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I Film e le Serie TV Che Vedo

In questa sezione pubblico i commenti ai film ed alle Serie TV che vedo, proponendo il mio personalissimo punto di vista, utile anche e me stesso per meglio comprendere l’opera che ho appena visto.                                Cliccando qui di seguito sul bottone ‘CONTINUA A LEGGERE‘ oppure su LISTA DEI FILM E SERIE TV è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio.

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I Libri Che Leggo

In questa sezione pubblico i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per meglio comprendere il contesto ed il quadro generale delle opere.                 Cliccando qui di seguito su ’CONTINUA A LEGGERE’ oppure su LISTA DEI LIBRI è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e quindi al commento delle singole opere presenti. Altrimenti digita una parola o più nel campo CERCA qui di fianco in alto a destra e premi il tasto Invio. 

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Le Mie Foto

In questa sezione pubblico alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie (qui di fianco le località sono numerate e dettagliate, per un più facile ed immediato accesso): I MIEI POSTI, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e torno appena posso, quelli dove risiedo e relativi dintorni; IN VIAGGIO contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘E FAMOLE PURE STRANE’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

La Musica Che Ascolto

In questa sezione pubblico i miei commenti alle opere degli autori, gruppi e singoli, che ascolto con più curiosità e piacere. Ovviamente anche i video su Youtube mi interessano molto, soprattutto le esecuzioni live che mi permettono di poter apprezzare, non solo la qualità compositiva, anche la personalità e la tecnica dei protagonisti. Nelle mie scelte mi piace spaziare dai primi anni settanta, che rappresentano quelli di formazione dei miei gusti musicali, ai giorni nostri. E’ l’ultima delle sezioni che ho aperto in ordine di tempo, quindi la LISTA DELLA MUSICA è ancora piuttosto limitata, ma spero di riempirla sempre più. 

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Film: ‘Eyes Wide Shut’

EYES WIDE SHUT

Titolo Originale: Eyes Wide Shut

Nazione: Regno Unito, USA

Anno: 1999

Genere: Drammatico, Psicologico

Durata: 159’ Regia: Stanley Kubrick

Cast: Tom Cruise (Dr. William Harford), Nicole Kidman (Alice Harford), Sydney Pollack (Victor Ziegler), Todd Field (Nick Nightingale), Sky Dumont (Sandor Szavost), Louise J. Taylor (Gayle), Stewart Thorndike (Nuala), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich), Julienne Davis (Amanda ‘Mandy’ Curran), Abigail Good (Donna Misteriosa), Vinessa Shaw (Domino), Madison Eginton (Helena Harford), Thomas Gibson (Carl), Leslie Lowe (Illona Ziegler), Jackie Sawiris (Roz), Fay Masterson (Sally), Leelee Sobieski (Figlia di Milich), Alan Cumming (Portiere dell’Albergo), Leon Vitali (Ierofante Rosso), Emilio D’Alessandro (Edicolante)

TRAMA: William/Bill e Alice Harford vivono in una bella casa a Manhattan ed hanno una figlia giovanissima. Bill è un medico e Alice fa la casalinga annoiata da quando la galleria d’arte dove lavorava è fallita. Il loro tenore di vita comunque è alto ed alcuni pazienti di Bill sono personaggi altolocati, come il milionario Victor Ziegler ad esempio. Bill e Alice sono una bellissima coppia, ma fra loro parlano poco e non c’è più la passione di un tempo. Nel corso di un invito ad un party pre-natalizio, Alice beve un po’ troppo e si lascia adulare da un ‘tombeur de femme’ alla ricerca di facili avventure ma si sottrae prima di cedere ai suoi insistiti tentativi di seduzione. Bill a sua volta ha appena incontrato Nick, un suo vecchio compagno di università, che suona il piano nella band che allieta gli invitati e poi si fa lusingare da due giovani donne, ma poco prima che riescano a convincerlo a seguirle, un inviato di Victor gli chiede di raggiungerlo urgentemente al piano superiore. Dentro un bagno Victor è in compagnia di una giovane donna, completamente nuda, con la quale ha appena avuto un rapporto sessuale e che giace priva di sensi sotto l’effetto di droga e alcool. Bill l’aiuta a riprendersi e prima di andarsene garantisce all’amico la sua discrezione sull’incidente. Il giorno dopo, sdraiati sul letto, Bill e Alice stanno fumando una sigaretta di marijuana e saranno gli effetti della stessa oppure l’intrigante serata precedente che ha lasciato in lei qualche strascico a spingerla ad iniziare una discussione che diventa sempre più accesa sino al punto di rivelare di aver provato, durante una vacanza, il forte desiderio, comunque non portato a compimento, di avere un rapporto sessuale con un giovane ufficiale di Marina che non aveva mai visto prima, per il quale però non avrebbe esitato a mandare all’aria il loro matrimonio. Bill è basito, non ritiene di essere un marito disposto a tradire la moglie ma non reagisce, anche perché riceve una telefonata dalla casa di un altro suo benestante paziente con la richiesta di accorrere immediatamente. La figlia di quest’ultimo, Marion, ha avuto l’amara sorpresa di trovare il padre che era gravemente malato, già cadavere, passato dal sonno alla morte, ma pur fortemente scossa, bacia inaspettatamente Bill sulla bocca, che si ritrae sorpreso, dichiarandosi innamorata di lui da tempo, nonostante sia in procinto di essere raggiunta dal suo fidanzato. Appena giunto quest’ultimo, il medico imbarazzato coglie l’opportunità per andarsene, ma sceglie di vagare un po’ per strada ripensando gli avvenimenti appena trascorsi. Ad un incrocio lo raggiunge una prostituta di bell’aspetto e lo invita a seguirlo a casa sua, lì a pochi passi. Bill accetta, evidentemente intrigato e fuori di sé, ma quando ha già concordato la cifra e sta per lasciarsi andare, riceve una telefonata di Alice ed a quel punto riflette e decide di rinunciare. Lungo la strada passa davanti ad un locale dove vede esposto nella locandina il nome e la foto di Nick, il suo amico musicista ed entra proprio mentre la band sta per terminare l’esibizione. Nick lo raggiunge al tavolo, ma subito dopo riceve una strana telefonata e scrive la parola ‘fidelio’ su un tovagliolo. Imbarazzato, spiega a Bill che spesso viene chiamato da quella persona con un preavviso soltanto di un’ora, per andare a suonare bendato in una grande villa fuori città, dove gli invitati sono tutti mascherati e fra loro ci sono tante belle donne nude. Bill, incuriosito ed in vena di avventure, essendo già a conoscenza della parola d’ordine, riesce a convincere Nick a rivelargli anche l’indirizzo e sgravandolo al tempo stesso da ogni responsabilità. Nonostante l’ora tarda, si reca poi in un negozio che affitta costumi dove trova un maneggione che proviene dall’est Europa, che convince a servirlo grazie ad una generosa mancia. Entrando nel negozio il proprietario scopre la figlia adolescente in compagnia di due loschi figuri che tratta in malo modo. Bill ne esce dopo aver noleggiato uno smoking, un mantello e una maschera e si fa condurre da un taxi sino alla villa fuori città dove riesce ad entrare grazie alla parola d’ordine. Dentro si sta svolgendo un rituale con una sorta di sacerdote vestito di rosso che è circondato da alcune giovani donne le quali, a comando, si svestono dell’unico indumento che indossavano e subito dopo scelgono un partner fra i molti presenti, tutti mascherati, mentre Nicki bendato al pianoforte sta eseguendo una inquietante base musicale. Bill, pur mascherato a sua volta, viene però notato da una coppia sul loggione ed una delle giovani donne nude lo sceglie e mentre lo accompagna, lo avvisa di essere in pericolo e gli intima di andarsene al più presto, poi però viene condotta via da un altro personaggio. Proseguendo il percorso da solo, in altre stanze Bill si trova al cospetto di numerose orge, prima di essere raggiunto ed invitato da un altro uomo mascherato a tornare nella prima sala, nella quale l’officiante vestito di rosso, seduto su uno scranno e numerosi presenti mascherati intorno a lui, lo stanno aspettando per interrogarlo ed obbligarlo a togliere la maschera. Quando però gli viene chiesto anche di spogliarsi, la giovane donna che aveva cercato di avvisarlo poco prima, interviene e si offre di essere punita al posto suo. Il sacerdote accetta lo scambio e lascia andare Bill che torna a casa sconvolto e preoccupato per la sorte della sua salvatrice. In camera trova Alice in preda ad un incubo ed una volta sveglia gli racconta una scena non dissimile a quella che Bill ha appena vissuto nella quale lei si offriva a numerosi uomini. Bill, sempre più turbato e spaventato, dopo essere tornato al negozio ed aver riconsegnato gli abiti noleggiati, senza la maschera che sembra aver smarrito, scopre che il maneggione dell’est in realtà offre la giovane figlia, che non sembra peraltro del tutto a posto con la testa, ai suoi clienti. Quindi esce disgustato e deciso ad indagare per suo conto, annullando alcuni appuntamenti nello studio medico. Così scopre che Nicki è stato prelevato nel suo hotel all’alba ed è sparito ma anche di essere seguito da una persona. Seduto al tavolo di un bar dov’è entrato per sfuggire al suo pedinatore, legge in un giornale che una prostituta è stata trovata priva di vita, probabilmente drogata. Si reca così all’obitorio e grazie alla tessera di medico riesce a vedere il cadavere nel quale riconosce la giovane donna che aveva salvato a casa di Victor e che è certo sia anche quella che si è sacrificata per lui nella villa. La stessa sera viene invitato da Victor a casa sua e viene così a sapere che l’uomo che lo seguiva è stato ingaggiato da lui, che anche lui era presente alla villa e quindi lo invita a desistere dall’indagare ulteriormente per evitare pericoli per sé e la sua famiglia, essendo coinvolti numerosi personaggi molto potenti. Cerca anche di rassicurarlo riguardo la sorte di Nicki e addebita la morte della giovane donna ad una overdose, data la sua dipendenza da droghe ed alcol. Cerca di rassicurarlo infine riguardo le minacce che aveva subito alla villa, sostenendo che era tutta una messinscena per spaventarlo. Tornato a casa, Bill trova la moglie che dorme serenamente ma sul suo cuscino c’è la maschera smarrita. La tensione accumulata esplode in un pianto liberatorio di Bill che sveglia Alice, alla quale allora racconta tutto. Alcuni giorni dopo la coppia accompagna la figlia a fare shopping natalizio e dentro un negozio Alice spiega al marito come sia stato liberatorio per entrambi confidarsi i sogni e gli eventi vissuti e quanto sia importante che al più presto riprendano a ‘scopare’.   

VALUTAZIONE: un film di Kubrick è sempre un evento che dietro le apparenze più immediate contiene livelli di lettura che il singolo spettatore può più o meno recepire ed accettare in base alla sua sensibilità, interessi e cultura, anche cinematografica. ‘Eyes Wide Shut’ è affascinante, elegante, conturbante, intrigante, suggestivo ed ambiguo. E’ un cinema per buongustai che gli habitué dei blockbuster e quelli che prediligono l’atteggiamento passivo al cinema difficilmente possono apprezzare. Kubrick è stato un regista geniale e carismatico, anche se questo suo ultimo film per alcuni è soltanto uno sterile esercizio di stile. Come spesso accade per gli artisti di talento, provocatori ed innovativi, inevitabilmente controversi, anche quest’opera è stata rivalutata nel tempo rispetto alle perplessità generate, anche in alcuni critici, al momento della sua uscita.

Il titolo ‘Eyes Wide Shut‘ è un ossimoro. La traduzione, non strettamente letterale, porta infatti a qualcosa come ‘Occhi Aperti Chiusi‘. Cioè un’espressione che stride al solo pronunciarla, che suona indecifrabile ed appare inevitabilmente ambigua ed oscura. Di fronte ad essa si può quindi reagire in due maniere: la prima è considerarla alla stregua di uno slogan che suona bene soltanto a pronunciarlo nella lingua originale, senza porsi quindi alcun altro interrogativo sul suo significato intrinseco. La seconda invece è quella di lasciarsi guidare dalla curiosità di scoprire cosa lega quelle tre parole ed in tal caso si può cercare qualche sbrigativa informazione su Internet; oppure lasciare da parte ogni ulteriore indugio ed immergersi nella visione di questo film. In ogni caso, comunque, allo spettatore medio è probabile che qualche dubbio gli rimarrà lo stesso in sospeso, anche dopo. 

Sicuramente il significato del titolo non è univoco. Lo si può considerare, tanto per dirne una fra le possibili alternative, una sorta di esortazione ad aprire gli occhi, troppo spesso lasciati opportunamente chiusi di fronte a determinati eventi e situazioni. Ad esempio nei confronti di chi gestisce il potere con arroganza e l’inganno, qui rappresentati da una serie di personaggi equivoci, addirittura innominabili dice un personaggio, che nascondono la loro identità, più o meno metaforicamente, dietro maschere e costumi, non fidandosi evidentemente nemmeno reciprocamente fra di loro. Il che è pericoloso perché si tratta di figure altolocate della società, che si presentano pubblicamente vantando doti di grande responsabilità, equilibrio ed affidabilità, trasmettendo quindi un’immagine di fiducia al di sopra di ogni sospetto, ma in realtà circuendo l’ignaro cittadino al fine di ottenere il placet per conquistare il potere e poi fare gli affari loro.

Esse agiscono, afferma quindi Kubrick nel suo film, per perseguire sordidi obiettivi personali ed a favore di un limitato numero di persone con le quali hanno dato vita ad una sorta di setta, sconosciuta a tutti tranne che ai pochi appartenenti e complici, la quale opera subdolamente al di fuori delle regole etiche e comportamentali. Un’élite governata con fermezza, arroganza e spietatezza, per continuare a godere impunemente i propri vizi e benefici, evitando accuratamente qualsiasi collegamento o intrusione da parte di chi potrebbe minarne l’esistenza o rivelarne, anche solo casualmente, la natura. Una casta dalla quale quindi non si può più uscire, una volta entrati. Ma cosa succede a chi dovesse venirne accidentalmente a conoscenza e riuscisse ad accedervi anche solo per mera curiosità, senza rendersi conto del rischio che ciò comporta? 

William (Bill) Harford, medico di successo, rispettabile e pacifico padre di famiglia, riesce appunto ad entrarci con destrezza, usando un termine associato di solito al furto per sottolinearne la specifica natura, ma che nel suo caso è invece il risultato, qualcuno lo definirebbe anche la bravata conclusiva, di una serata molto particolare, dagli sviluppi sconcertanti. Le dinamiche della quale lo hanno portato a cercare di soddisfare un’improvviso bisogno di fuga dall’ordinario e provare l’emozione adrenalinica della trasgressione, salvo scoprire, quando però è già troppo tardi, che non si è infilato in un semplice gioco di società, ma che sta rischiando persino la vita.

Bill infatti mai si sarebbe aspettato di scoprire che esiste un mondo parallelo, a lui totalmente sconosciuto sino a quel momento, gestito da insospettabili persone, alcune delle quali verrà a sapere in seguito che sono persino a lui molto vicine, anche se è tutt’altro che facile riconoscerne l’identità e la posizione sociale, visto che sono tutte mascherate in quell’ambiente, così che è complicato e sicuramente sospetto comprendere se agiscono in nome del bene o del male. O peggio ancora, se sono solite a passare con disinvoltura dall’uno all’altro, a seconda delle circostanze e della convenienza. Un tema tanto caro quindi a Kubrick, quello della doppiezza comportamentale, d’animo e di ruolo, insita nella maggior parte degli uomini e quindi, in senso più ampio, anche in quelli che governano e gestiscono il potere, da lui medesimo sviluppato egregiamente ad esempio in ‘Arancia Meccanica‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere la mia recensione di questo film). 

Ma c’è anche almeno un altro livello di lettura di questo film, scendendo dal generale della società al particolare di una singola coppia ed è quello rappresentato dai rapporti che nel corso del tempo possono portare marito e moglie, dall’iniziale passione, simbiosi e sincerità ad un atteggiamento di fredda cortesia ed ambiguità di convenienza (‘…sa qual è il vero fascino del matrimonio? È che rende l’inganno una necessità per le due parti…‘ dice uno che sembra intendersene al riguardo). Una coppia, quella costituita da Bill (Tom Cruise) e Alice (Nicole Kidman) che, vista dal di fuori, appare felice ed invidiabile mentre al suo interno sta vivendo una condizione di disagio e sofferenza in corso di accumulo, provocati forse dalla routine o dallo scemare progressivo dell’entusiasmo e poi dalla mancanza di dialogo. La coppia, com’è generalmente noto, è un caposaldo ed un pilastro della nostra società e cultura, legittimata civilmente di fronte a testimoni e spesso persino santificata davanti a Dio.

Come credo si sia già intuito, arrivati sin qui, sono molteplici perciò i piani di lettura che emergono in quest’opera, di natura intima, psicologica e sociologica ma nonostante ciò nulla impedisce allo spettatore meno disposto a scendere negli ambiti più profondi dei medesimi, di rimanere anche soltanto al livello più immediato e superficiale dello sviluppo della crisi che improvvisamente esplode nel rapporto fra Alice e Bill, in un contesto la cui evoluzione però porta il secondo ad invischiarsi in una vicenda dai connotati inquietanti, non solo per lui e la sua famiglia, ma dai risvolti persino misteriosi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere…

Film: ‘Café Society’

CAFE’ SOCIETY

Titolo Originale: Café Society

Nazione: USA

Anno: 2016

Genere: Commedia, Sentimentale

Durata: 96’ Regia: Woody Allen

Cast: Jesse Eisenberg (Bobby Dorfman), Kristen Stewart (Vonnie Sybil), Steve Carell (Phil Stern), Blake Lively (Veronica Hayes), Parker Posey (Rad Taylor), Jeannie Berlin (Rose Dorfman), Stephen Kunken (Leonard), Sari Lennick (Evelyn Dorfman), Ken Stott (Marty Dorfman), Corey Stoll (Ben Dorfman), Anna Camp (Candy), Paul Schneider (Steve), Sheryl Lee (Karen Stern), Tony Sirico (Vito), Max Adler (Walt), Don Stark (Sol), Gregg Binkley (Mike), Steve Rosen (Louis), Craig Walker (Moe), Anthony DiMaria (Howard Fox), Saul Stein (Danny), Penelope Bailey (Sig.ra Diamondstein), Lev Gorn (Eddie Diamondstein), Eric Rizk (Frank)

TRAMA: Bobby Dorfman è il figlio minore di una famiglia ebrea che vive a New York. Suo fratello Ben è un gangster che si è fatto strada senza farsi tanti scrupoli ed è diventato proprietario di un locale notturno. Bobby ha deciso di cercare fortuna nella west coast, attirato dalle prospettive di Hollywood dove suo zio Phil è diventato l’agente di molte star del cinema. Phil ha un lussuoso ufficio e possiede una splendida villa dove vive con la moglie e ospita tutto il meglio del jetset. Un telefonata della sorella Rose anticipa l’arrivo di Bobby, che è un ragazzo a modo, educato, sensibile e voglioso di mettersi alla prova. Lo zio lo accoglie però come un peso e lo affida alla segretaria Vonnie affinché lo introduca nell’ambiente ed intanto gli affida lo sbrigativo ruolo di fattorino. Bobby è rimasto incantata da Vonnie sin dal primo momento in cui gli è apparsa di fronte ed attende con impazienza l’arrivo del weekend per poterla rivedere. Non immagina ancora però che lei è l’amante di Phil. Siccome quest’ultimo è spesso in viaggio di lavoro, Vonnie e Bobby passano molto tempo assieme, non solo durante il fine settimana. A Bobby sembra di non aver mai incontrato una ragazza come Vonnie: bella, dolce, umile, simpatica e sensibile ed anche lei si trova molto a suo agio con lui, ma si nega quando Bobby tenta un approccio dicendogli genericamente che è già fidanzata con un giornalista. Phil ha promesso a Vonnie di lasciare la moglie ma poi non trova mai il coraggio di mettere in pratica il proposito. Nel frattempo Bobby ha guadagnato in stima, ha conosciuto alcuni personaggi che contano nell’ambiente del cinema e Phil lo ha promosso a leggere sceneggiature. Per festeggiare, propone a Vonnie una cena in un bel ristorante ma lei si offre di cucinare nella casa di lui. Bobby ha accettato ed imbandito la tavola a lume di candela quando riceve la telefonata di lei che si scusa di non poter mantenere l’impegno. In realtà Phil è tornato prima del tempo e l’ha invitata in un ristorante dove lei gli dona una lettera d’amore che aveva scritto Valentino, ma lui imbarazzato e addolorato, le confessa che ha deciso di lasciarla. Vonnie allora torna da Bobby in lacrime, raccontandogli di essere stata appena lasciata dal suo fidanzato e lui la consola, ma la notizia ovviamente non gli ha fatto granché dispiacere. Il loro rapporto ben presto s’intensifica ed infine Vonnie accetta la corte di Phil e quando lui le confida di essere rimasto deluso dell’attività che svolge a Hollywood e di rimpiangere la più semplice e pratica città di New York, proponendole di sposarlo ed andare a vivere con lui al Greenwich Village, dove si trovano tanti poeti ed artisti, lei sembra propensa ad accettare. Phil però ha infine deciso di lasciare la moglie e si confida con Bobby. Durante il colloquio capisce a sua volta che è Vonnie la donna con la quale Bobby sta progettando di tornare a New York. Nell’ufficio di Phil poco dopo Bobby scopre in bella mostra la lettera di Valentino ed allora anche lui capisce l’imbarazzante triangolo amoroso nel quale si trovano. Vonnie ora lavora al servizio accoglienza di un locale e quando Bobby la raggiunge e le chiede spiegazioni, lei gli rivela di aver deciso di sposare Phil. Bobby allora torna a New York da solo e accetta di lavorare nel locale del fratello Ben, che è diventato nel frattempo un punto di riferimento dei personaggi più in vista della città. Bobby se la cava molto bene nel nuovo ruolo d’intrattenitore ai tavoli e nel frattempo si è sposato con Veronica, che ha conosciuto proprio lì una sera e dalla loro unione è nata una bambina. Un giorno si presentano nel locale Phil e Vonnie, assieme ad una coppia di amici e Bobby, che non l’ha mai dimenticata, imbarazzato e per una volta stranamente poco loquace, nota come è cambiata nel frattempo negli atteggiamenti, che sono diventati snob come quelli che una volta lei stessa criticava. Vonnie però trova l’occasione per rivederlo separatamente dagli altri e lo invita a passare un pomeriggio assieme, dato che Phil ha intenzione di fermarsi a New York qualche giorno ed è sempre pieno d’impegni. Gli incontri fra loro si ripetono anche nei giorni successivi, come se fossero tornati indietro nel tempo e nonostante siano entrambi felicemente coniugati e le scelte di un tempo li abbiano portati a vivere vite separate, ammettono a vicenda di non aver mai smesso di pensare l’una all’altro. Ben, nel frattempo, è finito sulla sedia elettrica perché i suoi crimini sono stati scoperti. Ma fra Vonnie e Bobby la storia è davvero finita?  

VALUTAZIONE: nonostante abbia superato gli ottant’anni, Woody Allen non ha perso la voglia di fare cinema di qualità. In quest’opera sono riassunte tutte o quasi, come in un riepilogativo della sua carriera autoriale, le doti che lo contraddistinguono: la contrapposizione fra gli anni ruggenti di Hollywood e le atmosfere compassate di New York, i dialoghi brillanti, le battute fulminanti e l’ironia delle situazioni, l’eleganza formale delle scenografie e della fotografia, le immancabili note della musica jazz e la capacità di saper scegliere ogni volta gli interpreti ideali. Una garanzia insomma, con Kristen Stewart che entra di diritto nel novero dei personaggi che fanno innamorare, non solo il partner nella finzione scenica, ma anche lo spettatore. Un’opera godibilissima ed un’altra prova di gran classe da parte di un maestro della settima arte.

 ‘Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccherai…  

Dopo quasi cinquanta film da lui diretti in altrettanti anni circa, Woody Allen alla veneranda età di ottantatré primavere sembra ancora un giovanotto, perlomeno dal punto di vista autoriale e deve aver fatta sua la frase riportata qui sopra (ambiguità inclusa rispetto al banale significato letterale della stessa: ci avrà azzeccato il destinatario quando arriverà, ed è inevitabile, l’ultimo giorno? Oppure ci azzeccherà – a raggiungere i suoi obiettivi – lavorando ogni giorno come se fosse l’ultimo?), che Rose Dorfman (interpretata da Jeannie Berlin) scrive al figlio Bobby. Non solo, imperterrito, l’attore/regista newyorchese dirige ancora un film all’anno, ma non mostra neppure il minimo cedimento e continua a sfornare opere di ammirevole gusto estetico e di gradevole impianto narrativo. ‘Café Society‘ ne è il terzultimo esempio e sulle diverse interpretazioni degli eventi che si susseguono ha fissato il senso stesso della sua opera.

Il film ha inaugurato il Festival di Cannes del 2016 ed è il primo girato in digitale da Woody Allen. Inizia alla stregua di un romanzo: ‘C’era una volta…‘ e la voce fuori campo del narratore che presenta alcuni dei personaggi e l’ambientazione. Il mondo dorato di Los Angeles, abbinato a quello spesso frivolo del cinema Hollywoodiano, messo a confronto della più seriosa e compassata New York degli anni ruggenti post crisi del 1929 e che fanno da cornice ad una vicenda che contiene, come una sorta di riassunto autoriale, molti dei connotati tipici del cinema di Woody Allen e che ce lo hanno fatto apprezzare nel corso della sua lunga carriera. Che pure ha visto varie fasi, anche abbastanza lunghe e parecchio distanti fra loro, dal punto di vista stilistico, umorale e dei contenuti.

Basta scorrere velocemente la sua filmografia per rendersi conto del divario che corre, di genere e dal punto di vista dei toni fra opere come ‘Prendi i Soldi e Scappa‘, ‘Io e Annie‘, ‘Interiors‘, ‘Manhattan‘, ‘La Rosa Purpurea del Cairo‘, ‘Alice‘, ‘Accordi e Disaccordi‘, ‘Match Point‘ e ‘Midnight in Paris‘ (clicca sui titoli di diverso colore se vuoi leggere il mio commento al film relativo) e persino quella in oggetto, con l’attore/regista capace di svariare dal comico, alla satira; dalla commedia, al dramma; dallo psicologico/cerebrale, al giallo/thriller, senza però mai eccedere in posizioni troppo esagerate e pretenziose. Sempre però fedele ad una costante, ovvero la battuta fulminante, che riesce a sintetizzare, in una o poche parole, pensieri e considerazioni anche molto profonde, oppure a cogliere con ironia alcune contraddizioni sociali e caratteriali, nelle quali prevale di volta in volta la nota amarognola, quella beffarda, quella geniale, senza però mai scendere sul piano del volgare oppure dell’esasperazione ideologica.

Un’altra inconfondibile caratteristica del cinema di Woody Allen è quella di saper cogliere il lato satirico di eventi e situazioni che nei fatti sono invece di solito molto seri, di origine sociologica o religiosa, o peggio ancora addirittura drammatici, non esclusi persino quelli di natura criminale. Mi riferisco, ad esempio e nel caso dell’opera in oggetto, a come il regista newyorchese riesca con ammirevole sintesi tragicomica, a rappresentare, senza mai sottovalutarne, o peggio ancora sminuirne, gli aspetti più deteriori, i tratti caratteriali di Ben, il fratello maggiore del protagonista Bobby ed i momenti più sanguinosi contenuti nella trama che riguardano almeno due omicidi a sangue freddo ed altrettanti assassinii che si concludono con la sparizione dei cadaveri sotto una colata di asfalto del manto di una strada in costruzione.

Bobby e Ben rappresentano, fra l’altro, due estremi caratteriali all’interno della stessa famiglia di origine ebrea, che però non si scontrano mai fra loro, quasi fossero in fondo complementari l’uno all’altro. Di certo Bobby, che è un giovane onesto e di belle speranze, sensibile e dolce, con lo sguardo da ‘cervo abbagliato dai fari…‘, come gli sussurra ad un certo punto e con il sorriso sulle labbra la bella Vonnie, non è così ingenuo da ignorare che genere di attività svolge il fratello ed in che modo sia riuscito a diventare proprietario di un locale che presumibilmente ha richiesto l’investimento di tanti bei bigliettoni verdi, come spesso vengono definiti nel gergo i dollari.

Anche la madre Rose, qualche dubbio ce l’ha eccome sulle attività del figlio, ma quando Ben le regala millecinquecento dollari, quasi si trattasse di pochi spiccioli e spillandoli quasi distrattamente dal robusto mazzo di banconote che tiene in tasca, perché lei e il marito vadano a trascorrere una vacanza in Florida, lei fedele al motto che ‘…ci sono domande di cui non vuoi sapere la risposta…‘, le bastano due parole di rassicurazione del figlio perché non li rifiuti affatto, facendo finta di credere che siano il prodotto di un’attività lecita. Convivono spesso quindi nel cinema di Woody Allen la cruda realtà e la caricatura della stessa…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro: ‘Dracula (1897)’ e Film: ‘Nosferatu il Vampiro (1922)’ – ‘Nosferatu, Principe della Notte (1979)’ – ‘Dracula di Bram Stoker (1992)’

DRACULA

Di Bram Stoker

Anno di 1^ Edizione 1897; 1^ Edizione Italiana 1922

Pagine 624, Costo € 8,08

Ed. Giunti (collana ‘Y Classici’)

Traduttrice: Marianna D’Ezio

NOSFERATU IL VAMPIRO

Titolo Originale: Nosferatu, eine Symphonie des Grauens

 Nazione: Germania

Anno:  1922

Genere: Horror, Allegoria

Durata: 84’ Regia: Friedrich Wilhelm Murnau

Cast: Gustav von Wangenheim (Hutter), Max Schreck (Conte Orlok), Greta Schröder (Ellen Hutter), Alexander Granach (Knock), Georg H. Schnell (Harding), Ruth Landshoff (Annie), John Gottowt (Professor Bulwer), Gustav Botz (Dottor Sievers), Max Nemetz (Capitano del Demeter), Wolfgang Heinz (Primo Marinaio), Albert Venohr (Secondo Marinaio), Guido Herzfeld (Oste), Hardy von Francois (Medico dell’Ospedale)

NOSFERATU, PRINCIPE DELLA NOTTE

Titolo Originale: Nosferatu: Phantom der Nacht

 Nazione: Germania, Francia

Anno:  1979

Genere: Horror

Durata: 107’ Regia: Werner Herzog

Cast: Klaus Kinski (Conte Dracula), Isabelle Adjani (Lucy Harker), Bruno Ganz (Jonathan Harker), Roland Topor (Renfield), Walter Ladengast (Dr. Van Helsing), Carsten Bodinus (Schrader), Martje Grohmann (Mina), Dan Van Husen (Guardiano), Jan Groth (Comandante del Porto), Ryk de Gooyer (Funzionario), Clemens Scheitz (Ufficiale Giudiziario), Lo van Hensbergen (Ispettore), John Leddy (Cocchiere), Margiet van Hartingsveld (Donna di Servizio), Jacques Dufilho (Capitano)

DRACULA DI BRAM STOKER

Titolo Originale: Bram Stoker’s Dracula

 Nazione: USA

Anno:  1992

Genere: Horror, Sentimentale

Durata: 122’ Regia: Francis Ford Coppola

Cast: Gary Oldman (Vlad Ţepeş/Dracula), Winona Ryder (Mina Murray Harker/Elisabeta), Anthony Hopkins (prof. Abraham Van Helsing/Sacerdote Cesare/Narratore), Keanu Reeves (Jonathan Harker), Richard E. Grant (Dott. Jack Seward), Cary Elwes (Lord Arthur Holmwood), Bill Campbell (Quincey P. Morris), Sadie Frost (Lucy Westenra), Tom Waits (Thomas Renfield), Monica Bellucci (Prima Sposa di Dracula), Michaela Bercu (Seconda Sposa di Dracula), Florina Kendrick (Terza Sposa di Dracula), Jay Robinson (Sig. Hawkins), I.M. Hobson (Hobbs), Laurie Franks (Serva di Lucy), Maud Winchester (Serva), Octavian Cadia (Diacono), Robert Getz (Sacerdote), Dagmar Stanec (Suor Agatha), Eniko Oss (Suor Sylvia), Daniel Newman (Strillone)

TRAMA: A Jonathan Harker il suo datore di lavoro Hawkins affida l’incarico di recarsi in Transilvania perché lo sconosciuto ma facoltoso conte Dracula vorrebbe acquistare una dimora a Londra, dove ha intenzione di trasferirsi. Hawkins ritiene che possa fare al caso del cliente un’antica villa con una cappella sconsacrata e vasto giardino intorno, adiacente proprio all’abitazione di Jonathan. Il quale sta per sposarsi con Mina Murray, ma preoccupata per la distanza e le dicerie riguardo il luogo di destinazione, vorrebbe che il fidanzato declinasse il compito, mentre dal canto suo le prospettive di un lauto guadagno spingono Jonathan a partire senz’altro indugio. Il viaggio è lungo ed all’arrivo in Transilvania scopre che la superstizione degli abitanti locali è molto forte. Il solo pronunciare il nome di Dracula evoca paure ed allusioni raccapriccianti. Convinto che si tratta soltanto di dicerie, Jonathan prosegue il suo viaggio, ma quando giunge al castello e si trova di fronte al conte, si rende conto troppo tardi che la sua peggiore fama è veritiera. Dracula è davvero un essere immondo che di notte si nutre con il sangue alle sue vittime e di giorno giace dentro una bara, al riparo dalla luce. Non solo, assoggettate e sue complici, nel castello ci sono anche tre giovani donne vampiro. Jonathan non sa se ritenersi vittima di un incubo oppure di un infernale incantesimo. Perciò scrive ogni giorno un resoconto su un diario, perché possa essere utile anche a futura memoria, avendo inteso con terrore di essere prigioniero e vittima sacrificale del conte. Dracula lo costringe nel corso di un mese a scrivere lettere rassicuranti a Hawkins e Mina ed intanto si prepara a partire, nascosto dentro una delle cinquanta bare piene di terra da trasportare per nave fino a Londra. Jonathan si rende conto con raccapriccio di ciò che sta per accadere in Inghilterra se Dracula riuscisse nel suo proposito e cerca il modo di fuggire per anticiparlo, lanciare l’allarme ed impedirgli di attraccare. Mina intanto è andata a Whitby, una località sul mare, ospite della sua amica Lucy, che è contesa da ben tre pretendenti: lo psichiatra John Seward, il ricco texano Quincey P. Morris e Arthur Holmwood, prossimo a diventare Lord Godalming alla morte del padre. Quest’ultimo è il prescelto e Seward, per lenire la delusione amorosa, si concentra a tempo pieno nella sua professione, in particolare sul paziente R.M. Renfield che mostra stranissimi comportamenti alimentari ed accenna ad un ‘maestro che sta per venire’. Jane soffre di sonnambulismo e Mina si ritrova a vegliare su di lei perché non corra pericoli. Una terribile tempesta spinge la nave che trasporta le bare proprio nel porto di Whitby, seppure a bordo non c’è traccia dei marinai ed il comandante si è legato al timone prima di morire. Sul diario di bordo ha riportato la scomparsa, uno alla volta, dei suoi marinai, alcuni dei quali sostenevano di aver visto una terrificante figura sotto coperta. Un cane rabbioso intanto è fuggito dalla nave appena giunta in porto e Lucy, una notte che è affetta un’altra volta da sonnambulismo, esce addirittura di casa come seguisse un richiamo e diventa vittima del vampiro. Jonathan intanto è riuscito in maniera rocambolesca a fuggire dal castello e si trova, febbricitante ma salvo, in un convento di suore a Budapest. Mina riceve una lettera da una certa suor Agata che la invita a raggiungerlo ed appena si riprende, si sposano. Lucy invece è diventata sempre più debole ed il Dottor Seward, chiamato al suo capezzale, non trovando una causa evidente ad una così grave anemia, invia una richiesta di aiuto al professor Van Helsing di Amsterdam, suo mentore, il quale accorre immediatamente. Quest’ultimo ben presto intuisce la verità, ma nonostante alcune trasfusioni ed accorgimenti messi in atto affinché Dracula non possa più avvicinarsi a lei, infine Lucy viene vampirizzata in maniera letale assieme alla vecchia madre. Lucy in realtà è diventata una ‘non morta’ e fra l’incredulità di Seward, Quincey e del disperato Howard Goldaming, il professore Van Helsing li convince ad agire immediatamente, specie dopo aver letto sul giornale la notizia che alcuni bambini sono misteriosamente scomparsi nelle adiacenze del cimitero dove giace anche la tomba di Lucy. Così, dopo avere avuto riprova visiva della nuova natura di Lucy, i quattro uomini bloccano la sua tomba ed il giorno seguente, guidati dal professore, liberano l’anima della povera ‘non morta’, piantandole un paletto nel petto e mozzandole la testa. Dopo aver letto il diario di Lucy e la sua corrispondenza con Mina, Van Helsing si mette in contatto con la sua amica e Jonathan, così ha modo di leggere anche i diari di quest’ultimo. In essi risulta evidente che Dracula non è più in Transilvania ma è giunto in Inghilterra. Si tratta quindi di unire le loro forze per contrastarlo e distruggerlo, anche se ciò significa mettere a repentaglio le loro stesse vite. Il compito è difficile, rischioso e lungo. Inizia a Londra ma prosegue sino al castello in Transilvania, dove Dracula cerca di trovare rifugio e dove però bisogna fare i conti anche con i suoi  terribili alleati: le tre donne vampiro ed i lupi che rispondono ai comandi del loro padrone.  

VALUTAZIONE: un classico della letteratura fantastica che ha impressionato ed affascinato generazioni di intemerati appassionati e non, strutturato come un romanzo epistolare a più soggetti coinvolti. Nella mirabile prima versione cinematografica di Murnau il racconto ha assunto anche forti connotazioni allegoriche sulla nascente repubblica di Weimar e la deriva nazista. Il remake, quasi letterale nella trama, diretto egregiamente oltre cinquant’anni dopo da Herzog, ne riprende la vena espressionista e ne suggerisce inoltre le componenti esistenziali e sensuali. La trasposizione ultima di Coppola invece, permeata da uno stile marcatamente gotico, esalta i temi romantici della figura del più famoso vampiro della storia letteraria, con una fortissima carica sentimentale ed erotica. In ogni caso, un personaggio che, piaccia o no, impressionante o no, sintetizza metaforicamente le paure dell’uomo sull’ignoto, le sue ataviche ossessioni sull’aldilà in assenza della fede ed il timore di restare infine eternamente costretto a mezza strada fra la vita e la morte, senza speranze, calore ed amore.

Non so le generazioni ultime, ma perlomeno la mia e quelle immediatamente precedenti e successive credo siano state fortemente impressionate dalla figura fantastica ed inquietante di Dracula, uscita dalla penna di Bram Stoker, il quale con l’opera omonima, a detta di molti, ha realizzato il suo capolavoro letterario ed ha ispirato in campo cinematografico numerose versioni incentrate sulla figura del celeberrimo vampiro, in epoche anche molto distanti fra loro e con risultati e stili profondamente diversi. La stessa trama descritta qui sopra si riferisce al romanzo, perché nei tre film presi a campione, fra i molti realizzati a proposito del famigerato conte, le divagazioni, le modifiche, anche sostanziali e persino le interpretazioni o premonizioni storiche in forma di allegoria, sono molteplici.

…Sua moglie ha un bellissimo collo…‘ (da ‘Nosferatu il Vampiro‘ di F.W. Murnau)

Su Youtube è interamente visibile l’opera muta ma tuttora sorprendentemente affascinante, che il regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau ha realizzato nel 1922, con Max Schreck nei panni del conte Orlok. Un film che, rivisto oggi e nonostante sia passato quasi un secolo dalla sua realizzazione, colpisce ancora per l’eleganza formale, l’equilibrio e l’efficacia narrativa, le atmosfere inquietanti, le puntuali didascalie, la tecnica di ripresa ed il gusto della prospettiva. Anche se il regista abbia dovuto necessariamente sintetizzare, oppure sorvolare, alcuni aspetti narrativi del romanzo, aggiungendone però altri non meno intriganti e significativi. Un libero adattamento, come suol dirsi.

E pensare, che soltanto un miracolo ha consentito a questa pellicola di giungere sino ai nostri giorni perché, seppure Murnau abbia usato nomi e luoghi diversi da quelli del romanzo, per non essere costretto a pagare i diritti relativi, come sostengono alcuni; oppure perché gli eredi di Stoker non gli volevano concedere l’autorizzazione a girare il film, dicono altri; la causa che gli stessi gli hanno intentato, per le evidenti analogie della pellicola con il racconto scritto, si è conclusa con una condanna della stessa al rogo. Solo poche copie, inclusa una, per fortuna nascosta e conservata dallo stesso Murnau, sono giunte sino a noi e ci permettono di poterne ammirare l’espressività delle sequenze ed il loro evidente significato allegorico, al di là delle ragioni insite nel contenzioso. Quella proposta qui di seguito, sembra la versione più completa, posseduta da un collezionista tedesco, Jens Guetebrueck, a differenza di altre che durano dieci ed anche venticinque minuti di meno. 

Sulla figura di Dracula, come accennavo precedentemente, la cinematografia conta molte versioni e tipologie: da ‘Dracula‘ di Tod Browking, interpretato da Bela Lugosi del 1931, a ‘Vampyr‘ di Carl Theodor Dreyer del 1932, che completano con il ‘Nosferatu‘ di Murnau una trilogia, la prima sul tema dei vampiri; dalla celebre serie della casa cinematografica di produzione inglese Hammer che in ‘Dracula il Vampiro‘ del 1958 e ‘Dracula, Principe delle Tenebre‘ del 1966, inframmezzate da alcune altre opere sullo stesso soggetto, vede emergere la statuaria figura di Christopher Lee; alla rappresentazione ironica di Roman Polanski in ‘Per Favore, Non Mordermi sul Collo!‘ del 1968 e via di questo passo. Insomma, a voler approfondire il tema, c’è da perdercisi, sia nel cinema che in letteratura, sino ad arrivare a forme più popolari, sentimentali e decisamente ‘aggiustate’ nelle specifiche vampiresche, incluse evidenti finalità commerciali, della serie di romanzi ‘Twilight‘ di Stephenie Meyer, trasposta a sua volta al cinema, oppure a caratterizzazioni grottesche come il nostrano ‘Fracchia contro Dracula‘ di Neri Parenti del 1985.

Nosferatu è un nome che ha varie origini: dallo slavo ‘nosufur-atu‘, a sua volta derivante dal greco ‘nosophoros‘ che significa ‘portatore di calamità‘, al rumeno ‘nesuferitu‘ riferito ad una persona maledetta. Bram Stoker nel suo romanzo utilizza ampi cenni storici per collocare l’origine del personaggio di Dracula, che il regista Francis Ford Coppola ha poi in parte ripreso, adattandoli a sua volta. La zona di origine viene così descritta da Jonathan Harker nel suo diario, durante il viaggio in treno per raggiungere il castello del conte Dracula: ‘… si trova all’estremità orientale del paese, al confine fra tre stati, la Transilvania, la Moldavia e la Bucovina, proprio al centro dei monti Carpazi: si tratta di una delle zone più selvagge e meno conosciute di tutta l’Europa…‘. E riguardo le popolazioni che le abitano, così prosegue, a riassumere le informazioni che ha raccolto prima di partire: ‘…gli abitanti della Transilvania appartengono a quattro nazionalità diverse tra loro: a sud si trovano i Sassoni, mescolati ai Valacchi, che a loro volta discendono dai Daci. Poi ci sono i Magiari a ovest e i Siculi d’Ungheria sia a est che a nord. È lì che sono diretto, tra i Siculi ungheresi, i quali sostengono di essere i discendenti di Attila e degli Unni…‘.

Lo stesso conte poi completa il quadro etnico vantando origini che risalgono addirittura ai vichinghi: ‘…proprio qui, nel crogiolo dei popoli d’Europa, la tribù degli Ugri ha portato con sé dall’Islanda lo spirito ribelle ricevuto da Thor e Odino e i loro feroci guerrieri ne hanno dato prova con incredibile violenza su tutte le coste d’Europa e oltre, fino in Asia e in Africa, al punto che trovandoseli di fronte le popolazioni locali pensavano che fossero arrivati i lupi mannari…‘. Per chiudere infine il cerchio d’ispirazione genealogica dicendo che: ‘…i Siculi d’Ungheria, e con loro i Dracula che sono il sangue che fa battere il loro cuore, e i loro cervelli, e le loro spade, possono ben vantare gli onori di gesta che stirpi cresciute troppo in fretta come gli Asburgo e i Romanov non potranno mai eguagliare. I giorni della guerra sono finiti. Il sangue è troppo prezioso in questi tempi di pace senza onore, e la gloria delle grandi casate ormai è solo una storia già raccontata…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Serie TV: ‘Big Little Lies – Piccole Grandi Bugie’

BIG LITTLE LIES – PICCOLE GRANDI BUGIE  (Serie TV)

Titolo Originale: Big Little Lies

Nazione: USA

Anno: 2017

Genere: Commedia, Drammatico, Thriller

Durata: 60′ circa per ogni puntata (8 nella Prima Stagione)

Regia: Jean-Marc Vallée

Cast: Reese Witherspoon (Madeline Martha Mackenzie), Nicole Kidman (Celeste Wright), Shailene Woodley (Jane Chapman), Alexander Skarsgård (Perry Wright), Laura Dern (Renata Klein), Adam Scott (Ed Mackenzie), Zoë Kravitz (Bonnie Carlson), James Tupper (Nathan Carlson), Darby Camp (Chloe Mackenzie), Jeffrey Nordling (Gordon Klein), Kelen Coleman (Harper Stimson), Larry Sullivan (Oren), Iain Armitage (Ziggy Chapman), Kathryn Newton (Abigail Carlson), Chloe Coleman (Skye Carlson), Cameron Crovetti (Josh Wright), Nicholas Crovetti (Max Wright), Ivy George (Amabella Klein), Santiago Cabrera (Joseph Bachman), Kathryn Kavari (Samantha), Merrin Dungey (Detective Adrienne Quinlan)

TRAMA: Madeline, Celeste, Jane, Renata e Bonnie, accompagnano i loro figli per la prima volta a scuola a Monterey, rinomata cittadina della California. In buona parte vivono in ville lussuose sulla spiaggia o poste un po’ più in alto nella costa prospiciente il mare. Fra alcune di loro c’è competizione, sia in ambito privato che all’interno della comunità ed istituzioni locali. Jane è l’ultima arrivata, con il figlio Ziggy, nato da uno stupro, avvenuto nel corso di una notte nella stanza di un motel da parte di un uomo che si è rivelato un mostro, anziché concludere un rapporto sessuale consenziente e poi si è dileguato. Jane offre un passaggio a Madeline, che ha avuto uno spiacevole imprevisto lungo la strada e grazie a lei conosce anche Celeste ed altre mamme di quella comunità. All’uscita dei bimbi, a conclusione della prima giornata di scuola, Ziggy viene però accusato da Amabella, figlia di Renata, di averla aggredita. Ziggy nega e sua madre lo difende, mentre Renata sostiene l’accusa della figlia e gli altri bimbi non si pronunciano. Si crea in tal modo una spaccatura fra chi parteggia per Madeline, che prende le parti di Jane e chi per Renata, già rivali a prescindere da questo episodio, avendo entrambe caratteri molto forti, mentre altre mamme si mantengono per il momento equidistanti, in attesa di sviluppi e chiarimenti. Le stesse insegnanti e dirigenti scolastici tentano di andare a fondo dell’accaduto e costringono Jane ad accettare di affidare Ziggy alle valutazioni di una psicologa che però lo considera un bimbo dolce, intelligente e persino più maturo della sua età. Mentre fra Madeline, Celeste e Jane cresce l’amicizia e si ritrovano spesso nel bar di Oren al porticciolo di Monterey. Jane rivela loro la violenza subita, che l’angoscia ancora e per la quale vorrebbe vendicarsi, ma Renata non l’ha mandata giù e per mettere in difficoltà Madeline, cerca di convincere il sindaco a non concederle il visto per una rappresentazione teatrale da lei prodotta per la scuola, perché contiene alcuni espliciti riferimenti sessuali. I rapporti fra queste donne ed i rispettivi partner non sono a loro volta idilliaci. Se Renata si sente incompresa dal marito Gordon e vive con crescente rabbia ed apprensione lo spiacevole episodio accaduto alla figlia; Celeste subisce le voglie sessuali del marito Perry, che si eccita soprattutto quando la prende con violenza dopo un litigio ed è per giunta gelosissimo, sino al punto di aggredirla con banali pretesti. Madeline infine è separata dal marito Nathan e vive con Ed, che è un brav’uomo e con il quale va d’accordo ma senza particolare entusiasmo. Dal matrimonio con Nathan è nata Abigail che oramai è più che adolescente e con la quale Madeline litiga di frequente, al punto che la figlia decide di andare a vivere con il padre e Bonnie, suscitando la gelosia della madre. Celeste convince Perry ad andare assieme da una psicologa ma durante la seduta entrambi non si aprono e minimizzano i conflitti fra loro. La psicologa intuisce ugualmente la realtà e suggerisce a Celeste, in separata sede ed approfittando dei continui viaggi di lavoro di Perry, di prepararsi ad una separazione, affittando un appartamento dove rifugiarsi con i due figli. Nel frattempo la verità viene fuori e Ziggy rivela alla madre, venendo meno ad una promessa, che l’autore delle aggressioni ad Amabella è Max, uno dei due gemelli di Celeste, che evidentemente imita in tal modo il padre. Mentre Madeline si lascia andare ad un rigurgito di una passata liaison con Joseph, il regista dello spettacolo, della quale si è già pentita ed ha scoperto, navigando in Internet, la probabile identità dell’aggressore di Jane che quest’ultima intende quindi incontrare per vendicarsi, Celeste si convince che è arrivato il momento di lasciare Perry. Il quale però ha scoperto le sue intenzioni e l’aggredisce violentemente un’altra volta. Pochi giorni prima Celeste, che prima di seguire Perry era un promettente avvocato, ha aiutato in modo decisivo Madeline a convincere il sindaco a dare il visto per lo spettacolo teatrale. Alla rappresentazione però spiccano i posti rimasti vuoti per Celeste ed il marito. Subito dopo segue la festa notturna della scuola che vede la presenza di tutti i genitori. Celeste non ha potuto partecipare a causa della violenza subita da Perry, ma fugge dall’auto nella quale quest’ultimo cercava di convincerla per l’ennesima volta sul pfroposito di cambiare atteggiamento, pur di salvare il loro matrimonio e raggiunge a piedi il luogo della riunione, seguita però a poca distanza dal marito medesimo, evidentemente alterato. Nella confusione, Bonnie nota l’atteggiamento aggressivo di Perry verso Celeste e quindi lo segue mentre quest’ultima sta raggiungendo Jane, Madeline e Renata che si erano precedentemente appartate nel giardino dove si svolge la manifestazione. Fra di loro è in atto una sorta di ‘coming out’, un attimo prima di una sorprendente rivelazione e che avvenga l’evento drammatico anticipato da una serie di testimonianze flash succedute nel corso di tutte le precedenti puntate, conclusosi con la morte di una persona sulla quale sta indagando la polizia. Una storia che è stata perciò un lungo flashback prima del tragico finale.

VALUTAZIONE: girata fra scenari naturali di grande fascino e suggestione, ‘Big Little Lies‘ è una Serie TV che esplora in profondità la psicologia di alcune donne appartenenti in gran parte alla ‘upper class‘ di Monterey in California. Le quali sono coinvolte, seppure ognuna in maniera diversa, in problematiche relazionali che degenerano in qualche caso in risvolti drammatici. Le bugie, piccole o grandi che siano, sono una prassi per loro, grazie alle quali cercano di negare o minimizzare le frustrazioni, che sono di origine familiare oppure sociale. A volte si tratta di banalità, di semplice desiderio di affermazione, altre invece di ben più grave violenza psicologica e fisica che le costringe a fare i conti con la verità e la cruda realtà. Il regista Jean-Marc Vellée, già apprezzato nella successiva Serie TV ‘Sharp Object‘, riesce anche in questo caso ad evitare la deriva nella retorica tipica degli uomini che parlano delle donne. La storia inizia come una commedia, poi volge al dramma ed infine vira sul thriller, con un finale concluso. I premi ricevuti hanno però suggerito agli autori di girare anche una seconda stagione, ancora inedita in Italia e pare addirittura stiano pensando ad una terza.   

Era apparso chiaramente durante la recente visione della Serie TV ‘Sharp Object‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento), che il regista Jean-Marc Vallée ha del talento e soprattutto una particolare predilezione per l’analisi in profondità della psicologia femminile sulla quale, ancora più che nell’opera successiva, questa trasposizione del romanzo scritto da Liane Moriarty gli ha permesso d’indagare, perlomeno nella limitata ma significativa comunità di questa storia, ambientata a Monterey in California, che può diventare a sua volta metafora di un più vasto campione.

Devo però confessare in tutta onestà che avevo provato tempo fa ad iniziare ‘Big Little Lies‘ ma forse non era la serata giusta e la prima mezzora della puntata iniziale mi aveva fatto un’impressione molto diversa, come se si trattasse di una stucchevole soap-opera fra casalinghe ricche, annoiate e frustrate, troppo benestanti e snob per appassionarmi e quindi avevo lasciato perdere. Una sottovalutazione indubbiamente superficiale, determinata anche dal fatto che, e lo dico solo a parziale scusante, analogamente all’opera successiva, anche questa comincia prendendola un po’ alla larga, per così dire, come una commedia apparentemente un po’ frivola. La quale vira però poco dopo su toni più intensi e drammatici che scivolano infine persino sul genere thriller, inserendo nel frattempo interessanti tematiche di natura relazionale e sociologica. In particolare quella particolarmente attuale e sentita della violenza sulle donne, in varie ma comunque sempre subdole e brutali forme.

Tutte le puntate iniziano mostrando il ponte Bixby Bridge, detto anche il Golden Gate del Big Sur, lungo la strada panoramica Highway 1 o Pacific Coast Highway, nella zona della Baia di Monterey, fra San Francisco e Loas Angeles, molto frequentata e fotografata dai turisti che la percorrono. E proprio a Monterey e dintorni, nota per i suoi edifici storici in stile coloniale, la riserva marina ed il circuito automobilistico e motociclistico di Laguna Seca, è ambientata la Serie TV ‘Big Little Lies‘ con l’aggiunta, come suffisso, del titolo nostrano tradotto in ‘Piccole Grandi Bugie‘ nel quale i due aggettivi sono stranamente invertiti rispetto all’originale. Eppure, ad essere pignoli ma anche ad onore del vero, dire ‘Grandi Piccole Bugie‘, non è esattamente equivalente a ‘Piccole Grandi Bugie‘ perché, in un caso sembra quasi che le bugie da grandi diventino piccole e nell’altro invece esattamente il contrario.

Comunque sia, la Serie TV è incentrata sulle figure di tre + due donne, per ragioni di feeling fra loro e di reciproca solidarietà: cioè Madeline, Celeste e Jane, più Renata e Bonnie, anche se ognuna di loro, eccetto Jane, è sposata o convive con il corrispondente partner maschile. A parte però il violento Perry, marito di Celeste, nessuno di loro si dimostra caratterialmente in grado di competere con la sua compagna in quanto a personalità e determinazione: perciò o si fanno da parte per quieto vivere, oppure perché sottovalutano o ritengono esagerate le reazioni, a volte anche scomposte, delle loro donne; altrimenti perché proprio non riescono a stare al loro passo ed assumono perciò atteggiamenti passivi, almeno sinché il loro coinvolgimento diventa inevitabile.

Perry è un caso a parte perché, pur ammettendo lui stesso di non ritenersi all’altezza della moglie Celeste (ed in effetti è proprio così, nonostante lui sia un banchiere e lei un ex avvocato che si è adattata a fare la casalinga), per colmare la distanza la mette sul piano fisico e della gelosia, entrambi però in modo esasperato. Poco conta quindi che egli sia un uomo di successo sul lavoro che vive in una società evoluta e matura dal punto di vista culturale e dei costumi, perché evidentemente non riesce a controllare i suoi peggiori e primitivi istinti. E’ facile concludere che Perry soffre di qualche patologia psicologica perché seppure sia sposato con una donna molto avvenente (interpretata da un’ancora splendida Nicole Kidman) ed abbiano avuto due gemelli, non riesce a conciliare il sesso se non è alimentato dalla supremazia fisica che tende sempre più spesso a sfociare in violenza vera e propria.

Madeline è un po’ la figura attorno alla quale ruotano tutte le altre. E’ una donna piena di energia ed iniziativa, solo apparentemente forte e sicura in se stessa, ma che in realtà è preda continuamente di dubbi ed incertezze, nonostante agli occhi degli altri sembra una figura energica, carismatica  e persino temibile all’interno della sua comunità. Si è separata dal marito Nathan, ma con il suo nuovo compagno Ed, che pure stravede per lei, riesce a far sesso soltanto raramente. Lei dice perché è stanca essendo presa da innumerevoli impegni. In realtà perché non prova per lui lo stesso coinvolgimento fisico che le suscitava prima Nathan. Ha dell’affetto nei confronti di Ed, ma nulla di più, tant’è che cede persino a Joseph, l’intraprendente regista dello spettacolo teatrale che ha organizzato per la scuola, pur pentendosene poi. Con la figlia Abigail i rapporti non sono migliori: c’è il tipico contrasto e rivalità fra madre e figlia che sta per diventare donna. Anche nei confronti di Bonnie, la nuova compagna di Nathan, nutre del risentimento, specie quando Abigail decide di andare a vivere con lei ed il padre e Madeline si sente perciò come espropriata del suo ruolo di madre. La rivalità che prova nei confronti della coppia Nathan/Bonnie si riflette anche su Ed, il quale si ritrova a sua volta in competizione con Nathan, ritenendo che non si mai del tutto concluso il rapporto e l’ex moglie perché lei si sente ancora attratta...(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘I 4 Figli Di Katie Elder’

I 4 FIGLI DI KATIE ELDER

Titolo Originale: The Sons of Katie Elder

 Nazione: USA

Anno:  1965

Genere: Western

Durata: 122’ Regia: Henry Hathaway

Cast: John Wayne (John Elder), Dean Martin (Tom Elder), George Kennedy (Curley), Michael Anderson Jr. (Bud Elder), Martha Hyer (Miss Mary Gordon), Dennis Hopper (Dave Hastings), Earl Holliman (Matt Elder), Jeremy Slate (Vice-sceriffo Ben Latta), Paul Fix (Sceriffo Billy Wilson), James Gregory (Morgan Hastings), Strother Martin (Jeb Ross), Sheldon Allman (Harry Evers), John Litel (Minister), Strother Martin (Jeb Ross), James Westerfield (Mr. Vennar)

TRAMA: In occasione del funerale di Katie Elder a Clearwater si ritrovano dopo molto tempo i suoi quattro figli, il più anziano dei quali è John, un pistolero e l’ultimo, Matt, è ancora molto giovane. Katie era una donna indipendente ed altruista, capace e stimata da tutti, che ha pensato persino di mettere da parte i soldi per il suo funerale, per non pesare su nessuno. Il ranch che un tempo era di proprietà degli Elder è però finito in mano del cinico Morgan Hastings, il quale lo ha trasformato nel frattempo in un negozio di armi, espandendo le sue proprietà terriere in previsione di una futura speculazione nella zona. Sembra che il padre dei quattro figli si sia giocato a carte il suo ranch, mentre era sbronzo come suo solito e la stessa notte è rimasto ucciso in circostanze mai chiarite. Katie però non aveva messo al corrente i figli dell’accaduto, onde evitare che potessero mettersi nei guai per farsi giustizia. John insospettito dalle reticenze dello sceriffo Billy, inizia ad indagare assieme al fratello Tom e fra l’altro scoprono che la madre si era messa in contatto con un allevatore di cavalli e l’aveva così positivamente colpito, da accettare di affidarle a credito una mandria di duecento capi. Il suo obiettivo era quello di rivenderli per trovare i soldi necessari per mantenere agli studi il figlio Matt. L’affare però non è mai andato a buon fine perché Katie è morta nel frattempo ed allora i figli, per onorarne la memoria, propongono allo stesso allevatore di portare a termine l’impresa. Nel frattempo Hastings ha assoldato un killer, Curley, temendo la reazione di John. Lo sceriffo, preoccupato che s’inneschi una escalation di violenza, vorrebbe che quest’ultimo se ne andasse al più presto, mentre il vice sceriffo Jeremy è giovane e impulsivo ed ha scoperto che Tom Elder è ricercato per omicidio. Per evitare una sparatoria, il vecchio sceriffo Billy si reca lui stesso a casa degli Elder per arrestare Tom, ma Hastings coglie l’occasione per tendere un agguato a quest’ultimo, uccidendolo proprio davanti alla casa dei fratelli Elder. I quattro fratelli però nel frattempo sono andati a ritirare la mandria dei cavalli e quindi non erano in casa quando è avvenuto l’assassinio. In paese l’uccisione dello sceriffo crea sconcerto e collera fra gli abitanti, aizzati da Morgan Hastings. Viene così organizzata una battuta, durante la quale i quattro fratelli sono raggiunti e facilmente costretti ad arrendersi, anche perché all’oscuro dalle accuse per la morte dello sceriffo. Condotti in carcere nella stessa Clearwater, subiscono le invettive della folla riunita fuori, nella quale monta sempre più la rabbia ed il desiderio che venga fatta giustizia. Per evitare che l’assembramento si trasformi in un linciaggio, il vice sceriffo Jeremy si convince infine a condurre i prigionieri a Laredo perché siano giudicati dallo sceriffo della contea. Hastings però non è della stessa idea e punta ad eliminare definitivamente i fratelli Elder e con essi gli ostacoli alle sue ambizioni. Organizza perciò un agguato che però non ottiene i risultati sperati, perché John, intuito cosa sta per succedere, riesce a saltare per tempo dal carro dove è seduto incatenato con i fratelli e bloccato appositamente su un ponticello lungo un corso d’acqua, un attimo prima che un’esplosione con la dinamite lo faccia crollare. Ne consegue una sparatoria, con il vice sceriffo, rimasto all’oscuro della trama, che viene disarmato dagli uomini di Hastings e poi ucciso dallo stesso sotto gli occhi impietriti del figlio Dave. Jeremy infatti, avendo inteso di essere stato vittima di un raggiro, stava per unirsi alla difesa dei quattro fratelli. I quali sono riusciti ad impossessarsi di una cassa di armi e rispondono al fuoco da dietro le macerie del ponte crollato. Bud Elder però è rimasto ucciso a causa dello scoppio ed anche il killer Curlin viene colpito a morte da John, mentre Matt è ferito a sua volta. I sopravvissuti all’agguato, temendo il peggio, a quel punto fuggono, ma John per far curare il fratello da un medico non esita a tornare in paese, dove è inevitabile la resa dei conti con Morgan Hastings.        

VALUTAZIONE: nella fase che segue i grandi capolavori dei western classici alla John Ford e precede quelli della rivisitazione (Sergio Leone e ‘spaghetti western’ in primis) e del filone crepuscolare, Henri Hathaway, solido e poliedrico regista, ha realizzato un’opera che mantiene l’ossatura dei primi ma lascia anche presagire, nei secondi, la fine di un’epoca gloriosa ed un inevitabile mutamento interno allo stesso genere di appartenenza. Ne è uscito un film piacevole, a volte persino divertente sino alla caricatura, in altri momenti spettacolare e persino curioso, dato che tutto gira intorno alla memoria della donna del titolo, che è già morta. I personaggi sono quelli tipici, suddivisi per carattere, interessi e principi morali. La coppia John Wayne e Dean Martin funziona ancora a meraviglia.

Sarà pure una sterile curiosità ma a volte è inevitabile chiedersi le motivazioni che hanno spinto la distribuzione nostrana a differenziarsi dal titolo originale aggiungendo un numero, per quanto pertinente e neppure proposto in lettere, cioè ‘I 4 Figli di Katie Elder‘, rispetto a ‘The Sons of Katie Elder‘. Sarà per l’immagine della locandina, oppure per qualche altro oscuro scopo subliminale che non è facile ma neppure indispensabile comprendere, sia chiaro. Sta di fatto che il film di Henry Hathaway, prodotto nel 1965, lo si può considerare al tempo stesso appartenente a quelli a struttura classica, così come una sorta di avvisaglia di un cambiamento stilistico in atto, che di lì a breve si delineerà essenzialmente in due distinte correnti del genere western: quella della rivisitazione da un lato e quella del disincanto o del cosiddetto ‘crepuscolo’ dall’altro.

Girato fra Stati Uniti e Messico, in classiche location intorno a Durango, come San Vincente de Chupaderos, negli studi cinematografici di Churubusco a Città del Messico oppure in panorami spettacolari come El Saltito, con le sue tre maestose cascate che appaiono sullo sfondo, poco prima della lunga sparatoria a seguito dell’agguato fra il corso d’acqua ed il ponticello, il film di Hathaway propone ancora una volta la coppia di successo di ‘Un Dollaro d’Onore‘ e ‘El Dorado‘ di Howard Hawks (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commentoed alcune altre opere che li ha visti affiancati uno all’altro. Mi riferisco ovviamente a John Wayne e Dean Martin che in questa occasione sono i fratelli maggiori dei quattro figli, appunto, di Katie Elder.

Il titolo del film è curiosamente riferito ad una donna che non appare mai nel corso dello stesso perché la poveretta, per quanto ammirevole figura e stimata da tutti i suoi concittadini, nel frattempo è deceduta e di lei non rimane neppure una foto, ma solo un funerale al quale il figlio maggiore John sembra essere l’unico assente, atteso invano dagli altri tre alla fermata del treno, mentre in realtà lo vediamo assistere, non visto dall’alto di una roccia posta di fronte allo scarno cimitero e prima di ricongiungersi con i fratelli, agli ultimi atti della cerimonia ed all’elogio accorato del prete. L’atteggiamento circospetto e prudente è una scelta di John perché essendo un pistolero famoso vuole evitare, almeno davanti alla tomba della madre, di attirare l’attenzione di qualche provocatore in cerca di gloria. Scende soltanto quando tutti gli altri se ne sono già andati ed allo sceriffo che gli chiede perché sia entrato in paese dalla ‘porta di servizio’ e se teme qualche fastidio, risponde pacatamente: ‘…c’è sempre qualcuno che ne va in cerca. Clearwater non è diversa dalle altre città. Ma se c’è una cosa che non voglio, Billy, sono i fastidi…‘. La fama che lo precede infatti non è delle più lusinghiere, persino in quel paese abitato da poche anime dal quale in fondo proviene.

Il comportamento dei quattro figli, specie i primi tre, nei confronti della loro madre non si può di certo dire che sia stato esemplare. La povera Katie Elder ne andava lo stesso orgogliosa di loro ma spesso mentiva dicendo che riceveva soldi e lettere che in realtà non arrivavano mai. La sua amica Mary Gordon lo rinfaccia senza tanti giri di parole ai quattro i fratelli, quando li raggiunge a bordo di un calesse nella casa in cui la loro madre aveva trascorso gli ultimi mesi della sua vita. Katie aveva espresso a Mary il desiderio che portasse loro del cibo quando fossero tornati e lei aveva acconsentito per il rispetto e l’affetto che provava per quella donna. La quale era solita dire: ‘…Il Texas è una donna, una bella, magnifica donna selvaggia. Si alleva un figlio e, appena è grande abbastanza, arriva il Texas che gli bisbiglia all’orecchio con un bel sorriso: “vieni via con me e divertiamoci”. È già difficile allevare i figli, ma quando c’è di mezzo il Texas una madre non può farcela…’(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

Nonostante fossero passati nel frattempo già sei mesi, John ignorava che la madre avesse dovuto lasciare il ranch di famiglia perché il loro padre lo aveva perso giocando a carte, come sostiene Morgan Hastings ed era stato ucciso quella stessa sera, in maniera troppo sospetta per definirlo un caso. Lo sceriffo Billy non è stato in grado di scoprire il colpevole, seppure non era poi così difficile immaginare chi potesse essere, forse per vigliaccheria o semplicemente per quieto vivere nei confronti dell’oramai dominante Hastings. Una curiosità riguardo il figlio Dave di quest’ultimo, interpretato da un ancora giovane Dennis Hopper.

John Wayne invece interpreta il personaggio che porta il suo stesso nome ma con misurata pacatezza e prudenza, diversamente dalla carismatica figura de ‘L’uomo Che Uccise Liberty Valance‘ oppure dal cocciuto padre de ‘Il Fiume Rosso‘ o l’irriducibile inseguitore dei pellerossa ne ‘Sentieri Selvaggi‘ (la prima e l’ultima opera sono state dirette da John Ford, mentre quella di mezzo da Howard Hawks). Forse la responsabilità, pur tardiva, del ruolo di fratello maggiore che diventa una sorta di padre alla morte di entrambi i genitori, lo spinge ad essere cauto, pur essendo un pistolero al quale il fratello minore Matt chiede subito con curiosità mista ad ammirazione quanti uomini abbia ucciso. John evita al funerale della madre di offrire il fianco ad eventuali speculatori. E difatti risponde con le armi soltanto per difendersi dal proditorio agguato durante il quale il fratello Bud resta ucciso e Matt seriamente ferito.

E’ un mutamento di ruolo, che non incide sulla sua autorevolezza ma che testimonia, al di là del film in oggetto, come certi tratti della sua figura di cowboy, di vagabondo e giustiziere siano oramai inevitabilmente tramontati, al pari di quella di uomo tutto d’un pezzo che per anni ha rappresentato in molti film western. Anche se il personaggio e la struttura del film proposti da Henry Hathaway comunque mantengono molte delle peculiarità che hanno generato l’epopea del genere di appartenenza. Un canovaccio, per intenderci, che non disdegna ad esempio le battute argute e divertenti, nonostante la brutalità di molte situazioni e la palese rozzezza dei protagonisti rappresentati. I momenti che a volte sono al limite della comicità. Le belle donne che vivono in paesi sperduti e misteriosamente non si sono ancora maritate, anche se non sono più giovanissime, ma che non si fanno intimidire dagli uomini, neppure quelli che si portano appresso la fama di duri e che spesso si rivelano totalmente imbranati a gestire i rapporti con il gentil sesso, quanto al contrario sono abili invece con le pistole ed a sbrigarsela nelle scazzottate e nei duelli con i fuorilegge; poi ovviamente se ne innamorano. Oppure lo scapestrato e fallito di turno, ma in fondo buono, che non sa neppure lui di essere tanto coraggioso, il quale trova l’occasione di redimersi e riscattare la propria vita, sprecata sino a quel momento, interpretato in questo caso ed ancora una volta da Dean Martin. Infine ovviamente il prepotente di turno che si fa beffe della legge e si circonda di killers prezzolati che eseguono il lavoro sporco per lui, in barba allo sceriffo, il più delle volte succube oppure dallo stesso stipendiato.

Insomma non manca nulla ne ‘I 4 Figli di Katie Elder‘ delle caratteristiche che hanno determinato il successo del genere western classico, regalandoci perle ed autori che sono passati alla storia del cinema. Henry Hathaway non sarà fra i nomi più carismatici dei registi che hanno reso immortale questa tipologia di film, dai già citati John Ford ad Howard Hawks, da John Sturges a Fred Zinnemann, da Robert Aldrich a Delmer Daves ad Anthony Mann, da Sam Peckinpah e Sergio Leone, per citarne solo alcuni, ma è un autore che si è distinto in vari generi cinematografici con opere come ‘Rommel, la Volpe del Deserto‘, ‘Niagara‘ (che ha rivelato una certa Marilyn Monroe), ‘Il Bacio della Morte‘, ‘I Lanceri del Bengala‘, ‘Pugni, Pupe e Pepite‘ e nella parte finale della sua carriera ha girato una predominante di film western che oltre a quello in oggetto, annovera titoli significativi come ‘La Conquista del West‘, ‘Nevada Smith‘ e ‘Il Grinta‘ che è valso l’Oscar a John Wayne, con il quale peraltro ha girato un sostanzioso numero di film in carriera oltre a questo.

I 4 Figli di Katie Elder‘, escludendo l’originale premessa del funerale di un personaggio, per giunta una donna, che poi non appare mai nel corso di un film che appartiene ad una categoria quasi sempre votata al maschile, per il resto ha una trama abbastanza prevedibile, che rispecchia i canoni tipici, con il prepotente che fa il bello e cattivo tempo nel piccolo paese dove la legge, anche se non direttamente al servizio suo, è comunque impotente di fronte al suo strapotere, sinché non giunge, anche se non espressamente richiesto, l’uomo che con il suo carisma, coraggio e determinazione, restituisce dignità, libertà e legalità agli oppressi. Un personaggio a sua volta circondato spesso da una fama non irreprensibile, anzi spesso al limite se non addirittura al di fuori della legge, che però è animato da principi morali che trovano finalmente la loro consacrazione proprio in quell’azione di giustizia, di altruismo e di ripristino della legge.

In questo caso John e Tom agiscono per un’evidente ragione personale e gli abitanti di Clearwater non si mostrano mai benevoli nei loro confronti, anzi quando Hastings uccide il vecchio sceriffo Billy proprio davanti a casa loro mentre sono assenti, facendo apparire l’assassinio come se fosse opera dei fratelli (perché lo sceriffo era andato ad arrestare Tom avendo ricevuto comunicazione di un suo reato pregresso), i quattro hanno rischiato persino il linciaggio. Il regolamento dei conti finali quindi va a vantaggio della comunità del posto, anche se nessuno s’è ancora reso conto della verità, eccetto per ironia della sorte, proprio il figlio Dave di Hastings, che non immaginava che il padre fosse addirittura un assassino senza scrupoli sinché non lo ha visto uccidere a bruciapelo il vice sceriffo, a sua volta per molto tempo ostile agli Elder ma che ha avuto modo di ricredersi, seppure troppo tardi.

Il momento più divertente del film, battute a parte che ogni tanto risaltano pungenti, è la scazzottata fra i quattro fratelli che avviene seguendo il cosiddetto effetto domino: un tassello che colpisce quello successivo, facendolo cadere, quello seguente a sua volta e così via, naturalmente senza ferite evidenti per i quattro ed i danni sono limitati al massimo a qualche sedia rotta e una sgangherata porta sfondata. Dal punto di vista spettacolare invece sicuramente la lunga scena della sparatoria conseguente l’agguato al ponte sul corso d’acqua, in uno scenario naturale suggestivo, che coinvolge oltre a quattro fratelli anche numerosi altri partecipanti, quasi tutti al soldo di Morgan Hastings.

La fotografia di un solido professionista come Lucien Ballard e la colonna sonora di Elmer Bernstein (autore anche delle musiche de ‘I Magnifici 7‘ di John Sturges), seppure il motivo principale da lui composto, di coinvolgente impatto emozionale, alla lunga risulta utilizzato sin troppo frequentemente nel corso della trama, aggiungono prestigio ad un’opera che non possiamo considerare fra le maggiori del genere di appartenenza ma che non sfigura e si lascia vedere con piacere per gli amanti del western.

Siamo lontani dal lirismo di opere come ‘Il Cavaliere della Valle Solitaria‘ di George Stevens, dal rigore di ‘Mezzogiorno di Fuoco‘ di Fred Zinnemann o ‘Lo Sperone Nudo‘ di Anthony Mann, ma anche dal freddo cinismo celebrativo e dall’ironia degli ‘spaghetti western‘ dei tre Sergio nostrani, cioè Leone, Sollima e Corbucci. La distanza si fa poi siderale rispetto alle opere ed agli autori del cosiddetto ‘western crepuscolare‘, come ‘Gli Spietati‘ di Clint Eastwood, oppure quello che viene considerato il prototipo di questo sottogenere, ‘Il Mucchio Selvaggio‘ di Sam Peckinpah. Si veda quindi anche all’interno di un genere apparentemente definito, come il western, quante diramazioni è possibile trovare ed altre ancora se ne potrebbero citare, ma ognuna di esse ha caratteristiche proprie, pregi e la sua ragion d’essere, esattamente come quest’opera di Henry Hathaway.

Musica: ‘Dire Straits’ e ‘Communiquè’

DIRE STRAITS

Dire Straits – Communiquè

Anno: 1978-1979

Genere: Rock, Blues, Country, Folk, Jazz 

Etichetta: Vertigo Records

Nazione: GBR

  • Dire Straits – Lato A
    • Down to the Waterline – 4:01 
    • Water of Love – 5:22
    • Setting Me Up – 3:20
    • Six Blade Knife – 4:10
    • Southbound Again – 3:10
  • Dire Straits – Lato B
    • Sultans of Swing – 5:48 
    • In the Gallery – 6:15 
    • Wild West End – 4:42 
    • Lions – 4:54
  • Communiquè – Lato A
    • Once Upon a Time in the West – 5:25 
    • News – 4:14 
    • Where Do You Think You’re Going? – 3:50 
    • Communiqué – 5:50
  • Communiquè – Lato B
    • Lady Writer – 3:45 
    • Angel of Mercy – 4:36 
    • Portobello Belle – 4:30 
    • Single-Handed Sailor – 4:42 
    • Follow Me Home – 5:50

Band: 

  • Mark Knopfler – voce, chitarra solista, chitarra ritmica 
  • David Knopfler – chitarra ritmica, cori
  • John Illsley – basso, cori 
  • Pick Withers – batteria

VALUTAZIONE: difficile dire se i primi due album dei Dire Straits sono stati anche i migliori della loro produzione, ma quando uscirono alla fine degli anni settanta, stretti fra la vena più gloriosa del pop progressive in via di esaurimento da una parte, la disco music e l’arrembante trasgressione del punk rock dall’altra, i Dire Straits con il loro mix di vari generi sapientemente amalgamati, il suono pulito ed accattivante, e soprattutto l’estrosa chitarra di Mark Knopfler, conquistarono le platee di tutto il mondo. Di fatto crearono uno stile molto personale che riusciva a combinare belle armonie a testi di spessore, anche di natura sociale. Una band che ha fatto epoca ed ancora oggi conta, seppure sciolta oramai da oltre venti anni, innumerevoli e fedeli estimatori.

‘Dire Straits’, tradotto letteralmente, significa qualcosa come ‘Terribili Ristrettezze’ e lascia supporre che quando il nome della band venne scelto a suo tempo dai quattro componenti il gruppo di Deptford, una località della grande Londra, non se la stessero passando un granché bene, ma nonostante ciò evidentemente possedevano doti di auto critica ed auto ironia. Dopo aver fatto una considerevole esperienza nei locali ‘pub-rock’, oramai quasi trentenni, forse a quel punto non ci credevano più nemmeno loro di poter sfondare.

Invece la fortuna, indispensabile quanto l’estro in qualsiasi attività per ottenere il pieno riconoscimento delle proprie doti, gli venne incontro quando un nastro, contenente alcuni loro brani, finì nelle mani del DJ giusto il quale propose alla radio, senza che fossero neppure stati avvisati, il brano ‘Sultans of Swing‘ e da quel momento si spalancarono come d’incanto le porte del successo che divenne travolgente. Due fratelli, Mark e David Knopfler, rispettivamente chitarra solista e ritmica, più una coppia di loro amici, il bassista John Illsley ed il batterista Pick Whiters (già noto in Italia per aver fatto parte del gruppo The Primitives, il cui leader era il cantante Mal) sono i componenti storici che figurano sulle copertine dei primi due album. I quali uscirono a breve distanza uno dall’altro, ma già nel terzo, intitolato ‘Making Movies‘, David lasciò il gruppo per divergenze proprio con il fratello ed in seguito, a supporto del duo Mark e John, che è rimasto assieme per tutto il tempo sino a quando è stata sciolta la band (perché anche Pick se n’è andato dopo l’album ‘Love Over Gold‘), si sono aggiunti ed alternati vari musicisti come Hal Lindes alla ritmica, Alan Clark e Guy Fletcher alle tastiere e Terry Williams alla batteria, più altri session-man più o meno noti come Jeff Porcaro, Mel Collins e Tony Levin.

Dal 1978 al 1991 i Dire Straits sono stati uno dei gruppi più famosi e di maggior successo a livello internazionale ma due elementi sono stati decisivi per il raggiungimento di tale risultato: il primo, lo stile pulito, elegante, che attraversa vari generi musicali amalgamandoli in maniera sorprendentemente personale ed efficace; il secondo, la tecnica ed il modo particolare di suonare la chitarra elettrica da parte di Mark Knopfler, fra l’altro compositore di quasi tutti i brani del gruppo sia riguardo i testi che la musica.

Un recente articolo a nome di Giuseppe Gaetano, pubblicato sul Corriere della Sera per celebrare i 40 anni compiuti dal già citato brano di riferimento ‘Sultans of Swing‘, spiega la natura assolutamente anomala dei Dire Straits, non solo nel panorama musicale della loro epoca, quando i gruppi del cosiddetto rock progressive e pop sinfonico avevano già o stavano sparando le ultime cartucce mentre punk e disco music erano in rapida ascesa e stavano conquistando i gusti del pubblico, ma anche come personaggi controcorrente all’interno dello star system musicale. Sono riusciti infatti a rimanere al di fuori delle dinamiche tipicamente esagerate del divismo ed anche nei loro concerti (ne ho anche un ricordo personale al Forum di Assago di Milano) più che gli effetti scenici, ridotti al minimo indispensabile, contava soprattutto una cosa, la musica. Dal punto di vista mediatico hanno mantenuto nel tempo lo stesso approccio compassato con il quale sono entrati in scena e dalla quale poi sono anche usciti, in sordina. Ancora oggi Mark Knopfler quando viene intervistato non ha nulla della star che se la tira, per usare un termine espressivo; modestia ed umiltà sono caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto nel corso della lunga carriera.

Nel periodo di massimo successo, i Dire Straits hanno vissuto naturalmente anni di esaltante successo in giro per il mondo; venduto qualcosa come 120 milioni di dischi e cavalcato l’onda della notorietà in maniera frenetica. Come nel 1979, quando si esibirono in 51 concerti in soli 38 giorni, che sembra persino impossibile, se non fosse che sono dati ufficiali ed evidentemente a volte ne hanno fatti due in un solo giorno. Anche nel loro ultimo World Tour intitolato all’album ‘On Every Street‘ iniziato il 23 agosto del 1991 e terminato il 9 ottobre del 1992 si sono esibiti in ben 216 concerti! Ottenuto però tutto il meglio che un musicista possa sperare per soddisfare i propri sogni iniziali, le aspettative e le ambizioni, ognuno di loro, seguendo anche una filosofia di vita differente da quella di molte altre star o semplicemente consumato dallo stress per quanto esaltante possa essere esibirsi davanti a migliaia di fan osannanti, ha preso strade alternative. Lo stesso Mark Knopfler si è dedicato alla composizione di colonne sonore di successo di film come, ad esempio, ‘Local Hero‘, ‘Ultima Fermata Brooklyn‘, e ‘Metroland‘.

E se qualcuno commettesse l’errore di snobbare gli altri componenti dei Dire Straits lasciando la ribalta soltanto al loro pur indiscusso leader Mark Knopfler, sappia che il batterista Pick Whiters si dedicò al Jazz già agli inizi degli anni ’80 e sempre l’articolo citato in precedenza rivela che ‘…Terry Williams suonò nientemeno che con B.B. King prima di ritirarsi a gestire un club blues nella sua città natale, Swansea; il talentuoso bassista John Illsley si mise a fare addirittura il pittore. E jazzisti, nel senso più profondo del termine, erano anche i turnisti che affiancarono i Dire Straits dal vivo: Jack Sonni era diplomato al conservatorio; Michael Brecker collaborò con mostri sacri del calibro di Pat Metheny, Jaco Pastorius, Herbie Hancock e Charles Mingus; Tony Levin creò perfino una nuova tecnica per suonare il basso con le bacchette; Omar Hakim studiò batteria col mitico Art Blakey e aveva la black music nel sangue (il padre fu trombonista nelle orchestre di Duke Ellington, Count Basie e John Coltrane)…’. Insomma, ben altro che semplici comprimari…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…