Diritti e Modalità d’Uso del Materiale Pubblicato

Tutti i testi delle recensioni e le foto (limitativamente alle Categorie ‘Fotografia’ e ‘Varie – Foto’) presenti su questo sito sono di proprietà del suo autore, Maurizio Pessione. Puoi utilizzare sia gli articoli che le foto e ripubblicarli a patto di citare sempre la fonte (l’indirizzo internet https://maupes.wordpress.com) con un link in html, preservando integralmente il contenuto degli articoli e delle foto, riportando anche le informazioni sull’autore.

Annunci

I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblicherò i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, come una sorta di riflessione indirizzata anche a me stesso, per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                                                                            Cliccando qui di seguito su ‘Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare quindi il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco in alto a destra e premi il bottone Cerca.

Continua a leggere…

I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblicherò i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per comprendere il contesto e farsi un’idea generale delle opere.                                                                                                                             Cliccando qui di seguito su ’Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco in alto a destra e premi il bottone Cerca

Continua a leggere…

Le Mie Foto

In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso e quelli dove risiedo, e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblicherò i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più curiosità e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto per le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, anche quella tecnica dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero d’incrementarla sempre più. 

Cliccando qui di seguito sul bottone ’Continua a leggere’ oppure sul link della lista appena proposta, è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico di autore e di titolo e visualizzare il commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo di ricerca qui di fianco in alto a destra e premi il bottone CercaContinua a leggere…

Film: ‘Quasi Famosi’

QUASI FAMOSI

Titolo Originale: Almost Famous

 Nazione: USA

Anno:  2000

Genere: Commedia, Drammatico, Musicale

Durata: 122’ Regia: Cameron Crowe

Cast: Patrick Fugit (William Miller), Billy Crudup (Russell Hammond), Frances McDormand (Elaine Miller), Kate Hudson (Penny Lane), Jason Lee (Jeff Bebe), Anna Paquin (Polexia Aphrodesia), Philip Seymour Hoffman (Lester Bangs), Zooey Deschanel (Anita Miller), Noah Taylor (Dick Roswell), Michael Angarano (William Giovane), Jimmy Fallon (Dennis Hope), Jay Baruchel (Vic Munoz), Fairuza Balk (Sapphire)

TRAMA: San Diego, USA, 1969: William Miller ha undici anni e vive con la sorella maggiore Elaine e la madre. Quest’ultima è un’insegnante, molto protettiva, al limite dell’ossessione, affinché i suoi figli non finiscano in cattive compagnie o si facciano attirare dalle droghe che scorrono sin troppo facilmente in certi ambienti, anche giovanili e tanto meno dalle mode del momento. Elaine però si sente talmente oppressa dalle regole imposte dalla madre, che quando compie 18 anni se ne va di casa per andare a vivere con il suo ragazzo a San Francisco e lascia a William in dote una ricca collezione di dischi in vinile sui quali quest’ultimo costruisce una solida esperienza, appassionandosi alla musica rock di quei favolosi anni. Poiché scrive molto bene, quattro anni dopo le sue recensioni dei dischi sono pubblicate nel giornalino della scuola e le invia anche al rinomato critico Lester Bangs, direttore della rivista ‘Cleem’, il quale dopo averlo messo in guardia sui pericoli che corre, volendo entrare troppo giovane ed inesperto in quel contraddittorio e fagocitante mondo musicale, offre a William l’opportunità di scrivere un articolo per lui sul prossimo concerto di un gruppo di primo piano come Black Sabbath. Per via della sua età e conseguente aspetto fisico, William non viene preso in considerazione quando chiede di entrare nel ‘back stage’. Alcune ‘groupies’ che stazionano sul retro con lui, in attesa dell’arrivo del gruppo di supporto Steelwater, lo prendono in simpatia, in particolare una di loro, che si chiama Penny Lane. Quest’ultima, pur avendo un solo anno più di lui, in realtà sembra molto più navigata ed esperta. All’arrivo della band, nonostante i componenti si dichiarino ostili nei confronti dei critici musicali per precedenti giudizi negativi, William riesce ad attirarne l’attenzione con alcune argute affermazioni sulla loro musica e quindi ad entrare assieme ed assistere al concerto da dietro le quinte, di fianco alle ‘groupies’. Al termine della serata Penny Lane chiede a William se gli andrebbe di fare un viaggio assieme in Marocco e lui, seppure stupito, risponde di sì. Non passa molto tempo che la giovane accompagna William al ‘Continental Hyatt House’ di Los Angeles, un hotel molto frequentato dalle band e dalle rock star più famose, dove incontra ancora gli Steelwater ed osserva Penny Lane che, dopo aver catturato l’attenzione di Russell, si apparta con lui in una camera dove consumano un rapporto sessuale. Contattato dalla celebre rivista ‘Rolling Stones’, che ha letto le sue recensioni e lo crede molto più adulto, il direttore editoriale gli propone una ben retribuita collaborazione, che l’incredulo William accetta immediatamente. Il suo compito è di scrivere un articolo sugli Steelwater seguendone la tournée. La madre è preoccupatissima e gli impone di farle ogni giorno un paio di telefonate che la rassicurino, nel corso dei trasferimenti, che avvengono in un pullman a disposizione della band. Convivendo con la band e le ‘groupies’ che lo accompagnano nel corso delle varie date dei concerti, un po’ alla volta William diventa parte del gruppo e passa dalla simpatia per Penny Lane, ad una vera e propria cotta, senza avere però il coraggio di dichiararsi. Intanto cerca di raccogliere più informazioni possibili per il suo articolo, registrando un’intervista al cantante Jeff Babe ma senza riuscire a fare altrettanto con Russell, apparentemente il più disponibile, che invece rimanda continuamente il momento. Durante i lunghi tempi di viaggio emergono i conflitti caratteriali e le differenti aspirazioni dei componenti la band. Russell si sente più bravo degli altri e quindi sprecato a rimanere con loro, mentre il cantante, che inizio si considerava il leader, ora soffre la personalità del chitarrista, di gran lunga il più acclamato dai fan. All’arrivo a New York, dopo aver dovuto accettare dalla casa discografica un ‘manager del loro manager’, le ‘groupies’ vengono scaricate ad un altro gruppo, mentre agli Steelwater si ricongiungono con le loro fidanzate ufficiali e mogli. Penny Lane però non si rassegna e con mezzi propri giunge ugualmente a New York, prende una camera in hotel sotto falso nome e poi mette in imbarazzo Russell dentro un ristorante, allontanata però dal vecchio manager del gruppo. William insegue Penny Lane fuori dal ristorante sino all’hotel dove gli aveva rivelato che alloggia poco prima un amichetto, fan dei Led Zeppelin, il quale a sua volta ha viaggiato sin lì per incontrarli, e la trova in camera semi incosciente per una overdose di barbiturici. La sua immediata richiesta d’intervento di un medico, salva la vita alla ragazza, convincendo però William a chiudere con la tournée degli Steelwater, non prima di aver urlato la sua rabbia a Russell ed agli altri, durante un viaggio in aereo che sembra sul punto di trasformarsi in tragedia, per il cinico comportamento che hanno tenuto con le loro ‘groupies’, le quali erano, prima di tutto, le loro fan più sfegatate e fedeli. Ottenuto comunque il permesso di scrivere nel suo articolo quello che gli pare, si presenta alla rivista ‘Rolling Stones’ dove il referente che lo ha ingaggiato telefonicamente si rende conto finalmente della sua giovane età, ma trova comunque molto interessante il suo reportage. Chiesta però a Russell una conferma sul contenuto, lui lo smentisce e l’articolo non viene pubblicato. Di conseguenza, William viene messo alla porta. In seguito però una delle ‘groupies’ rimasta con gli Steelwater mette Russell, che già ha nostalgia di Penny Lane, di fronte alle sue responsabilità nei confronti della ragazza ed anche di William ed il chitarrista, pentito del suo atteggiamento, le telefona chiedendole l’indirizzo per raggiungerla. Lo attende però una sorpresa.  

VALUTAZIONE: un’opera che, pur nella sua semplicità, i limiti e le contraddizioni, è imperdibile per chi quegli anni ’70 li ha vissuti veramente, intorno alla musica rock ed anche per chi ne ha soltanto sentito parlare appartenendo a generazioni più recenti, ma ha l’opportunità di farsi un’idea in modo credibile dell’atmosfera frizzante di quell’epoca, in special modo cosa ferveva appunto intorno alla musica ed al sogno di alcuni di poter cambiare il mondo attraverso le canzoni, mentre per altri era un modo come un altro di fare soldi sfruttando l’onda creativa. Non si tratta quindi di un capolavoro, ma di un film di natura autobiografica dello stesso regista Cameron Crowe, che sorprende piacevolmente per lo stile rievocativo ma non retorico ed al tempo stesso simpatico e coinvolgente, accompagnato da una suggestiva ed ampia colonna sonora. La sceneggiatura dello stesso Crowe è stata premiata con l’Oscar.  

Il regista e sceneggiatore di ‘Quasi Famosi‘, Cameron Crowe, all’epoca del film aveva la stessa età del protagonista, l’undicenne William Miller. Facile perciò immaginare che ci sia qualcosa di autobiografico in questa storia e difatti, leggendo la sua biografia, emerge almeno un’importante ed indicativa analogia: anche lui quando era molto giovane ha lavorato per un po’ come reporter della rivista musicale ‘Rolling Stone‘, un punto di riferimento del settore, già a quel tempo. Avendo quindi vissuto di persona un’esperienza del genere, Crowe ha le giuste referenze per raccontare alcuni  aspetti dei media di allora e l’esuberante ed impetuoso mondo musicale del rock di quegli anni ’70, inclusi i retroscena che, proprio per loro natura, erano meno visibili per il grande pubblico.    

Quasi Famosi‘ (traduzione letterale dell’originale ‘Almost Famous‘), grazie al quale per la produzione nostrana è stato gioco facile riferirsi ad un ‘cult’ del 1980, cioè ‘Saranno Famosi‘ di Alan Parker (che invece in lingua originale era intitolato ‘Fame‘), sin dalle prime sequenze mostra toni che, pur senza nulla nascondere delle contraddizioni e delle problematiche, anche molto serie, di quel movimentato periodo e, soprattutto, delle conseguenze legate all’uso di anfetamine e degli acidi (oltre al sin troppo disinvolto sfruttamento delle cosiddette ‘groupies‘ – sul plurale di ‘groupie‘ ci sono varie interpretazioni – da parte delle rock star più in voga) i toni dicevo non sono mai troppo severi. Non si tratta insomma di un film di denuncia sociale.

Anzi, a partire dalla figura di Elaine, madre di William, interpretata da una sicurezza come Frances McDormand, spunti grotteschi vanno a braccetto con altri ironici in vari momenti del film e diventano elementi costitutivi fondamentali di un interessante e coinvolgente viaggio dentro un’epoca contrassegnata da grandi speranze ed aspettative, nonostante le atmosfere ahimè piuttosto datate oramai, confezionate però in un struttura narrativa che spesso si rivela divertente.

Già dai titoli di testa comunque, scritti a matita su un quaderno, forse simile a quelli che usano i reporter ancora oggi, con la cinepresa che si muove quasi fosse alla ricerca di qualcosa di specifico fra alcune cover di dischi ed oggetti vari sparsi su un tavolo, si capisce che questo è un film che non vuole essere soltanto celebrativo di un’epoca ma neppure convenzionale. Lo conferma la sequenza introduttiva, che vede il giovanissimo William, seduto nel sedile posteriore dell’auto di famiglia, discutere con la madre e la sorella (il padre non c’è più, è morto d’infarto) sui suoi anni effettivi. Che gli sono stati taciuti sino a quel momento, rendendolo in tal modo oggetto dello scherno dei suoi compagni, essendo più piccolo, anche di statura, avendo due anni di meno di quelli che credeva. La madre infatti gli ha fatto anticipare i tempi scolastici, ritenendo che se ne potesse avvantaggiare, avendo in mente per lui una carriera da avvocato, mentre Anita, la sorella maggiore, la accusa in tal modo di aver rubato a William una parte significativa di tempo dell’infanzia spensierata. Insomma, un bel conflitto generazionale, un tema che torna a galla a più riprese nel corso del film ma che al tempo stesso spiega come William sia cresciuto in un ambiente che gli ha ispirato precocemente uno spiccato spirito critico rispetto alla gran parte dei suoi compagni.

A proposito, la madre è un’insegnante di psicologia, ma riesce a farsi capire meglio dai suoi studenti che dai suoi figli. Specie Anita, che sta per compiere diciotto anni e non sopporta più di essere soffocata dalle critiche Elaine al conformismo dei loro coetanei, finendo per far sentire esclusi lei ed il fratello. Come quando Anita cerca di entrare di soppiatto in casa, nascondendo sotto il giaccone un disco di Simon & Garfunkel e la madre, più furba di lei nell’accorgersene subito, soltanto guardando l’espressione dei due artisti in copertina ne deduce che sono da evitare, perché si vede chiaramente che fumano erba, altro che le poesie dei loro testi.

Così, appena diventa maggiorenne, Anita esce di casa, ma lascia a William la sua collezione di dischi nascosta sotto il letto (‘…ascolta ‘Tommy’ – concept album di The Who, ndr. – ed accendi una candela e vedrai davanti a te il tuo futuro…’ gli sussurra in un orecchio, abbracciandolo, mentre se ne sta andando). Grazie a questo piccolo tesoro lui, nei successivi quattro anni, diventa un esperto di musica rock, capace di scrivere brillanti recensioni nel giornale della scuola e persino di dare giudizi con cognizione di causa sull’evoluzione o involuzione di una rock star, ad esempio su Lou Reed: ‘…mi piace le prime cose che ha fatto, nelle ultime vuole imitare David Bowie, invece di essere se stesso…’.

L’incontro con il noto critico musicale Lester Bangs, direttore della rivista ‘Cleem‘, interpretato dal bravo Philip Seymour Hoffman (premio Oscar come attore protagonista nel 2005 di ‘Truman Capote – A Sangue Freddo‘ di Bennett Miller) ahimè scomparso nel frattempo, al quale William fa pervenire le sue recensioni (dopo averlo osservato, ammirato e divertito un giorno, da dietro la vetrata di una radio locale, mentre disquisiva in maniera a dir poco eccentrica su alcuni artisti, stroncando Jim Morrison e preferendogli, considerandolo più vero e coerente, il gruppo dei Guess Who, ma infine metteva sul piatto del giradischi un ‘LP’ dello scatenato Iggy Pop), è illuminante per il giovane critico in erba (senza allusioni a quell’altro tipo…). Sarebbe anche poco incoraggiante, stando a sentire Lester, quando tenta di metterlo in guardia con questo verdetto: ‘…è un peccato che ti sia perso il rock’n’roll, è finito. Sei giusto in tempo per il rantolo della morte, l’ultimo singulto, l’ultimo annaspo…. William però non è tipo da demordere tanto facilmente ed infatti gli risponde che s’accontenta anche soltanto di quel poco che è rimasto. 

Lester perciò gli assegna, promettendogli un compenso di 35 dollari, l’incarico di scrivere in quattro cartelle un articolo sulla band dei Black Sabbath che si sta per esibire in città. Poco dopo, nonostante un attimo prima Lester sembrava volesse congedarlo, forse perché stanco di sentir dire anche a se stesso che molte volte si è riempito di anfetamine e persino di sciroppo per la tosse, quando scriveva di notte pagine su pagine, tanto per buttare giù qualcosa, sono entrambi seduti in un bar. Da professionista oramai disincantato che conosce tutti gli aspetti, i retroscena e le disillusioni del mestiere del critico e del mondo del rock, inclusa la frustrazione di aver vissuto all’ombra delle star, non sempre dotate di un talento migliore del suo, impartisce a William una sorta di lezione iniziatica, sui pericoli insiti in quell’ambiente, che valgono in buona parte anche nella vita in generale: ‘…una volta che andrai a Los Angeles avrai una barca di amici, saranno tutti falsi amici. Tenteranno tutti di corromperti, con quel tuo faccino onesto, ti diranno qualsiasi cosa. Ma non si può diventare amico delle rock star. Se vuoi essere un vero giornalista rock, prima di tutto pagano una miseria, però le case discografiche ti mandano i dischi gratis… Guarda che sarà una brutta storia, ti offriranno da bere, incontrerai delle ragazze, volerai con loro da un posto all’altro, ti offriranno la droga. Lo so che sembra una svolta, ma non saranno mai tuoi amici. Cioè quelli vogliono che tu disegni dei santini sul grande genio della rock star ma in realtà rovineranno il rock’n’roll e soffocheranno tutto quello che amiamo del rock’n’roll. E poi diventerà soltanto l’industria del più fico… Cioè, davvero sei arrivato in un momento molto pericoloso per il rock’n’roll. Ecco per me dovresti tornartene a casa e fare, che ne so, l’avvocato per esempio. Ma vedo dalla tua faccia che non lo farai…‘. Anche perché, come aveva detto lui stesso in precedenza: ‘… è la musica che ti sceglie…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Libro: ‘Amber’ e Film: ‘Ambra’

AMBER

Di Kathleen Winsor

Scritto nel 1944

Anno di Edizione 2015; Pagine 880

Costo € 6,90

Ed. BEAT (collana ‘Best BEAT’)

Traduttrice: Luciana Agnoli Zucchini

AMBRA

Titolo Originale: Forever Amber

 Nazione: Irlanda, Francia, Olanda, GBR

Anno:  1947

Genere: Commedia, Dramma in Costume

Durata: 100’ Regia: Otto Preminger

Cast: Linda Darnell (Ambra St. Clare), Cornel Wilde (Bruce Carlton), George Sanders (Carlo II d’Inghilterra), Jessica Tandy (Nan Britton), Richard Greene (lord Almsbury), Glenn Langan (capitano Rex Morgan), Richard Haydn (conte di Radcliffe), John Russell (Black Jack Mallard), Jane Ball (Corinne Carlton), Leo G. Carroll (Matt Goodgrome), Anne Revere (Red Cap), Robert Coote (sir Thomas Dudley), Natalie Draper (Barbara, contessa di Castelmaine), Margaret Wycherly (signora Spong), Alma Kruger (lady Redmond), Edmond Breon (lord Redmond), Alan Napier (Landale)

TRAMA: Amber Mainwaring è nata nella casa di una coppia di contadini, Sarah e Matthew Goodegroome, presso la quale si era rifugiata la madre Judith, una nobile che era morta mettendola al mondo. Judith era stata promessa in sposa a John St. Clare, figlio di un altro nobile. Le loro casate però si erano ritrovate su opposti schieramenti nella lotta fra i fedeli al re Carlo I ed i puritani del Parlamento di Oliver Cromwell e quindi avevano rotto il patto. Nonostante ciò, Judith e John intanto si erano innamorati ed in seguito ad un furtivo ultimo incontro, prima della partenza del giovane per la guerra civile, era rimasta incinta. Non potendo confessarlo ai genitori e volendo comunque sposare John, d’accordo con lui aveva deciso di partire e raggiungere il villaggio di Marygreen dove vive Sarah, la quale l’aveva accolta, seguendo le istruzioni di John ed in attesa del suo ritorno, convinta che la coppia si fosse sposata nel frattempo. John però non era tornato ed era stata Sarah a crescere Amber come se fosse figlia sua. Nel 1660, sedici anni dopo, Amber è diventata una bellissima ragazza ed un giorno nel villaggio arriva un gruppo di sei cavalieri che si ferma nella locale locanda durante un viaggio di trasferimento a Londra. Per Amber la vista del loro capo, Bruce Carlton, è un colpo di fulmine. Il giorno dopo, durante l’usuale fiera paesana, lo incontra nuovamente e nonostante Bruce si comporti da galantuomo, lo convince ad appartarsi con lei e gli chiede poi di portarla con sé a Londra, non volendo rassegnarsi a sposare un contadino e adattarsi ad una umile esistenza. Bruce cerca di convincerla a rinunciare ma poi cede di fronte alla sua risolutezza, chiarendo subito però che non l’avrebbe mai sposata. I due convivono per un po’ ed Amber scopre di essere incinta. Bruce però è un corsaro, che intercetta e depreda le navi spagnole, con il beneplacito ed il finanziamento del re d’Inghilterra Carlo II, che nel frattempo è tornato dall’esilio in Francia, acclamato dal popolo quando Cromwell è stato deposto e con lui le regole oppressive e castigate che aveva imposto. Bruce non resta a lungo a Londra, non sopportando l’ozio e gli intrighi della vita di corte e Amber è disperata quando decide di partire per compiere nuove scorribande con la sua nave, lasciandole però una ricca dote per mantenere lei ed il prossimo nascituro, assieme ad alcuni suggerimenti pratici per sopravvivere in una città piena di trappole e uomini cinici e spietati. Il conte Almsbury, nonostante l’amicizia con Bruce, ha già provato a sedurre Amber, ma con il tempo diventa per lei un prezioso alleato ed accompagnatore per accedere a Whitehall, dove la nobiltà vive nel lusso e le dame competono fra loro per apparire ed essere ammirate. Nonostante la giovane età, Amber è molto ambiziosa ma la gravidanza, non ancora evidente ma prossima, diventa un ostacolo che è indispensabile superare prima che sia troppo tardi. Dopo aver familiarizzato con Sally Goodman, una donna che abita vicino a lei, sposa suo nipote Luke Channell, sperando che creda suo il figlio che porta in grembo, accorgendosi troppo tardi che si trattava di un raggiro architettato da entrambi per impossessarsi dei soldi che le aveva lasciato Bruce e che Amber stoltamente non aveva messo al sicuro come le aveva vivamente suggerito. Coperta dai debiti del marito, nel frattempo fuggito assieme alla zia con il bottino, viene condannata ed incarcerata a Newgate. E’ solo l’inizio di una lunga sequenza di eventi. Riesce infatti a fuggire da quel carcere, dove regnano sovrane corruzione e crudeltà, assieme ad un bandito di nome Black Jack Mallard, del quale accetta di diventare l’amante, dopo aver partorito il figlio di Bruce, per poi fargli da esca per i nobili che intende rapinare. Sinché Black Jack viene tradito, catturato ed impiccato e lei si ritrova di nuovo sola e senza denaro. Con coraggio e determinazione, oltreché immutabile fiducia in se stessa e sul suo fascino, Amber trascorre i successivi dieci anni attraversando varie vicissitudini, salendo e scendendo più volte i gradini della scala sociale sino a diventare, accettando di buon grado anche un altro paio di maternità, persino l’amante del re. Il che la porta a rivaleggiare senza tirarsi indietro con la bellissima e temuta Barbara, contessa di Castelmaine ed altre favorite di Carlo II. Amber però è sempre stata innamorata soltanto di Bruce e quando egli torna a più riprese dalle sue scorribande navali, non riesce a farne a meno, complice anche il figlio che porta il suo stesso nome. A nulla serve che lei assista l’amato, rischiando a sua volta di morire, quando scoppia la peste a Londra e Bruce ne resta contagiato, scampando miracolosamente alla morte, soltanto grazie alla sua dedizione. Per nulla rassegnata, Amber si sposa più volte, durante le lunghe assenze di Bruce, rimanendo vedova in circostanze anche drammatiche, sino ad ottenere quel titolo nobiliare cui ambiva da sempre con l’intento di convincere finalmente Bruce a sposarla. Ma il destino le riserva, dopo essersi tolta molte soddisfazioni ed aver agito per ciò cui desiderava, anche una brutta sorpresa che non riesce proprio ad accettare.       

VALUTAZIONE: quasi 900 pagine sono impegnative per chiunque, ma Kathleen Winsor riesce a renderle estremamente fluide e ricche di avvenimenti e colpi di scena da farle scorrere via che è un piacere. Nel mentre racconta la vita pericolosa ed anticonformista di Amber, l’immaginaria protagonista, inserendola nella storia d’Inghilterra del XVII secolo, descrive ambienti e vicende di grande rilievo di quel tempo con la minuzia e la competenza che possono appartenere solo ad una appassionata studiosa. Un notevole romanzo insomma, che alla data di prima pubblicazione suscitò grande scandalo e fu addirittura proibito in alcuni stati per gli argomenti ritenuti troppo osé che racconta, ma che possiede la rara virtù di convincere sia il lettore più semplice che quello più esigente. Il film di Otto Preminger è una trasposizione parziale e semplicistica, con molti elementi narrativi importanti che sono stati sorvolati ed un finale persino antecedente a quello del romanzo. Un film che può apprezzare, forse, soltanto chi non ha letto l’opera della scrittrice americana.   

Aldilà dell’altezza di cinque centimetri del tomo e le sue ottocentottanta pagine, che comprensibilmente possono indurre chiunque, alla sola vista, a desistere dall’iniziare a leggerlo, una volta accettata la sfida e scorsi i primi capitoli, l’impressione che se ne trae per prima, ovviamente parziale e riduttiva, è quella di una storia melodrammatica, ambientata nel XVII secolo, che vede protagonista la giovane contadina del titolo, la quale s’innamora follemente e per tutta la vita di un cavaliere di ventura, dal momento in cui, casualmente, gli appare di fronte per la prima volta, di passaggio dal villaggio di Marygreen nella contea dell’Essex, che si trova nell’Inghilterra orientale (‘…non aveva mai visto nessuno come lui prima nella sua vita. Gli abiti che indossava, il suono della sua voce, l’espressione nei suoi occhi, la facevano sentire come se avesse avuto una visione momentanea in un altro mondo – e desiderava ardentemente vederla di nuovo, anche se solo per un breve periodo…).

Il quale invece glielo dice subito che non vuole saperne di legarsi a lei in maniera duratura, men che meno in seguito in prospettiva di un matrimonio. Amber pensa che la causa siano le sue origini popolane, mentre in seguito scoprirà una verità ancora più dura da mandar giù. Comunque il bel tenebroso, per dirla senza giri di parole, l’ha sverginata poche ore dopo averla conosciuta quando aveva solo sedici anni, l’ha messa incinta e non si è posto alcun problema a godere a più riprese della sua compagnia, per così dire, ogni volta che è tornato dai suoi viaggi a bordo delle navi corsare, sempre più ricco, dopo aver assaltato e depredato le imbarcazioni commerciali spagnole, con il beneplacito ed il finanziamento del re Carlo II.

Un comportamento certamente deprecabile, quello di Bruce Carlton, ma al netto di qualche attenuante ed una franchezza, sin dal principio, che Amber non ha inteso in alcun modo di voler ascoltare e prenderne atto. La sua correttezza si ferma al garantire ad Amber ed a suo figlio, prima di lasciarli e partire per un lungo periodo in mare, una generosa somma ed al ritorno di amarla ancora con passione, perché fra loro sicuramente c’è una forte componente chimica, ma senza considerarla mai la donna della sua vita, tanto meno da sposare. D’altra parte, come tirarsi indietro di fronte ad una creatura così compiutamente descritta dall’autrice: ‘…i capelli biondi le scendevano morbidi ed ondulati sulle spalle e, mentre fissava il bel cavaliere, i suoi occhi limpidi, screziati d’ambra, sembravano farsi più grandi. Le sopracciglia nere erano arcuate e le ciglia folte e scure. Dalla sua figura emanava una sorta di rigogliosa esuberanza, una promessa di piacere che subito si comunicava agli uomini, della quale, pur non dipendendo dalla sua volontà, lei era acutamente consapevole. Era questo indefinibile potere, più che la sua bellezza, a suscitare la gelosia e la rabbia delle compagne…‘.

Solo un po’ per volta, andando avanti nella lettura, ci si rende conto però quanto sia stata abile invece Kathleen Winsor a scrivere una corposa storia di fantasia, che neppure per un momento risulta noiosa, inserendola in avvenimenti realmente accaduti e personaggi storici veramente esistiti, come se fosse venuta a conoscenza, lei sola, di aneddoti e protagonisti che per qualche strana ragione sono sfuggiti agli storici di quel tempo. Ancora più sorprendente è il fatto che la scrittrice è di nazionalità americana, ma ciò non le ha impedito di appassionarsi così tanto e diventare talmente competente riguardo il periodo storico della cosiddetta ‘restaurazione’ della monarchia da parte di Carlo II d’Inghilterra, che la sua opera, in originale intitolata ‘Forever Amber‘, viene tuttora considerata anche un vero e proprio documento storico. Non soltanto quindi, e questa è anche un’altra chiave di lettura del romanzo, la vicenda di una donna che per soddisfare la sua ambizione e la voglia di riscatto dalle umili origini (che poi lei non sa neppure che sono nobili invece), non teme nessuno e non si ferma davanti a nulla, pagando i suoi errori in prima persona senza guardarsi mai indietro. Eccezion fatta per l’unico uomo che lei ha sempre amato veramente sin dalla prima volta che l’ha visto e di fronte al quale è inerme.

Nel corso della trama alcuni eventi tristemente noti, come la peste a Londra del 1665, che causò dai 75 ai 100.000 morti e il grande incendio dell’anno seguente, che da un lato pose finalmente fine alla terribile epidemia, ma dall’altro distrusse la città per due terzi e con essa oltre una decina di migliaia di case e persino la cattedrale di Saint Paul, sono descritti con dovizia di dettagli sparsi in numerose pagine che testimoniano la loro causa, gravità ed entità. Risulta perciò ancora più stridente la contrapposizione con la sfrenata ricchezza e la vita dissoluta di corte, davvero un altro mondo, dopo il ritorno di Carlo II d’Inghilterra, che seguì il puritanesimo parlamentare di Oliver Cromwell (rimasto curiosamente l’unico governo repubblicano della storia britannica), diventato insopportabile per lo stesso popolo e non soltanto per l’aristocrazia, a causa delle proibizioni e del clima di malcontento, oppressione e terrore che aveva instaurato.

La reazione infatti fu di segno opposto e seguì un lungo periodo di divertimenti dai più bassi strati sociali ai più alti livelli, nei quali ultimi poi gli sprechi abbondarono, unitamente a storie passionali sullo sfondo di vicende politiche e conflitti fra stati come Inghilterra, Olanda e Francia che nonostante la loro drammaticità sembravano quasi in second’ordine rispetto alle sfarzose feste di corte, agli spettacoli teatrali con le prostitute in sala che distribuivano arance ed alle liaison che riguardavano in special modo il re Carlo II, inclusa Amber che pure ne diventerà l’amante, al culmine di una irresistibile ascesa sociale. La scrittrice descrive questo passaggio storico senza lesinare curiosi aneddoti sulle implicazioni ed i particolari, con autorevolezza ed un linguaggio spigliato ed accattivante (merito pure della traduttrice Luciana Agnoli Zucchini), mettendo in risalto anche l’aspetto architettonico ed artistico delle vie, delle case di Londra e della residenza reale di Whitehall…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Foto: ‘ a Lerici e dintorni, ‘carpe diem’ fra i colori del giorno e della sera… ‘

Cliccando su una qualsiasi delle foto è possibile vederle in un formato ingrandito e scorrere in avanti ed indietro le stesse usando i tasti freccia. Avvicinando il mouse ad ogni singola foto è visibile il titolo che le ho dato, per informazione sul luogo o semplicemente per dare sfogo alla mia fantasia. Buona visione…

Quante volte avrò scattato foto a Lerici e dintorni, dove sono nato e torno quando mi è possibile? Non saprei neanche dire un numero… ogni volta però, vuoi per caratteristiche proprie della fotografia stessa, che è sinonimo di… ‘cogliere l’attimo’; vuoi perché c’è sempre modo di vedere uno scorcio in maniera diversa dalle precedenti, ci si stupisce di trovare nuove prospettive a vedute, seppure ci si è già trovati di fronte innumerevoli volte.

Tutte le foto, eccetto quella di notte del castello con la luna, ripresa da casa mia, le ho scattate con lo smartphone, quindi chiedo venia per la qualità delle stesse. Ho pensato, per una volta, di dividerle in due gallerie: quelle scattate di giorno, fra le quali ne ho lasciata persino una sbagliata, nella quale il vero soggetto, il castello, è sfocato e posto sullo sfondo, ma è curiosa quindi l’ho lasciata volentieri ugualmente…

…e quelle invece riprese al tramonto o subito dopo, con l’immutabile piacere di rivedere certi posti di Lerici e dintorni, seppure già ampiamente immortalati anche fra le foto che ho scattato in passato ed alle quali ho dedicato una specifica galleria visibile (clicca su questo link se ti va di vederle). Eppure ogni volta è come se cambiassero d’abito, per così dire, arricchendosi di colori e sfumature differenti. Sarà un giudizio di parte, non lo nego, ma è uno spettacolo che non mi stanca mai e che perciò mi ostino a riproporre…

 

Film: ‘Amore e Inganni’ e Libro: ‘Lady Susan’

AMORE E INGANNI

Titolo Originale: Love & Friendship

 Nazione: Irlanda, Francia, Olanda, GBR

Anno:  2016

Genere: Commedia in Costume

Durata: 90’ Regia: Whit Stillman

Cast: Kate Beckinsale (Lady Susan Vernon), Chloë Sevigny (Sig.ra Alicia Johnson), Xavier Samuel (Sig. Reginald DeCourcy), Morfydd Clark (Miss Frederica Vernon), Emma Greenwell (Sig.ra Catherine Vernon), Tom Bennett (Sir James Martin), James Fleet (Sir Reginald DeCourcy), Jemma Redgrave (Lady DeCourcy), Justin Edwards (Sig. Charles Vernon), Stephen Fry (Sig. Johnson), Lochlainn O’Mearain (Lord Manwaring), Jenn Murray (Lady Lucy Manwaring)

LADY SUSAN

Di Jane Austen

Anno 1^ Edizione 1871

Pagine 128

Costo € 0,99

Newton Compton Editori

Traduttrice: Daniela Paladini

TRAMA: Lady Susan Vernon è vedova da quattro mesi ma non se ne duole affatto, anche se il marito Frederic l’ha lasciata senza una rendita. Ancora giovane e molto attraente, non le difettano neppure intelligenza, perspicacia, eloquenza e doti di manipolatrice e riesce perciò facilmente a farsi ospitare dalla famiglia del cognato nella tenuta di campagna di Churchill, dopo aver lasciato a Langford quella dei Manwaring, che l’avevano inizialmente accolta,  suscitando però il risentimento di Mrs. Lucy e molte chiacchiere riguardo il Lord suo marito ed il suo ospite Sir James Martin, del quale è innamorata Miss Manwaring. Lady Susan ha anche una figlia sedicenne, Frederica, completamente diversa da lei e che ha sempre trascurato, ma ora punta a farla sposare proprio allo sciocco e mediocre Sir James Martin, il quale ha il pregio, non di poco conto, di essere erede di una notevole ricchezza. Mrs. Alicia Johnson è la compiacente alleata di Lady Susan, nonostante suo marito, per via della fama di Lady Susan, le proibisce di frequentarla. Mr. Charles Vernon invece è molto cortese ed ospitale nei confronti della cognata, quanto sua moglie Catherine DeCourcy ne diffida invece, nonostante i modi estremamente cordiali, ma affettati a suo modo di vedere, con i quali si relaziona la vedova, allo scopo di ottenere per sé i maggiori vantaggi possibili. Al tempo stesso però Lady Susan si adopera per sfruttare tutte le più ghiotte opportunità per trovare un buon partito, che si tratti di Lord Manwaring oppure di Reginald, fratello di Catherine. Il quale, incuriosito dalla cattiva reputazione di Lady Susan e dal proposito, a suo dire, di scoprirne la maschera, ne resta al contrario stregato. Dalle iniziali ironiche riserve nei suoi confronti infatti, dopo aver trascorso un po’ di tempo a chiacchierare nel corso di alcune passeggiate nei dintorni della tenuta, diventa un suo convinto sostenitore e persino difensore della sua integrità, che ritiene minata soltanto da chiacchiere invidiose e prive di fondamento. La sorella, preoccupatissima per l’inaspettata piega di questo rapporto e temendo che Reginald possa persino chiedere la mano di Susan, scrive ai genitori e l’omonimo padre si precipita a Churchill per sincerarsi della situazione. Il figlio, unico erede dei DeCourcy, si dichiara stupito e lo rassicura sulla sua volontà di non mettere a repentaglio il buon nome di famiglia, legandosi ad una donna che oltretutto ha dodici anni più di lui. Ma per quanto sostenga questa posizione di fronte al padre, in realtà è soggiogato da Lady Susan. L’arrivo inaspettato di Frederica, fuggita dal collegio di Londra dove l’aveva inviata la madre per darle un’istruzione, ma soprattutto per non doversene occupare direttamente, spinge Catherine e Charles ad ospitare con affetto e comprensione la nipote ed a schierarsi dalla sua parte, anche quando improvvisamente si presenta Sir James Martin e Frederica si nasconde in camera, non avendo alcuna intenzione d’incontrarlo e tanto meno di sposarlo. Reginald stesso ritiene ingiusto l’atteggiamento di Susan e dopo averne condiviso le ragioni che la stessa ragazza gli ha rivelato durante uno sfogo confidenziale, cambia l’opinione che aveva di lei, che riteneva priva di qualsiasi attrattiva. La storia di complica quando Lady Susan, annoiata dalla vita di campagna e sentendo un’altra volta gli occhi puntati su di sé, decide di tornare a Londra, portando con sè Frederica. Contando sull’aiuto di Alicia, la vedova riprende a frequentare Lord Manwaring, senza interrompere gli stretti rapporti con Reginald DeCourcy, con il quale anzi sta parlando di matrimonio. La situazione precipita quando Lucy Manwaring riesce ad ottenere le prove dell’adulterio fra il marito e Susan. Reginald, incredulo ed indispettito testimone di quanto riportato da un testimone, viene liquidato da Susan dopo aver tentato, con abili argomentazioni, di convincerlo un’altra volta riguardo la sua buona fede. Catherine e Charles, preoccupati per Frederica, alla quale oramai si sono affezionati, raggiungono Susan a Londra e riescono a convincere la cognata a lasciare tornare a Churchill la figlia assieme a loro. In realtà Lady Susan finge di farsi convincere, alludendo a presunte cattive condizioni di salute di Frederica determinate dall’aria insalubre di Londra. Nei suoi piani, poiché nel frattempo è rimasta incinta di Lord Manwaring, c’è ora il suo matrimonio con l’ingenuo Sir James Martin, facilmente convinto di essere lui il prossimo padre, mentre Frederica e Reginald convolano a loro volta a nozze avendo compreso di essere fatti l’una per l’altro.     

VALUTAZIONE: mentre Jane Austen ha scritto un romanzo epistolare composto da quarantuno lettere nelle quali i protagonisti intrecciano i loro rapporti, scambiandosi al tempo stesso giudizi ed opinioni, con al centro quasi sempre lei, Lady Susan: una donna attraente, intelligente ma pericolosa e trasgressiva civetta; il film di Whit Stillman è svolto come una classica storia a filo unico narrativo, molto rispettoso nei dialoghi e, tranne poche eccezioni, anche della trama del romanzo. Lo stile della Austen è al solito molto elegante, pungente ed ironico, pur essendo questa un’opera giovanile. Il film ne riprende le atmosfere in una forma ad impianto teatrale, estremamente piacevole, pur nella retorica espressiva dell’epoca. Kate Beckinsale è una Lady Susan molto credibile ed efficace.   

Amore e Inganni‘ (ogni tanto un titolo della distribuzione nostrana che è più appropriato dell’originale ‘Love & Friendship‘, cioè ‘Amore & Amicizia‘) è la trasposizione cinematografica del romanzo epistolare giovanile ‘Lady Susan‘ di Jane Austen, la celebre scrittrice di romanzi classici, quali ‘Ragione e sentimento‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione del film dal quale è stato tratto), ‘Orgoglio e Pregiudizio‘ e ‘Persuasione‘. Scritto nel 1795 quando Jane Austen aveva solo venti anni e pubblicato postumo nel 1871 da un suo nipote, ‘Lady Susan‘ stupisce non tanto per la struttura epistolare, che non ha di certo inventata la scrittrice britannica, quanto soprattutto per la maturità espressiva e psicologica che questo breve racconto giovanile già mostra chiaramente, seppure l’autrice evidentemente non la pensava allo stesso modo, per eccesso di autocritica o mancanza di coraggio.

Spesso pubblicato assieme ad altri due componimenti considerati minori come ‘I Watson‘ e ‘Sanditon‘, ‘Lady Susan‘ è costituito da poco più di centoventi pagine. Il che rende facile, anche dopo aver visto il film di Whit Stillman, recuperarlo e verificare le analogie e le differenze fra le due versioni. Si può così notare che, mentre l’opera letteraria è una sequenza di quarantun lettere che alcuni dei protagonisti si scambiano fra loro, attraverso le quali la storia prende forma seguendo i relativi interessi, anche contrapposti, i timori, le curiosità e l’empatia fra i vari personaggi coinvolti; nel caso del film invece, pur non mancando i riferimenti epistolari, la trama è costruita a struttura classica sequenziale. Ciò ha comportato qualche piccola differenza rispetto al romanzo, ma si tratta di fatto di questioni puramente marginali.

Il film, seguendo fedelmente lo stile del romanzo, ha una impostazione elegante ed enfatica al tempo stesso, non esclusivamente, ma in particolar modo riguardo i dialoghi, alla quale il regista ha aggiunto la componente teatrale. Nonostante sia stato girato in magnifiche location realmente esistenti (Churchill Castle, Langford, Parklands nella contea inglese del Kent ed Edward Street a Londra, seppure la dedica al re Edoardo VI leggevo che risale al 1843, posteriore quindi a quella d’ambientazione della storia narrata dalla Austen), Whit Stillman utilizza questo schema narrativo sin da quando presenta per la prima volta, come se si trattasse appunto di una rappresentazione che di lì a breve si consumerà su un palcoscenico, i personaggi principali, ognuno legato alla sua residenza abituale. Le didascalie poste sotto le inquadrature (tranne quella della protagonista prima, cioè Lady Susan), mostrate prevalentemente a mezzo busto ed al pari di alcune loro espressioni, sono pervase dalla stessa ironia con la quale Jane Austen descrive i personaggi che, di volta in volta, nella sequenza progressiva delle lettere si scambiano fra loro.

Così, a Langford, Lord Manwaring è… ‘un uomo divinamente attraente‘. Lady Lucy Manwaring è ‘la sua ricca moglie‘. Miss Maria Manwaring, la sorella di lui, è ‘una donna in età da marito‘ e Sir James Martin, ricco spasimante di Frederica Vernon e Maria Manwaring, è ‘piuttosto irritante‘.

A Churchill, Mrs. Catherine Vernon, (nata DeCourcy) è ‘la cognata di Lady Susan‘. Mr. Charles Vernon, ‘il suo compiacente marito, è il fratello del defunto Frederic Vernon‘, mentre Mr. Reginald DeCourcy è ‘il giovane affascinante fratello di Catherine‘. A Londra, in Edward Street, Mrs. Alicia Johnson è ‘un’esule americana ed amica di Lady Susan‘, mentre Mr. Johnson, marito di Alicia, più anziano di lei, è ‘un uomo rispettabile‘. Manca a questa lista, trascurando alcuni personaggi minori, Frederica Vernon, figlia sedicenne di Lady Susan e del defunto Frederic Vernon, la quale entra in scena in un secondo momento nella residenza di Churchill.

Sulle note di ‘Music for the Funeral of Queen Mary‘ di Frank Purcell, che immediatamente i cinefili ricorderanno inclusa anche nella soundtrack di un’opera completamente differente per toni, contesto e stile come ‘Arancia Meccanica‘ di Stanley Kubrick, la protagonista, vestita ancora a lutto, sale in carrozza e lascia la residenza di Langford, seguita già dallo sguardo nostalgico di Lord Manwaring ed invano rincorsa da Sir James Martin, il quale a sua volta suscita le lacrime accorate della delusa Miss Maria Manwaring e l’espressione severa, solo in minima parte associata ad un effimero sollievo di Mrs. Lucy Manwaring. La sceneggiatura del film quindi vede l’azione leggermente anticipata rispetto a quello che le prime lettere del romanzo descrivono…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Musica: ‘Emerson, Lake & Palmer’

EMERSON, LAKE & PALMER

Omonimo

Anno: 1970

Genere: Rock Progressive, Pop
Etichetta: Island
Nazione: GBR

Tracklist:

  • Lato A
    The Barbarian – 4:27 (Arrangiamento e adattamento di EL&P su musica composta da Béla Bartók)
    Take a Pebble – 12:32 (Greg Lake)
    Knife Edge – 5:04 (Testi di Dik Fraser, Keith Emerson, Greg Lake su musica composta da Leoš Janáček)
  • Lato B
    The Three Fates – 7:46 (Keith Emerson)
    a) Clotho
    b) Lachesis
    c) Atropos
    Tank – 6:49 (Keith Emerson, Carl Palmer)
    Lucky Man – 4:36 (Greg Lake)

Band:

  • Keith Emerson – organo Hammond, pianoforte, Clavinet, sintetizzatore modulare Moog IIIc, organo della Royal Festival Hall
  • Greg Lake – basso, chitarre, voce
  • Carl Palmer – batteria e percussioni

VALUTAZIONE: l’album d’esordio del celebre super trio, è il tentativo riuscito di un connubio fra due apparenti opposti: il rock progressive e la musica classica, i cui riferimenti in questo caso sono chiaramente indicati persino nella tracklist del disco. Il quale perciò è diventato un riferimento fondamentale del genere di appartenenza ed al tempo stesso mette in evidenza le straordinarie capacità tecniche dei tre componenti il gruppo, che si sono uniti dopo aver maturato esperienze anche molto diverse fra loro per tipologia, coniugando una ideale affermazione e sintesi in questo lavoro imperdibile.

Quando si pensa a due generi come la musica classica ed il rock: progressive, pop o di qualunque altra corrente ad esso assimilabile, opinione generalmente diffusa è che appartengono a due opposte concezioni e non ci possono essere quindi fra loro granché punti d’incontro, essendo diverse le epoche d’espressione alle quali appartengono e di conseguenza lo stile, la destinazione dell’ascoltatore casuale o melomane che dir si voglia, specie poi in edizione ‘live’.

Effettivamente nella maggior parte dei casi la distanza è ampia, se non apparentemente addirittura inconciliabile fra i due generi, ma ci sono le dovute eccezioni, come sempre, ed Emerson, Lake & Palmer ne fanno sicuramente parte. Di certo, anche per ragioni puramente anagrafiche, la musica rock, ma possiamo dire anche molti altri filoni della musica moderna, hanno attinto a piene mani dalla musica classica. E non c’è da stupirsi quindi, perché anche questa forma d’arte, come qualunque altra, si è sviluppata nel tempo in numerose diramazioni che solo in apparenza sembrano discordanti ed estranee, mentre invece non sono altro che evoluzioni della specie, per così dire.

ELP 01

Seppure molti appassionati delle espressioni musicali più recenti o più in voga attualmente, principalmente giovani e giovanissimi, storcono il naso quando gli capita d’ascoltare anche soltanto qualche nota di musica sinfonica e di fronte ai nomi di compositori come Beethoven, Bach, Brahms, Chopin, Mozart, per citarne solo alcuni, ma anche Bartók e Janáček, per menzionare quelli più immediatamente riferibili all’opera in oggetto, che gli piaccia o no, molti dei loro attuali ed insospettabili beniamini hanno sviluppato la loro formazione proprio sulle composizioni di quei musicisti di epoche molto lontane. Oppure, come in questo caso, si sono cimentati a riproporre versioni, riadattate in chiave rock progressive, di alcune delle loro melodie, più o meno note, più o meno riconoscibili.

Il video che propongo qui di seguito è il migliore per qualità d’immagine e suono che ho trovato relativamente alla prima parte della carriera del celebre trio, quando stava affermandosi a livello mondiale, in pratica cioè subito dopo la data di pubblicazione del primo album omonimo. Il lettore potrà forse rimanere perplesso nel seguire le prime immagini, con Keith Emerson che si esibisce in una serie di sonorità fortemente distorte, come se fosse stato colto da un improvviso raptus, maltrattando un particolare organo Hammond costruito secondo sue esigenze sceniche sul palcoscenico e subito dopo Carl Palmer si produce a sua volta in uno scatenato assolo di batteria e percussioni, impressionante non soltanto dal punto di vista della varietà e della bravura tecnica, ma anche da quello della resistenza fisica.

Se però il lettore più paziente e curioso di verificare la veridicità di quanto sostenevo innanzi, volesse trovare riscontri alla stessa definizione di gruppo rock-pop-sinfonico che il trio si guadagnò all’epoca, può saltare a piè pari il primo dei due filmati che costituiscono questo video e portarsi direttamente al 25^ minuto, da dove proseguire e godersi la seconda metà, ad iniziare dall’esecuzione, ‘arricchita’ di suggestive immagini a corredo (anche se io francamente ne avrei fatto volentieri a meno…), di quello che forse è il più bel brano in assoluto contenuto nell’album in oggetto e probabilmente della loro intera discografia, ispirato dall’opera del ceco Leoš Janáček, guarda caso un autore classico. Mi riferisco a ‘Take a Pebble‘, nel corso del quale, non solo si può apprezzare la straordinaria bravura strumentale dei singoli ma anche la splendida voce di Greg Lake, senz’altro una delle più belle per timbrica dell’intero panorama rock progressive, unitamente alla bellezza della costruzione musicale della traccia, naturalmente di origine classica.

In questa esibizione ‘live’ sono presenti inoltre influenze di stampo jazzistico (mondo nel quale Keith Emerson ha maturato significative esperienze) e si può notare, dal punto di vista della interazione fra band e pubblico, un approccio che nell’album ovviamente non può essere presente. Cioè alcuni inaspettati siparietti, che potremmo definire persino dissacratori ma che in realtà si sposano alla perfezione con la sintonia del trio, rendendolo in un certo senso più umano e raggiungibile dal proprio pubblico e non soltanto un ‘totem’ da ammirare con soggezione e distacco. Pur dimostrando totale padronanza dello show, il trio riesce infatti a prendersi delle pause, a scendere dallo scranno, per così dire e non prendersi troppo sul serio, improvvisando situazioni al limite della comicità, che saranno certamente costruite ad arte, ma forse lasciano spazio anche all’estro ed all’intuizione del momento (Lake che scuote la testa sorridendo quando Emerson divaga su un ritornello, ne fornisce forse la conferma). Qualcosa però che può permettersi soltanto un gruppo che possiede una profonda intesa e padronanza dei propri mezzi; che può concedersi digressioni rispetto alla consueta seriosità del ruolo nel restante tempo del concerto davanti ad una sala gremita. Durante la parte del brano che Greg Lake esegue alla chitarra classica, non solo egli stesso canta un ‘jungle’ che non è presente nella versione ufficiale dell’album, ma lo vede coinvolto anche in una spiritosa improvvisazione con Carl Palmer, fra l’ilarità dei due e quella del pubblico di fronte.   

La biografia di Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer è ricca di riferimenti e di esperienze professionali, prima, durante e dopo la parabola professionale di questo supergruppo. Emerson è il più anziano dei tre: tre anni più di Lake e addirittura sei più di Palmer. Inoltre fra loro è quello che molto probabilmente ha maturato una più approfondita conoscenza della musica classica e del jazz. Ne è una testimonianza il gruppo di provenienza, The Nice, considerato forse il primo a proporre un mix di rock progressive e musica classica. La tecnica di Keith si somma alla sua creatività nel cercare nuove sonorità e forme d’espressione dalle numerose tastiere che suona, anche puramente finalizzate a spettacolarizzare la scena dal vivo in totale disarmonia, sia nell’uso del già citato organo Hammond ma anche del celebre sintetizzatore modulare Moog IIIc. Quest’ultimo è uno strumento elettronico che ha trovato la sua consacrazione proprio nel brano di chiusura dell’album, ovvero ‘Lucky Man‘, paradossalmente un riempitivo per raggiungere la durata totale canonica in quegli anni del disco di vinile, composto da Lake e che invece è diventato in seguito uno dei loro cavalli di battaglia ed un single di grande successo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

21^ Nuotata ‘Lericini e Turisti’

Clicca su ’Continua a leggere’ alla fine di questo commento e poi su una qualsiasi delle foto per iniziare a scorrerle nella galleria. 

Poster della ManifestazioneSi è svolta oggi l’edizione 2018 della manifestazione, in programma, come ogni anno, la seconda domenica di agosto. Nata alla fine del secolo scorso per iniziativa del Dott. Dino Ceppodomo, quest’anno è stata patrocinata dalla Lega Navale Italiana Sez. di Lerici e dagli amici del ‘Gruppo Nuotate Lericini e Turisti‘. Il ritrovo era fissato presso l’Hotel Shelley e delle Palme che ancora una volta ha gentilmente prestato all’organizzazione una parte della sua area destinata ai clienti di fronte al mare, dove è stato preparato un ricco buffet che i partecipanti nuotatori hanno trovato al loro arrivo colmo di focaccia, pizza, torte e bevande. 

La Lega Navale Italiana Sez. di Lerici quest’anno si è fatta carico degli oneri economici dell’organizzazione ed il ringraziamento va quindi al suo Presidente, il Sig. Maurizio Moglia, che è stato presente durante tutta la manifestazione, accompagnato dalla gentile consorte. A dare il suo supporto a terra, in caso di necessità, c’era un’ambulanza della Pubblica Assistenza di Lerici, con tre suoi valorosi rappresentanti. 

Notevole l’affluenza dei partecipanti, tutti regolarmente e gratuitamente iscritti ai quali, da un’idea già dello scorso anno dello stesso Ceppodomo, è stato consegnato un palloncino da legare al costume, i cui diversi colori hanno contribuito a rendere ancora più bella la panoramica dei nuotatori durante il tragitto.

Come lo scorso anno, anche in questa occasione si poteva scegliere fra due percorsi: uno più corto di circa 350mt. per chi voleva partecipare all’evento natatorio senza particolare allenamento ed un altro più lungo, di oltre 1000mt. che ha portato i nuotatori più resistenti a doppiare la punta della scogliera al largo della Venere Azzurra sul lato del Colombo ed a tornare al punto di partenza.

Nonostante l’acqua non fosse particolarmente limpida a causa di una leggera mareggiata della giornata precedente, piacevolissima è stata comunque la nuotata, dopo la classica conta in cerchio dei partecipanti (72 gli iscritti… di tutte le età) che ha assunto casualmente la forma di un cuore ad un certo momento, come si può vedere dalle foto. La nuotata, come sempre non competitiva, si è svolta lasciando partire comunque per primi i più agguerriti fra i nuotatori, così che il classico ‘biscione’ si è sviluppato ben presto, in particolare fra chi si è cimentato nella distanza più lunga. A dare il via ed un breve saluto ai partecipanti c’era Lisa Saisi, vice Sindaco del Comune di Lerici.

Meduse per fortuna non se ne sono incontrate ed i nuotatori erano scortati durante il percorso da alcune canoe di appoggio che controllavano la corretta direzione e se qualcuno, per troppa foga o per poca dimestichezza con il tragitto prefissato, tendeva ad uscire dai limiti consentiti, ferma restando la regola che ognuno è responsabile di se stesso. 

Al termine della prova, ad ogni nuotatore è stato rilasciato un attestato di partecipazione promosso della stessa Lega Navale sul quale sono indicati i tre principali scopi sociali della stessa.

Atteststo di PartecipazioneLe foto che seguono (in parte scattate da me prima della partenza e dopo l’arrivo e nel mentre da mio figlio Luca, che ringrazio) in buona parte rispettano l’ordine cronologico dell’evento e mi auguro che molti dei partecipanti possano riconoscersi.

Seppure nei limiti del possibile ho chiesto a molti presenti se avessero nulla da eccepire riguardo la possibilità di essere identificabili in qualche foto, ottenendo sempre l’assenso verbale di tutti a scattarle, resta inteso, specie dopo l’adozione delle recenti regole europee sulla privacy, che se qualcuno si trovasse a disagio nell’apparire chiaramente in una qualsiasi delle foto presenti nella galleria che segue, specie riguardo i minorenni, può indicarmi quale e richiedermi di rimuoverla, scrivendo all’indirizzo email MAUPES@LIVE.IT e sarà mia cura provvedere al più presto.

Mi scuso infine se avessi dimenticato di citare, o non avessi ricevuto opportuna informazione, di persona o organizzazione che ha partecipato attivamente all’organizzazione dell’evento ed avrebbe perciò meritato almeno di essere nominata.

Alla prossima edizione quindi, sempre più numerosi speriamo, visto il successo sotto tutti i punti di vista, anche di quella di quest’anno!

Clicca su ’Continua a leggere’ e poi una qualsiasi delle foto presente nella galleria. Quindi, usando i tasti freccia, è possibile scorrerle tutte in sequenza, in avanti ed indietro.

Continua a leggere…

Film: ‘The Wizard Of Lies’

THE WIZARD OF LIES

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2017

Genere: Biografico, Drammatico

Durata: 133’ Regia: Barry Levinson

Cast: Robert De Niro (Bernard Madoff), Michelle Pfeiffer (Ruth Madoff), Kristen Connolly (Stephanie Madoff), Lily Rabe (Catherine Hooper), Hank Azaria (Frank Dipascali), Alessandro Nivola (Mark Madoff), Nathan Darrow (Andrew Madoff), Kathrine Narducci (Eleanor Squillari), Michael A. Goorjian (Dan Horwitz)

TRAMA: L’11 dicembre del 2008 Bernard Madoff, un famoso ed importante broker americano, viene arrestato con la gravissima accusa di aver messo in piedi uno ‘schema Ponzi’ attraverso il quale per molti anni ha truffato i suoi clienti. Il danno che risulta dalle sue attività criminose ammonta ad oltre 65 miliardi di dollari e vittime del raggiro, oltre a molti investitori privati anche piuttosto noti, ci sono alcune rinomate ed importanti banche internazionali. La crisi economica globale ha innescato la caduta del ‘castello’ Madoff, che si fondava su un abile sistema di remunerazione piramidale dei clienti, grazie all’acquisizione progressiva di molti altri nel frattempo. Ma quando le richieste di rimborso hanno superato largamente gli introiti garantiti dai nuovi clienti, a causa della crisi globale del 2008, lo schema è collassato. La moglie Ruth ed i suoi due figli Mark e Andrew, nonostante entrambi ricoprissero incarichi importanti, si sono sempre dichiarati totalmente all’oscuro del raggiro, del quale, secondo lo stesso Madoff, era complice solo il fidato Frank Dipascali. Quest’ultimo si occupava dell’ufficio sito all’inaccessibile 17^ piano del palazzo dove risiedeva la Bernard Madoff Investment Securities ed al quale persino ai suoi figli pare fosse vietato l’accesso. Quando è scoppiata la ‘bomba’, sorprendentemente per gli stessi inquirenti, Madoff si è dichiarato immediatamente colpevole. Il giudice l’ha condannato a 150 anni di carcere, per aver mandato sul lastrico innumerevoli persone che si sono fidate di lui affidandogli i loro risparmi. Lui si è giustificato in seguito sostenendo che ad ognuno di loro aveva suggerito di non impiegare più della metà dei suoi risparmi negli investimenti che proponeva e quindi che sapevano di rischiare, attratti dal suo ‘metodo finanziario’ che garantiva un 1% d’interesse fisso al mese, persino in controtendenza rispetto all’andamento generale delle borse. L’onda d’urto del crollo dell’impero Madoff ha colpito quindi in maniera estremamente dura anche sua moglie ed i figli, i quali in particolare si sono rifiutati di andarlo a trovare in carcere ed avere qualunque genere di contatto con lui, anche in seguito. La loro posizione è stata lungamente sottoposta al vaglio della SEC, l’organismo di controllo che ha indagato sul crack finanziario, perché sembrava incredibile che loro fossero estranei e non informati sul raggiro. Molti amici di famiglia hanno perso i loro risparmi e nonostante siano state sottoposte a sequestro e poi vendute all’asta tutte le ingenti proprietà di Madoff, il recupero è stato poca cosa rispetto al ‘buco’ generato ed il sospetto che i soldi fossero nascosti altrove, ha costituito ragione sufficiente per considerare colpevoli anche Ruth, Mark e Andrew, i quali sono stati in pratica banditi dal resto della società. Mark non ha resistito alla vergogna ed alle pressioni ed ha finito nel 2010 per impiccarsi. In un’intervista in carcere ad una giornalista, quando incalza Madoff, chiedendogli se si è reso conto dei danni che ha procurato anche ai suoi figli, lui risponde sicuro di aver agito in modo che fosse chiara la loro estraneità ai fatti. Anche la moglie Ruth lo ha lasciato solo ed ha smesso di andarlo a trovare perché l’altro figlio Andrew ha accettato di riallacciare i rapporti con lei solo a patto che rompesse definitivamente i ponti con Bernard. Nel 2014 però lo stesso Andrew è morto a seguito di una terribile malattia. Bernard Madoff è tuttora in carcere e non hai mai dato segni di pentimento. 

VALUTAZIONE: un’opera rigorosa ed agghiacciante, per certi versi, questa dell’esperto regista Barry Levinson, realizzata per la TV ed incentrata sull’incredibile figura, purtroppo reale, di questo criminale finanziario. In alcuni momenti si vorrebbe che il film osasse un po’ di più; forse lo ‘schema Ponzi’ messo in atto da Madoff andava spiegato un po’ più chiaramente, ma la sceneggiatura non racconta soltanto il raggiro reiterato nel tempo e su vasta scala attuato da questo inquietante personaggio, bensì si sofferma a descrivere anche il comportamento contraddittorio che ha tenuto nei riguardi dei suoi familiari, che lui si riteneva convinto, nonostante tutto, di proteggere. De Niro e la Pfeiffer nelle rispettive parti sono una sicurezza.

Nel 2010 Charles Ferguson ha realizzato un film-documento intitolato ‘Inside Job‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione in merito) nel corso del quale raccontava la genesi e poi il disastro provocato dalla crisi finanziaria partita dal crollo del mercato immobiliare americano e poi estesa, come una sorta di pestilenza, a tutta l’economia globale. In quel caso si trattava perciò di una crisi sistemica mentre ‘The Wizard of Lies‘ di Barry Levinson racconta la storia vera di Bernard Madoff il cui crimine finanziario è nato da un singolo uomo ed è parso evidente soltanto a causa di quella crisi, dopo oltre trentanni dal momento in cui aveva iniziato a perseguirlo.

Non si può parlare di questo film comunque, se prima non si comprende il contesto ed in special modo il cosiddetto ‘schema Ponzi’ che ne è alla base. Il filmato che propongo qui di seguito spiega abbastanza bene il personaggio protagonista di questa vicenda, che forse non ha avuto l’eco che avrebbe potuto riscuotere in un altro momento, considerando l’entità economica della truffa stessa e la risonanza in termini di singoli nomi e d’istituzioni implicate, proprio poiché concomitante alla crisi finanziaria globale del 2008. 

Lo ‘schema Ponzi’ deve il suo nome, non al celebre investigatore nostrano omonimo, bensì ad un emigrato italiano negli Stati Uniti, il cui nome era Charles Ponzi. Siamo intorno agli anni venti del secolo scorso e Charles, dopo aver svolto umili lavoretti si è trasferito in Canada, dove fa tesoro della maniera disinvolta, per così dire, con la quale il proprietario della banca presso la quale lavora, gestisce il denaro della sua clientela, gran parte della quale costituita da immigrati italiani. Nonostante questa banca fosse infine fallita ed il proprietario fosse fuggito in Messico con un ingente bottino, Ponzi aveva imparato nel frattempo il metodo che in seguito ha applicato per suo conto, affinandolo ed ampliandone la portata economica.

Come sempre, preferisco banalizzare una spiegazione ma cercare di rendere comprensibile alla più vasta platea il nocciolo della questione, evitando i tecnicismi e le implicazioni più complesse che lascio agli addetti ai lavori. Non si tratta perciò di banalizzare o scantonare l’ostico argomento psico-finanziario, se così si può definire, oppure di liquidarlo con qualche parolone astruso ai più e forse anche a chi scrive. Partiamo quindi da un banale esempio: mettiamo che Maurizio (nome di fantasia, naturalmente…) sia un broker, cioè colui che compra e vende asset finanziari, il quale confida ai suoi amici e conoscenti di avere messo a punto una strategia d’investimento che garantisce un rendimento dell’1% netto mensile.

Qualcuno potrebbe già alzare la mano ed obiettare: beh, il 12% l’anno è una cifra molto interessante, per carità, ma in un periodo di ‘vacche grasse’ in borsa, qualche altro potrebbe considerarla persino limitante rispetto ad altre tipologie d’investimento più aggressive, specie per chi non teme il rischio. Qualche altro potrebbe farsi avanti e far balenare la possibilità persino di raddoppiare tale rendimento, acquistando prodotti finanziari che ovviamente conosce lui e pochi altri eletti, naturalmente impossibili da spiegare nei loro complicatissimi dettagli ai profani. Il che, di solito, provoca automaticamente una sensazione d’inferiorità nell’investitore il quale, non sentendosi all’altezza di chi gli sta di fronte, intimorito dalla sua sicurezza e dalle sue competenze, ne diventa una facile preda. 

Questo, attenzione, è già un primo aspetto di natura psicologica da non trascurare. Il fatto, peraltro, che il guadagno sia allettante ma non esageratamente gonfiato, va a tutto vantaggio della credibilità dello stesso. Stiamo sempre parlando, comunque, di un bel 12% per cento annuo che molti investitori, molto esperti ed accorti, firmerebbero subito volentieri, se fosse realistico ed affidabile, senza doversi rompere il cervello con grafici, dati storici, studio degli algoritmi e dei trend. I risultati borsistici ottenuti durante un certo periodo di tempo, com’è noto, non garantiscono uguali performance nell’anno seguente ed in quelli a venire, poiché l’andamento potrebbe diminuire o addirittura invertire il segno e mangiarsi del tutto i guadagni ottenuti negli anni precedenti o, peggio ancora, erodere persino il capitale originariamente investito. Questa è la base di qualunque investitore consapevole…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…