Diritti e Modalità d’Uso del Materiale Pubblicato

Tutti i testi delle recensioni e le foto (limitativamente alle Categorie ‘Fotografia’ e ‘Varie – Foto’) presenti su questo sito sono di proprietà del suo autore, Maurizio Pessione. Puoi utilizzare sia gli articoli che le foto e ripubblicarli a patto di citare sempre la fonte (l’indirizzo internet https://maupes.wordpress.com) con un link in html, preservando integralmente il contenuto degli articoli e delle foto, riportando anche le informazioni sull’autore.

I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblico i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, utile anche e me stesso per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                Cliccando qui di seguito sul bottone ‘CONTINUA A LEGGERE‘ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più d’una nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio. In fondo alla lista, la stessa è riportata in ordine di Cognome e Nome del Regista, ma per andare a leggere la recensione del film scelto, cliccare lo stesso nell’ordinamento per Titolo (new!).

Continua a leggere…

I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblico i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per meglio comprendere il contesto ed il quadro generale delle opere.                 Cliccando qui di seguito su ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio. In fondo alla lista, la stessa è riportata in ordine di Cognome e Nome dell’Autore, ma per andare a leggere la recensione del libro scelto, cliccare lo stesso nell’ordinamento per Titolo (new!).

Continua a leggere…

Le Mie Foto

In questa sezione pubblico alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso, quelli dove risiedo e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblico i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più frequenza e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, ma anche la personalità ed il virtuosismo dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero di riempirla sempre più. 

Cliccando qui di seguito sul bottone ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure sul link relativo alla lista, è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico di autore e di titolo ed al commento delle opere presenti. Altrimenti digita qualcosa nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il bottone InvioContinua a leggere…

Film: ‘L’Ufficiale e la Spia’

L’UFFICIALE E LA SPIA

Titolo Originale: J’accuse

Nazione: Francia, Italia

Anno: 2019

Genere: Storico, Drammatico, Giallo

Durata: 132’ Regia: Roman Polański

Cast: Jean Dujardin (Ten. Col. Marie-Georges Picquart), Louis Garrel (Cap. Alfred Dreyfus), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Grégory Gadebois (Magg. Hubert-Joseph Henry), Mathieu Amalric (Alphonse Bertillon), Melvil Poupaud (Fernand Labori), Éric Ruf (Col. Jean Sandherr), Laurent Stocker (Gen. Georges-Gabriel de Pellieux), André Marcon (Émile Zola), Michel Vuillermoz (Ten. Col. Armand du Paty de Clam), Denis Podalydès (Edgar Demange), Damien Bonnard (Desvernine), Wladimir Yordanoff (Gen. Auguste Mercier), Didier Sandre (Gen. Raoul Le Mouton de Boisdeffre), Vincent Grass (Gen. Jean-Baptiste Billot), Hervé Pierre (Gen. Charles-Arthur Gonse), Laurent Martella (Cap. Ferdinand Walsin Esterhazy), Vincent Perez (Louis Leblois), Luca Barbareschi (Philippe Monnier)

CONTESTO NARRATIVO: Alfred Dreyfuss è un ufficiale ebreo francese e nel 1894 viene pubblicamente degradato con l’accusa di aver passato informazioni sensibili all’addetto militare tedesco, Maximilian von Schwartzkoppen. Il documento recuperato dai servizi segreti, detto ‘bordereau’, viene attribuito, in base alla perizia grafologica eseguita all’esperto criminologo Alphonse Bertillon, al capitano Dreyfus che si proclama invece del tutto estraneo ed innocente. Il maggiore Picquart è stato suo insegnante ed è lui ad accogliere Dreyfuss quando viene convocato al ministero dove, sottoposto a prova grafologica dal maggiore Armand du Paty de Clam, giusto per conservare la forma, gli viene formulata l’accusa e l’arresto, persino il suggerimento del suicidio d’onore ed al suo rifiuto viene esiliato sull’isola del Diavolo, nella colonia della Guayana Francese. Picquart viene nominato poco dopo tenente colonnello e posto a capo dei servizi segreti in sostituzione del colonnello Jean Sandherr, consumato dalla sifilide. Il suo rapporto con il sottoposto maggiore Henry si rivela subito difficile perché quest’ultimo, parte attiva nella raccolta delle prove a carico di Dreyfus, è abituato a godere di troppa autonomia e protezioni altolocate. Picquart scopre invece che la grafia del ‘bordereau’ assomiglia molto a quella di un altro militare, il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy. Convinto dell’innocenza di Dreyfus e che l’accusa è fondata, più che su prove concrete, sulla nascente ostilità nei confronti degli ebrei anche in ambito militare, con l’occasione di trovare un capro espiatorio, riduce le mansioni di Henry ed indaga direttamente, trovando altre conferme ai suoi sospetti. Decide quindi di sottoporre le prove raccolte al suo comandante, il capo di stato maggiore Boisdeffre. Anziché ricevere i complimenti, a Picquart viene suggerito di soprassedere ma insistendo nel suo convincimento, che coinvolgerebbe alti livelli delle forze militari, evidentemente deviate, viene rimosso dal suo ruolo ed inviato nella legione straniera in Africa con un incarico, gli viene detto, di breve durata, che si rivela invece duraturo. Temendo di morire, Picquart al suo ritorno racconta i fatti all’avvocato ed amico Louis Leblois, il quale si fa carico di coinvolgere anche personaggi politici e della cultura, fra i quali lo scrittore Emile Zola, dai quali scaturisce un comitato pro Dreyfus. L’iniziativa di Picquart gli costa però l’arresto. Lo scrittore allora pubblica il suo famoso articolo a tutta pagina nel quotidiano ‘L’Aurore’, intitolato ‘J’accuse’, che di fatto divide la piazza francese fra pro e contro Dreyfus. Processato e condannato a sua volta Zola, il caso Dreyfus assume risonanza internazionale. Picquart viene comunque liberato e sfidato a duello da Henry che rimane ferito, ma rinuncia a finirlo. A sua volta Esterhazy sfida a duello Picquart che però rifiuta perché non intende dare soddisfazione e colui che ritiene il vero traditore. Henry ammette di aver manomesso i documenti d’accusa a Drayfus e posto agli arresti si ‘suicida’. Picquart viene quindi assolto e riammesso al suo grado militare mentre Dreyfus viene ricondotto in Francia per un nuovo processo. Nonostante ciò, la sua vicenda anziché dirsi conclusa, è ancora lontana dalla soluzione.

VALUTAZIONE: una corposa, rigorosa ed in parte libera ricostruzione di uno dei casi più clamorosi che fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ha scosso la società francese, le sfere militari e politiche ma anche l’opinione pubblica, uscendo persino dai confini nazionali. E’ difficile non considerare quest’opera di Roman Polański, che ripropone una famosa storia di ingiustizia per ragioni di pregiudizio razziale, che nel prosieguo assumono connotati e conclusioni ancora più vaste, come un’allegoria dell’accanimento che da tempo sta subendo lui stesso, in seguito alle note vicende di natura sessuale che lo hanno visto coinvolto sin dal lontano 1978 ed in base alle quali è tuttora ricercato dalla giustizia USA. Comunque la si veda tuttora al riguardo, il film in questione conferma la già nota maestria del regista nel gestire con classe, in questo caso, una delicata vicenda, rendendola di facile comprensione per tutti, pur nei suoi molteplici risvolti e le parti contrapposte in causa. Ineccepibili anche le prove attoriali, compresa la compagna del regista Emmanuelle Seigner. Pluripremiato, ‘L’Ufficiale e la Spia‘ continua comunque ad essere osteggiato, non per i suoi contenuti, quanto semmai per la figura del suo autore, tuttora culturalmente esiliato e perseguitato da parte di alcuni intransigenti esponenti delle accuse nei suoi confronti, nonostante l’appoggio e la solidarietà di molti eminenti personaggi della cultura e della società in generale. Voto

…I romani davano i cristiani in pasto ai leoni, noi diamo loro gli ebrei. Immagino che questo sia un progresso…‘ (Colonnello Jean Sandherr)

Nei riguardi di quest’opera non si può fare a meno di considerare almeno tre aspetti fondamentali: la sua consistenza artistica, il suo significato ideologico e quello allegorico sotteso al tempo stesso ed infine la figura del suo autore, il regista Roman Polański, così particolare per i fatti di cronaca che tuttora lo riguardano, apparentemente esterni al film in oggetto, ma che poi tali sino in fondo non sono.

Partiamo da questi ultimi, perché è un argomento controverso e divisivo, qualunque opinione ci si possa fare al riguardo. Per chi non conoscesse la storia, detta per estrema sintesi, Roman Polański nel 1977 ha avuto un rapporto sessuale consenziente con la quasi quattordicenne modella Samantha Geimer, quindi minorenne, nella villa dell’attore Jack Nicholson. Accusato del fatto, il regista ha ammesso la colpa, dichiarato il suo pentimento e attraverso il suo avvocato ha proposto una riparazione economica. Accettò quindi la reclusione per tre mesi. Dopo 42 giorni venne rilasciato con la raccomandazione di una commutazione in pena condizionale ma essendo venuto a conoscenza che il giudice non l’avrebbe accettata, fuggì dagli USA e da allora oltreoceano risulta contumace. Più volte è stato oggetto da parte delle autorità americane di richieste di estradizione che opportunamente ha evitato, spostandosi in stati che non la concedono, oppure grazie ai cavilli che i suoi avvocati sono stati in grado di produrre con successo laddove si trovava, magari per ritirare uno dei molti premi che si è aggiudicato in qualche Festival del Cinema. Anni dopo la Geimer dichiarò di aver perdonato Polański e di considerare chiuso il caso. In seguito sono spuntate altre testimonianze a suo carico di presunti stupri che Polański però ha sempre negato e nessuno è stato in grado di dimostrare. Sta di fatto che la nomea che si è costruita nel tempo, accresciuta e riproposta sull’onda dei fatti che hanno visto protagonisti il produttore Harvey Weinstein ed il movimento #MeToo sulle molestie nei confronti delle donne e l’attore Kevin Spacey accusato di  violenze omosessuali nei confronti di minorenni, hanno reso ancora più scomoda di quello che già non fosse la posizione del regista di origine polacca. In molte occasioni pubbliche, nonostante i numerosi premi che sono stati assegnati alle sue opere nel frattempo ed il sostegno di numerosi altri autori e rappresentanti della cultura, è tuttora oggetto di manifestazioni ostili. Torniamo ora al suo ultimo film.

L’Ufficiale e la Spia‘ tratta un caso realmente accaduto, che i meno giovani dovrebbero perlomeno aver sentito nominare, se non proprio conoscere nei fatti, non fosse altro per il famoso ‘J’accuse‘ di Emile Zola. Un episodio di clamorosa manipolazione della giustizia e di grande risonanza popolare nell’epoca in cui è avvenuto, che ha diviso l’opinione pubblica nei confronti del capitano Alfred Dreyfus, per ragioni razziali e perciò che vanno al di là della sua stessa persona, ma che per fortuna furono smascherate, generando un terremoto nelle alte sfere militari e politiche della Francia d’inizio secolo scorso. Difficile però a questo punto non associare l’interesse di Roman Polański per questa storia, tratta dall’omonimo romanzo di Robert Harris e sceneggiata a quattro mani con lo stesso scrittore (avevano già lavorato assieme in occasione del notevole ‘L’Uomo nell’Ombra‘, clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione) alla sua condizione di ricercato dalla giustizia da ben quarantadue anni. Anche in occasione del Gran Premio della Giuria alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia assegnato a ‘L’Ufficiale e la Spia‘, la presidentessa della manifestazione Lucrecia Martel espresse la sua distanza, proprio per ciò che di negativo a suo dire rappresenta il regista tuttora nei confronti delle donne.

Il ‘caso Dreyfuss’ è un clamoroso esempio di distorsione della verità per pretestuosi fini ideologici, di potere e razziali. Alla fine del XIX secolo i rapporti fra Francia e Germania erano molto tesi e le spie cercavano reciprocamente di sottrarsi informazioni utili, specie di natura militare. Un ufficiale francese non ancora identificato si stava rendendo protagonista di alto tradimento ma grazie ad un’infiltrata nell’ambasciata tedesca era stato possibile recuperare dal cestino dei rifiuti dell’attaché militare, Maximilian von Schwartzkoppen, un documento maldestramente stracciato e facilmente ricostruibile dagli esperti dei servizi segreti, nel quale si parlava di alcune informazioni tecniche segrete, compreso un nuovo cannone in costruzione che, se fosse stato utilizzato, avrebbe dato significativi vantaggi strategici all’esercito francese. L’occasione venne sfruttata al volo per veicolare l’accusa su un ufficiale ebreo totalmente estraneo ma che doveva fare da volano per colpire l’establishment degli ebrei francesi i quali, a detta dei loro nemici, si erano infiltrati eccessivamente nella struttura politica, economica e militare della Francia.

Il film inizia con la ‘spettacolare’ degradazione e pubblica umiliazione del capitano Alfred Dreyfus nella grande piazza del cortile della Scuola Militare, davanti alle autorità militari, i soldati schierati ed una folla trattenuta a stento che inveisce contro il presunto traditore, il quale urla invece la sua innocenza, ovviamente inascoltato, mentre gli strappano le mostrine, i bottoni e le insegne militari dalla divisa e spezzano la sua spada davanti a lui, gettandola per terra. Sequenze al presente s’alternano ad altre che ripercorrono ricordi del passato utili a delineare le figure in gioco e le loro peculiarità, come ad esempio l’assoluto attaccamento di Dreyfus alla patria ed alla disciplina militare ed i rapporti con il suo insegnante, il maggiore Marie-Georges Picquart, un uomo retto ma non propriamente simpatizzante degli ebrei, come ha modo di dichiarare egli stesso durante un confronto a seguito di una valutazione, secondo Alfred, troppo severa nei suoi confronti.

Le differenze fra la storia vera e l’adattamento sul grande schermo ci sono, a leggere le testimonianze di alcuni storiografi al riguardo, ma sono funzionali alla trama, senza sconvolgere la sostanza della vicenda. Ad esempio, la partecipazione di Picquart alla riunione con alcuni parlamentari progressisti e soprattutto in presenza di Emile Zola, nella realtà però non si è verificata, perché i due non si sono mai incontrati di persona, nonostante l’impegno del celebre scrittore nel pubblicare sulla stampa il suo famosissimo atto di accusa di corruzione di alcune sfere militari, in base alle prove raccolte proprio dal tenente colonnello ed a difesa dell’innocenza di Dreyfus.

Grazie alla narrazione di quest’opera si può comprendere, fra l’altro, come i servizi segreti fossero già molto attivi e sofisticati a quell’epoca, nonostante i limiti tecnologici rispetto ai nostri tempi. Dentro un palazzo in centro a Parigi, apparentemente anonimo ed in disuso, risiedevano gli uffici e gli addetti specializzati dei servizi segreti che si occupavano, ad esempio, di leggere la posta dei cittadini sospetti senza farsene accorgere, ovviamente prima che gli fosse recapitata; ricostruivano appunto documenti ritenuti erroneamente distrutti ed effettuavano controlli di vario genere, come appostamenti che spiavano i movimenti di alcune persone, seppure per ragioni comprensibili di prevenzione a difesa della sicurezza nazionale. Tutto ciò ovviamente, se utilizzato per fini diversi, può portare a conseguenze pericolose sotto molti punti di vista, persino riguardo l’integrità della democrazia e della giustizia di uno stato. Indro Montanelli, a proposito di questo storia ebbe a dichiarare: ‘…essa non fu soltanto il più appassionante ‘giallo’ di fine secolo. Fu anche l’anticipo di quelle ‘deviazioni’ dei servizi segreti che noi riteniamo – sbagliando – una esclusiva dell’Italia contemporanea. Ma fu soprattutto il prodromo di Auschwitz perché portò alla superficie quei rigurgiti razzisti e antisemiti di cui tutta l’Europa, e non soltanto la Germania, era inquinata. Allora, grazie soprattutto alla libertà di stampa che smascherò l’infame complotto, quei rigurgiti furono soffocati. Ma la vittoria dell’antirazzismo, che lì per lì sembrò definitiva, fu, come sempre quella della Ragione, soltanto momentanea. Le cronache di oggi dimostrano che nemmeno i forni crematori dell’Olocausto sono riusciti a liberarci dal mostro che si annida nel subconscio delle società cristiane, con rispetto parlando e che proprio nell’affare Dreyfus diede la misura più eloquente della sua abiezione…‘… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Serie TV e Libro: ‘Olive Kitteridge’

OLIVE KITTERIDGE (Miniserie TV)

Titolo Originale: Omonimo

Nazione: USA

Anno: 2014

Genere: Drammatico

Durata: 4 Puntate da circa 60′ cadauna 

Regia: Lisa Cholodenko  

Cast: Frances McDormand (Olive Kitteridge), Richard Jenkins (Henry Kitteridge), Bill Murray (Jack Kennison), Zoe Kazan (Denise Thibodeau), Rosemarie DeWitt (Rachel Coulson), John Gallagher Jr. (Christopher Kitteridge), Peter Mullan (Jim O’Casey), Martha Wainwright (Angela O’Meara), Ann Dowd (Bonnie Newton), Brady Corbet (Henry Thibodeau), Jesse Plemons (Jerry McCarthy), Libby Winters (Suzanne), Cory Michael Smith (Kevin Coulson), Donna Mitchell (Louise Larkin), Audrey Marie Anderson (Ann), Maryann Urbano (Linda Kennison), Rachel Brosnahan (Patty Howe)

CONTESTO NARRATIVO: Olive Kitteridge è un’insegnante in pensione che vive a Crosby, un paesino immaginario dello stato del Maine in USA. Olive è consapevole di non aver mai avuto un buon carattere e di aver vissuto sempre sull’orlo della depressione, cronicamente insoddisfatta. Per tale ragione si è procurata una pistola e si è recata in un bosco con l’intento di suicidarsi ma intanto torna indietro con la memoria a venticinque anni prima. Il marito Henry, che è stato per anni il capace e benvoluto farmacista del paese ed ha un carattere diverso dal suo, l’ha sempre amata. Il loro figlio Christopher invece è cresciuto fra l’eccessiva severità della madre e la costante distrazione del padre nei suoi riguardi. Tutti si conoscono nel piccolo paese di Crosby e quindi le vicende familiari dei Kitteridge si sono intrecciate nel tempo con quelle di alcune altre persone e famiglie intorno a loro. Quella di Kevin, ad esempio, coetaneo di Christopher, il quale aveva una madre disturbata ed è diventato, anche per questo, uno psichiatra. Un giorno è tornato in paese, da New York dove si era è trasferito da tempo, con un fucile sul sedile posteriore dell’auto e l’intenzione di rivedere i posti dell’infanzia prima di farla finita a sua volta, avendo scoperto di manifestare anche lui, geneticamente, dei disturbi mentali. Kevin ha parcheggiato l’auto al porto ed è stato riconosciuto da Olive che si è seduta al suo fianco per chiedergli sue notizie ma poco dopo si è accorta che Patty, la cameriera del locale di fronte, amica di Kevin tanti anni fa, avvicinandosi troppo alla scogliera dove è in corso una mareggiata, è scomparsa alla vista. Accorsi prontamente entrambi, Kevin non ha esitato a tuffarsi in mare dove Patty stava annegando fra i marosi e salvarla. Olive è anche stata innamorata di Jim O’Casey, senza che Henry se ne fosse reso conto a lungo. Jim insegnava nello stesso istituto di Olive e per anni ha accompagnato in auto sia lei che Christopher nel percorso casa-scuola. Il loro rapporto si è interrotto definitivamente quando Jim, alticcio, una sera è andato a sbattere con la sua auto contro un albero. Olive ha pianto a lungo da sola nella sua camera per la perdita. Henry, dal canto suo, si è affezionato ed anche di più a Denise, una giovane che ha assunto come aiutante in farmacia: ingenua, fragile, allegra, intelligente, fresca, cioè il contrario di Olive, e felice sposa di Henry Thibodeau, si è ritrovata poco dopo vedova, a causa di un incidente di caccia con il suo amico Tony durante una battuta alla quale ha partecipato anche Henry Kitteridge. Quest’ultimo si è fatto carico a lungo di assistere Denise nel superare il lutto, proteggendola come una figlia e rischiando persino d’innamorarsene. Christopher con il tempo è cresciuto ed è diventato podologo. Si è sposato con Suzanne, una collega, di famiglia benestante. Olive ed Henry hanno allestito per loro una splendida casa, poco distante dalla loro, pregustando il futuro ruolo di nonni, ma Suzanne ha spinto Christopher a trasferirsi in California da dove proviene e risiedono i suoi genitori. Poco tempo dopo però lo ha lasciato. Nonostante ciò, Christopher ha preferito rimanere in California, dove dice che la sua attività ha successo e si è legato ad Ann, già madre di due figli, che ne aspetta un terzo da lui. Henry intanto, a causa di un ictus, è rimasto pesantemente offeso ed è stato ricoverato praticamente in stato vegetativo in una casa di riposo dove Olive va a trovarlo tutti i giorni. Chiamata da Christopher per aiutare Ann durante la gravidanza, Olive resiste solo tre giorni e poi torna a casa, per scoprire che Henry la notte precedente è deceduto nel sonno… e non è ancora finita!

VALUTAZIONE: vedi libro. Voto:

OLIVE KITTERIDGE

Di Elizabeth Strout

Scritto nel 2008

Anno di Edizione 2008; Pagine 383

Costo € 18,00 (tascabile € 12,99; eBook € 12,99)

Ed. Fazi

Traduttrice: Silvia Castoldi

CONTESTO NARRATIVO: la trama è molto simile alla sua trasposizione nella minierie TV, con qualche eccezione. Fra le più significative, l’inizio della miniserie mostra Olive intenzionata a suicidarsi. Una situazione che nel romanzo non c’è. Anche la morte improvvisa della vecchia collaboratrice nella farmacia di Henry Kitteridge, colta da improvviso malore appena fuori dal negozio e che Henry prontamente accorso non riesce a salvare neppure praticandole il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca è una ‘licenza’ della miniserie Tv che nel romanzo non c’è. Inoltre nell’incidente di caccia che vede Henry Thibodeau malaugurata vittima di un tragico errore dell’amico Tony, nel racconto scritto non si parla della presenza di Henry Kitteridge, ma solo di un invito il giorno precedente che lui ha cortesemente declinato. Nonostante tutto sono differenze tutto sommato di poco peso nel contesto globale della storia.

VALUTAZIONE: premio Pulitzer nel 2009, il romanzo di Elizabeth Strout è considerato uno dei più importanti della letteratura americana degli ultimi decenni. Opera di contenuti e di stile, ‘Olive Kitteridge’ racconta, attraverso la figura di una donna consapevolmente scomoda, difficile da sopportare, sferzante nell’esprimere le proprie opinioni, madre severa e mai affettuosa, depressa per costituzione, la storia sua e della sua famiglia, i Kitteridge, in un paese della provincia americana dove tutti sanno tutto di tutti. Un prototipo quindi di una realtà sociale che in molti aspetti riflette una visione universale. L’originalità del romanzo sta nel fatto che è suddiviso in tanti piccoli racconti che narrano, oltreché episodi della vita degli ultimi 25 anni di Olive, anche quelli di alcuni conoscenti ed amici della stessa. In alcuni casi lei compare solo di sfuggita, ma ciò non da mai l’impressione di una disarmonia. Il mezzo voto in più al romanzo rispetto alla miniserie TV è giustificato proprio dal fatto che in quest’ultima questa caratteristica narrativa così particolare ma sorprendentemente efficace viene a mancare, poiché gli autori hanno preferito affidarsi ad una più classica sequenzialità narrativa. Straordinaria l’interpretazione di Frances McDormand che arricchisce, se possibile, la figura di Olive, già così ben descritta da Elizabeth Strout. Una miniserie comunque per il resto che traspone più che adeguatamente il romanzo.  Voto:

Diciamolo, sia il romanzo che la miniserie TV dal quale è tratto non sono di facile popolarità. Nel senso che, soprattutto riguardo quest’ultima, dipende molto da cosa si aspetta lo spettatore che si siede in poltrona, magari dopo una giornata di lavoro e con l’intenzione di distrarsi con uno spettacolo rilassante. Il lettore invece di solito è più consapevole e mirato nella scelta e quindi in questo caso comprende più facilmente che non può aspettarsi una vicenda che ha fra i suoi connotati la spettacolarità, anche se non per questo si può definire meno intensa. Ciò che manca in termini di esteriorità infatti a ‘Olive Kitteridge‘, lo guadagna a livello di interiorità e di emotività.

D’altronde la specificità del racconto inizia dalla figura della protagonista, che non ha nulla di coinvolgente per lo spettatore comune, neanche per quello che tende ad identificarsi, seppure quasi sempre preferisce non ammetterlo, con il ‘cattivo’ di turno (sia che si tratti di Alex, l’interprete principale di ‘Arancia Meccanica‘, oppure Ciro Di Marzio e Gennaro Savastano di ‘Gomorra‘ o Phil Spector di ‘The Fall – Caccia al Serial Killer‘, per citare i primi che mi vengono in mente ora – clicca sui titoli di diverso colore se vuoi leggere la mia recensione).

Olive non è di certo una criminale, bensì una donna dalla forte personalità e di una certa età, pensionata ed affetta da un perenne stato depressivo, anche se al riguardo ha una precisa e tagliente opinione: ‘…la depressione va di pari passo con l’intelligenza!…‘. Il che la porta facilmente ad assumere atteggiamenti altezzosi e scontrosi, sia nell’espressività del viso che nelle parole, spesso caustiche, che rivolge a tutti, senza chiedere mai scusa, come le fa notare il marito Henry, che pure l’ha sempre amata anche se ha un carattere opposto al suo o forse proprio per questo; oppure nei confronti del figlio Christopher che Olive tratta sin da piccolo con severità e senza le espansività tipiche di una madre.

Non risparmia neppure i compaesani della piccola comunità di Crosby (località immaginaria dello stato del Maine, quasi all’estrema propaggine nord-est degli Stati Uniti, vicino al confine del Canada), che si confrontano da sempre con il suo carattere scorbutico, spigoloso e rigido. Ne sapevano qualcosa anche i suoi allievi, quando insegnava matematica nella scuola del paese, che s’adeguavano immediatamente a riservarle il massimo rispetto, grazie ad una ferrea disciplina che non ammetteva deroghe, tanto meno quando infliggeva loro delle punizioni, cui non soprassedeva neppure di fronte ad una specifica richiesta di qualche genitore. Ma Olive era anche determinata nell’infondere loro il coraggio di osare: ‘…non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi…‘. Forse perché lei non l’ha avuto ad un certo punto della sua vita.

A Crosby si è quindi guadagnata un rispettoso distacco, del quale però non sembra particolarmente soffrire, essendo tutta personale ed interiore la sua irrisolta irrequietezza, che comunque non perde occasione di riversare su Henry, Christopher e chiunque le graviti intorno. Il marito è stato farmacista stimato del paese sino a quando è andato in pensione, cedendo i locali ad una catena nazionale. I suoi clienti non hanno perso nulla riguardo le forniture di medicinali, semmai la sua umanità e pluriennale esperienza. Henry non ha mai sofferto per il carattere suscettibile ed umorale di Olive e l’ha sempre amata, anche fisicamente, con immutata passione: ‘…Henry Kitteridge cadeva preda di un accesso di incredibile frenesia, come se nell’atto di amare sua moglie si stesse unendo a tutti gli uomini nell’atto di amare il mondo delle donne, che racchiudevano nel profondo di se stesse l’oscuro e vellutato segreto della terra…‘… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘7 Ore Per Farti Innamorare’

SETTE ORE PER FARTI INNAMORARE

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Italia

Anno: 2020

Genere: Commedia, Sentimentale

Durata: 104’ Regia: Giampaolo Morelli

Cast: Giampaolo Morelli (Giulio Manfredi), Serena Rossi (Valeria), Massimiliano Gallo (Alfonso), Diana Del Bufalo (Giorgia), Gianni Ferreri (Giuseppe), Fabio Balsamo (Ernesto), Gigio Morra (Gaetano), Salvatore Misticone (l’amico di Gaetano), Andrea Di Maria (Fabrizio Dell’Orefice), Peppe Iodice (partecipante al corso), Raiz (Fabiano), Antonia Truppo (Lina Ciù Ciù), Vincenzo Salemme (Enrico Dell’Orefice), Cinzia Mirabella (Tina), Diletta Leotta (Se Medesima)

CONTESTO NARRATIVO: Giulio è un giornalista esperto di economia che lavora per ‘Mezzogiorno d’Italia’, un quotidiano del sud ed intanto sta seguendo il corso prematrimoniale con Giorgia. Il suo capo Alfonso lo spedisce a Milano per un servizio, ma resta imbottigliato nel traffico e perde l’aereo. Tornato a casa trova Alfonso e Giorgia assieme dentro la doccia. I due promessi sposi si lasciano, seppure Giulio è ancora innamorato e per giunta resta praticamente senza mobili in un bell’appartamento con vista stupenda sul golfo di Napoli e senza lavoro perché per difendere la sua dignità ha dato le dimissioni. Nella ricerca di un nuovo posto trova difficoltà perché il suo curriculum risulta troppo qualificato, così è costretto ad accettare l’offerta del direttore di ‘Macho Man’, una rivista online che si occupa di frivoli argomenti che nulla hanno a che fare ovviamente con l’economia. L’ex collega ed amico Ernesto lo convince ad uscire di casa per voltare pagina e rimettersi in gioco e nel corso di un aperitivo su una terrazza lo spinge ad approcciare una bella donna che sembra sia sorprendentemente sola. Valeria, questo il suo nome, lo asseconda per qualche secondo ma poi chiama a raccolta un gruppo di uomini di varia età, suoi allievi di un corso di ‘rimorchio’, ai quali, davanti a Giulio, descrive tutti gli errori che ha compiuto nel tentativo di fare colpo su di lei. Nei giorni a seguire Giulio capita proprio nel luogo, una sorta di chiesa sconsacrata, dove Valeria tiene il suo corso, allo scopo di raccogliere spunti per scrivere il suo articolo ed assiste alle tecniche della donna, molto sicura di sé, pratica e distaccata nel sostenere che i rapporti fra maschi e femmine sono determinati dalla programmazione genetica che ne guida le azioni e quindi anche le reazioni. Il suo articolo ottiene grande successo sul web ed il direttore di ‘Macho Man’ decide di affidare a Giulio, che non vorrebbe, una rubrica fissa sulle tecniche di seduzione, affiancandogli proprio Valeria che ha accettato la collaborazione. Il rapporto fra lei e Giulio, da conflittuale per via delle loro opposte visioni, trova un punto d’incontro nell’offerta di aiutarlo a riconquistare Giorgia. Partecipando alle lezioni che Valeria impartisce nel suo corso ad una serie di personaggi napoletani del tutto sprovveduti nel riuscire a rimorchiare qualche ragazza, Giulio impara un po’ alla volta a correggere i suoi modi scontati e prevedibili ed a capire sempre meglio la psicologia femminile. Nel frattempo la frequentazione fra lui e Valeria accresce sempre più la loro complicità…

VALUTAZIONE: una commedia leggera ma ben strutturata, che non annoia, neppure nei momenti meno riusciti, senza mai scadere nel becero o nel ridicolo. Giampaolo Morelli scrittore, regista ed attore protagonista al tempo stesso, è stato accorto nell’impostare la storia su un tema, quello della seduzione, al quale difficilmente lo spettatore di entrambi i sessi può rimanere indifferente, con dialoghi molto spesso efficaci e finalità che qualcuno, afflitto da problemi di personalità e di relazione, potrebbe persino trovare propedeutiche. Ambientata in una Napoli spesso raffinata, elegante e propositiva, con un coro di comprimari imbranati e simpatici che, negli atteggiamenti e nel linguaggio dialettale riflettono però anche l’iconografia della città, senza intenti denigratori ma neppure celebrativi, in modo comprensibile comunque per tutti, la vicenda è scontata nella conclusione, ma gestita quasi sempre con garbo. Molto bravi i due protagonisti e per quanto riguarda Serena Rossi è decisamente seducente, con le sue buone ragioni per aver scelto quel curioso mestiere di ‘coach dei rimorchiatori’, fruibile da entrambi i sessi. Voto:

Tu che animale sei? Sto cercando d’inquadrarti ma sei sfuggente…‘ (Giulio)
Sono l’animale più feroce di tutti io…‘ (Valeria)
Ah… il leone…‘ (Giulio)
…No, l’essere umano!…‘ (Valeria)

Uno dei film che è rimasto bloccato dal ‘lockdown’ conseguente alla pandemia del Covid-19 e che è stato distribuito direttamente in streaming nelle varie piattaforme disponibili. E’ tratto da un racconto di Giampaolo Morelli, sul quale l’autore ha così tanto scommesso evidentemente, da scriverne anche soggetto e sceneggiatura di una trasposizione al cinema (assieme a Gianluca Ansanelli), da dirigere e recitare poi in prima persona. Non ha avuto torto perché il film è nel complesso gradevole e persino inconsueto nel panorama nostrano rinunciando alla facili battute sul sesso, nonostante il leitmotiv sia incentrato sul tema della seduzione, gestito da una donna a beneficio degli uomini ma perciò in qualche misura bidirezionale.

Attenzione! Le tecniche di seduzione presentate in questo film sono tutte vere e funzionano!‘, dichiara esplicitamente un post-it della locandina del film ed è la ‘furbata’ che ha pensato l’autore e che sta dentro una trama scontata nelle conclusioni ma che trae innegabilmente beneficio da questa impostazione. La quale vicenda, dopo aver presentato uno dei più classici cliché del cinema, ovviamente ripreso dalla realtà: lui che coglie lei assieme ad un altro in atteggiamento inequivocabile, per giunta in questo caso con il suo datore di lavoro, al rientro a casa da un viaggio mancato, conduce lo spettatore ad una sorta di ‘corso istruttivo’ sulle tecniche di seduzione che anche il povero Giulio ha bisogno perlomeno di aggiornare, avendo oltretutto dalla sua un aspetto niente male (in alcuni momenti mostra persino qualche somiglianza con il Patrick Dempsey di ‘Grey’s Anatomy‘, ‘La Verità Sul Caso Harry Quebert’ e ‘I Diavoli‘) e persino un curriculum da difendere.

La ‘tecnica dei tre secondi’ ad esempio è quella che gli rimprovera Valeria quando s’incrociano la prima volta, dopo essersi prestata una sera, ad insaputa di Giulio, al ruolo di ‘facile preda’, nel bel mezzo di un aperitivo su una elegante terrazza di Napoli frequentata da giovani e meno giovani, dove è facile fare nuove conoscenze fra un drink e l’altro. Giulio sta vivendo un periodo di depressione e di bassa autostima dopo aver scoperto appunto che Giorgia, la donna con la quale stava frequentando il corso prematrimoniale, nel mentre lo tradiva. In un sol colpo ha perso lei (ma ne è ancora fortemente innamorato) e il posto di lavoro, dal quale si è dimesso per dignità personale.

Il suo amico ed ex collega Ernesto (Fabio Balzamo), un personaggio destinato nei modi e nell’immagine che offre di sé ad avere zero possibilità di successo con le donne ma che non perde comunque occasione per provarci, lo spinge a reagire ed a mettere in pratica il vecchio metodo del ‘chiodo schiaccia chiodo’. Il povero Giulio si ritrova invece dopo qualche secondo ad essere additato ad esempio negativo da Valeria, davanti ad una platea di personaggi bizzarri, in quello che si rivela essere un test sul campo, da parte di una insegnante molto particolare della cosiddetta ‘Università del Rimorchio’, la quale sta mettendo in pratica una lezione sugli errori di approccio.

Per prima cosa, dice all’esterrefatto Giulio, quasi fosse uno scolaretto colto impreparato ad una interrogazione, ha atteso più di un minuto prima di avvicinarsi e parlarle, mentre la decisione deve avvenire al massimo entro tre secondi, perché l’azione risulti decisa e credibile. Poi, per rompere il ghiaccio della conversazione ma anche con la pretesa di fare colpo, Giulio ha detto di essere un giornalista economico: è un approccio o un colloquio di lavoro? Noioso, commenta Valeria. Infine, quando gli ha chiesto perché si sia avvicinato proprio a lei, lui ha risposto qualcosa riguardo la bellezza e che in mezzo a quella gente ‘spicchi‘ o… ‘picchi‘, fra l’ilarità del gruppo intorno a loro per un’espressione che lei bolla come anonima e banale, una frase da sfigato. E conclude: ‘…questo è tutto quello che non dovete fare quando provate a rimorchiare una ragazza…‘. Insomma, roba da mettere al tappeto il Mike Tyson dei ‘seduttori’. Ma non è mica finita qua… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Musica: ‘Collage’, ‘Uomo di Pezza’ e ‘Felona e Sorona’

LE ORME
‘Collage”, ‘Uomo di Pezza’ e ‘Felona e Sorona’ 
Anni: 1971-73

Genere: Rock Progressive, Rock Sinfonico
Etichetta: Philips
Nazione: Italia

  • Collage – Lato A
    • Collage – 4:49
    • Era inverno – 5:05
    • Cemento armato – 7:13
  • Collage – Lato B
    • Sguardo verso il cielo – 4:19
    • Evasione totale – 7:01
    • Immagini – 3:03
    • Morte di un fiore – 3:05
  • Uomo di Pezza – Lato A
    • Una dolcezza nuova – 5:31
    • Gioco di bimba – 2:56
    • La porta chiusa – 7:32
  • Uomo di Pezza – Lato B
    • Breve immagine – 2:45
    • Figure di cartone – 3:51
    • Aspettando l’alba – 4:45
    • Alienazione – 4:44
  • Felona e Sorona – Lato A
    • Sospesi nell’incredibile – 8:43
    • Felona – 1:58
    • La solitudine di chi protegge il mondo – 1:57
    • L’equilibrio – 3:47
  • Felona e Sorona – Lato B
    • Sorona – 2:28
    • Attesa inerte – 3:25
    • Ritratto di un mattino – 3:29
    • All’infuori del tempo – 4:08
    • Ritorno al nulla – 3:34
  • Aldo Tagliapietra – voce, basso, chitarra
  • Tony Pagliuca – tastiere
  • Michi Dei Rossi – batteria, percussioni

VALUTAZIONE: stretti nella morsa virtuale fra la Premiata Forneria Marconi ed il Banco del Mutuo Soccorso, cioè le due band italiane della stagione gloriosa del ‘progressive’ che non temevano il confronto compositivo, ma neppure quello del virtuosismo tecnico, con i gruppi inglesi che andavano per la maggiore, i componenti le Orme hanno finito per essere forse un po’ sottovalutati, nonostante l’indubbia popolarità ed il successo di vendita dei loro dischi. I tre album che ho incluso in questa recensione testimoniano invece l’elevata qualità artistica della band, che secondo alcuni addirittura ha fatto da apripista al ‘progressive’ in Italia, con una serie di brani che appartengono a pieno titolo alla storia del genere di appartenenza e che alla prova d’ascolto odierna ne escono semmai con un giudizio ancora più lusinghiero. Tre album da riscoprire e goderne la musica ma anche i testi, incentrati su temi sentimentali ma anche civili, ecologici e sociali, tuttora in linea con l’attualità, seppure a distanza di quasi mezzo secolo.

…Cemento armato, la grande città, senti la vita che se ne va.
Vicino a casa non si respira, è sempre buio, ci si dispera.
Ci son più sirene nell’aria che canti di usignoli.
E’ meglio fuggire e non tornare più…’
(dal brano omonimo dell’album ‘Collage’)

Son passati quarantanove anni dalla pubblicazione di questo brano, ma il testo è rimasto attuale in modo sconcertante. Merito dell’intuito di Toni Pagliuca, che ha scritto anche tutte le altre liriche dei tre album in oggetto, o demerito dell’umanità, perlomeno di quei governi che con le loro politiche hanno bellamente continuato ad inquinare l’aria, i fiumi, i mari, a distruggere foreste e non hanno voluto o non sono riusciti a risolvere il problema, se non altro a limitarlo significativamente ed anzi, forse l’hanno addirittura peggiorato nel frattempo, negando persino l’evidenza? La risposta è facile, almeno per me. Comunque, per chi fosse interessato al tema, gli propongo di leggere la recensione di ‘One Strange Rock – Pianeta Terra‘ ed anche quella di ‘Punto Di Non Ritorno – Before The Flood‘ (clicca sui titoli).

Il gruppo delle Orme ha origini veneziane e quando ha inciso il primo album nel 1969 intitolato ‘Ad Gloriam‘ – un modo di dire ironico a significare un lavoro che non dà un utile materiale e quindi in questo caso a prevedere il risultato economico dello stesso – era composto da cinque elementi, ma poi sia per ragioni banali di servizio militare che a quel tempo era ancora obbligatorio, sia per scelte al loro interno, la chitarra solista uscì dalla band, sovrastata dalle tastiere di Toni Paglica, mentre Aldo Tagliapietra oltre al canto assunse il ruolo di bassista, costituendo il trio, completato dal batterista Michi Dei Rossi, che sancì la loro migliore formazione, a giudicare perlomeno dalla produzione discografica e dalle apprezzate esibizioni ‘live’.

A quel tempo le Orme componevano ancora canzoni di genere popolare, o ‘beat’ come si diceva allora, ma Pagliuca in particolare si rese presto conto che il vento musicale stava cambiando e soprattutto dall’Inghilterra arrivavano folate di un nuovo genere, il ‘progressive’, con gruppi composti anche da soli tre elementi, fra i quali si distinguevano Quatermass, Nice (da questi ultimi uscì Keith Emerson per comporre un altro celebre trio assieme a Greg Lake e Carl Palmer), ma anche band più numerose come King Crimson (dalla quale proveniva lo stesso Greg Lake), Genesis, Jethro Tull, YES, Pink Floyd e via discorrendo.

Lasciando perdere le differenze dal punto di vista della tecnica individuale dei tre lagunari rispetto a quelle superband, resta il fatto che le Orme furono fra i primi in Italia ad immergersi in quel genere musicale emergente, anzi qualcuno addirittura attribuisce a loro la primogenitura, nonostante si sia soliti menzionare piuttosto la Premiata Forneria Marconi e il Banco del Mutuo Soccorso, che senza alcun dubbio rappresentano il vertice nostrano del ‘progressive’ sia a livello compositivo che virtuosistico.

Nonostante ciò, le Orme riuscirono a ritagliarsi uno spazio a misura, sfornando uno dietro l’altro tre album di notevole personalità e stile, che includono canzoni molto orecchiabili intervallate da altre più impegnative dal punto di vista compositivo. In esse è facile ritrovare influenze di alcuni dei gruppi citati in precedenza ma anche una profonda e personale cultura musicale tradizionale, impreziosita da testi semplici ma al tempo stesso molto efficaci. Anche dal punto di vista poetico ed immaginifico, nel mettere in risalto situazioni di disagio, problematiche sociali, di natura etica e ‘green’ che risultano, come dicevo in precedenza, ahimè per la gran parte almeno, ancora attuali. Riascoltare questi tre album, i migliori a mio avviso della loro produzione, significa ripercorrere in buona parte gli inizi del ‘progressive’ italiano, che in seguito, naturalmente anche a livello internazionale, si è affinato ed evoluto in forme molto più elaborate e complesse che hanno stabilito una sorta di ponte ideale e di congiunzione con altri generi solo apparentemente distanti, come ad esempio il jazz e la musica classica.

Non a caso le Orme in una fase iniziale della loro carriera si erano persino confrontati con pezzi classici come ‘I Concerti Brandeburghesi‘ di Johann Sebastian Bach, per citarne uno e lo stesso ‘Una Dolcezza Nuova‘, brano di apertura di ‘Uomo di Pezza‘, è costruito su una base tratta da ‘Partita n. 2 in re minore BWV 1004‘, ancora di Bach. Come in molti altri casi, la durata dei LP (Long Playing), come si chiamavano allora, era piuttosto limitata, anche per ragioni di spazio fisico nel vinile e difficilmente superava i quaranta minuti totali, suddivisi equamente fra le due facciate. Non fanno eccezione ‘Collage‘, ‘Uomo di Pezza‘ e ‘Felona e Sorona‘ che a stento ognuno di loro raggiunge i trentacinque minuti. Se ne giova però l’equilibrio perché ogni brano ha una sua funzione e fascino, senza riempitivi inutili, come capita di ascoltare in altri casi, con l’unico scopo di allungare la tracklist, mettendo assieme a qualche buon pezzo, altri del tutto insignificanti.

Felona e Sorona‘, a differenza dei primi due, è un concept album, cioè ogni brano fa parte di un unicum narrativo basato su una storia fantastica dalle evidenti connotazioni metaforiche. Qualcuno potrebbe anche aggiungere di natura utopistica, come si evince chiaramente anche dalla cover del disco, opera del pittore e scultore Lanfranco Frigeri. Già nel precedente ‘Uomo di Pezza‘ la cover non rappresentava un semplice disegno ma è un vero e proprio dipinto di Walter Mac Mazzieri (apprezzato artista che s’ispirava alle opere, fra gli altri, di Magritte e Salvador Dalì, dal quale ebbe testimonianze di apprezzamento) e vuole sintetizzare in forma onirica e surreale il tema di fondo dell’intera opera, basato sui due ‘universi’, quello maschile e femminile, rappresentati allegoricamente da due pianeti contrapposti. E’ tipico del periodo ‘progressive’ l’utilizzo di cover esplicative del significato del lavoro testuale e musicale contenuti nell’opera ed argomenti a volte anche molto impegnativi dal punto di vista sociale, politico, filosofico. In molti casi le ‘copertine’ (come le chiamavamo, confidenzialmente parlando) furono realizzate da grandi artisti e designer dell’epoca. Uno dei più noti, ad esempio, era Roger Dean, il quale creò le fantastiche cover di quasi tutti gli album degli YES.

Ammesso che abbia senso un confronto del genere, tuttora da molti esperti il ‘progressive’ italiano è considerato secondo solo a quello inglese ed anche le Orme, dopo PFM e Banco, furono richiesti da alcune case discografiche d’oltremanica che ne avevano intuito il potenziale, nel loro caso la Chrisalis, che produsse la versione inglese di ‘Felona & Sorona‘, con i testi tradotti da Peter Hammill, leader dei Van der Graaf Generator, anche se per varie ragioni non fu un’esperienza che ebbe un seguito. Nel 2016 infine, una formazione della quale solo il batterista Michi Dei Rossi faceva parte del trio di origine e che vedeva Tagliapietra sostituito sia in voce, al basso ed alle altre chitarre da Fabio Trentini e Pagliuca alle tastiere rimpiazzato dal polistrumentista Michele Bon, è stata incisa una nuova versione di quest’ultimo album. La quale, rispetto all’originaria, oltreché un evidente miglioramento (ovvio) a livello di registrazione, arrangiamenti e di qualità tecnica dei singoli componenti, a parte Dei Rossi (che si esibisce, fra l’altro, in un prolungato e robusto assolo nel corso del primo brano), si segnala per un uso maggiore della chitarra elettrica, praticamente assente nella versione del 1973. Molti altri musicisti poi si sono alternati, in sostituzione o in aggiunta ai tre componenti originari, in special modo Toni Pagliuca che uscì definitivamente nel 1991.   

Collage‘ è stato pubblicato nel 1971, in anticipo di un anno rispetto al primo album omonimo del Banco del Mutuo Soccorso e di ‘Storia di un Minuto‘ della Premiata Forneria Marconi. Nello stesso anno Led Zeppelin pubblicavano ‘IV‘, Jethro Tull ‘Aqualung‘, Genesis ‘Nursery Crime‘, gli Yes ‘Fragile‘, i Pink Floyd ‘Meddle‘ e Emerson Lake & Palmer ‘Tarkus‘, tutte opere capitali del ‘progressive’ di quegli anni. Onestamente non si può affermare che quella delle Orme fosse al loro stesso livello, ma ovviamente riflette una cultura musicale diversa, più mediterranea e popolare. Riascoltandola oggi, dopo quasi cinquantanni, mantiene un’incredibile freschezza e piacevolezza d’ascolto, oltre ad una serie di testi magari anche banali in alcuni casi nella loro espressione, seppure non scontati nei contenuti, comunque indubbiamente efficaci per sintesi, creatività e nel porre l’attenzione sia su tematiche sociali ed ecologiche che all’epoca costituivano una novità, in alcuni casi anche ardita e non hanno certo perso significato e purtroppo anche attualità oggi… …(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)   Continua a leggere…

Film: ‘Yesterday’

YESTERDAY

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Regno Unito, Russia, Cina

Anno: 2019

Genere: Commedia, Fantastico, Musicale, Sentimentale

Durata: 116’ Regia: Danny Boyle

Cast: Himesh Patel (Jack Malik), Lily James (Ellie Appleton), Joel Fry (Rocky), Kate McKinnon (Debra Hammer), Ed Sheeran (Se Stesso), Sophia Di Martino (Carol), Ellise Chappell (Lucy), Harry Michell (Nick), Vincent Franklin (Brian), Camille Chen (Wendy), Alexander Arnold (Gavin), James Corden (Se Stesso), Sanjeev Bhaskar (Jed Malik), Meera Syal (Sheila Malik), Karma Sood (Jack Malik da Bambino), Lamorne Morris (Capo del Marketing), Sarah Lancashire (Liz), Michael Kiwanuka (Se Stesso), Robert Carlyle (John Lennon), Ana de Armas (Roxanne)

CONTESTO NARRATIVO: Jack è un musicista e per mantenersi lavora in un grande magazzino della distribuzione. La sera si esibisce nei locali del Suffolk, nella zona est dell’Inghilterra. Ellie Appleton è la sua agente e sembra l’unica a credere nelle sue qualità, lui compreso. Dopo un’altra serata anonima, Jack sta tornando deluso a casa in bicicletta quando improvvisamente, per qualche secondo e oscure ragioni, avviene un blackout sull’intero pianeta Terra. Nel buio totale Jack viene investito da un pullman e si ritrova in ospedale con due incisivi in meno ma tutto sommato ancora integro, con Ellie che lo è venuto a trovare o lo consola. Quando viene dimesso si ritrova con la sua agente ed una coppia di amici, Carol e Nick. Ellie gli ha regalato una nuova chitarra perché quella che aveva Jack è andata distrutta nell’incidente. Invitato a suonare un brano, lui accenna a ‘Yesterday’ dei Beatles ed i tre amici si complimentano per la bella canzone, convinti che l’abbia composta lui. Jack crede che stiano scherzando, dice che è un brano famoso dei Beatles ma Ellie, Carol e Nick lo guardano smarriti. Tornato a casa, si mette davanti al PC ma il campo ricerca di Google non restituisce nulla riguardo ai quattro ‘fabulous’ di Liverpool e molti altri noti musicisti e non, persino oggetti che consumiamo abitualmente sembra che siano del tutto sconosciuti. Superato lo stupore, a Jack non sembra vero di essere l’unico a ricordare le canzoni dei Beatles ed inizia a ricostruirne musica e testi e poi a proporle, suscitando il plauso di chi l’ascolta e soprattutto di Gavin, un produttore indipendente che ne intuisce le potenzialità e gli fa incidere alcune canzoni che vengono proposte nelle radio. E’ l’inizio di una escalation che porta Jack ad essere notato persino da una celebrità come Ed Sheeran, il quale si presenta addirittura a casa sua e lo invita a fargli da musicista di spalla in una tournée in giro per il mondo. Ellie insegna matematica e non se la sente di lasciare il suo lavoro per seguire Jack. I loro rapporti sono sempre sempre stati fondati sull’amicizia ma il distanziamento fa emergere sentimenti più forti. Ed Sheeran ben presto si rende conto che le canzoni di Jack sono migliori delle sue e la sua cinica agente Debra invita quest’ultimo a Los Angeles per proporgli di curarne l’immagine e lanciarlo definitivamente nel mondo dello star system. Jack accetta e la casa discografica programma addirittura un doppio album destinato ad un successo mai visto prima. Jack è confuso da tanta gloria improvvisa ed inaspettata ma ogni volta che propone un nuovo brano è un successo strepitoso. Solo un paio di persone fra il pubblico sembrano osservarlo con stupore e seriosamente. Pur essendo diventato un divo, sente forte comunque la mancanza di Ellie ma anche l’imbarazzo per aver sfruttato la creatività dei Beatles facendola passare per sua. Poiché spesso non sa cosa rispondere riguardo il significato dei testi, decide di fare un viaggio lampo a Liverpool, per risalire alle radici dei quattro e mentre è in hotel viene raggiunto di sorpresa da Ellie. Fra i due c’è oramai una forte attrazione ma quando arrivano al dunque, lei si ritrae perché non si ritiene adatta ad ‘una botta e via’ e posto di fronte alla scelta, Jack decide di continuare la sua carriera di successo. Ma ovviamente è una fase soggetta ad ulteriori sviluppi… 

VALUTAZIONE: da un’idea geniale, seppure forse non del tutto originale, un film molto piacevole e folle che certamente trae linfa dalla musica straordinaria dei Beatles, ma la sceneggiatura e la regia sono anche abili nel tratteggiare, senza scadere nella retorica sdolcinata, una figura d’artista anomalo, anche come prototipo cinematografico di una star in divenire, combattuto fra etica e profitto; fra la rinuncia alla gloria oppure al sentimento, anche se poi uno non esclude l’altra. Non secondario il tema di ripensare ad un mondo nel quale alcuni elementi abituali dovessero improvvisamente e consapevolmente venire a mancare. Le performance ‘live’ del protagonista Himesh Patel sono un valore aggiunto e Lily James è sempre adorabile seppure in una parte limitata. Danny Boyle ha realizzato un’opera che fa il paio con ’28 Giorni Dopo’ nel prefigurare, un po’ alla ‘Walking Dead’, che qualcosa di straordinario è successo sulla Terra, ma stavolta la proposta, pur curiosa ed incredibile, è rilassante e niente affatto catastrofica. La partecipazione di una star come Ed Sheeran nella parte di se stesso è simpatica e umile. Voto:

Un titolo che più azzeccato non potrebbe essere, ‘Yesterday‘. Perché viene naturale pensare alla canzone dei Beatles e per giunta è anche la prima che il protagonista Jack Malick esegue del loro repertorio. Un giorno stranissimo però, che segue un evento misterioso, in conseguenza del quale l’umanità intera e gli strumenti di memorizzazione di massa che siamo soliti utilizzare quotidianamente su Internet, ma anche materialmente al di fuori, si sono dimenticati della loro esistenza. Anzi, è come se non fossero mai esistiti. Su Google la ricerca della parola ‘Beatles’ dà risultati completamente diversi da ciò che Jack si aspetterebbe e di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr non c’è traccia alcuna. Esistono ancora i Rolling Stones, almeno loro, ma non gli Oasis, ad esempio e se continuasse nella consultazione, il musicista inglese di origine indiana scoprirebbe sicuramente che una fetta della storia umana di ieri (‘yesterday’, appunto) si è come improvvisamente volatilizzata in quei pochi secondi di blackout, durante i quali lui ha rischiato la vita, sbalzato dalla sua bicicletta dopo essere stato investito da un pullman che nel buio pesto non l’aveva proprio visto.

Non solo la sua agente Ellie Appleton che, insomma, una memoria musicale sviluppata dovrebbe averla, visto il ruolo che svolge la sera dietro a Jack, pur secondo rispetto a quello che pratica di giorno insegnando matematica a scuola; ma anche la coppia di amici Carol e Nick lo fissano sbigottiti quando lui, dopo essere stato dimesso ed aver eseguito la canzone del titolo, improvvisata per loro, come ringraziamento e ‘battesimo’ della nuova chitarra che gli ha appena regalato la sua agente, afferma che ‘Yesterday‘ è ‘…una delle più grandi canzoni mai scritte…‘. E loro forse interpretano la cosa come un inconsueto atto di presunzione, magari parte del percorso di convalescenza, dato il personaggio modesto e misurato che sono soliti riconoscere in lui. E quando parla dei Beatles, accalorandosi perché insistono nel sostenere la loro ignoranza, accrescono in tutti e tre i timori che quella botta abbia provocato degli effetti collaterali. Carol prova persino a citare una canzone dei Coldplay ma Jack reagisce malamente al confronto, che ritiene improponibile.

Da quel momento per Jack, che scopre in seguito di essere l’unico, o quasi, sul pianeta Terra ad aver conservato la memoria, non solo dei Beatles, perché a nominare certi personaggi, si ottengono risposte come questa: ‘…chi è Harry Potter?…‘; per non parlare poi del caso della Coca-Cola quando la chiede ad una hostess durante un trasferimento in aereo e di fronte a quel nome sconosciuto lo guarda smarrita, almeno sinché Jack accetta di buon grado una Pepsi: quest’ultima esiste ancora e vai a sapere perché lei sì e l’altra no (beh, una risposta credo si possa trovare senza grande sforzo nella categoria sponsor del film). Insomma s’immagini lo shock iniziale per Jack: tutti i dischi in vinile dei Beatles che aveva nella sua collezione personale, svaniti nel nulla, eppure lui ricorda perfettamente molte delle loro canzoni. Si tratta di farsi ricoverare per un eccesso di memoria anziché, come avviene di solito, semmai per il contrario; oppure di prendere seriamente in considerazione l’occasione straordinaria che il destino pare gli stia riservando?

Proprio a lui poi, che dopo il lavoro in un grande magazzino della distribuzione dove, a sentire il suo responsabile, è tanto simpatico ai clienti per i suoi modi gentili quanto antipatico a lui per la barba che porta e forse anche per altre motivazione meno ‘politicamente corretta’, la sera si esibisce per quattro soldi davanti a chi neppure l’ascolta, a parte Ellie ed i suoi soliti amici, nei pub del Suffolk, in Inghilterra, una contea (una sorta di precursore della provincia) nella quale la città più nota è Ipswich: non ci si deve stupire insomma, se non si è sudditi della corona britannica, nel caso in cui fosse la prima volta che si sente parlare di questa zona del Regno Unito, magari bellissima, ma meno nota di altre, almeno per me.

Sulla scelta di Himesh Patel come protagonista, qualcuno e non solo il suo capo del grande magazzino in odore di sperequazione razziale, potrebbe avanzare delle perplessità: non è bello, dopo l’incidente e senza due incisivi è anche peggio, non è famoso, il personaggio inizialmente dà continui segnali di mancanza di autostima e dopo il blackout di farsi troppi scrupoli, sia in campo musicale che affettivo; mettiamoci pure che è di origini indiane e la sua controparte femminile è un’icona femminile britannica: cioè la brava ragazza che qualunque genitore d’oltremanica vorrebbe s’accompagnasse al proprio figlio. Insomma Jack è il classico personaggio anonimo che di certo non si trasformerà mai in una personalità carismatica e quindi non si capisce cosa diavolo ci veda in lui Ellie, cioè Lily James, che ci ha stregati, prima in ‘Cenerentola‘, poi in ‘Mamma Mia! – Ci Risiamo‘, ma soprattutto ne ‘L’Amore Oltre la Guerra‘ (clicca sui titoli se vuoi leggere le mie recensioni dei tre film). Si sa che l’amore è cieco, ma stavolta pare sia stato colpito anche da un blackout, mi si perdoni la battuta. Oddio i rapporti fra Jack ed Ellie, come afferma lui stesso, sono stati a lungo fondati solo sull’amicizia ma, quasi ad avvalorare la tesi di chi sostiene che fra uomo e donna l’amicizia non esiste, se non proprio allo stadio iniziale della conoscenza, anche in questo caso se ne riceve una conferma… …(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Film: ‘Wajib – Invito Al Matrimonio’ e ‘Tutti Pazzi A Tel Aviv’

WAJIB – INVITO AL MATRIMONIO 

Titolo Originale: Wajib

Nazione: Palestina

Anno: 2017

Genere: Drammatico, Commedia

Durata: 100’ Regia: Annemarie Jacir

Cast: Mohammad Bakri (Abu Shadi), Saleh Bakri (Shadi), Maria Zreik (Amal), Tarik Kopty (Abu Murad), Monera Shehadeh (Um Murad), lama Tatour (Maria)

CONTESTO NARRATIVO: Shadi è un architetto, vive e lavora in Italia ed è tornato a Nazareth per il matrimonio della sorella Amal. Shadi è legato ad una donna palestinese il cui padre è un intellettuale dell’O.L.P., ragione per cui entrambi non possono più entrare in Israele. Abu Shadi, il padre di Shadi è un insegnante ed è stato lasciato dalla moglie molti anni fa, che si è risposata in USA, dove si è trasferita. Shadi accompagna il padre a consegnare di persona gli inviti al matrimonio, come si usa in Palestina e passano di casa in casa girando con l’auto di Abu Shadi fra le strette vie, i saliscendi e le strade di grande traffico di Nazareth; intanto parlano fra loro, confrontandosi sulle rispettive opinioni. Abu Shadi vorrebbe che il figlio tornasse a casa e sposasse una ragazza del posto, mentre Shadi si sente oramai lontano dalle usanze e dalla mentalità che ancora vigono in Palestina e non vede l’ora di ripartire e tornare dalla sua donna in Italia, anche se Natale è vicino. Pur essendo un uomo pacifico, non accetta che la gente della Palestina si sia rassegnata ad essere succube degli israeliani, compreso il padre che, per ottenere il ruolo di preside, ha accettato di collaborare con un funzionario israeliano. Ora intende persino invitarlo al matrimonio della figlia, suscitando la reazione veemente di Shabi. Il matrimonio è stato fissato in un data inusuale, cioè d’inverno vicino a Natale, per favorire la partecipazione della madre, che però potrebbe essere costretta a rinunciare perché il marito è malato ed in fin di vita. Shadi e Abu Shadi hanno un duro confronto durante il quale si accusano reciprocamente, dopodiché si ritrovano a casa, dove sembra, dopo aver riflettuto, che abbiano deciso di comprendere ed accettare i rispettivi punti di vista.

VALUTAZIONE: un film schietto ma pacato, per certi aspetti illustrativo, che però mette lucidamente a fuoco, evitando la retorica ed utilizzando toni semplici ma efficaci, non solo il contrasto generazionale fra un padre ed un figlio in una delle zone geografiche più complicate della terra, ma anche la rassegnata convivenza dei palestinesi in un paese nel quale sono e si sentono subalterni agli israeliani. Il film è ambientato esclusivamente nella comunità palestinese ed è palese la sensazione di costante occupazione e di ghettizzazione culturale e sociale che la regista Annemarie Jacir intende mettere in risalto. Al tempo stesso non esita ad evidenziare le differenze, che paiono insanabili, fra il padre Abu Shadi ed il figlio Shadi. Il primo, pur consapevole del trascorrere del tempo, attraverso il matrimonio della figlia Amal, cerca di fornire una testimonianza di continuità nella tradizione. Il secondo invece non si riconosce più nell’immagine di una città sporca, dove tutto sembra immobile e nella cultura dei padri rimasta ancorata a rituali anacronistici. Mal sopporta inoltre che non ci sia comprensione e rispetto neppure per le bellezze architettoniche che rappresentano le radici storiche della Palestina, delle quali sembra si sia smarrita l’identità. Non mancano però neppure gli accenni polemici interni alla comunità palestinese nei confronti dei dirigenti dell’O.L.P. che nel corso del tempo si sono trasformati in intellettuali lontani dalle reali problematiche e condizioni del loro popolo. Un’opera premiata meritatamente in vari Festival del Cinema, poco spettacolare ma sociologicamente interessante e priva di retorica, che non ha bisogno d’immagini forti o scene madri, tanto meno di violenza, per risultare convincente. Voto:  

TUTTI PAZZI A TEL AVIV

Titolo Originale: Tel Aviv on Fire

Nazione: Lussemburgo, Belgio, Israele, Francia

Anno: 2018

Genere: Commedia, Drammatico, Sentimentale

Durata: 100’ Regia: Sameh Zoabi

Cast: Kais Nashef (Salam), Lubna Azabal (Tala), Yaniv Biton (Assi), Maisa Abd Elhadi (Mariam), Nadim Sawalha (Bassam), Salim Dau (Atef), Yousef ‘Joe’ Sweid (Yehuda), Amer Hlehel (Nabil), Laëtitia Eïdo (Maisa), Ashraf Farah (Marwan), Ula Tabari (Sarah)

CONTESTO NARRATIVO: Salam è un palestinese di Gerusalemme che non ha combinato ancora nulla di buono nella vita. La sua ragazza Mariam perciò l’ha lasciato e lui ora, grazie allo zio che ne è il produttore, collabora senza molta convinzione alle registrazioni delle puntate di una soap opera intitolata ‘Tel Aviv brucia’, molto seguita persino dalle famiglie israeliane. Per recarsi a Ramallah, dove ci sono gli studi, ogni giorno deve superare un checkpoint israeliano. In un’occasione viene fermato perché inavvertitamente nomina la parola ‘bomba’, seppure lontana dal suo vero significato e si ritrova di fronte al comandante Assi, il quale quando Salam, esagerando, gli dice che è uno sceneggiatore della famosa soap opera che sua moglie e le amiche seguono quotidianamente, cerca di carpirne alcune rivelazioni per stupire la platea di casa al suo ritorno. Non solo, dapprima Assi si limita a dare alcuni suggerimenti e poi addirittura a contribuire fattivamente ai dialoghi ed allo sviluppo della storia. Portando quelle nuove idee sul set, spacciandole per sue, Salam provoca la reazione della sceneggiatrice che abbandona la trasmissione e lo zio gli affida l’incarico di sostituirla. La collaborazione fra Salam e Assi quindi diventa quotidiana, anche se la produzione palestinese vorrebbe dare alla soap opera un indirizzo decisamente rivoluzionario mentre il comandante punta ad una impronta buonista ma filo israeliana. Salam quindi si ritrova a fronteggiare le crescenti richieste di Assi che lo ricatta e addirittura lo fa catturare dai suoi uomini quando cerca di smarcarsi e poi lo minaccia puntandogli la pistola alla testa, se dovesse rifiutarsi di scrivere la sceneggiatura seguendo le sue direttive. Il finale che vorrebbe Assi contrasta apertamente con quello pensato dalla produzione, ma Salam nel frattempo ha maturato una fervida creatività ed ha in mente una conclusione alternativa che accontenta le contrapposte posizioni e gli permette persino di riconquistare Mariam, piacevolmente stupita dalla svolta concreta che Salam ha dato alla sua vita.  

VALUTAZIONE: è davvero inaspettata e piacevolmente sorprendente questa produzione che tenta di mediare gli opposti schieramenti, le esigenze e gli obiettivi dei palestinesi e degli israeliani, persino riguardo una questione minimale come la sceneggiatura di una soap opera, utilizzando un tono leggero e spesso anche divertente. Il film di Sameh Zoabi, pur senza sminuire le enormi problematiche in essere, che la semplice vista del checkpoint ricorda ogni giorno, ha il pregio di mettere in risalto, senza la necessità di utilizzare scene di violenza e di sangue, le contraddizioni che ancora affliggono entrambi i popoli. I quali vivono a stretto contatto, condividono e si appassionano persino alla stessa trasmissione TV, ma non riescono a risolvere i problemi fondamentali della loro coesistenza pacifica. L’alternanza delle scene girate nel corso della soap opera e quelle che vede la presenza di Salam sul set o gli incontri con il comandante Assi per discutere i particolari e gli sviluppi della stessa, è una sorta di metafora dei contrasti e delle incomprensioni che tuttora dividono la comunità israelo-palestinese. Il film perciò, pur senza svilire gli storici contrasti fra i due popoli, tenta umilmente ma con successo di proporsi come opera di formazione, che mette al centro il dialogo, un elemento fondamentale per la riuscita di qualsiasi relazione sentimentale a detta degli stessi protagonisti ed a maggior ragione non dovrebbe mai mancare anche per risolvere situazioni ed esigenze di ben più grande portata.  Voto:  

Quando si parla di israeliani e palestinesi vengono subito in mente drammatiche immagini, storici conflitti ed un nodo irrisolto da quasi un secolo oramai per la comunità internazionale e quindi guerre, attentati, bombardamenti, distruzione e morti. Un campionario di orribili situazioni che si vorrebbe prima o poi avessero una fine. Nel frattempo, due popoli devono convivere, diciamo pure da posizioni molto diverse, per potere economico e militare. Torti e ragioni probabilmente stanno da entrambe le parti ed ancora di più i primi appartengono a terze parti, ma non è questa la sede nella quale approfondirne la natura e le possibili soluzioni, anche se i due film che vado a descrivere, pur nei loro limiti, alcuni spunti li offrono eccome.

Semmai non ti aspetteresti due opere cinematografiche come quelle che mi sono permesso di associare, dopo averle viste una dopo l’altra. Sono fra loro molto diverse, intendiamoci. La prima privilegia aspetti di natura sociologica e generazionale, anche molto seri ed importanti, pur usando toni lievi ed è ambientata interamente dentro la comunità palestinese della quale rappresenta uno spaccato, fra le poche gioie, i molti dolori, contraddizioni e ambiguità. La seconda invece è una commedia di costume, con evidenti tratti metaforici ed anche qualche ambizione, pur celata dietro una confezione apparentemente superficiale, come può esserlo una soap opera, nell’evidenziare l’assurda perseveranza di un atteggiamento di reciproco distacco e rifiuto fra palestinesi ed israeliani che, più passa il tempo e meno avrebbe molteplici ragioni e convenienze di esistere, trattandosi di due comunità che volenti o nolenti dovranno convivere, condividendo persino le stesse trasmissioni televisive, che però suscitano, come in questo caso, analoga partecipazione e reazioni popolari. In ‘Tutti Pazzi a Tev Aviv‘ ci si diverte, spesso si ride pure, ma dietro l’apparente banalità della trama c’è un messaggio che le rispettive parti in causa sarebbe opportuno che cogliessero, prima o poi.  Ovvio che se uno impone e l’altro subisce; se uno o entrambi rifiutano a livello politico e sociale qualsiasi dialogo, una parola simbolo, che viene pronunciata più volte significativamente nel corso del film, il risultato non potrà che portare ad ulteriori lutti e ad alimentare la distanza e l’odio reciproci. 

Problemi sul tappeto ce ne sono tanti, non c’è neanche bisogno di ribadirlo ed entrambi i film, in modi diversi, ne mettono in luce solo alcuni: ad iniziare dai diversi e sproporzionati rapporti di forza, che è una delle ragioni che ha spinto Shadi, dopo la laurea, ad emigrare. Doveva andare negli Stati Uniti dove vive la madre, nonostante l’abbia abbandonato assieme alla sorella Amal quando erano ancora molto piccoli, separandosi dal loro padre Abu Shadi, un insegnante con il quale evidentemente non riusciva più ad andare d’accordo e continuare a vivere. Una fuga che aveva fatto scalpore a suo tempo all’interno della loro comunità. Shadi invece è venuto in Italia, dove ha stretto una relazione con Nada, figlia di un intellettuale dell’O.L.P.. Il padre non ha mai approvato entrambe queste decisioni del figlio: sia di lasciare la Palestina che di legarsi con quella ragazza, il cui genitore a suo dire fa la bella vita in giro per il mondo a spese della comunità palestinese e quindi anche sue, ma ha perso il senso e la misura dei problemi che affliggono chi continua a sopravvivere alla bell’e meglio invece in quei travagliati territori.

Curiosità vuole che gli attori che interpretarno Shadi (Saleh Bakri) e Abu Shadi (Mohammad Bakri) siano figlio e padre anche nella vita reale, non solo sul set del film ‘Wajib – Invito Al Matrimonio‘, quindi è probabile che finzione e realtà non siano poi così distanti. Entrambi sono stati premiati al Festival internazionale del Cinema di Dubai. A proposito, la parola ‘wajib’ significa ‘dovere’ e fa riferimento alla tradizione palestinese secondo la quale il padre ed i fratelli di una sposa devono consegnare personalmente gli inviti di nozze. Il che è tutt’altro che agevole in una città come Nazareth, che ha tutto un altro aspetto rispetto all’iconografia natalizia di solito tramandata dalla religione cattolica: soldati israeliani armati che girano per la città come padroni, traffico caotico, superstrade nella parte più moderna dell’abitato che si alternano alle strette vie di quella storica, dove ci passa a stento un’automobile, saliscendi, parcheggi arrangiati ed a rischio di atti vandalici e rifiuti urbani che stazionano a lungo ai bordi delle strade facendo felici i topi, come afferma Shadi rivolto al padre. Oltre al fatto che quest’ultimo, reduce da un intervento al cuore, si affatica facilmente, specie a salire le scale dei palazzi per raggiunge i piani più alti dove risiedono alcuni invitati. 

Abu Shadi non è però un uomo di mentalità arcaica. E’ un insegnante apprezzato all’interno della sua comunità, che ha subito l’umiliazione dell’abbandono da parte della moglie e madre dei suoi due figli (le intime ragioni non ci vengono rivelate). C’ha messo molto tempo per farsene una ragione e perdonarla, come afferma lui stesso, ma ora in occasione del matrimonio della figlia Amal è determinato affinché la cerimonia si svolga nel migliore dei modi e nel rispetto delle tradizioni, persino riguardo la scelta del cantante che si esibirà durante la festa, mentre Shadi vorrebbe che fosse ingaggiata una band più moderna di sua conoscenza. Ha persino spostato la data per favorire la partecipazione dell’ex moglie. Abu Shadi è riuscito con grandi sacrifici a crescere da solo i due figli. Avrebbe preferito che Shadi si laureasse in medicina, mentre invece ha preferito architettura, una facoltà che ai più vecchi amici di famiglia sembra stravagante e durante le visite per consegnare i biglietti d’invito al matrimonio ripete spesso, nonostante il figlio neghi, che Shadi tornerà in Palestina e sposerà una ragazza del posto, magari una delle loro figlie. Essendo un giovane di bell’aspetto, alcune fra queste giovani donne se lo mangiano con gli occhi; come quella, forse una fiamma di qualche anno prima, che addirittura cerca di sedurlo, lasciandogli poi del rossetto di fianco al labbro, come gli fa notare, senza aggiungere allusioni, lo stesso padre poco dopo in auto… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Serie TV e Film: ‘Downton Abbey’

DOWNTON ABBEY – Serie TV (Sei Stagioni)

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Regno Unito

Anno:  2010-2015

Genere:  Commedia, Drammatico, Costume, Storico

Durata: 50’ circa per ciascuno dei 52 episodi  Regia: Autori Vari  Ideatore: Julian Fellowes

Cast: Maggie Smith (Violet Crawley, Contessa Madre di Grantham), Hugh Bonneville (Robert Crawley, Conte di Grantham), Elizabeth McGovern (Cora Crawley nata Levinson, Contessa di Grantham), Michelle Dockery (Lady Mary Crawley), Laura Carmichael (Lady Edith Crawley), Jessica Brown-Findlay (Lady Sybil Crawley), Allen Leech (Tom Branson), Jim Carter (Signor Charles ‘Charlie’ Carson), Brendan Coyle (John Bates), Joanne Froggatt (Anna Smith), Siobhan Finneran (Signora Sarah O’Brien), Thomas Howes (William Mason), Rob James-Collier (Thomas Barrow), Rose Leslie (Gwen Harding nata Dawson), Phyllis Logan (Elsie Hughes), Sophie McShera (Daisy Mason nata Robinson), Lesley Nicol (Beryl Patmore), Dan Stevens (Matthew Crawley), Penelope Wilton (Isobel Crawley nata Turnbull), Amy Nuttall (Ethel Parks), Kevin Doyle (Joseph Molesley), Matt Milne (Alfred Nugent), Ed Speleers (James ‘Jimmy’ Kent), Lily James (Lady Rose Aldridge nata MacClare), David Robb (Dottor Richard Clarkson), Cara Theobold (Ivy Stuart), Raquel Cassidy (Phyllis Baxter), Tom Cullen (Anthony ‘Tony’ Foyle, Visconte Gillingham), Julian Ovenden (Charles Blake), Michael Fox (Andrew ‘Andy’ Parker), Matthew Goode (Henry Talbot), Iain Glen (Richard Carlisle), Harry Hadden-Paton (Herbert ‘Bertie’ Pelham, Marchese di Hexam)

DOWNTON ABBEY – IL FILM

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Regno Unito

Anno:  2019

Genere:  Commedia, Drammatico, Costume, Storico  

Durata: 122′   Regia: Michael Engler

Cast: vedi sopra la Serie TV ed in più – Imelda Staunton (Lady Maud Bagshaw), Penelope Wilton (Lady Isobel Gray, Baronessa Merton), Mark Addy (Sig. Bakewell), Max Brown (Richard Ellis), Stephen Campbell Moore (Maggiore Chetwode), Richenda Carey (Sig.ra Webb), David Haig (Sig. Wilson), Andrew Havill (Lord Henry Lascelles, Conte di Harewood), Geraldine James (Regina Maria), Simon Jones (Re Giorgio V), Susan Lynch (Sig.ina Lawton), Tuppence Middleton (Lucy Smith), Kate Phillips (Principessa Mary, Contessa di Harewood), Douglas Reith (Lord Richard Gray, Barone Merton)

CONTESTO NARRATIVO: la storia della famiglia Crawley prende forma dalla data di affondamento del Titanic, il 15 aprile 1912, nel cui naufragio resta vittima il cugino Patrick, promesso sposo di Mary, primogenita del conte Robert e della contessa Cora di Grantham, proprietari del castello e della tenuta di Downton Abbey nello Yorkshire, che però hanno avuto ‘solo’ tre figlie femmine. Secondo tradizione, regole e volontà del padre di Robert, la successione può andare esclusivamente ad un maschio e quindi l’eredità passa ad un altro lontano cugino, Matthew che vive ignaro a Manchester con la madre Isobel e di mestiere fa l’avvocato, che a quei tempi, era considerato un lavoro disdicevole per un aristocratico. Quest’ultimo per giunta è di opinioni liberali ed il suo approccio con la famiglia Crawley, abituata a rituali nobiliari consolidati ed irrinunciabili, è rispettoso ma determinato a non adeguarvisi. Mary, in particolare, assume un atteggiamento freddo e distaccato nei suoi confronti, mentre sua nonna Violet cerca in tutti i modi di trovare una scappatoia, anche legale, a quella che considera una iattura. Nel frattempo l’irreprensibile maggiordomo Signor Carson, assieme alla Signora Hughes, gestisce la servitù al piano sottostante, con rigore e precisione, osservando scrupolosamente le secolari abitudini della casa, nonostante nel personale in alcuni casi serpeggiano invidie, gelosie, ostilità, mentre altri si distinguono per la correttezza ed anche la passione. A Downton Abbey sono di norma i ricevimenti, le battute di caccia e le sfarzose feste ed a seguito di una di queste, Mary viene sedotta da un affascinante diplomatico turco che però, durante la foga amorosa, muore d’infarto. Lo scandalo viene taciuto solo grazie all’intervento della madre Cora e della fedele domestica Anna Smith che trasportano il cadavere dalla camera di Mary a quella dell’ospite, ma in seguito qualcuno che ha notato quella scena fa trapelare la notizia ed i sospetti, che giungono sino a Londra, compromettendo l’immagine pubblica di Mary. La quale ha da sempre un atteggiamento critico e polemico con la sorella minore Edith, meno avvenente e sentimentalmente sfortunata, mentre la più piccola Sybil è molto bella ma di carattere ribelle agli stereotipi di famiglia. Al servizio dei Crawley, come autista, viene assunto Tom Branson, che però in seguito non fa nulla per nascondere di essere un nazionalista irlandese contrario alla monarchia e favorevole all’indipendenza. Fra lui e Sybil nasce, sui temi civili, una simpatia che si trasforma in poco tempo in un sentimento profondo. Nella servitù intanto è nato un sentimento fra la domestica Anna ed il valletto John Bates, un vecchio compagno d’arme di Robert Crawley rimasto zoppo in guerra, al quale il conte di Grantham sta cercando di dare lavoro e alloggio. John però è sposato, seppure separato da tempo con una donna cinica e crudele ed oltretutto è oggetto dell’invidia di Thomas Barrow che punta a soffiargli il posto e la Sig.ra O’Brien lo spalleggia, ricattata a sua volta da quest’ultimo. A farsi carico di zittire le voci, sempre più insistenti, che girano a Londra sul conto di Mary, si propone di diventarne il marito Sir Richard Carlisle, un ricco e spregiudicato uomo d’affari, temuto proprietario di un giornale che per vincere le sue resistenze acquista la tenuta di Haxby Park, poco distante da Dowton Abbey, cercando di convincere il Signor Carson a trasferirsi per diventarne il maggiordomo, avendo compreso la stima e l’attaccamento che ha Mary per lui, il quale la ricambia con affetto, essendo la sua preferita sin da bambina. Gli avvenimenti si susseguono a ciclo continuo per tutti i protagonisti, nel bene e nel male, mentre Violet non perde occasione per snocciolare le sue irresistibili battute, perlopiù caustiche ma sempre argute. I rapporti fra Mary e Richard però intanto si raffreddano, mentre salgono agli occhi di lei, pur senza dichiararlo apertamente, le quotazioni di Matthew, anche se nel frattempo si è fidanzato con la delicata Lavinia. La guerra del 1915-18 sconvolge comunque persone e cose, anche di Downton Abbey, che diventa almeno in parte un ricovero per feriti di guerra e persino la ‘spagnola’ poi colpisce duramente anche la casa Crawley. Siamo solo all’inizio di una storia che riserva ancora innumerevoli avvenimenti, colpi di scena, sorprese, anche lutti, personaggi che escono di scena ed altri che invece subentrano, senza che sia negato comunque il lieto fine per molti dei protagonisti. Il film, a sua volta, è incentrato sulla visita del re Giorgio V e della regina Maria di Edimburgo e sulla ribellione della servitù di casa alle assurde pretese dei corrispondenti servitori di corte che pretendono di sostituirli nella straordinaria occasione per Downton Abbey. Il tempo passa però anche per Violet purtroppo e la vecchia nonna confida a Mary di considerarla la sua erede naturale, per carattere e personalità, nel perseguire la continuità dei Crawley e della loro amatissima Downton Abbey, nonostante le evidenti difficoltà ed i cambiamenti epocali in corso.  

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: una straordinaria ed appassionante saga familiare ambientata nei primi trent’anni del secolo scorso nel Regno Unito. Un termine di paragone per il genere di appartenenza e per la sorprendente capacità di trasformare elementi generalmente considerati in modo negativo (smaccato tradizionalismo, sdolcinato romanticismo, stucchevole immobilismo e prevedibili sviluppi), in una brillante, coinvolgente ed irresistibile celebrazione di uno stile e di un’epoca che travolgono ogni critica e perplessità. Il film è il ‘sequel’ della serie TV, che ha raccolto messe di premi ed appassionato milioni di fan, della quale conserva tutte le particolarità. Una storia ambientata per gran parte nella dimora nobiliare del titolo e che vuole rappresentare l’orgoglio ma anche la fine di un’epoca per l’aristocratica famiglia Crawley, nonostante il faticoso tentativo di dare continuità al maestoso castello ed alla grande tenuta intorno, oltreché per i costi di mantenimento che sono diventati sempre più esorbitanti. L’anacronismo dei raffinati rituali secolari, intorno ai quali ferve comunque l’opera di una numerosa servitù e mezzadria, è al tempo stesso un quadro rappresentativo delle stratificazioni sociali dell’epoca e delle relative contraddizioni ed ingiustizie. I rapporti fra i Crawley ed i servitori, in questo caso, nonostante le differenze di classe e di cultura, sono contrassegnati da un reciproco rispetto, che in molte situazioni si trasforma addirittura in affetto, complicità e riconoscenza in senso bidirezionale. Un microcosmo della società, certamente edulcorato e tagliato con l’accetta nel suddividere nettamente i buoni dai cattivi ed i due mondi ‘sopra e sotto’, che si sviluppa in un’inesauribile serie di avvenimenti, supportati da una costante eleganza formale ed una galleria di personaggi inappuntabili. Fra i quali spicca quello, da manuale, interpretato da Maggie Smith con le sue irresistibili battute e la tipica ironia caustica inglese. Imperdibile! Voto:               

…Non ho mai insultato nessuno. Semplicemente li descrivo con accuratezza…‘ (Lady Violet Crawley)

Che si arrivi a dire, subito dopo aver assistito a sei stagioni, cinquantadue puntate ed un film di due ore, che si prova già nostalgia per una storia la quale purtroppo sembra sia davvero conclusa, può sembrare e lo capisco, un chiaro segnale di predisposizione all’auto flagellazione. Eppure eccomi qui, già orfano di una delle serie TV più piacevoli e rilassanti che si possano trovare, il cui successo planetario di pubblico ed il numero di premi ricevuti (11 Emmy, corrispondenti ai premi Oscar per le serie TV e 3 Golden Globes) non potrebbero essere più meritati. E dire che quando mi ci sono imbattuto, quasi per caso scorrendo i titoli disponibili su una nota piattaforma streaming (l’unica, mi pare, dove è attualmente disponibile), mi ha incuriosito e l’ho iniziata quasi per giustificare la spesa d’attivazione del servizio, pronto ad abbandonarla però se non mi avesse convinto sin dalla prima puntata.

E’ stato invece come mettere in bocca una bella ciliegia di Vignola o un cioccolatino fondente (a me piace così): inevitabilmente ne prendi un altro e poi un altro ancora e se non te li tolgono dalla vista e dalle mani, non smetti più. E’ iniziata quindi una sorta di maratona che, mi vergogno quasi ad ammetterlo, mi ha fatto divertire molto, nonostante fossi stato lasciato solo, seppure comodamente seduto sul divano del salotto di casa ad affrontare l’impresa, senza correre quindi il rischio d’incappare nello sguardo stupito e compassionevole di qualcuno intorno. Così mi sono ritrovato quasi senza aver avuto modo di evitarlo, a dare sfogo a sentimenti che di solito si cerca di tenere nascosti, per un’errata espressione d’orgoglio, specie in presenza o di fronte ad altri, per quanto siano semplici, comprensibili e comuni: sofferenza, gioia, delusione, dolore, passione e via di sostantivi simili, per giunta associabili a più personaggi fra quelli rappresentati. Che poi, quale altro scopo dovrebbe avere uno spettacolo di questo tipo? 

Il risultato è stato che al termine della serie TV (il film era ancora di là da venire) ho proposto a mia moglie, che è solita preferire il genere alla C.S.I.: cioè per intenderci, assassinii, processi, giudici e avvocati, di rivederla assieme. La sua espressione è stata un misto d’incredulità (sul fatto che volessi ricominciare da zero tutte e sei le stagioni) e di scetticismo, molto più vicina al rifiuto che all’assenso, ma forte dell’esperienza già testata su di me, l’ho convinta, con la promessa di liberarla da ogni ulteriore obbligo nel caso, al termine della prima puntata, mi avesse mostrato il pollice giù. Sapete com’è andata a finire? Beh, le cinquantadue puntate se l’è bevute tutte, una dietro l’altra (insomma, non esageriamo, a gruppi dai…) e per me sono diventate centoquattro! E non avevamo ancora visto il film, che è un ‘sequel’, una sorta di passerella dei personaggi che sono arrivati in fondo alle sei stagioni, ma con una storia sua, per nulla inutile, che continua e completa quella della Serie TV, lasciando poi quel rimpianto cui accennavo innanzi…

Al di là del tono scherzoso utilizzato sin qui, mi sono meravigliato di me stesso, perché generalmente non amo le storie zuccherose, le altezzosità nobiliari, i rituali tradizionalisti e quel modo affettato che è tipico di certi ambienti refrattari ad ogni cambiamento di natura morale e sociale e spesso anche arroganti nel pretendere di conservare i privilegi e di contare su diritti e doveri diversi dal resto dei comuni mortali, forti dell’illusione che gli scorra sangue blu nelle vene. Eppure ‘Downton Abbey‘ è un monumento a tutto questo! Allora come la mettiamo? Sono io ad avere cambiato opinione al riguardo oppure, come il giovane Mowgli davanti al serpente ne ‘Il Libro della Giungla‘, mi sono fatto ammaliare con abili parole ed anche da personaggi e situazioni costruiti ad arte?

Niente di tutto ciò. Diciamo semmai che l’applauso va innanzitutto a Julian Fellowes, cioè l’ideatore di questa saga, uno scrittore che avevo già piacevolmente incontrato come raffinato autore del romanzo ‘Un Passato Imperfetto‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione), non a caso ambientato nell’ambito dell’aristocrazia inglese, che evidentemente conosce molto bene. Fellowes è stato sceneggiatore inoltre del film ‘The Tourist‘ (clicca, anche qui, se… ecc. ecc.) e premio Oscar per la sceneggiatura di ‘Gosford Park‘ di Robert Altman, che vede protagonista la stessa Maggie Smith, la cui presenza nel personaggio di Lady Violet Crawley è fondamentale in ‘Downton Abbey‘. Non solo, si può dire che è uno dei rari casi nei quali il personaggio (e l’attrice che lo interpreta) partito nel ruolo che ai premi Oscar è categorizzato come ‘non protagonista’, in realtà puntata dopo puntata si conquista la scena, al punto da poter affermare in tutta certezza che, senza di lei, l’intera serie TV non sarebbe stata la stessa cosa.

Lady Violet è infatti il personaggio attorno al quale in realtà gira tutto il ménage della famiglia Crawley, anche se loro spesso se ne accorgono soltanto dopo. Perfino quando viene tenuta all’oscuro di qualcosa, si sa già che poi sarà lei a tirare i fili che muovono gli avvenimenti ed i vari personaggi coinvolti. Altezzosa, intrigante e conservatrice, eppure non si riesce proprio a prenderla in antipatia, riconoscendo il lei carisma e talento cristallini. Le sue battute, veri e propri aforismi, non sono solo un insieme elegante di parole ma autentiche stilettate, nella migliore tradizione dello humour caustico inglese ed ognuna di esse meriterebbe di essere annotata e poi custodita. I suoi duelli verbali con la cugina Lady Isobel, sua spalla, rivale e compagna di salotto sono d’impareggiabile ironia ed efficacia. Un esempio? Lady Isobel: ‘…come detestate avere torto…‘; Lady Violet: ‘…non saprei. È una cosa di cui non ho esperienza…‘.

Lady Violet è una sorta di baluardo, forse l’ultimo di una famiglia di nobili tradizioni e di un’epoca che volge inesorabilmente al tramonto: vuoi perché i tempi cambiano nonostante c’è chi preferirebbe che ciò non avvenisse mai; vuoi perché stanno per giungere momenti duri, anche per il Regno Unito, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e poi con la falcidie della terribile influenza ‘spagnola’; vuoi per il crollo economico-finanziario del 1929, seppure la vicenda si chiude alla vigilia e forse non sapremo mai cosa avrebbe riservato il destino, in seguito a ciò, per Donwton Abbey ed i Crawley; vuoi infine perché mantenere un castello ed una tenuta di quelle dimensioni e la numerosa servitù necessaria, comporta oneri economici che diventano sempre più difficili da sostenere per la famiglia… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Metti Una Notte’ e ‘L’Ospite’

METTI UNA NOTTE

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Italia

Anno: 2017

Genere: Commedia

Durata: 87’ Regia: Cosimo Messeri

Cast: Cosimo Messeri (Martino), Cristiana Capotondi (Gaia), Amanda Lear (Lulù), Flavia Mattei (Linda), Elena Radonicich (Tea), Marco Messeri (Il Grande Stellini), Massimiliano Gallo (Vincenzo Cafoni), Giovanni Ludeno (Tonino Cafoni), Maurizio Lombardi (Renato), Dario Cantarelli (Amedeo), Luca Biagini (Il Comandante Cafiero), Sergio Bustric (Il Ventriloquo), Elio Pandolfi (Lo Zio Fulvio)

CONTESTO NARRATIVO: Martino è un entomologo (studioso degli insetti) di ritorno a Roma dalla Svizzera a seguito di una delusione amorosa. All’aeroporto è protagonista di un risibile episodio a causa di un irrefrenabile bisogno corporale, per risolvere il quale si finge portatore di handicap e quindi viene trasportato in ambulanza e carrozzella sino a casa dello zio Fulvio, un personaggio eccentrico. Quest’ultimo è solito passare le serate con una paio di coppie di amici e scommettere soldi in un gioco basato sull’uso ad incastro delle parole. Ricevuta una telefonata da una delle sue coppie, lo zio chiede al nipote di fare da baby sitter per una sera a casa loro, in compagnia di Linda, la loro bambina. La baby sitter abituale infatti, Gaia, per quella sera è impegnata in una partita di volley. Nel viaggio in un’auto quasi d’epoca, che gli ha prestato dallo zio, s’imbatte ad un semaforo, quasi investendola, in Tea, una vecchia fiamma di gioventù che stenta a riconoscerlo ma infine si fa lasciare sullo smartphone il suo numero di telefono. Quando giunge a destinazione, Martino scopre che in realtà c’è soprattutto Lulù, una nonna scatenata e svampita da tenere a bada. Poco dopo riceve la telefonata di Tea che lo prega di aiutarlo, questione di vita o di morte, indicandogli l’indirizzo di casa dei suoi genitori dove ritirare una busta con dei soldi che deve consegnare assolutamente ai gestori di un locale notturno che la tengono prigioniera. Ma quest’ultimo particolare a Martino non lo rivela. Lui quindi si presta ad aiutarla, ma la bambina e soprattutto sua nonna non ne vogliono sapere di lasciarlo andare da solo. Per l’anziana donna infatti è un’insperata opportunità per passare una serata avventurosa e diversa. In realtà Tea si sta prendendo gioco di Martino, il quale ingenuamente crede che la sua richiesta possa essere l’inizio di un’intesa, insperata ai tempi dell’oratorio. E’ l’inizio di una serie di episodi, equivoci e rischi di finire vittima della malavita romana che Martino riesce a superare indenne, nonostante i suoi limiti caratteriali, grazie anche all’aiuto di Gaia che s’aggiunge al terzetto chiamata in soccorso da Linda e con la quale, dopo un’iniziale indifferenza, scopre di avere affinità che lasciano ben sperare negli sviluppi, dopo aver liquidato la cinica ed opportunista Tea. 

VALUTAZIONE: un’opera leggera che parte male, con una gag di stampo televisivo, neanche originale, ma poi un po’ alla volta sale di livello, pur rimanendo una storia di puro intrattenimento senza pretendere chissà che. Grazie ad alcune battute divertenti ed un protagonista che sembra una sorta di Woody Allen di casa nostra, il plot vira dalla commedia al giallo-thriller all’acqua di rose, cui partecipano anche una spassosa e rediviva Amanda Lear ed una serie di personaggi ben assortiti. Insomma al termine non ci si sente defraudati del tempo trascorso, semmai discretamente intrattenuti, sicuramente oltre le aspettative iniziali. Cosimo Messeri figlio, attore e regista, fa ben sperare e Marco Messeri suo padre, interpreta un personaggio fra i più divertenti e riusciti del film. Cristiana Capotondi, a sua volta, è una garanzia. Voto:  

L’OSPITE

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Francia, Italia, Svizzera

Anno: 2018

Genere: Commedia, Drammatico

Durata: 94’ Regia: Duccio Chiarini

Cast: Daniele Parisi (Guido), Silvia D’Amico (Chiara), Anna Bellato (Lucia), Thony (Roberta), Daniele Natali (Dario), Sergio Pierattini (Alberto), Milvia Marigliano (Gioietta), Guglielmo Favilla (Pietro)

CONTESTO NARRATIVO: Guido e Chiara vivono felicemente assieme da tempo, perlomeno sino a quando, per colpa di un preservativo difettoso, si pone il problema della possibile maternità. Spaventato dall’eventualità del ruolo di padre, il rapporto con Chiara subisce un contraccolpo ed è lei a prendere la decisione di chiedere a Guido di andarsene di casa. Guido in realtà ne è ancora innamorato e spera che la richiesta di Chiara di lasciargli un po’ di tempo per riflettere, la convinca a riconsiderare i suoi propositi, mentre invece lei è già convinta della necessità di cambiare vita, in un’altra città e paese estero, essendo fluente nelle lingue, poiché ha svolto sino a quel momento il ruolo della guida turistica per stranieri. Guido, dopo essere tornato a casa dei genitori per qualche giorno, non sopporta l’ansia che, soprattutto la madre, gli sta mettendo addosso, anziché aiutarlo a superare il brutto momento. Pertanto decide di chiedere ospitalità ad una coppia di amici prima e ad un’altra poi, scoprendo così che a loro volta sono in balia di varie problematiche, tradimenti inconfessati o confessati tardivamente e rapporti sopportati per convenienza. Insomma da varie contraddizioni, incluso il tentativo poco convinto di Guido, che fallisce alla prova del letto, d’iniziare un nuovo rapporto con un’altra donna. Dopo un ultimo e fragile tentativo di recuperare il rapporto con Chiara, non resta loro che salutarsi amichevolmente.  

VALUTAZIONE: un’opera che intende affrontare in toni leggeri ma non banali il tema della difficoltà di affermazione personale e di relazione nelle coppie dei trentenni/quarantenni attuali, spesso in preda alla confusione ed alla paura di assumersi responsabilità, quindi costantemente irrisolte, specie i maschi che risultano decisamente più immaturi. Il limite del film di Duccio Chiarini, che offre spesso dialoghi non privi d’interesse, persino divertenti e situazioni che però rappresentano cliché già noti e battuti, sta nel fatto però che in realtà non porta a nulla, finisce quasi per inerzia, dopo aver a lungo tergiversato, attraverso la figura del protagonista, il quale si appoggia su coppie di amici sin troppo ospitali, che si rivelano però alla luce dei fatti forse ancora più indecise ed immature di lui. A differenza del film di Cosimo Messeri, ‘L’Ospite’ parte da un’idea curiosa, che promette bene per una mezzora, per poi però sgonfiarsi un po’ alla volta come un palloncino bucato. Da sufficienza stiracchiata, insomma, ma il regista, aggiustando il tiro, può fare molto meglio. Voto:

Ho volutamente messo in parallelo questi due film nostrani, che di certo non appartengono alla categoria degli indimenticabili e neppure, presumo, ne avevano l’ambizione, ma neanche di finire fra quelli che ti viene la voglia di abbandonare a metà, perché pur appartenendo entrambi al genere della commedia (sì, certo, ‘L’Ospite‘ affronta tematiche che possono figurare anche nella categoria del genere drammatico, ma comunque leggero) rappresentano l’occasione per misurare due opposti e due similitudini al tempo stesso. Non sembri un gioco di parole.

Metti una Notte‘ parte infatti con una gag che francamente sembra preludere ad una comicità piuttosto mediocre, peraltro pare persino copiata di sana pianta da una serie ‘comedy’ inglese, intitolata ‘The IT Croud‘. Il protagonista, che in questo caso è anche il regista del film, avendo l’impellenza di soddisfare un bisogno corporale proprio mentre l’aereo nel quale viaggia dalla Svizzera a Roma sta per atterrare (manco fosse alla fine di un volo transoceanico di ore ed ore, o abbastanza anziano da soffrire di problemi di resistenza vescicale da ipertrofia prostatica, comunque sia senza motivo per non essersi mosso per tempo, prima di arrivare a quel punto: ma lasciamo perdere queste ovvie obiezioni alla sceneggiatura), per cominciare si fa riprendere in malo modo da una hostess. Finalmente a terra poi, lo vediamo correre lungo i corridoi e le scale dell’aeroporto romano alla ricerca spasmodica di una toilette. Che trova ovviamente occupata, ma appena si libera di fianco quella dei portatori di handicap, s’infila dentro e quindi, essendo maldestro, prendendola per quella dello scarico, tira la funicella dell’allarme e gli addetti sono costretti ad intervenire per liberarlo. Non potendo però giustificare l’uso improprio di quel bagno, si finge a sua volta invalido e si fa trasportare in carrozzina e quindi caricare su di un’ambulanza sino a casa dello zio, spaventato nel ritrovarlo così conciato, sinché non coglie dai segni del nipote la natura simulata della menomazione. Insomma, una serie di situazioni sin qui una più strampalata ed incredibile dell’altra.

Dal canto suo invece ‘L’Ospite‘ inizia come se si trattasse di un film porno, con la testa di Guido fra le gambe di Chiara, sdraiata e nuda sul letto. Un’introduzione, in tutti i sensi, che non t’aspetti in un film del genere ma che dura pochi secondi, perché poco dopo lui emerge con in mano un preservativo, ahimè bucato, appena estratto perché era rimasto ‘dentro’, ma con tutte le conseguenze che ciò oramai potrebbe comportare. Il che però induce i due protagonisti, che sino a quel momento hanno basato la loro relazione sul concetto di ‘carpe diem’, a mettere in discussione il loro rapporto e mentre Chiara sarebbe disposta ad accettare la maternità e dare una svolta alla sua vita, Guido invece si sente soffocare, preso al collo dalle responsabilità che ne conseguirebbero. Il risultato di questo confronto è che Chiara, di punto in bianco si rende conto che non è con Guido che intende progettare il suo futuro e quindi gli chiede di lasciarla sola per qualche tempo per concederle la classica pausa di riflessione. Ma si sa poi come va a finire in casi del genere, novantanove volte su cento…

Fra i due film, sinora quello sul quale si potrebbe puntare di più è certamente quest’ultimo. I due opposti riguardano quindi l’incipit delle due opere che in un caso sembra prospettare sviluppi piuttosto insignificanti rispetto all’altra. Ma qualcosa cambia nel prosieguo, seppure ‘Metti una Notte‘ resta comunque nell’alveo della commedia scherzosa, surreale e sognante, mentre ‘L’Ospite‘ è certamente più ambizioso, trattando temi che hanno a che fare con la sociologia generazionale, con ampi spazi all’ironia, all’autocommiserazione ed alla rassegnazione al tempo stesso, senza trascurare di prendersi pure un po’ in giro. D’altronde lo stesso regista Duccio Chiarini appartiene alla categoria dei trentenni/quarantenni che, a dar retta alla sua opera, pare che spesso manifestino problematiche simili.

Nonostante Chiara, la sua compagna, o per meglio dire prossima ex, si sia adattata a svolgere il mestiere di guida ai turisti stranieri grazie alla padronanza della lingua inglese, anche se sogna più in grande, è Guido in realtà a condurci, suo malgrado ed utilizzando una curiosa prospettiva, cioè i divani di chi si offre di ospitarlo dopo la rottura con Chiara, in un tour sui malesseri che attanagliano soprattutto gli uomini della sua età, in genere nella loro vita, ma soprattutto nelle relazioni sentimentali, ancora gestite con una mentalità adolescenziale e goliardica, lontana cioè dall’assumersi responsabilità e comportamenti adeguati per stabilire legami maturi e stabili, come in realtà desidererebbe, almeno nel suo caso.  

L’opera prima di Cosimo Messeri, dal canto suo (e qui scattano le similitudini, che riguardano in particolare i due protagonisti maschili) propone questa figura di entomologo un po’ svampito, di nome Martino, tanto bravo presumibilmente con gli insetti quanto imbranato con il genere umano, specie in ambito amoroso, il quale incontra, per pura casualità, quella che crede di riconoscere in Tea, la compagna d’oratorio di molti anni prima, della quale lui era perdutamente infatuato, senza avere avuto però il coraggio di dirglielo, mentre lei non se lo filava per nulla (come fa a riconoscerla, però fra le tante che potrebbe incontrare, non dico andarci proprio a sbattere addosso, sulle strade di Roma… vabbé, lasciamo perdere anche in questo caso, la sceneggiatura: io non sono per nulla fisionomista, quindi sono portato a credere che siano tutti come me). Lui ritiene stavolta di aver fatto colpo, seppure con una trentina e forse più d’anni di ritardo, mentre lei lo considera comunque uno sfigato anche se non glielo dice apertamente, che però tutto sommato può tornare utile alla bisogna, come puntualmente si verifica poco tempo dopo.

Metti una Notte‘ sembra quindi indicare una traccia narrativa nel portare l’ingenuo Martino ad incontrare Tea, la quale, diciamolo subito, si capisce subito che il romanticismo non sa neppure dove sta di casa ma in compenso si crede furba, mentre nella realtà la sfigata sembra che sia lei, visto che oltre ad essere decisamente ignorante, si ritrova in un mare di guai e messa alle strette, poco dopo, da un paio di figuri con i quali è meglio non discutere e tanto meno avere debiti. Difatti si serve immediatamente del numero di telefono di Martino che ha memorizzato, guarda caso senza lasciargli il suo. L’entomologo è appena stato mollato dalla sua compagna in Svizzera ed è tornato in Italia proprio per riprendersi da quella delusione e ci casca come un pollo (come lo definisce la stessa Tea), illudendosi che l’interesse per lui della sua ‘dea’ di un tempo sia sincero, a maggior conferma, suppone Martino, se lei in caso di necessità, addirittura questione di vita o di morte, come gli sussurra, si è rivolta proprio lui, senza sospettare semmai, come poi puntualmente si renderà conto, che probabilmente è rimasto l’unico che ancora le può dare credito e prestarsi a salvarle la pelle, rischiando la sua… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Dunkirk’

DUNKIRK

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Regno Unito, USA, Paesi Bassi, Francia

Anno: 2017

Genere: Guerra, Storico, Drammatico

Durata: 106’ Regia: Christopher Nolan

Cast: Fionn Whitehead (Tommy), Tom Glynn-Carney (Peter), Jack Lowden (Collins), Harry Styles (Alex), Aneurin Barnard (Gibson), James D’Arcy (Colonnello Winnant), Barry Keoghan (George Mills), Kenneth Branagh (Comandante Bolton), Cillian Murphy (Soldato Scioccato), Mark Rylance (Mr. Dawson), Tom Hardy (Farrier), Billy Howle (Agente Petty)

CONTESTO NARRATIVO: Seconda Guerra Mondiale, fra il 26 maggio ed il 4 giugno circa 400 mila uomini delle forze anglo-francesi rimasero bloccati sulla grande spiaggia di Dunkirk o Dunkerque, secondo la pronuncia francese. Le divisioni tedesche impegnate nella ‘blitzkrieg’, cioè la guerra lampo, ruppero facilmente la linea Maginot e costrinsero i nemici ad una umiliante ritirata sino di fronte al mare della Manica. Gli aerei della Luftwaffe falcidiavano i soldati allo scoperto sull’immensa spiaggia, mentre alcuni ‘Spitfire’ inglesi volavano per raggiungere il più presto possibile Dunkirk e coprire le forze di terra. Winston Churchill, sfruttando una legge che glielo consentiva, requisì le imbarcazioni private di piccole dimensioni che a centinaia attraversarono la Manica per raggiungere Dunkerque ed imbarcare e salvare più soldati possibile, nonostante la presenza degli U-boot tedeschi che siluravano le navi più grandi appena preso il largo. L’obiettivo del premier britannico era di riuscire salvare almeno 30 mila soldati, fra i quali potrebbe esserci anche il giovane Tommy che nelle prime sequenze del film, assieme ad alcuni suoi commilitoni, sta percorrendo le vie di Dunkirk deserta per raggiungere le truppe alleate ammassate sulla grande spiaggia. Bersagliati dai cecchini tedeschi, solo Tommy riesce a raggiungere l’obiettivo, ma lo spettacolo che si trova davanti è tremendo: file di soldati allo scoperto ed alla completa mercé degli aerei tedeschi che li mitragliano impietosamente. Raggiunto uno isolato dagli altri che sta sotterrando un soldato, s’intendono con il solo sguardo e senza dire una parola per trasportare con una barella un ferito sino alla nave attraccata al molo che sta per partire e nella quale la precedenza all’imbarco è data proprio ai militari in gravi condizioni. Quando però i due credono di aver furbescamente ottenuto a loro volta il viatico per la Gran Bretagna, vengono fatti scendere, ma si nascondono sotto il ponte con l’intenzione di salire di nascosto sulla nave successiva. Appena la prima lascia il molo per prendere il largo però viene bombardata dagli aerei nazisti ed affondata. I due giovani allora si confondono con i naufraghi e riescono a raggiungere a nuoto una barca e poi a salire su un’altra nave giunta in soccorso, ma mentre Tommy accetta di scendere sottobordo dove vengono offerti tè caldo e cibo, l’altro resta prudentemente all’esterno, nonostante il freddo. Un siluro però poco dopo colpisce la nave e Tommy farebbe la fine del topo come molti altri se il silenzioso compagno all’esterno non si adoperasse altruisticamente per aprire il boccaporto bloccato, appena in tempo per consentire al compagno e pochi altri ‘fortunati’ di uscire, incluso Peter, un soldato che Tommy aveva conosciuto appena pochi istanti prima. Nuovamente sulla spiaggia, i tre soldati si uniscono ad altri che stanno raggiungendo un’imbarcazione arenata. Nelle loro intenzioni c’è di attendere l’arrivo dell’alta marea che sollevi il barcone ma i soldati tedeschi dapprima prendono la nave a bersaglio, quando poi si rendono conto che dentro ci sono nascosti degli uomini, intensificano gli spari così che la nave con l’alta marea imbarca acqua ed affonda. Si salvano solo Tommy e Peter, che però si era comportato vigliaccamente poco prima con il terzo compagno silente che è annegato assieme a molti altri. Nel frattempo stanno giungendo innumerevoli imbarcazioni di soccorso dalla Gran Bretagna, di ogni dimensione ed anche gli aerei inglesi duellano nel cielo con quelli nazisti. Tommy e Peter riescono a salire a bordo di uno di queste piccoli yacht condotto abilmente da Mr. Dawson, che aveva già soccorso un sopravvissuto in mare in stato di shock e la cui violenta reazione, quando aveva inteso che stavano navigando in direzione di Dunkirk, aveva provocato la morte involontaria del giovane George, il quale si era imbarcato offrendosi come aiutante. Giunti in Gran Bretagna, Peter teme che siano accolti negativamente dalla popolazione per l’esito fallimentare in Francia e la conseguente fuga, mentre invece la reazione della folla, al passaggio del treno che trasporta i superstiti, è di grande partecipazione e sostegno. L’ultimo aereo scampato di una formazione di tre che dopo aver combattuto strenuamente contro i tedeschi è infine rimasto senza carburante, è costretto ad atterrare sulla spiaggia dove il pilota viene fatto prigioniero. Nonostante le estreme difficoltà, sono stati salvati quasi 300 mila soldati inglesi e francesi e la disfatta nella pratica si trasforma in una sorta di vittoria morale che infonde coraggio agli inglesi nel prosieguo della guerra e spinge gli Stati Uniti ad uscire dalla neutralità per unirsi agli alleati e ribaltare le sorti del conflitto, sino a quel momento segnate nettamente a favore dei nazisti. 

VALUTAZIONE: un’opera straordinaria, questa di Christopher Nolan, che racconta in modo originale ed estremamente efficace la storia di uno degli episodi più umilianti subito dalle forze alleate all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Un film spettacolare, ma non nel senso del ‘blockbuster’, del periodo precedente l’entrata in guerra degli USA. L’originalità, che si trasforma in geniale trovata narrativa, risiede nell’assenza dei nazisti, che pure sono i protagonisti dell’accerchiamento e del tiro al bersaglio sui soldati alleati oramai inermi. Le forze tedesche infatti sembrano nemici perlopiù invisibili che sparano da terra, in cielo ed in mare, senza che appaia mai qualche loro volto o raggruppamento di truppe nel corso della trama, tutta rivolta quindi alla prospettiva degli anglo-francesi, con dialoghi ridotti al minimo e sequenze ad alto tasso di adrenalina ma non finalizzate ad una banale retorica esaltazione. Semmai ed evidenziare la brutalità della guerra e la drammaticità degli eventi. Uno dei film più riusciti e significativi che si possono trovare nel genere di appartenenza, recitato da attori per la gran parte sconosciuti ma molto bravi. Da non perdere! Voto:

…Sogno di dare alla luce un figlio che dica: Papà, che cos’era la guerra?…’

Che Christopher Nolan avesse del talento non era in discussione già prima di quest’opera, avendone dato ampia prova in precedenza, fra l’altro, con ‘Memento‘, ‘Insomnia‘, il trittico dedicato al personaggio di Batman (‘Batman Begins‘, ‘Il Cavaliere Oscuro‘ e ‘Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno‘), ma soprattutto con ‘Interstellar‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione). Nonostante ciò, è riuscito in un’impresa quasi impossibile, qualcuno potrebbe anche dire eccentrica e comunque ambiziosa solo ad immaginarla. Figuriamoci quindi a metterla in pratica con tanta bravura, in un film che rievoca un celebre e drammatico avvenimento della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto gli alleati anglo-francesi indietreggiare di fronte allo strapotere delle Panzer Divisionen naziste sino a trovarsi imbottigliati sull’immensa spiaggia di Dunkirk, senza via di fuga, se non per mare. Quindi a rievocare una sconfitta militare cocente e per certi versi persino imbarazzante da parte di un regista, un cast ed una troupe sostanzialmente inglesi.

La singolarità sta nel fatto che i nazisti, cioè i protagonisti in negativo del noto scontro, non si vedono. Com’è possibile, potrebbe chiunque legittimamente chiedere, soprattutto se conoscesse il contesto di quel gigantesco impiego di forze di terra, di mare e nel cielo, seppure con un esito a senso unico ed in realtà senza una battaglia vera e propria data la manifesta inferiorità? E invece, non solo le truppe tedesche non appaiono schierate, ma non se ne sente neppure un po’ la mancanza ai fini narrativi e difatti fra i personaggi presenti nel corso del film non ce n’è neanche uno con la divisa delle potenti e spietate divisioni naziste. Eppure stiamo parlando di 400 mila soldati francesi ed inglesi stretti d’assedio sulla terra, bombardati dagli aerei della Luftwaffe in cielo e dai sommergibili U-boot in mare. Uno strapotere strategico e tattico umiliante da parte della Germania, al punto da far concludere allo stesso premier britannico Winston Churchill che sarebbe stata già un’impresa riuscire a riportarne 30 mila in salvo in Gran Bretagna.

Come si era giunti però sino a quel punto? Dopo aver passato i confini di Olanda e Belgio, con una difficoltà pari ad infilare un coltello nel burro, le truppe naziste, forti di mezzi corazzati di gran lunga superiori rispetto a quelli francesi, avevano superato le colline e le foreste delle Ardenne, ritenute troppo superficialmente invalicabili dai francesi ed aggirando quindi facilmente le fortificazioni della Linea Maginot, avevano invaso il 10 maggio del 1940 il territorio d’oltralpe, senza trovare più ostacoli ed una efficace resistenza, spingendo l’esercito anglo-francese a ritirarsi sino alla grande spiaggia di Dunkirk, dove quattordici giorni dopo s’era trovato stretto in una morsa, senza più scampo e bersagliato da tutti i fronti.

Completamente privi di riparo su un’immensa spiaggia, i soldati dovevano fare i conti anche con la difficoltà aggiuntiva degli eventuali ma indispensabili aiuti via mare che rischiavano però di arenarsi sulla sabbia degradante dolcemente verso il mare aperto. La presenza di un solo molo a disposizione, al quale le navi più grandi potevano attraccare solo una alla volta per trasformarsi però anche in un facile bersaglio da colpire, costringeva le truppe anglo-francesi, disposte in lunghissime file in attesa dell’imbarco, al rischio concreto di essere mitragliate e bombardate dagli aerei tedeschi, praticamente senza colpo ferire. Churchill era talmente pessimista riguardo l’esito della rovinosa battaglia, che il comandante Bolton nel rispondere al colonnello Winnant, il quale gli chiedeva dove fosse l’indispensabile ed urgente supporto navale ed aereo per effettuare l’evacuazione dei soldati dalla spiaggia di Dunkirk, gli rivelava che Churchill a quel punto preferiva evitare di sprecare ulteriori preziose risorse lasciandole a difesa della madrepatria e quindi l’unica possibilità di aiuto sarebbe venuta semmai dalla requisizione delle piccole imbarcazioni e degli yacht civili, come previsto dalla legge in casi d’emergenza, per essere inviate al posto delle unità militari.

Pare che fossero molti anni che Christopher Nolan, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, coltivava l’intenzione di realizzare un film rievocativo di quella battaglia, se così si può definire, tutta volta, sia in termini di vittime e danni materiali inferti, a favore delle forze d’occupazione naziste. Numeri di una disfatta che furono imbarazzanti ed impressionanti; alla fine infatti gli inglesi persero comunque 236 navi, 106 aerei, oltre 84.000 mezzi militari, 77.000 tonnellate di munizioni e 90.000 soldati furono catturati ed imprigionati dai tedeschi. Eppure, nonostante l’evidenza dei dati, questa bruciante sconfitta si trasformò incredibilmente invece in una sorta di vittoria morale per gli inglesi… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Libri e Serie TV: ‘I Medici’

I MEDICI – UNA DINASTIA AL POTERE # UN UOMO AL POTERE # UNA REGINA AL POTERE

di Matteo Strukul

Scritti nel 2016/17

Anno di Edizione 2016/17; Pagine 382 – 376 – 374

Costo € 9,40 (tascabile € 4,66; eBook € 1,99 cad.)

Editore: Newton Compton Editore (Collana ‘Nuova narrativa Newton’)

I MEDICI – MASTERS OF FLORENCE # LORENZO IL MAGNIFICO # NEL NOME DELLA FAMIGLIA

 

 

 

Titoli Originali: omonimi

Nazione: Italia, Regno Unito

Anno: 2016-2019

Genere: Storico, Drammatico

Durata: 24 Episodi, 8 per ognuna delle tre stagione di durata circa 50′ cad.

Ideatori: Frank Spotnitz, Nicholas Meyer 

Regia: Sergio Mimica-Gezzan (stagione 1), Jon Cassar, Jan Maria Michelini (stagione 2) e Christian Duguay (stagione 3)

Cast: Richard Madden (Cosimo il Vecchio), Stuart Martin (Lorenzo di Giovanni de’ Medici), Dustin Hoffman (Giovanni di Bicci de’ Medici), Annabel Scholey (Contessina de’ Bardi), Guido Caprino (Marco Bello), Alessandro Sperduti (Piero di Cosimo de’ Medici – st. 1), Ken Bones (Ugo Bencini), Lex Shrapnel (Rinaldo degli Albizzi), Daniel Caltagirone (Andrea de’ Pazzi), Valentina Bellè (Lucrezia Tornabuoni – st. 1), Alessandro Preziosi (Filippo Brunelleschi), Eugenio Franceschini (Ormanno degli Albizzi), Sarah Felberbaum (Maddalena), Miriam Leone (Bianca), Michael Schermi (Ricciardo), Tatjana Nardone (Emilia), Valentina Cervi (Alessandra Albizzi), Brian Cox (Bernardo Guadagni), Daniel Sharman (Lorenzo il Magnifico), Bradley James (Giuliano de’ Medici), Julian Sands (Piero di Cosimo de’ Medici – st. 2), Sean Bean (Jacopo de’ Pazzi), Matteo Martari (Francesco de’ Pazzi), Filippo Nigro (Luca Soderini), Sarah Parish (Lucrezia Tornabuoni – st. 2-3), Alessandra Mastronardi (Lucrezia Donati), Synnøve Karlsen (Clarice Orsini), Aurora Ruffino (Bianca de’ Medici), Raoul Bova (Papa Sisto IV  – st. 2), John Lynch (Papa Sisto IV – st. 3), Sebastian de Souza (Sandro Botticelli), Alessio Vassallo (Marco Vespucci), Matilda Anna Ingrid Lutz (Simonetta Vespucci), Callum Blake (Carlo de’ Medici), Marius Bizau (Girolamo Riario – st. 2), Jack Roth (Girolamo Riario – st. 3), Francesco Montanari (Girolamo Savonarola), Johnny Harris (Bruno Bernardi), Toby Regbo (Tommaso Peruzzi

CONTESTO NARRATIVO: il primo romanzo, ‘Una Dinastia al Potere’, inizia nel 1429 quando muore per avvelenamento Giovanni de’ Medici. Gli succede il figlio Cosimo, il primogenito, addestrato ad occuparsi delle questioni politiche nel governo di Firenze, molto legato anche al fratello minore Lorenzo, più predisposto invece alla gestione economica della banca di famiglia. Il principale sospettato dell’assassinio è Rinaldo degli Albizzi che odiava Giovanni sin da quando quest’ultimo aveva promulgato la nuova legge del ‘catasto’ che penalizza le famiglie nobili più ricche di Firenze. Rinaldo trama quindi per eliminare i Medici ed i loro sostenitori e sostituirsi ad essi. A tale scopo, con la complicità di Palla Strozzi riesce a convincere i Dieci di Balia (il governo fiorentino) ad assediare Lucca, con l’obiettivo di tornare accolti da eroi, ma la guerra dura più del previsto, grazie all’alleanza fra il dittatore Paolo Guinigi ed il milanese Francesco Sforza, prosciugando le casse di Firenze. Cosimo e Lorenzo allora incontrano e corrompono Sforza, che tradisce Guinigi e conquista Lucca lasciandola però ai fiorentini. Scoppia di lì a breve la peste che falcidia la città ed i Medici, accusati di egemonia, perdono la maggioranza dei consensi nel governo fiorentino che elegge gonfaloniere un loro nemico, Bernardo Guadagni. Cosimo viene accusato di tirannia e megalomania per la costruzione di Santa Maria del Fiore e viene imprigionato nella torre dell’Alberghetto. Grazie all’intervento della moglie Contessina, riesce a comprare il suo esilio e la famiglia si trasferisce a Venezia, dove i due fratelli subiscono però un tentativo di avvelenamento, che per pura fortuna fallisce, ad opera di Laura Ricci, che odia profondamente i Medici, in combutta con il suo amante Schwartz, un mercenario al servizio di Rinaldo. Nel frattempo quest’ultimo, dimostrandosi incapace, non riesce a mantenere il governo di Firenze e cerca di diventarne allora il dittatore con la forza, tramite un golpe che viene però rintuzzato. Reclamato a gran voce, Cosimo de’ Medici e la sua famiglia tornano a Firenze, accolti trionfalmente. Rinaldo intanto si è rifugiato a Milano da Filippo Maria Visconti del quale è diventato però un vassallo. Cosimo, già alleato dei veneziani, conclude un accordo anche con Francesco Sforza e nella decisiva battaglia di Anghiari sconfigge l’esercito dei Visconti e dei mercenari assoldati da Rinaldo. Neanche un mese dopo aver ristabilito la pace, Lorenzo muore improvvisamente e Cosimo, stanco e addolorato, medita di ritirarsi, allietato dalla presenza del nipotino a sua volta battezzato Lorenzo e destinato a diventare il Magnifico.

In ‘Un Uomo al Potere’ la scena si sposta al 1469, quando Lorenzo è ancora giovane ma già uno stimato ed importante personaggio a Firenze, seppure con una passionale ed inconfessabile relazione, ben nota però ai più, con la bellissima nobildonna Lucrezia Donati. Contessina, sua madre, però ha in mente per lui un’altra sposa, Clarice Orsini, imparentata con il Papa Paolo II che garantisce una preziosa alleanza ed una ricca dote. Nonostante il matrimonio, al quale Lorenzo oppone solo una flebile resistenza, comprendendone le ragioni strategiche, continua però ad essere l’amante di Lucrezia. La morte prematura del padre Piero, lo costringe a farsi carico della sua eredità politica, con l’aiuto del fratello Giuliano per raggiungere due obiettivi: conservare alla famiglia Medici il benessere del Banco di famiglia, il potere ed il controllo politico di Firenze ed al tempo stesso adoperarsi con tutto se stesso per il benessere della città, del suo popolo e per dedicarsi allo sviluppo delle arti e della cultura che, soprattutto grazie a lui, nella città toscana trovano la loro ideale libertà di espressione. Il finanziamento per il completamento della cupola di Santa Maria del Fiore che sembrava impossibile, ad opera del geniale Filippo Brunelleschi, rappresenta l’apice del mecenatismo di Lorenzo il Magnifico che si circonda di numerosi artisti destinati ad uno straordinario futuro come Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci. L’ostilità e l’invidia dei Pazzi e di Girolamo Riario, nipote del papa Sisto IV, eletto nel frattempo, lo spingono ad intervenire contro Volterra per lo sfruttamento ed il commercio delle miniere saline, ma anche a sentirsi responsabile poi, seppure non lo avrebbe voluto, del sacco brutale della cittadina ad opera di Francesco Sforza ed i suoi uomini. Un rimorso che lo accompagnerà a lungo ma non sufficiente per scalzarlo dalla sua posizione dominante. I Pazzi ed i loro complici organizzano quindi la congiura, che da loro ha preso il nome, dentro il duomo durante la domenicale funzione e nel corso della quale viene massacrato a pugnalate il fratello Giuliano de’ Medici e ferito lo stesso Lorenzo il Magnifico, che riesce però miracolosamente a salvarsi e la cui vendetta è spietata nei confronti dei principali responsabili.

Con ‘Una Regina al Potere’ gli eventi si spostano molto più in avanti nel tempo, cioè al 1536, quando Caterina de’ Medici è la moglie di Enrico di Valois, erede al trono di Francia dopo la morte improvvisa del delfino Francesco. Bruttina di aspetto, è stata sospettata come altri della morte di quest’ultimo per gli ovvi vantaggi che ne traeva il marito nel succedergli come delfino, ma il Re Francesco I non ha creduto alle accuse. Poiché passa il tempo e non riesce a partorire un erede, Caterina rischia di essere ripudiata ma per sua fortuna, il Re Francesco l’ha presa in simpatia e posta sotto la sua ala protettiva, mettendo al suo servizio il solerte e fidato Monsieur Raymond de Polignac, capitano della seconda compagnia dei picchieri di Francia. Caterina in realtà si sente trascurata dal marito Enrico, nonostante lo ami profondamente e lui la ricambia con affetto ma non con la passione che dedica invece, senza nascondersi, al rapporto fedifrago con la bellissima Diana di Poitiers. Caterina quindi è costretta a sopportare l’umiliazione e la presenza della rivale, temendo l’influenza che esercita nei confronti di Enrico. Per risolvere i problemi di fertilità, Caterina incarica Polignac di trovare l’astrologo Michel de Nostredame e grazie ai suoi consigli resta finalmente incinta. Il che non dispiace affatto a Diana, che così impedisce a Enrico di cercarsi un’altra moglie per ottenere l’indispensabile erede, con tutti i rischi che il cambiamento potrebbe rappresentare anche per lei. Caterina ha avuto in seguito molti figli ed alla morte di Federico I e di Enrico poi, che gli era succeduto, nonostante molti ritenessero che non avesse alcuna chance per riuscire a conservare il potere, in realtà l’erede dei Medici lo mantenne con grande oculatezza e polso, al fianco dei tre suoi figli che si succedettero alla corona di Francia (Francesco II, Carlo IX, Enrico III), grazie anche ai fedeli servigi di Monsieur Raymond de Polignac, che la protesse fedelmente sino alla di lui morte. Soltanto dopo, Caterina si rese conto quanto fosse preziosa la sua discreta presenza e dedizione.

Escludendo il terzo romanzo su Caterina de’ Medici, la cui figura non è compresa nella Serie TV, i fatti salienti si sovrappongono a quelli dei romanzi, eccetto la battaglia di Anghiari che è stata ignorata, forse per ragioni di budget ma certamente a torto data l’importanza della stessa, mentre invece sono state modificate alcune figure caratteriali rispetto ai romanzi ed alla realtà stessa dei fatti, così come risultano dai documenti storici. Ad esempio Clarice Orsini durante la terza stagione della serie TV sembra infine conquistare il cuore di Lorenzo il Magnifico sino ad alimentare una passione che lo allontana dalla sua amante e della cui veridicità non vi è effettivo riscontro storico. Semmai è assodato e la serie TV lo mostra efficacemente, il ruolo che assunse Clarice a livello politico, piuttosto anomalo a quel tempo almeno pubblicamente anche per una nobildonna di un grande casato ed è un’evidenza che nel romanzo di Strukul non gode di pari riscontro.

VALUTAZIONE: tre romanzi (cui se n’è aggiunto un quarto in seguito), oltre mille pagine, che raccontano la saga della più grande famiglia fiorentina e secondo alcuni addirittura d’Italia e d’Europa, considerato il ruolo che ha avuto nello sviluppo delle arti e del Rinascimento italiano e l’influenza che ha esercitato anche nelle corti al di là delle Alpi. Matteo Strukul ha suddiviso i tre tomi dedicandoli rispettivamente a Cosimo de’ Medici, Lorenzo il Magnifico e Caterina de’ Medici. C’è storia e fantasia mischiate fra loro (ad esempio i personaggi inventati di Laura Ricci e il mercenario svizzero Schwartz), adattamenti ad uso narrativo (come l’avvelenamento di Giovanni di Bicci de’ Medici, nella realtà morto di vecchiaia) e numerose altre forzature immaginarie rispetto alla realtà storica dei fatti e dei personaggi. Ci sono però anche ritmo, dialoghi opportunamente costruiti ma funzionali e soprattutto continui colpi di scena, nel tentativo da parte di alcune famiglie fiorentine rivali dei Medici di scalzarli dal potere e dal consenso popolare. Manca semmai un po’ lo sviluppo della componente artistica, che resta di contorno alle vicende politiche, alle storie amorose ed ai contrasti familiari. Un maggiore approfondimento al riguardo dell’epoca culturale rinascimentale avrebbe dato peso specifico più sostanzioso almeno ai primi due romanzi, ma nonostante ciò nel complesso sia gli stessi che la serie TV rappresentano una buona occasione per approcciare la storia dei Medici in una Firenze incredibilmente creativa ed attiva nella quale operavano artisti del calibro di Filippo Brunelleschi, Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti. Voto:

Nella Serie TV, suddivisa a sua volta in tre stagioni da otto puntate ciascuna ed incentrata rispettivamente sulle figure di Cosimo de’ Medici, la prima e Lorenzo il Magnifico nelle altre due, gli ideatori Frank Spotnitz e Nicholas Meyer, analogamente al romanziere Matteo Strukul, si sono presi parecchie libertà narrative rispetto alla storia documentata della grande famiglia fiorentina ed agli avvenimenti che l’hanno vista protagonista: dall’avvento di Cosimo a capo del governo di Firenze sino alla morte di Lorenzo. Anche in questo caso, più che gli aspetti artistici, prevalgono quelli sentimentali e gli intrighi di palazzo che portano spesso ad episodi drammatici nella contrapposizione fra i Medici e gli Albizzi prima ed i Pazzi poi. Al di là di questi limiti, la Serie TV, che vede protagonisti attori nostrani ed internazionali, in alcuni casi di notevole appeal, è apprezzabile e coinvolgente, pur senza ricorrere a scene di particolare violenza, nonostante tutta la loro vicenda ne sia permeata e che potrebbero risultare indigeste agli animi più sensibili. Voto:   

Quando ci si immerge nella storia di una famiglia così importante e famosa come i Medici, con l’obiettivo di trarne perlomeno a grandi linee una sintesi, ci si sente soverchiati da un compito che si presenta sin dall’inizio improbo. La stessa lettura, uno dietro l’altro, di tre dei quattro romanzi che compongono la tetralogia a loro dedicata da Matteo Strukul e poi, a rincarare la dose personale, la visione in sequenza delle tre stagioni della Serie TV (trasmessa sui propri canali dalla RAI fra il 2016 ed il 2019 ed attualmente disponibile solo su Prime Video di Amazon), vale a dire ventiquattro puntate per altrettante ore totali, più o meno, non è dovuta ad una mia inclinazione al masochismo, quanto semmai al piacere della conoscenza ed al rispetto per la storia di questa straordinaria famiglia fiorentina, unito alla curiosità di un ravvicinato raffronto dei rispettivi approcci e sviluppi narrativi fra quanto scritto e ciò che è stato messo in scena. Ed a proseguire, dalla comparazione di entrambi questi strumenti narrativi, con i fatti realmente accaduti ed i personaggi coinvolti, in base alle documentazioni disponibili. Il che, ci se ne rende conto solo a posteriori, richiede uno sforzo che genera, forse inevitabilmente, un po’ di confusione fra le varie versioni. Di certo i fatti ed i personaggi si sovrappongono, nel corso del tempo necessario alla corposa lettura e all’altrettanto lunga visione, così come molti particolari e passaggi che differiscono fra loro, a meno di non prenderne nota di volta in volta. Ma è più facile ovviamente ricordarsi l’importanza di alcuni di essi a posteriori, piuttosto che nel mentre.

Il lettore e/o lo spettatore comunque si rassicuri: che si scelgano i romanzi o la serie TV, oppure entrambi come nel mio caso, non s’ha da pentirsene perché in ogni caso, pur con alcuni limiti, meritano ampiamente l’attenzione, ed il tempo necessario per completarli, può trasformarsi in una sorta di viaggio nel tempo alla riscoperta di personaggi ed opere che sono diventate immortali ed invidiate da tutto il mondo. Forse anche per questo ho deciso, dopo avere riassunto il più brevemente possibile la storia dei Medici e degli eventi salienti che li riguardano, confrontandoli con quelli descritti dai biografi e dagli studiosi dell’epoca, dei quali ho consultato alcune fonti qua e là su Internet senza andare però troppo in profondità perché non è ovviamente questa la sede e neppure lo scopo di questa recensione, di scriverne qui di seguito un po’ a braccio, per così dire. Mi limiterò cioè a mettere in risalto alcune differenze fra i romanzi, la serie TV e la storia così come effettivamente riportata, non escluse alcune curiosità che forse colpiranno il lettore non particolarmente addentro all’argomento, ma che sono comunque significative del periodo storico e dei protagonisti che l’hanno reso così significativo, a corredo di quanto già detto in precedenza nella sezione del contesto narrativo e della valutazione globale.

Sia Matteo Strukul nei suoi romanzi che gli ideatori della serie TV, Frank Spotnitz e Nicholas Meyer, sono infatti ricorsi a numerosi espedienti narrativi che esulano o contrastano dalla verità storica. Le ragioni possono essere molteplici: per esigenze di sceneggiatura, per limiti dei costi, per rendere più appetibile la storia al lettore e/o allo spettatore e via di questo passo, ma non certo per ignoranza, se è vero che lo scrittore padovano, ad esempio, si è lungamente documentato e quindi a ragion veduta ha inserito nella trama delle sue opere alcune variazioni, sia riguardo gli episodi che i protagonisti e gli eventi che li riguardano, così come alcune figure di fantasia create appunto ad hoc. D’altronde stiamo parlando di romanzi e non di saggi. Le due più evidenti sono la bellissima ma pericolosissima Laura Ricci e il mercenario svizzero Schwartz. Lei odia i Medici sin da quando era ancora una schiava, perché li ritiene colpevoli della violenza che ha subito un giorno da un soldato che portava una tunica con il simbolo di quel casato: sei bisanti, detti volgarmente ‘palle’, di colore rosso arancio su sfondo dorato. Laura verrà a sapere solo molto tempo dopo che il protagonista di quell’atto spregevole aveva indossato la tunica medicea sottratta ad un soldato nemico morto in battaglia, per sfuggire a sua volta alla cattura. 

E qui nasce la curiosità riguardo il significato di quell’emblema, fissato in numero di sei ‘palle’ al tempo di Lorenzo il Magnifico ma che in precedenza ne aveva contate addirittura sino ad undici ed a Firenze pare si trovino ancora oggi alcune testimonianze esposte di un numero variabile delle stesse. Quel che è certo è che quella posta più in alto, di colore azzurro, mostra il disegno di tre gigli dorati dei Reali di Francia, in seguito al privilegio concesso nel 1465 dal Re Luigi XI. Sul significato delle altre ‘palle’ poi ci sono innumerevoli supposizioni: fra le più accreditate, che rappresentano delle arance, piante che erano sempre presenti nei giardini delle ville medicee; qualcun altro ha ipotizzato che rappresentino delle monete, data l’attività bancaria della famiglia (che in origine invece si occupava di tessitura); altre interpretazioni le associano persino a pillole medicinali miracolose, dalle quali poi ne sarebbe conseguito il cognome; più crudelmente ancora, il numero delle teste di alcuni importanti nemici, messe a testimonianza ed avvertimento. Ma si potrebbe continuare a lungo. Di documentato semmai c’è il fatto che i sostenitori dei Medici si sostenevano a vicenda al grido di ‘palle, palle…‘ e che perciò erano chiamati ‘palleschi‘, in contrapposizione ai ‘piagnoni‘ che erano invece i sostenitori della teocrazia imposta dall’intransigente frate Girolamo Savonarola, ben testimoniata verso la fine della terza stagione della serie TV… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Musica: ‘Banco Del Mutuo Soccorso’, ‘Darwin!’ e ‘Io Sono Nato Libero’

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
‘Banco del Mutuo Soccorso’, ‘Darwin!’ e ‘Io Sono Nato Libero’
Anni: 1972-73

Genere: Rock Progressive, Art Rock
Etichetta: Dischi Ricordi
Nazione: Italia

  • Banco del Mutuo Soccorso – Lato A
    • In volo – 2:12
    • R.I.P. (Requiescant In Pace) – 6:32
    • Passaggio – 1:12
    • Metamorfosi – 10:52
  • Banco del Mutuo Soccorso – Lato B
    • Il giardino del mago – 18:24
      …passo dopo passo
      …chi ride e chi geme…
      …coi capelli sciolti al vento…
      Compenetrazione
    • Traccia – 2:05
  • (2) Darwin! – Lato A
    • L’evoluzione – 14:03 / 16:46 (1991 Edition)
    • La conquista della posizione eretta – 8:35 / 9:59 (“)
  • (2) Darwin! – Lato B
    • Danza dei grandi rettili – 3:45 / 4:15 (1991 Edition)
    • Cento mani e cento occhi – 5:27 / 6:04 (“)
    • 750.000 anni fa…l’amore? – 5:41 / 7:54 (“)
    • Miserere alla storia – 6:01 / 6:18 (“)
    • Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde…non ne ho! – 3:31 / 3:24 (“)
  • (3) Io Sono Nato Libero – Lato A
    • Canto nomade per un prigioniero politico – 15:43
    • Non mi rompete – 5:03
  • (3) Io Sono Nato Libero – Lato B
    • La città sottile – 7:10 (Gianni Nocenzi)
    • Dopo…niente è più lo stesso – 9:54
    • Traccia II – 2:39 – Brano strumentale
  • Francesco Di Giacomo – voce
  • Vittorio Nocenzi – organo Hammond, clarino, voce, clavicembalo (2), sintetizzatore (2), spinetta (3)
  • Gianni Nocenzi – pianoforte, clarinetto piccolo mib, voce, ottavino (2)
  • Marcello Todaro – chitarra elettrica, chitarra acustica, voce
  • Renato D’Angelo – basso, contrabbasso (2), chitarra acustica (3)
  • Pierluigi Calderoni – batteria, timpani (2), percussioni (3)
  • Rodolfo Maltese – chitarra acustica (3), chitarra elettrica (3)

VALUTAZIONE: il Banco del Mutuo Soccorso, con la Premiata Forneria Marconi, è il gruppo più significativo della migliore stagione del rock progressive italiano degli anni settanta, con marcate connotazioni derivanti dalla tradizione storica musicale (ma anche linguistica) italiana. I primi tre album sono uno più bello e creativo dell’altro, pur nelle evidenti diversità. Il primo, non sembri una contraddizione, è sorprendente per originalità e maturità, a testimoniare la qualità assoluta già raggiunta dalla band sin dalla opera d’esordio. Il secondo è un ‘concept album’ nel quale, utilizzando allegoricamente l’opera di Charles Darwin, la band rivolge il suo sguardo al passato, cogliendo spunti per denunciare le storture e l’eterna contraddittorietà della natura e della società umana, in un tappeto musicale di notevole fantasia e qualità compositiva. Il terzo album è forse il più equilibrato e compiuto dei tre, un inno alla libertà d’espressione, contro la guerra e l’alienazione umana, ma nel rappresentare il punto forse più alto della loro produzione testuale e musicale ne segna anche il limite, seppure in seguito non sono mancate opere di tutto rispetto come, ad esempio, la colonna sonora del film ‘Garofano Rosso’ di Luigi Faccini.

‘…Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo, sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini, ma lascia che io veda la verità
E possa poi toccare il giusto….
…Da qui, messere, si domina la valle, ciò che si vede è.
E se l’imago è scarno al vostro occhio, scendiamo a rimirarla da più in basso
E planeremo in un galoppo alato, entro il cratere ove gorgoglia il tempo
…’

Una delle peculiarità distintive che emerge dall’ascolto del primo album del Banco del Mutuo Soccorso, oltre alla curiosità della forma a salvadanaio della cover del disco in vinile, una chicca per chi è riuscito a conservarne una copia originale e non la riproposizione a formato classico quadrato riproposta in seguito, è la presenza nei testi dei loro brani di riferimenti storici e letterari, come l’Astolfo nominato nella traccia d’apertura del disco d’esordio omonimo, qui sopra citata, che s’ispira al personaggio dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Oppure d’impegno etico-pacifista e socio-ecologico, come nel secondo e terzo album, nei quali è presente però anche una forte componente metaforica.

Un parlato di stile medioevale, specie nella seconda strofa, evidente anche nell’impostazione della voce, che sembra provenire da un mondo molto lontano, sorretto da uno sfondo sonoro dai toni ansiosi e di attesa per qualcosa che sta per avvenire, è l’incipit del brano ‘In Volo‘ che introduce il loro primo album, il cui titolo è semplicemente il nome scelto dalla band, fantasioso com’era di moda a quel tempo. Neanche il tempo di adattarsi a questo inusuale schema che, subito dopo, la musica esplode letteralmente, carica e prepotente, in quella che rappresenta tuttora una delle tracce più note e riuscite di tutto il panorama rock progressive italiano, cioè ‘R.I.P. (Requiescant in Pace)‘. Sei minuti e mezzo di straordinaria tensione emotiva musicale, spalmata su una lirica contro la guerra, di struggente poesia e potenza figurativa, cantata dall’inconfondibile voce tenorile, straordinaria ed immediatamente riconoscibile, del compianto Francesco Di Giacomo.

‘…Cavalli, corpi e lance rotte si tingono di rosso, lamenti di persone che muoiono da sole, senza un Cristo che sia là.
Pupille enormi volte al sole, la polvere e la sete, l’affanno della morte lo senti sempre addosso, anche se non saprai perché.
Requiescant in pace. Requiescant in pace. Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Su cumuli di carni morte hai eretto la tua gloria ma il sangue che hai versato su te è ricaduto. 
La tua guerra è finita, vecchio soldato…’.

E’ solo la prima parte del testo, ma già si comprende come il Banco del Mutuo Soccorso sia agli antipodi rispetto alle tematiche usuali di molti autori e canzoni popolari nostrane, persino dello stesso panorama prog; per non parlare poi della gran parte di quelle inglesi e americane, anche di interpreti celebrati, i cui testi tradotti spesso (anche per ragioni di metrica, intendiamoci) sono d’imbarazzante e/o nullo contenuto, per fortuna se così si può dire, di chi non conosce la lingua inglese, perché così chiunque se li può immaginare come meglio crede. ‘R.I.P.‘ è un brano straordinario per accuratezza del testo, per il ritmo incalzante che s’alterna a momenti di struggente lirismo, per l’arrangiamento complessivo e la struttura armonica. Tutti fattori che si esaltano ovviamente in versione live, come nel video qui sotto proposto, 

Non è quindi un’eresia l’affermazione di chi sostiene che se il Banco fosse stato un complesso (come si diceva una volta) inglese o americano, avrebbe conquistato il mondo. Buon occhio ed orecchio aveva avuto infatti il grande Greg Lake (del celebre trio ‘Emerson, Lake & Palmer’) quando aveva convinto il gruppo, assieme alla P.F.M., ad entrare a far parte della sua etichetta discografica Manticore che consentiva loro una visibilità internazionale, incluse tournée in giro per il mondo. In una di queste il Banco si esibiva prima dei Gentle Giant e nonostante quest’ultima band fosse di altissimo livello (clicca sul nome della medesima se vuoi leggere una mia panoramica sulla loro produzione), Francesco di Giacomo, i fratelli Vittorio e Gianni Nocenzi, Marcello Todaro, Renato D’Angelo e Pierluigi Calderoni non sfiguravano affatto ed anzi hanno conquistato numerosi estimatori all’estero in quell’occasione ed in altre, non sufficienti però purtroppo per compiere il salto di qualità per la definitiva consacrazione a livello globale. Fra l’altro, curiosità vuole che la cover del primo album dei Gentle Giant mostra in primo piano un viso rotondo e barbuto che assomiglia in maniera impressionante ad una caricatura di Francesco Di Giacomo. O forse è quest’ultimo che si è ispirato a quel personaggio, chissà… 

Comunque lo stesso Greg Lake aveva voluto che sia con il Banco che con la P.F.M. incidessero nuovamente una selezione dei primi album con i testi in lingua inglese, ma oltre alle liriche anche il sound del Banco, ancor più della P.F.M., è radicato espressamente nella tradizione musicale italiana e quindi di più difficile esportazione, oltreché di complicato adattamento/traduzione nella lingua inglese (infatti per la P.F.M. aveva riscritto completamente i testi il poeta Pete Sinfield, prestigioso autore dei testi dei King Crimson). Veniva a mancare quindi, tranne qualche eccezione, l’indispensabile coinvolgimento ed immedesimazione da parte del pubblico al di fuori dai nostri confini. E dire, che sia dal punto di vista dell’amalgama fra i componenti, che presi singolarmente i musicisti, il Banco del Mutuo Soccorso (o semplicemente Banco per il mercato estero) è costituito per la gran parte da virtuosi dei rispettivi strumenti. Di sicuro, lo sono sia Vittorio che Gianni Nocenzi alle tastiere, lo è anche il batterista e percussionista Pierluigi Calderoni, così come Rodolfo Maltese alle chitarre, che ha sostituito Marcello Todaro e con il suo ingresso ha arricchito ulteriormente la cultura musicale del gruppo, come si può riscontrare nel terzo album di questa serie.

Nei miei ricordi personali, come scrissi anche a proposito della Premiata Forneria Marconi e dei loro primi due album (clicca se vuoi leggere la mia recensione al riguardo) c’è quello di aver assistito ad un concerto del Banco Del Mutuo Soccorso dentro il teatro Monteverdi di La Spezia (oggi purtroppo scomparso, nonostante avesse un’acustica stupenda e si trovava nella piazza dalla quale si sale alla stazione ferroviaria) e mi aveva impressionato per la qualità e la personalità sia scenica, soprattutto grazie alla figura carismatica di Francesco Di Giacomo, che musicale e tecnica della band. A riascoltare oggi i tre album che ho preso a riferimento, si sente inevitabilmente l’appartenenza degli stessi ad un periodo musicale estraneo rispetto a quello odierno che va per la maggiore, ma nonostante ciò, d’immutata piacevolezza. Così come è indiscutibile la loro qualità compositiva e la ricerca di un punto d’incontro ideale fra cultura, impegno civile e identità nell’ambito del rock progressive. Nel corso degli anni la band ha cambiato alcuni dei suoi componenti e ne ha aggiunti altri; su Youtube sono presenti molti video a testimonianza ed alcuni dei loro brani classici sono stati spesso re-interpretati più volte, anche in maniera formalmente convincente rispetto agli originali, che comunque conservano tuttora tutto il loro fascino ed attrattiva… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Green Book’ e ‘A Spasso Con Daisy’

GREEN BOOK

Titolo Originale: omonimo

Nazione: USA

Anno: 2018

Genere: Drammatico, Sociologico, Biografico, Musicale, Commedia

Durata: 125’ Regia: Peter Farrelly

Cast: Viggo Mortensen (Frank ‘Tony Lip’ Vallelonga), Mahershala Ali (Don Shirley), Linda Cardellini (Dolores Vallelonga), Mike Hatton (George), Don Stark (Jules Podell), Sebastian Maniscalco (Johnny Venere), P. J. Byrne (il Produttore Discografico), Brian Stepanek (Graham Kindell), Iqbal Theba (Amit), Dimiter D. Marinov (Oleg), Joseph Cortese (Giò Loscudo), Brian Stepanek (Graham Kindell)

CONTESTO NARRATIVO: 1962, New York. Il buttafuori di origine italiana Frank Vallelonga, detto ‘Tony’, resta disoccupato perché il locale notturno dove era occupato chiude per ristrutturazione. Frank è un uomo piuttosto rozzo, sboccato, anche un po’ razzista che non bada ai mezzi più scorretti per farsi amico un boss della malavita italo-americana con la quale d’altronde ha già collaborato in passato. Avendo moglie e due figli da mantenere, non può accontentarsi di guadagnare qualche dollaro in scommesse ‘alimentari’, perciò quando viene contattato per un posto da autista si presenta fiducioso all’appuntamento e scopre che in realtà è in corso una selezione. Quando finalmente viene il suo turno, un domestico di origine indo-asiatica lo introduce dentro una lussuosa camera riccamente addobbata nella quale pochi istanti dopo si trova di fronte un nero distinto e dal linguaggio raffinato, che veste una vistosa tunica afro-tradizionale e si siede su una specie di trono. In realtà si tratta di Don Shirley, famoso pianista che sta cercando un autista e collaboratore per compiere un tour assieme ad altri due musicisti bianchi del suo trio negli Stati del Sud, una destinazione piuttosto insolita e rischiosa per un nero. Il compenso sarebbe anche buono per Frank ma si tratta di viaggiare per quasi due mesi lontano dalla famiglia e lui rifiuta giacché prevale l’imbarazzo di fare da autista ad un uomo di colore e doverlo servire anche per altre incombenze che ritiene umilianti. Qualche giorno dopo suona il telefono a casa di Frank ed è Don che chiede di parlare con Dolores, la moglie di Frank, rassicurandola e convincendola della bontà della sua offerta. La casa discografica di Shirley però è disposta a pagare per il momento la metà della cifra pattuita, il resto soltanto quando il tour sarà stato regolarmente completato. Una volta partiti, emergono  immediatamente le abissali differenze culturali fra Don e Frank. Don è educato e raffinato, ligio ai dettami di rispetto della natura ed ai principi di onestà, mentre Frank è abituato da sempre ad arrangiarsi, a badare al sodo ed ad tenere comportamenti tutt’altro che educati, persino quando mangia. Piano piano però entrambi imparano a conoscersi meglio ed a rispettarsi, persino a sforzarsi di entrare nella mentalità dell’altro ed apprenderne il meglio, tralasciando il resto. Sin dal primo concerto Frank ha modo di rendersi conto delle capacità e del successo che il trio, ma soprattutto Shirley al pianoforte, riscuote fra un pubblico, costituito però solo da bianchi. Don è anche un uomo che soffre di solitudine ed ogni sera l’affoga in una bottiglia di whisky nella sua stanza o terrazzino del motel dove alloggiano in camere separate. Mano a mano che scendono nel profondo sud le difficoltà aumentano a causa delle regole di segregazione riguardo i neri sempre più stringenti ed umilianti per Don, ma anche per la sua testardaggine nel non accettare l’ipocrisia di essere applaudito da star durante le esibizioni e poi essere rifiutato nei ristoranti e nei negozi dove è permesso di entrare solo ai bianchi. Dopo essere finiti persino in galera una notte, a causa di una reazione di Frank ad un poliziotto che l’ha offeso, per uscire dalla quale Don ha dovuto fare ricorso niente meno che al suo amico Bob Kennedy, rischiano ancora grosso quando Shirley, per vincere la solitudine, si spinge da solo in una sauna dove viene preso di mira da un paio di poliziotti che Frank, accorso dopo essere stato avvisato, riesce a corrompere oppure in un bar dove Don viene preso di mira da tre razzisti bianchi e si salva solo grazie ancora all’intervento di Frank che minaccia di far uso della pistola che nasconde dietro la schiena. Arrivano comunque all’ultima data, completata la quale entrambi riscuoterebbero la seconda parte dei rispettivi compensi, ma… 

A SPASSO CON DAISY

Titolo Originale: Driving Miss Daisy

Nazione: USA

Anno: 1989

Genere: Commedia, Drammatico

Durata: 99’ Regia: Bruce Beresford

Cast: Jessica Tandy (Daisy Werthan), Morgan Freeman (Hoke Colburn), Dan Aykroyd (Boolie Werthan), Patti LuPone (Florine Werthan), Esther Rolle (Idella), Clarice F. Geigerman (Nonie), Muriel Moore (Miriam), Sylvia Kaler (Beulah), Joann Havrilla (Miss McClatchey), William Hall Jr. (Oscar), Indra Thomas (Cantante Solista) Ray McKinnon (Agente 1), Ashley Josey (Agente 2)

CONTESTO NARRATIVO: nel breve periodo che intercorre fra la fine della Seconda Guerra Mondiale e quella che vedrà gli americani impegnati nel conflitto in Corea, nello stato del sud della Georgia un’anziana vedova ebrea di origine tedesca, Daisy Werthan, vive in una bella casa con giardino, mentre il figlio Boolie dirige la florida azienda tessile fondata dal padre. Daisy ha da tempo al suo servizio una collaboratrice domestica nera, Idella, la quale è riuscita nel corso degli anni a convivere e sopportare il carattere risoluto, testardo e spesso insopportabile della padrona di casa. Il figlio e la moglie Florine vivono in un’altra abitazione, non distante da quella di Daisy e Boolie corre ogni volta che la madre lo chiama per qualche problema, ma ha imparato nel tempo comunque a gestirne la personalità senza farsi soffocare. Amante dell’indipendenza, nonostante la già venerabile età, Daisy ha un’auto che guida per andare al supermercato o al cimitero, ma una mattina, uscendo dal parcheggio di casa, perde il controllo della vettura e per poco non finisce dentro una roggia. Hoke è un nero non più giovane che un giorno si fa notare da Boolie nel risolvere abilmente un problema con l’ascensore dell’azienda. Quando quest’ultimo viene a sapere che tempo addietro Hoke faceva l’autista, gli propone di assumerlo con lo stesso incarico per la madre, ad insaputa di quest’ultima. La reazione della stessa scoraggerebbe chiunque ma non Hoke che ha bisogno di quel lavoro e resiste stoicamente ai continui atti di ostilità, ingenerosità ed alle imposizioni di Daisy. Con pazienza certosina però piano piano riesce a farsi accettare e ad accompagnare in auto l’anziana donna, instaurando con lei nel tempo un rapporto di dialogo e fiducia, sino a diventare indispensabile, quando Idella improvvisamente muore. Hoke, sempre rispettoso ma senza rinunciare alla sua dignità personale, non sa leggere, guarda le figure sui giornali, quando lo ammette di fronte a Daisy, che una volta faceva l’insegnante, gli regala un metodo efficace per imparare. Passata la novantina, la vecchia donna improvvisamente non c’è più con la testa e viene ricoverata in una casa di riposo dove Hoke va comunque fedelmente a trovarla, ma anche lui deve fare i conti con l’età ed è la nipote ora a guidare la sua auto. Durante una visita con Boolie a sua madre, quest’ultima chiede espressamente di rimanere sola con Hoke, dal quale accetta di buon grado di farsi imboccare perché le tremano le mani.

VALUTAZIONE: due contesti diversi, con i protagonisti a parti invertite, ma simili per contenuti e significato. Sia Peter Farrelly che Bruce Beresford hanno realizzato due splendidi film che colpiscono profondamente nell’animo, tematicamente molto attuali riguardo i vari modi di manifestare il razzismo, ma non solo, nonostante le due opere siano state realizzate a distanza di trentanni una dall’altra. L’interpretazione di Jessica Tandy in ‘A Spasso con Daisy’ è impressionante. Il tema della segregazione e della prevenzione dei bianchi verso i neri sono trattati con garbo ma in maniera profonda ed efficace, a tratti persino commovente. Due film che non dovrebbero mancare in qualsiasi videoteca che si definisca tale e che, al di là delle ragguardevoli interpretazioni, danno pieno valore al cinema come strumento di formazione e di consapevolezza etica. Voto per entrambi: 

Dopo aver visto ‘Green Book‘, sono andato a recuperare subito ‘A Spasso con Daisy‘ che avevo visto parecchi anni fa. Ne ricordavo infatti i tratti distintivi e li ho subito associati a quelli del film, più recente, di Peter Farrelly. Rispettivamente premiati con tre e quattro Oscar, al di là di questi riconoscimenti che in termini assoluti lasciano il tempo che trovano, non si può comunque che rimanere ammirati da queste due opere che, ai numerosi pregi tecnici, sommano anche temi di toccante umanità, ahimè quanto mai attuali e vicende che, a seconda dei momenti, si presentano di volta in volta narrativamente sorprendenti, ironiche, divertenti, arroganti e commoventi.

Al centro ci sono, in entrambi i casi, un autista ed il suo datore di lavoro. Solo che nelle due opere i ruoli, nel senso del colore della pelle, sono invertiti. Nel più classico ‘A Spasso con Daisy‘ un’anziana ebrea di origine tedesca, nata povera ma poi diventata benestante, grazie alle capacità del padre che ha messo su una piccola impresa tessile e l’ha poi trasformata in una grande azienda nei dintorni di Atlanta, è costretta dal figlio, dopo aver rischiato di farsi male guidando l’auto, a farsi accompagnare da un autista nero, che lei inizialmente rifiuta sdegnosamente. Non perché sia di colore, poiché lei afferma a più riprese di non avere prevenzioni al riguardo, bensì perché è sempre stata orgogliosa della sua indipendenza e per giunta non ha mai voluto ostentare in pubblico il suo benessere economico.

In ‘Green Book’ invece è Don Shirley, un acclamato pianista nero, ad avere bisogno di un autista e collaboratore, che abbia però anche doti di determinazione e coraggio, visto che lo dovrà accompagnare per due mesi in uno strano e pericoloso tour (per un uomo di colore) negli stati più razzisti degli USA del Sud, da lui però fortemente voluto, e se lo sceglie bianco, ovviamente. La casa discografica infatti ha preteso di pagare per intero i costi, sia al pianista che ai suoi due accompagnatori al violoncello ed al contrabbasso, i quali sono però bianchi (uno addirittura di origine russa, lingua che parla correntemente Don, assieme ad altre, avendo lungamente viaggiato pure all’estero) ed anche all’autista, solo se saranno regolarmente completate tutte le date in programma. A tale scopo, per evitare eventuali ma anche presumibili problematiche durante il tour, il produttore discografico consegna all’autista di Don, ovvero Frank Vallelonga, un volumetto, cioè appunto il ‘green book’ del titolo. Pubblicato ogni anno, dal 1936 al 1964, era infatti una guida creata dall’impiegato postale Victor Hugo Green, che ha avuto crescente successo perché conteneva suggerimenti e soprattutto la lista aggiornata dei motel e dei locali pubblici che potevano essere frequentati dalle persone di colore al tempo della segregazione negli stati più intransigenti del sud, così da evitare spiacevoli situazioni.

Va aggiunto che ‘Green Book‘, a differenza di ‘A Spasso con Daisy‘, racconta una storia vera, quella del pianista Don Shirley, che era un virtuoso ed effettuò davvero quel tour, accompagnato proprio dall’autista Frank Vallelonga, un cognome che pare sia difficile da pronunciare in lingua inglese, tant’è che si faceva chiamare anche ‘Tony Lip’. Il quale, interpretato con notevole bravura e personalità da Viggo Mortensen, era un buttafuori che lavorava a ‘Little Italy’ sul quale Shirley aveva raccolto informazioni, prima di contattarlo per quel delicato compito, avendo messo in preventivo il rischio che, scendendo sempre più verso sud, avrebbe avuto bisogno di avere al suo fianco qualcuno che sapesse farsi valere oltre il ‘semplice’ ruolo dell’autista, nel caso di minacce o comunque di eventuali situazioni di pericolo.

Ci sono almeno due modi comunque per manifestare forme di razzismo, entrambe occulte, per così dire, senza cioè necessariamente assumere plateali proclami o azioni che lo comprovino. Il primo è quello che lo stesso Frank ci mostra a casa sua, prima ancora di conoscere Dan Shirley, quando getta nella spazzatura i bicchieri di vetro usati da due operai neri ai quali la moglie aveva offerto una bevanda al termine del lavoro di riparazione che avevano effettuato in cucina. Non si fa vedere Frank nell’atto di compiere il gesto, ma dimostra comunque il pregiudizio razziale del quale è affetto anche senza dichiararlo pubblicamente. Il secondo è quello che evidenzia Hoke a Daisy, non per l’atteggiamento iniziale nei suoi confronti, che sarebbe stato lo stesso anche se al suo posto ci fosse stato un bianco, ma proprio mentre l’anziana donna, accompagnata dal suo autista, si sta recando ad una cena di gala dove parlerà niente meno che Martin Luther King.

Il quale nel corso della serata usa queste parole, di fronte ad una ricca platea costituita per la gran parte, ma non soltanto, da opulenti bianchi: ‘…la storia dovrà registrare il fatto che la più grande tragedia di quest’epoca di transizione sociale non fu costituita dalle parole velenose a dalle azioni violente della gente malvagia, ma dall’orribile silenzio e dall’indifferenza della gente perbene!…‘. Parole quanto mai spaventosamente attuali, come hanno evidenziato i recenti fatti avvenuti ancora negli USA con l’uccisione di George Floyd ed altri uomini di colore da parte di poliziotti che ricordano molto da vicino quelli che in ‘Arancia Meccanica‘ di Stanley Kubrick (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione) da teppisti di strada si sono appunto trasformati in teppisti in divisa, legittimati a compiere le loro imprese criminali sui clochard indifesi o chiunque gli capitasse a tiro, il loro ex compagno Alex incluso… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Mustang’

MUSTANG

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Turchia, Francia, Germania, Qatar

Anno: 2015

Genere: Drammatico, Sociologico

Durata: 97’ Regia: Deniz Gamze Ergüven

Cast: Güneş Şensoy (Lale), Doğa Doğuşlu (Nur), Elit İşcan (Ece), Tuğba Sunguroğlu (Selma), İlayda Akdoğan (Sonay), Nihal Koldaş (la Nonna), Ayberk Pekcan (Erol), Erol Afşin (Osman), Burak Yigit (Yasin), Bahar Kerimoğlu (Dilek)

CONTESTO NARRATIVO: in un villaggio turco affacciato sul Mar Nero, cinque sorelle stanno salutando la loro insegnante Dilek che si sta trasferendo a Istanbul. La più triste fra loro è la più piccola, Lale, alla quale scendono le lacrime perché le è particolarmente affezionata. Le cinque adolescenti sono rimaste orfane e da dieci anni vivono in casa della nonna e dello zio Erol. Assieme ad alcuni compagni di scuola decidono di trascorrere un po’ di tempo al mare. Al ritorno a casa sono severamente rimproverate dalla nonna alla quale è stato riferito che si sono prestate ad un contatto fisico con i maschi ritenuto sconveniente, in realtà un gioco innocente privo di morbosità. Lo zio Erol è il più intransigente e le costringe addirittura ad una umiliante visita ginecologica con tanto di certificato che dimostra che sono ancora tutte vergini. Temendo di essere giudicato degli altri abitanti il piccolo paese, proibisce quindi alle nipoti di uscire di casa, costringendole ad indossare vestiti castigati, secondo i dettami della tradizione e ad imparare a cucinare seguendo le indicazioni della nonna e di alcune sue conoscenti. Inoltre impedisce loro anche di andare a scuola. Le sorelle non ci stanno ad essere segregate e singolarmente, come Sonay la maggiore fra loro, o in gruppo, escono di nascosto anche se poi finisce che qualcuno le adocchia ed avvisa la nonna, la quale si è adattata sin dalla più tenera età ad essere sottomessa ed alle privazione e perciò teme per il futuro delle nipoti. Lo zio allora fa installare da alcuni operai un cancello più alto e robusto, le punte in cima ai muri intorno alla casa e mette le inferriate alle finestre, trasformando in pratica l’abitazione in una prigione. La quale comunque non serve ad evitare una nuova fuga e allora, d’accordo con la nonna che nella sue intenzioni cerca di proteggere le ragazze come può, Erol decide di farle sposare. Mentre Sonay, riesce a far accordare i suoi genitori con quelli del ragazzo con il quale s’incontra di nascosto già da tempo; a Selma, la seconda per età, tocca invece lo sconosciuto Osman, impreparato almeno quanto lei. La terza invece è Ece ed apparentemente sembra più mansueta, ma poi per reazione si offre fisicamente ad un giovane sconosciuto nell’auto del padre. In seguito, cacciata da tavola per i modi insolenti, a detta dello zio, si suicida sparandosi. La quarta è Nur e già da un po’ di tempo è abusata da Erol. Per evitare che questa aberrante pratica continui, la nonna trova un pretendente anche per Nur, nonostante sia ancora giovanissima. Lale però convince la sorella, proprio in occasione del fidanzamento, a barricarsi con lei in casa e poi a fuggire assieme in modo rocambolesco, grazie all’aiuto decisivo di Yasin, un venditore ambulante di frutta e verdura che Lale aveva conosciuto per caso tempo addietro e, presa in simpatia, le ha insegnato persino i primi rudimenti alla guida. Lo scopo di Lale e Nur è quello di raggiungere l’insegnante Dilek proprio a Istanbul. 

VALUTAZIONE: l’opera della regista turca Deniz Gamze Ergüven vuole denunciare l’ipocrisia della società e le arretratezze culturali, specie nei confronti delle donne, che ancora persistono nella nazione dalla quale lei stessa proviene. Le cinque giovani sorelle sembrano appartenere invece (forse un po’ troppo, considerando la giovane età e la mentalità chiusa dell’ambiente nel quale sono cresciute) ad un mondo decisamente più libero, che perlomeno ambisce ad esserlo, occidentale nel senso migliore e più evoluto del termine dal punto di vista dei costumi, a confronto di ciò che invece appare ancora dominante in quel territorio, al di là delle apparenze. Un film di natura sociologica che mette in evidenza la violenza psicologica e fisica esercitata sulle cinque sorelle, ma senza eccessi di forma, sempre molto scorrevole e riuscito, nonostante qualche limite di sceneggiatura. Il finale è decisamente convulso, temerario ed anche commovente. Voto: 

Una curiosa produzione turco-franco-tedesca (e pare ci sia anche una partecipazione del Qatar), questa della regista Deniz Gamze Ergüven, qui al suo debutto, presentata al Festival di Cannes del 2015 e poi candidata, sotto bandiera francese però, nella categoria del miglior film straniero agli Oscar del 2016, oltreché concorrente ad altri premi in molteplici manifestazioni. Il titolo può trarre in inganno, non solo perché la parola inglese ‘mustang’ è sinonimo di ‘cavallo non domato’ e si può superficialmente supporre che sia riferito quindi ad un ambito molto differente, ma soprattutto perché non viene così immediato, osservando la locandina, associare quel termine alle cinque ragazze, seppure in seguito se ne capisce ovviamente il nesso.

Le quali sono, dalla più piccola alla più grande, ancora adolescenti o poco più e per l’impressione che suscitano osservandole, potrebbero provenire da un qualsiasi paese occidentale, specie di area mediterranea, anziché invece da un paesino della zona asiatica della Turchia, affacciata sul Mar Nero, la città più vicina della quale è Trebisonda, lontana però quasi mille chilometri da Istanbul. Le prime sequenze del film sembrano perciò relative ad una storia, solo in apparenza un po’ datata, che vede protagoniste cinque giovani sorelle, di età molto ravvicinata a scalare fra loro, vestite all’occidentale, che si comportano come dalle nostre parti in modo naturale e spontaneo, cioè senza timidezze ed inibizioni nelle relazioni con i loro coetanei. Tutto il film è raccontato in prima persona dalla più piccola delle cinque, cioè Lale.

Nel corso della mia attività professionale sono stato in un paio di occasioni anche in Turchia, ad Istanbul per la precisione, quando Erdogan era ancora primo ministro e non il presidente attuale che si è attribuito pieni poteri ed a seguito dei noti fatti del 2016 ha rinnegato le relative libertà dei costumi concesse da quello che molti considerano una sorta di icona ed eroe nazionale, cioè Mustafa Kemal Atatürk, ristabilendo la legge islamica più intransigente. L’immagine che ne avevo tratto allora era stata, non solo che fosse una nazione in rapida espansione ma anche che l’ex Bisanzio e poi Costantinopoli fosse effettivamente, non solo per ragioni geografiche, un crocevia fra Asia ed Europa ed un luogo nel quale riuscivano a convivere miracolosamente ed in forma pacifica culture e persino confessioni religiose molto differenti fra loro. La stessa cattedrale di Santa Sofia, adibita a museo e posta di fronte alla Moschea Blu, è stata nel corso della sua storia il simbolo di due mondi opposti. Negli ultimi anni le cose purtroppo sono profondamente cambiate e forse questa immagine oramai appartiene alla serie storica delle illusioni infrante dalla cruda realtà.

Fatte le dovute proporzioni, è un po’ quello che capita anche in questo film, almeno è l’impressione che si prova nelle prime sequenze, con le cinque sorelle vestite all’occidentale che si relazionano liberamente con i loro coetanei, con i quali ridono e scherzano al mare, immersi ancora con indosso la divisa scolastica, battagliando a cavalcioni sulle loro spalle, senza malizia alcuna però. Le cinque sorelle si dimostrano spigliate ed esenti da imbarazzi, compreso in seguito quando la giovanissima Lale s’infila delle mele raccolte in un campo sotto la camicetta vantandosi con le sorelle per l’improvvisa prosperità del seno. A riportarle alla realtà ci pensa in primo luogo il contadino proprietario della terra dove hanno trovato gli alberi di mele, il quale, armato di fucile e minacciando di sparare, caccia tutto il gruppo di ragazze e ragazzi dal suo campo. Il peggio però avviene al ritorno a casa, quando Lale e le altre devono smorzare improvvisamente i sorrisi che avevano ancora sulle labbra, dovendo fare i conti con la mentalità repressa e retrograda della nonna, fondata su principi secolari, pregiudizi, timori delle critiche altrui e conseguenti proibizioni. La nonna infatti è stata informata da una vicina sul comportamento tenuto dalle ragazze con i loro compagni maschi, a suo dire non consono a quello di fedeli timorate di Allah.   

Ora, per non nasconderci dietro il classico dito, non è che sino a pochi anni fa (e forse ancora adesso) in alcuni paesi dell’Italia più arretrata la situazione dell’emancipazione femminile e le regole sui comportamenti da tenere in pubblico fossero (e forse lo sono ancora) molto diversi, però in questo caso si nota stridente la contraddizione di una società che per alcuni aspetti si è modernizzata, esteriormente parlando, ad esempio riguardo alcuni servizi ed apparati tecnologici (le ragazze, avevano anche un PC collegato ad Internet, sino a che per punizione fosse loro proibito l’uso; le stesse TV in casa sono a schermo piatto, non più a tubo catodico), ma che è rimasta immutata invece in molti altri aspetti che riguardano fra gli altri, moralità e libertà di espressione. Suona contraddittorio infatti che a seguito di alcuni incidenti durante una partita di calcio della squadra del Trabzonspor di Trebisonda, la federazione stabilisca, per la partita successiva, la presenza in tribuna solo delle donne e dei bambini, se poi, a casa loro, giovani ancora in tenera età sono costrette a sposare ragazzi sconosciuti a seguito di accordi fra genitori, senza alcun rispetto dei loro sentimenti.

Sarà forse che lo zio Erol è particolarmente di mentalità chiusa, ma alle sorelle viene imposto di indossare tuniche ‘…color merda e senza forma…’, come afferma la voce della stessa Lale nella narrazione fuori campo e poi di dedicarsi, come future servizievoli donne di casa, ai lavori di pulizia e ad imparare le ricette tipiche della cucina del posto, seguendo le lezioni impartite da esperte amiche di famiglia. Dopo qualche giorno, con la scusa di concedere loro un momento di svago uscendo di casa per consumare un limonata al bar in centro paese, naturalmente accompagnate dalla nonna, in pratica subiscono una sorta di esposizione pubblica affinché siano notate, valutate e nei giorni a seguire costrette a partecipare ad una specie di passerella, direttamente a casa loro, una alla volta, con l’espediente di far servire da loro il tè alle ospiti presenti, cioè le madri dei ragazzi ai quali si è già deciso che dovranno andare in sposa. Solo dopo l’assenso delle donne, il fidanzamento viene finalizzato facendo intervenire i loro mariti che concludono l’antico ma sempre squallido rituale, con la frase ‘…che sia propizio…’. Si ha quindi la diretta percezione dell’arretratezza e dell’ipocrisia di una società che si barrica ancora dietro alcuni dettami secolari ma al tempo stesso, come nel caso dello stesso Erol, non esita ad abusare di notte una delle giovani nipoti, nascosto dentro le mura di casa e protetto dal silenzio sofferto ma comunque omertoso di sua madre… …(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Serie TV e Libro: ‘Cercando Alaska’

CERCANDO ALASKA (Serie TV)

Titolo Originale: Looking for Alaska

Nazione: USA

Anno: 2019

Genere: Dramma Adolescienziale

Durata: 8 Puntate da circa 50′ cadauna 

Ideatore: Josh Schwartz  

Cast: Charlie Plummer (Miles Halter), Kristine Froseth (Alaska Young), Denny Love (Chip Martin), Jay Lee (Takumi Hikohito), Sofia Vassilieva (Lara Buterskaya), Landry Bender (Sara), Uriah Shelton (Longwell Chase), Jordan Connor (Kevin), Timothy Simons (Sig. Starnes), Ron Cephas Jones (Dott. Hyde), Henry Zaga (Jake), Daneen Tyler (Dolores Martin), Lucy Faust (Madame O’Malley)

CONTESTO NARRATIVO: Miles Halter vive in Florida con i genitori ma, introverso ed annoiato dalla scuola pubblica, decide di iscriversi al college di Calver Creek in Alabama, dove erano stati a suo tempo il padre, uno zio ed i suoi cugini. Il suo proposito dichiarato ai genitori è quello di cercare risposta al suo ‘Grande Forse’, seguendo le orme del poeta francese Rabelais. Nel campus si ritrova in camera con Chip Martin, che si fa chiamare Colonnello, già al terzo anno di frequenza. Pur essendo molto diversi fra loro, sia fisicamente che caratterialmente, si trovano subito bene assieme. Chip ha una passione per la geografia, mentre Miles per le ultime frasi, dette in punto di morte da personaggi famosi. Il Colonnello mette subito in guardia Miles da quelli che lui chiama i ‘Settimana Corta’, cioè i figli spocchiosi dei ricconi che passano il weekend nelle ville con piscina dei genitori e con i quali, lui che si trova lì solo grazie ad una borsa di studio, è in disputa da tempo. Poi gli presenta i suoi due migliori amici: Takumi, di origini giapponesi e Alaska, una ragazza molto carina, trasgressiva ed intraprendente che occupa da sola una stanza, da quando la sua compagna Marya è stata espulsa per essere stata colta in atteggiamenti inequivocabili con un compagno del college. Miles rimane come fulminato da Alaska ma scopre ben presto, non solo che ha già un ragazzo che frequenta l’università, ma che possiede anche un’anima tormentata e capace di passare da trascinanti entusiasmi a profonde depressioni. Nella sua stanza ci sono pile di libri che lei divora ma ad uno tiene in modo particolare: ‘Il Generale nel suo Labirinto’ di Gabriel Garcia Marquez’, letto il quale, sta cercando una risposta alla domanda: ‘come farò ad uscire da questo labirinto?’. Il professor Hyde, che si occupa di introdurre i ragazzi allo studio delle religioni e della filosofia, potrebbe aiutarla a risolvere il quesito, se non fosse che Alaska sembra non voler contare su nessuno riguardo ciò che la tormenta interiormente. I quattro si ritrovano spesso sotto il ponticello di un laghetto al limite dell’area boschiva che circonda il campus, dove di nascosto trasgrediscono le regole del campus fumando e bevendo alcolici. Miles, rinominato Pancho (Ciccio nel romanzo, per ironia, dato il suo fisico da smilzo), si adegua per non essere da meno, ma soprattutto per emulare Alaska della quale si è oramai invaghito. I rapporti con i ‘Settimana Corta’ sono conflittuali e nonostante il guardiano del college, il Sig. Starnes, rinominato ‘Aquila’, sia attento a vigilare costantemente affinché nel college tutto proceda senza problemi, le goliardate fra i due gruppi sono sempre più frequenti e pesanti. Nel campus però vige una legge non scritta fra gli studenti che bandisce chi fa la spia. Alaska prende in simpatia Pancho/Ciccio, avendo intuito la sua inesperienza in campo sentimentale e fa in modo che Lara, una bella studentessa di famiglia rumena, si avvicini a lui, nonostante Miles abbia già chiara la sua preferenza. Salvo poi provare un po’ di gelosia quando Alaska si rende conto che Pancho/Ciccio, frustrato nel suo amore non corrisposto, si sta affezionando a Lara che fa il possibile per conquistarlo. La situazione precipita quando, a seguito di uno scherzo eccessivo, il Colonnello viene ritenuto responsabile ed espulso dal college, proprio mentre Alaska, che sta per lasciare il suo ragazzo nel frattempo, si sta avvicinando a Miles e dopo aver passato con lui una notte, nel corso della quale sono andati molto vicini ad un rapporto completo, lo ha lasciato con la promessa di un prossimo appuntamento. La sera seguente però fa una telefonata, dalla quale esce sconvolta. Poco dopo, in preda ai fumi dell’alcol, Alaska chiede a l Colonnello e Pancho/Ciccio di coprirle le spalle per consentirle di uscire di notte da Calver Creek con la sua auto, senza farsi accorgere dal Sig. Starnes. I due amici non trovano le parole e la fermezza necessarie per fermarla…     

VALUTAZIONE: nell’offerta delle serie TV incentrate su storie di adolescenti e maturandi (dette perciò ‘teen drama’) ambientate nei colleges o comunque in un contesto studentesco, come ‘Tredici’ ed ‘Elite’ ad esempio, spunta anche ‘Cercando Alaska’, una miniserie tratta dal libro di John Green, scritto nel 2005. La storia è raccontata come un lungo flashback, segnato dal conto alla rovescia dei giorni che mancano ad un evento del quale viene mostrato solo un frammento all’inizio e che si preannuncia drammatico nella conclusione. Otto puntate, una vicenda che inizia e finisce, nella quale si possono trovare facili banalizzazioni ma anche alcuni interessanti spunti che riguardano tematiche psicologiche e sociologiche, non solo di vita nei colleges, che appare peraltro tutt’altro che facile, come una ‘foresta’ nella quale bisogna cavarsela e crescere, al di fuori delle proprie sicurezze famigliari e persino delle materie di studio. La serie TV affronta argomenti di riflessione, come quello del ‘coming out’ e della depressione in ambito giovanile, estranei al romanzo, a fianco di situazioni che appaiono invece più di maniera. La giovane attrice Kristine Froseth, per l’aspetto fisico e l’espressività del viso, rappresenta al meglio il personaggio descritto nel romanzo. Voto:

CERCANDO ALASKA

Di John Green

Scritto nel 2005

Anno di Edizione 2005; Pagine 394

Costo € 15,20 (tascabile € 12,35; eBook € 7,99)

Ed. Rizzoli 

Traduttrice: Lia Celi

CONTESTO NARRATIVO: ci sono alcune differenze degne di rilievo fra il romanzo e la serie TV ma sostanzialmente e nei punti cardine la storia è la stessa.

VALUTAZIONE: un romanzo di chiara impronta giovanilistica ed adolescenziale, sia nella forma che nel linguaggio, compresi i relativi limiti. Abbondano le frasi ad effetto ed i dialoghi, ma la storia tutto sommato funziona e presenta aspetti non disprezzabili di riflessione ed introspezione psicologica. Il personaggio di Alaska è contorto ed affascinante quanto basta per suscitare l’interesse dei lettori, oltreché dell’inesperto Miles Halter. Lo scrittore John Green dimostra di muoversi a suo agio, ma anche grazie ad una buona dose di ‘paraculaggine’, nel mondo contraddittorio e contorto dei giovani sulla soglia della maturità. Voto:

…L’uomo vuole avere delle certezze. Non riesce a sopportare l’idea che la morte sia un nero e immenso nulla, il pensiero che i suoi cari non esistano più, e tanto meno può immaginare se stesso come non esistente. Conclusi affermando che l’uomo crede nell’aldilà perché non ha la forza di non crederci…‘.

A parlare è Miles Halter (interpretato da Charlie Plummer), che è il giovane personaggio narrante la storia, la quale inizia in modalità rievocativa, partendo per scendere via via, dai 136 giorni precedenti un evento coincidente con la breve sequenza successiva, nella quale assistiamo confusamente, mentre piove in modo intenso su una strada di campagna dove un autoarticolato, scivolando e sbandando, ha occupato di traverso entrambe le carreggiate, alla corsa di un’auto che, senza accennare ad una minima frenata, gli si schianta contro, dopo aver centrato anche una macchina della polizia intervenuta sul posto. Con gli occhi sbarrati ed increduli, un agente assiste atterrito alla scena, spostandosi appena in tempo per non essere travolto a sua volta.

…Quando gli adulti, con lo stupido sorriso di chi crede di saperla lunga, dicono: <I giovani si credono invincibili> non sanno quanto hanno ragione. La disperazione non fa per noi, perché niente può ferirci irreparabilmente. Ci crediamo invincibili perché lo siamo. Non possiamo nascere, e non possiamo morire. Come l’energia, possiamo solo cambiare forma, dimensioni, manifestazioni. Gli adulti, invecchiando, lo dimenticano. Hanno una gran paura di perdere, di fallire. Ma quella parte di noi che è più grande della somma delle nostre parti non ha un inizio e non ha una fine, e dunque non può fallire… Le ultime parole di Thomas Edison furono: <Com’è bello, laggiù…>. Non so dove sia quel laggiù, ma io credo che da qualche parte esista e spero che sia bello…‘.

Sommando le due riflessioni, che ora sappiamo appartengono entrambe a Miles, contraddittorie fra loro nelle conclusioni, si ottiene un po’ il riassunto ed il significato di ‘Cercando Alaska‘, ma anche in fondo della natura umana, in questo caso giovanile, sospesa e quindi irrisolta sulle cose ultime della vita. Da un lato c’è appunto Miles, detto anche Ciccio o Pancho (quest’ultimo è il suo soprannome nella Serie Tv) che affacciandosi alla soglia del salotto di casa, annuncia ai suoi genitori: ‘…c’è questo signore, Francois Rabelais. Poeta. E le sue ultime parole sono state: <Vado a cercare un Grande Forse>. Ecco perché voglio andare via. Così non dovrò aspettare di essere in punto di morte per mettermi in cerca di un Grande Forse…‘. Dall’altro, c’è Alaska Young (come poteva avere un cognome che, tradotto, fosse diverso da ‘giovane’?) la quale invece non sa come uscire dal suo labirinto, rifacendosi ad una frase pronunciata da Simon Bolivar che ha letto nel libro ‘Il Generale e il suo Labirinto’ di Gabriel Garcia Marquez, diventata per lei una metafora per definire i tormenti derivanti dal suo passato e che la permanenza al college non ha affatto lenito. Quando ‘Ciccio/Pancho’ le chiede perché fuma così assiduamente, la sua risposta infatti è lapidaria: ‘…voialtri fumate per il gusto. Io fumo per morire!…‘.

Ora, viene subito da chiedersi che cosa possa spingere una ragazza così carina, intraprendente, intelligente, assidua lettrice, sessualmente spigliata e dichiaratamente legata all’universitario Jake (adeguatamente interpretata dalla stessa Kristine Froseth che abbiamo apprezzato nei panni della giovanissima Nola, nella serie TV ‘La Verità Sul Caso Harry Quebert‘, clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione), ad avere pensieri così estremi e pessimisti. Di certo il suo carattere è instabile: passa da trascinanti momenti di entusiasmo, ad altri di profondo scetticismo e depressione. Pancho/Ciccio ne resta perciò come stregato già al primo incontro, quando Alaska (questo accade solo nella serie TV), senza essersi ancora presentati e sta raccontando al Colonnello un episodio che ha vissuto da poco, nel riferirsi ad esso prende una mano di Pancho e senza neppure rivolgergli lo sguardo se l’appoggia per qualche secondo su un seno, lasciandolo senza parole ma irrimediabilmente trafitto al cuore dalla freccia di Cupido.

Diciamo subito che ci sono alcune differenze fra il romanzo di John Green e l’adattamento dello stesso nella serie TV. Uno dei più importanti riguarda la figura dell’insegnante Hyde (difficile credere che sia solo un caso l’omonimia con il celebre personaggio creato da Robert Louis Stevenson nel romanzo ‘Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde‘), il quale funge un po’ da saggio dispensatore di principi esistenziali, oltreché di religione e filosofia che è la sua materia, quasi sempre inascoltati dai suoi alunni ovviamente. Nella serie TV, durante un dialogo con Pancho, Chip e Alaska nella sua abitazione dentro il college, rivela la sua natura di omosessuale, sino ad allora nascosta e racconta la triste storia della fine del suo compagno morto di AIDS quando insegnava a Berkeley. Ne nasce un comun sentire con gli stessi ragazzi al di fuori dell’ambito scolastico, inteneriti e niente affatto disturbati dalla confessione, anche se loro sono eterosessuali, che porta il professore a diventare in seguito persino una sorta di consulente della madre di Chip. Lo sdoganamento dell’omosessualità, un tema che non molto tempo fa era tabù o quasi, è assente nel romanzo ma lo troviamo in questa trasposizione e sempre più spesso in altre serie TV, come in ‘Tredici‘ ed ‘Elite‘ ad esempio, che vedono protagonisti giovani studenti che frequentano il college e fra l’altro si trovano a fare i conti con un soggetto che non dovrebbe essere fra quelli più consoni alla loro età, cioè la morte. 

Josh Schwartz, ideatore della serie TV ‘Cercando Alaska‘, ha voluto spettacolarizzare alcuni momenti, adattandoli anche a tematiche più vicine ai parametri del 2019 piuttosto che a quelli del 2005 quando il romanzo è stato scritto. Altri episodi che si discostano dal romanzo scritto sono, ad esempio, quello che determina l’espulsione di Chip dal college, reso ben più drammatico nella serie TV, con evidenti implicazioni di natura sociologica e razziale, rispetto a quanto appare invece, un’ipotetica possibilità, nel romanzo; la dinamica dello scherzo al ballo delle debuttanti, francamente forzato; quello dello striptease durante l’assemblea in palestra, affidato ad un professionista nel romanzo ed invece decisamente più arrangiato nella serie TV, anche in questo caso siamo più dalle parti della parodia che della realtà; persino l’episodio che vede gli studenti Marya e Paul colti nudi a letto in atteggiamenti inequivocabili, a causa della spia di qualcuno e perciò cacciati dal college. Nel romanzo questo fatto succede prima dell’arrivo di Miles a Calver Creek. Alcune altre differenze invece sono più di forma che di sostanza e su altre ancora sorvolo opportunamente, perché altrimenti svelerei ciò che il lettore è giusto che scopra da sé leggendo il romanzo e/o vedendo la serie TV… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film-Doc: ‘The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years ‘ e Musica: ‘Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band’ e ‘White Album’

THE BEATLES: EIGHT DAYS A WEEK – THE TOURING YEARS

Titolo Originale: omonimo

Nazione: USA e UK

Anno: 2016

Genere: Documentario, Musicale

Durata: 138’ Regia: Ron Howard

VALUTAZIONE: Il film-documentario diretto da Ron Howard racconta la storia dei Beatles partendo dagli anni cinquanta, precedenti la loro definitiva formazione e quindi anche il successo travolgente che ha riscosso. Del decennio seguente sono ripercorsi efficacemente in particolare i massacranti ma anche esaltanti tour della band in giro per il mondo. È però un po’ sbrigativamente riassunta la parte che riguarda la fase più matura e qualitativa della loro discografia, proprio a seguire quella frenetica dei tour, dall’album ‘Rubber Soul’ sino al doppio ‘White Album’. Mirati ed efficaci comunque sono alcuni filmati di repertorio, dai quali emerge chiaramente l’enorme pressione alla quale sono stati sottoposti i quattro ‘fabulous’ di Liverpool dopo il raggiungimento del successo planetario, forse irripetibile per modalità ed intensità. Non sono adeguatamente sottolineate, come meriterebbero invece per la loro importanza, figure di contorno come Brian Epstein nella gestione organizzativa del gruppo e soprattutto George Martin per il suo contributo in sala d’incisione. Nel complesso comunque un documentario ben fatto, da vedere soprattutto per i giovani che meno conoscono questa fase storica della musica ed i mutamenti che ha prodotto anche nella società. Voto:

THE BEATLES

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – White Album (The Beatles)

Anno: 1967-1968

Genere: Pop Rock, Rock Psichedelico, Pop Barocco, Art Rock, Blues Rock, Rock’n’Roll

Etichetta: Parlophone, Capitol Records, EMI – Apple Records

Nazione: GBR

  • Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Lato A
    • Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – 2:00 (A)
    • With a Little Help from My Friends – 2:43 (B)
    • Lucy in the Sky with Diamonds – 3:26
    • Getting Better – 2:47 (**)
    • Fixing a Hole – 2:35 (*)
    • She’s Leaving Home – 3:33
    • Being for the Benefit of Mr. Kite! – 2:35 (***)
  • Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Lato B
    • Within You Without You – 5:05 (Harrison) (C)
    • When I’m Sixty-Four – 2:37
    • Lovely Rita – 2:41 (D)
    • Good Morning Good Morning – 2:42 (E)
    • Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise) – 1:19
    • A Day in the Life – 5:34 (F)

Band: 

  • John Lennon — voce, chitarra ritmica, organo Hammond, pianoforte, armonica a bocca, tamburello, maracas; chitarra acustica in (D) e (F)
  • Paul McCartney — voce, basso, pianoforte, organo Lowrey e Hammond; chitarra solista in (A) e (E)
  • George Harrison — chitarre elettriche, voce, armonica, maracas; tambura, sitar in (C), chitarra acustica in (D), conga in (F)
  • Ringo Starr — batteria, congas, tamburello, maracas, campane tubolari; voce in (B)
  • George Martin — harmonium; clavicembalo in (*), organo Hammond in (B), pianoforte in (**) e (D), effetti sonori in (***)

 

  • White Album – 1^ Disco # Lato A
    • Back in the U.S.S.R. – 2:43 (G)
    • Dear Prudence – 3:56 (H)
    • Glass Onion – 2:17
    • Ob-La-Di, Ob-La-Da – 3:08
    • Wild Honey Pie – 0:53
    • The Continuing Story of Bungalow Bill – 3:14 (J)
    • While My Guitar Gently Weeps – 4:45 (Harrison) (****)
    • Happiness Is a Warm Gun – 2:43
  • White Album – 1^ Disco # Lato B
    • Martha My Dear – 2:28
    • I’m So Tired – 2:03
    • Blackbird – 2:18
    • Piggies – 2:04 (Harrison)
    • Rocky Raccoon – 3:32
    • Don’t Pass Me By – 3:50 (Starkey) (K)
    • Why Don’t We Do It in the Road? – 1:41
    • I Will – 1:46
    • Julia – 2:54
  • White Album – 2^ Disco # Lato A
    • Birthday – 2:42
    • Yer Blues – 4:01
    • Mother Nature’s Son – 2:48
    • Everybody’s Got Something to Hide Except Me and My Monkey – 2:24
    • Sexy Sadie – 3:15
    • Helter Skelter – 4:29
    • Long, Long, Long – 3:04
  • White Album – 2^ Disco # Lato B
    • Revolution 1 – 4:15
    • Honey Pie – 2:41
    • Savoy Truffle – 2:54 (Harrison)
    • Cry Baby Cry – 3:01
    • Revolution 9 – 8:22
    • Good Night – 3:11

Band: 

  • John Lennon – voce, cori, chitarra ritmica, pianoforte, organo Hammond, harmonium, mellotron, percussioni, armonica a bocca, sassofono
  • Paul McCartney – voce, cori, basso, chitarra ritmica, pianoforte; batteria in (G) e (H)
  • George Harrison – chitarra solista, voce, cori, organo Hammond, percussioni
  • Ringo Starr – batteria, percussioni; voce in (K); cori in (J)
  • George Martin – pianoforte, harmonium
    Mal Evans – applausi, tromba
    Eric Clapton – chitarra solista in (****)

VALUTAZIONE: ‘Sgt. Pepper…’ è il vertice assoluto della produzione dei Beatles ma anche uno degli album più importanti e riusciti della musica dagli anni sessanta in poi. Un ‘concept album’, seppure deciso in sala d’incisione più che pensato inizialmente, come evidenziano anche i testi dei brani, del tutto o quasi autonomi fra loro. Un album comunque che contiene alcuni dei pezzi più significativi della loro discografia ed è diventato, subito dopo l’uscita, un punto di riferimento per molti artisti contemporanei ed a venire, tuttora niente affatto superato, sia dal punto di vista della creatività che per la perfezione tecnica ed il lavoro corale della band. Un capolavoro insomma. ‘White Album’ a sua volta mantiene la struttura del ‘concept album’, doppio per giunta, ma è una sorta di summa del loro stile e talento compositivo che raccoglie, non più collettivamente però, gli umori e le esperienze meditative vissute singolarmente dai quattro in India nei mesi precedenti, incluse le tensioni che ne sono conseguite fra loro. Nonostante s’avverta questa frammentazione, è comunque un’opera nel complesso di qualità assoluta, un lavoro imponente, forse il più impegnativo, vario ed ambizioso della band. In ogni caso entrambi gli album appartengono di diritto alla storia della musica della seconda metà del secolo scorso. Voto:

Come giudicate la vostra musica?…‘ chiede un intervistatore nel corso di una conferenza stampa. ‘Non siamo dei bravi musicisti…‘ risponde Paul McCartney ‘…non abbiamo mai preteso di esserlo, siamo adeguati, non bravissimi…‘. ‘Quindi, qual’è il motivo della vostra popolarità? E perché la gente ammira il vostro talento?…‘  insiste l’intervistatore. ‘Non lo so. Forse gradiscono la musica adeguata…‘, ribatte sardonicamente Paul (risata fra il pubblico in sala)

The Beatles è il più celebre gruppo rock del mondo a partire dagli anni sessanta, cioè in un periodo particolarmente fervido della musica moderna che evolve verso generi più complessi ed innovativi rispetto al più facile ed immediato rock’n’roll. Nel caso dei due album in oggetto si spazia infatti dall’art rock, al rock psichedelico; dal pop rock al rock barocco e via di altre nomenclature di sottogeneri. Sono passati solo quattro anni da ‘Love me do‘ ma per i quattro ‘fabulous’ di Liverpool sembrano molti di più, se si considerano le differenze a livello compositivo, ma anche testuali e degli arrangiamenti in brani come, cito a caso riguardo il primo album: ‘A Day in the Life‘, ‘With a Little Help For My Friend‘, per non parlare di ‘Within You Without You‘, oppure ancora a puro titolo esemplificativo, ‘While My Guitar Gently Weeps‘, ‘Blackbird‘ e la straniante ‘Revolution 9‘ del doppio album bianco.

Su ‘Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band‘ ritengo ci sia poco da discutere, nel considerarlo il vertice della produzione discografica dei Beatles e non solo. Non che ci fosse un qualche obbligo in tal senso, ma ho scelto di affiancargli un album come ‘White Album‘, piuttosto che ‘Revolver‘ o ‘Rubber Soul‘, che pure sono straordinari esempi della maturità compositiva raggiunta dal gruppo, perché ritengo di non essere il solo a considerare, per svariate ragioni, questo doppio ‘long playing’ (come si chiamavano allora i vinili), un’opera matura che per la varietà dei brani si affianca idealmente a ‘Sgt. Pepper…‘, nonostante in mezzo a loro c’è ‘Magical Mystery Tour‘.

White Album‘ o semplicemente ‘The Beatles‘. come viene altrimenti nominato il doppio disco, è stato prodotto però in maniera antitetica alclub dei cuori solitari‘, nel quale si trova la più completa e riuscita espressione dell’opera collettiva dei Beatles e di fatto mette il punto esclamativo alla loro carriera. Alcuni brani di ‘White Album‘ infatti sono stati composti da uno soltanto o due componenti il gruppo, escludendo persino la presenza degli altri in sala d’incisione. Ad esempio, ‘Don’t Pass Me By‘, ‘Why Don’t We Do It in the Road?‘, ‘Mother Nature’s Son‘, ‘Long, Long, Long‘, ecc… sino all’apice della stranezza e distanza dal loro riconoscibile stile di ‘Revolution 9‘, che ha visto il solo John Lennon in studio mentre gli altri tre, in disaccordo con lui, volarono in USA durante la registrazione del brano. ‘White Album‘ è quindi una sorta di compilation che contiene però delle perle di valore assoluto, forse nate dalla competizione che era nata al tempo fra Lennon e McCartney in particolare, ma anche George Harrison, che si sentiva da loro sminuito, è autore di un brano fra i più significativi dell’intero doppio album, cioè ‘While My Guitar Gently Weeps‘. Lo stesso Ringo Starr ha poi messo la sua firma su ‘Don’t Pass Me By‘.

Il regista Ron Howard, nell’intento di documentare la straordinaria storia di questo gruppo, ha dovuto gioco forza adattarsi ad un compromesso narrativo, altrimenti anziché poco più di due ore avrebbe avuto bisogno di un tempo almeno cinque volte tanto. Nella vastità del materiale che si è reso necessario riassumere, Howard ha scelto due fondamentali linee narrative: da un lato le testimonianze di amici, conoscenti e musicisti che hanno suonato con i Beatles, prima che diventassero famosi o che hanno vissuto da vicino il loro successo in seguito e dall’altro una sorta di reportage che documenta i loro frenetici tour in giro per il mondo nel periodo di massima popolarità. Diligentemente però il regista e lo sceneggiatore Mark Monroe hanno iniziato da un interessante excursus nel clima musicale degli anni cinquanta, a Liverpool, che rappresenta lo humus creativo, per ragioni anagrafiche, nel quale si sono formati i quattro, che sono nati proprio in quella città con un porto fra i più importanti della Gran Bretagna. Una città operaia con molti quartieri poveri, uguali, grigi e fortemente inquinati, in special modo dai fumi generati dall’andirivieni delle navi.

Forse proprio per questo, dal punto di vista musicale, Liverpool è sempre stata particolarmente sviluppata ed effervescente, se così si può dire. I naviganti che facevano la spola fra Liverpool e New York spesso infatti tornavano a casa con dischi innovativi, rispetto ai canoni che andavano per la maggiore nella città inglese, che influenzavano enormemente la cultura musicale dei giovani, innervandola di nuova linfa. Per John, che era un rocker e Paul, cresciuto con i musical e Fred Astaire, il blues, il jazz ed Il rock’n’roll di artisti d’oltreoceano come Elvis Presley, Eddie Cochran, Jerry Lee Lewis, Jim Vincent, Buddy Holly e Little Richard erano fonte continua d’ispirazione e di crescita culturale. E ciò valeva per loro ma anche per tutti gli altri musicisti di Liverpool, mentre la diversità nella sensibilità musicale fra John e Paul non era un ostacolo ma era destinata a diventare un arricchimento semmai, uno sprone a superarsi l’un l’altro ed una delle ragioni principali della loro fertilità compositiva.

Vari personaggi intervistati sottolineano come a metà degli anni ’50 a Liverpool c’era una sorta di stagnazione economica, culturale e musicale. Non c’era alcun eroe inglese nella musica, nel cinema e i ragazzi si vestivano come i loro padri, ai quali facevano di tutto per assomigliare. La spinta a vestirsi più liberamente e con colori diversi è arrivata solo verso la fine del decennio. I giovani, soprattutto gli studenti, iniziarono a voler suonare e sentire la loro musica, a scegliere i loro vestiti e ad ambire di dimostrare stile e gusti personali. Dopo le rovine della Seconda Guerra Mondiale e la miseria seguita ai primi anni seguenti, molti finalmente ripresero a lavorare e ad avere qualche soldo in tasca da spendere, non tanti, ma abbastanza per concedersi qualche vacanza ed acquistare dei dischi. Perciò quando Buddy Holly arrivò a Liverpool e suonò in un concerto, i suoi fan videro che suonava una Fender Stratocaster, dopodiché tutti volevano imitarlo comprandosi una chitarra elettrica… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Ritorno in Borgogna’ e ‘Un’Estate in Provenza’

RITORNO IN BORGOGNA

Titolo Originale: Ce Qui Nous Lie

Nazione: Francia

Anno: 2017

Genere: Commedia, Drammatico

Durata: 113’ Regia: Cédric Klapisch

Cast: François Civil (Jérémie), Ana Girardot (Juliette), Pio Marmaï (Jean), Jean-Marc Roulot (Marcel), María Valverde (Alicia), Yamée Couture (Océane), Karidja Touré (Lina), Florence Pernel (Chantal), Jean-Marie Winling (Anselme), Éric Caravaca (Il Padre), Sarah Grappin (La Madre), Tewfik Jallab (Marouan), Éric Bougnon (Gérard), Cédric Klapisch (Un Vendemmiatore), Bruno Raffaelli (Il Notaio)

CONTESTO NARRATIVO: Jean torna a casa dopo molti anni trascorsi all’estero perché il padre sta per morire. Ritrova il fratello Francois e la sorella Juliette già adulti, rispetto ai bambini che aveva lasciato. La loro famiglia è proprietaria di una bella fattoria in Borgogna e molte terre intorno dove viene coltivata la vite che produce vini pregiati. I rapporti fra Jean e il padre non sono mai stati cordiali ma il figlio maggiore arriva appena in tempo per un ultimo saluto ed una commovente riappacificazione. Juliette accoglie positivamente il ritorno del fratello mentre Francois, che nel frattempo si è sposato ed è padre di un bimbo, dopo un primo abbraccio gli rinfaccia la lunga assenza. Il padre intanto muore ed ora si tratta di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti da lui per mandare avanti la tenuta. Jean ha girato il mondo nel frattempo ed ha una relazione complicata con Alicia, dalla quale ha avuto un figlio ed entrambi vivono in Australia dove coltivano a loro volta la vite in un territorio ancora più vasto. Nelle sue intenzioni c’è quella di raggiungerli nuovamente, appena sbrigate le pratiche testamentarie. Intanto si adopera con i fratelli ed i collaboratori abituali, più quelli assunti temporaneamente per gestire la vendemmia. Nel frattempo però devono anche trovare il modo di pagare l’onerosa tassa di successione che comporta, in assenza di liquidità, la necessità di vendere qualche terra o la casa, oppure indebitarsi. La discussione non è facile. Il tempo intanto corre e Jean non è più ripartito. Dopo quasi un anno, Alicia con il bimbo arrivano in Borgogna, invitati da Juliette di nascosto e l’occasione è utile per conoscere personalmente i fratelli di Jean e recuperare un traballante rapporto. Una nuova vendemmia intanto è alle porte ed Alicia ed il figlio sono ripartiti. Jean ha chiarito i suoi dubbi; i rapporti con i fratelli si sono consolidati ed è pronto per tornare in Australia per gestire gli affari e se tutto andrà bene, potrà aiutare anche i fratelli, senza essere costretti a vendere la loro proprietà, neanche quella parte che avrebbe voluto acquistare il suocero di Francois, che ha fiutato la possibilità di allargare i suoi già vasti possedimenti e dal quale infine Francois ha avuto la forza ed il coraggio di smarcarsi. 

VALUTAZIONE: una piacevole storia famigliare, fra i prestigiosi vigneti della Borgogna. Il regista Cédric Klapisch evita la facile retorica per proporre una vicenda che non presenta grandi colpi di scena ma trasporta lo spettatore dentro i bei panorami francesi, così simili ai nostri, dove si producono alcuni dei vini più apprezzati al mondo, mentre tre fratelli si ritrovano eredi di una importante proprietà e cantina, nella necessità non più procrastinabile di ri)conoscersi, diventare adulti responsabili e risolvere nel frattempo anche i loro personali problemi e quelli che hanno ora in comune. E’ anche una simpatica ed utile opportunità per comprendere le fasi della produzione vinicola, sino alla vendemmia e poi alla degustazione del prodotto finale. Cédric guarda al sodo e la sua opera lascia un bel retrogusto, come un vino riuscito e maturo. Voto:

UN’ESTATE IN PROVENZA

Titolo Originale: Avis de Mistral

Nazione: Francia

Anno: 2014

Genere: Commedia, Drammatico

Durata: 105’ Regia: Rose(lyne) Bosch

Cast: Jean Reno (Paul), Anna Galiena (Irène), Chloé Jouannet (Léa), Hugo Dessioux (Adrien), Aure Atika (Magali), Lukas Pelissier (Théo), Tom Leeb (Tiago), Hugues Aufray (Élie), Charlotte De Turckheim (Laurette), Raphaëlle Agogué (Émilie), Jean-Michel Noirey (Jean-Mi)

CONTESTO NARRATIVO: Iréne è la nonna di Léa e Adrien, che sono già grandi e il giovanissimo Théo (sordomuto), i quali non hanno mai conosciuto il nonno Paul perché molti anni prima ha litigato con la figlia Emilie e loro mamma. Da allora non si sono più parlati. Paul e Iréne vivono in Provenza, in una casa di campagna ed oltre che ortolano, lui è dedito alla produzione di olio d’oliva dalle molte piante che lui stesso ha selezionato e piantato. In conseguenza della separazione dei loro genitori, Iréne è andata sino a Parigi a prendere i nipoti per portarli in Provenza, per il periodo delle vacanze estive, ma tenendo all’oscuro Paul. Risentito per questa imposizione, accoglie i ragazzi alla stazione e poi anche a casa con evidente ostilità e spirito polemico, tipico anche di una evidente contrapposizione generazionale. Dal canto loro i ragazzi avrebbero fatto volentieri a meno della nuova esperienza, abituati agli agi della grande città; in quel casolare in mezzo alla campagna è pure complicato agganciare il segnale mobile per i loro smartphone. I primi giorni quindi sono di grande difficoltà relazionale, nonostante Iréne si prodighi per fare da tramite e cercare di smussar gli angoli. Un po’ alla volta però le parti iniziano a riavvicinarsi, anche perché Léa e Adrien, scoprono che i loro nonni anni addietro sono stati degli hippies e quindi contestatori delle convenzioni tradizionali. Ora invece, in particolare Paul sembra diventato un bacchettone che controlla in particolare la bella nipote Léa, la quale s’innamora di un macho durante una festa del paese più vicino e finisce per perdere la verginità, mentre Adrien se la spassa con alcune turiste straniere ma si è preso una cotta della gelataia Magalì che però ha parecchi anni più di lui. Il picccolo Théo invece ha imparato dal nonno che l’orto può essere anche molto divertente e la frutta matura colta dall’albero è molto più gustosa. Complice il contesto ambientale di provincia molto accogliente e semplice, ben diverso da quello frenetico e stressante parigino, la vacanza forzata per i nipoti si trasforma in un’utile esperienza di formazione. Anche per il nonno Paul però è l’occasione per uscire dalla torre di solitudine che si è costruito intorno, per riscoprire il piacere di rivedere vecchi amici, anche se i ricordi del passato non sono sempre piacevoli ma possono essere superati da un ritrovato calore familiare, magari anche per riappacificarsi con la figlia, prima che si trasferisca per lavoro a Montreal.

VALUTAZIONE: una storia sviluppata in sottile equilibrio fra ricordo, nostalgia, contrasti famigliari, generazionali e sociologici, senza mai eccedere sul fronte drammatico, che vede protagonista una coppia di nonni che vive in un casolare di campagna ed i loro nipoti che vengono da Parigi e si ritrovano a vivere assieme le vacanze estive. La regista Rose Bosch ci regala una sorta di delizioso viaggio indietro nel tempo, nella Provenza soleggiata e ricca di ulivi, dove ancora le feste paesane sono rimaste identiche ed autentiche; nella provincia che vive ancora di piccole cose, fra persone che si conoscono da sempre ed a volte si proteggono persino fra loro. La storia di Paul, Iréne ed i loro nipoti è l’occasione per sciogliere nodi famigliari che duravano da tempo e che inizialmente sembrava dovessero stringersi invece ancora di più. Per i giovani nipoti si tratta di scoprire una realtà molto lontana dalle loro abitudini e che non credevano potesse diventare anche piacevole e formativa. Voto:

Due prodotti del cosiddetto cinema medio, francese in questo caso, che guarda ai valori fondamentali della vita di relazione senza avere la pretesa di entrare nella storia del cinema, ma semmai con il più umile obiettivo d’intrattenere lo spettatore per un paio d’ore circa, con una trama rilassante ma non fine a se stessa, durante la quale ci si ritrova innanzitutto immersi nei panorami di due fra le più belle regioni di quella nazione, cioè rispettivamente la Borgogna e la Provenza. Al centro di entrambi i film in oggetto inoltre sono presenti i problemi tipici, ma resi particolari dalle rispettive storie, dei rapporti fra generazioni diverse, cui s’aggiunge la necessità di farsi carico delle responsabilità da parte di tre fratelli che si trovano, non improvvisamente, senza più i loro genitori in vita (ma non sembra mai il momento giusto), seppure ed è il caso di ‘Ritorno in Borgogna‘, il personaggio del padre in particolare era scomodo ed ingombrante. Oppure, come invece in ‘Un’estate in Provenza‘, sono i figli a subire per primi le conseguenze della separazione dei loro genitori e sono costretti, in aggiunta, a confrontarsi con un nonno dalla mentalità chiusa e sconosciuto sino a quel momento.

NDR = Per non generare confusione nel lettore, avendo deciso di trattare entrambi i film in un’unica recensione, da ora in poi il testo di questo colore riguarda specificatamente il solo ‘Un’estate in Provenza‘. Un’avvertenza: se non si sopportano gli spoiler, meglio evitare di proseguire nella lettura.

Poi c’è il clima, non solo meteorologico, della multicolore, semplice e solare provincia, così lontana e differente dalla prevalenza di solito della scala dei grigi in una grande metropoli, e per chi non ci ha mai vissuto prima, come i tre giovani protagonisti di ‘Un’estate in Provenza‘, è un po’ come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, nel quale si devono confrontare, senza esserne stati preparati preventivamente, con compromessi di varia natura, ad iniziare dalle difficoltà di connessione per i loro smartphone, così scontata e stabile nelle grandi città come Parigi, per continuare con le scomodità logistiche, la rinuncia agli agi abituali dei loro appartamenti dei quartieri ed ‘arrondissement’ benestanti della capitale francese, neppure paragonabili con l’isolamento di un vecchio casolare, intorno al quale c’è solo campagna. Un soggiorno forzato, oltretutto, nel corso del quale però sono sottoposti ad un salutare ed utile percorso di formazione che, unito al recupero del rapporto con il nonno rimasto troppo a lungo lontano e sconosciuto, consente loro di tornare nella società tecnologica dalla quale provengono, umanamente e psicologicamente più ricchi e forti.

Sia chiaro, non siamo di fronte ad un cinema che scava in profondità nella psicologia dei personaggi e dei sentimenti, piuttosto quello che ci viene descritto, in entrambi i film in oggetto, che presentano come vedremo parecchie evidenti analogie fra loro, è direttamente palpabile e riconoscibile. Ad esempio, il risentimento che prova Jean, maturato negli anni della crescita nei confronti del padre perché lo caricava di responsabilità eccessive, per tenere d’occhio e lontani dai pericoli la sorella ed il fratello minori, verso i quali il genitore era invece solitamente più comprensivo. Rimproverava perciò Jean alla minima occasione, senza concedergli per il resto altra scelta se non seguirlo nel suo lavoro intorno alle vigne. Doveva imparare ed obbedire insomma, sinché appena ha potuto, Jean se n’è andato. Il regista Cédric Klapisch utilizza alcuni flashback, anche formalmente eleganti e narrativamente efficaci (come sovrapporre il viso di allora a quello di oggi dietro al vetro della finestra), che riportano Jean a quei momenti e poi in una sorta di transizione generazionale ci mostra posti e cose che sono rimaste le stesse, mentre sono cambiate le persone che li frequentano ed utilizzano nel frattempo, come l’altalena che pende dai rami dell’ombroso albero posto in mezzo alla corte, sulla quale giocavano lui ed i suoi fratelli e che si ritrova dopo molti anni a dondolarci il suo stesso figlio.

Ma è risentimento anche quello di Francois nei confronti del fratello maggiore Jean, reo di non aver sentito il dovere, alcuni anni prima, di tornare per i funerali della loro madre, quando è venuta a mancare prematuramente, seppure, come egli spiegherà in seguito, aveva i suoi buoni motivi per compiere quella dolorosa scelta e giustificare la sua assenza. E’ risentimento anche quello che cova Paul nei confronti della figlia Emilie, ricambiato a sua volta, poiché è rimasta incinta a diciassette anni, quando aveva un lusinghiero curriculum scolastico e la sua testarda reazione nel voler comunque portare a termine la gravidanza l’ha spinta ad andarsene di casa e da allora non si sono più parlati né visti. Di figli poi Emilie ne ha fatti altri due e neppure loro hanno mai visto il nonno sino ad allora. 

Un altro tema presente in entrambe le opere è quello dello scontro generazionale. E’ già evidente quello fra Jean ed il padre ma risalta anche fra Francois e gli ossessivi suoceri che puntualmente alle nove dell’unico giorno della settimana in cui potrebbero dormire un po’ più a lungo, cioè la domenica mattina, svegliano lui, la moglie ed il bambino nella culla dove dormiva beato ed inizia a piangere, per consumare il rito della colazione assieme, così che il suocero, abituato ad imporre le sue scelte ai lavoranti nella tenuta di famiglia, possa insistere ancora nel tentativo di organizzare anche la vita lavorativa del genero… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘C’era Una Volta a… Hollywood’

CERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

Titolo Originale: Once Upon a Time in Hollywood

Nazione: USA, UK

Anno: 2019

Genere: Commedia, Drammatico, Rievocativo

Durata: 161’ Regia: Quentin Tarantino

Cast: Leonardo DiCaprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth), Margot Robbie (Sharon Tate), Emile Hirsch (Jay Sebring), Margaret Qualley (Pussycat), Timothy Olyphant (James Stacy), Julia Butters (Trudi Fraser), Austin Butler (Charles ‘Tex’ Watson), Dakota Fanning (Lynette Fromme), Bruce Dern (George Spahn), Mike Moh (Bruce Lee), Luke Perry (Wayne Maunder), Damian Lewis (Steve McQueen), Al Pacino (Marvin Schwarzs), Nicholas Hammond (Sam Wanamaker), Samantha Robinson (Abigail Folger), Rafał Zawierucha (Roman Polański), Lorenza Izzo (Francesca Capucci), Costa Ronin (Wojciech Frykowski), Damon Herriman (Charles Manson), Lena Dunham (Catherine ‘Gypsy’ Share), Madisen Beaty (Patricia ‘Katie’ Krenwinkel), Mikey Madison (Susan ‘Sadie’ Atkins), James Landry Hébert (Steve ‘Clem’ Grogan), Maya Hawke (Linda Kasabian), Victoria Pedretti (Leslie ‘Lulu’ Van Houten), Scoot McNairy (‘Business’  Bob Gilbert), Clifton Collins Jr. (Ernesto il Messicano), Dreama Walker (Connie Stevens), Rachel Redleaf (Cass Elliot), Rebecca Rittenhouse (Michelle Phillips), Rumer Willis (Joanna Pettet), Spencer Garrett (Allen Kincade), Clu Gulager (Proprietario della ‘Larry Edmunds Bookshop’), Rebecca Gayheart (Billie Booth), Kurt Russell (Randy), Zoë Bell (Janet), Michael Madsen (Sceriffo Hackett), Perla Haney-Jardine (Venditrice di Sigarette)

CONTESTO NARRATIVO: Rick Dalton è un attore che ha raggiunto una discreta popolarità con una serie televisiva di genere western intitolata ‘Bounty Law’, senza però mai fare il decisivo salto di qualità. Cliff Booth è uno stuntman ed amico che lavora in esclusiva per lui, gli fa piccoli lavoretti come aggiustare l’antenna della sua villa a Hollywood ed è anche il suo autista da quando Rick si è reso colpevole di alcuni incidenti per stato di ebbrezza e gli hanno ritirato la patente. Cliff, nonostante il carattere bonario, pare che abbia sulla coscienza la morte della moglie Billie che lo tormentava continuamente ed anche negli ‘studios’ si è fatto una cattiva fama dopo una serie di bravate, l’ultima delle quali è stata una zuffa niente meno che con Bruce Lee, campione d’arti marziali contro il quale lo stuntman, forte di una notevole autostima, non ha mostrato alcun timore o riverenza. Possiede inoltre un’auto malconcia che guida in modo spericolato e dorme dentro un roulotte assieme al suo prestante pitbull ‘Brandy’ che ubbidisce ad ogni suo comando. La villa sopra quella di Rick è abitata dal regista Roman Polanski, la sua bellissima moglie Sharon Tate ed il suo ex, l’imprenditore Jay Sebring. L’agente Marvin Schwarzs mette in guardia Rick dal proseguire la carriera in ruoli da cattivo perché potrebbe diventare una caratterizzazione autolesionistica per il suo pubblico. Poiché Rick è in fase calante di popolarità, Marvin gli suggerisce di andare in Italia dove si sta sviluppando un sottogenere di film, gli ‘spaghetti western’, nei quali ha tutte le caratteristiche per diventare una star. Rick teme invece che la lontananza da Hollywood potrebbe nuocere definitivamente alla sua carriera. Intanto Cliff accetta di dare un passaggio nell’auto di Rick ad una giovane minorenne hippy, Pussycat, che gli aveva già lanciato alcuni sguardi ed ammiccamenti in precedenza allo stesso incrocio e l’accompagna sino ad un vecchio Ranch, dove vive in una Comune, usato un tempo come set e nel quale lui ha lavorato otto anni prima, di proprietà del vecchio George Spahn. All’arrivo, Cliff si trova di fronte allo sguardo inquietante di un gruppo di altre ragazze e qualche loro compagno. Insospettito per la salute di George, chiede di vederlo ma  di fronte ad alcune scuse, insiste per parlargli, rendendosi conto poi però che è cieco ed affetto probabilmente da Alzheimer. Tornando all’auto, scopre però che gli hanno bucato una gomma ed allora costringe il probabile responsabile, a suon di cazzotti, a montargli la gomma di scorta, prima di andarsene, pochi istanti prima dell’arrivo a cavallo di un altro componente la Famiglia, avvisato nel frattempo e tornato precipitosamente indietro da una visita guidata di un paio di clienti nei dintorni. Dopo una prova incolore in ‘Lancers’, una nuova serie western con il regista Sam Wanamaker, durante la quale dimentica spesso le battute per colpa dell’alcol e nonostante un’ultima performance elogiata da tutti, compresa, Trudi, una bambina molto perspicace che fa parte del cast, Rick decide di seguire il consiglio di Schwarzs e volare in Italia accompagnato dal fido Cliff. Difatti ottiene un buon successo, una serie di altre scritture e guadagna anche tanti soldi che però in parte sperpera nella vita mondana e notturna romana, cui s’aggiungono quelli necessari a mantenere i vizi della moglie italiana Francesca Capucci, con la quale si è legato nel frattempo. In assenza di Polanski, impegnato sul set di un nuovo film in UK, dal canto suo Sharon Tate, che è incinta, si distrae facendo shopping a Los Angeles. Davanti ad un cinema nel quale è in programmazione un film, al quale lei stessa ha partecipato, non resiste alla tentazione di entrare in sala e godersi le scene ed i positivi commenti degli spettatori. Tornati a Hollywood con Francesca dopo sei mesi, Rick confessa a Cliff di non poterlo più tenere per ragioni economiche e decidono di andare a trascorrere un’ultima serata assieme in un ristorante messicano, mentre la moglie dorme per superare il ‘jet lag’ e ‘Brandy’ fa la guardia. Anche Sharon Tate, in compagnia di Jay ed una coppia di amici è uscita a cena in un altro ristorante messicano. Più tardi tornano tutti a casa nelle rispettive ville, ma mentre Cliff esce per portare il pitbull a sgranchirsi le zampe nei dintorni, un’auto sgangherata con un ragazzo e tre compagne della Famiglia capeggiata da Charles Manson giunge sino all’ingresso della villa di Rick. Quello che succede dopo è il racconto ripensato da Tarantino della strage che l’8 agosto 1969 si è consumata a Cielo Drive… 

VALUTAZIONE: un film di Tarantino lo si ama o lo si odia. Io appartengo alla prima categoria, ma ritengo sia difficile comunque in questo caso rimanere indifferenti di fronte all’abilità del regista americano nel dominare con grande padronanza e stile un’opera che racconta contemporaneamente tre storie distinte, pur legate fra loro da un filo conduttore, nell’ambito di una fedele ricostruzione di Hollywood di fine anni sessanta. Due sono di fantasia: quella dell’attore Rick Dalton, incapace di reagire ad una carriera volta al ribasso e quella del suo stuntman Cliff Booth che gli sta fedelmente accanto da dieci anni ma è comunque protagonista di curiosi avvenimenti personali. C’è poi invece la vicenda autentica di Sharon Tate con la quale riviviamo la terribile strage di Cielo Drive, che Tarantino però rilegge a modo suo, sorprendendoci. Saltando continuamente da un personaggio all’altro, senza perdere mai di vista però l’insieme e l’armonia della trama, il film scorre che è un piacere nonostante duri oltre due ore e mezza, grazie anche alla bravura degli interpreti ed alla personalità dello stesso regista e sceneggiatore. Voto:

Mentre il precedente ‘The Hateful Eight‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere la mia recensione di questo film) iniziava con uno spettacolare 70 mm. panoramico, stavolta la nona regia di Quentin Tarantino propone, nelle prime immagini, un bianco e nero in 16 mm. e formato 4/3, cioè quello dei TV di una volta, che mostra uno spot della serie western intitolata ‘Bounty Law‘, interpretata da Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), nella quale si raccontano le avventure di un infallibile cacciatore di taglie. Subito dopo assistiamo all’intervista sul set dello stesso attore, affiancato dalla sua personale controfigura, lo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt), con il quale scherza un po’ riguardo somiglianza e rischio del ruolo. Si torna quindi al colore ed al formato ampio classico dei film a 35 mm. in analogico, con la ripresa in primo piano di un cartellone pubblicitario che assomiglia, nel dettaglio della bocca perlomeno, alla famosa cover dell’album ‘In The Court Of The Crimson King‘ del gruppo King Crimson (clicca sul titolo anche in questo caso se fossi interessato a leggere la mia recensione di questa pietra miliare della musica progressive), pubblicato nello stesso periodo di ambientazione del film. Il cartellone è posto di fronte al parcheggio della villa di Rick, il quale sale nella sua auto assieme a Cliff che è però al volante, per scendere dalla collina in direzione dell’abitato di Los Angeles.

Cambia ancora lo scenario e, sullo scorrere dei titoli di testa e la musica di uno dei brani classici di quel periodo storico contenuti nella ricchissima colonna sonora, la coppia Roman Polanski (Rafał Zawierucha) e Sharon Tate (Margot Robbie), appena giunta all’aeroporto di Los Angeles, sale su un’auto sportiva scoperta per raggiungere la loro villa, posta immediatamente sopra quella di Rick, a Hollywood ovviamente. Nel frattempo quest’ultimo e Cliff stanno entrando in un pub. Una didascalia riporta la data di Sabato, 8 Febbraio 1969, esattamente sei mesi prima della giornata divenuta tristemente famosa negli Stati Uniti (e non solo) per la strage che ha visto protagonisti un gruppo di accoliti di Charles Manson, in un paese già dilaniato da tempo dalla guerra in Vietnam. Rick Dalton ha un appuntamento con l’agente di spettacolo Marvin Schwarzs (Al Pacino) e, se ce ne fosse ancora bisogno, ci rendiamo conto a questo punto che il film, anche per i nomi degli attori che compongono il cast (molti altri noti si aggiungeranno in seguito in parti più o meno importanti), non è un’opera di passaggio ma, guardando anche al titolo, fra fantasia e realtà, è quella più autobiografica nella filmografia di Quentin Tarantino ed ha anche l’ambizione di rievocare lo spirito di Hollywood, del cinema ed anche della società americana in senso più lato, di quel periodo storico. E ci riesce benissimo!

 

Il celebre regista americano è diventato nel tempo un personaggio carismatico, così che molti attori di primo piano, pur di recitare nei suoi film, sono disposti a ridursi i compensi (Di Caprio ad esempio del 25%). Quest’ultima opera non fa eccezione, altrimenti, per rimanere dentro il pur ricco budget di ben 95 milioni di dollari, messo a disposizione dalla produzione Sony (con la quale il regista ha sostituito all’ultimo momento la compagnia di Harvey Weinstein, sprofondato nella melma delle note accuse di molestie sessuali), tre interpreti del calibro di Leonardo Di Caprio, Brad Pitt e Al Pacino, non sarebbe stato possibile vederli assieme e restare comunque nei limiti dei costi. Specie se si considera che una buona fetta del budget è stata destinata al direttore della fotografia Robert Richardson ed agli scenografi Barbara Ling e Nancy Haigh (premiati poi con l’Oscar, assieme a Brad Pitt) per ricostruire alcuni luoghi ed il Sunset Boulevard di Hollywood proprio com’erano al tempo. Si sa che Tarantino non è autore da compromessi, nonostante sia un cultore di ‘b-movie’ e ‘splatter’, girati spesso alla buona e poi un appassionato di ‘spaghetti-western’, polizieschi e film erotici italiani, proprio del corrispondente periodo d’ambientazione di questa sua ultima fatica.

Le aspettative nei suoi riguardi sono sempre altissime, ogni suo film viene atteso come un evento e perciò gli si chiede ogni volta un nuovo capolavoro. E’ una pretesa ingenerosa in realtà, per un autore che al pari di pochi altri registi ‘cult’ (si pensi, ad esempio, a Stanley Kubrick e Terrence Malick) ha una filmografia che per numero di opere sta sulle dita di due mani e fra loro c’è anche il capolavoro simbolo degli anni novanta, cioé ‘Pulp Fiction‘ (vale quanto detto in precedenza ed a seguire per i titoli sopra i quali il mouse mostra una manina, riguardo la disponibilità della mia recensione relativa). Ogni volta che ha messo la sua firma, Tarantino ha realizzato comunque qualcosa che è rimasto nella memoria dei cinefili, degli appassionati e dei fan, cioè un simbolo del genere di appartenenza, che si tratti di poliziesco, noir, thriller, grottesco, western o, come in questo caso, di una commedia rievocativa.

Il titolo ‘C’era una volta a… Hollywood‘ appare sia nei titoli di testa che in quelli di coda, ma in questi ultimi, non a caso, ‘C’era una volta… a Hollywood‘ i puntini di sospensione precedono la lettera ‘a’, come a voler sottolineare la differenza fra una storia specifica che sta per iniziare, specificatamente a Hollywood, rispetto alla frase classica che inizia un qualsiasi racconto nel quale però la determinazione del luogo può anche essere secondaria o inesistente. Al di là di questi sofismi, la sceneggiatura rispetta ancora una volta una costante del cinema di Quentin, cioè il saper raccontare una storia, al di là del significato e dell’importanza della stessa. Tarantino, alla stregua di alcuni rari autori, è un ‘one man show‘, cioè non si occupa solo della regia, ma anche del soggetto (a volte in compartecipazione) e della sceneggiatura (sempre in esclusiva) dei suoi film. E difatti, anche in questo caso si dimostra un affabulatore straordinario, capace di catturare l’attenzione dello spettatore anche su una singola scena che si trasforma in ‘cult’, anche se spesso è interlocutoria rispetto al filo conduttore della trama, come se fosse lo sketch di uno spettacolo di varietà, senza che ciò però strida e suoni estraneo all’equilibrio ed appropriatezza del medesimo nel suo insieme. Due momenti fra tutti: il dialogo fra Rick Dalton e Trudi, la bambina ‘matura’ e spigliata durante la pausa sul set e poi la sfida fra Cliff Booth e Bruce Lee, re delle arti marziali. 

In quest’ultima opera Tarantino ha ripreso in parte lo schema narrativo di ‘Pulp Fiction‘ ed ha utilizzato anche quello tipico di molti racconti d’ambientazione storica e/o avventurosa. Non a caso questo soggetto originariamente non doveva essere un film, bensì un romanzo, intorno al quale l’autore ronzava già da cinque anni circa, sino a convincersi infine che era più adatto ad essere sviluppato come sceneggiatura per il cinema. Ci sono infatti tre personaggi principali: Rick, Cliff e Sharon. Tre storie diverse fra loro, nonostante i primi due siano in relazione di lavoro, ma anche di amicizia. Sharon Tate invece solo alla fine del film arriva a conoscere personalmente Rick, ma non Cliff invece ed è curioso anche questo particolare di due protagonisti, quasi tre, che però non s’incontrano mai direttamente. La trama gira intorno a loro e procede in maniera parallela, saltellando da uno all’altra come nei capitoli appunto di un romanzo, mantenendo però la progressione temporale ed affidandosi al flashback per i ricordi e le puntualizzazioni riguardo il passato, compresi alcuni spezzoni di film e serie reali o inventati secondo necessità(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Serie-Doc TV: ‘The Last Dance’ e Film: ‘Pelé’

THE LAST DANCE (Serie-Doc TV)

Titolo Originale: The Last Dance

Nazione: USA

Anno: 2020

Genere: Biografico, Sportivo

Durata: 10 Puntate da circa 50′ cadauna 

Ideatore: Michael Tollin  Regia: Jason Hehir

Cast: Michael Jordan, Phil Jackson, Jerry Krause, Scottie Pippen, Dennis Rodman, Steve Kerr, Bill Wennington, John Salley, B.J. Armstrong, Charles Barkley, Gary Payton, Patrick Ewing, Magic Johnson, Larry Bird, Horace Grant, Reggie Miller, John Paxson

CONTESTO NARRATIVO: Michael Jordan, grandissimo campione del basket NBA, ha vinto con la squadra dei Chicago Bulls e sotto la guida del fedelissimo coach Phil Jackson, tre Anelli (Campionati) dell’NBA consecutivi, un evento straordinario per la prestigiosa lega sportiva americana. Al culmine dalla fama, stretto fra la pressione dei tifosi adoranti ed irretito dalle continue polemiche con alcuni media e con il general manager Jerry Krause, decide di ritirarsi prematuramente. La vera ragione però è che a seguito della morte violenta del padre, cui era legatissimo, non riusciva più ad appassionarsi al gioco ed al ruolo di leader della squadra, esemplare in allenamento ed esigente con se stesso come con i compagni. Dopo una parentesi di un anno e mezzo nel baseball, lo sport che giocava da bambino, nel quale da stella torna ad essere uno qualsiasi all’interno della sua squadra, depurato dalle scorie che l’avevano spinto a quella traumatica scelta, torna al vero amore, il basket, nel quale è stato quasi sempre decisivo per i Bulls. Dopo un primo periodo di difficoltà per il riadattamento, raggiunge i livelli precedenti, spingendo la squadra di Chicago a vincere nuovamente l’Anello per altri due anni consecutivi. La proprietà della ‘franchigia’ ed il general manager sono però convinti che il ‘roster’, cioè la rosa, sia costituita da molti giocatori di primo piano oramai troppo avanti negli anni ed hanno intenzione di rinnovarla con dei giovani di talento da far crescere intorno a Michael Jordan. Pertanto decidono di voltare pagina anche riguardo il coach Phil Jackson, al quale concedono solo un ultimo anno di contratto. Michael è in profondo disaccordo con la dirigenza, ma consapevole che non riuscirà a cambiare le cose, assieme ai suoi compagni si allena e gioca al meglio l’ultima stagione, da lui definita ‘the last dance’ per quella fantastica squadra. Cogliendo di sorpresa un po’ tutti, con il pensiero sempre rivolto al padre che non c’è più e che lo seguiva ogni partita dagli spalti, riesce ancora una volta a trascinare i Chicago Bulls e realizzare un’altra tripletta di Anelli, impresa riuscita nella storia NBA solo alle altre due ‘franchigie’ più titolate: Boston Celtics e Los Angeles Lakers. Convinto che se gliene avessero dato la possibilità, quella squadra avrebbe potuto vincere anche un settimo titolo, Michael Jordan decide di ritirarsi una seconda volta.   

VALUTAZIONE: non è, come potrebbe sembrare osservando la locandina e il nome del campione Michael Jordan, una Serie TV che parla solo di basket, destinata ad un pubblico confidente con questo sport ed in particolare dell’NBA che ne è la massima espressione. In realtà è molto di più ed è fruibile da chiunque, perché racconta una fantastica vicenda umana di riscatto e successo e, grazie ad un accordo fra la ‘franchigia’, la squadra e la troupe, porta lo spettatore ad essere partecipe di ciò che avviene all’interno della squadra, durante una polemica ma anche esaltante ultima stagione, appunto ‘the last dance’. Si assiste agli allenamenti, ai dialoghi fra coach e giocatori, fra i giocatori stessi e la dirigenza. Si vive, come a farne parte, il clima negli spogliatoi durante le partite, così che emergono i diversi caratteri, le debolezze, i capricci, gli scontri, le delusioni per le sconfitte e le gioie per le vittorie. Attraverso la testimonianza dello stesso Jordan oggi, che rimanda a episodi della sua crescita come atleta e uomo, la Serie TV racconta l’inebriante ruolo della star, grazie ad immagini di repertorio che lo hanno portato ad un crescendo inarrestabile di successo, che si è anche trasformato però in una gabbia dalla quale, nel momento peggiore della sua vita, non ha potuto fare a meno di fuggire, seppure temporaneamente. Voto:

PELE’

Titolo Originale: Pelé: Birth of a Legend

Nazione: USA

Anno: 2016

Genere: Biografico, Sportivo

Durata: 107′

Regia: Jeff e Michael Zimbalist

Cast: Kevin de Paula (Pelé), Leonardo Lima Carvalho (Pelé da bambino), Seu Jorge (Dondinho, padre di Pelé), Mariana Nunes (Celeste Arantes, madre di Pelé), Milton Gonçalves (Waldemar de Brito), Seth Michaels (Mario Zagallo), Vincent D’Onofrio (Feola), André Mattos (allenatore del Santos), Phil Miler (Narratore), Rafael Henriques (Yuri a 14 anni), Felipe Simas (Garrincha), Mariana Balsa (Lucia), Eric Bell Jr. (Zoca), Diego Boneta (José Altafini), Fernando Caruso (Zito), Tonya Cornelisse (Ragazza Svedese), Colm Meaney (George Raynor), Charles Myara (Dottor Gosling), Pelé (Se stesso, seduto nella sala d’aspetto dell’Hotel), Rodrigo Santoro (Annunciatore Brasiliano)

CONTESTO NARRATIVO: Dico è un bambino che vive nelle favelas di Bauru, una cittadina non distante da Santos, in Brasile. Gioca assieme ai coetanei a piedi scalzi con palle di stracci legati fra loro, dimostrando sin da piccolo notevoli seppure ancora grezze doti calcistiche. Il padre è stato un buon giocatore in gioventù ma poi ha dovuto smettere per problemi fisici. Ora lavora come addetto alle pulizie in un ospedale. Anche la moglie svolge lavori di pulizia presso famiglie benestanti. Dopo la disfatta della nazionale brasiliana nel mondiale del 1950, perso in casa contro l’Uruguay, anche il padre di Dico è profondamente deluso e lo porta con sé al lavoro, insegnandogli nelle pause la tecnica della ‘ginga’ (un misto di abilità e precisione). Lo osserva in seguito quando, assieme ai compagni s’iscrive di nascosto ad un torneo giovanile e Pelé li conduce a sfiorare la vittoria in finale, dopo un’incredibile rimonta, contro la spocchiosa squadra di Altafini. Notato dall’osservatore Waldemar de Brito e grazie ad una iniziativa della madre, Pelé partecipa ad un provino della squadra del Santos e viene immediatamente scelto. La sua fantasia e tecnica individuale però è malvista dall’allenatore delle giovanili che predilige il gioco schematico europeo. E’ de Brito a trattenerlo quando Pelé sembra deciso a rinunciare e di lì a breve diventa infatti una star delle giovanili del Santos, segnando molti gol, poi della prima squadra ed infine viene convocato in nazionale a soli 17 anni. Un infortunio ad un ginocchio rischia di pregiudicargli la carriera ed il mondiale in Svezia, dove comunque viene portato seguendo le cure di un medico specialista. Salta le prime partite, ma quando alcuni suoi compagni sono costretti all’infermeria causa il gioco duro di alcune nazionali europee, viene schierato in campo ancora convalescente dal tecnico Feola nella semifinale contro la Francia, nonostante quest’ultimo sia del parere, come molti altri, che il Brasile abbia perso il mondiale nel 1950 a causa della pratica troppo fantasiosa ma poco concreta della ‘ginga’. Pelé però trascina i suoi compagni ad una rimonta, segnando tre reti e mettendo in risalto la sua tecnica straordinaria. La finale contro i padroni di casa nasce in un clima di provocazione da parte del tecnico svedese, ma Feola oramai convinto che non si può ingabbiare l’indole dei suoi giocatori, li invita a giocare come sanno, nello spirito del divertimento, prima ancora del risultato e dopo un iniziale svantaggio, il Brasile dilaga, grazie al gioco dei suoi funambolici giocatori, come il trio d’attacco Vavà, Didì e Pelé, vincendo la partita ed il mondiale per 5-2, facendo ballare tutti i loro tifosi a casa, impazziti di gioia, compresi i genitori di quest’ultimo.

VALUTAZIONE: fra romanzo, che spesso prevale nel calcare appositamente la mano, e realtà, la vicenda del più grande calciatore della storia, secondo molti, viene raccontata senza però troppo indugiare sui tecnicismi del gioco, che sarebbero incomprensibili per chi non ha confidenza con il calcio. E’ una storia per molti aspetti commovente, a volte un po’ troppo insistente al riguardo, ma che mette in scena anche momenti credibili di vita nelle favelas, compresa la difficoltà non solo di sopravvivere ma anche di superare le prevaricazioni dei meno deboli su quelli più poveri ed indifesi di loro. Pelé è però anche l’esempio di come il talento ed i sacrifici, oltre all’indispensabile fortuna, sono il tramite per smarcarsi dal più pericoloso avversario, cioè la rassegnazione della miseria e ad un’esistenza anonima, sino a diventare una star dello sport a livello mondiale. Un’opera che, pur con qualche esagerazione, anche di natura calcistica, si vede con scioltezza, nonostante i limiti di sceneggiatura ed un livello recitativo piuttosto modesto in generale. Notevole comunque la somiglianza fisica fra Kevin de Paula e il vero Pelé, che compare in un cammeo ma senza rappresentare se stesso. Voto:  

In un periodo segnato negativamente anche per lo sport dalle conseguenze del coronavirus, che ha costretto le federazioni sportive di tutto il mondo allo stop in ogni competizione, può essere consolatorio ma anche un’occasione utile rivivere le storie di alcuni campioni che nelle varie discipline sono diventati proverbiali e sinonimi delle stesse, grazie alle loro imprese sportive straordinarie, pur essendo, come in questo caso, caratterialmente molto diversi fra loro e provenendo però, in entrambi i casi, da famiglie povere e luoghi fra i più malfamati e pericolosi dei rispettivi paesi d’origine. Ne sono un esempio le due opere in oggetto, per quanto molto distanti sia per tipologia che per modalità di approccio, struttura, finalità e lunghezza, essendo la prima una Serie TV in dieci puntate che dura complessivamente oltre nove ore e l’altro un film di poco meno di due.

Chi non avesse mai sentito parlare di Michael Jordan sappia, detto in maniera molto sintetica, che si tratta di un giocatore di basket americano che ha fatto la storia di questa disciplina sportiva, vincendo complessivamente sei campionati NBA con la stessa squadra, i Chicago Bulls, che mai erano riusciti prima a conquistare il prestigioso Anello, cioè il titolo di Campioni, che nel basket equivale ad una sorta di incoronazione a livello mondiale. Questa impresa è riuscita ai Bulls in due distinti periodi: una prima tripletta negli anni 1991-92-93, frutto di un predominio assoluto; una seconda invece, molto sorprendente nelle dinamiche e nelle aspettative, negli anni 1996-97-98, quando ormai si considerava superata la fase di migliore competitività della squadra. Michael Jordan ne è stato l’artefice, sia per la qualità che per il carisma che lo contraddistinguevano, nonostante fra i suoi compagni ci fossero giocatori di livello assoluto come Scottie Pippen, Horace Grant, Dennis Rodman, Steve Kerr ed il croato Toni Kukoc. L’importanza della sua presenza sta anche nel fatto che i sei titoli sono stati conquistati in otto anni, ma nei due che la franchigia di Chicago non c’è riuscita, cioè nel 1994-95 fra le due triplette, Michael Jordan non c’era, perché in quella parentesi si era temporaneamente ritirato. Un caso unico nello sport di un campione che ha lasciato nel momenti di massimo livello per andare a giocare un altro sport, cioè il baseball e per giunta in una squadra di seconda lega, sempre di Chicago, dove non era nessuno. Se non fosse, che aveva sentito il bisogno psicologico di staccare, specie dopo la morte prematura e violenta del padre, per lui un vero e proprio punto di costante riferimento, Il suo nome comunque muoveva ugualmente frotte di spettatori quali quella società aveva mai visto in precedenza, non certo per il livello di gioco che Jordan era capace di esprimere, neppure paragonabile lontanamente a quello che era capace di esprimere nel basket.

La Serie TV che ne ripropone la carriera nasce perciò da un curioso progetto ed esperimento dell’ultimo anno, al quale Jordan stesso ha dato il nome di ‘The Last Dance‘. Più che una scelta o raggiunta consapevolezza di non poter aspirare ad altri successi nell’immediato futuro, è stata una imposizione del proprietario, Jerry Reinsdorf e soprattutto del general manager Jerry Krause, che pure quella squadra aveva costruito e con il quale però Michael non ha mai avuto un gran feeling. I due Jerry erano convinti che fosse arrivato il momento di voltare pagina, considerando conclusa la fase più produttiva in termini di risultati di quel ‘roster’, cioè la rosa e la necessità pertanto di rinnovarla per tempo, al fine di anticipare l’inevitabile declino.

Un bel coraggio comunque, perché né Michael, né i compagni con i quali aveva condiviso quella serie di successi, si erano rasseganti a non essere più in grado di competere ai massimi livelli e d’altronde, come dargli torto, erano ancora i campioni in carica degli ultimi due anni! In dieci puntate di circa un’ora cadauna riviviamo perciò assieme ai protagonisti quell’ultima stagione, non solo dal punto di vista agonistico ma proprio dal di dentro dello spogliatoio dove ad una troupe era stato concesso il permesso di entrare e filmare ciò che costantemente avveniva, senza filtri. Le testimonianze dello stesso Michael Jordan (e di altri suoi compagni) seduto in poltrona nella sua sontuosa villa (curiosamente la grande vetrata a volte mostra la luce del giorno, altre lo scuro della sera), nel momento in cui le oltre cinquecento ore di registrazione sono state, dopo anni di tentennamenti, discussioni, rinunce e rilanci, montate e ridotte a dieci ore circa, si riferiscono anche a filmati ed interviste di repertorio che spaziano sull’intera carriera di questo straordinario giocatore. Quindi da un lato le dieci puntate raccontano l’ultima danza, appunto, di quella straordinaria squadra; dall’altro nel corso delle stesse affrontano, per discuterne la sostanza, alcuni degli episodi, controversie e personaggi più significativi di quella stessa stagione, con testimonianze a posteriori dello stesso Michael Jordan e degli altri protagonisti, spesso senza peli sulla lingua che evidenziano le contrapposizioni di opinione e di carattere, rimaste vive nonostante il tempo trascorso prima della realizzazione della Serie TV.

Non dissimile per fama e considerazione negli appassionati di calcio è il giocatore Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, una figura divenuta leggendaria con il passare del tempo, ma completamente differente, rispetto alla Serie TV su Michael Jordan, è l’approccio del film che ne ricostruisce in un paio d’ore la storia, partendo dai primi anni quando lo chiamavano ancora Dico ed era nato nelle ‘favelas’, cioè come sono definiti i sobborghi più poveri delle città in Brasile. A sottolineare ulteriormente le differenze con la Serie TV su Michael Jordan, che è interpretata dagli stessi autentici protagonisti, essendo realizzata nello stile del reportage, quella su Pelé è invece una sceneggiatura romanzata, recitata da attori diversi che riflettono le fasi salienti della sua vita d’atleta, da quando era un ragazzino sino all’affermato diciassettenne che decide con i suoi gol e le sue irresistibili azioni il mondiale del 1958 in Svezia… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Parasite’

PARASITE

Titolo Originale: Gisaengchung

Nazione: Corea del Sud

Anno: 2019

Genere: Thriller, Drammatico, Commedia

Durata: 132’ Regia: Bong Joon-ho

Cast: Song Kang-ho (Kim Ki-taek), Lee Sun-kyun (Park Dong-ik), Cho Yeo-jeong (Choi Yeon-kyo), Choi Woo-shik (Kim Ki-woo), Park So-dam (Kim Ki-jung), Lee Jung-eun (Gook Moon-gwang), Park Myeong-hoon (Oh Geun-se), Chang Hyae-jin (Kim Chung-sook), Jung Ziso (Park Da-hye), Jung Hyeon-jun (Park Da-song), Park Seo-joon (Min-hyuk)

CONTESTO NARRATIVO: I quattro componenti la famiglia Kim: padre, madre e due figli già adulti, tutti disoccupati, vivono in una zona popolare di Seul dentro un miserabile scantinato sotto il livello della strada, guadagnandosi il minimo indispensabile per sopravvivere. Con un po’ di fortuna e abili stratagemmi riescono uno alla volta a farsi assumere dai Lee, una benestante famiglia, prendendo il posto del personale di servizio, senza dichiarare però la loro parentela. La famiglia Lee è proprietaria di una bella villa nella zona più elegante della capitale coreana ed è costituita a sua volta dal padre, a capo di una società tecnologica, dalla madre e da due figli: una liceale poco brillante a scuola ed un bambino appassionato di pellerossa che però ha subito un trauma ed è diventato epilettico dopo aver visto una notte, secondo lui, un fantasma che si aggirava per casa. L’inappuntabile domestica dei Lee infatti nasconde da tempo nella stessa villa un compagno che, per sfuggire ai creditori, vive in un bunker sotterraneo, la cui esistenza è ignota ai Lee ed al quale si accede dal sottoscala, muovendo un mobile dietro al quale c’è una porta. Un giorno, mentre la famiglia Lee è fuori città in un campeggio ed i Park si godono la villa, mangiando ed ubriacandosi in sala, suona il citofono ed appare la domestica licenziata che riesce a convincere la sua sostituta a farla entrare per recuperare un oggetto nel sottoscala che non aveva fatto in tempo a portare via. La signora Park scopre così l’esistenza dell’uomo nascosto ma inavvertitamente gli altri tre componenti la sua famiglia, che non dovrebbero essere nella villa quella sera, scivolano sulle scale e così l’ex domestica scopre l’inganno del quale lei stessa è una vittima. Prontamente li riprende con lo smartphone e minaccia di spedire il filmato alla famiglia Lee, invertendo quindi la forza contrattuale delle parti in gioco. Ne nasce poco dopo una colluttazione che vede prevalere i Kim mentre l’ex domestica ed il compagno vengono legati, imbavagliati e rinchiusi nel bunker. Nel frattempo i Lee hanno telefonato e nel giro di pochi minuti sono di ritorno a casa. Una pioggia diventata in breve torrenziale ha causato infatti lo sgombero del campeggio. Kim padre ed i due figli non fanno in tempo ad uscire dalla villa e mentre la moglie cucina un piatto richiesto dalla signora Lee, vivono poco dopo momenti d’ansia nascosti sotto un tavolo in sala, mentre i coniugi Lee amoreggiano sul divano davanti alla vetrata che da sul giardino dove il figlio ha voluto rimanere a tutti i costi dentro una capanna mentre fuori piove e dialogando con loro con un walkie-talkie. Più tardi i tre riescono a sgattaiolare fuori dalla villa ma per raggiungere la loro abitazione devono correre sotto il diluvio, per scoprire che nel frattempo lo scantinato si è quasi completamente riempito d’acqua. Il giorno seguente è il compleanno del piccolo Lee ed i suoi genitori invitano i loro amici ed anche i quattro collaboratori, nonostante i tre fuggiti dalla villa hanno trascorso la notte in palestra, assieme ad una moltitudine di sfollati. La festa prenderà una china grottescamente drammatica e macabra…

VALUTAZIONE: non è forse quel capolavoro che ha suscitato tanto entusiasmo e che giustifica la messe di premi che ha raccolto ma è certamente un’opera di notevole livello, curiosa, originale, trascinante e dagli sviluppi inaspettati, con un crescendo di tensione ma anche di sarcasmo e macabra ironia che sono impeccabilmente gestiti dal talentuoso regista coreano Bong Joon-ho. Il quale dimostra di aver appreso perfettamente la lezione del cinema americano per quanto riguarda i ritmi e di quello europeo per quanto riguarda invece le tematiche basate sulle contrapposizioni fra classi sociali. ‘Parasite’ è un film asiatico ma sorprende per il ‘linguaggio’ cinematografico internazionale e ciò spinge a considerarlo come il risultato di una crescita autoriale in senso globale, ovvero non semplicemente legata ad una mera espressione artistica locale. Si nota un’evidente ispirazione ‘tarantiniana’, specie nella seconda parte, ma è un film che è sviluppato su strati narrativi sovrapposti, con numerose metafore e simbolismi, che regge però perfettamente anche ad una lettura basica della narrazione. Bravissimi tutti gli interpreti. Qualche particolare però è discutibile. Voto:

…Kim-woo, sai che tipo di piano non fallisce mai? Non aver mai alcun tipo di piano, neanche l’ombra. Sai perché? Se elabori un piano, la vita non va mai nel verso che vuoi tu…‘ (Kim Ki-taek)

La prima volta che si assiste a ‘Parasite‘ si può provare una sorta di ansia da prestazione, nei riguardi del film naturalmente. Le aspettative infatti sono al massimo livello, dato che ha vinto la ‘Palma d’Oro‘ all’ultimo Festival di Cannes e poi, caso unico nella storia recente degli Oscar, ha conquistato quattro statuette, fra le quali quella per il miglior film, abitualmente assegnata ad un’opera prodotta in USA, oltre a quella per il miglior regista, la migliore sceneggiatura originale ed anche quella per il miglior film straniero, una ‘doppietta’ che non ha precedenti nella storia della manifestazione. Oltretutto si tratta di un film girato in Corea del Sud, diretto da un regista coreano, recitato da attori coreani e nella loro lingua. E’ noto che negli Stati Uniti non esiste il doppiaggio come da noi, ma i film stranieri al massimo sono sottotitolati e pochissimo tollerati per giunta.

Eppure il successo di ‘Paradise’ si è diffuso a macchio d’olio, dopo aver colpito pubblico e critica all’uscita nel suo paese d’origine, innescando un crescendo continuo di apprezzamenti a seguire in numerose altre nazioni, sinché anche nel nostro paese, dopo una prima programmazione nelle sale un po’ in sordina, è stato riproposto sull’eco dei premi raccolti in giro per il mondo, incassando quasi 6 milioni di euro solo qui ed oltre 225 milioni di dollari a livello globale. Detto ciò, merita davvero tutto questo successo? Sì, tranne alcuni rilievi: vediamo quali e perché…

Sia chiaro, si tratta di un ottimo film, ben diretto da Bong Joon-ho (da notare che i coreani usano il cognome prima del nome proprio), che è arrivato con ‘Parasite‘ alla sua ottava opera, quindi è tutt’altro che la sorpresa di un esordiente. Non sono un esperto di cinema coreano, seppure ha una lunga storia ed anche prima di questa ‘esplosione’, se così possiamo definirla, ha proposto autori molto apprezzati anche dalla critica occidentale. Per citarne tre, che hanno vinto premi nei Festival del Cinema, sia a Cannes che a Venezia, Park Chan-wook (‘Oldboy‘ e ‘Lady Vendetta‘), Kim Ki-Duk (‘Pietà‘ e ‘Ferro 3 – La casa Vuota‘), Lee Chang-dong (‘Secret Sunshine‘ e ‘Poetry‘). Spesso però sono rimasti relegati alla nicchia dei cinefili, con scarso successo di pubblico in occidente, specie in sala, mentre ‘Parasite‘, come si suol dire, ha fatto il botto, anche fra il pubblico ‘normale’, il virgolettato non suoni a offesa per nessuno. Le ragioni sono molteplici, ma due in particolare risaltano e forse spiegano il successo su larga scala che ha ottenuto, grazie ad una sorta di passaparola, per un titolo che oltretutto suona sibillino, anche nella traduzione nostrana di ‘parassita’, seppure nel corso della trama trova piena giustificazione.

Per prima cosa, apparirà strano, ma non sembra un film coreano. Nonostante si svolga a Seul, sia interpretato da attori coreani e, se non fosse doppiato, i dialoghi li sentiremmo in lingua locale, è una storia che sin dall’inizio potrebbe essere ambientata in qualunque altra città del mondo occidentale. Anche il modo di esprimersi e le reazioni dei personaggi sono assolutamente simili alle nostre: l’uso compulsivo degli smartphone, il contesto lavorativo, la pizza come alimento ricorrente, le relazioni familiari fra le persone e persino le differenziazioni di classe sociale sono assolutamente paritetiche alle nostre. Naturalmente non mancano gli accenni alla cultura coreana, ma i capisaldi narrativi, se così possiamo definirli, sono assolutamente sovrapponibili a quelli usuali della nostra cultura. Questo aspetto ha facilitato enormemente l’immedesimazione del pubblico occidentale in una storia che in fondo non sembra poi così orientale ed il fatto che gli attori abbiano gli occhi a mandorla non li fa apparire, nei fatti più che nelle fisionomie, così lontani e diversi da noi.

Un secondo aspetto decisivo è rappresentato dalla sceneggiatura, che divide il film sostanzialmente in tre parti. Inizialmente sembra una brillante commedia di costume a sfondo sociale, curiosa ed efficacemente elaborata, che vede una famiglia di quattro componenti, i Park (lasciamo perdere i singoli nomi che sono impronunciabili e si confondono facilmente uno con l’altro), molto uniti fra loro, trovare la soluzione ai ricorrenti problemi economici, approfittando di una insperata occasione, nel segno della migliore fantasia che l’iconografia nostrana assegna di solito ai napoletani. Per emergere dalla miseria, dalla disoccupazione e da una miserabile abitazione, che ha una piccola vetrata di più elementi che guarda direttamente sullo squallido piano stradale sovrastante, in uno dei quartieri popolari più poveri della capitale sudcoreana dove può persino capitare che un ubriaco abituale urini ripetutamente nei pressi della loro casa oppure che siano ben accetti persino i fumi della disinfestazione della strada così che eliminino anche i numerosi insetti che si aggirano dentro i locali, occorre una ‘genialata‘, per così dire.

Qualcosa cioè che cambi profondamente la loro condizione, da parassiti (in ossequio al titolo) di basso profilo, alla continua ricerca di un qualche espediente e del segnale WI-FI e relativa password dei vicini, a quella, ben più remunerativa e sicura, di essere assunti al servizio di una famiglia molto benestante, i Lee, composta a sua volta specularmente da padre, madre, figlia e figlio, i quali abitano in una splendida villa di una zona esclusiva di Seul. Fra l’altro il fatto che le due famiglie siano singolarmente simmetriche accresce però l’evidenza della distanza invece che le separa dal punto di vista socio-economico. Per riuscire nell’impresa ai Park però occorre uno spunto, che capita opportunamente al figlio maschio, grazie ad un amico, che gli consente d’improvvisarsi, pur senza averne i titoli scolastici, nell’insegnante d’inglese della figlia dei Lee. Poiché il ragazzo è sveglio e preparato, ottiene facilmente l’incarico alla prova dei fatti. Di lì a breve anche la sorella, suggerita e spacciata da lui per psicologa ed esperta di terapia d’arte (ci vuole però un bel po’ di faccia tosta, d’immaginazione e creatività, anche da parte della sceneggiatura, per riuscire a farla sembrare preparata per quel compito, anche se a sua volta la ragazza si dimostra ancora più intraprendente del fratello), diventa nel giro di poche battute l’apprezzata istruttrice del figlio più piccolo dei Lee, ovviamente senza rivelare la parentela fra i due Park. Per completare l’opera con i genitori, sempre mantenendo oscura la parentela anche per loro, è necessario attuare una subdola tattica denigratoria, in modo che sia l’autista che la domestica siano licenziati e lo sporco gioco, anche in questo caso riesce perfettamente… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Serie TV: ‘The Loudest Voice – Sesso e Potere’ e ‘I Diavoli’

THE LOUDEST VOICE – SESSO E POTERE (Serie TV)

Titolo Originale: The Loudest Voice

Nazione: USA

Anno: 2019

Genere: Drammatico, Biografico, Politico

Durata: 420′ circa per 7 puntate 

Ideatori: Tom McCarthy, Alex Metcalf  Regia: Autori Vari (fra gli altri Stephen Frears)

Cast: Russell Crowe (Roger Ailes), Seth MacFarlane (Brian Lewis), Sienna Miller (Beth Tilson Ailes), Simon McBurney (Rupert Murdoch), Annabelle Wallis (Laurie Luhn), Aleksa Palladino (Judy Laterza), Naomi Watts (Gretchen Carlson)

CONTESTO NARRATIVO: Roger Ailes diventa un personaggio carismatico nel 1996 quando, assunto dal magnate Robert Murdoch per creare un canale dedicato esclusivamente all’informazione, con Fox News irrompe a piedi uniti contro la CNN e la NBC, dalla quale è stato licenziato e che allora erano riferimenti del settore. Ailes è dispotico, non usa mezze misure per raggiungere i suoi scopi, ma è anche un uomo geniale ed inventa un ‘nuovo’ format rissoso e gridato che in breve ottiene grande successo, grazie all’uso indiscriminato delle ‘fake news’ e rivolgendosi esclusivamente ad un pubblico conservatore. Fra le sue prerogative, oltre a soffrire sin dalla nascita di emofilia, c’è quella dell’uso sistematico delle molestie sessuali nei confronti delle sue collaboratrici, sino a quando la conduttrice televisiva Gretchen Carlson rompe l’omertà nei suoi confronti e funge da apripista affinché molte altre vittime escano allo scoperto, grazie anche ad una indagine condotta dai figli di Murdoch con i quali Ailes non ha mai avuto un grande feeling. Licenziato dalla Fox News, Ailes diventa consulente di Donald Trump e il 18 Maggio 2017 muore in casa dopo una rovinosa caduta le cui conseguenze sono amplificate dalla sua mole e dalla malattia.  

VALUTAZIONE: l’inquietante biografia di un grande manipolatore d’informazioni di massa, con il quale ripercorriamo i momenti salienti della politica americana degli ultimi venticinque anni. Russell Crowe è bravissimo nel rappresentare Roger Ailes, mefistofelico e prepotente personaggio ma d’indubbia capacità nel raggiungere i suoi sordidi obiettivi. Chi ha poca dimestichezza con le vicende politiche d’oltre oceano, sintetizzate anche da brevi filmati di repertorio sottotitolati, può comunque trovare in questa figura molte analogie a demagoghi nostrani, seppure di minore carisma. La miniserie è irreprensibile nella ricostruzione storica degli avvenimenti e nell’efficacia della rappresentazione. Illuminante e da non perdere! Voto:

I DIAVOLI (Serie TV)

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Italia, Francia

Anno: 2020

Genere: Drammatico, Thriller, Politico

Durata: 550′ circa per 10 puntate 

Ideatori: Alessandro Sermoneta, Mario Ruggeri, Elena Bucaccio, Guido Maria Brera, Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Ezio Abbate

Regia: Nick Hurran e Jan Maria Michelini

Cast: Alessandro Borghi (Massimo Ruggero), Patrick Dempsey (Dominic Morgan), Kasia Smutniak (Nina Morgan), Laia Costa (Sofia Flores), Malachi Kirby (Oliver Harris), Lars Mikkelsen (Daniel Duval), Pia Mechler (Eleanor Bourg), Paul Chowdhry (Kalim Chowdrey), Sallie Harmsen (Carrie Price), Harry Michell (Paul McGuinnan)

CONTESTO NARRATIVO: Massimo Ruggero, figlio di un pescatore della Campania, si è fatto da sé ed è diventato un ‘trader’ di livello internazionale presso la NYL (New York – London Investment Bank) di Londra, seguendo il suo mentore Dominic Morgan che lo considera una sorta di figlio, anche perché a quello suo, avuto dall’unione con Nina, non ha mai attribuito alcuna aspettativa e nel frattempo è caduto in un’imboscata durante la guerra in Iraq, dove s’era offerto d’andare proprio per cercare di guadagnare la stima del genitore. Massimo è a capo di un team denominato ‘Pirati’, abita in un lussuoso appartamento, si muove in Ferrari ed investe rilevanti masse di denaro utilizzando il metodo dello ‘short selling’. Spesso agisce con grande intuizione e con i suoi movimenti decide al tempo stesso le sorti di aziende ed anche di stati sovrani, garantendo comunque notevoli guadagni alla sua banca. Per tale ragione i suoi successi vengono celebrati ed è diventato un riferimento per i suoi colleghi, scalando velocemente le gerarchie aziendali. Potrebbe diventare a breve vice CEO, ma la sua candidatura viene bocciata all’ultimo momento. Chi prende il suo posto è Oliver Harris, il quale però dopo breve tempo precipita dai piani alti della sede della NYL sfracellandosi al suolo, in apparenza suicida. La ragione sembra legata alla scoperta di presunte irregolarità nel bilancio aziendale delle quali Harris si è reso protagonista. Sulle orme di Massimo c’è Sofia Flores che lavora per Daniel Duval, a capo dell’organizzazione antigovernativa ed illegale Subterranea, determinato a raccogliere prove sulle speculazioni finanziarie e compromissioni di Dominic Morgan e della NYL per renderle pubbliche. Sofia, orfana dei genitori sin dall’infanzia, ha anche visto morire suicida un fratello in Argentina, a seguito della crisi economica innescata proprio dagli spregiudicati giochi sui capitali nei quali ha avuto un ruolo fondamentale anche la NYL. Approfittando di un momento di scoramento di Ruggero, a seguito della morte della moglie Carrie, dalla quale si era comunque già separato da tempo e che si drogava, finendo persino in un giro di prostituzione, Sofia riesce ad entrare in diretto contatto con Massimo. Convinto che la morte di Harris non sia stato un suicidio ed inteso il gioco di Dominic che ha intenzione di destabilizzare i mercati europei, il cui bersaglio privilegiato è l’Italia, allo scopo di garantire il predominio del dollaro come moneta di riferimento, Ruggero si mette ad indagare per suo conto, andando contro gli interessi della stessa NYL. Anche Sofia, che ha lo stesso interesse, lo aiuta in tal senso ed il loro legame si fa via via sempre più stretto, nonostante le ambiguità ed i sospetti reciproci. Quello che Massimo scopre infine, coinvolge pesantemente Dominic e la moglie Nina, ma non salva neppure Duval. Qualcuno intanto paga a caro prezzo la resa dei conti ma una volta che ci si è trasformati in ‘diavoli’, è difficile poi rinunciare al successo ed al potere, costi quel che costi…  

VALUTAZIONE: fra fantasia e cronaca, la Serie TV ambientata alla City di Londra ma che vede protagonista un ‘trader’ italiano rampante, tratta di crisi economiche e movimenti finanziari forse poco comprensibili nei dettagli per lo spettatore medio ma dentro i quali si sviluppano comunque intelligibili intrallazzi, tradimenti, giochi di potere, inebrianti megalomanie, cocenti delusioni, cadute rovinose ed anche delitti. La vicenda si svolge durante gli anni della crisi finanziaria del 2011 che ha coinvolto pesantemente anche l’Italia ed il governo presieduto da Berlusconi. Il nuovo potere oramai non è più quello delle armi e della supremazia militare ma è nelle mani della finanza e di quei ‘diavoli’ che grazie ad essa operano, spesso indisturbati e senza scrupoli dietro le quinte. Lo svolgimento di questo giallo-thriller finanziario, chiudendo gli occhi su alcuni particolari discutibili, è interessante, la trama è fluida e trascinante, grazie anche ad un cast azzeccato ed una regia puntuale nel mettere in evidenza le distorsioni che riguardano un ambiente finanziario sempre più cinico e consapevole del ruolo che può svolgere. Voto:

Che c’azzecca, direbbe Di Pietro, una Serie TV che rievoca un noto caso di manipolazione dell’informazione TV negli Stati Uniti, con al centro l’ascesa e la caduta di Roger Ailes, la cui storia anticipa, nei modi e nella conclusione, seppure in diversi ambiti professionali, quella di un altro predatore sessuale come Harvey Weinstein; con un’altra che racconta invece la storia di un italiano del sud di umili origini come Massimo Ruggero, personaggio di fantasia che, in ossequio alla tradizione del sogno americano che consente a chiunque di costruirsi un brillante futuro, anche partendo dal nulla, mettendo a frutto il suo talento, riesce a ritagliarsi un ruolo di grande rilievo nell’alta finanza internazionale come delfino del CEO Dominic Morgan.

Quest’ultimo gestisce le strategie della Banca NYL di Londra, che si presenta con vetrate trasparenti in un contesto operativo viceversa mirato a non far filtrare nulla delle complesse e rischiose operazioni di borsa che vengono effettuate. Il fine ovviamente è quello di far guadagnare la banca ed i suoi azionisti. Il che comporta, in taluni casi, anche di intraprendere azioni finanziarie ostili nei confronti di alcuni stati, fra i quali l’Italia è il pesce più grosso ed ambito, senza curarsi minimamente delle conseguenze per i popoli coinvolti. In realtà, come vedremo, è un parallelismo, quello fra le due Serie TV, che presenta parecchi punti di convergenza.

Si tratta infatti di alterare due cardini fondamentali della società civile: da un lato, l’informazione in ‘The Loudest Voice e più specificatamente l’orientamento degli elettori americani, storicamente divisi fra democratici (progressisti) e repubblicani (conservatori); dall’altro, ne ‘I Diavoli‘ di agire, attraverso massicce operazioni di borsa, per attaccare gli stati economicamente più deboli, al fine di modificare o mantenere equilibri di potere più ampi a favore degli USA nel confronto con l’Europa, o se vogliamo più in dettaglio, in difesa del dollaro, come moneta di riferimento globale, nel confronto con l’euro. C’è quindi una convergenza dei protagonisti verso un comune delirio d’onnipotenza.

Al centro di entrambi questi progetti ci sono uomini apparentemente molto diversi fra loro: Roger Ailes, personaggio reale, è un prevaricatore arrivista e conservatore, antipatico, prepotente, collerico e molestatore seriale, convinto che solo nell’area repubblicana più tradizionalista risieda la difesa dei valori fondamentali dell’America, per i quali non esita a fare ricorso ad ogni mezzo, lecito e non, nel campo del quale è indubbiamente un maestro: quello dei media e delle news televisive in particolare. La messa in onda del canale Fox News, nella sua prospettiva che riesce a trasformare in realtà, ha proprio lo scopo di muovere la pancia, come si suol dire, dell’elettorato più conservatore e retrogrado, attraverso l’uso sistematico di notizie urlate e distorte ad arte, attaccando sistematicamente gli avversari politici allo scopo di screditarli con messaggi basati quasi sempre su false affermazioni. In qualche modo Ailes ritiene che resta comunque unj segno nella memoria di chi ascolta. Ogni riferimento a personaggi della politica nostrana non è casuale.

Dal canto suo Dominic Morgan, un personaggio di fantasia che nasce dalla penna di Guido Maria Brera nel suo omonimo best-seller, è invece una figura ignota alla gran parte dell’opinione pubblica ma ben introdotta ed anche temuta negli ambienti che contano della politica e della finanza. Fra le quinte di un infido teatrino, Dominic tira le fila dei suoi burattini, fra i quali c’è anche Massimo Ruggero, ‘trader’ rampante che ha avuto un’ascesa esponenziale grazie ad alcuni successi nella gestione dello ‘short selling‘, un termine finanziario che si sente nominare a più riprese nel corso delle puntate della Serie TV, analogamente a qualche altro vocabolo del dizionario economico, come ad esempio, ‘PIIGS‘, ‘Floor‘ e ‘cartolarizzazione‘. A proposito di quest’ultima definizione, ma non solo, il lettore che fosse interessato ad un ulteriore approfondimento, suggerisco di leggere la mia recensione al film-documento ‘Inside Job‘ (clicca su titolo in tal caso), che racconta avvenimenti legati direttamente o indirettamente proprio ai temi sviluppati in entrambe le Serie TV in oggetto. Già che ci siamo, togliamoci eventuali dubbi riguardo alcuni dei tecnicismi che compaiono frequentemente ne ‘I Diavoli‘, per meglio comprendere il contesto narrativo.

I ‘PIIGS‘, acronimo delle iniziali di alcuni paesi dell’area euro (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), sono nazioni gravate da un pesante debito pubblico e quindi a rischio di ‘default‘, cioè di crollo economico, per fortuna scongiurato sinora, Grecia a parte purtroppo. Il sostantivo ‘pigs‘ in inglese significa ‘maiali‘, quindi è facile intendere il significato denigratorio di tale sigla, pur mascherata delle due ‘i’. Più complesso è il concetto di ‘short selling‘ e per spiegarlo mi rifaccio ad un esempio, ovviamente il più semplificato possibile, per una maggiore chiarezza ma anche inevitabilmente limitativo del suo pieno significato.

Immaginiamo che un ‘trader’, cioè un professionista che svolge attività di borsa, abbia buone ragioni per ritenere che le azioni di una società stiano per subire un forte decremento del loro valore di mercato o lo voglia addirittura deliberatamente provocare. Ipotizziamo perciò che ogni azione della società X valga 100 euro. Il ‘trader’ si fa prestare da un ‘broker’ e/o una banca (cioè chi gestisce o detiene la proprietà di una larga percentuale delle azioni di quella società) un sostanzioso numero di quei titoli, stabilendo contrattualmente di restituirli entro un termine prefissato ma molto limitato nel tempo, con l’aggiunta del riconoscimento di un tasso d’interesse per il disturbo, per così dire, anche se si tratta nella realtà di una procedura usuale. A questo punto il ‘trader’ vende sul mercato azionario tutte le azioni prese in prestito ed incassa la cifra relativa. Si dice perciò che è stata eseguita una ‘vendita allo scoperto‘. Durante il tempo prefissato, se l’azione subisce una diminuzione di valore, il ‘trader’ riacquista lo stesso quantitativo ottenuto con il prestito e restituisce le azioni con l’interesse stabilito in precedenza al ‘broker’ o alla banca che gliele aveva prestate. Se l’azione fosse scesa di valore, diciamo a 90 euro, il ‘trader’ avrebbe guadagnato in breve tempo nell’operazione 10 euro su ognuna di esse. Il che, moltiplicato per migliaia o milioni di azioni, fanno tanti soldini, com’è facile a questo punto comprendere. Ovvio che se al contrario avesse sbagliato la previsione e l’azione fosse rimasta ferma al suo valore di origine oppure addirittura fosse aumentato nel frattempo, il ‘trader’ avrebbe subito una perdita secca. L’incauto del mestiere, possiamo dire: può capitare, ma molto più spesso l’operazione va a buon fine per il ‘trader’. Quindi il ‘broker’ e la banca in ogni caso restano sempre in possesso delle loro azioni che hanno soltanto prestato ma il guadagno per loro, senza muovere un dito nel frattempo, sta nell’interesse pulito e senza rischio maturato dal ‘trader’… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Serie TV: ‘Westworld – Dove Tutto E’ Concesso’ – 3 Stagioni

WESTWORLD – DOVE TUTTO E’ CONCESSO  (Serie TV)

Titolo Originale: Westworld

Nazione: USA

Anno: 2016-2019

Genere: Drammatico, Fantascienza, Western, Thriller

Durata: 10 + 10 + 8 puntate da 50 a 90 minuti ciascuna 

Ideatori: Jonathan Nolan e Lisa Joy  Regia: Autori Vari

Cast: Evan Rachel Wood (Dolores Abernathy), Thandie Newton (Maeve Millay), Jeffrey Wright (Bernard Lowe/Arnold Weber), James Marsden (Teddy Flood), Ingrid Bolsø Berdal (Armistice), Luke Hemsworth (Ashley Stubbs), Sidse Babett Knudsen (Theresa Cullen), Simon Quarterman (Lee Sizemore), Rodrigo Santoro (Hector Escaton), Angela Sarafyan (Clementine Pennyfeather), Shannon Woodward (Elsie Hughes), Ed Harris (William “Uomo in Nero”), Anthony Hopkins (Robert Ford), Ben Barnes (Logan Delos), Clifton Collins Jr. (Lawrence Gonzales/El Lazo), Jimmi Simpson (William giovane), Tessa Thompson (Charlotte Hale), Fares Fares (Antoine Costa), Louis Herthum (Peter Abernathy), Talulah Riley (Angela), Gustaf Skarsgård (Karl Strand), Katja Herbers (Emily Grace), Zahn McClarnon (Akecheta), Aaron Paul (Caleb Nichols), Vincent Cassel (Engerraund Serac)

CONTESTO NARRATIVO: Gli scienziati Robert Ford e Albert Webber realizzano, grazie all’Intelligenza Artificiale, androidi chiamati ‘host’, del tutto simili agli umani. Il magnate James Delos ed il figlio Logan finanziano quindi un avveniristico progetto di parco, chiamato Westworld, nel quale i clienti più facoltosi possono vivere un’esperienza unica di avventura fuori dal tempo e dalle regole della società reale e civile, ad esempio in ambito western, dove sfogare tutte le loro fantasie, anche le più violente e bieche, senza però correre alcun rischio legale e fisico. Tutti gli ‘host’ infatti sono programmati per essere succubi degli ospiti ed esenti da ogni forma di aggressività nei loro confronti. Un attrezzatissimo laboratorio si occupa inoltre di riparare, quando è possibile, o ricostruire e sostituire gli androidi che nel corso delle varie vicende risultano danneggiati o irrimediabilmente rotti, resettandone la memoria, affinché possano tornare magicamente di nuovo integri e disponibili, come se nulla fosse accaduto nel frattempo, per affrontare più volte la stessa storia e relative crudeltà. La ricerca del perfezionismo e la curiosità della sperimentazione spingono però Ford a dotare la bella ‘host’ Dolores delle ‘ricordanze’, cioè un software che le permette di avere una maggiore consapevolezza di se stessa. Anche l’android Maeve, maitresse del bordello di un saloon, dopo essere stata uccisa, nel corso della riparazione e riprogrammazione inizia a provare sensazioni e ricordi, come quello di avere avuto una figlia in un’altra storia. Il che la spinge ad indagare di nascosto e poi a fuggire, avendo acquisito oramai una coscienza propria. Allo stesso modo Dolores, resasi conto di avere acquisito una personalità autonoma, uccide Robert Ford ed assunto il comando di un gruppo di altri ‘host’, li istiga alla ribellione ed a cercare una via di fuga da Westworld. Fra uomini in carne ed ossa e androidi indistinguibili rispetto a loro ma non più controllabili si consuma un lungo viaggio, dapprima sconfinando nelle altre zone a tema del parco, ambientate in epoche diverse e poi addirittura al di fuori di esso, nella città di Los Angeles, dove avviene il rendez-vous fra i principali personaggi antagonisti della storia, come Dolores, Maeve, Bernard Love, l’Uomo in Nero ed infine Caleb Nichols e Serac, incluso un super computer di nome Rehoboam che mira al controllo della razza umana e degli androidi stessi.       

VALUTAZIONE: una fra le Serie TV più creative ed affascinanti che siano state prodotte sinora. La prima stagione è un capolavoro di fantasia assolutamente imperdibile, per la qualità dell’ambientazione, l’originalità della storia e le profonde riflessioni di alcuni momenti, a tutto vantaggio dello spettatore più sensibile posto di fronte ad una prospettiva nella quale l’Intelligenza Artificiale consente di produrre androidi del tutto simili agli umani e costruire ambienti paralleli a quello reale, ma fuori da ogni regola. La seconda stagione è ancora spumeggiante, per così dire, ma più tortuosa nel significato e nelle dinamiche, fra molteplici salti temporali in epoche e civiltà diverse. La terza stagione invece si svolge a Los Angeles, fuori dal parco di Westworld, ma è purtroppo decisamente confusa, ripetitiva e ordinaria, nonostante la scenografia ed il livello della tecnologia utilizzate siano ancora di suggestiva eleganza formale e altissima verosimiglianza. Quel che manca però, soprattutto, è l’empatia nei confronti dei protagonisti, in un eccesso di azione invece che snatura l’idea di partenza. Voto (9 alla prima stagione, 7 alla seconda e 5 alla terza)

In un panorama di ‘fiction’ frammentato in innumerevoli Serie TV e Film, è difficile oramai che qualcosa riesca ancora a stupirci, avendo maturato nel tempo molteplici esperienze sulle possibilità tecniche dei mezzi di produzione che consentono di ricreare qualsiasi personaggio, situazione ed ambiente scenografico con una verosimiglianza (stra)ordinaria, anche se tale aggettivo ha perso da tempo l’uso appropriato del prefisso. Quello che fa ancora la differenza allora sono soltanto le idee e ‘Westworld‘, pur non potendone vantare la primogenitura, poiché si rifà alla storia raccontata ne ‘Il Mondo dei Robot‘, opera scritta e diretta da Michael Crichton nel 1973, rappresenta comunque qualcosa di unico nel novero delle proposte disponibili.

Si tratta di fantascienza, attraverso la quale però, sfruttando le caratteristiche insite nella stessa definizione e proiettate in un futuro dove tutto è concesso, parafrasando appunto il sottotitolo nostrano, diventa possibile in una sola opera trovare rappresentati generi ed epoche molto diverse e distanti fra loro, passando con disinvoltura dal western, all’India quando era ancora colonia britannica, oppure al periodo Edo del Giappone medioevale, per poi ternare in una futuribile Los Angeles, iper tecnologica e super computerizzata. Una girandola di ambientazioni quante sono le proposte a tema messe in scena dai creatori e gestori del parco di Westworld. Il che, in teoria, non pone limiti ai suoi proprietari nel realizzare nuove ed ancora più stupefacenti modalità di fruizione per i loro clienti, ovviamente una élite, perché i costi di accesso a questo straordinario spettacolo se li possono permettere solo pochi facoltosi, oltre ovviamente in maniera solo virtuale allo spettatore, in una sorta di fantasmagorica opera di sintesi che perciò ne rappresenta e contiene molte altre.  

Cosa è quindi Westworld? Diciamo un parco divertimenti piuttosto particolare ed estremamente evoluto, nel quale sono presenti androidi umani, detti ‘host’, programmati per seguire preconfezionale linee narrative ambientate in epoche diverse, ripetute e studiate ad hoc ogni volta per soddisfare le fantasiose esigenze dei clienti, umani in carne ed ossa, ai quali è concessa ogni forma di divertimento e di sfogo, se così si può dire, inclusa la licenza di uccidere, stuprare, amare, dominare, sfidare a duello ed ovviamente vincere contro i ‘nemici’ androidi, in un totale realismo. Che si tratti di vivere dal vivo un’avventura in ambito western, oppure in una qualsiasi delle altre zone tematiche del parco, la straordinarietà e principale attrattiva del parco è quello di poter agire in totale libero arbitrio interagendo con creature costruite in laboratorio ma del tutto simili nell’aspetto, per la capacità di dialogo e relazione con i loro ‘guest’, gli ospiti, dai quali dipende interamente la loro sorte. Una struttura super attrezzata con tecnici d’alto livello provvede a riparare gli ‘host’ danneggiati ed a resettarne la memoria, così che siano nuovamente pronti per ripetere la stessa avventura senza ricordare nulla della precedente, almeno sinché non succede, come è lecito aspettarsi a questo punto, che qualcosa intervenga a modificare questo status di esclusivo vantaggio degli umani, rompendo la catena della perfetta funzionalità del sistema tecnologico di controllo e gestione per scatenare la bagarre.

Il tema dei replicanti umani, trattati come schiavi e ‘carne’ da macello, che prendono coscienza, si ribellano e sfuggono al controllo dei loro creatori era stato ripreso in tempi più recenti, cioé il 1982, anche da Ridley Scott nel suo capolavoro ‘Blade Runner‘ e poi da Dennis Villeneuve nel 2017, nell’ottimo sequel ‘Blade Runner 2049‘ (clicca sui titoli se vuoi leggere le mie recensioni dei due film citati), ma in entrambi i casi si tratta di un’ambientazione spostata in un tempo futuro (seppure nel primo caso già ampiamente datato), che resta però confinata in quell’epoca specifica, mentre in ‘Westworld – Dove Tutto è Possibile‘ questo accade solo nella terza stagione. Nelle prime due infatti, grazie all’idea del parco suddiviso in specifiche e separate zone a tema che riflettono contesti narrativi ed epoche storiche diverse, lo spettatore che, per ipotesi, si trovasse a passare davanti al TV ed assistesse casualmente ad un breve frammento di una qualsiasi puntata, a seconda del momento, potrebbe avere l’impressione che si tratta di un western, di una storia ambientata nel Giappone degli Shogun, oppure in India al tempo di Gandhi e solo nella terza stagione di un’opera proiettata in un futuro prossimo venturo iper tecnologico che sembra raccontare un regolamento di conti fra rivali per ragioni di potere.

Si comprenderà quindi la particolarità ma anche le potenzialità narrative di un’opera del genere, comprese le implicazioni di natura esistenziale, filosofiche ed etiche in essa contenute riguardo una società nella quale, fosse anche solo pochi eletti, viene data la possibilità di accedere ad una zona franca nella quale le regole di convivenza civile sono sospese ed i freni inibitori possono liberare la ‘bestia’ di norma repressa o contenuta dentro alcune o molte persone per soddisfare le fantasie più recondite e diciamo pure inconfessabili. Non si tratta infatti soltanto di compiere un viaggio nel tempo ed essere trasportati in epoche lontane, oppure soddisfare la libertà di assumere ruoli altrimenti impossibili, ma anche e soprattutto di sfogare le voglie represse e di norma controllate o rifiutate per ragioni etiche e di convivenza civile, senza tema del giudizio altrui per i comportamenti assunti nei confronti di cloni umani. I quali sono asserviti a soddisfare ogni forma di piacere e violenza, avendo garanzia a priori che non possono ribellarsi o avere comunque la possibilità di difendersi e denunciare i soprusi subiti. Infine, ma questo vale come riflessione mediatica da spettatore, è curioso notare come sia possibile che un’opera di finzione come questa che possa contenerne altre, in una sorta di matrioska… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Serie TV e Film: ‘Deadwood’

DEADWOOD – Serie TV (Tre Stagioni)

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2004-2006

Genere:  Western, Drammatico

Durata: 50-60’ per ciascuno dei 36 episodi  Regia: Autori Vari  Ideatore: David Milch

Cast: Ian McShane (Al Swearengen), Timothy Olyphant (Seth Bullock), Molly Parker (Alma Garret), Jim Beaver (Whitney Ellsworth), Brad Dourif (Doc Cochran), John Hawkes (Sol Star), Paula Malcomson (Trixie), Leon Rippy (Tom Nuttall), William Sanderson (E. B. Farnum), Robin Weigert (Calamity Jane), W. Earl Brown (Dan Dority), Dayton Callie (Charlie Utter), Keith Carradine (Wild Bill Hickok), Kim Dickens (Joanie Stubbs), Anna Gunn (Martha Bullock), Jeffrey Jones (A. W. Merrick), Sean Bridgers (Johnny Burns), Titus Welliver (Silas Adams), Bree Seanna Wall (Sofia Metz), Josh Eriksson (William Bullock), Powers Boothe (Cy Tolliver), Brent Sexton (Harry Manning), Pavel Lychnikoff (Blazanov), Larry Cedar (Leon), Peter Jason (Con Stapleton), Geri Jewell (Jewel), Keone Young (Mr. Wu Tong), Garret Dillahunt (Jack McCall), Richard Gant (Hostetler), Sarah Paulson (Miss Isringhausen), Franklyn Ajaye (Samuel Fields), Ray McKinnon (Reverendo Smith), Alice Krige (Maddie), Zach Grenier (Andy Cramed), Stephen Tobolowsky (Hugo Jarry), Ralph Richeson (Pete Richardson), Michael Harney (Steve Fields), Gerald McRaney (George Hearst), Gill Gayle (The Huckster), Gale Harold (Wyatt Earp), Brian Cox (Jack Langrishe), Alan Graf (Capitano Turner), Cleo King (Zia Lou), Austin Nichols (Morgan Earp), Jennifer Lutheran (Jen)

DEADWOOD – IL FILM

Titolo Originale: Deadwood: The Movie

 Nazione: USA

Anno:  2019

Genere:  Western, Drammatico  

Durata: 110′   Regia: Daniel Minahan

Cast: vedi sopra Serie TV

CONTESTO NARRATIVO: nel Sud Dakota del 1876, territorio ancora conteso fra pellerossa e governo USA, a seguito della scoperta dell’oro sulle Black Hills nasce spontaneamente la cittadina di Deadwood, senza leggi e riconoscimenti ufficiali. Oltre al gran numero di cercatori del prezioso minerale, a Deadwood ben presto si precipitano e prosperano anche commerci come la prostituzione e l’oppio, grazie anche ad una nutrita e separata comunità cinese, mentre gli omicidi sono all’ordine del giorno ma restano impuniti. Al Swearenger è il proprietario del ‘Gem Saloon’, che è anche una fiorente casa di tolleranza. Con l’aiuto di un gruppo di fedelissimi collaboratori e tagliagole, Al gestisce il suo giro d’affari con modi spicci, tenendo sotto controllo al tempo stesso anche la ragnatela della varia umanità attorno, specie lungo la fangosa via principale del nascente agglomerato urbano. Nel frattempo giungono sul posto anche altri faccendieri, come Cy Tolliver, che apre un altro Saloon con annessa casa di tolleranza e da gioco ed in seguito il più pericoloso e temuto fra tutti, George Hurst, il quale intende imporsi su tutti, accaparrandosi locali e lotti di terreno con tutti i mezzi, per la gran parte illeciti, pur di ottenerli. S’aggiungono infine anche uomini in cerca di diversa fortuna o riscatto, come Seth Bullock che apre una ferramenta con l’amico e socio ebreo Sol Star e una donna che mai t’aspetteresti in quel posto, Alma Garret, distaccata, algida ed elegante, in realtà infelicemente sposata. La quale diventa presto vedova ma non lascia Deadwood per tornare in una città più a sua misura, perché nel frattempo ha adottato una bambina rimasta orfana e poi, con la protezione di Seth del quale nel frattempo si è innamorata, ha deciso di gestire l’eredità, cioè una sostanziosa vena d’oro scoperta nel lotto di terreno che aveva acquistato il marito prima di essere ammazzato. Storie di sacrificio ed abnegazione, come quella del medico Doc Cochran; di altruismo, come quella di Whitney Ellsworth; di senso del dovere e di rispetto della parola data da parte di Seth Bullock ed altre storie di tradimento, amori travolgenti, come quello stesso fra Seth ed Alma, nati però nel momento sbagliato, si mescolano a vicende più prosaiche come quella della più dotata di personalità fra le prostitute, cioè Trixie, oppure del proprietario dell’unico hotel, il chiacchierone ed impiccione E.B. Farnum. Una nutrita galleria di personaggi insomma, che si muovono dentro una pagina di storia in gran parte vera, nella quale sfilano anche figure leggendarie come Wild Bill Hickok, Calamity Jane e Wyatt Earp e che compone una sorta di microcosmo della natura umana e del passaggio sociale dall’anarchia e dal pionierismo allo stato civile. Il film riprende e conclude la storia della Serie TV spostandola in avanti di undici anni. 

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: tre stagioni della Serie TV, da dodici puntate ciascuna ed un film che ne è il ‘sequel’ rappresentano senza alcun dubbio una bella maratona, ma il tempo necessario è ripagato ampiamente dalla qualità. Una storia western che possiamo definire ‘post-crepuscolare’, la quale utilizza proficuamente l’ampio spazio a disposizione per comporre una descrizione d’ambiente quanto mai accurata, sin nei minimi particolari ed una vicenda che riprende, seppure con ampia libertà di rappresentazione, fatti e personaggi realmente avvenuti ed esistiti. L’ideatore David Milch ed il regista del film Daniel Minahan sono i meritori autori di un’opera che nel suo complesso abbina, senza nulla tralasciare in termini di linguaggio e di raffigurazione, ironia e sarcasmo, buoni sentimenti e cinismo, sfrenata ambizione e senso del dovere e della responsabilità civile, momenti divertenti ed altri di duro realismo, in una società in corso di trasformazione. Voto:              

…Nella vita devi fare molte cose che non vuoi fare. Molte volte, ecco cos’è la vita del cazzo … un fottuto compito dopo l’altro…‘ (Al Swearengen)

Non è il primo caso di Serie TV cui segue il film omonimo che ne completa, chiudendola, la narrazione. La fortunata Serie TV ‘Downton Abbey‘ ad esempio è strutturata allo stesso modo, seppure nel caso di ‘Deadwood‘ le stagioni della Serie TV sono tre, mentre in quello di ‘Downton Abbey‘ sono addirittura sei. E’ un modo apprezzabile comunque, a mio modo di vedere, di chiudere il cerchio di una storia di successo, evitando di procrastinarla all’infinito e spesso finendo per snaturarla, passando da una sorta di parallelo confronto fra i modi della narrazione televisiva e quella cinematografica. La Serie TV ‘Deadwood‘, della rinomata casa di produzione HBO, ha ricevuto negli anni compresi fra il 2004-2006 ben 11 nomination ed ha vinto in 3 categorie agli Emmy Awards, che sono per le Serie TV il corrispettivo degli Oscar per quanto riguarda i film. Va detto comunque che il film, del 2019, sostituisce una quarta stagione che avrebbe dovuto essere girata e per vari ed anche misteriosi motivi non si è concretizzata.

Tralasciando, senza per nulla sminuirne i meriti, la stagione degli ‘spaghetti western‘, i quali hanno certamente rivitalizzato questo genere storico della cinematografia oramai spompato, il filone cosiddetto ‘crepuscolare‘ ne rappresenta a sua volta una diversa e parallela prova di maturità a livello di contenuti e di evoluzione dal cliché della spettacolarità delle scene e dell’esaltazione del classico pistolero di turno, insuperabile e solitario, sostituiti da una sorta di ripensamento e rivisitazione, spesso di natura malinconica e comunque generalmente improntate ad una più veritiera rappresentazione di vicende e personaggi. In forza di questo, ‘Deadwood‘ si può forse definire addirittura una produzione ‘post-crepuscolare‘, in una storia che vede ancora la presenza di figure leggendarie e realmente esistite che appartengono ancora alla prima e più classica fase della storia del western, come Wild Bill Hicock e Wyatt Earp, per quanto marginali nella vicenda in oggetto, in questo caso superati per importanza dal punto di vista narrativo da altre, note a loro volta ma in misura minore, come Seth Bullock, Al Swearengen e Calamity Jane. Al tempo stesso lo stile dell’ambientazione e della rappresentazione scenografica contengono a loro volta molte delle specifiche tipiche del filone ‘crepuscolare‘, come se gli autori volessero riassumere tutte le caratteristiche peculiari del genere di appartenenza, di prima e dopo, in un ‘unicum’ ideale.

Gli ingredienti a conferma di quanto appena scritto infatti ci sono tutti: cinismo, prepotenza, sbruffoneria, prevaricazione, mistificazione e violenza, ma anche ironia e sarcasmo sino a volte a sfociare nel grottesco e persino il sogno americano della frontiera, dentro il quale agiscono uomini rudi, spesso meschini ed insensibili, destinati però in alcuni casi a ravvedersi nel tempo ed altri che rivelano attitudini di sorprendente altruismo o che sono già nati con le stigmate dell’uomo equilibrato e positivo, ma non votato all’eroismo, non ammantato cioè dell’aureola dell’infallibilità, tuttalpiù disposto al sacrificio ed alla rinuncia personale per senso del dovere e di coerenza. Il tutto in una raffigurazione quanto mai realistica, nella quale nulla viene risparmiato allo spettatore, sia in termini di linguaggio che di descrizione d’ambiente, nel senso più lato di tale definizione.

Seth Bullock e Al Swearengen sono fra i protagonisti di primo piano nel corso della Serie TV e poi anche del film, seppure il cast è ampio e molti altri personaggi emergono per una ragione o per l’altra nel corso delle puntate e delle stagioni, acquisendo dignità, rispetto o spregio, a seconda dei casi o del momento. Una buona parte del merito va anche dato ai dialoghi di una sceneggiatura quanto mai brillante, non solo riguardo le battute fulminanti ma anche in molti momenti di riflessione tutt’altro che superficiali.

Deadwood‘ ha infatti fra i suoi pregi principali un cast complessivamente di alto livello. Il che sorprende, in una certa misura, considerando che nessuno degli attori è (o era, prima di farne parte) particolarmente famoso. Non c’è un solo personaggio che si possa definire fuori ruolo e molti di essi, a loro modo, sono mirabilmente e compiutamente descritti, sia dal punto di vista ‘estetico’ che caratteriale. Non manca nulla insomma, neppure riguardo il vasto campionario umano, ma di certo la figura di Al Swearengen, interpretato egregiamente da Ian McShane (meritatamente pluri premiato), assume un significato particolare nel corso della trama, grazie anche alla splendida performance dell’attore. Il suo comportamento è decisamente autoritario, quasi sempre accompagnato da fiumi di alcool, che comunque non gli impediscono di rimanere perfettamente lucido e capace di mantenersi al centro di ogni avvenimento o comunque tempestivamente informato riguardo ciò che succede a Deadwood, il cui nome sembra abbia origine in una gola dove sono stati trovati molti alberi morti. Lo ritroviamo spesso irritabile, permaloso, prepotente, a volte anche violento, ma non è mai banale, in molte occasioni semmai è divertente e fuori di dubbio, un personaggio carismatico quindi. Se ne apprezzano anche l’acume di un fine stratega e le sue battute sono impreziosite spesso da fini metafore, fulminanti ed appropriate (‘…annunciare i tuoi piani è un buon modo per sentire Dio ridere…); oppure lontane dalla normale retorica politica (…non mi fiderei di un uomo che non cercherebbe di rubare un po’…) ed in altri casi decisamente volgari e senza freni inibitori (…come va quella lozione per la figa? Dovrei provarne un po’ sul culo?…). Insomma, nel bene e nel male, Swearengen è sempre al centro della scena e la regia non ci risparmia a volte di coglierlo persino durante lo svolgimento delle funzioni corporali, perché mai come in questa Serie TV nulla è sotteso e nascosto, per cui a volte si ha la sensazione di esserne profondamente calati dentro, ben al di là della finzione… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘5 è il Numero Perfetto’

5 E’ IL NUMERO PERFETTO

Titolo Originale: omonimo

Nazione: Italia, Francia, Belgio

Anno: 2019

Genere: Gangster, Thriller, Drammatico

Durata: 100’ Regia: Igort (Igor Tuveri)

Cast: Toni Servillo (Peppino Lo Cicero), Valeria Golino (Rita), Carlo Buccirosso (Totò o’ Macellaio), Lorenzo Lancellotti (Nino Lo Cicero), Vincenzo Nemolato (Mr Ics), Iaia Forte (Madonna), Mimmo Borrelli (Don Guarino), Angelo Curti (Portiere di Don Guarino), Nello Mascia (il Dottore), Gigio Morra (Don Lava), Emanuele Valenti (Ciro)

CONTESTO NARRATIVO: adattamento cinematografico di un fumetto del 2002, ambientato dentro i vicoli angusti, bui ed insolitamente piovosi di Napoli, che vede protagonista un killer della camorra ormai in pensione al quale improvvisamente viene a mancare l’amato figlio, killer a sua volta, ucciso a bruciapelo durante un consulto da un equivoco chiromante. Peppino Lo Cicero decide quindi di tornare sul campo per farsi vendetta da sé, contando sull’aiuto di Totò o’ Macellaio, compagno in passato di mille imprese sanguinarie, cui s’aggiunge Rita, vecchia fiamma di un tempo, coinvolta suo malgrado. Peppino affronta con immutata determinazione e spavalderia due boss della camorra: Don Guarino, al quale lui stesso ha più volte fornito i suoi servigi in passato ma che ritiene ambiguo nel comportamento quando accetta di riceverlo nella sua tana e poi il boss Don Lava, della famiglia rivale. Ne consegue una serie di azioni al limite del suicidio con cruente sparatorie in stile gangster e western. Il finale riserva però una grande sorpresa.

VALUTAZIONE: un insolito e tutto sommato azzeccato thriller noir gotico napoletano, ma anche una sorta di spaghetti-gangster in ambito camorrista, seppure ancora ben lontano dalle atmosfere spietate con implicazioni politiche e d’alta finanza della criminalità organizzata ritratta in ‘Gomorra’. E’ un film comunque credibilmente calato nell’ambientazione nostrana. Igort è riuscito a miscelare con personalità e stile l’impronta originaria fumettistica che gli è propria ad un’ironia sarcastica di derivazione ‘tarantiniana’ che si evidenzia non solo nelle scene d’azione, nella suddivisione temporale e nelle didascalie della storia in sé ma anche in alcuni dialoghi marcatamente surreali. Servillo e Buccirosso sono i due assi di una mano decisamente vincente. VOTO:

Quando ero bambino, analogamente a molti altri miei coetanei amavo i fumetti, non solo quelli della Disney, come Topolino, Paperino, Paperon ‘de Paperoni ma anche quelli che vedevano protagonisti personaggi western come Tex Willer, Kit Carson e Tiger Jack, e poi, in fase preadolescenziale, quelli citati perfino nel corso del film stesso, meno ‘politicamente corretti‘ dei precedenti, come Diabolik, Kriminal, Satanik e via di questo elenco che, andando ulteriormente indietro con la memoria, potrebbe diventare molto più lungo. In seguito li ho persi tutti per strada, distratto dalle cose della vita o maggiormente attratto da altre forme d’intrattenimento, di più spiccato e facile ‘appeal’ spettacolare, tecnica realizzativa e capacità d’approfondimento. Come il cinema stesso che, oltre al resto, in quanto a fantasia ed evasione non è secondo a nessun’altra. Sembra comunque che ci sia un nutrito pubblico, anche adulto, che tuttora legge e colleziona i fumetti, quelli classici ed altri che sono stati creati nel frattempo, seguendo un naturale processo evolutivo grafico e di contenuti. Non saprei dire se ciò richiama un qualche giudizio critico, ma di certo dietro tutto questo c’è un business non da poco e quindi non meno meritorio o discutibile di altri, a seconda dei casi e di come lo si percepisce soggettivamente.

Sono perciò andato a leggere qualcosa riguardo la figura autoriale di Igort, acronimo di Igor Tuveri ed ho scoperto che è un nome importante nel settore dei fumetti, nel quale opera sin dagli anni settanta, non più giovanissimo quindi, essendo un classe ’58. Limitarsi a questo aspetto della sua biografia però sarebbe molto riduttivo, dato che nel corso degli anni ha scritto sceneggiature per il cinema, fondato riviste, composto e cantato opere musicali e viaggiato ed operato frequentemente all’estero. Si racconta che abbia persino disegnato Yuri, un orologio Swatch, che pare abbia avuto persino molto successo. Insomma un personaggio quanto mai creativo e professionalmente eclettico.

Ma veniamo al film in oggetto. Sin dalla più giovane età ci hanno insegnato a considerare come numero perfetto il tre. La stessa religione cattolica lo rappresenta nella Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, mentre in questo caso il film sostiene invece che è il numero più adatto a quell’aggettivo è il cinque, seppure riferito a tutt’altro ambito. La differenza sta nel soggetto perché nella visione del fumetto e della trasposizione in opera cinematografica, esso non è di natura trascendentale ma direttamente riferito al corpo umano. Ad affermarlo è il protagonista, Peppino Lo Cicero, interpretato dal nostro attore attualmente di maggior prestigio, ovvero Toni Servillo, al quale è stato applicato un evidente gobboso naso che ne raffigura al tempo stesso una sorta di caricatura ed un tratto distintivo, specie se viene ripreso di profilo. Forse tutto il senso del film sta in fondo nella vicenda del cugino Lino (detto ‘a Tartaruga’) che Peppino racconta, un po’ in italiano ed un po’ in dialetto napoletano, a Rita, sua fiamma di parecchi anni addietro, che ha appena ritrovato: ‘…faceva il poliziotto e ripeteva sempre: cinque è il numero perfetto. Tu domandavi: ma che cazzo significa? E lui rispondeva, con l’aria strafottente di chi ti ride sempre in faccia: questa è ‘a casa mia: due braccia, due gambe e sta faccia. Intendeva dire con questo che era indipendente, che non doveva dare conto a nessuno, come ‘a tartaruga. Faceva il poliziotto e già questo era un disonore per la mia famiglia. Stava nella polizia stradale… poi un giorno lo trovarono morto, con un piccione in bocca. Gli spararono cinque volte al cuore. E tutto perché i piccioni che allevava sporcavano le lenzuola del boss del piano di sotto, Don Paradiso. La vita è terribile e il bello è che tiene pure il senso dell’umorismo…‘.

I titoli iniziali sono anch’essi disegnati in formato fumetto ma ricordano un po’ nella grafica ed anche nella colonna sonora d’accompagnamento i film di ‘007’. Tutto inizia il 26 Settembre 1972 a Napoli dove Peppino ha sempre vissuto nonostante una chiromante, quarantanni prima, gli aveva predetto una vita di viaggi. Piove a dirotto e lui, mentre cammina lungo una vecchia via, sta riflettendo su se stesso, com’era stato un tempo: ‘…quando chiedi ad un uomo di uccidere un suo simile devi sapere che ti affidi alle mani giuste. Io ero quelle mani… Ho vissuto i miei giorni come si beve un liquore troppo forte. Lo butti giù, senti che te da ‘a botta, ma non sei sicuro di avere capito veramente che gusto aveva…‘. Il personaggio quindi si delinea già chiaramente: Peppino è stato un killer della camorra e nonostante sia oramai a riposo, per così dire, non rinnega affatto ciò che ha fatto ed anzi, ora vede nel figlio Nino il suo erede naturale e prosecutore di una ‘onorata’ carriera, già operativo sul campo, al quale dare incoraggiamento e suggerimenti, da esperto del ramo e ‘…gentiluomo di un’altra generazione…’, come lo definisce lo stesso Nino. Il quale sta per compiere gli anni e cosa si regala quindi ad un killer che si sta facendo strada in quel mondo incerto e pericoloso? Una bella pistola, ovviamente ed è quella che sta giusto andando a ritirare Peppino dal Gobbo, suo fornitore abituale, scelta con cura e passione fra molte altre. Nino si commuove quando riceve dal padre la Colt Cobra 38 Special, il quale nell’occasione ne approfitta per ricordargli con orgoglio un proverbio in voga nel suo ambiente: ‘…l’ommo non è chillo che mangia, nun è chillo cà a caga, ma l’ommo è come accide. E ringraziando Dio, o figlio mio accide come se deve…‘. E subito dopo si lascia andare ad un moto di commozione ricordando l’amatissima moglie che purtroppo non c’è più: ‘…Io per fidanzarmi con tua madre c’ho dovuto sterminare la famiglia, interamente. Tutti morti, tranne issa, che manco batteva ciglio…‘.  

Il film è diviso, manco a dirlo, in cinque capitoli (numero che torna a galla più volte, come un mantra, ad esempio quando Peppino entra in un cinema che ha in cartellone ‘Cinque Dita di Violenza‘): ‘Lacreme Napuletane’, ‘La Settimana Enigmatica’, ‘Guapperia’, ‘Il Sorriso della Morte’ e ‘Cinque è il Numero Perfetto’. Soprattutto nei primi due capitoli il presente si alterna ai ricordi d’infanzia di Peppino. Si può inoltre notare, dalle citazioni appena riportate nel paragrafo precedente, che l’opera di Igort è pervasa da un costante sarcasmo che riguarda non solo i dialoghi ma anche i nomi di molti personaggi e persino molte scene, evidentemente rappresentate da un analogo filo conduttore, specie durante le sparatorie, che vedono Peppino, nonostante l’età, prevalere sempre e farla franca, anche quando viene palesemente circondato. Sembra possedere una sorta d’immunità dalle pallottole dei suoi avversari che invece lui colpisce con irrisoria facilità ed infallibile mira, com’era solito fare un tempo, quando era molto più giovane. E’ impossibile non associare la dinamica di certe sequenze a quelle tipiche dei film western, classici o ‘spaghetti’ che dir si voglia ed il modo volutamente eccessivo al limite dell’irrealismo a quello che troviamo solitamente nel cinema di Quentin Tarantino. Igort lo ripropone senza sfigurare, anche in termini di efficacia dialettica e personalità di alcuni protagonisti, sostenuto dalla bravura della coppia Toni Servillo/Carlo Buccirosso che sono assolutamente perfetti nelle rispettive parti, ma in generale anche quelle di contorno sono rappresentate da figure di tutto rispetto nella caratterizzazione dei rispettivi personaggi… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Musica: ‘Montecristo’

MAGIA NERA
Montecristo
Anno: 2019

Genere: Rock Dark Prog 
Etichetta: Maracash Records
Distribuzione: Black Widow Records
Nazione: Italia

Tracklist:

  • Il Tradimento 4’04
  • Mercedes 1’02
  • Il Primo Giorno di Prigionia 4’06
  • Ricordi 3’53
  • Tempo 4’37
  • Voci nella Mente 3’39
  • La Galleria 3’46
  • Requiem per l’Abate Faria 2’46
  • Il Salto nel Sacco 3’56
  • Montecristo 5’04
  • Il Duello 3’37
  • La Fine 3,27

Band:

  • Bruno Cencetti: Chitarra Elettrica e Acustica
  • Fabio D’Andrea: Basso e Tastiere
  • Emilio Farro: Voce
  • Pino Fontana: Batteria

TRAMA DEL ROMANZO: vedi quella riassunta nella recensione dell’opera letteraria di Alexandre Dumas: ‘Il Conte di Montecristo‘ (clicca sul titolo se vuoi leggerla).

VALUTAZIONE: l’opera musicale del gruppo ‘Magia Nera’, curiosamente ed originalmente tratta dal celebre romanzo di Alexandre Dumas, non ha ovviamente la pretesa di rappresentarne la complessità, limitandosi gioco forza a sintetizzarne alcuni tratti, soprattutto della prima metà, con una personalità già messa in mostra nella loro prima uscita. E’ evidente, rispetto a quest’ultima, il deciso passo in avanti in termini di equilibrio, sia testuale che musicale. Un’opera seconda superata quindi positivamente, grazie ad un equilibrato mix di generi musicali moderni, classici e tradizionali ed a melodie accattivanti ed arrangiamenti solo in apparenza strutturalmente semplici. In ossequio al genere di appartenenza, questo ‘concept album’ s’inserisce a pieno diritto in quel ‘rock progressive’ cui la storia della stessa band appartiene, rinnovandolo ed arricchendolo ulteriormente con un’originale e curiosa associazione fra musica, letteratura e cinema.

Se c’è una prova che per molti artisti risulta spesso fatale, questa è la seconda. All’esordio infatti in genere gli autori tendono a condensare il meglio della loro (a volte pluriennale) esperienza e bagaglio culturale, in questo caso musicale, con brani che spesso hanno composto anche molto tempo prima e che sono rimasti chiusi a lungo in un cassetto e poi riesumati solo quando si è presentata la possibilità di proporli ad un più vasto pubblico. Il quale oggi, specie attraverso i servizi di streaming musicale, è raggiungibile ovunque e non solo, come una volta invece, attraverso supporti per quanto affascinanti e romantici come i dischi in vinile o i cd-rom, acquistabili soltanto nei negozi (che ai nostri giorni peraltro faticano a resistere allo tsunami mediatico di Internet) e soltanto in tempi relativamente recenti anche online. Modalità di fruizione che, quando ancora non esisteva la Rete, costringevano gli appassionati a scoprire le nuove proposte musicali attraverso il passa parola, ascoltando alcuni programmi radio all’avanguardia, oppure recandosi direttamente nei negozi, dove le nuove proposte erano esposte in bella mostra in vetrina e tutto il resto si scopriva solo rovistando negli scaffali all’interno.

La favola, se così si può definire, al tempo stesso anomala e curiosa del gruppo ‘Magia Nera’ l’avevo riassunta nel corso della recensione al loro primo sorprendente album (‘L’Ultima Danza di Ophelia‘, clicca sul titolo se vuoi leggerla). Se qualcuno si meravigliasse per il mio interessamento riguardo ad un gruppo che è stato fondato oltre cinquant’anni fa ma ha pubblicato la sua prima opera solo nel 2017, inserito in una mia personale ed ancora limitata lista che comprende band che hanno fatto la storia della musica moderna quali Pink Floyd, Genesis, King Crimson, Dire Straits, Led Zeppelin, Dream Theater, la PFM ed altre a precedere e seguire, ne avrebbe motivo, ma sappia che non si tratta di mettere tutti questi nomi sullo stesso piano e neppure di semplice e banale piaggeria.

Non ho ragione di nasconderlo, infatti: conosco di persona almeno un paio di componenti dei ‘Magia Nera’, sin da ragazzo (ho qualche anno meno di loro, ma neanche tanti poi) e ne ho seguito in parte, poi dissolta ed infine riscoperta una carriera che è rimasta limitata, ai loro inizi, ad una platea provinciale e costruita sulla scia di ‘cover’ di gruppi che andavano per la maggiore, da Uriah Heep ai Black Sabbath, da Grand Funk Railroad a Deep Purple e via di questo genere. Roba da museo per molti giovani d’oggi ma che una generazione ed anche più di quel periodo storico ricorda, in certi casi addirittura venera e c’è da scommetterci che rimpiange ancora, non solo per una questione di nostalgia di quegli anni. Il genere di fondo è sempre lo stesso, lontano da quelli che vanno per la maggiore oggi, ma per chi (e lo dico soprattutto ai più giovani) volesse compiere un viaggio che parte dal ‘rock progressive’ degli anni sessanta-settanta (ma molte influenze sono anche precedenti) e grazie all’esperienza ed alla cultura musicale maturate nel corso dei decenni a seguire, arriva sino ad oggi, questa è una bella occasione da non perdere. Magari scoprirà pure, non necessariamente in questo ma in altri casi, riferimenti ed a volte anche qualcosa che si avvicina furbescamente al plagio, riguardo opere ed autori proprio di quell’epoca gloriosa degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, ripresi in parte da autori di oggi, DJ ed altri. 

Dopo la stagione troppo breve, vista oltretutto con gli occhi e ripensata con la memoria di oggi, di un’effimera notorietà, che ha visto i ‘Magia Nera’ nominati, a seguito di alcune prestazioni ‘live’ tenute nelle province di La Spezia e Massa Carrara, in alcune riviste musicali nazionali che andavano per la maggiore sempre in quegli anni sessanta-settanta, come ‘Ciao 2001’, ad esempio, è calato il silenzio sulla band. Ognuno dei suoi componenti ha dovuto fare i conti con la dura legge della vita e la necessità di portare a casa, come si suol dire, la pagnotta. Il che spesso si traduce più prosaicamente nella rinuncia al sogno pindarico del successo. E dire che c’erano andati vicini all’epoca, specie dopo una brillante performance nel corso di un Festival nella provincia di La Spezia che aveva oscurato persino quella di altre band di maggiore notorietà e richiamo.

Due anni fa invece l’inaspettata ricomparsa, come la nota araba fenice, dei ‘Magia Nera’, grazie soprattutto alla passione e determinazione di Bruno Cencetti, che è il leader indiscusso del gruppo, autore in primis di un primo ‘concept album’ composto interamente da brani originali. Niente ‘cover’ insomma, se non un omaggio finale al gruppo degli ‘Uriah Heep’, che rappresenta un modo anche per contestualizzarsi e riconoscere umilmente le proprie radici. Un album che ha raccolto una messe di complimenti entusiastici, di recensioni una più lusinghiera dell’altra in Italia e persino all’estero e l’inserimento in servizi di streaming come Spotify. Non dimentichiamo mai che stiamo parlando di un genere musicale ‘vintage’ che certamente non può competere in termini di popolarità con quelli che inondano oggi i tradizionali canali televisivi e gli stessi servizi di streaming audio-video su Internet. 

Forse la decisione di limitarsi alla pubblicazione della loro opera senza farla seguire da esibizioni ‘live’, nonostante siano musicisti che possono ancora dire la loro anche dal punto di vista tecnico (Cencetti stesso è un noto musicista che si esibisce spesso, singolarmente o in coppia, spaziando fra la provincia di La Spezia e quella di Massa-Carrara) e la mancata partecipazione a trasmissioni TV di carattere nazionale, ne ha un po’ stoppato il tam-tam del pubblico. Un riconoscimento che sarebbe meritorio proprio a seguito della pubblicazione di questi due album che si staccano nettamente dalla convenzione che domina al momento il mercato musicale, senza però rinunciare allo stile ed al background degli anni gloriosi nei quali la band si è formata.

L’opera musicale ‘Montecristo‘ dei ‘Magia Nera’ è innanzitutto un atto di spregiudicatezza ed originalità, ambiziosa ma non pretenziosa. Non so infatti trovare altri esempi (sarà sicuramente un limite mio) di opere letterarie classiche che siano state trasposte in musica moderna e per giunta in ambito ‘rock-prog-metal‘ ma anche se fosse, nulla toglie alla curiosità di questa offerta. Un romanzo, quello di Alexandre Dumas, che oltre ad essere un capolavoro nel suo genere, sa bene chi lo ha letto ed io fra questi, è anche molto ampio e variegato dal punto di vista narrativo, quasi scomodo da tenere fra le mani per il numero di pagine ed il peso del tomo. Nel quale avvengono molteplici e radicali mutamenti di toni, continui colpi di scena e perciò riassumerne dettagliatamente lo spirito in poche tracce musicali sarebbe stata impresa impossibile per chiunque. Non avrebbe proprio avuto senso quindi la pretesa di un confronto e neppure di un parallelismo serio e dettagliato con il romanzo e difatti Cencetti ne ha colto alcuni spunti, presi e sparsi qua e là, per mettere in risalto sensazioni, emozioni, comportamenti ed anche, diciamolo, le miserie e le contraddizioni della natura umana che vanno persino oltre l’opera di Dumas e che si possono definire universali: come amicizia, amore, invidia, odio, vendetta e pentimento… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Quasi Nemici – L’Importante è Avere Ragione’

QUASI NEMICI – L’IMPORTANTE E’ AVERE RAGIONE

Titolo Originale: Le Brio

Nazione: Francia, Belgio

Anno: 2017

Genere: Commedia, Drammatico, Didattico

Durata: 95’ Regia: Yvan Attal

Cast: Daniel Auteuil (Pierre Mazard), Camélia Jordana (Neïla Salah), Yasin Houicha (Mounir), Nozha Khouadra (La Madre di Neïla), Nicolas Vaude (Il Preside del Paris II-Panthéon Assas), Jean-Baptiste Lafarge (Benjamin), Claude Perron (La Donna col Cane), Virgil Leclaire (Keufran), Zohra Benali (La Nonna di Neïla), Damien Zanoli (Jean Proutot), Jean-Philippe Puymartin (Il Presidente del Concorso), Paulette Joly (Madame Mazard), Nassim Si Ahmed (Il Cliente)

TRAMA: Neïla Salah è una immigrata francese di seconda generazione che vive a Créteil, nella banlieue (periferia) parigina. Si è iscritta all’Università Paris II-Panthéon Assas per dare una svolta alla sua vita, altrimenti destinata alla mediocrità o, ben che vada, la massima aspirazione del suo ragazzo Mounir, cioè diventare un taxista di Uber. Il primo giorno, calcola male i tempi ed arriva in ritardo, cioè quando la sala è già gremita e il professore Pierre Mazard ha iniziato la sua lezione. Non essendo riuscita ad evitare di farsi notare, Mazard la riprende con ironia ed insistiti commenti razzisti, anche riguardo il suo modo di vestire, nonostante il brusio di disapprovazione degli altri studenti. Mazard è noto infatti per le sue idee conservatrici ed intolleranti che non si trattiene dall’esprimere apertamente. Il suo atteggiamento viene filmato e finisce sul PC del preside il quale, nonostante sia suo amico, non può evitare che la cosa arrivi addirittura al vaglio della commissione interna d’inchiesta. Per evitare un sicuro licenziamento, il preside propone a Pierre di fare da coach proprio a Neïla, nel concorso che ogni anno vede gli studenti del primo anno dei vari istituti universitari contendersi la palma del migliore sul tema dell’eloquenza. Mazard è costretto ad accettare e senza dire nulla al riguardo alla giovane, le propone di aiutarla a prepararsi per il concorso, nonostante l’iniziale rifiuto della stessa, provocandola proprio sulle ragioni che l’hanno spinta ad iscriversi a quella facoltà. I due si vedono la mattina, da soli e per pochi minuti, in un’aula dove Pierre inizia, partendo da uno scritto di Schopenhauer, la sua opera di trasformazione di Neïla, da ragazza arrabbiata, incapace di controllare le sue emozioni e di argomentare una tesi in maniera convincente, in una brillante e sicura oratrice. Per riuscirci però, fra loro inizialmente le scintille sono all’ordine del giorno, perché Pierre è un provocatore cinico ed impietoso e Neïla, orgogliosa delle sue origini, mal sopporta l’ironia sulla sua persona e di essere ripresa continuamente. Piano piano però si rende conto lei stessa dei suoi progressi, anche nei rapporti con Mounir ed i suoi amici, e dell’abilità, impegno ed originalità che il suo professore le sta insegnando nell’arte della retorica. Al primo confronto del concorso però Neïla non resiste alle allusioni razziste del suo rivale e sarebbe eliminata se il suo avversario non fosse squalificato proprio per questa ragione. Da quel momento però riesce a mettere totalmente a frutto gli insegnamenti di Pierre, in forme sempre crescenti di difficoltà e nei confronti successivi prevale con destrezza e brio sino a giungere alla finale. Nel corso della manifestazione che il preside promuove per lei in Università, un suo compagno invidioso le rivela però le vere ragioni dietro l’impegno di Mazard e Neïla, delusa e ferita, abbandona furiosa la sala, rifiutandosi di presentarsi alla finale del concorso. E’ Mounir però che la mattina stessa la riprende e la scuote per la sua mancanza di coraggio e di riconoscenza nei confronti di chi comunque l’ha fatta comunque crescere e si offre di accompagnarla in Università dove, se per la gara oramai non c’è più nulla da fare, per il giudizio della commissione su Pierre, invece sì. Entrando nell’aula dove il professore è seduto davanti ai suoi inquisitori, Neïla chiede ed ottiene, ritenendosi parte in causa, di testimoniare. Inizia quindi il suo intervento come se fosse un atto di accusa che aggrava ancora di più la posizione di Mazard, ma poi lo trasforma in un elogio sperticato e circostanziato sulle qualità del suo professore, lasciando a bocca aperta sia lui che la commissione e mostrando di avere perfettamente imparato come impostare in maniera convincente la difesa di un accusato. Anni dopo Neïla è un avvocatessa, perfettamente integrata nel ruolo e nella consapevolezza delle sue capacità, la quale sta utilizzando a sua volta proprio le tecniche imparate dal suo odiato inizialmente e poi amato coach.

VALUTAZIONE: un’opera di notevole impatto emotivo e formativo (nonostante la morale in fondo sia tutt’altro che ‘politically correct’), oltreché di pregevole qualità interpretativa, incentrata sulla capacità, appunto, di convincere il prossimo sulle proprie ragioni, qualunque sia la verità. Un film che tocca direttamente o di riflesso temi come razzismo, conservatorismo, intolleranza, provocazione, emarginazione sociale ed uso ad arte del paradosso. E ci riesce, evitando il più possibile di scadere nella retorica, anche se è focalizzato proprio sulla capacità di sviluppare l’uso dell’eloquenza, prendendo a modello la figura dell’avvocato, ma che può valere comunque in qualsiasi altro ambito. E’ anche un film con una trama ben congegnata, che in poco più di un’ora e mezza mostra pochi momenti di debolezza, con un finale decisamente potente dal punto di vista emozionale.   

…L’eloquenza, la retorica, l’arte del bel dire. Per convincere bisogna saper usare la dialettica, una serie di ragionamenti rigorosi volti ad ottenere il consenso dell’interlocutore e del pubblico. Perché in realtà è solo questo che conta: convincere, avere ragione. Della verità, chi se ne frega…‘.

Tempo fa è uscito un film francese che ha avuto un buon successo anche in Italia. S’intitola ‘Quasi Amici – Intouchables‘ e, diretto dalla coppia Olivier Nakache e Éric Toledano, racconta la simpatica, commovente storia, anche un po’ ‘piaciona’ per dirla tutta, di un ricco tetraplegico bianco ed un badante nero con un passato in prigione. Due mondi apparentemente lontani ed opposti che sembra impossibile possano incontrarsi ed invece dopo le prime inevitabili difficoltà hanno imparato a conoscersi e rispettarsi. Mettendo sul tavolo le rispettive peculiarità caratteriali, culturali e di sensibilità, sono persino diventati quasi amici, appunto.

Qualcosa del genere succede anche in ‘Quasi Nemici – L’Importante è Avere Ragione‘ di Yvan Attal. Anche questo è un film francese ed evidentemente la distribuzione italiana ha colto delle analogie con l’opera citata in precedenza ed ha provato a sfruttarle, al di là dei rispettivi titoli originali che sono molto differenti: nel primo caso ‘Intouchables‘ ed in quello del film in oggetto ‘Le Brio‘. Dei due, il più azzeccato in questo caso a me sembra proprio quello nostrano, soprattutto per la frase che viene riportata immediatamente dopo il trattino, cioé ‘L’Importante è Avere Ragione‘, perché è proprio sul tema della retorica o dell’arte dell’eloquenza che quest’opera è incentrata. E per arrivare all’obiettivo si affida, come molte delle battute che vengono pronunciate dai protagonisti, ad un paradosso. Una serie dei quali, a proposito dell’uso e della potenza della parola, li propone in alcune scene di repertorio poste nell’incipit del film, quattro grandi personaggi della cultura francese come Claude Lèvi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary e Jacques Brel.

Osservando l’immagine riportata nella locandina ed anche nel trailer accessibile qui sopra, ci si rende infatti immediatamente conto di almeno due cose: la prima è che la torre Eiffel sullo sfondo indica chiaramente dove è ambientata la storia, scritta a otto mani da Yaël Langmann, Victor Saint Macary, Bryan Marciano e Yvan Attal (quest’ultimo è anche il regista). Secondariamente, si fa per dire, i due straordinari interpreti – bisogna proprio dirlo, perché Camélia Jordana e Daniel Auteuil sono davvero strepitosi – sono posti, non a caso, in posizione contrapposta, come se intendessero volutamente ignorarsi, seppure è un artificio fotografico, oltreché mostrare un’evidente differenza d’età, ma anche d’origine etnica, seppure questo lo si vede più chiaramente. A ciò s’aggiungono anche una marcata distanza culturale, di status sociale, di relazione e persino di aspettative sul futuro, e questo lo si può sapere solo seguendo la trama. Eppure…

Lui è Pierre Mazard, un attempato professore dell’Università Paris II-Panthéon Assas, cinico, prevenuto, reazionario ed in odore di razzismo, decisamente antipatico nei modi. Come quando una sera, tornando a casa dalla trattoria dove cena sempre da solo (chi mai potrebbe sopportare di vivere a lungo assieme ad un cerbero del genere?), apostrofa una signora con un cagnolino al guinzaglio, mentre con un guanto ne sta raccogliendo per strada le feci: ‘…si rende conto che per un po’ di affetto lei si espone ad una umiliazione? Ma la prego, reagisca, altrimenti lei vale meno di quello che tiene in mano, quel sacchetto con…‘ ed ovviamente ottiene la reazione piccata della donna, della quale però non si cura affatto. Neïla Salah invece è una studentessa del primo anno, immigrata francese di seconda generazione, in cerca di riscatto dalla mediocrità e rassegnazione della banlieue di Créteil, dove abita con la madre e la nonna, molto suscettibile alle allusioni ironiche sulle sue origini e persino agli abiti casual e ben poco femminili che indossa, come a voler rappresentare visivamente la rabbia e la ribellione.

Cosa caspita potrebbero mai avere in comune due personaggi del genere? Niente, ovviamente, se non che lui è un professore della facoltà che lei ha deciso di frequentare e dove Neïla parte con il piede sbagliato, arrivando in ritardo, seppure solo di pochi minuti, il primo giorno di lezione. Ne viene fuori un caso ideologico perché Pierre, come insegnante è molto bravo, ma sempre molto franco riguardo le sue idee, nonostante le contestazioni degli studenti ed è prevenuto nei confronti delle persone come Neïla, per ciò che rappresenta ed a suo modo di vedere è già destinata a gettare la spugna entro tre mesi.

A questo punto bisogna dire che ‘Le Brio‘ è un film che va raccontato, anche nei dettagli, perché gran parte della sua efficacia risiede nei dialoghi e nelle situazioni, molte delle quali sono imperdibili. Altrimenti si potrebbe liquidare la questione dicendo che è la storia di un professore ed un’allieva che da quasi nemici appunto, le circostanze li portano invece a collaborare per far vincere a lei un importante concorso fra le Università sul tema dell’eloquenza ed a lui di evitare di perdere il posto a causa dei suoi atteggiamenti reazionari. Alla fine, dopo innumerevoli occasioni di scontro, trovano un punto d’equilibrio e d’intesa, ed il professore si salva proprio a seguito della decisiva testimonianza della sua allieva, che diventerà grazie a lui un abile avvocato, ripetendone, dopo averne fatto tesoro, modi e tecniche di persuasione. Invece c’è molto di più di questo, quindi bando agli spoiler e andiamo avanti. Chi mal li sopporta, salti pure, se vuole, alle considerazioni finali. Le numerose citazioni che seguono meritano ampiamente lo spazio che dedico loro… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Foto: ‘Novembre in varie tinte di luce e colori, fra acqua (tanta) e sole (meno)’

Foto raccolte qua e là nel corso del mese corrente e durante il periodo del Black Friday (o come sento dire da qualcuno in mezzo dialetto, del ‘black fradei’…), gironzolando fra boschi, il fiume Adda e paesi dei dintorni. Ci sono stati giorni, come a inizio mese, nei quali le luci ed i colori durante le belle giornate erano smaglianti; altri nei quali i grigi chiaroscuri delle nuvole si riflettono sull’acqua ed incupiscono i panorami ed altri giorni ancora nei quali le piogge persistenti gonfiano il fiume e, come a Brivio, isolotti e camminamento lungo l’argine vanno sott’acqua. Nei boschi si possono ancora incontrare funghi dai quali è meglio stare alla larga ed in alcuni giardini si scorgono invece melograni che sembrano essere arrivati giustappunto per ornare i prossimi alberi di Natale. In ogni caso c’è il piacere di stare all’aria aperta e di camminare, magari ascoltando anche un po’ di buona musica con gli auricolari.

Cliccando su una qualsiasi delle foto è possibile vederle in un formato più ingrandito e si possono scorrerle in avanti ed indietro usando i tasti freccia. Avvicinando il mouse è anche possibile leggere il titolo e/o il nome del luogo laddove riportati. Buona visione…

Libro: ‘La Dama e l’Unicorno’

LA DAMA E L’UNICORNO

Di Tracy Chevalier

Scritto nel 2003

Anno di Edizione 2009; Pagine 286

Costo € 14,02 (tascabile € 8,42; eBook € 6,99)

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori delle Tavole’)

Traduttore: Massimo Ortelio

TRAMA: anno 1490, il pittore parigino Nicolas des Innocents viene assunto da Jean la Viste per realizzare sei disegni dai quali in seguito saranno prodotti altrettanti arazzi. Il ricco committente vive fuori le mura della città e si è guadagnato il titolo di priore grazie ai suoi servigi al re Luigi XI. Nicolas, oltreché un bravo pittore, è anche un impenitente ‘tombeur de femme’. In tale ruolo ha sedotto molte donne, senza badare affatto alle conseguenze. Ne sa qualcosa Marie-Celéste, una servetta di la Viste. Dopo essersi concessa una notte dietro le stalle, stregata dalla storia dell’unicorno che le ha raccontato Nicolas, è rimasta incinta, ma lui stenta quasi a riconoscerla quando se la trova di fronte nella dimora di la Viste e la liquida con qualche moneta. Colpa sua, sostiene, se non è stata attenta. Léon le Vieux è invece il mediatore incaricato da la Viste di seguire e trattare il lavoro del pittore e poi dei tessitori di arazzi, i più rinomati dei quali risiedono a Bruxelles. La Viste vorrebbe che il tema fosse la battaglia di Nancy, nonostante si sia ben guardato dal parteciparvi. Poco dopo, Nicolas è solo nel salone per prendere alcune misure alle pareti, quando entra la giovane e bellissima Claude. Il pittore non resiste dall’iniziare uno scambio di battute confidenziali ed allusive alle quali lei non si sottrae affatto. Si rende conto che è la maggiore delle tre figlie di la Viste soltanto quando lei lo conduce di fronte alla madre. Geneviève de Nanterre è una donna molto religiosa, che però non è riuscita ad assolvere il compito primario di assicurare un erede maschio a la Viste. Al di là delle apparenze in pubblico, in privato il marito non le presta più da tempo alcuna attenzione. A Geneviève le scene di battaglia non piacciono e quindi chiede a Nicolas di proporre un altro tema ed a lui torna in mente la storia dell’unicorno, ma modificata in una rappresentazione che verte sui cinque sensi: udito, olfatto, vista, gusto e tatto. Geneviève apprezza l’idea e spinge il pittore, riottoso per la possibile reazione negativa, a convincere la Viste. Nicolas usa allora lo stratagemma di far credere al priore che la moda del momento è proprio quel genere di raffigurazione negli arazzi, arricchiti di ‘millefleurs’ e la Viste, che non è di certo un innovatore, si adegua ed accetta. Nell’occasione Nicolas, in circostanze particolari e fortunate, ha un altro incontro con Claude, consenziente ed intimo, seppure non completo. Conclude quindi i disegni nei quali include anche due dame che assomigliano proprio a Geneviève ed a Claude. La liaison con quest’ultima però è stata scoperta da Bèatrice, la dama di compagnia che Geneviève  ha affiancato a Claude e ne ha riferito alla madre stessa che, allarmata dall’atteggiamento libertino della figlia, che sta per essere promessa sposa ad un nobile per elevare ulteriormente il rango dei la Viste, decide di farla controllare a vista e poi addirittura chiudere in un convento, così che resti illibata sino al matrimonio. Intanto Nicolas in compagnia di Léon si è trasferito a Bruxelles presso la bottega del rinomato tessitore Georges de la Chapelle. Il lavoro da svolgere sugli arazzi richiede grandi capacità, esperienza e tecnica sopraffina. L’urgenza imposta da la Viste rende però il lavoro della famiglia di Georges una corsa contro il tempo. Per Nicolas quello degli arazzi è un mondo sconosciuto al quale però piano piano si avvicina con umiltà dopo un’iniziale supponenza. A convincerlo contribuisce non poco la figlia del tessitore, Aliènor, molto bella e dolce ma cieca, anche se ciò non le impedisce comunque di dare il suo contributo al lavoro ed a coltivare un magnifico orto pieno di profumi e colori, servendosi egregiamente degli altri sensi. Aliénor, per interesse del padre, sta per essere data in sposa al rozzo e puzzolente tintore Jacques Le Boeuf, dal quale lei cerca di nascondersi in tutti i modi, spalleggiata dalla madre. Diventa decisivo perciò il ruolo di Nicolas nel destino di Aliénor che a sua volta, come Claude, è tutt’altro che indifferente al fascino del pittore e seduttore. Quest’ultima invece andrà in sposa secondo i desideri del padre e della madre. Gli arazzi infine risplenderanno nella sala dove si celebra il fidanzamento mentre per Nicolas des Innocents la scaltra e risoluta Geneviève ha architettato un piano che sa tanto di beffa.    

VALUTAZIONE: un romanzo relativamente breve ma trascinante come pochi, ambientato alla fine del XV secolo, che grazie al talento della scrittrice Tracy Chevalier riesce ad abbinare la riscoperta di un’arte antica e particolare come quella della tessitura degli arazzi, ad una vicenda densa di seduzione, con un linguaggio a volte anche esplicito, cui contribuisce non poco la figura allegorica e leggendaria dell’unicorno. La struttura del romanzo è suddivisa in capitoli dedicati singolarmente ai principali protagonisti che raccontano in prima persona e quindi dal loro punto di vista una parte della storia. Nonostante il rischio di una eccessiva frammentazione, la trama è invece sorprendentemente equilibrata e non subisce in alcuna misura salti cronologici, sovrapposizioni o ripetizioni narrative e neppure confusione fra le vicende dei vari protagonisti. La lettura è estremamente fluida e piacevole, difficile semmai è staccarsene.

‘…guardare un arazzo non è come guardare un quadro. Il dipinto di solito è più piccolo, così lo sguardo riesce ad abbracciarlo tutto in una volta. Non ci si deve avvicinare troppo, basta rimanere a un paio di passi di distanza, come se ci si trovasse davanti a un prete o a un insegnante. All’arazzo, invece, ci si avvicina come a un amico. Se ne vede solo una parte per volta, e non necessariamente quella più importante. Ecco perché nessuna delle figure deve risaltare troppo, ma integrarsi in modo armonico in un insieme piacevole alla vista, ovunque vadano a posarsi gli occhi dell’osservatore‘.

Uno legge il titolo, guarda la cover del tomo e s’immagina un racconto incentrato su una storia verbosa e ad alto coefficiente di noia, o comunque al più un romanzo di natura fantastica. Se così fosse, diciamo subito che già dopo qualche pagina si rivela un’impressione totalmente errata perché ‘La Dama e l’Unicorno‘ è certamente un romanzo nel quale realtà ed immaginazione s’intersecano abilmente fra loro, ma che si propone e si legge con grande interesse, da un lato ed immediato piacere, dall’altro. Eventuali dubbi e diffidenze riguardo quest’opera della scrittrice Tracy Chevalier (nota autrice fra l’altro de ‘La Ragazza con l’Orecchino di Perla‘, trasposto al cinema nell’interpretazione di una castigata ma comunque seducente e convincente Scarlett Johansson) svaniscono infatti ben presto, grazie ad una vicenda affascinante, ambientata due anni prima del viaggio di Cristoforo Colombo alla scoperta della Americhe, nella quale si parla dal lato artistico di arazzi ed unicorni; dal lato umano di grandi passioni, per lo più, ma non solo carnali e dal lato stilistico infine da un’insolita ma convincente e riuscita narrazione in prima persona da parte dei principali protagonisti della vicenda. 

Procediamo però con ordine: cosa c’è di vero e cosa no in questa storia? Diciamo innanzitutto che alcuni dei personaggi coinvolti sono realmente esistiti, mentre altri no, ma ovviamente, trattandosi di un romanzo e non di un saggio storico, la Chevalier ha costruito la sua storia ed i dialoghi connessi alla medesima a sua fantasia e discrezione. Il video qui sopra proposto, a partire dal quarantacinquesimo secondo, mostra il cosiddetto ciclo dei sei arazzi del titolo, che sono stati effettivamente ordinati da Jean la Viste e realizzati molto probabilmente a Bruxelles. Ritrovati ed acquistati da un incisore a nome M. du Sommerard alla fine del XIX secolo per esporli nell’Hôtel de Cluny a Parigi, in seguito sono stati donati assieme al palazzo alla città, trasformato quindi nel Museo Nazionale del Medioevo, ovviamente tuttora visitabile.

E cosa vuole rappresentare la figura mitologica dell’unicorno (o liocorno) che ha il corpo di un cavallo con un corno diritto in mezzo alla fronte? L’origine della sua leggenda risale al medioevo, ma come affermano alcuni dei protagonisti è già citato nella Bibbia, nel libro di Giobbe, nel Deuteronomio e nei Salmi. Vuole rappresentare, fra l’altro, un simbolo di saggezza e castità, instancabile e perciò difficile da catturare e da domare, ma che si prostra docile quando è avvicinato da una giovane vergine. E’ perciò una figura allegorica di purezza, ma non priva anche di spiritualità, che non necessità di essere associata automaticamente ed in maniera inscindibile all’illibatezza.

Ora torniamo ai sei arazzi al centro della storia, nel corso della quale i protagonisti si raccontano, intrecciando le loro vite, amandosi in alcuni casi e comunque relazionandosi fra loro con i pregiudizi, i rituali, le regole, le stratificazioni sociali e le conseguenze possibili a fine XV secolo. La storia mitologica dell’unicorno, ad esempio, serve spesso a Nicolas des Innocents per ammaliare le sue prede femminili, essendo non solo un artista ma anche un astuto ed impenitente donnaiolo. La versione però della stessa favolosa figura che è alla base dei disegni che saranno trasposti in seguito sugli arazzi tessuti a Bruxelles, dove al tempo c’era un’eccellenza in termini di qualità dei materiali e di finezza di realizzazione, specie riguardo gli spettacolari e raffinati ‘millefleurs’, è arricchita di ulteriori significati maliziosi, all’interno di una rappresentazione finalizzata ad esaltare un raggiunto status sociale dei la Viste, attraverso la libera rilettura dei cinque sensi in altrettanti arazzi. Il sesto, che può introdurre o concludere il ciclo degli altri e che è il più grande nelle dimensioni, non fornisce invece alcuna specifica chiave di lettura ma la scritta ‘A mon seul désir‘ (‘il mio solo desiderio‘) posta ad intestazione di una tenda dietro la figura di una dama, porta a varie interpretazioni, nessuna delle quali però è mai stata chiarita e definita dagli esperti d’arte e di storia di quel tempo nel suo inequivocabile significato.

Essendo raffigurata in ognuno degli arazzi una dama (in quattro dei quali è assieme ad una donna di compagnia), Nicolas des Innocents non ha esitato a dare le sembianze del loro viso a quello delle donne che lo hanno ispirato ed intrigato nel corso della fase creativa, precedente o contemporanea alla realizzazione degli arazzi. Il riferimento è a due coppie di madre e figlia: mamàn Geneviève de Nanterre e la figlia Claude da un lato; mamàn Christine de la Chapelle e la figlia Aliénor dall’altro. Si tratta ovviamente di una rilettura in chiave narrativa di Tracy Chevalier, che merita però di essere riassunta ai fini della corretta interpretazione della storia, sospesa fra verità storica e immaginazione. Vediamo pertanto uno ad uno gli arazzi ed il loro significato… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘Il Primo Re’

IL PRIMO RE

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia, Belgio

Anno: 2019

Genere: Storico, Epico, Azione

Durata: 127’ Regia: Matteo Rovere

Cast: Alessandro Borghi (Remo), Alessio Lapice (Romolo), Fabrizio Rongione (Lars), Massimiliano Rossi (Tefarie), Tania Garribba (Satnei), Lorenzo Gleijeses (Purtnass), Vincenzo Crea (Elaxantre), Max Malatesta (Veltur), Fiorenzo Mattu (Mamercus), Gabriel Montesi (Adieis), Antonio Orlando (Erennis), Vincenzo Pirrotta (Cai), Michael Schermi (Aranth), Ludovico Succio (Marce), Martinus Tocchi (Lubces), Marina Occhionero (Acca Larenzia), Nina Fotaras (Ramtha), Emilio De Marchi (Testa di Lupo), Luca Elmi (Maccus)

TRAMA: Romolo e Remo sono due giovani pastori, quando li travolge un’improvvisa e violenta inondazione. Si salvano miracolosamente, ma perdono tutto il loro bestiame. Trascinati dalla forza dell’acqua sino al territorio di Alba Longa, sono raggiunti e catturati, quindi costretti, assieme ad altri, a combattere fra loro a coppie: il perdente viene immediatamente ucciso e cremato. Grazie ad un escamotage Remo, costretto a combattere contro il fratello, salva se stesso e libera anche gli altri prigionieri che riescono, pur a fronte di alcune perdite, a sopraffare i loro nemici. Romolo intanto è rimasto gravemente ferito mentre Remo dopo aver ucciso molti guerrieri di Alba Longa ha catturato Satnei, la sacerdotessa della dea Vesta, perciò la costringe a seguire lui, che si porta sulle spalle Romolo ed il gruppo dei prigionieri liberati ancora sopravvissuti. Le condizioni di Romolo rallentano i fuggitivi, così che il più cinico fra loro, Tefarie, spinge gli altri ad unirsi a lui affinché Remo sia costretto ad abbandonare Romolo al suo destino. Remo allora sfida a duello Tefarie e lo uccide, legittimando così il suo primato sul gruppo. Entrati nella foresta che fa parte del territorio dei guerrieri guidati da Testa di Lupo, si confrontano in modo cruento con loro uccidendoli tutti e quindi gli uomini capeggiati da Remo arrivano sino al villaggio dei rivali abitato oramai solo da vecchi, donne e bambini nel quale Remo si auto proclama re. Nel corso del rituale, Remo chiede a Satnei un’aruspicina, cioè un vaticinio e lei gli rivela che nel suo futuro vede uno dei due fratelli re di una grande città ed impero, ma anche che uno ucciderà l’altro. Tutti vedono nel duro e forte Remo il predestinato. La reazione di quest’ultimo alla predizione del fratricidio è veemente: uccide il sacerdote del villaggio, spegne il sacro fuoco di Vesta e lega Satnei ad un albero dentro al bosco, lasciandola alla mercé degli animali selvatici. Non solo, al ritorno nel villaggio incendia le capanne e schiavizza gli abitanti. Romolo nel frattempo si è completamente ripreso e dissente l’atteggiamento del fratello, il quale, resosi conto di essersi spinto troppo in là, torna nel bosco pentito della punizione inflitta a Satnei ma la trova ferita e oramai morente, seppure ancora in grado però di svelare a Remo che è lui ad essere destinato a morire per mano del fratello Romolo. Gli consiglia perciò di fuggire. Nel frattempo Romolo ha riacceso il fuoco sacro affidandolo ad una giovane vestale e viene perciò riconosciuto come capo dagli abitanti il villaggio, inclusa una parte dei guerrieri che sono giunti con lui e Remo sin lì. Quest’ultimo nel frattempo se n’è andato con i rimanenti a lui ancora fedeli, ma giunti sulle sponde del Tevere sono assaliti dai cavalieri albani e destinati a soccombere se non intervenisse a salvarli Romolo con i suoi uomini. Il dualismo che è esploso fra loro spinge Remo a reclamare il comando, inclusa l’intenzione di spegnere il sacro fuoco e nonostante Romolo cerchi di evitare il combattimento, Remo lo sfida apertamente, ma quando si rende conto che più nessuno oramai sta dalla sua parte, lascia che l’aruspicina di Satnei si compia. Spingendo il fratello a ferirlo a morte, al tempo stesso si riappacifica con lui, benedicendone il destino di primo re. Romolo ed i suoi uomini, attraversato il Tevere, allestiscono una pira per Remo su un zattera ed il fratello giura che con il sangue versato costruirà una città, dandole il nome di Roma per dominare il mondo conosciuto nei secoli a venire. E’ l’anno 753 avanti Cristo.

VALUTAZIONE: un’opera sorprendente della cinematografia nostrana, perché che contiene, al tempo stesso, tutti gli ingredienti di spettacolarità solitamente riconoscibili nel cinema hollywoodiano, abbinati però ad una impostazione rigorosa, ad iniziare dall’utilizzo di un linguaggio definito ‘protolatino’, incomprensibile senza i sottotitoli. La cura che il giovane regista Matteo Rovere, qui alla sua seconda prova, ha dedicato alla post produzione, durata ben 14 mesi, ricorda la meticolosità di un ‘certo’ Stanley Kubrick, senza che il confronto appaia esagerato. Siamo di fronte ad un film totalmente anomalo, interpretato egregiamente da attori italiani e girato in luoghi del centro Italia che sembrano rimasti al tempo di Romolo e Remo, la cui storia è mitologia ma la cura nella ricostruzione ambientale, degli usi e costumi del tempo, comprese le armi, ha richiesto la consulenza di alcuni luminari nei rispettivi campi di appartenenza. Il tutto senza nulla lasciare al caso, inclusi effetti speciali di straordinaria verosimiglianza e strumenti all’avanguardia della tecnologia come i droni nelle riprese dall’alto. Una notevole prova di maturità espressiva e coraggio che esce dagli schemi abituali e richiede pertanto la completa disponibilità dello spettatore per essere pienamente compresa ed apprezzata. 

Segnatevi il nome del trentasettenne regista, soggettista, sceneggiatore e produttore Matteo Rovere, perché se tanto mi dà tanto, siamo di fronte ad un autore di grandissima qualità, pari almeno al coraggio. ‘Il Primo Re‘ è un film realizzato da autori, attori e maestranze nostrane (mentre i finanziamenti invece sono di provenienza internazionale che vede unite Rai Cinema, Groelandia, Gapbusters, VOO e BeTV) e di uno stile che non siamo abituati a vedere associato alla cinematografia italiana. Ad affiancare Rovere nella realizzazione di quest’opera particolare troviamo: alla produzione anche Andrea Paris; il soggetto è scritto a sei mani con Filippo Gravino e Francesca Manieri; altrettanto riguardo la sceneggiatura assieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri; la fotografia è di Daniele Ciprì; la scenografia è di Tonino Zera; il montaggio è di Gianni Vezzosi; le musiche sono di Andrea Farri; i costumi sono di Valentina Taviani; il trucco è di Andrea Leanza, Roberto Pastore, Lorenzo Tamburini e Valentina Visintin e gli straordinari effetti speciali sono di Francesco Grisi e Gaia Bussolati. Mi sono dimenticato gli interpreti? Macché, il cast è elencato immediatamente sopra la sinossi ma è anch’esso completamente italiano. Bravi tutti in blocco ma una citazione particolare va fatta per Alessandro Borghi (Remo) e Tania Garribba (Satnei).

Detto ciò, quando mai si è visto un film italiano che è difficile persino da catalogare in un genere? Chi lo definisce epico, chi storico, chi d’azione, chi sperimentale, chi semiologico, chi archeologico o tutte queste categorie messe assieme. Io l’ho trovato geniale e coraggioso. La storia di Romolo e Remo ce l’hanno raccontata sin dalle scuole elementari. La lupa che allatta i due gemelli rimasti orfani è il simbolo stesso della capitale ed i sette Re di Roma li abbiamo imparati a memoria come una filastrocca (Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo). Alle scuole medie siamo andati ancora più indietro nel tempo, con l’Eneide ed il suo omonimo protagonista il quale, dopo essere fuggito da Troia ed aver girovagato per un po’ nel Mar Mediterraneo, infine è approdato sulle coste dell’odierna regione del Lazio. Dall’unione fra Enea e l’amata Lavinia è nato Ascanio che ha fondato la città di Alba Longa. E qui, appunto, si ricollega la vicenda narrata nel film di Matteo Rovere. Numerose comunque sono le versioni della leggenda che riguarda Romolo e Remo, ma forse quella che spiega meglio di altre il motivo per cui è stata creata e poi tramandata nei secoli a venire sta nel celebrare ed esaltare le origini della più grande potenza d’occidente di duemila anni fa, proprio ad opera dei re e dagli imperatori che si sono succeduti sul suo trono.

Intendiamoci il film storico che vede protagonisti personaggi mitologici come Sansone, Maciste, Ercole appartiene al cinema italiano già a partire dagli anni cinquanta, al punto che fu definita a tal riguardo un’apposita categoria, chiamata ‘peplum‘ e poco dopo la nascita del cinema, il cosiddetto ‘kolossal storico italiano‘ suscitò grande successo ed attenzione, anche fuori dai confini nazionali. Un regista come David Wark Griffith, ad esempio, considerato uno dei più significativi della cinematografia americana dei primi del novecento, s’ispirò a ‘Cabiria‘ (1916) del nostro Giovanni Pastrone per realizzare uno dei suoi film più importanti, cioè ‘Intolerance‘ nel 1918.

Tornando a Romolo e Remo, i due personaggi appaiono già adulti ne ‘Il Primo Re‘. Sono entrambi pastori ed un giorno, nel corso di una tempesta e preannunciato da uno spaventoso e sordo rumore che li spinge ad un disperato quanto vano tentativo di fuga, vengono travolti da una violenta ondata di piena e trascinati a lungo, rischiando sia uno che l’altro di annegare o sfracellarsi lungo il corso tumultuoso del fiume Tevere. Con un po’ di fortuna ma perdendo comunque tutto il bestiame, finiscono a valle nel territorio di Alba Longa dove i guerrieri della tribù omonima non sono per nulla ospitali nei confronti di chi vi entra indebitamente, fosse anche contro la sua volontà come in questo caso. Romolo e Remo vengono catturati, imprigionati assieme ad altri uomini dentro delle gabbie e poi condotti in un avvallamento poco distante dall’accampamento per essere sacrificati davanti a Satnei, la sacerdotessa della dea Vesta, nel corso di duelli a coppie, che anticipano quelli fra gladiatori, anche se in questo caso il pubblico è costituito solo dai guerrieri di Alba Longa e dagli altri prigionieri legati fra loro.

Ci sono scelte nella realizzazione di un film che il normale spettatore dà per scontate oppure non vede o non può  considerare nella loro importanza senza una preventiva adeguata informazione ma che rappresentano invece la differenza ed il valore aggiunto fra una produzione di routine ed una, appunto, fuori dal comune. Nel caso in oggetto, ascrivibili a quest’ultima categoria ce ne sono alcune, ad iniziare da quella che forse è più evidente, cioè la lingua parlata dagli interpreti che, si capisce sin dalle prime parole pronunciate, sarebbe incomprensibile per chiunque se non ci fossero i sottotitoli. In questo caso infatti non è questione di essere o meno poliglotti, bensì Rovere ha voluto essere più aderente possibile allo spirito del tempo, alla ricostruzione di quell’epoca arcaica, incluso appunto il linguaggio e siccome non v’è certezza su quale fosse quello realmente parlato, si è rivolto ad alcuni esperti semiologi dell’Università Sapienza di Roma i quali, combinando vari elementi storici si sono letteralmente inventati una sintesi che si può definire con il termine di ‘protolatino‘, cioè qualcosa che sta a metà fra il latino vero e proprio ed alcuni linguaggi indo-europei.

Se ne giova l’autenticità della rappresentazione storica a spese però dell’immediatezza nella fruizione e comprensione dei dialoghi stessi, se così comunque si possono definire, resi inevitabilmente più ostici per lo spettatore dalla necessità di ricorrere costantemente ai sottotitoli, come nei film muti, oppure in quelli che una volta si definivano ‘d’essai‘. I prodotti cioè di cinematografie lontane e poco popolari le cui opere, comunque scarsamente remunerative, richiederebbero troppi oneri d’investimento per essere doppiate ed i sottotitoli quindi rappresentano perciò il miglior compromesso. Solo che in questo caso invece il film non è russo, birmano o, che ne so, cileno, ma assolutamente italiano… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Serie TV: ‘8 Giorni Alla Fine’

8 GIORNI ALLA FINE  (Serie TV)

Titolo Originale: 8 Tage

Nazione: Germania

Anno: 2019

Genere: Drammatico, Sociologico, Apocalittico

Durata: 380′ circa per 8 puntate 

Regia: Michael Krummenacher e Stefan Ruzowitzky

Cast: Christiane Paul (Susanne Steiner), Mark Waschke (Uli Steiner), Lena Klenke (Leonie Steiner), Luisa Gaffron (Nora Frankenberg), Fabian Hinrichs (Herrmann Meissner), Nora von Waldstätten (Marion Cosin), Devid Striesow (Klaus Frankenberg), Murathan Muslu (Deniz Kara), Henry Hübchen (Egon Meissner), David Schütter (Robin), Claude Heinrich (Jonas Steiner), Thomas Prenn (Ben)

TRAMA: un asteroide di grandi dimensioni, scoperto troppo tardi dai sistemi di rilevazione sulla Terra, sta per causare un’apocalisse. Cadrà nel centro dell’Europa nel giro di otto giorni e seppure ci si aspettano gravi conseguenze per l’intero globo, le nazioni del vecchio continente ne subiranno il danno maggiore. Gli USA hanno predisposto in fretta e furia il lancio di missili dotati di bombe atomiche per cercare di deviare il tragitto di Horus, dal nome di un dio egizio, ma hanno fallito, spostando solo di poco il punto d’impatto, che sarà perciò e comunque devastante. In Germania, dove si svolge la vicenda narrata (ma negli altri paesi limitrofi presumibilmente non ci dovrebbe essere una gran differenza) la reazione della popolazione è di disperazione per molti, rassegnazione per altri, mentre il caos spinge i più fatalisti a godersi ciò che resta della loro vita sino alla fine. I più risoluti e coraggiosi invece cercano una via di fuga il più lontano possibile. Fra di essi anche la famiglia Steiner: padre, madre e due figli adolescenti che tenta di oltrepassare il confine con la Russia. Le altre nazioni al di fuori del raggio d’impatto del meteorite però hanno chiuso le frontiere e passare è molto rischioso. In alternativa bisogna pagare loschi figuri che utilizzano percorsi meno battuti ma senza alcuna garanzia. Gli Steiner non ce la fanno comunque e si perdono persino fra loro sinché, a fatica e con un po’ di fortuna, riescono a ricongiungersi tornando a casa. Susanne Steiner è una dottoressa ed ha da tempo una storia con un poliziotto di origine turca, Deniz. Herrmann Meissner è il fratello di Susanne ed è un politico che fa parte dello staff di un importante ministro. I più previdenti nella popolazione si sono costruiti da tempo dei bunker antiatomici sotto le loro case e contano di rifugiarsi lì in attesa che gli effetti peggiori di Horus si affievoliscano e sia possibile tornare nuovamente in superficie. I più fortunati e raccomandati invece sperano di salvarsi dentro grandi rifugi sotterranei creati già da tempo dallo stato ma che non sono sufficienti per tutti. Non c’è più vita sociale nelle città delle nazioni che stanno per essere colpite dalla catastrofe. I centri commerciali sono abbandonati e saccheggiati e la gran parte di chi sa già di non avere chance di salvarsi o fuggire in tempo si lascia andare alla deriva, come il padre di Susanne e Hermann, oppure si ubriaca e partecipa ad orge collettive senza più alcun freno inibitorio o morale. Qualcuno si affida alla fede, sperando nella clemenza di Dio ed in un miracolo dell’ultima ora. Hermann in realtà è convinto di essersi garantito un lasciapassare per volare negli USA assieme a Marion, la fidanzata incinta, ma all’ultimo momento viene escluso. Klaus Frankenberg un bunker ce l’ha sotto la sua ditta ma a parte la figlia Nora che cerca invano di tenervi segregata, è un uomo violento e subdolo che non ha ancora superato il trauma della perdita prematura della moglie. Dopo essersi macchiato di omicidio per procurarsi delle attrezzature utili al lungo periodo d’isolamento che aspetta i sopravvissuti, ha garantito la salvezza ad alcuni suoi operai in cambio della loro collaborazione e sottomissione. L’esercito nel frattempo pattuglia le città per mantenere il più possibile l’ordine ma non mancano persino occasioni di conflitto fra opposte fazioni militari, mentre gli egoismi e le meschinità dei singoli, Hermann ne è un esempio, hanno il sopravvento sulla solidarietà e coesione che sarebbero necessarie invece fra la popolazione. Susanne confessa il suo tradimento al marito Uli, che reagisce male e quando si convince di non poter salvare neppure i suoi figli, tenta di avvelenare tutta la famiglia ma viene scoperto dalla moglie che, spaventata, si allontana da lui con i due figli. La maggiore, Leonie, s’innamora di un giovane che si sente illuminato da Dio ed ha raccolto attorno a sé un nugolo di seguaci ‘alternativi’. Il suo obiettivo è quello di partire su una sorta di Arca di Noè, ma al momento della partenza si fonde il motore. Per riconquistare la credibilità che ha perso nell’occasione nei confronti dei suoi adepti, il giovane si fa addirittura crocifiggere. Hermann invece, pur di salvarsi, non esita a spacciarsi per il ministro che è stato linciato nel frattempo dalla folla inferocita che ha scoperto gli inganni ed i privilegi della casta al governo e ad abbandonare Marion al suo destino, pentendosi però poco dopo, così che quando sarebbe già salvo dentro uno dei bunker statali e decide di tornare all’aperto. Nel cielo però Marion sta già osservando le prime meteoriti che sfrecciano e precedono la gran massa dell’asteroide Horus. L’ora dell’impatto è giunta.

VALUTAZIONE: una serie TV tedesca di genere apocalittico basata su un suggestivo quanto terrificante evento: la prossima caduta di un gigantesco asteroide in Europa, le cui catastrofiche conseguenze avranno inevitabili ripercussioni anche nel resto del pianeta. Attraverso questo tremendo avvenimento però, gli autori puntano a mettere in risalto le diverse reazioni che inevitabilmente si generano nelle popolazioni più direttamente coinvolte. Lo raccontano in particolare attraverso le vicende di una famiglia tedesca e dei suoi parenti più stretti. Contrariamente alla norma del genere catastrofico portati sul grande o piccolo schermo, non ci sono super eroi e tutti i personaggi principali mettono a nudo nel corso degli otto giorni le loro virtù ma anche i loro limiti, colpe e meschinità, così che nessuno alla fin fine può essere preso ad esempio. L’angoscia per l’imminente cataclisma viene mostrata anche passando attraverso episodi che riguardano le settimane ed i mesi precedenti gli ultimi otto giorni del titolo. Il momento dell’impatto non viene mostrato, rispettando la linea di condotta scelta dagli autori che evita la spettacolarizzazione non solo dell’impatto finale ma anche degli avvenimenti che accadono nei giorni precedenti, anche se ciò può apparire a molti controproducente ed alla base di una fredda e frustrante aspettativa. Il finale comunque non esclude una seconda stagione, nella quale al centro della scena dovrebbero essere gli effetti e le conseguenze dell’impatto. Ma questo solo se il ritorno economico di quella appena conclusa ne giustificherà la realizzazione.

Ci sono paure, più o meno inconsce, che la razza umana si è auto inflitta: si pensi, ad esempio, al rischio atomico per via di possibili incidenti o attentati alle centrali, se non addirittura di un conflitto fra nazioni antagoniste a suon di bombe nucleari; oppure alle conseguenze dei cambiamenti climatici provocati dall’inquinamento e dall’effetto serra che sconvolge gli equilibri naturali del pianeta Terra con l’aggiunta del disboscamento incontrollato delle foreste-polmone come quella amazzonica, siberiana e indonesiana. La Natura in questo caso ci punisce con fenomeni atmosferici sempre più violenti e con la possibilità tutt’altro che remota che molte coste, incluse le grandi città che vi si affacciano, siano sommerse dalle acque a causa dello scioglimento progressivo dei ghiacciai dei poli e della Groenlandia. Ci sono invece timori, ansie o angosce vere e proprie che nascono dall’imponderabile e pendono sulle nostre teste contro la nostra volontà ed indipendentemente dagli errori o orrori, se preferite, che commettiamo. Ad esempio un’ipotetica invasione ostile aliena oppure, cosa statisticamente più possibile, un asteroide che precipitando sulla terra ne sconvolga gli equilibri, come pare sia già accaduto milioni di anni fa provocando la scomparsa dei dinosauri e chissà quante altre specie animali e vegetali, sprofondando il nostro pianeta in una lunga e terribile notte.

Il caso prospettato da ‘8 Giorni Alla Fine‘ riguarda proprio quest’ultima possibilità, anche se smentisce quella che forse, da ignoranti in materia, pensavamo fosse una garanzia acquisita con il tempo, cioè che i sistemi tecnologici sempre più sofisticati ed i telescopi costantemente puntati verso il cielo, garantiscano la razza umana sulla tempestività della rilevazione di eventuali asteroidi di grandi dimensioni che nella loro corsa interstellare potrebbero essere diretti verso la terra con effetti devastanti e si possa perciò agire per tempo con qualche azione coordinata ed efficace. Circa 66 milioni di anni fa in un’area compresa fra il Golfo del Messico e la penisola dello Yucatan, cadde un meteorite di circa 15 km. di diametro provocando, secondo studi recenti, uno tsunami gigantesco con onde alte 1500 metri che si propagarono in tutte le direzioni. Sommata ai danni determinati da questa massa enorme d’acqua, la coltre di polveri che si sollevò in seguito, cinse la Terra in un abbraccio mortale per lungo tempo, causando la fine di molte specie animali e vegetali, inclusi appunto i dinosauri.

La Serie TV prodotta da Sky Deutschland e diretta dalla coppia tedesca Michael Krummenacher e Stefan Ruzowitzky, s’inserisce in questo scenario che torna a ripetersi a causa di un asteroide di notevoli dimensioni che nel giro di otto giorni, appunto, è destinato ad impattare sul nostro pianeta, addirittura al centro dell’Europa. La sua particolare conformazione ed il colore che si confonde con il buio dello spazio cosmico ne hanno impedito la preventiva scoperta da parte dei pur evoluti sistemi di rilevazione e telescopici a terra e sui satelliti nello spazio, così che quando è stato finalmente individuato, non c’è stato il tempo per studiare ed organizzare un’appropriata difesa. Dagli Stati Uniti è stato approntato in fretta e furia il lancio di missili dotati di testate nucleari allo scopo di colpire lo spaventoso meteorite e modificarne la traiettoria, così da fargli oltrepassare la Terra senza colpirla, ma il risultato è stato solo una minima deviazione e Horus, questo il nome minaccioso che gli è stato affibbiato, è destinato a cadere sul territorio francese affacciato sull’Oceano Atlantico. Le conseguenze però saranno più o meno le stesse: devastazione in tutta Europa con gravissime ripercussioni anche nel resto del globo terrestre.

Non appena la notizia si è diffusa fra le popolazioni del vecchio continente, il panico ha preso il sopravvento e la vita sociale, i servizi pubblici e tutto ciò che regola la normale coesistenza pacifica fra le persone e fra queste ultime e le istituzioni, sono venuti meno. Forse all’inizio qualcuno ha pensato ad una sorta di ‘scherzo’ di cattivo gusto, se così lo si può definire. Come quella volta, nel 1938, quando un’allora giovane e semisconosciuto attore di Hollywood, Orson Welles, raccontò in diretta agli allibiti e terrorizzati ascoltatori della radio americani lo sbarco dei marziani sulla Terra. Ben presto però in questo caso, alla speranza che si potesse trattare di qualcosa del genere, è subentrata la consapevolezza che gli annunci dell’immane ed imminente catastrofe purtroppo sono veritieri. A questo punto mettiamoci nei panni nostri, cioè delle popolazioni europee, compresa l’Italia, poste di fronte ad una tale sconvolgente realtà. Cosa fare? Come reagire? Quali le conseguenze aspettarsi, non solo per la vita dei singoli, ma anche per interi nuclei familiari, gruppi ed in senso più lato, per intere nazioni? Come sopravvivere? Meglio badare a se stessi, senza badare agli ‘altri’, compresi i propri cari, i conoscenti, gli amici e, perché no, gli animali, in primis quelli domestici?

Secondo gli ideatori Rafael Parente e Peter Kocyla e poi per gli sceneggiatori Peter Kocyla, Rafael Parente e Benjamin Seiler, se ci si aspettasse, dopo l’inevitabile iniziale sgomento, una reazione civile, solidale ed organizzata, si sbaglierebbe di grosso, anche nel caso di popoli civili e maturi dal punto di vista dell’organizzazione sociale. Lo scenario che ci viene proposto sin dalla prima delle otto puntate della Serie TV, la quale inizia quando il terribile messaggio, in assenza di alternative meno inquietanti, è già stato reso di dominio pubblico e mancano, appunto, solo otto giorni all’apocalisse, è quanto mai disastroso. Altro che chiusura dei porti o blocco navale vs. barconi dei migranti che qualche nostro politico sostiene rappresentino un rischio concreto d’invasione dal quale difendersi a tutti i costi da parte dei paesi europei, Italia in testa ovviamente e vorrebbe perciò che fossero messe in atto con fermezza e senza pietà quelle misure restrittive! Anzi, in questo caso le parti s’invertono, perché sono migliaia, forse milioni, gli europei che cercano fuggire verso paesi un po’ meno esposti del loro alle conseguenze catastrofiche che si stanno per verificare, non solo laddove l’asteroide è destinato a cadere, ma anche tutto intorno, in un raggio di migliaia di chilometri e poi potrebbero propagarsi anche nel resto del pianeta… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Serie TV: ‘La Casa Di Carta’ # 1^, 2^ e 3^ Stagione

LA CASA DI CARTA  (Serie TV)

Titolo Originale: La Casa de Papel

Nazione: Spagna

Anno: 2017

Genere: Drammatico, Azione, Sociologico

Durata: 41-57′ circa per 30 puntate 

Regia: Jesús Colmenar, Alex Rodrigo, Alejandro Bazzano, Miguel Ángel Vivas e Javier Quintas (Ideatore: Alex Pina)

Cast: Úrsula Corberó (Silene Oliveira / Tokyo), Álvaro Morte (Sergio Marquina / Salvador Martín / Il Professore), Itziar Ituño (Raquel Murillo / Lisbona), Paco Tous (Agustín Ramos / Mosca), Pedro Alonso (Andrés de Fonollosa / Berlino), Alba Flores (Ágata Jiménez / Nairobi), Miguel Herrán (Aníbal Cortés / Río), Jaime Lorente (Ricardo Ramos / Denver), Esther Acebo (Mónica Gaztambide / Àgata Fernández / Stoccolma), Enrique Arce (Arturo Román), María Pedraza (Alison Parker), Darko Peric (Yashin Dasáyev / Helsinki), Kiti Mánver (Mariví Fuentes), Roberto García Ruiz (Dimitri Mostovói / Oslo), Fernando Soto (Ángel), Juan Fernandez (Colonnello Prieto), Mario de la Rosa (Suàrez), Hovik Keuchkerian (Bogotà), Rodrigo de la Serna (Martín / Palermo) , Najwa Nimri (Alicia Sierra), Anna Gras (Mercedes Colmenar)

TRAMA: Silene è disperata perché il suo ragazzo è rimasto ucciso durante una rapina in banca e lei stessa è braccata dalla polizia, che ha convinto sua madre a collaborare per farla catturare, se non altro per salvarle la vita. Sulle sue tracce c’è anche Salvador, il cui padre è caduto anch’esso anni addietro sotto i colpi delle guardie mentre cercava di compiere una rapina in banca per pagare le onerose spese d’ospedale necessarie per curare proprio lui, suo figlio. Salvador convince Silene a salire sulla sua auto, mostrandole prove concrete della trappola nella quale stava per cadere. A Salvador, che ora si fa chiamare ‘il Professore’, suo padre ha lasciato in eredità un piano tanto rischioso quanto ambizioso ma non impossibile da realizzare, se studiato accuratamente in tutti i particolari. Si tratta di svaligiare niente meno che la zecca di stato a Madrid. Per riuscire nell’intento ‘il Professore’ ha selezionato ed assoldato, oltre a Silene, altri sette malviventi che hanno in comune un destino già segnato e nulla più da perdere quindi. Secondo ‘il Professore’ occorreranno sei mesi di addestramento e messa a punto per completare il piano. Ognuno dei partecipanti si chiamerà con un nome di città, senza rivelare agli altri la sua vera identità e, cosa ancora più difficile, non dovranno nascere fra loro relazioni sentimentali, trattandosi di un gruppo misto. Allo scopo utilizzeranno una tenuta isolata in aperta campagna nella quale ‘il Professore’ terrà le sue lezioni e gli ‘allievi’ si renderanno presto conto di quanto sia preparato, determinato ed ingegnoso. Il giorno stabilito, fingendosi poliziotti della Guardia Civil alla guida di un camion che trasporta le bobine di carta che servono per stampare le banconote, riescono ad introdursi dentro il palazzo della zecca di stato, facendo prigionieri tutti gli addetti, operai, impiegati e persino una scolaresca in visita. ‘Il Professore’ non fa parte del commando ma, utilizzando strumenti tecnologici ed informatici all’avanguardia, dirige e controlla le operazioni da dentro uno scantinato non molto distante. L’obiettivo dell’incursione non è quello di rubare il denaro già prodotto e poi fuggire nel più breve tempo possibile, bensì quello di restarci una decina di giorni per stamparne il più possibile, incuranti quindi di confrontarsi con le autorità. Per evitare però qualsiasi intervento delle forze speciali, gli otto del commando indossano una tuta rossa ed una maschera che raffigura il viso del pittore Salvador Dalì ed hanno imposto la stesso abbigliamento ai prigionieri, incluse identiche armi, ovviamente scariche, così che non si possano distinguere da loro. Il caso viene affidato all’ispettrice Raquel Murillo, una donna capace ma con una complessa situazione famigliare, determinata a dare una svolta alla sua carriera, nonostante l’evidente supponenza del colonnello Prieto dei Servizi Segreti perché fra gli studenti c’è anche Alison Parker, figlia dell’ambasciatore inglese. Dentro una tenda che viene installata sul piazzale davanti alla zecca di stato, con i tiratori scelti posizionati in tutti i punti strategici, Raquel gestisce la trattativa con ‘Il Professore’, credendolo all’interno del palazzo. E’ lui in realtà a chiamarla usando una linea telefonica non tracciabile, mostrandosi sicuro di sé. Si lascia andare anche a domande estemporanee riguardo l’intimità dell’ispettrice, alle quali lei reagisce piccata inizialmente ma poi sta al gioco, convinta comunque di poter incastrare e battere il suo avversario. Fra Tokyo, Berlino, Mosca, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo intanto si delineano le varie personalità, nascono contrasti, specie con Berlino, il capo dell’operazione, ma anche empatie che portano a rompere uno degli accordi base, perché fra Tokyo e Rio è forte l’attrazione reciproca e fra Helsinki e Oslo risulta evidente un rapporto gay preesistente. Comunque fra i componenti il commando ed i prigionieri, dopo l’inevitabile impatto iniziale, almeno con alcuni di essi subentra un rapporto di fiducia, se non addirittura di collaborazione. Il direttore della zecca Romàn ha una relazione extraconiugale con la segretaria Mònica, che ha appena scoperto di essere incinta, ma la reazione negativa del suo amante la convince a far richiedere ai componenti il commando, oltre ai viveri ed altri oggetti di utilità, anche il necessario per abortire. Il piano di fuga prevede nel corso dei giorni successivi di scavare una galleria che dalla zecca raggiunga proprio lo scantinato dove si trova ‘il Professore’, che controlla fra l’altro tutte le telecamere installate nel palazzo della zecca. Non solo, quando Romàn si fa promotore di una sommossa che però fallisce e resta ferito, così che si rende necessario un intervento operatorio, fra i tre medici richiesti a Raquel s’infiltra anche Ángel, il suo braccio destro, ma ‘il Professore’, che sembra aver già previsto tutte le mosse dei suoi avversari, lo ha identificato e con un espediente riesce a far installare nei suoi inseparabili occhiali da vista un minuscolo microfono grazie al quale riesce a sentire successivamente e per lungo tempo tutti i dialoghi che si svolgono nel tendone della polizia. Intanto con le bobine di carta portate con il camion continuano ad essere stampati milioni di euro e nonostante più volte il commando sembra sia sul punto di capitolare, per disaccordi interni o per le contromisure della polizia intenzionata infine a forzare la situazione di stallo, il caso nel frattempo è diventato virale fra l’opinione pubblica, non solo spagnola, che in larga parte simpatizza con il commando, per il coraggio, per la generosità nel far piovere banconote dal cielo sulla folla, ma anche perché sembra intenzionato a non lasciare vittime sul campo. E’ solo l’inizio di un lungo braccio di ferro… 

VALUTAZIONE: una serie TV di produzione spagnola, giunta alla terza stagione ed alla quale ne seguirà una quarta grazie al successo internazionale, ma anche al contraddittorio che ha suscitato. Dalla sua ha certamente una sceneggiatura che, pur negli evidenti limiti di credibilità, riesce comunque a catturare lo spettatore grazie al ritmo serrato ed alla temerarietà di due imprese apparentemente impossibili, che vede protagonista una serie di personaggi cui è difficile non affezionarsi e parteggiare. La spettacolarità di molte sequenze, l’immedesimazione in alcuni dei protagonisti coinvolti, la varietà delle psicologie in gioco, il gioco delle parti, il tono ironico, rabbioso e poi persino romantico di alcuni momenti, unito all’intuizione di rendere emblematica una maschera che ha tutti gli elementi figurativi ed allegorici per catturare l’immaginario collettivo, contribuiscono a coinvolgere lo spettatore nel corso delle trenta puntate. La maschera e la tuta rossa diventano simbolo di una protesta popolare contro l’establishment, colpito nei suoi capisaldi economici: dapprima alla zecca di stato e poi alla banca di Spagna, simboli del dio denaro e dei giochi di potere, a scapito delle masse inermi e spesso ignare di ciò che si cela dietro l’apparenza della legalità. Insomma, la regia a dieci mani riesce a compiere il miracolo di rendere fattibili le due imprese apparentemente impossibili e di accontentare molti palati, specie quelli che vedono una netta separazione fra la cosiddetta casta ed il comune cittadino, vittima più o meno cosciente. Anche in questo caso vale il noto principio del fascino indiscreto ed inconfessabile che esercitano taluni personaggi ‘cattivi’, specie se poi si sorvola sul loro passato. Non è a caso perciò la scelta del ‘Professore’ di coinvolgere nel suo spavaldo progetto, figure destinate comunque ed altrimenti a finire male.  

‘Noi non ruberemo i soldi di nessuno… perché gli staremo simpatici. Ed è fondamentale, è fondamentale avere l’opinione pubblica dalla nostra parte. Diventeremo gli eroi di queste persone, cazzo. Però fate attenzione, perché se dovessimo versare una sola goccia di sangue, fare anche solo una vittima… non saremo più dei Robin Hood, diventeremo dei semplici figli di puttana…‘ (‘il Professore)

L’ha pensata bene Alex Pina, l’ideatore di questa Serie TV. Il vero ‘Professore‘ è lui, altro che il personaggio nato dalla sua fervida fantasia. La frase qui sopra riportata la dice lunga sull’empatia e solidarietà che lo stratega dell’irruzione alla zecca di stato spagnola ha posto alla base del successo della medesima. In questo caso non si tratta di rubare i soldi da una gioielleria, dal caveau oppure dalle cassette di sicurezza di una banca qualsiasi, che comunque rappresentano il capitale o i risparmi, onesti o meno, bene o male gestiti ed investiti, di normali cittadini o società, ma d’introdursi proprio laddove si stampano le banconote e produrne in quantità industriale in prima persona. Cioè soldi che ancora non esistono e che quindi, in senso stretto, non si possono neppure definire rubati. Un po’ come per i falsari insomma, in un certo senso, solo che in questo caso il denaro stampato, tutto o quasi in banconote da cinquanta euro, è regolare e valido a tutti gli effetti.

Per meglio comprendere la natura provocatoria che sta alla base di questa impresa, che va al di là persino dell’immenso valore della posta in gioco, il cui progetto nasce sull’onda di una vendetta personale ed è stato coltivato per lunghi anni dal ‘Professore’ e quindi studiato sin nei più minimi particolari (al cui confronto il regolamento di conti architettato da Edmond Dantes, cioè il conte di Montecristo nel celebre romanzo, sembra l’opera di un frettoloso dilettante), non serve tanto rifarsi alla sorprendente, se vogliamo, intonazione di ‘Bella Ciao‘, lo storico canto popolare dei partigiani italiani, simbolo a sua volta della ‘Resistenza’. Più volte citato e cantato dal ‘Professore’ e da alcuni suoi complici, lascia intendere un’inclinazione ideologica peraltro poi mai adeguatamente approfondita, specie se se si considera che questi neo Robin Hood tutti quei soldi hanno intenzione di spartirseli fra loro e non certo di condividerli con il popolo, se non in episodi mirati e clamorosi nei quali fanno letteralmente piovere dal cielo alcuni milioni di euro (spiccioli, rispetto al totale) allo scopo di spiazzare le autorità ed attirarsi le simpatie della gente comune nelle strade, esterrefatta.

Illuminante è invece quello che sostiene il ‘Professore’ stesso nel corso di un teso confronto con Raquel Murillo, l’ispettrice della polizia – dapprima sua avversaria e che in seguito anche a queste rivelazioni, dopo essere già diventata sua amante, si trasforma persino in correa –  citando fatti molto più recenti che riguardano nientemeno che la BCE (la Banca della Comunità Europea). Le dice Salvador, alias Sergio, alias il ‘Professore’, nel corso di una dura e per certi versi drammatica discussione: ‘…perché non mi vuoi ascoltare Raquel? Perché sono uno dei cattivi? Ti hanno insegnato a distinguere il bene dal male. Ma se quello che stiamo facendo noi lo fanno altri ti sembra che sia giusto? Nel 2011 la Banca centrale europea ha creato dal nulla 171 mila milioni di euro, dal nulla! Proprio come stiamo facendo noi, però alla grande. 185 mila nel 2012, 145 mila milioni di euro nel 2013. Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Alle banche, direttamente dalla zecca ai più ricchi. Qualcuno ha detto che la Banca centrale europea è una ladra? Iniezione di liquidità, l’hanno chiamata. E l’hanno tirata fuori dal nulla, Raquel, dal nulla… Io sto facendo un’iniezione di liquidità ma non alla banca, la sto facendo qui, nell’economia reale di questo gruppo di disgraziati, perché è quello che siamo, Raquel. Per scappare da tutto questo. Tu non vuoi scappare?…‘. Che saranno mai quindi i due miliardi che hanno intenzione di stampare ‘pro domo loro’, come una sorta di risarcimento sociale, i protagonisti de ‘La Casa di Carta‘ (titolo quanto mai aderente alla realtà)? 

Perciò ha ragione ‘il Professore’ a dire che lui ed i suoi complici non ruberanno i soldi di nessuno e ciò ammanta la loro impresa agli occhi dell’opinione pubblica di un’aureola di rivincita, rappresaglia e giustizia, che suscita immediata simpatia, tenendo conto oltretutto che nel metterla in atto non hanno intenzione di causare alcuna vittima o male fisico (su quello psicologico si potrebbe discuterne però) sia a chi si troverà, suo malgrado, ostaggio dentro la zecca di stato, ma anche nei confronti delle forze dell’ordine fuori, seppure i reparti speciali accorsi sul posto ovviamente sono armati sino ai denti e tutt’altro che benevoli. Nella strategia di tale proditoria azione, Sergio Marquina, questo il vero nome del ‘Professore’, oltre a numerose mosse della controparte, ha anche previsto il modo di disinnescare sul nascere le reazioni nei confronti del suo gruppo, contando anche sul ruolo che inevitabilmente assumerà la stessa opinione pubblica, a proposito della quale, il sottile piano prevede che diventerà, se gli otto dentro la zecca riusciranno a rispettare quanto stabilito, il nono componente, seppure virtuale, della clamorosa azione e appunto della resistenza.

E qui bisogna dire che questa originale serie TV ha centrato in pieno l’obiettivo, perché se è vero che ha diviso la platea degli spettatori, fra chi ne è rimasto affascinato (e non mi sottraggo alla lista, pur riconoscendo che se ci dovessimo soffermare ad analizzare gli avvenimenti ed i molti, forse troppi, particolari arrangiati ed incredibili di una storia che, un tempo si sarebbe detto che può realizzarsi solo al cinema, potremmo anche chiuderla qui senza sprecare altre righe) e chi invece la considera alla stregua di una soap-opera che ha preso furbescamente spunto dal movimento degli ‘indignados‘, cioé quei gruppi di protesta nati e sviluppati in Spagna all’epoca della crisi economica del 2011 la quale, partendo dall’Islanda nel 2008 e poi propagandosi agli Stati Uniti, ha trascinato il mondo nella peggiore crisi economica dopo quella del 1929 (se volessi saperne di più al riguardo leggi a tal proposito, cliccando il titolo, quanto scrissi a proposito del film-documentario ‘Inside Job‘).

Non è un caso quindi che l’immagine stampata sulla maschera che è diventata un simbolo di questa Serie TV sia quella stilizzata del pittore Salvador Dalì. Certo, è un personaggio famoso spagnolo così come della stessa nazione sono la produzione, gli autori e gli attori, ma soprattutto l’artista è uno dei maggiori rappresentanti del movimento surrealista. Che altro è infatti ‘La Casa di Carta’ se non una spettacolare favola surrealista, in base alla definizione che dello stesso movimento fornisce l’enciclopedia Treccani (‘fondato sulla rivalutazione dell’inconscio, dell’immaginazione, del meraviglioso e del magico, come vera realtà e verità umana, contro la logica, il razionalismo e gli stessi valori estetici e morali tradizionali‘)?… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Libro: ‘Che Cosa è la Scienza – La Rivoluzione di Anassimandro’

CHE COSA E’ LA SCIENZA – LA RIVOLUZIONE DI ANASSIMANDRO

Di Carlo Rovelli

Scritto nel 2009

Anno di Edizione 2017; Pagine 202

Costo € 11,90

Ed. Mondadori (collana ‘Oscar Saggi’)

TRAMA: un viaggio nella storia, a partire dalla figura di Anassimandro, per comprendere il significato di scienza ed il ruolo che la stessa ha non solo nell’ambito di pertinenza ma anche nello sviluppo del pensiero politico, sociale, religioso ed etico.  

VALUTAZIONE: un saggio d’invitante e piacevole lettura che s’inserisce nel dibattito filosofico sul significato ed il ruolo della scienza, da alcuni considerata ancora con scetticismo ed al più l’espressione di una élite supponente, mentre Carlo Rovelli spiega che in realtà è una disciplina di apprendimento e conoscenza che, con umiltà pari alla passione necessaria, mette continuamente in discussione i traguardi che gli scienziati raggiungono nel frattempo, in un processo costante ed infinito di evoluzione. Anassimandro, allievo di Talete, fu il primo a mettere in discussione le teorie del suo maestro. Il suo spirito critico è alla base dei progressi che hanno portato la scienza a svilupparsi sino alla teoria della relatività ed alla meccanica quantistica. A loro volta superabili nel prossimo futuro attraverso un continuo lavoro di discussione e di ricerca da parte degli scienziati nel susseguirsi delle varie epoche. Un’opera, questa dello scienziato e scrittore veronese, che non è infarcita, come si potrebbe pensare e temere, di concetti impossibili da comprendere per chi non è addetto ai lavori ma che viceversa cerca di spiegare con parole semplici cosa è la scienza ed il suo ruolo nello sviluppo dell’umanità. 

‘…Inserendosi [Rovelli] nel dibattito filosofico contemporaneo sulla natura della scienza, individua una caratteristica saliente del pensiero scientifico proprio nella consapevolezza della nostra sterminata ignoranza, nel dubbio continuo riguardo alla conoscenza presente e nella rifondazione continua dei nostri schemi concettuali. La scienza è dunque un continuo ridisegnare il mondo e il pensiero scientifico è una continua “ribellione colta»” al sapere del presente…‘.

No, stavolta non è un romanzo che ho scelto di commentare ma un saggio, il primo di cui scrivo in questo blog. L’autore è Carlo Rovelli, un fisico italiano specializzato nella ricerca sulla gravità quantistica, che dopo aver lavorato nel nostro paese e negli USA, ultimamente è impegnato presso il Centro di Fisica Teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Non fatevi spaventare dal suo curriculum, perché Rovelli si occupa anche di storia e filosofia della scienza (epistemologia) ed ha pubblicato sette libri con intento divulgativo e quindi rivolti alla più ampia platea possibile, dei quali ‘Che Cosa è la Scienza – La Rivoluzione di Anassimandro‘ è il terzo, mentre quello più noto è forse il quinto, ‘Sette Brevi Lezioni di Fisica‘.

Mi è capitato per caso fra le mani questo breve saggio, ho iniziato a leggerlo un po’ incuriosito dal titolo e non sono più riuscito a lasciarlo sino alla fine. Ovviamente con questo non voglio dire che l’ho letto tutto d’un fiato, ma che l’interesse non è mai venuto meno, anzi è cresciuto progressivamente nel tempo perché l’opera spazia anche in ambiti storici, filosofici e sociologici che aiutano a comprendere l’attualità attraverso la storia della scienza, anche se può sembrare un procedimento curioso ed audace. Al termine è disponibile ed apprezzabile anche un utile glossario ‘ragionato’ dei termini e dei concetti teorici che si sono susseguiti nel corso dei capitoli e persino le foto a colori di alcuni ritrovamenti archeologici dell’epoca di Anassimandro.

Ciò che risulta evidente sin dalle prime pagine comunque è la chiarezza d’esposizione del fisico divulgatore, non indirizzata ad un pubblico di specialisti e le cui dissertazioni riguardano temi anche molto dibattuti ed oggetto d’intensa e spesso di aspra discussione in ambito politico e sociale, affrontati dall’autore con coraggio, semplicità e non senza spirito polemico. Il che induce il lettore, anche quello più critico e non in totale assenso con l’autore, perlomeno ad una serie di riflessioni, anche perché le curiosità che lo scrittore-scienziato sparge a più riprese nel corso dei vari capitoli sono davvero stuzzicanti e pertinenti. Le numerose citazioni che seguiranno, tratte dal tomo stesso, nel mettere in rilievo i temi più significativi che tratta l’autore, vogliono sottolinearne appunto la chiarezza d’esposizione e la logica nel legare argomenti storici, scientifici, filosofici e sociologici. Insomma preferisco lasciare la parola a Rovelli perché credo che i concetti che esprime sarebbe difficile tradurli e riassumerli meglio di quanto faccia già lui nel suo saggio. Il breve video qui sopra comunque riassume a sua volta i punti salienti della rivoluzione culturale della quale Anassimandro si è reso protagonista e che Rovelli puntualmente mette in risalto.

Ma chi era allora Anassimandro e perché la sua figura, così lontana nel tempo, interessa tanto ad un fisico teorico odierno da dedicargli persino un libro che parla comunque di scienza? Non si può prescindere dal considerare che si tratta di una figura che ha vissuto nel VI secolo avanti Cristo, quando strumenti di osservazione e rilevazione scientifica non ce n’era ancora ombra e tuttalpiù si poteva osservare il cielo ed i fenomeni sulla terra soltanto con i propri occhi. Trarre conclusioni sulla Natura e le sue leggi era non solo difficile, ma persino pericoloso, se non erano riferite e rispettose del ruolo degli dei, personalizzati a loro volta, anche se Anassimandro ha avuto la fortuna di vivere a Mileto (che si trova nell’odierna Turchia affacciata sul Mar Egeo), la quale in quel tempo era una sorta di ‘isola’ felice dove vigevano democrazia e libertà di pensiero. Prendiamo spunto perciò dalle prime pagine del saggio, che pongono un quesito molto articolato e difficile per chiunque vivesse in quel tempo: ‘…il cielo sta sopra e la Terra sta sotto, giusto? Così si è sempre pensato. E lo vede anche un bambino. Il quale potrebbe chiedere: ma come fa la Terra a non cascare? C’è qualcosa sotto che la sorregge? Potrebbe esserci, per esempio, altra terra. Oppure una grande tartaruga appoggiata su un elefante, o delle gigantesche colonne, come dice la Bibbia…‘.

Rovelli sottolinea come nella risposta alla domanda, allora ci fosse la quasi totale unanimità di pensiero, anche fra popolazioni e culture molto lontane fra loro e per giunta non a diretto contatto: ‘…questa immagine del mondo, fatto di terra e cielo, con un sopra e un sotto è condivisa dalle civiltà egizia, cinese, maya, dell’antica India e dell’Africa nera, dagli Ebrei della Bibbia, dagli Indiani del Nord America, dagli antichi imperi di Babilonia e da tutte le altre culture di cui abbiamo traccia. Tutte eccetto una: la civiltà greca…‘. E qui arriviamo ad una prima conclusione: ‘…ad avere questa straordinaria intuizione, è stato il filosofo Anassimandro nella prima metà del VI secolo a.C…. ridisegnando profondamente la mappa del cosmo, sostituendo un cosmo fatto di cielo sopra e Terra sotto, con un cosmo aperto, fatto di una Terra che vola, circondata dal cielo…‘ e che non ha una direzione verso la quale cadere, perché non è condizionata da alcun altro corpo del firmamento. Poiché per noi nati nel XX o XXI secolo tutto ciò può suonare banale, come il fatto che il sole sorge sempre ad est e tramonta ad ovest, lo scrittore, nonché rinomato fisico teorico, puntualizza: ‘…se a qualcuno non è chiaro che questa scoperta, che a noi può apparire scontata, fa di Anassimandro un gigante del pensiero di tutti i tempi, pensi a come essa permetta di vedere in modo nuovo la geologia, la geografia, la biologia e la meteorologia. E a come il suo spirito critico ci ha portati, qualche millennio dopo, con modalità analoghe, a penetrare i segreti della materia con la teoria della relatività e la meccanica quantistica…‘.

Anassimandro aveva intuito inoltre che la pioggia non viene giù per capriccio degli dei ma perché l’acqua del mare e dei fiumi evapora grazie al calore del sole, generando le nuvole che poi, portate dal vento, la fanno precipitare sulla terra. Non solo, questo grande osservatore aveva intuito che il trasformarsi delle cose in natura avviene per necessità (da ciò il termine ‘naturalismo’) e non per caso oppure per decisione di una qualche divinità o mito. E se tutto questo non bastasse a delinearne la grandezza, sosteneva anche, in grande anticipo rispetto a Darwin, che tutti gli animali, inclusi gli umani, derivano dai pesci perché una volta la terra era completamente coperta d’acqua. Non era ancora arrivato a comprendere che il nostro pianeta gira intorno al sole e non viceversa (in ruote simili a quelle dei carri, diceva) ma insomma non si può di certo pretendere che in assenza di strumenti utili e conoscenze più approfondite arrivasse anche ad una simile rivoluzionaria conclusione… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Libro: ‘L’Appalto’

L’APPALTO

Di Sergio Grea

Scritto nel 2012

Anno di Edizione 2012; Pagine 489

Costo € 9,25

Ed. Piemme (collana ‘Piemme Linea Rossa’)

TRAMA: quando l’avvocato di diritto internazionale Dave Stirling incontra in un bar di New York il suo professore di un tempo, James Rubbard dell’Università di Stanford, le cose non gli stanno andando bene. Nel crollo delle Torri Gemelle non solo ha perso il suo amico e socio Bob Mineido ma anche, tranne una, tutti i suoi colleghi ed ovviamente anche la sede della sua società. Insomma, anche se è sopravvissuto perché casualmente non era a New York quel giorno, ha perso tutto e nell’attesa che l’assicurazione copra parte dei danni subiti, ha provveduto di tasca sua per ciò che dolorosamente spetta alle famiglie dei suoi dipendenti e soprattutto Maria, la moglie di Bob ed i suoi due figli piccoli. Ora però rischia di perdere anche la casa perché la banca non è disposta a dilazionare ancora i pagamenti dei ratei del mutuo. Vedendolo così dimesso, Rubbard, che è un conferenziere e consulente in giro per il mondo, lo invita a confidarsi e poi si offre di aiutarlo. Dave è stato un suo allievo pupillo e difatti alcuni giorni dopo gli propone un importante incarico per conto del magnate russo Vladimir Kroshenko in una gara internazionale per costruire dighe nella parte uzbeka del lago d’Aral. Kroshenko è il presidente della ASP (Aral Sea Project) ed è ritenuto uno squalo nel suo ambiente, temuto dai suoi stessi collaboratori per i suoi modi scorbutici. Il premio per Dave è di 125 mila dollari all’accettazione ed altrettanti se riuscirà ad ottenere l’appalto. Abbastanza comunque per risolvere tutti i suoi problemi. Per vincere però bisogna battere una società francese, la BS (Barrages Soulignac) e la sua avversaria diretta è Edith Beauvart, una donna affascinante ma fredda, un osso durissimo. Kroshenko si rivela  sin dal primo incontro un personaggio arrogante, sbrigativo, iracondo e non collaborativo, con il quale è difficile discutere e fare squadra. Per supportarlo dal punto di vista tecnico, gli ha affiancato l’ingegner Sacha Lezhnev, non ritenuto all’altezza del ruolo di negoziatore e due suoi aiutanti, Tania e Grigori. Dall’altro lato Edith può contare sulla sua segretaria Paulette Leroux ed il tecnico esperto di origine iraniana Sepher Mashir. In mezzo, ad indire la gara d’appalto, c’è il Consorzio Aral (oltreché la Banca Mondiale per gli investimenti a garantire la regolarità dell’appalto), il cui presidente è Joseph Taskoniev, con il suo braccio destro Rodion Timoshilov e la bella segretaria e traduttrice Sitora Gulnoza. Alle difficoltà logistiche e burocratiche, che Dave non immaginava potessero essere così dure e complicate, s’aggiunge il fatto che Edith si vanta di avere carta bianca nella gestione dell’affare, mentre lui dipende comunque da Kroshenko, che gli ha fissato l’obiettivo senza dargli il benché minimo margine di trattativa al rialzo. La bella giornalista Marion Calls, inviata del ‘Sidney Tribune’, che viaggiava sul suo stesso aereo da Tashkent a Urgench quando Dave è giunto a destinazione la prima volta, l’ha messo immediatamente in guardia sulle distorsioni e rigidità locali. Gli ha offerto persino l’aiuto del suo supporto locale Curosh Tolbin per il disbrigo, tutt’altro che agevole, del visto d’ingresso, ma Dave ha preferito comunque aspettare l’arrivo del ritardatario Sacha. Dietro il disastro, provocato da Stalin e dai burocrati moscoviti suoi successori, del prosciugamento di gran parte del lago d’Aral, ci sono interessi che con il crollo dell’impero sovietico hanno lasciato immani problemi ai paesi di quell’area geografica, cioè Uzbekistan e Kazakistan. Stirling si ritrova ben presto in una posizione di grande svantaggio perché il Consorzio non solo ha deciso di effettuare una cospicua variante al progetto originario, ma anche d’imporre clausole capestro che comunque la B.S. ha deciso di accettare, mentre Kroshenko non vuole saperne, mettendo in dubbio le capacità di Dave di trovare una soluzione che meriti il costo del suo ingaggio. La situazione precipita quando Sitora Gulnoza viene ferita ed è Dave, che sin dal primo momento ha sentito una particolare vicinanza ed attrazione nei confronti di questa giovane ed attraente uzbeka, a soccorrerla e forse a salvarle la vita. In seguito Paulette Leroux viene uccisa al mercato di Tashkent nel quale aveva appuntamento segreto con una persona e stessa sorte qualche tempo dopo spetta a Rodion Timoshilov in un parco della città. I principali sospettati sono i terroristi del MLI, una frangia d’integralisti islamici che mira a destabilizzare l’area. L’appalto quindi esce dall’ambito strettamente commerciale a causa di un’escalation di drammatici avvenimenti che nascondono sordidi obiettivi ed un gioco nel quale Dave si rende conto di essere soltanto una rotella. L’attrazione per Sitora, che evolve in un passionale sentimento reciproco, unitamente all’orgoglio ferito che lo spinge a rischiare la sua stessa vita, pur di dimostrare di aver compreso il marcio dentro il quale è stato invischiato, lo portano a svolgere un ruolo decisivo, in dispregio del pericolo, per smascherare l’imbroglio ed i colpevoli.  

VALUTAZIONE: un romanzo sorprendente, questo di Sergio Grea, che dichiara e dimostra di conoscere molto bene i luoghi e la materia nella quale ha ambientato la sua storia che solo in parte è di fantasia. Un giallo-thriller di natura politico-economica-finanziaria, ambientato in un’area del mondo per noi lontana e poco nota, dove l’azione sconsiderata dell’uomo ha provocato un disastro ambientale di dimensioni immani. L’autore punta a coinvolgere il lettore con una prosa dai ritmi serrati e nella quale, a parte il protagonista, quasi tutti i personaggi coinvolti sembrano in qualche modo equivoci e nascondere una o più verità. La fluidità e chiarezza della narrazione è coinvolgente, mentre il complesso intreccio al centro d’interessi contrapposti e contraddittori, la descrizione dei luoghi e la vicenda sentimentale che coinvolge Dave e Sitora, non mostrano mai cadute di stile e di credibilità. Un’opera che difficilmente delude il lettore, ma indicata specialmente a quello interessato ad unire l’utile (vicende storico-politiche per noi oscure e lontane ma non per questo meno degne di attenzione) al dilettevole (una trama di grande tensione, condita da dialoghi brillanti e continui colpi di scena). 

‘…Un continente che ha visto la luce della Via della Seta e il buio di guerre fratricide e infinite. Che ha vissuto i massacri delle orde barbare e che ha portato al mondo la poesia di Omar Khayyam e l’astrologia di Ulug Bek. Che è vissuto e morto di lotte di religione, di soprusi ed eroismi, di stragi e di aneliti di libertà…’. 

Cominciamo dalla nota più negativa di questo romanzo, cioè il titolo, che sarà pure pertinente ma è troppo anonimo, specifico e poco invitante, mentre invece l’opera di Sergio Grea meriterebbe ben altra attenzione. Non tanto perché racconta una storia in gran parte vera (chissà se c’è pure uno sfondo autobiografico) ed ancora in divenire per alcuni importanti aspetti, ma anche attuale per quanto riguarda i danni agli equilibri ambientali ed alla salute in un’area popolosa e di grande dimensione posta a metà fra Uzbekistan e Kazakistan. Al tempo stesso però, in quanto ad appeal di una vicenda appesa fra realtà e fantasia, con intrecci di natura politica, storica e sociale, abbinata al piacere della lettura, grazie ad uno stile scorrevole, documentato e credibile negli aspetti e negli sviluppi, ‘L’Appalto‘ non ha nulla da invidiare ad opere di autori ben più famosi d’Europa ed oltreoceano.

Il lago d’Aral nel 1960 era il quarto più ampio del mondo. Un lago salato e, come il Mar Caspio, in epoche geologiche molto lontane è rimasto intrappolato nella terra ferma. Per avere un’idea delle dimensioni, s’immagini un’area grande quanto Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia e Trentino Alto Adige messe assieme. Per lungo tempo, oltreché sulla direttrice della ‘Via della Seta’ (recentemente tornata alla ribalta nell’accordo commerciale fra Cina e Italia), il lago o mare d’Aral è stato fonte di sostentamento per le popolazioni locali, grazie soprattutto alla pesca, consentendo che sorgessero alcune città prosperose come Muynak, sinché Stalin ed i suoi successori, al tempo della ‘guerra fredda’, per contrastare il primato della produzione di cotone degli USA, decisero di canalizzare l’acqua dei due fiumi immissari, Amu Darya e Syr Darya, per irrigare il deserto intorno e renderlo fertile, specie per impiantarvi appunto vaste coltivazioni di cotone. Il risultato è quello visibile nell’animazione qui di fianco, tratta dalla rivista Focus online, nella quale è evidente come, nel giro di pochi anni, l’evaporazione del lago, un fenomeno naturale che storicamente ha determinato il periodico restringimento dello stesso, ha subito una progressiva, veloce ed anomala escalation, sino a separare il lago stesso in due distinte sezioni, sempre più piccole e generando un processo di desertificazione della zona. La città di Munyak ha finito per trovarsi a cinquanta chilometri dalle sponde del lago ed ancora peggiori sono state le conseguenze sulla salute delle popolazioni locali, perché l’uso incontrollato di pesticidi e fertilizzanti chimici che le frequenti tempeste di sabbia sollevano dal deserto che si è formato in seguito e trasportano anche in luoghi molto distanti grazie all’intensità del vento, hanno procurato un aumento esponenziale di gravi malattie fra le popolazioni intorno. Inoltre sull’isola di Vozroždenie, posta all’interno dello stesso lago, fu creata una base militare nella quale si compivano esperimenti di armi batteriologiche, compreso il terribile antrace, i cui residui giacciono ora abbandonati con il rischio, nell’unione progressiva dell’isola alla terraferma, che gli animali in essa viventi, nel frattempo contaminati, si possano espandere e riprodurre, con effetti devastanti.

Non conoscevo Sergio Grea prima di leggere questo romanzo, ma scorrendo la sua biografia ho scoperto che è nativo genovese e milanese d’adozione ed ha viaggiato spesso, essendo stato un manager di alto livello nel settore petrolifero, comprese le zone nelle quali è ambientata questa sua opera. Evidentemente nel tempo ha coltivato una vena di scrittore che in questo romanzo mette a frutto con grande efficacia e padronanza narrativa. Ancora più sorprendente è il fatto che ‘L’Appalto‘ è l’ultimo racconto di una serie di ventotto, scritto nel 2012, quando l’autore aveva già compiuto settantasette anni! Meglio tardi che mai quindi per scoprire un romanziere di talento, se anche i precedenti, o alcuni di essi, fossero all’altezza di quello in oggetto, che è davvero godibile e trascinante. Davvero una piacevole sorpresa.

…Trasformare una generazione abituata a essere suddita in un’altra capace di guidare un paese sovrano non è facile…‘. Ad affermarlo è Laura Moore, segretaria generale dell’ambasciata americana, nel corso di un colloquio con Dave Stirling, a domanda del quale, sulla possibilità che qualche funzionario locale, addetto alla gara d’appalto, possa essere un corrotto, aggiunge: ‘…Stirling, questo è un paese strano, ma né più né meno di tanti altri. Chi riesce a entrare a qualsiasi livello in un organismo a carattere internazionale, che sia di studio o di pianificazione o di altro, vede cambiare la sua vita. Il paese è diviso in due parti, da una ci sono coloro che sono riusciti a entrare nel grande gioco, dall’altra quelli che non ce l’hanno fatta. Chi c’è entrato campa alla grande, chi ne sta fuori no. Sa quanto guadagna un poliziotto? Una ventina di dollari al mese quando va bene. Quindi, per non morire di fame deve arrangiarsi. È una storia vecchia…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Libro: ‘Il Conte di Montecristo’

IL CONTE DI MONTECRISTO

Di Alexandre Dumas

Scritto nel 1846

Anno di Edizione 2011; Pagine 1313

Costo € 16,58

Ed. Garzanti (collana ‘I Grandi Libri’)

Traduttore: Lanfranco Binni

TRAMA: Edmond Dantes è un giovane e brillante marinaio a bordo della nave mercantile Pharaon, di proprietà dell’armatore Pierre Morrel. Durante il viaggio di ritorno a Marsiglia, Dantes ha ricevuto l’incarico di comandare la nave dal capitano Leclerc, dapprima gravemente ammalato ed infine deceduto, il quale gli ha affidato anche un ultimo incarico: consegnare a Parigi una lettera ad un certo Noirtier. Edmond ignora che quest’ultimo è un noto bonapartista e soprattutto non può neppure rendersi conto che Danglars, l’invidioso scrivano di bordo, stia tramando contro di lui. Giunto a Marsiglia con l’intento di rivedere il vecchio padre e sposare l’amata Mercédes, corteggiata, senza ricambiarlo, anche dal cugino Fernand Mondego. Napoleone Bonaparte è prigioniero all’isola d’Elba ed i suoi simpatizzanti, prima della fuga ed il colpo di coda dei cosiddetti ‘cento giorni’ sono ricercati dai sostenitori della monarchia, incluso il procuratore del re Gérard de Villefort. Dantes viene arrestato dalle guardie del re mentre sta festeggiando il suo fidanzamento, accusato di essere compromesso con i bonapartisti da una lettera anonima, in realtà scritta da Danglars e spedita da Fernand, senza che Gaspard Caderousse, vicino di casa del padre di Dantés, annebbiato dall’alcol ma presente durante l’organizzazione della tresca, trovi il coraggio di dissociarsi. Villefort sarebbe anche propenso a credere alle affermazioni a sua discolpa di Edmond, cui cerca di testimoniare a suo favore anche Morrel, se non fosse che la lettera che custodiva era indirizzata al padre di Gerard stesso. Il suo vero nome infatti sarebbe proprio Noirtier. Così, dopo aver distrutto la compromettente prova, fa imprigionare Dantes nel famigerato carcere del Castello d’If, su un’isola nel golfo di Marsiglia. Il poveretto è quindi costretto a sopravvivere in condizioni disumane, rischiando nel corso dei lunghi anni persino di perdere la ragione, sinché un giorno viene a contatto con il suo dirimpettaio di cella che da tempo stava scavando un tunnel nella roccia, convinto da calcoli errati di poter sbucare all’aperto. Si tratta dell’abate Faria, un uomo di profonda cultura che tuttavia è considerato un pazzo perché più volte ha promesso grandi ricompense in cambio della libertà, senza essere mai creduto. Dantés e Faria diventano grandi amici ed il primo ha modo di assimilare vaste conoscenze e lingue da quello che finisce per considerare un secondo padre, oltreché un maestro. L’abate Faria però è vecchio ed infine si ammala, ma prima di morire svela a Dantés l’esistenza di un tesoro nascosto nella piccola isola di Montecristo, di fronte alle coste della Toscana. Poiché di solito il cadavere dei prigionieri viene chiuso dentro un sacco prima di essere gettato in mare, Dantés approfitta del fatto che i carcerieri non hanno mai scoperto il collegamento fra le due celle e neanche i rapporti fra lui e l’abate Faria. Nottetempo perciò trasporta il cadavere nella sua cella e si sostituisce ad esso. Il piano riesce ed Edmond, una volta lanciato da un precipizio in mare, riesce a liberarsi del sacco ed a raggiungere un’altra isola, soccorso da un’imbarcazione di contrabbandieri di passaggio, della quale diventa complice, conquistando la fiducia del comandante e degli altri uomini grazie alle sue capacità marinare. Sono trascorsi 14 anni da quando è stato ingiustamente imprigionato. Dopo tre mesi riesce a farsi condurre sino all’isola di Montecristo ed a farsi lasciare lì. Seguendo le istruzioni di Faria trova l’immenso tesoro ben nascosto in una grotta. Torna quindi sulla costa toscana ed a farsi nominare Conte di Montecristo, pagando le Autorità. Dopodiché, profondamente cambiato nell’aspetto, colto grazie agli insegnamenti dell’Abate Faria e straordinariamente ricco, organizza la complessa e spietata trama della sua vendetta contro chi si è reso responsabile dei patimenti che è stato costretto a subire. Per riuscirci assume anche altre vesti e connotati fisici, spacciandosi, a seconda dei casi, per l’abate Busoni, il lord inglese Wilmore e Sindbad il Marinaio. Dopo essersi guadagnato a Roma la fiducia del giovane Albert di Moncerf (figlio di Fernand e di Mercédes, convinta infine a sposarlo, credendo Edmond morto), riesce a frequentare, stupire e conquistare la nobiltà di Parigi, sia per la ricchezza che è in grado di ostentare a più riprese, che per la personalità e la cultura che a più riprese è capace di mostrare. Circondato da un gruppo di fedelissimi servitori e dalla bellissima schiava Haydee, a lui profondamente devota; dopo aver salvato dalla bancarotta il suo vecchio armatore Morrel senza rivelare la sua vera identità ai figli, uno ad uno si vendica dei suoi traditori, colpendoli nelle stesse ambizioni che li hanno portati a ricoprire importanti ruoli nella gerarchia sociale. Dopo aver mostrato grande magnanimità alle persone che si sono ben comportate con lui in passato ed essersi prestato per loro con il suo prezioso e spesso decisivo aiuto, il finale per il Conte di Montecristo non è comunque esente da amarezza, ma mediato dallo spiraglio di un futuro sereno, alimentato dalla riscoperta del sentimento dell’amore e da una ritrovata serenità.

VALUTAZIONE: un classico del feuilleton e della letteratura romanzesca. Il numero delle pagine può spaventare molti lettori, ma l’opera di Alexandre Dumas scorre che è un piacere, fra gli innumerevoli avvenimenti di una storia avventurosa e dai mille risvolti, per merito di una prosa sempre brillante e coinvolgente, a volte anche ironica, mai pesante o banale comunque, seppure nel rispetto dello stile espressivo del tempo. Nonostante il romanzo sia tagliato con l’accetta fra buoni e cattivi, è comunque denso di riferimenti storici ed aneddoti, spesso divertenti. Anche la parte della prigionia, che rappresenta il momento più cupo della vicenda umana del protagonista Edmond Dantès, non è mai narrato in maniera angosciante o ripetitiva, nonostante il numero degli anni che vi è costretto a trascorrere. La vendetta, nella sua strategia e concretizzazione, è un continuo divenire di episodi, uno più sorprendente ed appassionante dell’altro, seppure molti sono facilmente prevedibili negli sviluppi e conclusioni.

‘…In questo mondo non ci sono né felicità né infelicità, esiste solo il confronto tra una condizione e l’altra, ecco tutto. Solo chi abbia provato l’estremo dolore è in grado di percepire l’estrema felicità. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto è bello vivere…’. 

Se vi piacciono le storie dense di avvenimenti, forti emozioni e contrapposti sentimenti, ambientate nei secoli scorsi in momenti storici di rilievo, con tutto il corredo d’ambientazione e stile dell’epoca; dove è possibile trovare fedeltà e tradimento, gelosia ed onestà, riconoscenza e beneficenza; nella quale si succedono ingiustizia e vendetta, caduta e resurrezione, risarcimento ed amarezza, prepotenza, inganno e morte ma anche molti episodi divertenti, in un continuo divenire di reale e surreale; il tutto alimentato da una prosa facile, elegante e coinvolgente, beh, non fatevi spaventare dal numero delle pagine perché ‘Il Conte di Montecristo‘ è esattamente quello che fa per voi.

Al tempo di Alexandre Dumas padre, da non confondere con il figlio omonimo, anch’egli scrittore e drammaturgo, era diventata usanza pubblicare romanzi a puntate nelle pagine dei quotidiani. Per tale ragione si chiamano romanzi d’appendice o feuilleton, un genere o sottogenere rivolto essenzialmente ad un pubblico amante delle storie appassionanti, appunto e dense di avvenimenti e colpi di scena. Una pratica che oggi viene utilizzata solo raramente. Un caso relativamente recente è quello di Patrick Süskind ed il suo ‘Il Profumo‘ ma un tempo tale metodo consentiva, agli autori più prolifici, e Dumas era fra costoro, di mantenersi scrivendo persino più opere contemporaneamente, pubblicate appunto a puntate.

Forse si spiega anche così la lunghezza de ‘Il Conte di Montecristo‘, oppure di un altro romanzo dello stesso autore, cioè ‘I Quattro Moschettieri‘ e di quelli di altri scrittori più o meno della stessa epoca. Fra di essi ce ne sono alcuni anche più famosi di Dumas e che sono diventati dei veri e propri punti di riferimento letterario come Fëdor Michajlovič Dostoevskij (‘Delitto e Castigo‘ e ‘I Fratelli Karamazov‘), Lev Nikolaevič Tolstoj (‘Guerra e Pace‘), Charles Dickens (‘Oliver Twist‘, ‘Grandi Speranze‘) e Robert Stevenson (‘La Freccia Nera‘). Ma la lista potrebbe continuare a lungo. Tutti questi titoli comunque sono stati pubblicati a puntate su giornali e riviste del tempo. Si può forse dire che ciò che oggi, in termini di ampiezza (ma a volte anche inevitabilmente di ridondanza in alcuni casi), offrono le Serie TV rispetto ai film, con i romanzi d’appendice allora gli autori avevano a disposizione tutto lo spazio che ritenevano necessario ma potevano pure allungare a dismisura la trama delle loro storie, anche perché così ne potevano ricavare un guadagno protratto nel tempo, esattamente come avviene oggi con certe saghe al cinema o stagioni di varie Serie TV. Alcune di queste opere letterarie però sono diventate d’assoluta eccellenza ed il romanzo in oggetto, come quelli testé citati, ne è una testimonianza. 

De ‘Il Conte di Montecristo‘ sono state numerose, nel corso del tempo, le trasposizioni sullo schermo, sia in TV che al cinema. Uno sceneggiato televisivo del 1966 è stato realizzato ad esempio in otto puntate dalla RAI, protagonisti Andrea Giordana e Giuliana Lojodice (il link qui sopra è riferito proprio alla prima puntata), replicato nel 1998 in produzione italo-franco-tedesca ed in quattro puntate con protagonisti Gérard Depardieu e Ornella Muti, trasmesso da Canale 5.  Ancora più numerose le versioni cinematografiche che datano 1929 (diretta da Henri Fescourt), 1934 (Rowland V. Lee), 1954 (Robert Vernay), 1961 (Claude Autant-Lara), 1970 (André Hunebelle), 1975 (David Greene) e 2002 (Kevin Reynolds). Nel 2016 era segnalata una nuova versione, diretta da William Eubank della quale però non mi pare si sia poi avuta più traccia. Sarà un caso ma nessuna di queste rivisitazioni ha retto il confronto con il romanzo e neppure ha ottenuto il successo popolare cui ambivano. Una ragione, specie per le versioni cinematografiche, può risiedere nella vastità della trama e delle ambientazioni, sottoposte ad inevitabili sforbiciate per ragioni di tempi tecnici e di budget, che ne hanno però snaturato l’essenza e la complessità, oppure che dipenda dal numero delle tematiche rappresentate: di natura storica, d’amicizia, relazione, sentimento, gelosia, tradimento e vendetta, amarezza ed insoddisfazione, non consentono una mediazione accettabile e neppure l’approfondimento che invece si può ritrovare fra le pagine del romanzo.

Prima di affrontare la storia incentrata sulla figura davvero romanzesca di Edmond Dantés comunque, bisogna contestualizzare storicamente l’opera, ambientata negli anni che precedono e seguono il periodo dei cosiddetti ‘cento giorni’. Siamo cioè nel 1815, quando Napoleone Bonaparte era prigioniero all’Isola d’Elba, dalla quale fuggì per tornare a Parigi per riappropriarsi del potere e dopo la decisiva sconfitta di Waterloo ad opera della ‘Settima Coalizione‘ costituita da Regno Unito, Russia, Austria e Prussia, con la restaurazione in Francia della monarchia borbonica nella persona del re Luigi XVIII, Napoleone fu confinato sull’isola di Sant’Elena sino alla fine dei suoi giorni.

Tutto ciò appare solo di riflesso, per così dire, ma in maniera decisiva nella vicenda del protagonista, all’oscuro di tali manovre politiche e di potere che si giocano su ben altri livelli rispetto a quello che riguarda la maggior parte del popolo alla cui classe sociale Edmond stesso appartiene, essendo un marinaio al servizio della compagnia navale di proprietà dell’armatore Pierre Morrel, che si occupa di commercio d’importazione dai paesi orientali. Innumerevoli sono a tal proposito le note a margine da parte dell’autore che raccontano episodi storici e citano personalità politiche ed artistiche dell’epoca, spesso nominate ad uso di qualche esempio o metafora. Dantès infatti, di ritorno a Marsiglia con la nave Pharaon, ne ha assunto il timone e la guida dopo il passaggio all’isola d’Elba, per decisione del comandante Leclerc morente, il quale evidentemente si fidava di lui nonostante la giovane età. Edmond non vede l’ora di rivedere il vecchio e povero padre e di sposare la bella ed amata Mercédes, dalla quale è a sua volta convintamente ricambiato. Non ha consapevolezza del fatto che la lettera che il comandante gli ha affidato poco prima di morire affinché la consegnasse ad un certo Noirtier a Parigi fosse in qualche modo compromettente per lui, in un periodo nel quale la lotta per il potere fra bonapartisti e monarchici era cruenta ed in rapido divenire… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

‘Fra Terra, Cielo, Mare, chi lo legge ed una storica Galleria…’

Avvicina il mouse alla foto se vuoi leggere il titolo, cliccala invece se vuoi passare alla modalità ‘slide view’ e vedere le foto una per una in una modalità più ingrandita. Le puoi scorrere quindi usando i tasti freccia del PC. 

Alcuni scatti fotografici del periodo che va da giugno al settembre in corso, molti dei quali eseguiti con un semplice smartphone. Se si ha la fortuna di poter alternare paesaggi di terra e di mare ci si rende facilmente conto dei contrasti di colori, di geometrie e di sensazioni che ne scaturiscono ma anche della loro complementarietà. La montagna completerebbe il trittico ideale sotto lo stesso cielo, ma non si può sempre avere tutto. Nelle foto che seguono ci sono scorci che, per quanto a me molto cari ed a chi mi segue in questo blog sono forse già noti per la maggior parte, si rivelano ogni volta irresistibili allo scatto fotografico ma altre anche dolorosi, come quando si ritrovano alberi abbattuti dalla forza del vento per eventi atmosferici che si ripetono ahimè sempre più frequentemente.

E poi la fotografia si presta idealmente per esaltare alcune particolarità, momenti (‘carpe diem’) e prospettive, ancor di più poi quando s’aggiunge il fattore caso, le occasioni spot e le manifestazioni che capitano al momento opportuno. Fra queste ad esempio il passaggio nel Golfo dei Poeti, di fronte a Lerici, del famoso Royal Clipper, l’unico veliero al mondo con cinque alberi e quarantadue vele; oppure le golette ed i gozzi che hanno arricchito, con la loro presenza all’ormeggio, la bella manifestazione storico-culturale di ‘Lerici legge il Mare’. Acqua di mare, ma anche acqua di fiume, lago o laghetto, come quello di Sartirana, con le sue ninfee fiorite e via di questo passo, saltando da un panorama o soggetto all’altro.

Anche l’apertura di una galleria può diventare occasione d’interesse fotografico oltreché storico, specie se si tratta di un luogo utilizzato durante la seconda Guerra Mondiale come rifugio durante i  bombardamenti da parte dei cittadini di Lerici, inclusi i propri familiari, al quale non si aveva mai avuta la possibilità di accedere sino ad oggi, perché è rimasto chiuso per quasi settant’anni. Ad esso dedico una galleria a parte (mi si perdoni il bisticcio), che include anche alcuni scatti ai pannelli esposti che raccontano proprio la storia di quel percorso che oggi rende più agevole raggiungere due parti del paese, evitando percorsi più lunghi o comunque più faticosi. Buona visione e lettura…

LA GALLERIA ‘PADULA’ A LERICI…

Serie TV: ‘Chernobyl’

CHERNOBYL  (Serie TV)

Titolo Originale: idem

Nazione: USA, Regno Unito

Anno: 2019

Genere: Drammatico, Storico

Durata: 60-72′ circa per 5 puntate 

Regia: Johan Renck

Cast: Jared Harris (Valerij Alekseevič Legasov), Stellan Skarsgård (Boris Shcherbina), Emily Watson (Ulana Khomyuk), Paul Ritter (Anatoly Dyatlov), Jessie Buckley (Lyudmilla Ignatenko), Adam Nagaitis (Vasily Ignatenko), Con O’Neill (Viktor Bryukhanov), Adrian Rawlins (Nikolai Fomin), Sam Troughton (Aleksandr Akimov), Robert Emms (Leonid Toptunov), David Dencik (Michail Gorbačëv), Mark Lewis Jones (Vladimir Pikalov), Alan Williams (Aleksandr Charkov), Alex Ferns (Andrei Glukhov), Ralph Ineson (Nikolai Tarakanov), Barry Keoghan (Pavel Gremov), Michael McElhatton (Andrei Stepashin)

TRAMA: all’una e trenta circa del 25 aprile 1986 nella centrale atomica di Chernobyl il reattore RBMK-1000 numero quattro esplose, causando il peggiore disastro nucleare della storia. La miniserie TV inizia il racconto degli eventi sette ore dopo, quando i primi segnali di contaminazione da Iodio 131 arrivarono sino a Minsk, a 400 km. di distanza. La popolazione della città di Pripyat, costruita nei pressi della centrale nucleare, era ancora all’oscuro del fatto che si stavano spargendo nell’aria 500 Roentgen/h di radioattività, cioè 400 volte la bomba atomica di Hiroshima. Ulana Khomyuk, scienziata dell’istituto per l’energia nucleare dell’Accademia di scienze della Bielorussia, stenta inizialmente a credere che l’origine fosse nella centrale atomica di Chernobyl, almeno sino a quando analizza strumentalmente i dati, ricavati strisciando un batuffolo di cotone sul vetro esterno della finestra del laboratorio. Molte persone, svegliate dal boato, sono uscite di casa e si sono fermate lungo un ponte dal quale si vede la luce verdognola che esce dal reattore assieme alla colonna di fumo che sale in cielo. Le autorità sovietiche minimizzano l’accaduto e cercano in tutti i modi di tenerlo segreto, internamente ma soprattutto al mondo Occidentale, contando anche sulle sdrammatizzanti informazioni del responsabile della centrale Viktor Bryukhanov, che sostiene di avere il controllo della situazione. Valerij Alekseevič Legasov, vicedirettore dell’istituto dell’energia atomica Kurchatov, capisce invece al volo la gravità dell’incidente, grazie ad alcune foto scattate che mostrano chiaramente l’avvenuta esplosione del nocciolo del reattore. Durante la riunione del Comitato Centrale del Soviet, presieduta da Michail Gorbačëv, Legasov interviene coraggiosamente, smentendo le ipotesi più rassicuranti cui sembra soggiacere anche Boris Shcherbina, vicepresidente del consiglio dei ministeri e capo dell’ufficio per il combustibile e l’energia. Allarmato dai dati forniti da Legasov, Gorbačëv invia sia lui che Shcherbina a Chernobyl per valutare la natura del disastro e prendere le opportune azioni per risolverlo. Ciò che si trovano di fronte è una scena apocalittica, ancora più spaventosa di quello che potevano immaginare e Shcherbina, che inizialmente aveva sottovalutato Legasov, in breve tempo capisce che deve fidarsi delle sue conoscenze e conclusioni, seguendone quindi le indicazioni. Nel frattempo i pompieri e le persone che si sono avvicinate alla centrale per spegnere l’incendio subiscono l’effetto delle radiazioni e molti di loro finiscono in ospedale. Il numero dei contaminati cresce di ora in ora e si rende necessario trasferirne molti a Mosca, destinati comunque a morire fra atroci sofferenze. Fra essi c’è il pompiere Vasily Ignatenko, la cui moglie Lyudmilla, incinta, riesce a seguirlo sino alla capitale ma solo per assistere al suo decesso. La popolazione locale, seppure soltanto dopo giorni di esposizione alle radiazioni, viene infine trasferita con una lunga fila di autobus e Pripyat diventa un deserto. Solo gli addetti alla messa in sicurezza della centrale sono autorizzati a rimanere e molti di loro si sacrificano per tentare di bloccare la fusione completa del nocciolo. L’esplosione è stata determinata dall’esecuzione di un test, gestito in maniera irresponsabile, che sommato a difetti di fabbricazione e di programmazione della centrale nascosti dal governo per ragioni di costi, hanno provocato il disastro. Nel processo che si tiene un anno dopo e che avrebbe dovuto concludersi con la semplice condanna dei tre maggiori responsabili dell’accaduto, Legasov, sulla spinta di Ulana e Boris, rivela sorprendentemente tutte le lacune che potrebbero portare a ripetere in altre centrali simili la stessa situazione. Per questo viene posto ai margini della società dal KGB e nel giorno del secondo anniversario dell’esplosione a Chernobyl, Legasov si toglierà la vita. 

VALUTAZIONE: una miniserie che, se fosse possibile (assurdo pensarlo?), dovrebbe esserne resa obbligatoria la visione a tutti. Nel raccontare le storie atroci di molti protagonisti, di fantasia ma soprattutto di realtà, ricostruisce i tragici eventi senza cadere mai nella retorica, pur essendo di produzione americana e quindi inevitabilmente destinata a sospetti ideologici. Le spiegazioni tecniche riguardo l’accaduto sono per la gran parte comprensibili per tutti e la sequenza degli eventi è rappresentata con precisione ed ammirevole realismo. Craig Mazin e Johan Renck riescono a trasmettere lo sgomento e l’orrore di quei giorni, ma anche la superficialità interessata e sciagurata con la quale è stata inizialmente affrontata la catastrofe. Gli interpreti sono assolutamente all’altezza e molti momenti nel corso delle cinque puntate sono toccanti ma al tempo stesso mai improntati solo a colpire ‘spettacolarmente’ lo spettatore. Una miniserie angosciante ma imperdibile, sia per il valore storico che per la qualità della rappresentazione e la sua attualità, nonostante il tempo trascorso da quel disastro.

Essere uno scienziato vuol dire essere un ingenuo. Siamo così presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanti pochi siano quelli che vogliono che la scopriamo. Ma la verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo, non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì in attesa tutto il tempo e questo alla fine è il dono di Chernobyl. Se una volta temevo il costo della verità, ora chiedo solo… qual’è il costo delle bugie?

Dodici ore prima dell’esplosione, il 25 aprile 1986: il test di sicurezza. Erano tre anni che cercavano di completarlo. Il controllore della centrale elettrica di Kiev però non aveva dato l’autorizzazione a ribassare la potenza a 1600 megaton (cioè a metà di quella utilizzata a regime) almeno per le successive dodici ore. La giustificazione era stata che alla fine del mese ci sarebbero state le quote di produttività, tutti stanno facendo gli straordinari, alle fabbriche serve energia e qualcuno faceva pressione dall’alto.

Non so se il lettore in quei giorni avesse un’età sufficiente per comprendere cosa stava succedendo a Chernobyl. Personalmente mi ricordo che quando le peggiori notizie furono confermate, non ultima anche quella sulla direzione del vento che spingeva le perturbazioni, diversamente dal solito, anziché da ovest ad est, in senso contrario – non per colpa di quel disastro, ovviamente – si scatenò una sorta di psicosi collettiva, alimentata com’è comprensibile anche dai media. Ad esempio, riguardo anche la raccolta di frutta e verdura che si temeva potessero essere irrimediabilmente contaminate. Poi molti di quegli allarmi almeno dalle nostre parti furono circoscritti o cessarono del tutto perché furono semmai alcune regioni della Germania ad essere interessate in maggior misura in Europa da quelle nubi portatrici di radiazioni, ma insomma si ebbe chiara comunque la percezione del rischio che si correva con le centrali nucleari poste anche a grande distanza dal territorio di residenza ed in nazioni lontane dalla propria. Specie se poi, come nel caso in oggetto, c’erano alla base errori di progettazione e strategie direttamente collegate alla cosiddetta ‘Guerra Fredda’ che portavano a negare persino l’evidenza, rendendo la sciagura ancora più potenzialmente pericolosa. Poco o nulla perciò si sapeva sulla reale portata della tragedia che si era abbattuta sulla regione di Chernobyl e fra le popolazioni dell’Ucraina e della Bielorussia.

La miniserie TV realizzata in cooperazione anglo-americana, sceneggiata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck, ha innanzitutto lo scopo, prima ancora di spiegare le cause del disastro – alcune delle quali sono di natura tecnico-scientifica che gli autori hanno cercato di rendere comprensibili più possibile, ma pur sempre ostiche da digerire appieno per i non addetti ai lavori – e cioè quello di rendere omaggio alle numerose vittime, sia quelle ignare (per la maggior parte), che consapevoli di ciò che stava accadendo a loro ed attorno. Gli angeli di Chernobyl appunto, come dice il titolo stesso del trailer qui sopra visibile. Gli appartenenti cioè alle forze dell’ordine, del pronto intervento e soccorso, pur sempre padri e madri di famiglia; giovani e non, che sono stati chiamati a sacrificare la loro vita per salvarne molte altre. Qualcuno sostiene addirittura che nel medio-lungo periodo saranno comunque milioni le vittime in tutta Europa, provocate da quello che è diventato il più grande disastro nucleare della storia, valutato al livello massimo di una scala (chiamata INES) di sette. Sembra che una vasta area intorno a Chernobyl, città che si trova a 18 Km. dalla centrale omonima, non sarà più abitabile ancora per molti anni a venire, forse addirittura centinaia, a causa del livello delle radiazioni. Pripyat, cittadina costruita per gli addetti impiegati alla stessa centrale, è invece distante non più di 3 Km. e per due settimane la centrale in fiamme rilasciò materiale e sostanze radioattive.

Nel commentare questa miniserie, di notevole livello sotto tutti i punti di vista: attoriale, narrativo, commemorativo ed anche per la puntigliosa ricostruzione; che evita però accuratamente la facile speculazione ideologica; che mostra sin dalle prime immagini l’impatto sia fisico che psicologico subito dalle persone colpite da un nemico (le radiazioni) che non si vede ma che in breve tempo trasforma orribilmente i corpi delle vittime, le parti che personalmente ritengo siano, non dico più riuscite, ma più importanti se non altro dal punto di vista informativo, sono due. Per prima, l’ineccepibile ricostruzione degli eventi che hanno portato alla catastrofe, attraverso un’ideale sequenza di errori, falsità e strumentalizzazioni. A seguire, la ricostruzione tecnica degli eventi e delle conseguenze da parte dei principali protagonisti durante il processo che si è tenuto un anno dopo. Nel corso del quale, il proposito di liquidare il tutto dietro la facciata delle colpe di alcuni maldestri operatori durante quel maledetto test finale, aveva lo scopo di nascondere responsabilità di ben altro peso politico e che coinvolgevano il già traballante sistema sovietico (come ebbe a definirlo lo stesso Michail Gorbačëv, dopo l’implosione seguita alla caduta del muro di Berlino tre anni dopo, nel 1989). Il coraggio dello scienziato Valerij Alekseevič Legasov ha impedito, in spregio al consapevole sacrificio personale, che quell’evento potesse ripetersi ancora nelle altre centrali sovietiche che utilizzavano lo stesso tipo di reattore RBMK-1000… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Musica: ‘Gentle Giant – Panoramica sui primi cinque Album’

GENTLE GIANT

‘Gentle Giant’, ‘Acquiring The Taste’, ‘Three Friends’, ‘Octopus” e ‘In a Glass House’

Anni: 1970-1973

Genere: Rock Progressive

Etichetta: Vertigo

Nazione: GBR

  • Gentle Giant – Lato A
    • Giant – 6:22
    • Funny Ways – 4:21
    • Alucard – 6:00
    • Isn’t It Quiet and Cold? – 3:51 
  • Gentle Giant – Lato B
    • Nothing at All – 9:08
    • Why Not? – 5:31
    • The Queen – 1:40 
  • Acquiring The Taste – Lato A
    • Pantagruel’s Nativity – 6:50
    • Edge of Twilight – 3:47
    • The House, the Street, the Room – 6:01
    • Acquiring the Taste – 1:36 
  • Acquiring The Taste – Lato B
    • Wreck – 4:36
    • The Moon Is Down – 4:45
    • Black Cat – 3:51
    • Plain Truth – 7:36 
  • Three Friends – Lato A
    • Prologue – 6:14
    • Schooldays – 7:36
    • Working All Day – 5:12 
  • Three Friends – Lato B
    • Peel the Paint – 7:30
    • Mister Class and Quality? – 5:51
    • Three Friends – 3:04 
  • Octopus – Lato A
    • The Advent Of Panurge – 4:40
    • Raconteur Troubadour – 3:59
    • A Cry For Everyone – 4:02
    • Knots – 4:09  
  • Octopus – Lato B
    • The Boys In The Band (strumentale) – 4:32
    • Dog’s Life – 3:10
    • Think Of Me With Kindness – 3:33
    • River – 5:54 
  • In a Glass House – Lato A
    • The Runaway – 7:16
    • An Inmates Lullaby – 4:40
    • Way Of Life – 8:04 
  • In a Glass House – Lato B
    • Experience – 7:50
    • A Reunion – 2:12
    • In A Glass House – 8:09 

Band: 

  • Ray Shulman – basso, cori, violino, tromba, chitarra acustica, flauto, percussioni
  • Derek Shulman – voce solista, cori, sassofono, basso, flauto, percussioni
  • Phil Shulman – polistrumentista in strumenti a fiato, seconda voce solista, cori (1970-1972)
  • Kerry Minnear – sintetizzatore, organo, pianoforte, cori, voce solista occasionale, vibrafono, violoncello, oboe, percussioni
  • Gary Green – chitarra elettrica, cori, chitarra acustica, chitarra a 12 corde, flauto, percussioni
  • John Weathers – batteria, xilofono, percussioni, chitarra acustica, voce solista occasionale
  • Martin Smith – batteria (1970-1971)
  • Malcolm Mortimore – batteria (1972)
  • Claire Deniz – violoncello in: ‘Isn’t It Quiet and Cold?’
  • Paul Cosh – corno tenore in: ‘Giant’

VALUTAZIONE: Gentle Giant è uno dei gruppi più significativi del progressive degli anni settanta, nonostante abbia avuto un fama tutto sommato minore rispetto ad altre band. Fautori di uno stile molto personale, meno spettacolare (forse) e trascinante di altri ma di notevole eleganza formale e virtuosismo, le loro composizioni sono tuttora apprezzabili ed in alcuni casi persino sorprendenti per inventiva e capacità di sintesi ed amalgama di vari generi. Una musica che ancora oggi non appare per nulla datata, seppure inevitabilmente destinata ad un pubblico di estimatori di nicchia. Il loro sound appoggia le radici sul folk, sul traditional, ma contiene anche evidenti influenze medioevali, classiche, jazz, rhythm & blues e rock. I loro brani sono facilmente riconoscibili per stile ed originalità, a volte persino ai limiti dell’eccesso, mentre l’armonia non è mai banale. Lo stesso uso delle voci è spesso molto particolare e raffinato, con cori di notevole impatto, difficoltà esecutiva ed indispensabile affiatamento. I primi cinque album sono i più significativi della loro discografia per la creatività che li caratterizza, senza però risultare mai ripetitivi.

Fra tutti i gruppi progressive che agli inizi degli anni settanta si sono affermati o che erano in predicato di diventare molto popolari, ce n’erano alcuni che senza avere nulla da invidiare agli altri hanno faticato ad imporsi e sono rimasti per un po’ relegati ai margini. Fra questi un nome particolarmente significativo è quello di Gentle Giant, i cui componenti per mettersi in luce facevano da spalla, durante i concerti e le tournée, a band come Jethro Tull, Yes, Black Sabbath e Eagles. Cosa mancava ai tre fratelli Shulman, a Kerry Minnear, a Gary Green e John Weathers per diventare delle star a loro volta? Dal punto di vista della capacità tecnica, nulla e basta ascoltarli in qualsiasi dei loro brani per rendersi conto del virtuosismo che sono capaci di esprimere, che è almeno pari a quello di qualsiasi gruppo che accompagnavano allora.

Non considerando un ostacolo l’appeal della loro immagine esteriore, forse non il massimo ma neppure da buttare via, anche se a volte la stessa contribuisce di suo a far risaltare un interprete oltre i suoi eventuali meriti artistici, una ragione può dipendere dal fatto che l’effetto scenico dei Gentle Giant non fosse allora ed anche in seguito all’altezza della carica, che ne so, di Mick Jagger dei Rolling Stones; forse non c’era nessuno fra loro che potesse reggere il confronto con l’istrionismo di Ian Anderson dei Jethro Tull o con il carisma di Peter Gabriel dei Genesis. Un altro limite, se così vogliamo chiamarlo, specie nei confronti del pubblico dal vivo, è proprio nel loro genere di musica, di norma poco trascinante dal punto di vista spettacolare ed in molti casi più adatto ad un pubblico di buongustai comodamente seduto in poltrona, piuttosto che saltellante ed osannante a bordo palco. Le atmosfere che escono da molti dei loro brani infatti sono relativamente fredde, per definirle con un aggettivo, rispetto a ciò che è comunemente ritenuto necessario per attrarre i fan dentro un teatro o in uno stadio. Il loro quindi è un sound per palati fini, per chi nella musica progressive va alla ricerca della suggestione e di una cultura fuori dagli schemi e dalle etichette, se non quella, appunto, che fa poi esclamare al melomane più avveduto: quel brano o passaggio è proprio nello stile di Gentle Giant.

Nonostante questo loro modo di proporsi ad ascoltatori normalmente più sensibili ai riff grintosi e trascinanti, oltre agli strumenti classici delle band degli anni settanta (chitarra solista, basso, batteria e tastiere), Gentle Giant ne utilizzavano molti altri decisamente meno usuali, come violino, violoncello, oboe, mellophone, vibrafono, tromba, flauto, piffero, ecc.. Eppure musicisti e critici esperti e di orecchio fine, spesso riconoscevano alle loro opere uno stile molto personale, frutto di numerose fonti d’ispirazione e fra quegli estimatori erano compresi gruppi nostrani come la PFM ed il Banco, ad esempio. E’ sufficiente quindi ascoltare già le note iniziali del loro primo album, uscito nel 1970 con il loro stesso nome (facilmente reperibile, come le altre opere in elenco in questa disamina, nei più noti servizi di streaming musicale), per rendersi conto del fatto che questa band sia espressione di una musica fuori dai canoni abituali, pur all’interno di un movimento musicale comunemente riconosciuto con l’etichetta di progressive, ma non per questo meno intrigante e ricca di sfumature, di rimandi ed influenze di varia provenienza adeguatamente rielaborate.

Di origini scozzesi, i tre fratelli Shulman sono cresciuti in una famiglia nella quale la musica era pane quotidiano, dato che il loro padre arrotondava lo stipendio di agente di commercio suonando la sera come trombettista jazz. Forti di variegati influssi, già a partire dalla musica medioevale e tradizionale scozzese ed immersi in un brodo musicale che in quegli anni si stava evolvendo nel cosiddetto rock progressive, i fratelli Shulman, che già per loro conto suonavano un numero consistente di strumenti, dopo aver reclutato un valido tastierista come Kerry Minnear, un altrettanto capace chitarrista come Gary Green ed un bravo batterista come Martin Smith hanno iniziato a farsi notare, soprattutto dagli addetti ai lavori ed autentici ‘talent scout’, come il produttore Tony Visconti.

Già quindi il loro primo album, la cui durata rientrava in quella consentita dal vinile, cioé i canonici quaranta minuti circa, contiene tre brani per facciata e mostra pienamente lo stile del gruppo capace di passare da composizioni di struggente lirismo come ‘Isn’t it quiet and gold?‘ che potrebbe far parte senza sfigurare di un album come ‘Sgt. Pepper Lonely Club Band‘ dei Beatles, a composizioni molto più complesse come ‘Giant‘ e ‘Alucard‘ che hanno una struttura più simile alla suite, che al singolo brano, con continui mutamenti di ritmo e variazioni di stili e toni, stop & go, esaltati dall’utilizzo di strumenti consoni anche a generi musicali come la classica e il jazz, con il risultato di renderli ancora più suggestivi…  (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Dove La Terra Scotta – 1958′ (Anthony Mann)s s

DOVE LA TERRA SCOTTA

Titolo Originale: Man of the West

Nazione: USA

Anno: 1958

Genere: Western

Durata: 100’ Regia: Anthony Mann

Cast: Gary Cooper (Link Jones), Julie London (Billie Ellis), Lee J. Cobb (Dock Tobin), Arthur O’Connell (Sam Beasley), Jack Lord (Coaley), Royal Dano (Trout), John Dehner (Claude), Robert J. Wilke (Ponch), J. Williams (Alcutt), Frank Ferguson (Sceriffo)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

…Anche io ero solo da piccolo e vivevo con quell’energumeno. È lui che mi ha allevato, insegnandomi ad uccidere e rubare. Non sapevo quel che facevo e sono cresciuto. C’è un momento in cui o ci si sveglia e si diventa esseri umani o si marcisce come quelli là. Così fuggii di qui ed imparai che c’era di meglio…‘  (Link Jones – Gary Cooper)

Fra i più grandi autori del western classico non si può tacere il nome di Anthony Mann. Il film in oggetto è il penultimo da lui diretto, ascrivibile al genere di appartenenza e seppure forse non è il migliore della sua filmografia, che può contare su almeno una cinquina di altre opere che hanno segnato la storia del western come ‘Winchester ’73‘ (1950), ‘Là Dove Scende il Fiume‘ (1952), ‘Lo Sperone Nudo‘ (1953), ‘Terra Lontana‘ (1955) e ‘L’Uomo di Laramie‘ (1955), è comunque significativo per alcune ragioni.

La prima è che ne riassume lo stile: rigoroso, duro, nervoso e poco propenso a quella sottile ironia, così peculiare e distintiva invece in autori come John Ford o Howard Hawks, ad esempio. L’unico momento del film nel quale si può abbozzare un sorriso infatti è quando Link Jones, interpretato da un Gary Cooper già piuttosto avanti negli anni, sale per la prima volta in treno. Dapprima reagisce con spavento ai rumorosi sbuffi di vapore della locomotiva quando giunge in stazione (‘…vien voglia di rispondergli…’, gli suggerisce un personaggio che ritroverà a bordo) e poi, dopo essersi accomodato con difficoltà nelle anguste sedute, poco distanti fra loro per la sua altezza, si sente sballottare alla partenza del treno, costretto ad aggrapparsi alle spalle del viaggiatore che lo precede a causa dei numerosi contraccolpi che precedono la marcia regolare.

La trama del film è incentrata su un déjà vu, ovvero una parte della storia personale del protagonista che credeva e sperava di aver definitivamente messo alle sue spalle, dopo un’infanzia ed una prima fase della sua vita da adulto trascorsa da fuorilegge e con la quale invece si ritrova, suo malgrado, a doversi nuovamente confrontare. Soltanto la definitiva resa dei conti, cui è costretto a ricorrere date le circostanze, gli permette di raggiungere il suo autentico e definitivo riscatto e con esso forse anche la pace interiore.

Un’altra ragione è che questo film sembra già anticipare i segnali di mutamento di alcuni cliché che pure hanno reso celebre e tanto amato il western sin lì, ma che oramai sono diventati sempre più ripetitivi e scontati. Come quello dell’eroe tutto d’un pezzo, positivo o negativo che sia ed in questo caso Gary Cooper rappresenta simbolicamente entrambi i ruoli. Non è solo una questione di età per Link Jones, peraltro non più giovanissima, ma di una parabola esistenziale che trova il suo momento di redenzione in maniera persino casuale o secondo un destino già scritto, come direbbe qualcun altro. Link, suggerisce la stessa frase citata a cappello di questo commento, nel momento in cui lo vediamo entrare a cavallo in una cittadina dove deve imbarcarsi sul  treno, è già carico di un bagaglio di esperienze segnate da un percorso contraddittorio, che vengono a galla però solo in corso d’opera. Per come si presenta nei primi momenti sembra un uomo rispettabile ma qualsiasi che sta compiendo un viaggio, in realtà sta espletando un incarico importante.

Link è rimasto orfano in tenera età ed è stato allevato da uno zio, Dock Tobin, che è sempre stato un fuorilegge della peggiore risma, spietato assassino ed assalitore di banche. Dopo essere stato a lungo il suo pupillo e braccio destro, Link è fuggito perché, come avrà modo di dichiarare lui stesso, si è reso conto che la sua vita non poteva essere tutta lì ed è riuscito a nascondersi allo zio ed ai vari sceriffi che ancora lo ricercano per trasformarsi in una persona perbene, marito fedele e padre di due figli di otto e dieci anni (che non vedremo mai nel corso della trama). Ma il passato, sembra suggerire il ritornello del film, non si può cancellare a proprio piacere e seppure per vie inaspettate e quando meno uno se lo aspetta, a volte riemerge come se reclamasse un rendez-vous inevitabile per chiudere il cerchio rimasto incompiuto. Al cinema ovviamente ciò accade quasi sistematicamente, in nome della giustizia… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Searching’

SEARCHING

Titolo Originale: idem

Nazione: Russia, USA

Anno: 2018

Genere: Sociologico, Poliziesco, Thriller

Durata: 102’ Regia: Aneesh Chaganty

Cast: John Cho (David Kim), Debra Messing (Detective Rosemary Vick), Michelle La (Margot Kim), Sara Sohn (Pamela Nam Kim), Joseph Lee (Peter Kim), Steven Michael Eich (Robert Vick), Ric Sarabia (Randy Cartoff)

TRAMA: David, Pam, e la loro figlia poco più che adolescente Margot sono una famiglia felice. Seppure di origine orientale, sono americani, vivono a San José in California e condividono spesso sul loro PC alcune esperienze di vita famigliare e scolastica: testi, foto e video. Il quadretto ideale viene bruscamente interrotto dal crudele risultato di alcune analisi cui si è sottoposta Pam, la quale risulta affetta da una forma aggressiva di leucemia. Le cure cui si sottopone sembrano evolvere positivamente ma l’ottimismo dura poco perché una recidiva ne vince in poco tempo la resistenza. David e Margot si trovano soli a fare i conti con un lutto che ha sconvolto le loro vite. Margot frequenta vari social dal suo PC ed una sera, mentre è fuori casa, in connessione audio/video con il padre dal suo smartphone gli comunica che si sarebbe fermata a dormire a casa di un’amica che fa parte del suo stesso gruppo di studio di biologia. E’ già notte fonda e David è profondamente addormentato quando non sente un paio di chiamate di Margot sul suo PC. La mattina prova a richiamarla ma trova sempre la segreteria. Inizia a preoccuparsi soltanto nel pomeriggio avanzato, non avendo più ricevuto alcuna notizia dalla figlia e scoperto che ha lasciato sorprendentemente a casa i libri di scuola ed il suo Mac. Ricordandosi improvvisamente che è venerdì, giorno abituale di lezione della figlia al pianoforte, David contatta la sua insegnante, la quale però si mostra sorpresa perché sono già sei mesi che non vede più Margot. Il pover’uomo, che ha consegnato con regolarità alla figlia i soldi delle lezioni, resta basito e si rende conto tutto ad un tratto di conoscere molto poco anche le amicizie di Margot. Decide allora di aprire il Mac della figlia e di accedere, seppure con molta fatica e grazie alla sua familiarità con il mezzo, ad alcuni suoi profili nei Social Media che lei abitualmente frequenta, identificando un po’ alla volta le varie password. Trova prima il numero di una compagna del gruppo di studio alla quale telefona immediatamente ma gli risponde che Margot ha lasciato casa sua la sera precedente; quindi compone il numero di casa di un altro compagno di scuola, ma gli risponde la madre la quale lo informa che suo figlio ed un gruppo di ragazzi, inclusa Margot, sono partiti per un campeggio. Sorpreso ma anche rinfrancato dalla notizia, David va a dormire ma all’alba del giorno dopo è svegliato dalla telefonata del ragazzo che gli dice che Margot non è con loro, avendo rinunciato all’invito. David si decide quindi a chiamare il 911 al quale denuncia la scomparsa della figlia e viene contattato poco dopo dalla detective Rosemary Vick che gli comunica di essere stata assegnata al caso e gli detta immediatamente le procedure per predisporre le ricerche, iniziando da tutte le informazioni che lui stesso può fornire per agevolarle. Nonostante Rosemary abbia usato tutto il tatto possibile per rassicurarlo, Kim però vuole rendersi utile e non ce la fa proprio a restare passivo ad attendere gli sviluppi. Scopre così, analizzando dati e cronologia del Mac della figlia, alcuni dettagli della sua vita che ignorava completamente: la sua sofferenza per la morte della madre, la solitudine dalla quale è afflitta da tempo ed anche un conto corrente bancario nel quale Margot caricava di volta in volta i cento dollari che le affidava il padre per pagare l’insegnante di pianoforte. Salta fuori infine il pagamento di duemilacinquecento dollari che la figlia ha eseguito a favore dell’account di un Social, che poco dopo però è stato rimosso. La detective Vick sta eseguendo a sua volta tutte le ricerche possibili ed ha scoperto, grazie alle telecamere piazzate lungo alcune strade principali, che l’auto che guidava Margot ha svoltato, la notte in cui è scomparsa, verso una strada di campagna. Sembra il classico caso da ‘Chi l’ha visto’, conseguente ad una carente comunicazione fra padre e figlia, un disagio non compreso per tempo, ma in realtà gli sviluppi riservano ancora molto sorprese e colpi di scena.    

VALUTAZIONE: Il ventottenne debuttante regista Aneesh Chaganty ha realizzato un piccolo capolavoro, mettendo in scena un film originalissimo che parla di tecnologia, Social Media e rapporti fra genitori e figli, visto però interamente attraverso le webcam dei loro PC, anziché la classica macchina da presa. La tecnologia e la Rete Internet quindi considerate non soltanto come straordinari mezzi d’accesso, informazione e socializzazione, che la famiglia Kim dimostra di aver imparato ad utilizzare con dimestichezza, ma anche come rischio di concretizzazione dei peggiori incubi per un genitore, per quanto maturo e responsabile esso sia. La sparizione della figlia Margot ne è la riprova ma grazie agli stessi mezzi che la tecnologia informatica mette contraddittoriamente a disposizione, David riesce un po’ alla volta, passando attraverso cantonate, delusioni ed una risolutiva intuizione, a scoprire la verità.

Nonostante il cinema ci fornisca da sempre opere di grandi autori che, pur rimanendo nei canoni classici della narrazione, grazie alla qualità dei temi e della loro rappresentazione, risultano utili, godibili e meritevoli di essere ricordate nel tempo, raramente capita d’imbattersi nel film di un esordiente che, pur senza ricorrere ad effetti strabilianti, oppure ad iperbole filosofiche di complicata comprensione per i più, utilizzando mezzi tecnici che molti potrebbero avere a disposizione, anche a livello amatoriale, si distingue per inventiva e capacità di stupire pure lo spettatore più smaliziato ed esperto. E’ il caso di ‘Searching‘ del regista indo-americano Aneesh Chaganty, non ancora trentenne, dal quale quindi è lecito aspettarsi un futuro radioso.

Leggendo qualche informativa riguardo la genesi del suo film, sembra che inizialmente il tutto dovesse diventare un ‘corto’, cioè uno di quei filmati di durata limitata, di solito presentati in qualche rassegna collaterale dei vari festival del cinema, che servono a mettere in luce nuovi talenti. La produzione però, forse avendone intuito l’originalità e le potenzialità, ha spinto il regista a realizzarne un lungometraggio. L’idea che sta alla base di ‘Searching‘ in effetti è geniale, ma Aneesh Chaganty si era chiesto con apprensione, in un primo momento, come farla durare oltre cento minuti senza che apparisse già stantia e monotona dopo la prima mezzora. Il rebus è stato risolto trasformando il plot in un giallo sociologico dalle tinte thriller ed il risultato finale è davvero eccellente. Per essere sicuro però che il tutto si reggesse adeguatamente dal punto di vista narrativo Chaganty ha girato una prima volta, seppure approssimativamente, il film con lui soltanto come protagonista e quando ha ricevuto il pauso della troupe cui l’ha mostrato, ha rigirato le scene con gli attori nei vari ruoli.

Searching‘ innanzitutto è un film attuale, sia per i temi che propone che per i mezzi che utilizza, nonostante le prime immagini mostrino a pieno schermo il desktop di un PC con il sistema operativo Windows XP, oramai superato da una decina d’anni, con i classici suoni che chi ha avuto modo di adoperarlo riconoscerà al volo. Ma quello che conta non è l’aggiornamento all’ultima release di Microsoft, cui s’affianca nel corso del film anche un Mac di Apple con il suo sistema operativo iOS (forse per non far torto all’altro principale ‘competitor’ di sistemi operativi). In realtà, nonostante i tre componenti la famiglia Kim si dimostrino addestrati e spigliati utilizzatori dei sistemi operativi testé citati e delle loro funzionalità, non è questo che è importante per lo spettatore, anche se non fosse altrettanto confidente al riguardo.

Quello che fa la differenza in questo caso è che lo strumento di ripresa utilizzato per girare il film, che non è la classica macchina usata sin dalla nascita del cinema, pur evoluta nelle varie forme e specifiche tecniche, ma le ‘webcam’ integrate negli stessi PC usati da David, Pam e dalla loro figlia Margot. Oltre a questa, nelle poche scene riprese in campo aperto Chaganty si è servito di un altro tipo di videocamera il cui nome sibillino dirà molto poco a chi non l’ha mai sentita nominare: GoPro. La quale è di piccole dimensioni ed è abitualmente utilizzata in ambito sportivo e naturalistico per filmare un’impresa proprio da parte dello stesso che la compie, dalla sua stessa prospettiva, senza la necessità di essere ripreso da terzi perché si può posizionare sopra la testa, come la lampade dei minatori, ad esempio, oppure sul manubrio di una bicicletta ed anche in riprese subacquee.

Il lettore che fosse meno pratico riguardo la terminologia tecnologica applicata all’informatica potrebbe a questo punto legittimamente chiedersi cosa è una ‘webcam’. Bene, si tratta di una piccola videocamera a sua volta, spesso installata sui PC portatili e posta sopra il display, di fronte all’utente che viene quindi ripreso in primo piano. Le immagini possono essere registrate oppure trasmesse ad altri utenti attraverso l’utilizzo di applicativi che consentono, appunto, a due o più persone persone di interagire, collegandosi fra loro, sia in modalità audio che video. Chiusa questa parte descrittiva, dove sta l’originalità di quest’opera? Nel fatto che tutta la storia è mostrata dal lato della ‘webcam’ o GoPro che sia, e soprattutto nell’interazione fra Social Media, connessioni fra PC e smartphone, così come fra la vita in presa diretta e le cronologie registrate in files, audio e video.

Insomma tutta la vicenda è visualizzata attraverso lo schermo del PC utilizzato da David Kim per connettersi abitualmente con la figlia, prima della sua scomparsa e poi con la detective Rosemary Vick. Unica eccezione le ‘News’ dei canali televisivi che aggiornano i loro telespettatori riguardo l’evoluzione delle indagini, con tutto il corollario d’ipocrisia, spregiudicatezza e violazione della privacy che casi del genere inevitabilmente provocano, specie in chi cerca occasioni di facile notorietà, seppure a spese di un immenso dolore…

Un cambiamento di prospettiva che si può considerare tanto semplice quanto geniale, perché lo spettatore è come se diventasse il PC stesso, il suo display e relativa ‘webcam’. Una sorta di finestra che mostra ciò che avviene dentro la casa della famiglia Kim ed in seguito anche in quella del fratello Peter. Si potrebbe forse azzardare inoltre che si tratta di una rivisitazione in chiave tecnologica del ‘cult’ ‘La Finestra sul Cortile‘ di Alfred Hitchcock (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento al film). Attraverso i click del mouse, le chat, i filmati, i collegamenti audio/video lo spettatore diventa parte muta ed incorporea della famiglia Kim, testimone persino della fase statica, come quando David dorme e riceve una chiamata sul PC tanto importante, che però non sente e lo spettatore vorrebbe tanto poterlo svegliare, avendo già intuito che non si tratta di una chiamata di semplice routine per dargli la buonanotte. E’ una reazione spontanea quindi quella partecipare alla sua ansia, all’evoluzione del suo dramma, al suo non volersi arrendere, così come in precedenza invece è stato istintivo trovare analogie e partecipare alle testimonianze di normale vita familiare che David era solito condividere con la moglie Pam e la figlia Margot… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

22^ Nuotata ‘Lericini e Turisti’

Clicca su ’Continua a leggere’ alla fine di questo commento e poi su una qualsiasi delle foto per iniziare a scorrerle nella galleria. 

Si è svolta oggi l’edizione 2019 della manifestazione, in programma, come ogni anno, la seconda domenica di agosto. Nata alla fine del secolo scorso per iniziativa del Dott. Dino Ceppodomo, anche quest’anno è stata patrocinata dalla Lega Navale Italiana Sez. di Lerici, dal Comune di Lerici e dagli amici del ‘Gruppo Nuotate Lericini e Turisti‘. Il ritrovo era fissato presso l’Hotel Shelley e delle Palme che ancora una volta ha gentilmente prestato all’organizzazione una parte della sua area destinata ai clienti di fronte al mare, dove è stato preparato un ricco buffet che i partecipanti nuotatori hanno trovato al loro arrivo colmo di focaccia, pizza, torte e bevande. 

La Lega Navale Italiana Sez. di Lerici si è fatta carico degli oneri economici dell’organizzazione ed il ringraziamento va quindi al suo Presidente, l’Arch. Maurizio Moglia, che è stato presente durante tutta la manifestazione. A dare il suo supporto a terra, in caso di necessità, c’era un’ambulanza della Pubblica Assistenza di Lerici, con un paio dei suoi valorosi rappresentanti. 

Notevole l’affluenza dei partecipanti, tutti regolarmente e gratuitamente iscritti, ben 108, ai quali è stato consegnato un palloncino da legare al costume, i cui diversi colori hanno contribuito a rendere ancora più bella la panoramica dei nuotatori durante il tragitto.

Come lo scorso anno, anche in questa occasione si poteva scegliere fra due percorsi: uno più corto di circa 350mt. per chi voleva partecipare all’evento natatorio senza particolare allenamento ed un altro più lungo, di oltre 1000mt. che ha portato i nuotatori più allenati a doppiare la punta della diga al largo della Venere Azzurra sul lato del Colombo ed a tornare al punto di partenza. Fra le autorità presenti, c’era l’Assessore allo Sport del Comune di Lerici, Massimo Carnasciali che ha partecipato alla nuotata, il Vicesindaco Dott.ssa Lisa Saisi ed il Presidente di Lerici Sport, Sammartano. Si è notata anche la presenza dell’Ammiraglio Luigi Romani.

La classica conta in cerchio dei partecipanti ha preceduto la partenza. La nuotata, come sempre non competitiva, si è svolta lasciando andare avanti i più agguerriti fra i nuotatori, così che il classico ‘biscione’ si è sviluppato ben presto, in particolare fra chi si è cimentato nella distanza più lunga. 

Fra i partecipanti, oltre a turisti nostri connazionali provenienti da molte località d’Italia, c’erano ben tre gruppi familiari francesi, uno dall’Irlanda, uno dal Belgio, uno dalla Spagna e uno persino da Bangkok in Thailandia, oltre a molti i bambini e, ultimo ma non ultimo, anche un simpaticissimo cagnolino, nominato sul campo, o per meglio dire sull’acqua, la mascotte ‘Ago er Sarsissa’ (Ago pare che stia per Agamennone)… 

Al termine della prova, ad ogni nuotatore è stato rilasciato un attestato di partecipazione promosso della stessa Lega Navale.

Le foto che seguono (in parte scattate da me prima della partenza e dopo l’arrivo e nel mentre da mio figlio Luca, che ringrazio per l’impegno) in buona parte rispettano l’ordine cronologico dell’evento e mi auguro che molti dei partecipanti possano riconoscersi.

Seppure nei limiti del possibile ho chiesto a molti presenti se avessero nulla da eccepire riguardo la possibilità di essere identificabili in qualche foto, ottenendo sempre l’assenso verbale di tutti a scattarle, resta inteso, specie dopo l’adozione delle recenti regole europee sulla privacy, che se qualcuno si trovasse a disagio nell’apparire chiaramente in una qualsiasi delle foto presenti nella galleria che segue, specie riguardo i minorenni, può indicarmi quale e richiedermi di rimuoverla, scrivendo all’indirizzo email MAUPES@LIVE.IT e sarà mia cura provvedere al più presto.

Mi scuso infine se avessi dimenticato di citare, o non avessi ricevuto opportuna informazione, di persona o organizzazione che ha partecipato attivamente all’organizzazione dell’evento ed avrebbe perciò meritato almeno di essere nominata. In quanto partecipante io stesso alla preparazione dell’evento già da stamane prima delle 8,30, lasciatemi soltanto citare alcune persone del gruppo ‘Lericini e Turisti’ che si sono prestati prima, durante e dopo la manifestazione. In particolare Dino Ceppodomo, Gianni Nicolai, Gianni Da Valle, Maurizio Zanello ed alle mogli di questi ultimi due, che assieme alla mia, si sono adoperate al buffet.

Alla prossima edizione quindi, sempre più numerosi speriamo, visto il successo crescente sotto tutti i punti di vista, anche di quella di quest’anno!

Clicca su ’Continua a leggere’ e poi una qualsiasi delle foto presente nella galleria. Quindi, usando i tasti freccia, è possibile scorrerle tutte in sequenza, in avanti ed indietro.

Continua a leggere…

Libro: ‘Un Doppio Sospetto’

UN DOPPIO SOSPETTO

Di Arnaldur Indriðason

Scritto nel 2008

Anno di Edizione 2012; Pagine 316

Costo € 7,99

Ed. Guanda (collana ‘Super ET’)

Traduttrice: Silvia Cosimini

TRAMA: un uomo si aggira nei pub di Reykjavík in cerca di compagnia femminile, con in tasca pastiglie di Roipnol, altrimenti detta la ‘droga dello stupro’. Una donna che beve sola al tavolo, con indosso una maglietta con la scritta di San Francisco ed una pashmina, uno scialle prodotto nel Kashmir, sembra la preda giusta, quando accetta di dialogare con lui e poi il suo invito ad accompagnarlo sino alla sua abitazione, nel quartiere di Þingholt. Qualcosa però deve essere andato diversamente dal previsto perché un paio di giorni dopo nell’appartamento in affitto di Runólfur, questo il nome dell’uomo, viene trovato il suo cadavere in una pozza di sangue, con indosso la maglietta con la scritta di San Francisco, un preservativo usato sul pavimento, mentre la pashmina, che profuma ancora di spezie indiane, è rimasta sotto il divano, poco distante dal cadavere. Il caso viene assegnato al detective Elínborg, una donna determinata e risoluta, che ne ha già viste tante nel corso della carriera e che non si lascia impressionare da nulla, nonostante sia una madre di famiglia, appassionata di cucina ed ha tre figli, uno dei quali adottato che vive già da tempo per suo conto. Sembra una storia di ordinaria violenza sulle donne, l’ultima di una serie forse collegata ad altre, ma ben presto le indagini portano anche all’ipotesi di un collegamento con il caso della sparizione di una diciannovenne risalente a sei anni prima. Un caso che non è stato approfondito adeguatamente. Elínborg vola sino al paese natio di Runólfur, dove tutti conoscono tutti e ci vive ancora la madre. Da lei viene a sapere che si vedeva molto di rado con il figlio. Qualcuno però vuol far intendere a Elínborg che la sua presenza non è particolarmente gradita in quel posto, mentre una giovane la segue e le lancia segnali che la invitano ad insistere, sino ad arrivare ad un piccolo cimitero sul mare. La verità è ancora lontana dal venire a galla e comunque l’amarezza sarà il retrogusto del successo.  

VALUTAZIONE: ottavo capitolo di una serie giallo-thriller dedicata dall’autore islandese al detective Erlendur Sveinsson. Il crimine in oggetto avviene mentre è in vacanza ed allora il caso viene affidato alla sua collega Elínborg. Il tocco femminile di questa scrupolosa ed abile detective si sposa perfettamente in questo caso ad una storia di violenza sulle donne, la quale si affianca e sovrappone a sua volta a vicende di brutalità di origine familiare e sociologica. Un buon romanzo che scorre piacevolmente, adatto anche ad una lettura sotto l’ombrellone e che alterna i momenti di tensione a quelli di descrizione d’ambiente, a Reykjavík, capitale della fredda Islanda, non solo dal punto di vista della temperatura esterna. Arnaldur Indriðason appartiene a buon diritto alla schiera dei giallisti nordici che da alcuni anni in qua ha generato una vera e propria scuola letteraria.

Quando il lettore mediterraneo si trova a leggere un romanzo i cui personaggi hanno nomi come Úlfljótsvatn, Brynhildur Geirharðsdóttir e Sigurður Óli, oppure vie e rioni di una città che si chiamano Nýbýlavegur e Kópavogur, a parte il problema di riuscire semplicemente a leggerli, c’è anche il rischio di confonderli fra loro durante lo scorrere delle pagina. Superato però questo scoglio psicologico, la trama di ‘Un Doppio Sospetto‘ possiede tutte le caratteristiche per catturare l’interesse non soltanto di chi è appassionato di gialli che trattano temi d’attualità in ambito criminale, ma anche chi apprezza le descrizioni d’ambiente ed i drammi che scavano nel tempo dentro famiglie la cui storia è riconoscibile pure da chi vive a latitudini molto distanti rispetto a dove si svolgono gli eventi narrati.

Arnaldur Indriðason è uno scrittore islandese già piuttosto noto per aver scritto, a partire dal 1997, una serie di romanzi di successo incentrati soprattutto sul personaggio del commissario Erlendur Sveinsson. Quattordici storie delle quali quella in oggetto è l’ottava, la cui originalità è dovuta al fatto che la protagonista è la detective Elínborg (non si capisce se è il suo nome o il cognome, ma poco importa) che prende il posto di Erlendur, un uomo spigoloso ed introverso, spedito dallo scrittore in ferie solitarie lontano dalla capitale islandese.

Risultati immagini per arnaldur indridason

Da alcuni anni è in auge una numerosa schiera di scrittori nordici specializzati nel genere giallo-thriller. Dal compianto Stieg Larsson che probabilmente ha svolto il ruolo di capofila con la sua celeberrima trilogia iniziata con ‘Uomini che Odiano le Donne‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento in merito), trasposta in seguito anche al cinema, a Camilla Lackberg, per proseguire in ordine sparso con Jo Nesbø, Henning Mankell, Anne Holt, persino con incursioni horror da parte di John Ajvide Lindqvist, messosi in luce con il suo intrigante ‘Lasciami Entrare‘ e altri autori di nazionalità svedese, norvegese, finlandese ed islandese, come appunto Arnaldur Indriðason.

Il quale, fra l’altro, è dotato sicuramente di apprezzabili doti narrative e di sintesi. Ne fornisce un eloquente esempio in questo passo, nel quale descrive in maniera concisa ma essenziale la vittima, un impiegato della locale compagnia telefonica, anche se  le dinamiche narrative delle prime pagine lasciavano intendere per lui ben altri sviluppi. Si tratta infatti di un cacciatore notturno di facili prede femminili alle quali si accosta con consumata abilità, girando a notte fonda di pub in pub, sino a trovare quella giusta per stordirla di nascosto con una pasticca di Roipnol, sciolto in una bevanda dopo averne guadagnato la simpatia e la fiducia: ‘…Runólfur era nato poco più di trent’anni prima in un villaggio nelle campagne. Sua madre abitava ancora lì, mentre suo padre era morto qualche anno prima in un incidente stradale. Il paese era ormai quasi disabitato. I giovani se ne andavano, e anche Runólfur si era trasferito alla prima occasione. Non era in buoni rapporti con la madre, che sembrava essere stata molto dura e avergli imposto una disciplina ferrea; andava a trovarla soltanto le poche volte che gli capitava di passare dal paese. Si era ambientato bene a Reykjavík, si era iscritto a un corso di studi che gli si confaceva, si era diplomato e aveva trovato lavoro come installatore per una società telefonica. Non si era fatto una famiglia, non aveva figli e non si era mai sposato. Non sembrava aver mai avuto un legame duraturo con una donna, ma solo conoscenze occasionali. Viveva in affitto e non si fermava mai troppo a lungo nello stesso posto. Per via del suo lavoro era spesso a contatto con la gente, effettuava servizi a domicilio da privati e presso le aziende ed era molto apprezzato ovunque. Era dinamico e affidabile. Era un appassionato di supereroi dei fumetti e del cinema… altri interessi non erano noti…‘.

Curiosa è la figura del detective Elínborg, una donna già divorziata, che vive con l’attuale compagno Teddi (Theodòr), che di mestiere fa il meccanico ed i loro tre figli, due maschi e una femmina: Valpòr, Aron e Theodòra. La coppia, prim’ancora di avere figli propri, aveva adottato Birkir, la cui madre era la sorella di Teddi ma la poveretta era morta per un tumore quando il figlio aveva solo sette anni ed il padre se n’era già andato da tempo. Birkir è diventato grande nel frattempo e se n’è andato a vivere per conto proprio, non sentendosi mai del tutto a suo agio nella nuova famiglia, nonostante Elínborg e Teddi avessero fatto del loro meglio. Valpòr, il più grande dei tre figli legittimi si è molto legato a lui ed incolpa la madre per la sua fuga, mentre lei forse proprio in conseguenza di questo doloroso strappo, si è fatta l’idea che:‘…i figli un bel giorno diventano dei perfetti estranei. Non gli basti più, non sei più nulla per loro. Imparano a cavarsela da soli, a non avere più bisogno di te. Poi se ne vanno di casa e spariscono. Non ti parlano nemmeno…. Theodòra, la figlia minore, invece è una ragazzina con un’intelligenza superiore alla media e ciò, per assurdo, ha creato problemi di gestione scolastica ad Elínborg, per il timore che le sue doti superiori la possano in qualche modo isolare dai suoi coetanei.,, (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Sicilian Ghost Story’

SICILIAN GHOST STORY

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia, Francia, Svizzera

Anno: 2017

Genere: Drammatico, Thriller

Durata: 105’ Regia: Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

Cast: Julia Jedlikowska (Luna), Gaetano Fernandez (Giuseppe), Corinne Musallari (Loredana), Andrea Falzone (Nino), Federico Finocchiaro (Calogero), Lorenzo Curcio (Mariano), Vincenzo Amato (Padre di Luna), Sabine Timoteo (Madre di Luna), Filippo Luna (U’Nanu)

TRAMA:  Giuseppe e Luna sono adolescenti e coetanei. C’è della simpatia fra loro, anche se Luna non vuole ancora ammetterlo. Giuseppe è figlio di un pentito della mafia che sta collaborando con la polizia. La madre di Luna, anche per tale ragione, non vuole che lo frequenti. Luna è una ragazza sveglia che disegna molto bene, anche i muri della sua stanza. Un boss di Cosa Nostra non ha gradito il comportamento del padre di Giuseppe e sta facendo pedinare suo figlio, che è anche un abile cavaliere ed al maneggio possiede un cavallo. Un giorno, Giuseppe porta Luna a vederlo mentre cavalca ma alla fine, mentre lei è distratta a guardare il panorama ed il giovane è all’interno del capannone del maneggio, due auto s’avvicinano ed il ragazzo viene caricato a forza e portato via. Luna non trovandolo più, scende a piedi la strada verso il paese e viene raggiunta dal padre in auto, preoccupato per il suo ritardo. Luna ha anche un’amica, Loredana, con la quale si scambia messaggi dalle reciproche camere, poste di fronte ma a distanza, con i lampi di luce delle torce utilizzando l’alfabeto Morse. Luna non si rassegna alla sparizione di Giuseppe, anche se a casa di lui la madre non risponde quando suona insistentemente il campanello ed il padre del ragazzo poi la caccia in malo modo. A scuola nessuno ne vuole parlare, anche quando Luna chiede esplicitamente notizie. In casa sua madre, una donna molto protettiva ma fredda, la invita apertamente a disinteressarsi del destino di Giuseppe. Il padre è più comprensivo e cerca di difenderla. Il tempo passa, Luna e Loredana per attirare l’attenzione si tingono i capelli di blu e distribuiscono volantini con la foto di Giuseppe stampata fra il disinteresse o la riprovazione dei passanti del loro paese. Nel frattempo il giovane è prigioniero dentro un casolare isolato, legato ad una catena. L’unico contatto con il mondo esterno è una lettera che gli aveva consegnato Luna il giorno del rapimento, nella quale si dichiarava e che lui continua a leggere. L’obiettivo dei rapitori è costringere il padre del giovane a rinunciare alla collaborazione con la polizia, ma il tempo passa e nulla cambia al riguardo. Luna ha delle visioni ed è convinta di riuscire a trovare il luogo dove Giuseppe è prigioniero. Cerca di spingere i carabinieri a non mollare le indagini ma complice una suggestione che si trasforma in un tentativo di suicidio nel laghetto dove l’aveva portata il padre per trascorrere un pomeriggio assieme, Luna viene considerata psicologicamente instabile. Dopo alcuni mesi il ragazzo è allo stremo ed il suo destino sembra segnato. Luna è oramai ossessivamente legata a quel ricordo e frustrata dalla mancanza d’iniziativa da parte di tutti, incluse le autorità, per trovarlo. La conclusione è tragica.

VALUTAZIONE: un’opera realizzata in omaggio e ricordo della crudele e feroce vicenda della quale è stato protagonista e vittima il povero Giuseppe Di Matteo, il ragazzino sequestrato dalla mafia nel 1996 e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. Fra sogno, incubo e realtà la coppia di registi e sceneggiatori Fabio Grassadonia e Antonio Piazza ha realizzato un thriller duro e romantico al tempo stesso, che ovviamente non può avere un lieto fine ma che nel confronto fra fantasia e realtà colpisce al cuore lo spettatore. L’opera prende spunto dalla storia vera di quello spietato delitto in tutto il suo crescendo di malvagità, ma lancia anche un messaggio di speranza affinché molti giovani come Luna ed anche Loredana siano capaci di ribellarsi e scardinare i tabù ed i retaggi secolari che ancora oggi purtroppo avvelenano quelle terre e non solo, a causa delle organizzazioni mafiose e delle loro complicità. La distanza che separa la ragazzina protagonista dalla società ancora schiava dell’omertà appare siderale, ben maggiore di quella generazionale.

Opera che ha aperto la Settimana della Critica del Festival di Cannes del 2017, ‘Sicilian Ghost Story‘ della coppia di registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza aveva ricevuto dieci minuti di applausi. E li aveva meritati tutti, innanzitutto per aver avuto il coraggio di riportare alla luce uno degli episodi criminali più esecrabili di fine secolo scorso legati alla mafia. Poi perché i due sceneggiatori, cioè la stessa coppia citata in precedenza, ispirandosi liberamente al racconto ‘Un Cavaliere Bianco‘ scritto da Marco Mancassola, hanno saputo rielaborare l’episodio della brutalità dell’assassinio di Giuseppe, un ragazzo adolescente, filtrandola attraverso una sorta di favola socio-politica con venature dark, alla quale hanno aggiunto la tenera storia sentimentale di una coppia di giovanissimi, seppure purtroppo destinata ad una fine prematura e soprattutto tragica. La sceneggiatura è stata premiata con il David di Donatello nel 2018 e l’opera nella sua interezza con il Sundance Institute Global Filmmaking Award al Sundance Film Festival del 2016, un riconoscimento che viene attribuito a ‘registi emergenti dalle diverse parti del pianeta che posseggono l’originalità, il talento e la visione per essere celebrati come futuro del cinema mondiale’.

Il titolo del film è appropriato e fuorviante al tempo stesso. Potrebbe risultare ingannevole per lo spettatore che, senza nulla sapere del contesto narrativo, dovesse supporre trattarsi di un fantasy nostrano, se non addirittura con sfumature horror. Diventa invece un titolo allusivamente appropriato se si considera il destino crudele dello sfortunato protagonista Giuseppe, un ragazzo educato e di bell’aspetto, appassionato di equitazione, nato e cresciuto in Sicilia, il quale sparisce improvvisamente dalla sua famiglia, dai suoi compagni di scuola, dal suo paese e soprattutto da Luna, con la quale stava per nascere qualcosa di più di una simpatia adolescenziale, diventando per questo una sorta di fantasma, appunto.

In realtà il suo è un rapimento di stampo mafioso, cui seguono alcuni messaggi ricattatori per il padre, un pentito e collaboratore della polizia. Nella più completa indifferenza dei compaesani, è la giovanissima Luna, compagna di scuola di Giuseppe, verso il quale prova qualcosa di più di un’amicizia, l’unica a ribellarsi ad un destino che per molti è già scritto ed all’omertà che tipicamente contorna questi eventi e non manca neppure in questo caso.

L’ostilità della madre di Luna, una donna castigata, dura e perfettamente integrata in quel contesto, cui interessa soltanto che la figlia faccia bene a scuola e non frequenti quel ragazzino di una famiglia compromessa; l’atteggiamento scostante del padre di Giuseppe, che non si capisce quanto sia dovuto a riservatezza, vergogna oppure ad evitare che Luna possa compromettersi a sua volta; la disperazione repressa della moglie, chiusa in casa e già vestita a lutto; la reticenza della comunità che se non è schierata a favore del boss mafioso, di certo si comporta come se il fatto non fosse accaduto o comunque non la riguardasse ed infine persino l’atteggiamento degli insegnanti che negano l’evidenza riguardo la prolungata assenza da scuola di Giuseppe, diventano a tal punto insopportabili per Luna che le sue iniziative, aiutata dall’amica Loredana, l’unica che sembra comprenderla e volerla aiutare, si trasformano in una sorta di disperata ossessione, snobbata da tutti, tollerata solo per la sua giovane età ed alimentata dal tempo che trascorre inesorabile senza che nulla cambi ed evolva. La frustrazione di Luna si tramuta perciò in rabbia, poi in delusione, quindi in depressione ed infine in suggestione, al punto che arriva ad avere delle visioni, neppure tanto lontane dalla verità dei luoghi e dei fatti, i cui indizi la portano per davvero sulle tracce di Giuseppe prigioniero. La sua immaginazione poi le fa addirittura sperare e supporre di arrivare in tempo per salvarlo.

Sicilian Ghost Story‘ è quindi un film nel quale realtà, sogno ed utopia si sovrappongono spesso, sempre a causa, se così si può dire, di una vicenda che è osservata da un lato attraverso gli occhi a lungo pieni di convinzione e speranza di Luna e dall’altro in quelli purtroppo via via sempre più disperanti di Giuseppe. Mentre l’ambito sociale, nelle sue molteplici espressioni, è muto ed immobile e domina il retaggio secolare di una terra nella quale certe faccende si regolano chiudendosi occhi ed orecchie e facendosi gli affari propri, così che un giovane innocente può essere sciolto nell’acido nell’indifferenza generale, come se fosse la naturale conseguenza di uno sgarro rivolto al boss della zona; Luna, nella sua innocenza, spregiudicatezza ed entusiasmo giovanile, è determinata ad agire anche da sola, inconsapevole ed in spregio ai rischi che corre nel tentativo di superare il menefreghismo e la complicità silenziosa che la circonda, assumendo in prima persona iniziative e responsabilità che spetterebbero ad altri, ad iniziare dalle autorità che invece si sono appiattite a loro volta sulla mentalità corrente…  (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro e Serie TV: ‘L’Amica Geniale’

L’AMICA GENIALE (Libro)

Di Elena Ferrante

Anno Edizione 2011

Pagine 296

Costo € 15,30

Ed. E/O (collana ‘Dal Mondo’)

L’AMICA GENIALE (Serie TV)

Titolo Originale: idem

 Nazione: Italia, USA

Anno:  2018

Genere: Drammatico, Sociologico

Durata: 480’ circa in 8 puntate

Regia: Saverio Costanzo

Cast: Elisa Del Genio (Elena Greco bambina), Ludovica Nasti (Raffaella Cerullo bambina), Margherita Mazzucco (Elena Greco adolescente), Gaia Girace (Raffaella Cerullo adolescente), Anna Rita Vitolo (Immacolata Greco), Luca Gallone (Vittorio Greco), Imma Villa (Manuela Solara), Antonio Milo (Silvio Solara), Alessio Gallo (Michele Solara), Valentina Acca (Nunzia Cerullo), Antonio Buonanno (Fernando Cerullo), Dora Romano (Maestra Oliviero), Antonio Pennarella (Don Achille Carracci), Nunzia Schiano (Nella Incardo), Michele Di Costanzo (Pino Sarratore giovane), Pina Di Gennaro (Melina Cappuccio), Kristijan Di Giacomo (Stefano Carracci giovane), Valerio Laviano Saggese (Alfonso Carracci giovane), Giuliana Tramontano (Pinuccia Carracci giovane), Vincenzo Vaccaro (Enzo Scanno giovane), Emanuele Valenti (Donato Sarratore), Vittorio Viviani (Maestro Ferraro), Simona Volpe (Proprietaria della merceria), Pietro Vuolo (Marcello Solara giovane), Lia Zinno (Giuseppina Peluso) ed altri

IL CONTESTO NARRATIVO: Raffaella Cerullo è un’anziana signora napoletana, scomparsa da casa, dopo aver svuotato armadi e cassetti, senza lasciare alcuna traccia dietro di sé. Suo figlio Rino, che da sempre convive con lei, contatta disperato Elena Greco (diminutivo Lenù), l’amica di una vita della madre, che abita da tempo a Torino, per sapere se Lila (così l’ha sempre chiamata Lenù sin da bambina) si fosse trasferita da lei. Lenù non vede Lila già da tempo ma capisce subito che la sua è una decisione in linea con il personaggio che ha imparato a conoscere sin dalla più tenera infanzia e che si tratta di una scelta irreversibile. Liquida perciò Rino dicendogli di arrangiarsi, cosa che lui non ha mai fatto sino ad allora. Riprendendo quindi il filo della storia della sua vita, nata nella periferia napoletana nell’immediato dopoguerra, dove la maggior parte delle persone pativa la miseria e lei stessa ha avuto un’infanzia tribolata, seppure illuminata ed arricchita da un legame strettissimo con Lila, così diversa da lei, eppure così importante per la sua crescita ed in ogni successivo momento della sua vita, decide di scrivere la loro storia e quella delle loro famiglie, dai primi anni di vita, sino a quell’ultima notizia della scomparsa di Lila. 

VALUTAZIONE: ‘L’Amica Geniale‘ è una storia divisa in quattro romanzi, dei quali quello che porta il titolo originale è soltanto il primo ed è anche l’oggetto della Serie TV proposta in otto puntate da Saverio Costanzo. Si tratta senza mezzi termini di un capolavoro della letteratura contemporanea, scritto sotto pseudonimo dall’autrice, fra l’altro, de ‘L’Amore Molesto’, che attraverso le vicende di due legatissime amiche d’infanzia, Lenù e Lila, molto diverse fra loro ma che si sono vicendevolmente influenzate, sostenute e confrontate nel corso della loro esistenza, spesso in maniera contraddittoria, racconta al tempo stesso una parte significativa della storia del nostro dopoguerra, visto attraverso il microcosmo della periferia più malandata di Napoli nel primo dopoguerra. È Elena Greco (Lenù), probabile alter ego della stessa Ferrante, a raccontare la storia sua e di Lila. Quest’ultima è rimasta sempre legata ai luoghi di origine e pur non avendo studiato, è stata la sua musa ispiratrice ed anche un termine di confronto a volte mortificante per Lenù, la quale invece a conclusione di brillanti successi a scuola si è laureata niente meno che alla Normale di Pisa. Nella loro amicizia è come se si riflettesse un’unica persona, geniale seppure in forme spesso contrapposte. Costanzo ha saputo cogliere tutti questi aspetti caratteriali, psicologici ed ambientali valorizzandoli nella Serie TV, incentrata nel periodo che va dalla prima infanzia sino al matrimonio di Lila, non ancora ventenne.

…Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi…‘.

Anche nel caso in cui si dovesse iniziare prevenuti a leggere ‘L’Amica Geniale‘, che è una storia ambientata nell’immediato dopoguerra nella periferia più povera di Napoli, perché convinti di trovarsi di fronte ai soliti luoghi comuni di folclore, bizzarria, sregolatezza e genio, per usare non a caso anche questo termine, tipici di quella umanità e luoghi, bisogna comunque provare per credere. Già dopo poche pagine infatti ci si ritrova a non riuscire più a sottrarsi alla tentazione di leggere un altro e poi un altro ancora dei brevi capitoli nei quali il romanzo di Elena Ferrante è suddiviso, come se fossero cioccolatini di fronte ai quali il goloso si propone più volte il fatale proponimento: ‘ancora uno e poi basta‘, ma intanto continua a ingollarli.

Il bello, per così dire (se volessimo rimanere ancora un attimo alla metafora dei cioccolatini), o il brutto (se il lettore fosse invece del tipo al quale piacciono soltanto i romanzi che si concludono, senza ulteriori sviluppi) è che dopo circa 300 pagine la storia che vede al centro l’eterogenea coppia di amiche Lila e Lenù non è arrivata neanche ad un quarto della sua durata. I loro nomi, composti da quattro lettere, sono chiaramente dei diminutivi, come si usava sistematicamente una volta, troncando o storpiando quelli originali, cioè Raffaella e Elena (e forse non è mai finito questo vizio un po’ assurdo, se vogliamo, che spesso passa come una manifestazione di affetto e di confidenza).

Lenù e Lila iniziano con la stessa lettera, chissà se casualmente, il che, sommato alle altre tre, confonde l’una nell’altra. Lo stesso titolo del romanzo d’altronde è oggetto di un’ambiguità di fondo che si chiarisce soltanto dopo molte pagine, perché all’inizio si è portati a ritenere che sia riferito al personaggio di Lila, mentre si scopre in seguito che è lei a definire con quell’aggettivo qualificativo la sua amica (‘….tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine…‘). Un modo insomma per mescolare le carte, o uno stratagemma dell’autrice per sovrapporre i due personaggi, che in realtà sono complementari fra loro, sino a farli diventare due facce della stessa medaglia, entrambi geniali insomma, ciascuno a suo modo.

In ogni caso, se si prova ad iniziare ‘L’Amica Geniale‘ e da vedere se si è capaci poi di fermarsi lì, anziché correre ad acquistare, che si tratti dei volumi cartacei o dei corrispondenti ‘eBook‘ (il che, piacendo anche il formato digitale, consente di risparmiare un po’ sui costi) gli altri tre capitoli della storia, che s’intitolano rispettivamente: ‘Storia del Nuovo Cognome‘, ‘Storia di chi Fugge e di chi Resta‘ e ‘Storia della Bambina Perduta‘. Io non ce l’ho fatta a resistere e scrivo questo commento solo dopo aver completato la tetralogia, che non esito a definire nel suo insieme un capolavoro. In questa occasione però mi limiterò a commentare soltanto il primo episodio e la relativa trasposizione televisiva, rimandando semmai gli altri episodi a quando saranno presentati di volta in volta nei rispettivi adattamenti in altrettante Serie TV. Il secondo titolo infatti è in corso di produzione, forse le riprese sono già concluse nel frattempo e sarà trasmesso presumibilmente il prossimo autunno.

A volte, chissà perché, forse per eccesso di esterofilia o di prudenza, siamo portati a sottovalutare l’opera di un autore o di un’autrice italiana ed a credere, come in questo caso, che il suo successo, per quanto eclatante, sia limitato all’ambito nostrano. Niente di più sbagliato a proposito de ‘L’Amica Geniale‘ che è stato tradotto in innumerevoli lingue e pare abbia venduto qualcosa come oltre sette milioni di copie. Curiosità vuole che il romanzo è scritto in italiano ma la Ferrando accenna spesso al fatto che i vari personaggi si esprimono fra loro in dialetto napoletano, specie nei momenti di maggiore nervosismo, dentro e fuori l’ambito familiare.

Nella serie TV, una produzione italo-americana, diretta dal figlio di Maurizio Costanzo, ovvero il quarantaquattrenne Saverio, già apprezzato regista della serie TV ‘In Treatment‘ (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento al riguardo) ed al cinema per la trasposizione del celebre romanzo ‘La Solitudine dei Numeri Primi‘, i dialoghi in napoletano sono invece la norma (oltretutto pare si sia rifatto anche alla forma dialettale in voga negli anni cinquanta, differente da quella odierna), così che chi non ne è confidente, ha necessariamente bisogno dei sottotitoli, come in un film in lingua straniera, oppure come nella famosa Serie TV ‘Gomorra‘. La si può considerare una scelta di comodo o di distinzione, ma in effetti funziona bene, perché se è vero che nell’opera scritta sarebbe impossibile utilizzare i sottotitoli, nel caso della trasposizione sullo schermo l’uso della lingua originale valorizza l’ambientazione e l’autenticità, nell’abbinamento ideale d’immagini e dialoghi… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…