un promontorio non molto distante da loro, nel corso della cerimonia di tumulazione di un giovane soldato americano deceduto in guerra, rallegrandosi di essere tornati da Anzio sani e salvi. Qualcosa che non ti aspetteresti in un contesto completamente differente e rispetto allo stesso paesaggio intorno. La vittima era l’unico figlio del più grande proprietario terriero della zona, Jacob J.W. Ewing (Jason Robards), al quale i vicini, se così si può dire di un territorio a perdita d’occhio, esprimono le loro condoglianze, scorrendo davanti a lui uno alla volta prima di accomiatarsi. Inclusa Ella, seppure lo scambio degli sguardi fra lei e Jacob è glaciale, per quanto si sia sentita in dovere anche lei di partecipare al suo lutto. Ed ovviamente c’è una ragione pregressa.

Sembra l’ambientazione di un western classico, ma già al passaggio dei due cowboy con le loro bestie dentro un piccolo villaggio, sulla sinistra dell’inquadratura, quasi nascosta, appare un’auto parcheggiata. Ancora più in evidenza, quando la ripresa si apre dalla soggettiva di Ewing, si vede in campo lungo una serie di auto parcheggiate sullo sfondo di un panorama sconfinato ed ancora agreste ma nel quale è evidente che molti cambiamenti sono già avvenuti o stanno per avvenire rispetto all’epoca dei film interpretati da attori come John Wayne, James Stewart e Gary Cooper.

Il film di Alan J. Pakula è catalogato come western ma al tempo stesso non lo è più nella sostanza, nel senso che è ambientato in anni che hanno già ampiamente superato persino il crepuscolo dell’epopea resa famosa, fra gli altri, da grandi autori come John Ford, Howard Hawks, John Sturges ed anche il nostro Sergio Leone. Gli appassionati del genere di appartenenza possono forse essere tentati, nonostante ciò, di considerare questa opera ancora assimilabile a quel filone definito non a caso ‘crepuscolare‘, che annovera fra i suoi esempi più significativi film come ‘Il Mucchio Selvaggio‘ di Sam Peckinph, ‘Corvo rosso non avrai il mio scalpo‘ di Sydney Pollack, ‘I cavalieri dalle lunghe ombre‘ di Walter Hill, ‘Gli Spietati‘ di Clint Eastwood e quelli del suo stesso maestro e mentore Sergio Leone, il quale si pone come ideale spartiacque fra le due tipologie, se così si può dire.

Arriva un cavaliere libero e selvaggio‘ non si può però neppure annoverare in quest’ultima ‘corrente di pensiero’, perché è un caso a sé stante, di confine: un po’ western, un po’ dramma sociologico e generazionale dell’America post ‘Grande Depressione‘, teso a mettere in evidenza i mutamenti di una società nella quale i fucili e le pistole regolano ancora, in alcuni casi ed al di là della legge, alcuni conflitti personali ma nella quale il vincente, ammesso che sia dalla parte della ragione, è destinato comunque a rinunciare nel breve-medio periodo a ciò per cui ha lottato sino a quel momento ed il perdente, pur rimanendo tale per aver calpestato il rispetto dei principi di giustizia, pagando per ciò duramente, come nel caso di Jacob Ewing, viene comunque prontamente rimpiazzato da personaggi e lobby che in forme analoghe o anche formalmente diverse, hanno finalità persino peggiori. Vediamo perché.

La protagonista femminile, come si diceva, è Jane Fonda. Una donna indurita dalla vita, eppure indomita, ancora avvenente ma senza aver mai dato all’aspetto fisico la minima importanza e valenza per ottenere un qualsiasi vantaggio pratico. Una bellezza peraltro sempre nascosta e soffocata dentro gli abiti rustici del cowboy. D’altronde Jane Fonda (le cui origini affondano anche su lontane radici italiane, sia da parte del bisnonno genovese, che della madre i cui avi provenivano da Vicenza) negli anni sessanta era diventata un’icona sexy ma al tempo stesso e forse anche per non rimanere rinchiusa in quell’icona, era una donna impegnata in grandi battaglie civili. Le quali ben si sposano con il personaggio anticonvenzionale che interpreta nel film di Alan J. Pakula, regista che sei anni prima le ha permesso di vincere l’Oscar per ‘Una squillo per l’ispettore Klute‘ ed un anno dopo lo ha rivinto con ‘Tornando a casa‘ di Hal Ashby. Ella è cresciuta da mandriana ed indossando sin dalla più tenera età indumenti maschili perché nella proprietà del padre non c’erano tempo e soldi per le bambole e neppure per i sogni tipici di una ragazza di campagna…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’).Continua a leggere…

Serie TV: ‘Sharp Objects’

SHARP OBJECTS (Serie TV)

Titolo Originale: Sharp Objects

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Thriller, Psicologico

Durata: 400’ circa in 8 puntate

Regia: Jean-Marc Vallée

Cast: Amy Adams (Camille Preaker), Patricia Clarkson (Adora Crellin), Chris Messina (Detective Richard Willis), Eliza Scanlen (Amma Crellin), Matt Craven (Capo della Polizia Bill Vickery), Henry Czerny (Alan Crellin), Elizabeth Perkins (Jackie O’Neill), Taylor John Smith (John Keene), Madison Davenport (Ashley Wheeler), Miguel Sandoval (Frank Curry), Sophia Lillis (Camille da giovane), Lulu Wilson (Marian Crellin)

TRAMA: Camille Preaker vive a St. Louis, nello stato del Missouri ed è una giornalista con un traumatico passato alle spalle ed un presente ancora denso di problematiche e fantasmi, a causa dei quali ha sviluppato una forte dipendenza dall’alcol. E’ uscita da poco da una clinica psichiatrica perché a suo dire, per sentirsi meglio, si è a lungo praticata dei tagli sulla pelle, che hanno lasciato molteplici cicatrici, disseminate in quasi tutto il corpo in forma di scritte che riguardano se stessa, la sua condizione psicologica ed il lutto mai superato per aver perso la sorella Marian, cui era molto affezionata. Per giunta una sua compagna di stanza durante il ricovero, molto più giovane ed affetta dallo stesso autolesionismo, si è infine suicidata. Il capo redattore del giornale e la sua compagna si sono molto affezionati a Camille e quando a Wind Gap, suo paese di origine, sparisce improvvisamente la giovane Natalie Keen, le chiede di tornarci, vincendo la sua ritrosia, per scrivere un articolo su una vicenda che potrebbe essere opera di un serial killer, visto che l’anno prima era stata ritrovata cadavere un’altra adolescente. A Wind Gap, un paesino di confine fra lo stato del Missouri ed il Tennessee, vivono ancora la madre Adora, il suo patrigno Alan e Amma, la sorellastra minore. Lo sceriffo Bill Vickey non vede di buon occhio il ritorno di Camille ed ancor meno l’arrivo del detective Richard Willis, inviato dai federali per affiancarlo nelle indagini. Sia uno che l’altra potrebbero mettere in cattiva luce quello che è sempre stato un luogo pacifico e tranquillo. Camille un tempo era stata una reginetta di bellezza a Wind Gap ma il suo carattere ribelle si è sempre scontrato con quello possessivo della madre, la quale infatti non l’accoglie a braccia aperte al suo improvviso arrivo. La stessa Amma è un’estranea per Camille e se a casa si comporta con ubbidienza e sudditanza nei confronti dei genitori, in strada è una leader fra le sue compagne, trasgressiva e ribelle a sua volta. Amma però si comporta con la sorellastra come se volesse approfittare del momento per riempire il vuoto della loro lontananza. Quest’ultima cerca di raccogliere informazioni utili per scrivere l’articolo per il suo giornale dallo sceriffo e dal detective Willlis ma senza grande successo. Il paesino viene però sconvolto dal ritrovamento di Natalie, brutalmente uccisa. Qualcuno le ha pure strappato gli incisivi dalla bocca. I sospetti ben presto si indirizzano su John, il fratello maggiore della vittima, un tipo schivo e ambiguo nel comportamento. Lo stesso padre della ragazzina uccisa l’anno prima, Anne Nash, è convinto che sia proprio lui il colpevole e coltiva da tempo del risentimento nei suoi confronti. Camille è stretta fra la manifesta ostilità della madre Adora, la quale a Wind Gap non solo è considerata un punto di riferimento per la sua spiccata personalità ma è anche la proprietaria del grande allevamento di maiali che rappresenta la principale fonte di reddito e di lavoro della zona ed un irrisolto spirito autodistruttivo che si materializza in continue visioni di episodi e protagonisti del suo drammatico passato. Non l’aiuta lo scostante rapporto con lo sceriffo e quello contraddittorio con Richard che pure potrebbe assumere una inaspettata evoluzione sentimentale. La tormenta infine il senso di protezione che le ispira Amma, nella quale in parte si riconosce e che vorrebbe liberare dalla melliflua e morbosa influenza della madre. Le prove raccolte nei confronti di John sembrano andare nel senso sperato da molti, incluso lo sceriffo che non vede l’ora di chiudere lo spinoso ed insolito caso per tornare alla banale gestione di sempre, ma per Richard e Camille troppi particolari non tornano e la strada per scoprire la verità è ancora lunga e lastricata di amarezza ed atrocità.   

VALUTAZIONE: una serie TV molto ben condotta da Jean-Marc Vallée nell’arco di otto puntate che si conclude senza lasciare irrisolto il caso al centro della trama, ma senza precludere una successiva stagione. Un format già utilizzato con successo, ad esempio, dalla serie TV ‘Fargo’. ‘Sharp Objects’ scava dentro le meschinità e le ipocrisie di un piccolo paese di provincia, dove tutti si conoscono e diventa destabilizzante l’ipotesi che un serial killer possa nascondersi nel suo stesso seno. Al tempo stesso tratta con serietà, quindi senza indulgere nel compiacimento, la patologia dell’autolesionismo conseguente spesso a traumi infantili. Un thriller psicologico, spesso claustrofobico, che parte in sordina e si sviluppa in crescendo sino ad un finale sconvolgente. Il cast è perfettamente assortito, specie nelle interpreti femminili, che poi sono le vere star di questa riuscita serie TV e delle quali analizza a fondo la personalità.

Il romanzo omonimo dal quale è tratta questa Serie TV, scritto da Gillian Flynn, uscito nel 2008 con il titolo ‘Sulla Pelle‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il commento che avevo scritto al riguardo a suo tempo), è stato prontamente ristampato con il titolo originale e mostra la stessa cover della Serie TV. Non è il primo caso e non sarà neppure l’ultimo. Poco male, se non per quell’ignaro lettore che avesse acquistato entrambi i tomi e si fosse ritrovato con la stessa storia, a fronte di due diversi titoli ed immagini di copertina.

A guadagnarci invece è lo spettatore della Serie TV ‘Sharp Objects‘, che magari non avrà neppure letto il romanzo di riferimento ed ha l’opportunità di godersi uno spettacolo di alto livello. Per quello che ricordo, persino superiore al racconto scritto, che già di per sé è un gran bel merito. Una Serie TV che utilizza il format che personalmente ritengo ideale: una storia suddivisa in otto puntate, che inizia e chiude il cerchio di un tesissimo thriller, anche se il finale lascia aperto uno spiraglio per ulteriori sviluppi da proporre semmai in una successiva stagione, tutta ancora da scrivere però, per quanto ne sappia.

Una caratteristica di molte Serie TV infatti, che nasce ovviamente da scelte commerciali della produzione e degli autori, raramente invece per necessità artistiche, è quello di spalmare la trama su più stagioni. Esaurita quest’ultima, se il prodotto ‘tira’ ancora, gli sceneggiatori spesso s’inventano nuovi sviluppi, trascinandola alle lunghe il più possibile, sinché i dati di visione ed ascolto consentono di generare ulteriore business. Trovo molto più appropriata e condivisibile invece la scelta dei fratelli Coen, produttori della Serie TV ‘Fargo‘ che hanno girato già tre stagioni ambientate negli stessi luoghi, conservando il legame con le precedenti solo attraverso alcuni personaggi e particolari narrativi, inseriti però in storie autonome e chiaramente distinte fra loro. Chissà se il regista canadese Jean-Marc Vallée ha intenzione di seguire la stessa traccia. Vedremo…

Di certo, l’autore della Serie TV ‘Big Little Lies – Piccole grandi bugie‘, che non ho avuto l’opportunità di vedere sinora e che a questo punto spero di poter recuperare, ha centrato il bersaglio con un’opera che impreziosisce il genere di appartenenza, grazie anche ad alcuni interpreti d’altissimo livello che raffigurano al meglio i loro personaggi. Da Amy Adams (già apprezzata di recente nell’intenso e complesso ‘The Arrival‘ di Denis Villeneuve), la quale fra l’altro porta egregiamente i suoi 44 anni, anche se interpreta la giornalista Camille che presumibilmente ne ha alcuni di meno e pur essendo una bella donna questo aspetto non le serve per apparire seducente, bensì perché il ruolo richiede grande impegno recitativo che lei svolge egregiamente. La Adams è anche produttrice della serie TV, oltreché attrice protagonista.

La palma della migliore però spetta sicuramente a Patricia Clarkson nei panni di Adora, il personaggio dominante ed ambiguo di una madre che mira a schiacciare subdolamente chiunque le stia intorno, che si tratti del marito, delle figlie o degli stessi concittadini di Wind Gap che ne subiscono la subdola personalità ed ai quali magnanimamente ogni anno concede spazio e mezzi per organizzare la festa rievocativa del Calhoun Day. La sorpresa invece è Eliza Scanlen nel ruolo di Amma, la quale ricopre una triplice veste: quella remissiva in casa di fronte alla dominante madre ed affettuosa adolescente nei confronti del padre; quella della spiccata leader con le coetanee ma anche quella della provocante Lolita con gli uomini adulti, ben oltre quello che compete alla sua giovanissima età. Non che Chris Messina e Matt Craven, rispettivamente il detective e lo sceriffo, incaricati dalle autorità di dipanare il caso delle giovani improvvisamente scomparse e poi ritrovate cadavere, non siano all’altezza. Tanto meno Taylor John Smith nell’interpretare il fragile e controverso John Keene. E’ proprio la struttura portante della sceneggiatura che privilegia decisamente le tre figure femminili citate precedentemente.

La scrittrice Gillian Flynn, parlando della sua opera, dice che: ‘…il motivo per cui ha scritto il romanzo è per descrivere come si esprimono la violenza e l’odio femminile. Quanto sia pericoloso quando vengono repressi o ignorati…‘. Il regista Jean-Marc Vallée, ne rafforza i toni quando afferma: ‘…Gillian Flynn ha scritto un romanzo così cupo e tuttavia così bello. C’è bellezza nell’oscurità ed in questo personaggio. Camille non sa fare le sue scelte, non sa quello che è giusto per lei, ma è così onesta nel modo in cui parla di  e delle sue ferite. Il modo in cui queste donne si feriscono a vicenda, i loro abusi, è una cosa che spezza il cuore. Non sanno come volersi bene…‘. La stessa Amy Adams, nel descrivere il suo personaggio sostiene che: ‘…nasconde dentro di sé tutto il suo dolore. Ma nonostante tutti i suoi vizi e le sue zone d’ombra non si arrende e continua a cercare di essere diversa…‘, oppure, riferendosi allo stesso regista, da lei fortemente voluto, ne elogia la sua sensibilità: ‘…a Jean-Marc Vallée sembra che piaccia molto esplorare la profondità della psiche femminile, in una maniera onesta che accetta tutti i loro difetti. Non è interessato a farci sembrare perfette, ed è una cosa che adoro. Vuole solo mostrare la verità…‘. Tutto ciò insomma sembra confermare un impianto narrativo volto decisamente al femminile…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’).Continua a leggere…