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I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblico i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, utile anche e me stesso per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                Cliccando qui di seguito sul bottone ‘CONTINUA A LEGGERE‘ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio.

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I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblico i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per meglio comprendere il contesto ed il quadro generale delle opere.                 Cliccando qui di seguito su ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio. 

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Le Mie Foto

In questa sezione pubblico alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso, quelli dove risiedo e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblico i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più curiosità e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, anche la personalità e la tecnica dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero di riempirla sempre più. 

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Film: ‘Quasi Nemici – L’Importante è Avere Ragione’

QUASI NEMICI – L’IMPORTANTE E’ AVERE RAGIONE

Titolo Originale: Le Brio

Nazione: Francia, Belgio

Anno: 2017

Genere: Commedia, Drammatico, Didattico

Durata: 95’ Regia: Yvan Attal

Cast: Daniel Auteuil (Pierre Mazard), Camélia Jordana (Neïla Salah), Yasin Houicha (Mounir), Nozha Khouadra (La Madre di Neïla), Nicolas Vaude (Il Preside del Paris II-Panthéon Assas), Jean-Baptiste Lafarge (Benjamin), Claude Perron (La Donna col Cane), Virgil Leclaire (Keufran), Zohra Benali (La Nonna di Neïla), Damien Zanoli (Jean Proutot), Jean-Philippe Puymartin (Il Presidente del Concorso), Paulette Joly (Madame Mazard), Nassim Si Ahmed (Il Cliente)

TRAMA: Neïla Salah è una immigrata francese di seconda generazione che vive a Créteil, nella banlieue (periferia) parigina. Si è iscritta all’Università Paris II-Panthéon Assas per dare una svolta alla sua vita, altrimenti destinata alla mediocrità o, ben che vada, la massima aspirazione del suo ragazzo Mounir, cioè diventare un taxista di Uber. Il primo giorno, calcola male i tempi ed arriva in ritardo, cioè quando la sala è già gremita e il professore Pierre Mazard ha iniziato la sua lezione. Non essendo riuscita ad evitare di farsi notare, Mazard la riprende con ironia ed insistiti commenti razzisti, anche riguardo il suo modo di vestire, nonostante il brusio di disapprovazione degli altri studenti. Mazard è noto infatti per le sue idee conservatrici ed intolleranti che non si trattiene dall’esprimere apertamente. Il suo atteggiamento viene filmato e finisce sul PC del preside il quale, nonostante sia suo amico, non può evitare che la cosa arrivi addirittura al vaglio della commissione interna d’inchiesta. Per evitare un sicuro licenziamento, il preside propone a Pierre di fare da coach proprio a Neïla, nel concorso che ogni anno vede gli studenti del primo anno dei vari istituti universitari contendersi la palma del migliore sul tema dell’eloquenza. Mazard è costretto ad accettare e senza dire nulla al riguardo alla giovane, le propone di aiutarla a prepararsi per il concorso, nonostante l’iniziale rifiuto della stessa, provocandola proprio sulle ragioni che l’hanno spinta ad iscriversi a quella facoltà. I due si vedono la mattina, da soli e per pochi minuti, in un’aula dove Pierre inizia, partendo da uno scritto di Schopenhauer, la sua opera di trasformazione di Neïla, da ragazza arrabbiata, incapace di controllare le sue emozioni e di argomentare una tesi in maniera convincente, in una brillante e sicura oratrice. Per riuscirci però, fra loro inizialmente le scintille sono all’ordine del giorno, perché Pierre è un provocatore cinico ed impietoso e Neïla, orgogliosa delle sue origini, mal sopporta l’ironia sulla sua persona e di essere ripresa continuamente. Piano piano però si rende conto lei stessa dei suoi progressi, anche nei rapporti con Mounir ed i suoi amici, e dell’abilità, impegno ed originalità che il suo professore le sta insegnando nell’arte della retorica. Al primo confronto del concorso però Neïla non resiste alle allusioni razziste del suo rivale e sarebbe eliminata se il suo avversario non fosse squalificato proprio per questa ragione. Da quel momento però riesce a mettere totalmente a frutto gli insegnamenti di Pierre, in forme sempre crescenti di difficoltà e nei confronti successivi prevale con destrezza e brio sino a giungere alla finale. Nel corso della manifestazione che il preside promuove per lei in Università, un suo compagno invidioso le rivela però le vere ragioni dietro l’impegno di Mazard e Neïla, delusa e ferita, abbandona furiosa la sala, rifiutandosi di presentarsi alla finale del concorso. E’ Mounir però che la mattina stessa la riprende e la scuote per la sua mancanza di coraggio e di riconoscenza nei confronti di chi comunque l’ha fatta comunque crescere e si offre di accompagnarla in Università dove, se per la gara oramai non c’è più nulla da fare, per il giudizio della commissione su Pierre, invece sì. Entrando nell’aula dove il professore è seduto davanti ai suoi inquisitori, Neïla chiede ed ottiene, ritenendosi parte in causa, di testimoniare. Inizia quindi il suo intervento come se fosse un atto di accusa che aggrava ancora di più la posizione di Mazard, ma poi lo trasforma in un elogio sperticato e circostanziato sulle qualità del suo professore, lasciando a bocca aperta sia lui che la commissione e mostrando di avere perfettamente imparato come impostare in maniera convincente la difesa di un accusato. Anni dopo Neïla è un avvocatessa, perfettamente integrata nel ruolo e nella consapevolezza delle sue capacità, la quale sta utilizzando a sua volta proprio le tecniche imparate dal suo odiato inizialmente e poi amato coach.

VALUTAZIONE: un’opera di notevole impatto emotivo e formativo (nonostante la morale in fondo sia tutt’altro che ‘politically correct’), oltreché di pregevole qualità interpretativa, incentrata sulla capacità, appunto, di convincere il prossimo sulle proprie ragioni, qualunque sia la verità. Un film che tocca direttamente o di riflesso temi come razzismo, conservatorismo, intolleranza, provocazione, emarginazione sociale ed uso ad arte del paradosso. E ci riesce, evitando il più possibile di scadere nella retorica, anche se è focalizzato proprio sulla capacità di sviluppare l’uso dell’eloquenza, prendendo a modello la figura dell’avvocato, ma che può valere comunque in qualsiasi altro ambito. E’ anche un film con una trama ben congegnata, che in poco più di un’ora e mezza mostra pochi momenti di debolezza, con un finale decisamente potente dal punto di vista emozionale.   

…L’eloquenza, la retorica, l’arte del bel dire. Per convincere bisogna saper usare la dialettica, una serie di ragionamenti rigorosi volti ad ottenere il consenso dell’interlocutore e del pubblico. Perché in realtà è solo questo che conta: convincere, avere ragione. Della verità, chi se ne frega…‘.

Tempo fa è uscito un film francese che ha avuto un buon successo anche in Italia. S’intitola ‘Quasi Amici – Intouchables‘ e, diretto dalla coppia Olivier Nakache e Éric Toledano, racconta la simpatica, commovente storia, anche un po’ ‘piaciona’ per dirla tutta, di un ricco tetraplegico bianco ed un badante nero con un passato in prigione. Due mondi apparentemente lontani ed opposti che sembra impossibile possano incontrarsi ed invece dopo le prime inevitabili difficoltà hanno imparato a conoscersi e rispettarsi. Mettendo sul tavolo le rispettive peculiarità caratteriali, culturali e di sensibilità, sono persino diventati quasi amici, appunto.

Qualcosa del genere succede anche in ‘Quasi Nemici – L’Importante è Avere Ragione‘ di Yvan Attal. Anche questo è un film francese ed evidentemente la distribuzione italiana ha colto delle analogie con l’opera citata in precedenza ed ha provato a sfruttarle, al di là dei rispettivi titoli originali che sono molto differenti: nel primo caso ‘Intouchables‘ ed in quello del film in oggetto ‘Le Brio‘. Dei due, il più azzeccato in questo caso a me sembra proprio quello nostrano, soprattutto per la frase che viene riportata immediatamente dopo il trattino, cioé ‘L’Importante è Avere Ragione‘, perché è proprio sul tema della retorica o dell’arte dell’eloquenza che quest’opera è incentrata. E per arrivare all’obiettivo si affida, come molte delle battute che vengono pronunciate dai protagonisti, ad un paradosso. Una serie dei quali, a proposito dell’uso e della potenza della parola, li propone in alcune scene di repertorio poste nell’incipit del film, quattro grandi personaggi della cultura francese come Claude Lèvi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary e Jacques Brel.

Osservando l’immagine riportata nella locandina ed anche nel trailer accessibile qui sopra, ci si rende infatti immediatamente conto di almeno due cose: la prima è che la torre Eiffel sullo sfondo indica chiaramente dove è ambientata la storia, scritta a otto mani da Yaël Langmann, Victor Saint Macary, Bryan Marciano e Yvan Attal (quest’ultimo è anche il regista). Secondariamente, si fa per dire, i due straordinari interpreti – bisogna proprio dirlo, perché Camélia Jordana e Daniel Auteuil sono davvero strepitosi – sono posti, non a caso, in posizione contrapposta, come se intendessero volutamente ignorarsi, seppure è un artificio fotografico, oltreché mostrare un’evidente differenza d’età, ma anche d’origine etnica, ma questo lo si vede più chiaramente. A ciò s’aggiungono anche una marcata distanza culturale, di status sociale, di relazione e persino di aspettative sul futuro, e questo lo si può sapere solo seguendo la trama. Eppure…

Lui è Pierre Mazard, un attempato professore dell’Università Paris II-Panthéon Assas, cinico, prevenuto, reazionario ed in odore di razzismo, decisamente antipatico nei modi. Come quando una sera, tornando a casa dalla trattoria dove cena sempre da solo (chi mai potrebbe sopportare di vivere a lungo assieme ad un cerbero del genere?), apostrofa una signora con un cagnolino al guinzaglio, mentre con un guanto ne sta raccogliendo per strada le feci: ‘…si rende conto che per un po’ di affetto lei si espone ad una umiliazione? Ma la prego, reagisca, altrimenti lei vale meno di quello che tiene in mano, quel sacchetto con…‘ ed ovviamente ottiene la reazione piccata della donna, della quale però non si cura affatto. Neïla Salah invece è una studentessa del primo anno, immigrata francese di seconda generazione, in cerca di riscatto dalla mediocrità e rassegnazione della banlieue di Créteil, dove abita con la madre e la nonna, molto suscettibile alle allusioni ironiche sulle sue origini e persino agli abiti casual e ben poco femminili che indossa, come a voler rappresentare visivamente la rabbia e la ribellione.

Cosa caspita potrebbero mai avere in comune due personaggi del genere? Niente, ovviamente, se non che lui è un professore della facoltà che lei ha deciso di frequentare e dove Neïla parte con il piede sbagliato, arrivando in ritardo, seppure solo di pochi minuti, il primo giorno di lezione. Ne viene fuori un caso ideologico perché Pierre, come insegnante è molto bravo, ma sempre molto franco riguardo le sue idee, nonostante le contestazioni degli studenti ed è prevenuto nei confronti delle persone come Neïla, per ciò che rappresenta ed a suo modo di vedere è già destinata a gettare la spugna entro tre mesi.

A questo punto bisogna dire che ‘Le Brio‘ è un film che va raccontato, anche nei dettagli, perché gran parte della sua efficacia risiede nei dialoghi e nelle situazioni, molte delle quali sono imperdibili. Altrimenti si potrebbe liquidare la questione dicendo che è la storia di un professore ed un’allieva che da quasi nemici appunto, le circostanze li portano invece a collaborare per far vincere a lei un importante concorso fra le Università sul tema dell’eloquenza ed a lui di evitare di perdere il posto a causa dei suoi atteggiamenti reazionari. Alla fine, dopo innumerevoli occasioni di scontro, trovano un punto d’equilibrio e d’intesa, ed il professore si salva proprio a seguito della decisiva testimonianza della sua allieva, che diventerà grazie a lui un abile avvocato, ripetendone, dopo averne fatto tesoro, modi e tecniche di persuasione. Invece c’è molto di più di questo, quindi bando agli spoiler e andiamo avanti. Chi mal li sopporta, salti pure, se vuole, alle considerazioni finali. Le numerose citazioni che seguono meritano ampiamente lo spazio che dedico loro… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Foto: ‘Novembre in varie tinte di luce e colori, fra acqua (tanta) e sole (meno)’

Foto raccolte qua e là nel corso del mese corrente e durante il periodo del Black Friday (o come sento dire da qualcuno in mezzo dialetto, del ‘black fradei’…), gironzolando fra boschi, il fiume Adda e paesi dei dintorni. Ci sono stati giorni, come a inizio mese, nei quali le luci ed i colori durante le belle giornate erano smaglianti; altri nei quali i grigi chiaroscuri delle nuvole si riflettono sull’acqua ed incupiscono i panorami ed altri giorni ancora nei quali le piogge persistenti gonfiano il fiume e, come a Brivio, isolotti e camminamento lungo l’argine vanno sott’acqua. Nei boschi si possono ancora incontrare funghi dai quali è meglio stare alla larga ed in alcuni giardini si scorgono invece melograni che sembrano essere arrivati giustappunto per ornare i prossimi alberi di Natale. In ogni caso c’è il piacere di stare all’aria aperta e di camminare, magari ascoltando anche un po’ di buona musica con gli auricolari.

Cliccando su una qualsiasi delle foto è possibile vederle in un formato più ingrandito e si possono scorrerle in avanti ed indietro usando i tasti freccia. Avvicinando il mouse è anche possibile leggere il titolo e/o il nome del luogo laddove riportati. Buona visione…

Libro: ‘La Dama e l’Unicorno’

LA DAMA E L’UNICORNO

Di Tracy Chevalier

Scritto nel 2003

Anno di Edizione 2009; Pagine 286

Costo € 14,02 (tascabile € 8,42; eBook € 6,99)

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori delle Tavole’)

Traduttore: Massimo Ortelio

TRAMA: anno 1490, il pittore parigino Nicolas des Innocents viene assunto da Jean la Viste per realizzare sei disegni dai quali in seguito saranno prodotti altrettanti arazzi. Il ricco committente vive fuori le mura della città e si è guadagnato il titolo di priore grazie ai suoi servigi al re Luigi XI. Nicolas, oltreché un bravo pittore, è anche un impenitente ‘tombeur de femme’. In tale ruolo ha sedotto molte donne, senza badare affatto alle conseguenze. Ne sa qualcosa Marie-Celéste, una servetta di la Viste. Dopo essersi concessa una notte dietro le stalle, stregata dalla storia dell’unicorno che le ha raccontato Nicolas, è rimasta incinta, ma lui stenta quasi a riconoscerla quando se la trova di fronte nella dimora di la Viste e la liquida con qualche moneta. Colpa sua, sostiene, se non è stata attenta. Léon le Vieux è invece il mediatore incaricato da la Viste di seguire e trattare il lavoro del pittore e poi dei tessitori di arazzi, i più rinomati dei quali risiedono a Bruxelles. La Viste vorrebbe che il tema fosse la battaglia di Nancy, nonostante si sia ben guardato dal parteciparvi. Poco dopo, Nicolas è solo nel salone per prendere alcune misure alle pareti, quando entra la giovane e bellissima Claude. Il pittore non resiste dall’iniziare uno scambio di battute confidenziali ed allusive alle quali lei non si sottrae affatto. Si rende conto che è la maggiore delle tre figlie di la Viste soltanto quando lei lo conduce di fronte alla madre. Geneviève de Nanterre è una donna molto religiosa, che però non è riuscita ad assolvere il compito primario di assicurare un erede maschio a la Viste. Al di là delle apparenze in pubblico, in privato il marito non le presta più da tempo alcuna attenzione. A Geneviève le scene di battaglia non piacciono e quindi chiede a Nicolas di proporre un altro tema ed a lui torna in mente la storia dell’unicorno, ma modificata in una rappresentazione che verte sui cinque sensi: udito, olfatto, vista, gusto e tatto. Geneviève apprezza l’idea e spinge il pittore, riottoso per la possibile reazione negativa, a convincere la Viste. Nicolas usa allora lo stratagemma di far credere al priore che la moda del momento è proprio quel genere di raffigurazione negli arazzi, arricchiti di ‘millefleurs’ e la Viste, che non è di certo un innovatore, si adegua ed accetta. Nell’occasione Nicolas, in circostanze particolari e fortunate, ha un altro incontro con Claude, consenziente ed intimo, seppure non completo. Conclude quindi i disegni nei quali include anche due dame che assomigliano proprio a Geneviève ed a Claude. La liaison con quest’ultima però è stata scoperta da Bèatrice, la dama di compagnia che Geneviève  ha affiancato a Claude e ne ha riferito alla madre stessa che, allarmata dall’atteggiamento libertino della figlia, che sta per essere promessa sposa ad un nobile per elevare ulteriormente il rango dei la Viste, decide di farla controllare a vista e poi addirittura chiudere in un convento, così che resti illibata sino al matrimonio. Intanto Nicolas in compagnia di Léon si è trasferito a Bruxelles presso la bottega del rinomato tessitore Georges de la Chapelle. Il lavoro da svolgere sugli arazzi richiede grandi capacità, esperienza e tecnica sopraffina. L’urgenza imposta da la Viste rende però il lavoro della famiglia di Georges una corsa contro il tempo. Per Nicolas quello degli arazzi è un mondo sconosciuto al quale però piano piano si avvicina con umiltà dopo un’iniziale supponenza. A convincerlo contribuisce non poco la figlia del tessitore, Aliènor, molto bella e dolce ma cieca, anche se ciò non le impedisce comunque di dare il suo contributo al lavoro ed a coltivare un magnifico orto pieno di profumi e colori, servendosi egregiamente degli altri sensi. Aliénor, per interesse del padre, sta per essere data in sposa al rozzo e puzzolente tintore Jacques Le Boeuf, dal quale lei cerca di nascondersi in tutti i modi, spalleggiata dalla madre. Diventa decisivo perciò il ruolo di Nicolas nel destino di Aliénor che a sua volta, come Claude, è tutt’altro che indifferente al fascino del pittore e seduttore. Quest’ultima invece andrà in sposa secondo i desideri del padre e della madre. Gli arazzi infine risplenderanno nella sala dove si celebra il fidanzamento mentre per Nicolas des Innocents la scaltra e risoluta Geneviève ha architettato un piano che sa tanto di beffa.    

VALUTAZIONE: un romanzo relativamente breve ma trascinante come pochi, ambientato alla fine del XV secolo, che grazie al talento della scrittrice Tracy Chevalier riesce ad abbinare la riscoperta di un’arte antica e particolare come quella della tessitura degli arazzi, ad una vicenda densa di seduzione, con un linguaggio a volte anche esplicito, cui contribuisce non poco la figura allegorica e leggendaria dell’unicorno. La struttura del romanzo è suddivisa in capitoli dedicati singolarmente ai principali protagonisti che raccontano in prima persona e quindi dal loro punto di vista una parte della storia. Nonostante il rischio di una eccessiva frammentazione, la trama è invece sorprendentemente equilibrata e non subisce in alcuna misura salti cronologici, sovrapposizioni o ripetizioni narrative e neppure confusione fra le vicende dei vari protagonisti. La lettura è estremamente fluida e piacevole, difficile semmai è staccarsene.

‘…guardare un arazzo non è come guardare un quadro. Il dipinto di solito è più piccolo, così lo sguardo riesce ad abbracciarlo tutto in una volta. Non ci si deve avvicinare troppo, basta rimanere a un paio di passi di distanza, come se ci si trovasse davanti a un prete o a un insegnante. All’arazzo, invece, ci si avvicina come a un amico. Se ne vede solo una parte per volta, e non necessariamente quella più importante. Ecco perché nessuna delle figure deve risaltare troppo, ma integrarsi in modo armonico in un insieme piacevole alla vista, ovunque vadano a posarsi gli occhi dell’osservatore‘.

Uno legge il titolo, guarda la cover del tomo e s’immagina un racconto incentrato su una storia verbosa e ad alto coefficiente di noia, o comunque al più un romanzo di natura fantastica. Se così fosse, diciamo subito che già dopo qualche pagina si rivela un’impressione totalmente errata perché ‘La Dama e l’Unicorno‘ è certamente un romanzo nel quale realtà ed immaginazione s’intersecano abilmente fra loro, ma che si propone e si legge con grande interesse, da un lato ed immediato piacere, dall’altro. Eventuali dubbi e diffidenze riguardo quest’opera della scrittrice Tracy Chevalier (nota autrice fra l’altro de ‘La Ragazza con l’Orecchino di Perla‘, trasposto al cinema nell’interpretazione di una castigata ma comunque seducente e convincente Scarlett Johansson) svaniscono infatti ben presto, grazie ad una vicenda affascinante, ambientata due anni prima del viaggio di Cristoforo Colombo alla scoperta della Americhe, nella quale si parla dal lato artistico di arazzi ed unicorni; dal lato umano di grandi passioni, per lo più, ma non solo carnali e dal lato stilistico infine da un’insolita ma convincente e riuscita narrazione in prima persona da parte dei principali protagonisti della vicenda. 

Procediamo però con ordine: cosa c’è di vero e cosa no in questa storia? Diciamo innanzitutto che alcuni dei personaggi coinvolti sono realmente esistiti, mentre altri no, ma ovviamente, trattandosi di un romanzo e non di un saggio storico, la Chevalier ha costruito la sua storia ed i dialoghi connessi alla medesima a sua fantasia e discrezione. Il video qui sopra proposto, a partire dal quarantacinquesimo secondo, mostra il cosiddetto ciclo dei sei arazzi del titolo, che sono stati effettivamente ordinati da Jean la Viste e realizzati molto probabilmente a Bruxelles. Ritrovati ed acquistati da un incisore a nome M. du Sommerard alla fine del XIX secolo per esporli nell’Hôtel de Cluny a Parigi, in seguito sono stati donati assieme al palazzo alla città, trasformato quindi nel Museo Nazionale del Medioevo, ovviamente tuttora visitabile.

E cosa vuole rappresentare la figura mitologica dell’unicorno (o liocorno) che ha il corpo di un cavallo con un corno diritto in mezzo alla fronte? L’origine della sua leggenda risale al medioevo, ma come affermano alcuni dei protagonisti è già citato nella Bibbia, nel libro di Giobbe, nel Deuteronomio e nei Salmi. Vuole rappresentare, fra l’altro, un simbolo di saggezza e castità, instancabile e perciò difficile da catturare e da domare, ma che si prostra docile quando è avvicinato da una giovane vergine. E’ perciò una figura allegorica di purezza, ma non priva anche di spiritualità, che non necessità di essere associata automaticamente ed in maniera inscindibile all’illibatezza.

Ora torniamo ai sei arazzi al centro della storia, nel corso della quale i protagonisti si raccontano, intrecciando le loro vite, amandosi in alcuni casi e comunque relazionandosi fra loro con i pregiudizi, i rituali, le regole, le stratificazioni sociali e le conseguenze possibili a fine XV secolo. La storia mitologica dell’unicorno, ad esempio, serve spesso a Nicolas des Innocents per ammaliare le sue prede femminili, essendo non solo un artista ma anche un astuto ed impenitente donnaiolo. La versione però della stessa favolosa figura che è alla base dei disegni che saranno trasposti in seguito sugli arazzi tessuti a Bruxelles, dove al tempo c’era un’eccellenza in termini di qualità dei materiali e di finezza di realizzazione, specie riguardo gli spettacolari e raffinati ‘millefleurs’, è arricchita di ulteriori significati maliziosi, all’interno di una rappresentazione finalizzata ad esaltare un raggiunto status sociale dei la Viste, attraverso la libera rilettura dei cinque sensi in altrettanti arazzi. Il sesto, che può introdurre o concludere il ciclo degli altri e che è il più grande nelle dimensioni, non fornisce invece alcuna specifica chiave di lettura ma la scritta ‘A mon seul désir‘ (‘il mio solo desiderio‘) posta ad intestazione di una tenda dietro la figura di una dama, porta a varie interpretazioni, nessuna delle quali però è mai stata chiarita e definita dagli esperti d’arte e di storia di quel tempo nel suo inequivocabile significato.

Essendo raffigurata in ognuno degli arazzi una dama (in quattro dei quali è assieme ad una donna di compagnia), Nicolas des Innocents non ha esitato a dare le sembianze del loro viso a quello delle donne che lo hanno ispirato ed intrigato nel corso della fase creativa, precedente o contemporanea alla realizzazione degli arazzi. Il riferimento è a due coppie di madre e figlia: mamàn Geneviève de Nanterre e la figlia Claude da un lato; mamàn Christine de la Chapelle e la figlia Aliénor dall’altro. Si tratta ovviamente di una rilettura in chiave narrativa di Tracy Chevalier, che merita però di essere riassunta ai fini della corretta interpretazione della storia, sospesa fra verità storica e immaginazione. Vediamo pertanto uno ad uno gli arazzi ed il loro significato… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Il Primo Re’

IL PRIMO RE

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia, Belgio

Anno: 2019

Genere: Storico, Epico, Azione

Durata: 127’ Regia: Matteo Rovere

Cast: Alessandro Borghi (Remo), Alessio Lapice (Romolo), Fabrizio Rongione (Lars), Massimiliano Rossi (Tefarie), Tania Garribba (Satnei), Lorenzo Gleijeses (Purtnass), Vincenzo Crea (Elaxantre), Max Malatesta (Veltur), Fiorenzo Mattu (Mamercus), Gabriel Montesi (Adieis), Antonio Orlando (Erennis), Vincenzo Pirrotta (Cai), Michael Schermi (Aranth), Ludovico Succio (Marce), Martinus Tocchi (Lubces), Marina Occhionero (Acca Larenzia), Nina Fotaras (Ramtha), Emilio De Marchi (Testa di Lupo), Luca Elmi (Maccus)

TRAMA: Romolo e Remo sono due giovani pastori, quando li travolge un’improvvisa e violenta inondazione. Si salvano miracolosamente, ma perdono tutto il loro bestiame. Trascinati dalla forza dell’acqua sino al territorio di Alba Longa, sono raggiunti e catturati, quindi costretti, assieme ad altri, a combattere fra loro a coppie: il perdente viene immediatamente ucciso e cremato. Grazie ad un escamotage Remo, costretto a combattere contro il fratello, salva se stesso e libera anche gli altri prigionieri che riescono, pur a fronte di alcune perdite, a sopraffare i loro nemici. Romolo intanto è rimasto gravemente ferito mentre Remo dopo aver ucciso molti guerrieri di Alba Longa ha catturato Satnei, la sacerdotessa della dea Vesta, perciò la costringe a seguire lui, che si porta sulle spalle Romolo ed il gruppo dei prigionieri liberati ancora sopravvissuti. Le condizioni di Romolo rallentano i fuggitivi, così che il più cinico fra loro, Tefarie, spinge gli altri ad unirsi a lui affinché Remo sia costretto ad abbandonare Romolo al suo destino. Remo allora sfida a duello Tefarie e lo uccide, legittimando così il suo primato sul gruppo. Entrati nella foresta che fa parte del territorio dei guerrieri guidati da Testa di Lupo, si confrontano in modo cruento con loro uccidendoli tutti e quindi gli uomini capeggiati da Remo arrivano sino al villaggio dei rivali abitato oramai solo da vecchi, donne e bambini nel quale Remo si auto proclama re. Nel corso del rituale, Remo chiede a Satnei un’aruspicina, cioè un vaticinio e lei gli rivela che nel suo futuro vede uno dei due fratelli re di una grande città ed impero, ma anche che uno ucciderà l’altro. Tutti vedono nel duro e forte Remo il predestinato. La reazione di quest’ultimo alla predizione del fratricidio è veemente: uccide il sacerdote del villaggio, spegne il sacro fuoco di Vesta e lega Satnei ad un albero dentro al bosco, lasciandola alla mercé degli animali selvatici. Non solo, al ritorno nel villaggio incendia le capanne e schiavizza gli abitanti. Romolo nel frattempo si è completamente ripreso e dissente l’atteggiamento del fratello, il quale, resosi conto di essersi spinto troppo in là, torna nel bosco pentito della punizione inflitta a Satnei ma la trova ferita e oramai morente, seppure ancora in grado però di svelare a Remo che è lui ad essere destinato a morire per mano del fratello Romolo. Gli consiglia perciò di fuggire. Nel frattempo Romolo ha riacceso il fuoco sacro affidandolo ad una giovane vestale e viene perciò riconosciuto come capo dagli abitanti il villaggio, inclusa una parte dei guerrieri che sono giunti con lui e Remo sin lì. Quest’ultimo nel frattempo se n’è andato con i rimanenti a lui ancora fedeli, ma giunti sulle sponde del Tevere sono assaliti dai cavalieri albani e destinati a soccombere se non intervenisse a salvarli Romolo con i suoi uomini. Il dualismo che è esploso fra loro spinge Remo a reclamare il comando, inclusa l’intenzione di spegnere il sacro fuoco e nonostante Romolo cerchi di evitare il combattimento, Remo lo sfida apertamente, ma quando si rende conto che più nessuno oramai sta dalla sua parte, lascia che l’aruspicina di Satnei si compia. Spingendo il fratello a ferirlo a morte, al tempo stesso si riappacifica con lui, benedicendone il destino di primo re. Romolo ed i suoi uomini, attraversato il Tevere, allestiscono una pira per Remo su un zattera ed il fratello giura che con il sangue versato costruirà una città, dandole il nome di Roma per dominare il mondo conosciuto nei secoli a venire. E’ l’anno 753 avanti Cristo.

VALUTAZIONE: un’opera sorprendente della cinematografia nostrana, perché che contiene, al tempo stesso, tutti gli ingredienti di spettacolarità solitamente riconoscibili nel cinema hollywoodiano, abbinati però ad una impostazione rigorosa, ad iniziare dall’utilizzo di un linguaggio definito ‘protolatino’, incomprensibile senza i sottotitoli. La cura che il giovane regista Matteo Rovere, qui alla sua seconda prova, ha dedicato alla post produzione, durata ben 14 mesi, ricorda la meticolosità di un ‘certo’ Stanley Kubrick, senza che il confronto appaia esagerato. Siamo di fronte ad un film totalmente anomalo, interpretato egregiamente da attori italiani e girato in luoghi del centro Italia che sembrano rimasti al tempo di Romolo e Remo, la cui storia è mitologia ma la cura nella ricostruzione ambientale, degli usi e costumi del tempo, comprese le armi, ha richiesto la consulenza di alcuni luminari nei rispettivi campi di appartenenza. Il tutto senza nulla lasciare al caso, inclusi effetti speciali di straordinaria verosimiglianza e strumenti all’avanguardia della tecnologia come i droni nelle riprese dall’alto. Una notevole prova di maturità espressiva e coraggio che esce dagli schemi abituali e richiede pertanto la completa disponibilità dello spettatore per essere pienamente compresa ed apprezzata. 

Segnatevi il nome del trentasettenne regista, soggettista, sceneggiatore e produttore Matteo Rovere, perché se tanto mi dà tanto, siamo di fronte ad un autore di grandissima qualità, pari almeno al coraggio. ‘Il Primo Re‘ è un film realizzato da autori, attori e maestranze nostrane (mentre i finanziamenti invece sono di provenienza internazionale che vede unite Rai Cinema, Groelandia, Gapbusters, VOO e BeTV) e di uno stile che non siamo abituati a vedere associato alla cinematografia italiana. Ad affiancare Rovere nella realizzazione di quest’opera particolare troviamo: alla produzione anche Andrea Paris; il soggetto è scritto a sei mani con Filippo Gravino e Francesca Manieri; altrettanto riguardo la sceneggiatura assieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri; la fotografia è di Daniele Ciprì; la scenografia è di Tonino Zera; il montaggio è di Gianni Vezzosi; le musiche sono di Andrea Farri; i costumi sono di Valentina Taviani; il trucco è di Andrea Leanza, Roberto Pastore, Lorenzo Tamburini e Valentina Visintin e gli straordinari effetti speciali sono di Francesco Grisi e Gaia Bussolati. Mi sono dimenticato gli interpreti? Macché, il cast è elencato immediatamente sopra la sinossi ma è anch’esso completamente italiano. Bravi tutti in blocco ma una citazione particolare va fatta per Alessandro Borghi (Remo) e Tania Garribba (Satnei).

Detto ciò, quando mai si è visto un film italiano che è difficile persino da catalogare in un genere? Chi lo definisce epico, chi storico, chi d’azione, chi sperimentale, chi semiologico, chi archeologico o tutte queste categorie messe assieme. Io l’ho trovato geniale e coraggioso. La storia di Romolo e Remo ce l’hanno raccontata sin dalle scuole elementari. La lupa che allatta i due gemelli rimasti orfani è il simbolo stesso della capitale ed i sette Re di Roma li abbiamo imparati a memoria come una filastrocca (Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo). Alle scuole medie siamo andati ancora più indietro nel tempo, con l’Eneide ed il suo omonimo protagonista il quale, dopo essere fuggito da Troia ed aver girovagato per un po’ nel Mar Mediterraneo, infine è approdato sulle coste dell’odierna regione del Lazio. Dall’unione fra Enea e l’amata Lavinia è nato Ascanio che ha fondato la città di Alba Longa. E qui, appunto, si ricollega la vicenda narrata nel film di Matteo Rovere. Numerose comunque sono le versioni della leggenda che riguarda Romolo e Remo, ma forse quella che spiega meglio di altre il motivo per cui è stata creata e poi tramandata nei secoli a venire sta nel celebrare ed esaltare le origini della più grande potenza d’occidente di duemila anni fa, proprio ad opera dei re e dagli imperatori che si sono succeduti sul suo trono.

Intendiamoci il film storico che vede protagonisti personaggi mitologici come Sansone, Maciste, Ercole appartiene al cinema italiano già a partire dagli anni cinquanta, al punto che fu definita a tal riguardo un’apposita categoria, chiamata ‘peplum‘ e poco dopo la nascita del cinema, il cosiddetto ‘kolossal storico italiano‘ suscitò grande successo ed attenzione, anche fuori dai confini nazionali. Un regista come David Wark Griffith, ad esempio, considerato uno dei più significativi della cinematografia americana dei primi del novecento, s’ispirò a ‘Cabiria‘ (1916) del nostro Giovanni Pastrone per realizzare uno dei suoi film più importanti, cioè ‘Intolerance‘ nel 1918.

Tornando a Romolo e Remo, i due personaggi appaiono già adulti ne ‘Il Primo Re‘. Sono entrambi pastori ed un giorno, nel corso di una tempesta e preannunciato da uno spaventoso e sordo rumore che li spinge ad un disperato quanto vano tentativo di fuga, vengono travolti da una violenta ondata di piena e trascinati a lungo, rischiando sia uno che l’altro di annegare o sfracellarsi lungo il corso tumultuoso del fiume Tevere. Con un po’ di fortuna ma perdendo comunque tutto il bestiame, finiscono a valle nel territorio di Alba Longa dove i guerrieri della tribù omonima non sono per nulla ospitali nei confronti di chi vi entra indebitamente, fosse anche contro la sua volontà come in questo caso. Romolo e Remo vengono catturati, imprigionati assieme ad altri uomini dentro delle gabbie e poi condotti in un avvallamento poco distante dall’accampamento per essere sacrificati davanti a Satnei, la sacerdotessa della dea Vesta, nel corso di duelli a coppie, che anticipano quelli fra gladiatori, anche se in questo caso il pubblico è costituito solo dai guerrieri di Alba Longa e dagli altri prigionieri legati fra loro.

Ci sono scelte nella realizzazione di un film che il normale spettatore dà per scontate oppure non vede o non può  considerare nella loro importanza senza una preventiva adeguata informazione ma che rappresentano invece la differenza ed il valore aggiunto fra una produzione di routine ed una, appunto, fuori dal comune. Nel caso in oggetto, ascrivibili a quest’ultima categoria ce ne sono alcune, ad iniziare da quella che forse è più evidente, cioè la lingua parlata dagli interpreti che, si capisce sin dalle prime parole pronunciate, sarebbe incomprensibile per chiunque se non ci fossero i sottotitoli. In questo caso infatti non è questione di essere o meno poliglotti, bensì Rovere ha voluto essere più aderente possibile allo spirito del tempo, alla ricostruzione di quell’epoca arcaica, incluso appunto il linguaggio e siccome non v’è certezza su quale fosse quello realmente parlato, si è rivolto ad alcuni esperti semiologi dell’Università Sapienza di Roma i quali, combinando vari elementi storici si sono letteralmente inventati una sintesi che si può definire con il termine di ‘protolatino‘, cioè qualcosa che sta a metà fra il latino vero e proprio ed alcuni linguaggi indo-europei.

Se ne giova l’autenticità della rappresentazione storica a spese però dell’immediatezza nella fruizione e comprensione dei dialoghi stessi, se così comunque si possono definire, resi inevitabilmente più ostici per lo spettatore dalla necessità di ricorrere costantemente ai sottotitoli, come nei film muti, oppure in quelli che una volta si definivano ‘d’essai‘. I prodotti cioè di cinematografie lontane e poco popolari le cui opere, comunque scarsamente remunerative, richiederebbero troppi oneri d’investimento per essere doppiate ed i sottotitoli quindi rappresentano perciò il miglior compromesso. Solo che in questo caso invece il film non è russo, birmano o, che ne so, cileno, ma assolutamente italiano… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Serie TV: ‘8 Giorni Alla Fine’

8 GIORNI ALLA FINE  (Serie TV)

Titolo Originale: 8 Tage

Nazione: Germania

Anno: 2019

Genere: Drammatico, Sociologico, Apocalittico

Durata: 380′ circa per 8 puntate 

Regia: Michael Krummenacher e Stefan Ruzowitzky

Cast: Christiane Paul (Susanne Steiner), Mark Waschke (Uli Steiner), Lena Klenke (Leonie Steiner), Luisa Gaffron (Nora Frankenberg), Fabian Hinrichs (Herrmann Meissner), Nora von Waldstätten (Marion Cosin), Devid Striesow (Klaus Frankenberg), Murathan Muslu (Deniz Kara), Henry Hübchen (Egon Meissner), David Schütter (Robin), Claude Heinrich (Jonas Steiner), Thomas Prenn (Ben)

TRAMA: un asteroide di grandi dimensioni, scoperto troppo tardi dai sistemi di rilevazione sulla Terra, sta per causare un’apocalisse. Cadrà nel centro dell’Europa nel giro di otto giorni e seppure ci si aspettano gravi conseguenze per l’intero globo, le nazioni del vecchio continente ne subiranno il danno maggiore. Gli USA hanno predisposto in fretta e furia il lancio di missili dotati di bombe atomiche per cercare di deviare il tragitto di Horus, dal nome di un dio egizio, ma hanno fallito, spostando solo di poco il punto d’impatto, che sarà perciò e comunque devastante. In Germania, dove si svolge la vicenda narrata (ma negli altri paesi limitrofi presumibilmente non ci dovrebbe essere una gran differenza) la reazione della popolazione è di disperazione per molti, rassegnazione per altri, mentre il caos spinge i più fatalisti a godersi ciò che resta della loro vita sino alla fine. I più risoluti e coraggiosi invece cercano una via di fuga il più lontano possibile. Fra di essi anche la famiglia Steiner: padre, madre e due figli adolescenti che tenta di oltrepassare il confine con la Russia. Le altre nazioni al di fuori del raggio d’impatto del meteorite però hanno chiuso le frontiere e passare è molto rischioso. In alternativa bisogna pagare loschi figuri che utilizzano percorsi meno battuti ma senza alcuna garanzia. Gli Steiner non ce la fanno comunque e si perdono persino fra loro sinché, a fatica e con un po’ di fortuna, riescono a ricongiungersi tornando a casa. Susanne Steiner è una dottoressa ed ha da tempo una storia con un poliziotto di origine turca, Deniz. Herrmann Meissner è il fratello di Susanne ed è un politico che fa parte dello staff di un importante ministro. I più previdenti nella popolazione si sono costruiti da tempo dei bunker antiatomici sotto le loro case e contano di rifugiarsi lì in attesa che gli effetti peggiori di Horus si affievoliscano e sia possibile tornare nuovamente in superficie. I più fortunati e raccomandati invece sperano di salvarsi dentro grandi rifugi sotterranei creati già da tempo dallo stato ma che non sono sufficienti per tutti. Non c’è più vita sociale nelle città delle nazioni che stanno per essere colpite dalla catastrofe. I centri commerciali sono abbandonati e saccheggiati e la gran parte di chi sa già di non avere chance di salvarsi o fuggire in tempo si lascia andare alla deriva, come il padre di Susanne e Hermann, oppure si ubriaca e partecipa ad orge collettive senza più alcun freno inibitorio o morale. Qualcuno si affida alla fede, sperando nella clemenza di Dio ed in un miracolo dell’ultima ora. Hermann in realtà è convinto di essersi garantito un lasciapassare per volare negli USA assieme a Marion, la fidanzata incinta, ma all’ultimo momento viene escluso. Klaus Frankenberg un bunker ce l’ha sotto la sua ditta ma a parte la figlia Nora che cerca invano di tenervi segregata, è un uomo violento e subdolo che non ha ancora superato il trauma della perdita prematura della moglie. Dopo essersi macchiato di omicidio per procurarsi delle attrezzature utili al lungo periodo d’isolamento che aspetta i sopravvissuti, ha garantito la salvezza ad alcuni suoi operai in cambio della loro collaborazione e sottomissione. L’esercito nel frattempo pattuglia le città per mantenere il più possibile l’ordine ma non mancano persino occasioni di conflitto fra opposte fazioni militari, mentre gli egoismi e le meschinità dei singoli, Hermann ne è un esempio, hanno il sopravvento sulla solidarietà e coesione che sarebbero necessarie invece fra la popolazione. Susanne confessa il suo tradimento al marito Uli, che reagisce male e quando si convince di non poter salvare neppure i suoi figli, tenta di avvelenare tutta la famiglia ma viene scoperto dalla moglie che, spaventata, si allontana da lui con i due figli. La maggiore, Leonie, s’innamora di un giovane che si sente illuminato da Dio ed ha raccolto attorno a sé un nugolo di seguaci ‘alternativi’. Il suo obiettivo è quello di partire su una sorta di Arca di Noè, ma al momento della partenza si fonde il motore. Per riconquistare la credibilità che ha perso nell’occasione nei confronti dei suoi adepti, il giovane si fa addirittura crocifiggere. Hermann invece, pur di salvarsi, non esita a spacciarsi per il ministro che è stato linciato nel frattempo dalla folla inferocita che ha scoperto gli inganni ed i privilegi della casta al governo e ad abbandonare Marion al suo destino, pentendosi però poco dopo, così che quando sarebbe già salvo dentro uno dei bunker statali e decide di tornare all’aperto. Nel cielo però Marion sta già osservando le prime meteoriti che sfrecciano e precedono la gran massa dell’asteroide Horus. L’ora dell’impatto è giunta.

VALUTAZIONE: una serie TV tedesca di genere apocalittico basata su un suggestivo quanto terrificante evento: la prossima caduta di un gigantesco asteroide in Europa, le cui catastrofiche conseguenze avranno inevitabili ripercussioni anche nel resto del pianeta. Attraverso questo tremendo avvenimento però, gli autori puntano a mettere in risalto le diverse reazioni che inevitabilmente si generano nelle popolazioni più direttamente coinvolte. Lo raccontano in particolare attraverso le vicende di una famiglia tedesca e dei suoi parenti più stretti. Contrariamente alla norma del genere catastrofico portati sul grande o piccolo schermo, non ci sono super eroi e tutti i personaggi principali mettono a nudo nel corso degli otto giorni le loro virtù ma anche i loro limiti, colpe e meschinità, così che nessuno alla fin fine può essere preso ad esempio. L’angoscia per l’imminente cataclisma viene mostrata anche passando attraverso episodi che riguardano le settimane ed i mesi precedenti gli ultimi otto giorni del titolo. Il momento dell’impatto non viene mostrato, rispettando la linea di condotta scelta dagli autori che evita la spettacolarizzazione non solo dell’impatto finale ma anche degli avvenimenti che accadono nei giorni precedenti, anche se ciò può apparire a molti controproducente ed alla base di una fredda e frustrante aspettativa. Il finale comunque non esclude una seconda stagione, nella quale al centro della scena dovrebbero essere gli effetti e le conseguenze dell’impatto. Ma questo solo se il ritorno economico di quella appena conclusa ne giustificherà la realizzazione.

Ci sono paure, più o meno inconsce, che la razza umana si è auto inflitta: si pensi, ad esempio, al rischio atomico per via di possibili incidenti o attentati alle centrali, se non addirittura di un conflitto fra nazioni antagoniste a suon di bombe nucleari; oppure alle conseguenze dei cambiamenti climatici provocati dall’inquinamento e dall’effetto serra che sconvolge gli equilibri naturali del pianeta Terra con l’aggiunta del disboscamento incontrollato delle foreste-polmone come quella amazzonica, siberiana e indonesiana. La Natura in questo caso ci punisce con fenomeni atmosferici sempre più violenti e con la possibilità tutt’altro che remota che molte coste, incluse le grandi città che vi si affacciano, siano sommerse dalle acque a causa dello scioglimento progressivo dei ghiacciai dei poli e della Groenlandia. Ci sono invece timori, ansie o angosce vere e proprie che nascono dall’imponderabile e pendono sulle nostre teste contro la nostra volontà ed indipendentemente dagli errori o orrori, se preferite, che commettiamo. Ad esempio un’ipotetica invasione ostile aliena oppure, cosa statisticamente più possibile, un asteroide che precipitando sulla terra ne sconvolga gli equilibri, come pare sia già accaduto milioni di anni fa provocando la scomparsa dei dinosauri e chissà quante altre specie animali e vegetali, sprofondando il nostro pianeta in una lunga e terribile notte.

Il caso prospettato da ‘8 Giorni Alla Fine‘ riguarda proprio quest’ultima possibilità, anche se smentisce quella che forse, da ignoranti in materia, pensavamo fosse una garanzia acquisita con il tempo, cioè che i sistemi tecnologici sempre più sofisticati ed i telescopi costantemente puntati verso il cielo, garantiscano la razza umana sulla tempestività della rilevazione di eventuali asteroidi di grandi dimensioni che nella loro corsa interstellare potrebbero essere diretti verso la terra con effetti devastanti e si possa perciò agire per tempo con qualche azione coordinata ed efficace. Circa 66 milioni di anni fa in un’area compresa fra il Golfo del Messico e la penisola dello Yucatan, cadde un meteorite di circa 15 km. di diametro provocando, secondo studi recenti, uno tsunami gigantesco con onde alte 1500 metri che si propagarono in tutte le direzioni. Sommata ai danni determinati da questa massa enorme d’acqua, la coltre di polveri che si sollevò in seguito, cinse la Terra in un abbraccio mortale per lungo tempo, causando la fine di molte specie animali e vegetali, inclusi appunto i dinosauri.

La Serie TV prodotta da Sky Deutschland e diretta dalla coppia tedesca Michael Krummenacher e Stefan Ruzowitzky, s’inserisce in questo scenario che torna a ripetersi a causa di un asteroide di notevoli dimensioni che nel giro di otto giorni, appunto, è destinato ad impattare sul nostro pianeta, addirittura al centro dell’Europa. La sua particolare conformazione ed il colore che si confonde con il buio dello spazio cosmico ne hanno impedito la preventiva scoperta da parte dei pur evoluti sistemi di rilevazione e telescopici a terra e sui satelliti nello spazio, così che quando è stato finalmente individuato, non c’è stato il tempo per studiare ed organizzare un’appropriata difesa. Dagli Stati Uniti è stato approntato in fretta e furia il lancio di missili dotati di testate nucleari allo scopo di colpire lo spaventoso meteorite e modificarne la traiettoria, così da fargli oltrepassare la Terra senza colpirla, ma il risultato è stato solo una minima deviazione e Horus, questo il nome minaccioso che gli è stato affibbiato, è destinato a cadere sul territorio francese affacciato sull’Oceano Atlantico. Le conseguenze però saranno più o meno le stesse: devastazione in tutta Europa con gravissime ripercussioni anche nel resto del globo terrestre.

Non appena la notizia si è diffusa fra le popolazioni del vecchio continente, il panico ha preso il sopravvento e la vita sociale, i servizi pubblici e tutto ciò che regola la normale coesistenza pacifica fra le persone e fra queste ultime e le istituzioni, sono venuti meno. Forse all’inizio qualcuno ha pensato ad una sorta di ‘scherzo’ di cattivo gusto, se così lo si può definire. Come quella volta, nel 1938, quando un’allora giovane e semisconosciuto attore di Hollywood, Orson Welles, raccontò in diretta agli allibiti e terrorizzati ascoltatori della radio americani lo sbarco dei marziani sulla Terra. Ben presto però in questo caso, alla speranza che si potesse trattare di qualcosa del genere, è subentrata la consapevolezza che gli annunci dell’immane ed imminente catastrofe purtroppo sono veritieri. A questo punto mettiamoci nei panni nostri, cioè delle popolazioni europee, compresa l’Italia, poste di fronte ad una tale sconvolgente realtà. Cosa fare? Come reagire? Quali le conseguenze aspettarsi, non solo per la vita dei singoli, ma anche per interi nuclei familiari, gruppi ed in senso più lato, per intere nazioni? Come sopravvivere? Meglio badare a se stessi, senza badare agli ‘altri’, compresi i propri cari, i conoscenti, gli amici e, perché no, gli animali, in primis quelli domestici?

Secondo gli ideatori Rafael Parente e Peter Kocyla e poi per gli sceneggiatori Peter Kocyla, Rafael Parente e Benjamin Seiler, se ci si aspettasse, dopo l’inevitabile iniziale sgomento, una reazione civile, solidale ed organizzata, si sbaglierebbe di grosso, anche nel caso di popoli civili e maturi dal punto di vista dell’organizzazione sociale. Lo scenario che ci viene proposto sin dalla prima delle otto puntate della Serie TV, la quale inizia quando il terribile messaggio, in assenza di alternative meno inquietanti, è già stato reso di dominio pubblico e mancano, appunto, solo otto giorni all’apocalisse, è quanto mai disastroso. Altro che chiusura dei porti o blocco navale vs. barconi dei migranti che qualche nostro politico sostiene rappresentino un rischio concreto d’invasione dal quale difendersi a tutti i costi da parte dei paesi europei, Italia in testa ovviamente e vorrebbe perciò che fossero messe in atto con fermezza e senza pietà quelle misure restrittive! Anzi, in questo caso le parti s’invertono, perché sono migliaia, forse milioni, gli europei che cercano fuggire verso paesi un po’ meno esposti del loro alle conseguenze catastrofiche che si stanno per verificare, non solo laddove l’asteroide è destinato a cadere, ma anche tutto intorno, in un raggio di migliaia di chilometri e poi potrebbero propagarsi anche nel resto del pianeta… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Serie TV: ‘La Casa Di Carta’ # 1^, 2^ e 3^ Stagione

LA CASA DI CARTA  (Serie TV)

Titolo Originale: La Casa de Papel

Nazione: Spagna

Anno: 2017

Genere: Drammatico, Azione, Sociologico

Durata: 41-57′ circa per 30 puntate 

Regia: Jesús Colmenar, Alex Rodrigo, Alejandro Bazzano, Miguel Ángel Vivas e Javier Quintas (Ideatore: Alex Pina)

Cast: Úrsula Corberó (Silene Oliveira / Tokyo), Álvaro Morte (Sergio Marquina / Salvador Martín / Il Professore), Itziar Ituño (Raquel Murillo / Lisbona), Paco Tous (Agustín Ramos / Mosca), Pedro Alonso (Andrés de Fonollosa / Berlino), Alba Flores (Ágata Jiménez / Nairobi), Miguel Herrán (Aníbal Cortés / Río), Jaime Lorente (Ricardo Ramos / Denver), Esther Acebo (Mónica Gaztambide / Àgata Fernández / Stoccolma), Enrique Arce (Arturo Román), María Pedraza (Alison Parker), Darko Peric (Yashin Dasáyev / Helsinki), Kiti Mánver (Mariví Fuentes), Roberto García Ruiz (Dimitri Mostovói / Oslo), Fernando Soto (Ángel), Juan Fernandez (Colonnello Prieto), Mario de la Rosa (Suàrez), Hovik Keuchkerian (Bogotà), Rodrigo de la Serna (Martín / Palermo) , Najwa Nimri (Alicia Sierra), Anna Gras (Mercedes Colmenar)

TRAMA: Silene è disperata perché il suo ragazzo è rimasto ucciso durante una rapina in banca e lei stessa è braccata dalla polizia, che ha convinto sua madre a collaborare per farla catturare, se non altro per salvarle la vita. Sulle sue tracce c’è anche Salvador, il cui padre è caduto anch’esso anni addietro sotto i colpi delle guardie mentre cercava di compiere una rapina in banca per pagare le onerose spese d’ospedale necessarie per curare proprio lui, suo figlio. Salvador convince Silene a salire sulla sua auto, mostrandole prove concrete della trappola nella quale stava per cadere. A Salvador, che ora si fa chiamare ‘il Professore’, suo padre ha lasciato in eredità un piano tanto rischioso quanto ambizioso ma non impossibile da realizzare, se studiato accuratamente in tutti i particolari. Si tratta di svaligiare niente meno che la zecca di stato a Madrid. Per riuscire nell’intento ‘il Professore’ ha selezionato ed assoldato, oltre a Silene, altri sette malviventi che hanno in comune un destino già segnato e nulla più da perdere quindi. Secondo ‘il Professore’ occorreranno sei mesi di addestramento e messa a punto per completare il piano. Ognuno dei partecipanti si chiamerà con un nome di città, senza rivelare agli altri la sua vera identità e, cosa ancora più difficile, non dovranno nascere fra loro relazioni sentimentali, trattandosi di un gruppo misto. Allo scopo utilizzeranno una tenuta isolata in aperta campagna nella quale ‘il Professore’ terrà le sue lezioni e gli ‘allievi’ si renderanno presto conto di quanto sia preparato, determinato ed ingegnoso. Il giorno stabilito, fingendosi poliziotti della Guardia Civil alla guida di un camion che trasporta le bobine di carta che servono per stampare le banconote, riescono ad introdursi dentro il palazzo della zecca di stato, facendo prigionieri tutti gli addetti, operai, impiegati e persino una scolaresca in visita. ‘Il Professore’ non fa parte del commando ma, utilizzando strumenti tecnologici ed informatici all’avanguardia, dirige e controlla le operazioni da dentro uno scantinato non molto distante. L’obiettivo dell’incursione non è quello di rubare il denaro già prodotto e poi fuggire nel più breve tempo possibile, bensì quello di restarci una decina di giorni per stamparne il più possibile, incuranti quindi di confrontarsi con le autorità. Per evitare però qualsiasi intervento delle forze speciali, gli otto del commando indossano una tuta rossa ed una maschera che raffigura il viso del pittore Salvador Dalì ed hanno imposto la stesso abbigliamento ai prigionieri, incluse identiche armi, ovviamente scariche, così che non si possano distinguere da loro. Il caso viene affidato all’ispettrice Raquel Murillo, una donna capace ma con una complessa situazione famigliare, determinata a dare una svolta alla sua carriera, nonostante l’evidente supponenza del colonnello Prieto dei Servizi Segreti perché fra gli studenti c’è anche Alison Parker, figlia dell’ambasciatore inglese. Dentro una tenda che viene installata sul piazzale davanti alla zecca di stato, con i tiratori scelti posizionati in tutti i punti strategici, Raquel gestisce la trattativa con ‘Il Professore’, credendolo all’interno del palazzo. E’ lui in realtà a chiamarla usando una linea telefonica non tracciabile, mostrandosi sicuro di sé. Si lascia andare anche a domande estemporanee riguardo l’intimità dell’ispettrice, alle quali lei reagisce piccata inizialmente ma poi sta al gioco, convinta comunque di poter incastrare e battere il suo avversario. Fra Tokyo, Berlino, Mosca, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo intanto si delineano le varie personalità, nascono contrasti, specie con Berlino, il capo dell’operazione, ma anche empatie che portano a rompere uno degli accordi base, perché fra Tokyo e Rio è forte l’attrazione reciproca e fra Helsinki e Oslo risulta evidente un rapporto gay preesistente. Comunque fra i componenti il commando ed i prigionieri, dopo l’inevitabile impatto iniziale, almeno con alcuni di essi subentra un rapporto di fiducia, se non addirittura di collaborazione. Il direttore della zecca Romàn ha una relazione extraconiugale con la segretaria Mònica, che ha appena scoperto di essere incinta, ma la reazione negativa del suo amante la convince a far richiedere ai componenti il commando, oltre ai viveri ed altri oggetti di utilità, anche il necessario per abortire. Il piano di fuga prevede nel corso dei giorni successivi di scavare una galleria che dalla zecca raggiunga proprio lo scantinato dove si trova ‘il Professore’, che controlla fra l’altro tutte le telecamere installate nel palazzo della zecca. Non solo, quando Romàn si fa promotore di una sommossa che però fallisce e resta ferito, così che si rende necessario un intervento operatorio, fra i tre medici richiesti a Raquel s’infiltra anche Ángel, il suo braccio destro, ma ‘il Professore’, che sembra aver già previsto tutte le mosse dei suoi avversari, lo ha identificato e con un espediente riesce a far installare nei suoi inseparabili occhiali da vista un minuscolo microfono grazie al quale riesce a sentire successivamente e per lungo tempo tutti i dialoghi che si svolgono nel tendone della polizia. Intanto con le bobine di carta portate con il camion continuano ad essere stampati milioni di euro e nonostante più volte il commando sembra sia sul punto di capitolare, per disaccordi interni o per le contromisure della polizia intenzionata infine a forzare la situazione di stallo, il caso nel frattempo è diventato virale fra l’opinione pubblica, non solo spagnola, che in larga parte simpatizza con il commando, per il coraggio, per la generosità nel far piovere banconote dal cielo sulla folla, ma anche perché sembra intenzionato a non lasciare vittime sul campo. E’ solo l’inizio di un lungo braccio di ferro… 

VALUTAZIONE: una serie TV di produzione spagnola, giunta alla terza stagione ed alla quale ne seguirà una quarta grazie al successo internazionale, ma anche al contraddittorio che ha suscitato. Dalla sua ha certamente una sceneggiatura che, pur negli evidenti limiti di credibilità, riesce comunque a catturare lo spettatore grazie al ritmo serrato ed alla temerarietà di due imprese apparentemente impossibili, che vede protagonista una serie di personaggi cui è difficile non affezionarsi e parteggiare. La spettacolarità di molte sequenze, l’immedesimazione in alcuni dei protagonisti coinvolti, la varietà delle psicologie in gioco, il gioco delle parti, il tono ironico, rabbioso e poi persino romantico di alcuni momenti, unito all’intuizione di rendere emblematica una maschera che ha tutti gli elementi figurativi ed allegorici per catturare l’immaginario collettivo, contribuiscono a coinvolgere lo spettatore nel corso delle trenta puntate. La maschera e la tuta rossa diventano simbolo di una protesta popolare contro l’establishment, colpito nei suoi capisaldi economici: dapprima alla zecca di stato e poi alla banca di Spagna, simboli del dio denaro e dei giochi di potere, a scapito delle masse inermi e spesso ignare di ciò che si cela dietro l’apparenza della legalità. Insomma, la regia a dieci mani riesce a compiere il miracolo di rendere fattibili le due imprese apparentemente impossibili e di accontentare molti palati, specie quelli che vedono una netta separazione fra la cosiddetta casta ed il comune cittadino, vittima più o meno cosciente. Anche in questo caso vale il noto principio del fascino indiscreto ed inconfessabile che esercitano taluni personaggi ‘cattivi’, specie se poi si sorvola sul loro passato. Non è a caso perciò la scelta del ‘Professore’ di coinvolgere nel suo spavaldo progetto, figure destinate comunque ed altrimenti a finire male.  

‘Noi non ruberemo i soldi di nessuno… perché gli staremo simpatici. Ed è fondamentale, è fondamentale avere l’opinione pubblica dalla nostra parte. Diventeremo gli eroi di queste persone, cazzo. Però fate attenzione, perché se dovessimo versare una sola goccia di sangue, fare anche solo una vittima… non saremo più dei Robin Hood, diventeremo dei semplici figli di puttana…‘ (‘il Professore)

L’ha pensata bene Alex Pina, l’ideatore di questa Serie TV. Il vero ‘Professore‘ è lui, altro che il personaggio nato dalla sua fervida fantasia. La frase qui sopra riportata la dice lunga sull’empatia e solidarietà che lo stratega dell’irruzione alla zecca di stato spagnola ha posto alla base del successo della medesima. In questo caso non si tratta di rubare i soldi da una gioielleria, dal caveau oppure dalle cassette di sicurezza di una banca qualsiasi, che comunque rappresentano il capitale o i risparmi, onesti o meno, bene o male gestiti ed investiti, di normali cittadini o società, ma d’introdursi proprio laddove si stampano le banconote e produrne in quantità industriale in prima persona. Cioè soldi che ancora non esistono e che quindi, in senso stretto, non si possono neppure definire rubati. Un po’ come per i falsari insomma, in un certo senso, solo che in questo caso il denaro stampato, tutto o quasi in banconote da cinquanta euro, è regolare e valido a tutti gli effetti.

Per meglio comprendere la natura provocatoria che sta alla base di questa impresa, che va al di là persino dell’immenso valore della posta in gioco, il cui progetto nasce sull’onda di una vendetta personale ed è stato coltivato per lunghi anni dal ‘Professore’ e quindi studiato sin nei più minimi particolari (al cui confronto il regolamento di conti architettato da Edmond Dantes, cioè il conte di Montecristo nel celebre romanzo, sembra l’opera di un frettoloso dilettante), non serve tanto rifarsi alla sorprendente, se vogliamo, intonazione di ‘Bella Ciao‘, lo storico canto popolare dei partigiani italiani, simbolo a sua volta della ‘Resistenza’. Più volte citato e cantato dal ‘Professore’ e da alcuni suoi complici, lascia intendere un’inclinazione ideologica peraltro poi mai adeguatamente approfondita, specie se se si considera che questi neo Robin Hood tutti quei soldi hanno intenzione di spartirseli fra loro e non certo di condividerli con il popolo, se non in episodi mirati e clamorosi nei quali fanno letteralmente piovere dal cielo alcuni milioni di euro (spiccioli, rispetto al totale) allo scopo di spiazzare le autorità ed attirarsi le simpatie della gente comune nelle strade, esterrefatta.

Illuminante è invece quello che sostiene il ‘Professore’ stesso nel corso di un teso confronto con Raquel Murillo, l’ispettrice della polizia – dapprima sua avversaria e che in seguito anche a queste rivelazioni, dopo essere già diventata sua amante, si trasforma persino in correa –  citando fatti molto più recenti che riguardano nientemeno che la BCE (la Banca della Comunità Europea). Le dice Salvador, alias Sergio, alias il ‘Professore’, nel corso di una dura e per certi versi drammatica discussione: ‘…perché non mi vuoi ascoltare Raquel? Perché sono uno dei cattivi? Ti hanno insegnato a distinguere il bene dal male. Ma se quello che stiamo facendo noi lo fanno altri ti sembra che sia giusto? Nel 2011 la Banca centrale europea ha creato dal nulla 171 mila milioni di euro, dal nulla! Proprio come stiamo facendo noi, però alla grande. 185 mila nel 2012, 145 mila milioni di euro nel 2013. Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Alle banche, direttamente dalla zecca ai più ricchi. Qualcuno ha detto che la Banca centrale europea è una ladra? Iniezione di liquidità, l’hanno chiamata. E l’hanno tirata fuori dal nulla, Raquel, dal nulla… Io sto facendo un’iniezione di liquidità ma non alla banca, la sto facendo qui, nell’economia reale di questo gruppo di disgraziati, perché è quello che siamo, Raquel. Per scappare da tutto questo. Tu non vuoi scappare?…‘. Che saranno mai quindi i due miliardi che hanno intenzione di stampare ‘pro domo loro’, come una sorta di risarcimento sociale, i protagonisti de ‘La Casa di Carta‘ (titolo quanto mai aderente alla realtà)? 

Perciò ha ragione ‘il Professore’ a dire che lui ed i suoi complici non ruberanno i soldi di nessuno e ciò ammanta la loro impresa agli occhi dell’opinione pubblica di un’aureola di rivincita, rappresaglia e giustizia, che suscita immediata simpatia, tenendo conto oltretutto che nel metterla in atto non hanno intenzione di causare alcuna vittima o male fisico (su quello psicologico si potrebbe discuterne però) sia a chi si troverà, suo malgrado, ostaggio dentro la zecca di stato, ma anche nei confronti delle forze dell’ordine fuori, seppure i reparti speciali accorsi sul posto ovviamente sono armati sino ai denti e tutt’altro che benevoli. Nella strategia di tale proditoria azione, Sergio Marquina, questo il vero nome del ‘Professore’, oltre a numerose mosse della controparte, ha anche previsto il modo di disinnescare sul nascere le reazioni nei confronti del suo gruppo, contando anche sul ruolo che inevitabilmente assumerà la stessa opinione pubblica, a proposito della quale, il sottile piano prevede che diventerà, se gli otto dentro la zecca riusciranno a rispettare quanto stabilito, il nono componente, seppure virtuale, della clamorosa azione e appunto della resistenza.

E qui bisogna dire che questa originale serie TV ha centrato in pieno l’obiettivo, perché se è vero che ha diviso la platea degli spettatori, fra chi ne è rimasto affascinato (e non mi sottraggo alla lista, pur riconoscendo che se ci dovessimo soffermare ad analizzare gli avvenimenti ed i molti, forse troppi, particolari arrangiati ed incredibili di una storia che, un tempo si sarebbe detto che può realizzarsi solo al cinema, potremmo anche chiuderla qui senza sprecare altre righe) e chi invece la considera alla stregua di una soap-opera che ha preso furbescamente spunto dal movimento degli ‘indignados‘, cioé quei gruppi di protesta nati e sviluppati in Spagna all’epoca della crisi economica del 2011 la quale, partendo dall’Islanda nel 2008 e poi propagandosi agli Stati Uniti, ha trascinato il mondo nella peggiore crisi economica dopo quella del 1929 (se volessi saperne di più al riguardo leggi a tal proposito, cliccando il titolo, quanto scrissi a proposito del film-documentario ‘Inside Job‘).

Non è un caso quindi che l’immagine stampata sulla maschera che è diventata un simbolo di questa Serie TV sia quella stilizzata del pittore Salvador Dalì. Certo, è un personaggio famoso spagnolo così come della stessa nazione sono la produzione, gli autori e gli attori, ma soprattutto l’artista è uno dei maggiori rappresentanti del movimento surrealista. Che altro è infatti ‘La Casa di Carta’ se non una spettacolare favola surrealista, in base alla definizione che dello stesso movimento fornisce l’enciclopedia Treccani (‘fondato sulla rivalutazione dell’inconscio, dell’immaginazione, del meraviglioso e del magico, come vera realtà e verità umana, contro la logica, il razionalismo e gli stessi valori estetici e morali tradizionali‘)?… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Libro: ‘Che Cosa è la Scienza – La Rivoluzione di Anassimandro’

CHE COSA E’ LA SCIENZA – LA RIVOLUZIONE DI ANASSIMANDRO

Di Carlo Rovelli

Scritto nel 2009

Anno di Edizione 2017; Pagine 202

Costo € 11,90

Ed. Mondadori (collana ‘Oscar Saggi’)

TRAMA: un viaggio nella storia, a partire dalla figura di Anassimandro, per comprendere il significato di scienza ed il ruolo che la stessa ha non solo nell’ambito di pertinenza ma anche nello sviluppo del pensiero politico, sociale, religioso ed etico.  

VALUTAZIONE: un saggio d’invitante e piacevole lettura che s’inserisce nel dibattito filosofico sul significato ed il ruolo della scienza, da alcuni considerata ancora con scetticismo ed al più l’espressione di una élite supponente, mentre Carlo Rovelli spiega che in realtà è una disciplina di apprendimento e conoscenza che, con umiltà pari alla passione necessaria, mette continuamente in discussione i traguardi che gli scienziati raggiungono nel frattempo, in un processo costante ed infinito di evoluzione. Anassimandro, allievo di Talete, fu il primo a mettere in discussione le teorie del suo maestro. Il suo spirito critico è alla base dei progressi che hanno portato la scienza a svilupparsi sino alla teoria della relatività ed alla meccanica quantistica. A loro volta superabili nel prossimo futuro attraverso un continuo lavoro di discussione e di ricerca da parte degli scienziati nel susseguirsi delle varie epoche. Un’opera, questa dello scienziato e scrittore veronese, che non è infarcita, come si potrebbe pensare e temere, di concetti impossibili da comprendere per chi non è addetto ai lavori ma che viceversa cerca di spiegare con parole semplici cosa è la scienza ed il suo ruolo nello sviluppo dell’umanità. 

‘…Inserendosi [Rovelli] nel dibattito filosofico contemporaneo sulla natura della scienza, individua una caratteristica saliente del pensiero scientifico proprio nella consapevolezza della nostra sterminata ignoranza, nel dubbio continuo riguardo alla conoscenza presente e nella rifondazione continua dei nostri schemi concettuali. La scienza è dunque un continuo ridisegnare il mondo e il pensiero scientifico è una continua “ribellione colta»” al sapere del presente…‘.

No, stavolta non è un romanzo che ho scelto di commentare ma un saggio, il primo di cui scrivo in questo blog. L’autore è Carlo Rovelli, un fisico italiano specializzato nella ricerca sulla gravità quantistica, che dopo aver lavorato nel nostro paese e negli USA, ultimamente è impegnato presso il Centro di Fisica Teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Non fatevi spaventare dal suo curriculum, perché Rovelli si occupa anche di storia e filosofia della scienza (epistemologia) ed ha pubblicato sette libri con intento divulgativo e quindi rivolti alla più ampia platea possibile, dei quali ‘Che Cosa è la Scienza – La Rivoluzione di Anassimandro‘ è il terzo, mentre quello più noto è forse il quinto, ‘Sette Brevi Lezioni di Fisica‘.

Mi è capitato per caso fra le mani questo breve saggio, ho iniziato a leggerlo un po’ incuriosito dal titolo e non sono più riuscito a lasciarlo sino alla fine. Ovviamente con questo non voglio dire che l’ho letto tutto d’un fiato, ma che l’interesse non è mai venuto meno, anzi è cresciuto progressivamente nel tempo perché l’opera spazia anche in ambiti storici, filosofici e sociologici che aiutano a comprendere l’attualità attraverso la storia della scienza, anche se può sembrare un procedimento curioso ed audace. Al termine è disponibile ed apprezzabile anche un utile glossario ‘ragionato’ dei termini e dei concetti teorici che si sono susseguiti nel corso dei capitoli e persino le foto a colori di alcuni ritrovamenti archeologici dell’epoca di Anassimandro.

Ciò che risulta evidente sin dalle prime pagine comunque è la chiarezza d’esposizione del fisico divulgatore, non indirizzata ad un pubblico di specialisti e le cui dissertazioni riguardano temi anche molto dibattuti ed oggetto d’intensa e spesso di aspra discussione in ambito politico e sociale, affrontati dall’autore con coraggio, semplicità e non senza spirito polemico. Il che induce il lettore, anche quello più critico e non in totale assenso con l’autore, perlomeno ad una serie di riflessioni, anche perché le curiosità che lo scrittore-scienziato sparge a più riprese nel corso dei vari capitoli sono davvero stuzzicanti e pertinenti. Le numerose citazioni che seguiranno, tratte dal tomo stesso, nel mettere in rilievo i temi più significativi che tratta l’autore, vogliono sottolinearne appunto la chiarezza d’esposizione e la logica nel legare argomenti storici, scientifici, filosofici e sociologici. Insomma preferisco lasciare la parola a Rovelli perché credo che i concetti che esprime sarebbe difficile tradurli e riassumerli meglio di quanto faccia già lui nel suo saggio. Il breve video qui sopra comunque riassume a sua volta i punti salienti della rivoluzione culturale della quale Anassimandro si è reso protagonista e che Rovelli puntualmente mette in risalto.

Ma chi era allora Anassimandro e perché la sua figura, così lontana nel tempo, interessa tanto ad un fisico teorico odierno da dedicargli persino un libro che parla comunque di scienza? Non si può prescindere dal considerare che si tratta di una figura che ha vissuto nel VI secolo avanti Cristo, quando strumenti di osservazione e rilevazione scientifica non ce n’era ancora ombra e tuttalpiù si poteva osservare il cielo ed i fenomeni sulla terra soltanto con i propri occhi. Trarre conclusioni sulla Natura e le sue leggi era non solo difficile, ma persino pericoloso, se non erano riferite e rispettose del ruolo degli dei, personalizzati a loro volta, anche se Anassimandro ha avuto la fortuna di vivere a Mileto (che si trova nell’odierna Turchia affacciata sul Mar Egeo), la quale in quel tempo era una sorta di ‘isola’ felice dove vigevano democrazia e libertà di pensiero. Prendiamo spunto perciò dalle prime pagine del saggio, che pongono un quesito molto articolato e difficile per chiunque vivesse in quel tempo: ‘…il cielo sta sopra e la Terra sta sotto, giusto? Così si è sempre pensato. E lo vede anche un bambino. Il quale potrebbe chiedere: ma come fa la Terra a non cascare? C’è qualcosa sotto che la sorregge? Potrebbe esserci, per esempio, altra terra. Oppure una grande tartaruga appoggiata su un elefante, o delle gigantesche colonne, come dice la Bibbia…‘.

Rovelli sottolinea come nella risposta alla domanda, allora ci fosse la quasi totale unanimità di pensiero, anche fra popolazioni e culture molto lontane fra loro e per giunta non a diretto contatto: ‘…questa immagine del mondo, fatto di terra e cielo, con un sopra e un sotto è condivisa dalle civiltà egizia, cinese, maya, dell’antica India e dell’Africa nera, dagli Ebrei della Bibbia, dagli Indiani del Nord America, dagli antichi imperi di Babilonia e da tutte le altre culture di cui abbiamo traccia. Tutte eccetto una: la civiltà greca…‘. E qui arriviamo ad una prima conclusione: ‘…ad avere questa straordinaria intuizione, è stato il filosofo Anassimandro nella prima metà del VI secolo a.C…. ridisegnando profondamente la mappa del cosmo, sostituendo un cosmo fatto di cielo sopra e Terra sotto, con un cosmo aperto, fatto di una Terra che vola, circondata dal cielo…‘ e che non ha una direzione verso la quale cadere, perché non è condizionata da alcun altro corpo del firmamento. Poiché per noi nati nel XX o XXI secolo tutto ciò può suonare banale, come il fatto che il sole sorge sempre ad est e tramonta ad ovest, lo scrittore, nonché rinomato fisico teorico, puntualizza: ‘…se a qualcuno non è chiaro che questa scoperta, che a noi può apparire scontata, fa di Anassimandro un gigante del pensiero di tutti i tempi, pensi a come essa permetta di vedere in modo nuovo la geologia, la geografia, la biologia e la meteorologia. E a come il suo spirito critico ci ha portati, qualche millennio dopo, con modalità analoghe, a penetrare i segreti della materia con la teoria della relatività e la meccanica quantistica…‘.

Anassimandro aveva intuito inoltre che la pioggia non viene giù per capriccio degli dei ma perché l’acqua del mare e dei fiumi evapora grazie al calore del sole, generando le nuvole che poi, portate dal vento, la fanno precipitare sulla terra. Non solo, questo grande osservatore aveva intuito che il trasformarsi delle cose in natura avviene per necessità (da ciò il termine ‘naturalismo’) e non per caso oppure per decisione di una qualche divinità o mito. E se tutto questo non bastasse a delinearne la grandezza, sosteneva anche, in grande anticipo rispetto a Darwin, che tutti gli animali, inclusi gli umani, derivano dai pesci perché una volta la terra era completamente coperta d’acqua. Non era ancora arrivato a comprendere che il nostro pianeta gira intorno al sole e non viceversa (in ruote simili a quelle dei carri, diceva) ma insomma non si può di certo pretendere che in assenza di strumenti utili e conoscenze più approfondite arrivasse anche ad una simile rivoluzionaria conclusione… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…