Film: ‘Piuma’

PIUMA

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia

Anno: 2016

Genere: Commedia

Durata: 98’ Regia: Roan Johnson

Cast: Luigi Fedele (Ferro), Blu Yoshimi (Cate), Michela Cescon (Carla Pardini), Sergio Pierattini (Franco Pardini), Francesco Colella (Alfredo), Francesca Antonelli (Rita), Brando Pacitto (Marco), Clara Alonso (Consuelo), Bruno Squeglia (Paolo), Francesca Turrini (Stella), Massimo Reale (Leo), Bruno Squeglia (Nonno Lino)

TRAMA: Ferro e Cate l’hanno combinata grossa: l’anno della maturità lei è rimasta incinta. Cate è figlia di Alfredo, un uomo che s’arrabatta da sempre senz’arte né parte e convive con Rita. La madre di Cate, rumena, l’ha già piantato da tempo e se n’è tornata nel suo paese. Ferro è un ragazzo sensibile e un po’ guascone. Ne ha combinate già un bel po’, per la disperazione del padre Franco e l’indulgenza della madre Carla. Nonostante l’imminente responsabilità che, per loro stessa ammissione, non sono preparati a gestire; senza soldi e senza una casa, Cate e Ferro non rinunciano comunque a progettare di portare a termine la maternità e assieme ad alcuni loro compagni d’iniziare una vacanza in Spagna e Marocco, appena concluso l’esame di maturità. La giovane coppia, molto affiatata, ha rinunciato subito a soluzioni estreme come l’aborto, una minaccia del quale però si verifica proprio nel momento in cui Cate sta per entrare nell’aula davanti alla commissione per l’esame orale. Il ginecologo le prescrive assoluto riposo ed esclude la possibilità del viaggio con i loro compagni, che partono quindi senza di loro. Trovata una temporanea sistemazione nella casa del nonno materno di Ferro, che sta proprio sopra quella dei genitori, sono costretti a dare alloggio anche al padre di Cate, cacciato da Rita dopo l’ennesimo fallimento sul lavoro e per i soldi persi nelle scommesse ai cavalli. Al ritorno dei compagni dal viaggio, Ferro va con l’auto del padre a prendere all’aeroporto l’amico Marco, timido e titubante alla partenza ma tornato trasformato, in compagnia di alcuni giovani stranieri, fra i quali un’argentina che subito lascia capire a Ferro di essere sin troppo disinibita e disponibile. Lui, per resistere alla tentazione, dopo aver telefonato invano a Cate che non l’ha sentito avendo le cuffie alle orecchie, chiede ospitalità a Stella, una cugina adulta, esperta a suo dire di chinesiterapia che è stata chiamata da Franco per aiutare il nonno Lino a recuperare l’uso delle gambe conseguente ad un malore. Complici il fumo di alcune canne e le pareti della stanza disseminate di fotografie osé di Stella, finisce per andarci a letto. Al ritorno a casa, Cate capisce che Ferro l’ha tradita ed ha una reazione rabbiosa accusandolo d’aver iniziato troppo presto a mentirle. Un mese dopo anche Stella risulta incinta e Ferro, disperato, si confida, di nascosto a Cate ed alla madre, con il padre Franco, sempre più insofferente per la situazione familiare che lo ha portato addirittura alle soglie della separazione dalla moglie Carla, quando invece sognava, una volta in pensione, di poter vendere la casa di Roma e tornare serenamente all’amata e natia Toscana. Ferro si rinfranca un po’ quando incontra Stella e lo mette al corrente di aver rinunciato alla maternità, ma Cate, oramai rassegnata dalla situazione precaria a non poter crescere come vorrebbe alla nascitura, alla quale hanno deciso di dare il nome Piuma, gli propone di darla in affido. Il giorno in cui si devono recare dall’avvocato per avviare le pratiche, ci sono tutti nel furgonato del padre di Ferro: lui, la madre, Cate, suo padre Alfredo e persino il nonno Lino. Durante il viaggio sentono il commovente messaggio audio che ha inciso Ferro per Piuma che lei dovrebbe ascoltare quando sarà grande abbastanza da capire. Si rendono conto però che sarà difficile che ciò possa accadere; per giunta il nome scelto da loro probabilmente sarà cambiato dai nuovi genitori e non potranno neppure sceglierli, come avrebbero voluto. Ferro non regge all’evidenza di una realtà che non aveva immaginato così dura e rischiando di provocare un incidente, costringe il padre di Cate, che era alla guida, ad accostare finendo la corsa con un po’ di paura su un prato. Una volta scesi, rassicurati da Cate sulle sue condizioni e dopo uno sguardo d’intesa fra lei e Ferro, rinunciano al proposito di dare in affido Piuma. Anche i loro genitori ed il nonno sono d’accordo stavolta, quindi tornano tutti a casa ed il futuro sarà quel che sarà.   

VALUTAZIONE: un’opera tutto sommato fresca e simpatica, che permette di ridere spesso alle battute in romanesco e in accento toscano dei protagonisti ed alle situazioni paradossali che comunque, fra il serio ed il faceto, trattano temi importanti come la maternità prematura, l’affido, genitori irresponsabili e/o egoisti, giovani ancora impreparati alle grandi scelte della vita ma comunque coraggiosi ad affrontare la sfida, vada come vada. Il tutto comunque in un clima di leggerezza, come la piuma del titolo appunto, con un regista italiano dal nome straniero per via del padre, un’attrice italiana con il nome di un filosofo buddista e maturi caratteristi nostrani che sanno rendere al meglio i rispettivi personaggi. Non è tutto oro che luccica, naturalmente, ma i pregi sono superiori ai difetti ed il film ispira ottimismo e speranza in un futuro meno precario, per quanto ancora tutto da costruire.   

Piuma‘ lo avevo già visto tempo fa ma non ne avevo scritto perché in quel momento non avevo avuto purtroppo il tempo per farlo, però mi ero riproposto di rimediare in seguito. Mi è ricapitato recentemente e l’ho iniziato, così, tanto per rivederne solo alcuni momenti e rinfrescarmi la memoria. Mi sono ritrovato invece ad andare sino in fondo, pur conoscendone già gli sviluppi e persino ricordandone, prima ancora che le pronunciassero i protagonisti, alcune fra le battute più divertenti, nonostante al centro ci siano alcune questioni invero piuttosto serie. Il che non significa per nulla che sia un film superficiale, ruffiano, o che punti a risolvere tutto, appunto, con qualche facezia divertente e ad effetto.

Altrimenti tutto un filone storico cinematografico, non solo italiano, andrebbe rivisto con una severità di giudizio che non merita assolutamente. Anzi, vedi la recensione ultima del film ‘Il Cielo Può Attendere‘ di Ernst Lubitsch (clicca sul titolo se vuoi leggerla), il regista di origine tedesca ma emigrato in USA, con elegante spirito trasgressivo trattava con il suo celebre ‘tocco’ temi molto seri e profondi, come l’infedeltà coniugale e addirittura il giudizio dopo la morte, dimostrando che ci sono stati e ci sono autori che hanno fondato e costruiscono tuttora la loro brillante carriera sulla dissacrazione, l’ironia ed il sarcasmo, realizzando comunque opere di grande qualità, contenuti, per il massimo gradimento del grande pubblico.  

Il regista Roan Johnson, italiano nonostante le apparenze, essendo figlio di un inglese e di una donna di Matera, ma cresciuto a Pisa, dove si è laureato e poi a Roma dove si è specializzato nel cinema, in questa sua quarta prova dietro la macchina da presa non si pone di certo, sia chiaro, al pari di certi autori che hanno fatto la storia del cinema e legittimati a parlare di questioni serie, anche provocatorie, con leggerezza e raffinatezza, come il già citato Ernst Lubitsch (ma la lista sarebbe lunga, scorrendola a volo d’angelo fra alcuni dei nomi più prestigiosi: da George Cukor a Charlie Chaplin, da Vittorio De Sica ad Alfred Hitchcok, da Billy Wilder a Woody Allen, ecc. ecc…). Johnson disegna comunque il quadro non banale – per quanto in chiave di commedia a sfondo sociale che vuole essere spiritosa senza rinunciare a fornire anche spunti di riflessione, gradevole quindi ma non banale – di uno spaccato familiare forse meno singolare di quel che possa sembrare ad un primo sguardo distratto e di un’età dei giovani nella quale la demarcazione fra senso di responsabilità ed incoscienza si misura alla stregua della pressione di un dito sul filo della lama di un rasoio, cioè basta spingere appena un po’ per farsi male.

Nonostante ciò, chi si trovasse a leggere la trama del film descritta qui sopra, prim’ancora di questo mio commento, potrebbe facilmente dedurre che si tratta di una commedia molto seria ed impegnata, come si diceva forse un tempo, incentrata su argomenti spinosi ed attuali che vedono coinvolti due giovani. In effetti in parte è proprio così, ma sin dalle prime sequenze ‘Piuma‘ s’arrischia però a mostrare toni tutt’altro che grevi e pessimisti. Sopratutto evita d’inoltrarsi in analisi sociologiche che molto probabilmente non sarebbe poi stata capace di reggere sino in fondo. Eppure i due giovani maturandi, Cate (probabile diminutivo di Caterina) e Ferro (diminutivo di Ferruccio), sembrano più legati ed affiatati fra loro che i rispettivi genitori, come se fossero assieme da molti anni e si conoscessero quindi molto più a fondo di quello che la loro età, a dire il vero, lascerebbe presumere.

Di certo si trovano in una situazione difficile, da quando Cate ha scoperto di essere rimasta incinta e fra i due è lei ad essere più preoccupata, guardando alle oggettive difficoltà che si prospettano davanti a loro, così giovani, senza lavoro, senza una loro casa, senza soldi, mentre Ferro, avventato ma positivo al limite della superficialità, non sembra di essere spaventato per l’inaspettato ed impegnativo evento, al contrario dei suoi genitori, in particolare il padre. Cate vive con il genitore naturale e la sua compagna in una situazione economica a dir poco precaria. Malgrado ciò, la sceneggiatura scritta a otto mani da Roan Johnson, Ottavia Madeddu, Carlotta Massimi e Davide Lantieri, ha trovato il modo più ironico possibile per descrivere in poche ma ficcanti parole la figura di Alfredo, cioè il padre di Cate, il quale vive d’espedienti, con poca dignità e poco impegno. La figlia, con una battuta fulminante, forse la più azzeccata del film, lo rimprovera di fronte all’ultima di una lunga serie di prove di scarsa serietà e senso di responsabilità, quasi che le parti fra loro, nonostante tutto, fossero invertite: ‘…sei l’unico italiano che è riuscito a farsi lasciare da una rumena!…‘.

Ecco, lo stile di ‘Piuma‘ si può riassumere in questa boutade, che detta così sembra quasi un’irrispettosa cattiveria, della quale ci sarebbe ben poco da ridere, se fosse estrapolata dal contesto nel quale viene proferita, ma che invece s’incastra perfettamente nel clima sospeso fra il serio ed il faceto che caratterizzano la trama e le situazioni del film di Roan Johnson. La figura del padre di Ferro non è meno paradigmatica al riguardo. Pur essendo, la famiglia Pardini, ben più salda ed anche economicamente più stabile di quella di Cate (il cui cognome non mi pare venga mai citato), Franco è spesso esilarante nei suoi atteggiamenti ed esternazioni sconfortate con la tipica calata toscana, regione dalla quale proviene, anche se da trentanni s’è trasferito a Roma. Le sue reazioni disperanti, nelle quali qualcuno potrà forse riconoscersi e rendersi conto, a metà fra un sorriso ed un po’ d’imbarazzo, quanto appaiono risibili, espresse in quel modo così colorito e rassegnato. Soprattutto se poi ogni evento negativo viene preso come se fosse l’effetto della malasorte, di un dispetto alla sua persona (Franco dice persino al figlio Ferro ad un certo punto che se lo vuole morto, basta dirlo e lui provvede da sé) o una punizione del cielo e non il risultato di un atteggiamento egoistico e di un mancato dialogo, per quanto tardivo, difficile e complesso, fra padre e figlio. Così che gli viene facile, a Franco, rovesciare tutte le colpe all’atteggiamento troppo indulgente nei confronti del figlio, a suo dire, della moglie Carla, la quale dimostra a più riprese di avere le idee più chiare e propositive del marito… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Il Cielo Può Attendere – 1943′ (Ernst Lubitsch)

IL CIELO PUO’ ATTENDERE

Titolo Originale: Heaven Can Wait

Nazione: USA

Anno: 1943

Genere: Commedia

Durata: 112’ Regia: Ernst Lubitsch

Cast: Gene Tierney (Martha Strabel Van Cleve), Don Ameche (Enrico Van Cleve), Charles Coburn (Hugo Van Cleve), Marjorie Main (Signora Strable), Laird Cregar (Sua Eccellenza), Spring Byington (Bertha Van Cleve), Allyn Joslyn (Alberto Van Cleve), Eugene Pallette (E.F. Strabel), Signe Hasso (Mademoiselle), Louis Calhern (Randolfo Van Cleve), Helene Reynolds (Peggy Nash), Aubrey Mather (James), Tod Andrews – con il nome Michael Ames (Jack Van Cleve), Clarence Muse (Gianni), Florence Bates (Edna Craig), Scotty Beckett (Henry Van Cleve a 9 anni), Dickie Moore (Henry Van Cleve a 15 anni), Nino Pipitone Jr. (Jack Van Cleve da Bambino), Tod Andrews (Jack Van Cleve da adulto), Clara Blandick (Nonna Van Cleve), Leonard Carey (Flogdell), Claire Du Brey (Miss Ralston), Maureen Roden-Ryan (Bediliah)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Sua Eccellenza: ‘…Quand’è successo, signor Van Cleve?…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Lunedì. Sono morto esattamente alle nove e trentasei di sera…‘.
Sua Eccellenza: ‘…Spero che non abbia sofferto molto…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Oh no, no, niente affatto. Avevo finito la cena…‘.
Sua Eccellenza: ‘…Gustosa, spero…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Oh, eccellente, eccellente, tutto quello che il dottore mi aveva proibito, e poi… ebbene, in poche parole mi sono addormentato senza che me ne accorgessi. Quando mi svegliai c’erano tutti i miei parenti che parlavano a bassa voce, facendo solo apprezzamenti favorevoli sul mio conto. E allora capii d’essere morto…‘.
Sua Eccellenza: ‘…Spero che le esequie siano state di suo gradimento…‘.
Enrico Van Cleve: ‘…Sì, hanno tutti pianto di gusto, quindi credo che si siano tutti divertiti….‘.

Gli appassionati di cinema, magari non proprio dell’ultima generazione, dovrebbero conoscere il significato del cosiddetto ‘Lubitsch’s touch‘, che è un mix di elegante irriverenza, raffinatezza, ironia, trasgressione ed allusione, anche di natura sessuale (seppure siamo nel 1943), ma garbata e mai volgare. In due parole lo stile inconfondibile di questo grande regista, deceduto prematuramente quattro anni dopo aver girato questo film, a soli 57 anni. Mi piace pensare che sia stato accolto con la stessa cortesia e benevolenza, caso mai gli fosse toccato a sua volta l’obbligo di presentarsi, cappello in mano e con la stessa pacata rassegnazione, di fronte a ‘Sua Eccellenza’.

Il Cielo Può Attendere‘ (a proposito, il film è interamente visibile su Youtube, cliccando sull’immagine riportata qui sotto) appartiene all’ultima fase della carriera americana di Ernst Lubitsch, nato e vissuto in Germania sino ai trent’anni, apprezzato regista già agli inizi degli anni ’20, sul quale hanno finito per posare gli occhi le Major’s di Hollywood, al pari di altri registi tedeschi di talento come, per esempio (la lista completa sarebbe piuttosto lunga), Fritz Lang, Billy Wilder, Friedrich Wilhelm Murnau, Otto Preminger e Fred Zinnemann. Pur essendo di razza ebraica e quindi destinato in patria di lì a breve ad un futuro problematico, per usare un eufemismo, per sua fortuna Lubitsch già nel 1922 era emigrato negli Stati Uniti su invito della celebre attrice Mary Pickford e non è più tornato indietro. A Hollywood ha continuato a sfornare film che hanno reso luminosa la sua carriera, consentendogli di dirigere dive del cinema del calibro della connazionale Marlene Dietrich, a sua volta attratta dalle sirene hollywoodiane, Carole Lombard, Gene Tierney, protagonista del film in oggetto e Greta Garbo, a proposito della quale si disse che Lubitsch fu l’unico regista capace di farla sorridere in un film, cioè ‘Ninotchka‘.

Se non si può dire con certezza che ‘Il Cielo Può Attendere‘ sia il film più significativo della filmografia di Lubitsch, sicuramente ne conferma la classe cristallina. ‘Vogliamo Vivere!‘, ‘Scrivimi Fermo Posta‘, ‘Mancia Competente‘ ed il già citato ‘Ninotchka‘ sono alcune delle altre opere più apprezzate e note della sua corposa filmografia dopo il trasferimento oltreoceano. Come costante del suo stile, anche in questo caso, i dialoghi e non soltanto le situazioni nel corso della trama, hanno un ruolo fondamentale nel giustificare la fama del ‘tocco’ di questo grande regista.

Il Cielo Può Attendere‘ è anche il primo film a colori di Lubitsch ed è tratto da una commedia teatrale di Leslie Bush-Fekete intitolata ‘Birthday’. Il titolo nostrano diverge da quello originale che cita esplicitamente il paradiso, ‘Heaven Can Wait‘, perché di questo film in realtà esistono due distinti finali, che cambiano radicalmente il senso della storia: uno piaceva al regista, l’altro alla produzione. Indovinate chi l’ha spuntata? Questa versione presenta appunto il finale voluto da quest’ultima, quello ‘politically correct‘, per intenderci.  

A parte ciò, Ernst Lubitsch era un abilissimo narratore ed intrattenitore, capace di catturare lo spettatore passando con disinvoltura da momenti di elegante, svenevole ed ironico romanticismo, ad altri d’irresistibile e sottile sarcasmo. Ai primi appartiene ad esempio la scena in cui Enrico Van Cleve nota per strada una bellissima donna, la segue sin dentro una libreria e con un mix di audacia e galanteria, dopo aver simulato di essere impiegato in quel negozio ed aver cercato, andando contro l’interesse della stessa proprietà, di dissuaderla dall’acquistare un libro su come far felice il proprio marito – perché secondo lui proprio non aveva bisogno di aiuti in merito – si libera di quel falso ruolo e le rivela: ‘…Io non sono un commesso, non sono impiegato qui. Mi è bastato vedervi e vi ho seguito. Se foste andata al ristorante sarei diventato cameriere, se foste entrata in un edificio in fiamme sarei diventato pompiere, se aveste preso l’ascensore l’avrei fermato tra un piano e l’altro per tutta la vita…‘.

Ai secondi invece si può senz’altro attribuire la sequenza nella quale avviene l’incontro fra il nonno Hugo Van Cleve ed il borioso magnate E.F. Strabel nell’abitazione di famiglia, in occasione della festa del ventiseiesimo compleanno di Enrico durante la quale Alberto ha l’intenzione di presentare ai parenti la fidanzata Martha ed i suoi genitori. Hugo se n’esce con questa battuta dall’evidente doppio senso, che i coniugi Strabel non colgono per fortuna nel significato più irriverente e caustico, al contrario di Alberto che cerca immediatamente di porre fine ad ogni ulteriore proseguimento del dialogo, indirizzando la loro attenzione altrove: ‘…spero che oggi comincerà un’amicizia duratura e che voi possiate restare nei nostri cuori come ci rimanete sullo stomaco…‘… …(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Zabriskie Point – 1970′ (Michelangelo Antonioni)

ZABRISKIE POINT

Titolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno: 1970

Genere: Drammatico, Allegorico

Durata: 110’ Regia: Michelangelo Antonioni

Cast: Mark Frechette (Mark), Daria Halprin (Daria), Paul Fix (Proprietario del Bar), G.D. Spradlin (Socio dell’Avvocato Lee), Bill Garaway (Morty), Kathleen Cleaver (Kathleen), Rod Taylor (Avvocato Lee Allen), Harrison Ford (Un Lavoratore Aeroportuale), Lee Duncan (Poliziotto dell’Autostrada), Jim Goldrup (Studente del College), Michael L. Davis (Poliziotto con il Megafono)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

…Ci sono migliaia di aspetti di ogni cosa: non solo buoni e cattivi…‘ (Mark Frechette)

Zabriskie Point’ è un film del 1970 realizzato sull’onda della contestazione studentesca nata negli anni immediatamente precedenti, dapprima sulla spinta delle battaglie dei neri contro la segregazione razziale ed in seguito estesa anche ai bianchi, in particolare i giovani che si opponevano alla guerra in Vietnam. Facendo riferimento a figure carismatiche di rivoluzionari come Che Guevara e Fidel Castro, i contestatori ritenevano di poter sovvertire l’ordinamento capitalistico degli stati occidentali fondati, a loro dire, sul cinismo della speculazione finanziaria, sulla falsità e complicità dei media, sulla corruzione dei governi, sull’egoismo individualista e l’esasperato consumismo.

Michelangelo Antonioni con questa sua opera, che fa parte di una trilogia girata in lingua inglese negli Stati Uniti, che comprende anche ‘Blow Up’ e ‘Professione: Reporter’, ha tentato di rappresentare, seppure con altalenanti risultati, quel particolare momento storico di protesta contro i capisaldi dominanti della civiltà occidentale ed americana in particolare, utilizzando una narrazione basata comunque sui ritmi tipici del cinema americano ed i suoi estesi spazi territoriali, mettendo al tempo stesso in evidenza gli stridenti contrasti di natura sociale, mediati dal punto di vista narrativo da uno spiccato lirismo allegorico ed al tempo stesso da uno stile vicino al cinema europeo, solitamente più cerebrale ed introspettivo.

Zabriskie Point’ si può suddividere in quattro distinte parti. Nella prima, che possiamo considerare una sorta di reportage storico, descrive attraverso le figure paradigmatiche di alcuni studenti universitari di Los Angeles, la nascita della contestazione passata alla storia per l’anno di riferimento, cioè il 1968, che si è poi estesa praticamente a livello globale, in disparate forme espressive, ma spesso ideologicamente confuse e contraddittorie, represse peraltro con determinazione e, nei casi peggiori, anche con violenza dal ‘potere’, con il ricorso sistematico alle forze di polizia. La reazione altrettanto violenta, in alcuni casi, da parte degli stessi studenti, perlomeno dalle frange più intransigenti al loro interno, contrastava con la cultura cosiddetta hippy di altri coetanei contestatori, fondata invece su principi, per quanto utopistici, di pace e amore.

Antonioni sottolinea tutto ciò con alcune significative sequenze. Il giovane protagonista Mark (Mark Frechette: non a caso alcuni dei principali protagonisti si chiamano con il loro vero nome, proprio per avvicinare la realtà alla sua raffigurazione), ad esempio, sente la necessità, come altri suoi compagni studenti, di perseguire valori alternativi rispetto a quelli che la società ed i suoi genitori gli hanno insegnato a rispettare, ma i discorsi che sente fare nelle assemblee studentesche, inconcludenti oppure dottrinali, non lo convincono e così giunge alla conclusione che sia solo tempo sprecato (‘…voglio morire, ma non di noia…’ dice, andandosene).

Un poliziotto (rappresentante in senso più generale delle istituzioni che si oppongono al disordine ed alla ribellione) prende i dati di alcuni studenti in stato di ferma ma non si accorge che Mark, che è andato a sostenere alcuni amici suoi, si sta prendendo gioco di lui e delle sue carenze culturali, dichiarando di chiamarsi niente meno che Carl Marx. In seguito Mark stesso ed un suo amico si procurano facilmente due pistole in un negozio, convincendo il negoziante a vendergliele, aggirando i vincoli di legge dello stato perché, nel mostrarsi solidali con i principi di autodifesa dei quali si sente paladino il negoziante, lo spingono a chiudere entrambi gli occhi sul diritto di acquistare armi alla loro età.

Cambiando bersaglio, ma sempre con l’intento di mostrare le contraddizioni della società americana, il regista ferrarese mostra l’uso insistito, sistematico e perciò condizionante della pubblicità (simbolo a sua volta del consumismo e delle tecniche di persuasione), che si manifesta in innumerevoli modalità, per spingere le masse a consumare in maniera ossessiva, condizionate continuamente da devianti stimoli bulimici di possesso e realizzazione. Non dimentichiamo che quelle che oggi sono considerate abituali operazioni di marketing, nel bene e nel male, per promuovere i prodotti dell’industria e per incrementare la crescita economica delle aziende per mezzo della cartellonistica stradale, la TV, gli apparati tecnologici digitali e qualsiasi altro mezzo di fruizione mediatica, in quegli anni si stava appena sviluppando, seppure sono trascorsi da allora ‘soltanto’ cinquantanni circa. (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘The Place’

THE PLACE

Titolo Originale: idem

Nazione: Italia

Anno: 2017

Genere: Drammatico, Allegorico

Durata: 105’ Regia: Paolo Genovese

Cast: Valerio Mastandrea (Uomo), Marco Giallini (Ettore), Alba Rohrwacher (Suor Chiara), Vittoria Puccini (Azzurra), Rocco Papaleo (Odoacre), Silvio Muccino (Alex), Silvia D’Amico (Martina), Vinicio Marchioni (Gigi), Alessandro Borghi (Fulvio), Sabrina Ferilli (Angela), Giulia Lazzarini (Marcella)

TRAMA: un uomo siede da mattina a sera allo stesso posto del bar ‘The Place’: fa colazione, beve caffè, pranza, cena, ogni tanto sfoglia il giornale o scrive su un’agenda e pensa, con aria stanca, come se avesse un peso da sopportare o un oneroso obiettivo da portare a termine. Di fronte a lui si siedono di continuo ed in alternanza fra loro otto persone, che entrano ed escono dal bar ad intervalli di tempo irregolari nel corso di alcune giornate. Si sono rivolte a lui per risolvere i loro problemi e l’uomo (senza nome e storia pregressa), dopo aver consultato la sua agenda, ha assegnato loro dei compiti, con l’assicurazione che, se li porteranno a termine, contemporaneamente i loro problemi si risolveranno. L’agenda dell’uomo è densa di pagine ed appunti scritti che aggiorna ogni qual volta parla con uno dei suoi interlocutori, ai quali spesso rivolge domande sulle sensazioni che provano, anche se sembrano meno importanti delle azioni che ha impartito loro di portare a termine. Le otto persone non si conoscono vicendevolmente e le mansioni che devono compiere comportano, come conseguenza inevitabile e non trattabile, un danno più o meno grave ad altre persone. Nessuno comunque è obbligato a portare a termine il compito assegnato e tutti possono rinunciare, in qualunque momento, ma in tal caso i problemi resterebbero per lei o per lui irrisolti. Gli otto non lo sanno, ma le loro storie sono destinate ad intrecciarsi fra loro, anche se sono dei perfetti sconosciuti, perché il gioco delle parti li porta ad agire gli uni contro gli altri, in maniera spesso crudele. Nonostante i dubbi e gli scrupoli, le accuse di malvagità rivolte all’uomo ed i tentativi di farsi cambiare il compito dato che però non vengono accettati, alcuni di loro al momento opportuno non hanno il coraggio di compiere il passo richiesto sino in fondo ma neppure di rinunciare a perseguirlo. Ed anche quando sembra che qualcuno degli accordi sia giunto infine alla conclusione, succede qualcosa che lo riporta in discussione ed a riaprirlo. L’uomo non è felice del suo ruolo e sembra portare sulle sue spalle, oppure a rappresentarlo lui medesimo, tutto il peso dell’egoismo umano, seppure con distacco, freddamente e senza pietà. Che sia Dio o Satana, la proprietaria del bar, Angela, l’osserva ogni giorno incuriosita, a volte si avvicina al suo tavolo e cerca d’iniziare una conversazione, seppure l’uomo non è mai disposto a collaborare e permetterle di scardinare la sua impenetrabilità. Quando però infine i ruoli s’invertono, anche la sicurezza, il cinismo e l’indifferenza nei riguardi delle angosce altrui cambiano prospettiva. Allora il carnefice diventa la vittima e se si lascia andare ad esprimere, una volta tanto, il desiderio di smettere gli scomodi panni che qualcuno gli ha fatto indossare, si sente rispondere quel ‘…si può fare’, che lui ha sempre usato in risposta alle richieste di chi gli si è seduto di fronte.

VALUTAZIONE: tratto da una nota Serie TV americana, il film di Paolo Genovese è molto intrigante, nonostante sia l’antitesi del cinema, dato che si svolge tutto dentro un bar, davanti ad un tavolo dove, seduti di fronte ad un uomo senza nome e senza storia, s’alternano otto personaggi che accettano la proposta di compiere azioni crudeli nei confronti di ‘perfetti sconosciuti’, pur di risolvere egoisticamente i loro grandi problemi familiari e/o esistenziali. Senza azione, ma tutto incentrato sui dialoghi fra Valerio Mastrandrea ed i suoi otto (più uno) interlocutori, il film del regista romano ripropone il tema del ‘patto con il diavolo’ e del confronto dell’uomo con la propria coscienza, lasciando però lo spettatore alla fine con gli stessi dubbi irrisolti. Forse è proprio questo il limite di un’opera che promette di essere ambiziosa, non solo a chiacchiere, ma che al lato pratico non sembra molto più che un mero esercizio stilistico che lascia il tempo che trova. La bravura degli interpreti è la nota decisamente più positiva del film.

Otto personaggi con problemi più o meno gravi da risolvere, interpretati da alcuni fra i più bravi attori, giovani ed un po’ meno, del panorama cinematografico italiano. Certamente un dilemma ce l’ha, più nella forma che nella sostanza, Martina (Silvia D’Amico), angosciata dal desiderio di voler diventare più bella. Al contrario, ce l’ha più nella sostanza che nella forma invece, Marcella (Giulia Lazzarini), che farebbe carte false pur di veder guarito il marito dall’Alzheimer che lo sta consumando. E’ un problema tutto interiore quello che invece vuole risolvere Suor Chiara (Alba Rohrwacher) la quale, sin da bambina, sente la presenza di Dio vicina a lei, ma ora, nonostante abbia scelto di prendere i voti, non lo avverte più. Dal canto suo Fulvio (Alessandro Borghi) sente tutti i rumori intorno ma è cieco e farebbe di tutto pur di poter acquistare la vista. Poi c’è Ettore (Marco Giallini), un fallimento come marito, padre e poliziotto, come ammette lui stesso, ma nell’immediato ha bisogno di recuperare la refurtiva di una rapina che si è fatto sfuggire sotto il naso. Un problema risibile, in fondo, ce l’ha anche Odoacre (Rocco Papaleo), il quale è innamorato della star raffigurata nel poster che da anni è appeso sul muro della sua officina di meccanico e sarebbe disposto a qualunque sacrificio, pur di poter trascorrere anche una sola notte di sesso con lei. A sua volta Azzurra (Vittoria Puccini) vuole riconquistare il marito, poiché i loro rapporti nel corso degli anni si sono progressivamente raffreddati ed infine Gigi (Vinicio Marchioni) è disposto a qualunque compromesso, in cambio della guarigione del giovanissimo figlio ammalato di cancro.

A questo punto la sceneggiatura di Isabella Aguilar e Paolo Genovese pone un quesito, non tanto ai protagonisti di cui sopra, che in realtà la loro risposta e scelta l’hanno già fatta, quando inizia il racconto del film, ma allo spettatore: sin dove si è disposti a scendere a patti con la propria coscienza, pur di ottenere ciò che si desidera assolutamente per sé o per i propri cari?

Diciamolo subito: non si tratta certo di una novità, se già Johann Wolfgang von Goethe aveva ampiamente trattato l’argomento all’inizio del XIX secolo nel suo ‘Faust‘, con il noto personaggio di Mefistofele (il cui nome deriva dalla parola ebraica ‘distruttore‘) e peraltro la sua figura era già presente in una leggenda popolare tedesca del XVI secolo. Un essere umanizzato nella forma che si può identificare a sua volta con Satana, il quale propone a Faust un patto, la cui sostanza è che potrà godersi il resto della sua vita, vendendo però la sua anima, che il Diavolo verrà a reclamare al momento della morte.

In questo caso nei panni di Mefistofele c’è un personaggio (Valerio Mastrandrea) che non ha un nome proprio ma in compenso possiede alcuni poteri sovrannaturali, essendo in grado, ad esempio, di anticipare l’arrivo di una chiamata telefonica oppure di tranquillizzare la persona che ha di fronte quando due poliziotti stanno entrando nel bar e quest’ultima teme che siano lì per arrestarla, anziché andare semplicemente al bancone per ordinare qualcosa. L’Uomo (così, genericamente, lo chiamerò d’ora in poi) non ci è dato sapere da quanto tempo svolge quello strano lavoro, al solito tavolo del bar ‘The Place’, perciò neppure in un ufficio privato, nonostante la delicatezza dei dialoghi con i suoi interlocutori, che non sappiamo, a loro volta, come sono giunti sino a lui. Non ci è dato sapere nulla della sua storia personale ed a chi gli chiede: ‘…ma lei crede in Dio?…‘, lui risponde, neanche tanto enigmaticamente, come vedremo più avanti: ‘…diciamo che credo nei dettagli!…

Altro particolare da tenere a mente è che, forse per via del passaparola di chi è già ricorso a lui in passato, tutte le persone che si rivolgono a l’Uomo hanno grande fiducia nei suoi mezzi. A chi gli manifesta un desiderio da realizzare, lui risponde sempre con la solita frase: ‘…si può fare…‘ e dopo aver consultato la sua agenda, manco si trattasse delle tavole dei comandamenti, stabilisce il compito da assegnare in cambio. Nessuno dubita, se non in brevi momenti di rabbia che, portato a termine quell’accordo che comporta, pur con diverse conseguenze e gravità d’azione, un pesante impatto sugli scrupoli di coscienza di chi lo ha accettato, si realizzerà quanto promesso. 

Anche se ad ognuno degli otto protagonisti l’Uomo assegna un solo compito, in alcuni casi gli effetti che ne conseguono sono molteplici. Martina, ad esempio, ha ricevuto la richiesta di compiere una rapina che frutti un bottino di centomila euro e… cinque centesimi (non viene spiegato però, a che pro servono questi ultimi). Marcella deve fabbricare una bomba (acquistando i componenti necessari da assemblare in Internet) e farla esplodere in un locale pubblico affollato. Suor Chiara deve avere una relazione con un uomo, tradendo la promessa fatta prendendo i voti e per giunta rimanere incinta. A Fulvio addirittura è stato chiesto di violentare una donna, facendo leva sulla pena e fiducia che il suo status di cieco gli può assicurare. Ettore invece deve menare a sangue una persona affinché possa ritrovare i soldi della rapina. Odoacre poi deve vigilare per due settimane su una bambina in pericolo, per realizzare il suo sogno erotico. Azzurra deve inserirsi nella vita di coppia di due vicini e provocarne la rottura per riacquistare la solidità del suo rapporto con il marito. Gigi infine deve addirittura uccidere una bambina per compensare la guarigione di suo figlio malato. Tutti, in qualche modo, tentano di barare ma l’Uomo se ne accorge e non concede loro la speranza che possano ingannarlo. Quando Ettore gli chiede: ‘…perché chiedi cose così orrende?…‘, l’Uomo risponde sicuro: ‘…perché c’è chi e’ disposto a farle!…‘. (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

I Miei Classici della Storia del Cinema: ‘Dersu Uzala – Il Piccolo Uomo delle Grandi Pianure’ – 1975 (Akira Kurosawa)

DERSU UZALA – IL PICCOLO UOMO DELLE GRANDI PIANURE

Titolo Originale: Dersu Uzala

Nazione: URSS, Giappone

Anno: 1975

Genere: Drammatico, Avventura

Durata: 129’ Regia: Akira Kurosawa

Cast: Jurij Solomin (Cap. Vladimir Arseniev), Maksim Munzuk (Dersu Uzala), Svetlana Danilchenko (Moglie di Arseniev), Dmitri Korshikov (Wowa), Suimenkul Chokmorov (Jan Bao), Vladimir Kremena (Turtwigin), Aleksandr Pyatkov (Olenin)

Questo film appartiene ad una mia personale categoria dei ‘Classici del Cinema’ nella quale, senza rispettare una vera e propria cronologia, proporrò alcuni dei titoli che ritengo più significativi o che mi hanno particolarmente colpito nel corso degli anni.

Forse è un po’ esagerato inserire questo film nella mia personale lista dei ‘Classici del Cinema‘ essendo stato girato in fondo ‘soltanto’ nel 1975 ma purtroppo bisogna dire che non è di facile reperibilità, nonostante la qualità dei contenuti, anche di grande attualità, che propone e la poesia delle immagini, delle situazioni e dei dialoghi che contiene. Un’opera che appartiene all’ultima parte della carriera di un ‘totem’ della regia come il giapponese Akira Kurosawa, ma tant’é, se riusciste a trovarlo in qualche ‘cineforum’ o in una miracolosa riproposizione in TV, sicuramente trasmessa ad orari impossibili per i comuni mortali, non perdetevelo, perché di certo non ve ne pentirete.

La luna ed il sole dice che sono persone. Il fuoco per lui è un uomo cattivo che a volte grida (cioè quando la legna crepita sul fuoco, ndr.). Lo stesso fuoco, l’acqua ed il vento mettono paura se si arrabbiano, afferma convinto. No, non è la sintesi di una favola raccontata ad un bambino affinché si addormenti fantasticando, ma è il linguaggio banale, eppure inconsapevolmente allegorico e panteista al tempo stesso, con il quale si esprime il personaggio, curioso e persino buffo esteticamente parlando, di Dersu Uzala, a proposito dell’ambiente che lo circonda e nel quale si è adattato a vivere da lunghissimo tempo, fianco a fianco alle bestie, anche feroci come le tigri e gli orsi, per le quali invece la taiga costituisce l’habitat naturale. Questo omino dai connotati mongoli (interpretato da un attore non professionista, Maksim Munzuk) si rivolge, facendo queste associazioni elementari sugli elementi della natura, ai soldati-esploratori russi di un drappello al comando del capitano Arsen’ev che hanno il compito di redigere alcune carte topografiche in zone incontaminate dell’immensa Siberia.

Il regista Kurosawa aveva coltivato a lungo, quando era ancora giovane, l’idea di trarre un film dalla storia di questo stravagante personaggio, peraltro realmente esistito, che ha vissuto in solitudine nella taiga e nei boschi, rispettandone gli equilibri ed acquisendo un po’ per volta l’esperienza e gli insegnamenti indispensabili per sopravvivere in armonia con essi, animali inclusi. Autore di opere unanimemente considerate capolavori della storia del cinema internazionale, come ‘Rashomon’ e ‘I Sette Samurai’ (che ha ispirato al regista americano John Sturges l’adattamento in chiave western de ‘I Magnifici Sette’: clicca sui titoli di diverso colore se vuoi leggere i miei commenti ad entrambi i film, ndr.), il giapponese Akira Kurosawa, in realtà usciva da poco da un tentativo di suicidio, a seguito dell’insuccesso delle sue due ultime prove dietro la macchina da presa e dall’aver subito in ultimo persino l’umiliazione della sostituzione in corso d’opera. Una cosa che lo aveva sprofondato nella depressione, dalla quale è riemerso soltanto quando una produzione russa nel 1975 gli ha offerto l’occasione non solo di dare finalmente concretezza al suo sogno giovanile, ma anche di riscattarsi con un film di notevole livello artistico, oltreché di grande impatto emotivo, evocativo e commovente lirismo. Grazie al quale non solo ha recuperato l’ispirazione e la stima generale ma anche il successo ed un tangibile riconoscimento con l’assegnazione dell’Oscar per il film straniero.

Dersu Uzala – Il Piccolo Uomo delle Grandi Pianure’ è un film che nella semplicità si esalta e restituisce un alto significato etico. Un’opera incentrata sul rapporto uomo-natura e sull’importanza e sacralità di valori assoluti come amicizia virile, rispetto del prossimo, l’unione degli intenti per raggiungere un obiettivo comune, l’equilibrio e l’accortezza necessari per sopravvivere a contatto della natura selvaggia, l’esperienza come crescita e l’umiltà per imparare dai propri errori. Sembrano i propositi di un uomo di profonda cultura e saggezza ed invece appartenevano ad un ignorante che però in mezzo alla foresta era in grado d’impartire lezioni a chiunque.

Akira Kurosawa si affida al flashback per rappresentare questa storia attraverso il ricordo struggente del capitano Arseniev, quando un giorno si reca a far visita ai posti dove anni prima aveva assistito alla tumulazione del ‘piccolo uomo delle grandi pianure’ in una semplice fossa scavata di fianco a due grandi alberi ne territorio dove ha preferito tornare nell’ultima fase della sua vita. Purtroppo però quando il capitano giunge sul posto, gli alberi sono già stati abbattuti e la zona ha cambiato aspetto rispetto ad un tempo perché con la costruzione in corso della ferrovia, con annesse abitazioni ed infrastrutture civili per gli addetti ai lavori, è modificata anche la geografia del luogo, incluso il posto dove si trovavano le spoglie del vecchio amico. 

Il ricordo quindi torna a quando Dersu Uzala era ancora in vita, una sorta di gnomo di età indefinita che viveva da solo nella foresta da quando aveva perso la famiglia a causa della peste e da allora traeva alimento e sostentamento dalla natura, grazie alla caccia, che gli permetteva di vendere le pellicce dei zibellini, non certo per arricchirsi ma solo per poter acquistare le necessarie attrezzature, scorte e risorse per affrontare il rigido inverno siberiano e, soltanto nel caso che fosse aggredito, per difendersi dalla terribile ed astuta Amba (il nome con cui lui chiamava la tigre) e gli orsi, oltreché dagli innumerevoli rischi e pericoli che si possono incontrare, anche improvvisi, in una maestosa ed immensa quanto pericolosa foresta, per gran parte ancora incontaminata. (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Mamma Mia! – Ci Risiamo’

MAMMA MIA! – CI RISIAMO

Titolo Originale: Mamma Mia! Here We Go Again

Nazione: Italia

Anno: 2018

Genere: Musicale, Romantico

Durata: 114’ Regia: Ol Parker

Cast: Amanda Seyfried (Sophie Sheridan), Lily James (Donna Sheridan da Giovane), Christine Baranski (Tanya Chesham-Leigh), Jessica Keenan Wynn (Tanya Chesham-Leigh da Giovane), Julie Walters (Rosie Mulligan), Alexa Davies (Rosie Mulligan da Giovane), Pierce Brosnan (Sam Carmichael), Jeremy Irvine (Sam Carmichael da Giovane), Colin Firth (Harry Bright), Hugh Skinner (Harry Bright da Giovane), Stellan Skarsgård (Bill Anderson), Josh Dylan (Bill Anderson da Giovane), Dominic Cooper (Sky), Andy García (Fernando Cienfuegos), Cher (Ruby Sheridan), Meryl Streep (Donna Sheridan)

TRAMA: Donna Sheridan, appena raggiunta brillantemente la laurea, decide di compiere un viaggio iniziatico in giro per il mondo ed il caso la porta nell’isola di Kalokairi in Grecia, dove resta come fulminata sia dal posto che dalla simpatia di alcuni folcloristici abitanti locali, per cui decide di fermarsi con l’obiettivo di trasformare una vecchia e cadente fattoria, che un’anziana proprietaria le ha proposto di darle gratuitamente in uso, per pura e semplice empatia, in un albergo. Durante il suo breve viaggio, Donna aveva avuto due brevi e goliardiche avventure, prima con Harry a Parigi e poi con Bill sul suo yacht in Grecia, mentre direttamente sull’isola ha conosciuto Sam, un giovane architetto con il quale ha trovato immediato feeling e vissuto un’intensa settimana, innamorandosene infine ma rimanendo delusa quando ha scoperto che era già fidanzato e stava per sposarsi. Passato un po’ di tempo, Donna ha scoperto di essere incinta ma non si è persa d’animo e l’anziana greca, che si è affezionata a lei, l’ha aiutata a partorire. E’ nata così Sophie che ora ha venticinque anni ed ha deciso di onorare la figura della madre, scomparsa da un anno, inaugurando con una grande festa quello che è stato trasformato nel frattempo in un elegante hotel, il Bella Donna. I tre amanti della madre, che si considerano, in mancanza di prove certe, padri in parti uguali di Sophie, sono rimasti segnati a loro volta da quella storia e da quella donna coraggiosa, generosa e spontanea. Dei tre però solo Sam, che infine l’aveva sposata Donna, è già sul posto per l’inaugurazione, ma complice una tempesta che danneggia la struttura, mettendo in dubbio che si possa regolarmente effettuare la festa alla data prevista, anche Harry e Bill, interrompendo i rispettivi impegni dirigenziali a Totyo e celebrativi a Stoccolma, si precipitano per arrivare in tempo sull’isola, assieme alle due vecchie amiche di Donna, cioé Tanya e Rosie, che cantavano assieme a lei nel gruppo Donna and the Dynamos ed alle quali s’aggiunge infine anche Ruby, la madre di Donna, con la quale non era mai andata d’accordo e nonna di Sophie, seppure non invitata, ma ancora piuttosto arzilla, la quale al tempo aveva avuto una storia con Fernando Cienfuegos, un nativo dell’isola diventato ora direttore dell’hotel. Sophie deve sposarsi con Sky, il quale però è andato a New York per sei settimane per apprendere le tecniche del business alberghiero, ma ha ricevuto un’allettante offerta di lavoro. Seppure ne sia attratto, infine ha posto l’amore davanti alla carriera. La festa può quindi avere luogo ma nel corso della stessa Sophie scopre di essere incinta, esattamente come sua madre. Nove mesi dopo, durante il battesimo, nella stessa chiesetta dove Donna aveva battezzato lei, Sophie ha una visione della madre che si mostra felice di darle la sua benedizione, prima di un ultimo commiato, sia a lei che al nipotino. 

VALUTAZIONE: due storie di epoche diverse, sviluppate in parallelo dal regista e sceneggiatore Ol Parker che si rifà al quasi omonimo film del 2008, della cui vicenda riprende sia il ‘prequel’ che il ‘sequel’, sempre sulle note e sui testi, sottotitolati, di alcune fra le più famose canzoni del gruppo pop svedese degli ABBA, che ebbe grande successo negli anni settanta. La parte più fresca e forse riuscita del film è quella del ‘prequel’ con protagonista Lily James, messa in scena con contagiosa gioiosità in location di grande fascino naturalistico, mentre nel ‘sequel’ prevalgono la spettacolarità delle scene corali e una buona dose di romanticismo, anche commovente a tratti ma senza mai scadere nei toni patetici, semmai impreziosito da alcune indovinate intuizioni registiche. Se il cinema non deve necessariamente sfornare capolavori e proporre seriose tematiche, a volte ci si può anche accontentare di trascorrere una serata piacevole con una storia semplice, ben strutturata, ben interpretata e ben accompagnata dalle musiche, anche senza essere per forza degli appassionati del musical, che lascia il buon sapore del buonumore e magari strappa anche una lacrimuccia.

Quando si dice che il cinema è la fabbrica dei sogni non si fa di certo una scoperta, ma si comprende anche in questa occasione, e analogamente a ciò che a volte ci capita illusoriamente di vivere per davvero dormendo e sognando appunto, come tutto sia possibile anche grazie a questo meraviglioso mezzo di espressione inventato più di cento anni fa dai fratelli Lumiere ed alla creatività ed al mestiere di chi ancora oggi lo utilizza. Se poi il prodotto finale non è un capolavoro, come in questo caso e nemmeno il più convinto fra i suoi autori probabilmente ha mai neppure presuntuosamente pensato e voluto che fosse, nonostante ci siano comunque momenti di grande cinema ed emozione, non è poi così importante.

Chi ha l’opportunità di assistere a ‘Mamma Mia! – Ci Risiamo‘, che inizia in sordina, per chi non è strettamente appassionato del genere musical (ma dopo i primi dieci minuti assume toni decisamente più convincenti), giunti alla fine ritengo possa serenamente concludere di aver ricevuto sensazioni positive, una buona dose di buonumore ed anche qualche emozione, forse neppure preventivate, senza che ciò suoni scandaloso. Ed una volta tanto grazie ad una storiella piacevole, romantica e divertente, girata in posti incantevoli e interpretata da un ‘parterre de roi‘ di attori appartenenti a varie generazioni ma egregiamente amalgamati fra loro. Il tutto condito, o per meglio dire, imbastito attorno alla colonna sonora portante, con chiaro riferimento anche nel titolo, di un gruppo pop storico come gli ABBA (le singole lettere sono maiuscole perché rappresentano le iniziali dei nomi dei componenti), che negli anni settanta ha avuto un successo planetario grazie ad una serie di brani popolari ed orecchiabili, quelli che poi, come un tormentone, restano in mente a lungo, insomma. Una corposa selezione dei quali è riproposta nel corso di questo stesso film, i cui testi, sottotitolati per il pubblico italiano, riflettono in maniera sorprendente gli stati d’animo e gli avvenimenti che accadono nel corso della vicenda brillantemente messa in scena. 

Per comprendere appieno la storia che racconta quest’ultimo film di Ol Parker, bisogna però tornare all’opera di riferimento, uscita dieci anni prima, con analogo format e musiche dello stesso gruppo svedese, che vedeva protagonista un quasi identico cast, ma con l’aggiunta in questo caso anche degli interpreti impiegati nel ‘prequel‘, ovvero Lily James nel ruolo della giovane Donna Sheridan ed i tre padri di sua figlia Sophie, cioé Sam (Jeremy Irvine), Harry (Hugh Skinner) e Bill (Josh Dylan), quando erano ancora soltanto dei rampanti ed impenitenti seduttori. Oltre alle due simpatiche ed allupate amiche Tanya (Jessica Keenan Wynn) e Rosie (Alexa Davies).

A tal proposito si potrebbe forse obiettare che, almeno all’epoca d’ambientazione del ‘sequel‘, con un banale esame del sangue o del DNA si sarebbe potuto finalmente scoprire chi fra i tre presunti candidati è il vero padre, ma insomma, un po’ come quei prossimi genitori che non vogliono conoscere il sesso del nascituro sino al momento del parto, vuoi mettere come sia più originale ed anche comodo per Sophie e forse anche per i suoi stessi presunti padri al trentatré per cento cadauno, continuare a mantenere questo mistero inalterato nel tempo? Specie se poi fra di loro sono diventati degli amiconi che si ritrovano sempre con piacere e non vedono alcuna necessità pertanto di chiarire il merito. Ma insomma se ci mettessimo a sottilizzare su ogni singolo particolare, come se si trattasse di un atto giudiziario e non di uno spettacolo di puro intrattenimento, potremmo liquidare la cosa in quattro e quattr’otto, ma per fortuna non è questo il caso e neppure la finalità.

Insistendo ancora per un attimo su questo esercizio di puntualizzazione, si potrebbe aggiungere che è perlomeno curioso che una brillante studentessa appena laureata, che ha la fortuna oltreché i mezzi economici per iniziare un viaggio in giro per il mondo senza avere un vero obiettivo, se non forse trovare una qualche ispirazione che possa indirizzarne la vita futura, sia al tempo stesso così ingenua ma anche già così smaliziata e sessualmente disinvolta da cadere fra le braccia e nel letto dei primi tre giovani seduttori che incontra per strada, per così dire, seppure lei continua a sostenere, nonostante le apparenze e le circostanze, che non è quel genere di ragazza lì.

Ma anche se così fosse, la neo laureata, alla quale uno dei tre sussurra ‘…hai uno di quei sorrisi che fa sorridere anche il resto dell’anno…‘ ed ha le fattezze di Lily James, pare non avere alcun dubbio, nel primo caso, a credere che Harry sia, in buonafede, un giovane dolce ed ansioso di celebrare proprio con lei l’addio alla verginità (come dargli torto, d’altronde); nel secondo caso, con Bill, un fascinoso skipper in procinto di partecipare ad una regata, si può sportivamente condividere il letto sul suo yacht, dopo aver persino provato per un po’ a resistergli; con il terzo infine, non cercato ma trovato nell’isola durante un temporale, cioè Sam, è nata una fulminante intesa ed ha vissuto un’intensa settimana prima di risvegliarsi bruscamente innamorata e tradita. Che errori di valutazione si possono imputare in fondo a Donna, signor giudice, potrebbe affermare la difesa in un ipotetico processo morale, se vive con gaiezza e spontaneità la sua età, lasciandosi guidare dai suoi sentimenti, incluse le conseguenze e responsabilità però che poi ne conseguono? ‘…Non so cosa mi riserva il futuro, ma il mondo è grande e io voglio farmi dei ricordi…‘ è stato il motto pronunciato davanti alle amiche Tanya e Rosie, compagne anche nel gruppo musicale Donna and the Dynamos, poco prima della partenza. …(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘I Magnifici Sette’

I MAGNIFICI SETTE

Titolo Originale: The Magnificent Seven

Nazione: USA

Anno: 1960

Genere: Western

Durata: 128’ Regia: John Sturges

Cast: Yul Brynner (Chris Adams), Steve McQueen (Vin), Charles Bronson (Bernardo O’Reilly), James Coburn (Britt), Brad Dexter (Harry Luck), Robert Vaughn (Lee), Horst Buchholz (Chico), Eli Wallach (Calvera), Rosenda Monteros (Petra), Vladimir Sokoloff (Anziano Messicano), Jorge Martinez de Oyos (Hilario), Robert J. Wilke (Wallace, Uomo alla Stazione), Pepe Hern (Tomas), John A. Alonzo (Miguel), Rico Alaniz (Sotero), Val Avery (Henry, Venditore di Busti), Whit Bissell (Chamlee, Titolare delle Pompe Funebri)

TRAMA: i contadini del villaggio Ixcatlan, posto al confine fra Messico e Stati Uniti, subiscono periodiche razzie da parte di Calvera, un fuorilegge a capo di una quarantina di banditi. Stanchi di lavorare duramente nei campi e poi essere puntualmente depredati ed umiliati, su suggerimento del più vecchio e saggio fra loro, due contadini si recano in città per assoldare, seppure in cambio solo di una limitata cifra in denaro, qualche abile pistolero disposto ad aiutarli. Il primo che risponde al loro appello, a seguito del racconto commovente dei contadini, è Chris Adams, un uomo coraggioso e risoluto che non sopporta le prepotenze e le ingiustizie, il quale si adopera in prima persona anche per convincere ad unirsi a lui altri cinque pistoleri, solo un paio dei quali sono a lui già noti, ma tutti comunque di grande abilità e carisma. Ciò che li spinge ad accettare la pericolosa missione non è certo il misero compenso, quanto piuttosto il fatto che da tempo sentono la necessità di tornare a sentirsi utili e protagonisti. Ad essi si aggiunge anche il giovane Chico, un tipo piuttosto borioso, che si è subito proposto ma non ha superato il semplice test cui l’ha sottoposto Chris. Orgoglioso e perciò desideroso di rifarsi, ha seguito i sei pistoleri lungo la strada verso Ixcatlan, sino a convincerli che le sue capacità sono superiori all’inesperienza. Non tutti i contadini però sono d’accordo che la soluzione migliore sia portare a casa loro alcuni pistoleri e temendo che a farne le spese per prime possano essere le loro donne, le nascondono, così che al loro arrivo i pistoleri trovano uno scenario deserto e soltanto dopo escono allo scoperto esclusivamente gli uomini ed i bambini. Per affrontare Calvera ed i suoi uomini però, Chris, al quale tutti riconoscono il ruolo di capo e di stratega, dopo un sopralluogo decide di far eseguire intorno al villaggio alcune fortificazioni utili a migliorarne le difese e che i contadini siano addestrati all’uso delle armi, che si tratti di bastoni o fucili, sotto la guida dei pistoleri. Chico nel frattempo scorge casualmente nei dintorni del villaggio Petra, la giovane e bella figlia di un contadino, la quale fugge alla sua vista ma dopo un breve inseguimento e colluttazione, il giovane ha la meglio e la conduce al villaggio. Petra, nonostante Chico l’abbia trattata con sufficienza, ne è rimasta colpita. Calvera infine torna minacciosamente al villaggio ma stavolta trova ad accoglierlo i sette pistoleri che lo costringono a ritirarsi. E’ però solo un primo atto, infatti nei giorni a seguire i banditi tornano alla carica ed avvengono molti scontri, in alcuni casi favorevoli ai contadini, in altri a Calvera ed i suoi. Quando però sembra che quest’ultimo possa avere la meglio ed i sette pistoleri sono stati disarmati e costretti ad andarsene, per aver salva la pelle, decidono poco dopo aver lasciato il villaggio di tornare indietro e di combattere per portare a termine il lavoro per il quale sono stati ingaggiati. Nella battaglia che ne segue di loro però se ne salvano solo tre di loro: Chris, Vin e Chico, ma Calvera ed i suoi uomini non hanno migliore sorte essendo infine sconfitti ed uccisi. I contadini però, come dice Chris rivolgendosi a Vin poco prima di andarsene, sono gli unici vincitori, a parte Chico, oramai innamorato di Petra, che ha deciso di stabilirsi a Ixcatlan, perché nel destino dei pistoleri c’è quello di vagabondare, privi di affetti e di solide radici.  

VALUTAZIONE: uno dei film western classici fra i più noti, diretto da John Sturges con grande mestiere, senza mai cedere alla tentazione dell’agiografia dei personaggi coinvolti. I magnifici sette infatti possiedono caratteri e capacità molto diverse fra loro, che risaltano senza mai apparire però forzate. In un crescendo di tensione, non privo di momenti d’ironia e rituali tipici del genere di appartenenza, sono esaltati valori come il rispetto dell’amicizia, degli impegni civili ed il senso di giustizia sino al sacrificio personale. Sturges è riuscito contemporaneamente nell’impresa di rendere omaggio al regista Akira Kurosawa ed alla sua più celebre opera, al quale questo film è ispirato ed a realizzare un’ardita quanto efficace trasposizione dal feudalesimo giapponese al western della ‘grande frontiera’ americana.

Nel 1954 il regista giapponese Akira Kurosawa girava un’opera che è diventata un ‘cult’, da molti considerata la più significativa della sua carriera, cioè ‘I Sette Samurai‘. Il cinema del Sol Levante era stato da poco scoperto e valorizzato in occidente grazie ad alcuni Festival e molti autori europei ed americani guardavano con curiosità ed ammirazione allo stile severo ma di grande fascino che quella cinematografia trasmetteva, grazie a registi di grande qualità come, fra gli altri ed oltre a quello già citato, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e Kon Ichikawa.

Nel 1950 il film ‘Rashōmon‘ di Kurosawa ha vinto il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia e l’Oscar per il Film Straniero, ma lo stile e le tematiche de ‘I Sette Samurai‘ (clicca sul titolo di diverso colore se vuoi leggere il mio commento al film), la cui vicenda è ambientata nel medioevo del Giappone, hanno impressionato a tal punto il regista americano John Sturges da spingerlo a trasporne la storia fra i contadini che vivono al confine fra Messico e Stati Uniti al tempo dell’epopea western, trasformando i sette samurai in altrettanti pistoleri. Il risultato è diventato a sua volta un classico del genere di appartenenza e chiunque ne conosca anche solo superficialmente i titoli più significativi non dovrebbe avere difficoltà a riconoscere fra essi ‘I Magnifici Sette‘, oltre alla famosissima colonna sonora composta da Elmer Bernstein. Avendo appena avuto l’occasione di vedere l’opera di Kurosawa, non ho resistito alla tentazione di rivedere subito dopo anche l’adattamento di Sturges.

Si tratta ovviamente di una libera rielaborazione, ma il regista americano nativo dell’Illinois (già noto per aver diretto opere significative come ‘Sfida all’OK Corrall‘ nel 1957 e ‘Sfida nella Città Morta‘ l’anno seguente), già nei titoli di testa cita apertamente come riferimento l’opera di Kurosawa e difatti, ambientazione ed epoca a parte, che sono ovviamente molto distanti fra loro, le differenze nello sviluppo della trama sono invece minimali e più che la vicenda in sé, che rispecchia quindi in larga parte quella de ‘I Sette Samurai‘, sono alcune specifiche nei ruoli dei sette protagonisti che ne ‘I Magnifici Sette‘ sono state scambiate rispetto all’opera del regista giapponese.

Tanto per fare un esempio, nel film di Kurosawa il più giovane è un aspirante samurai, mentre quello che si aggrega agli altri sei, per volontà sua e non per essere stato ingaggiato in base ai meriti acquisiti o sulla fiducia perché di fama già nota, è un personaggio maturo, interpretato da un attore carismatico come Toshiro Mifune. Nell’opera di Sturges invece, la sceneggiatura assegna al più giovane il ruolo del presuntuoso che si candida ad aggiungersi al gruppo dei sei. Messo però alla prova da Chris Adams, il pistolero che svolge un po’ il ruolo che oggi definiamo del ‘recruiter’ o selezionatore, Chico (questo il suo nome) fallisce miseramente. Per cui se ne va furibondo e deluso per essere stato ridicolizzato, salvo poi recuperare la credibilità e la stima utili per conquistarsi un posto fra i magnifici sette quando, dopo averli testardamente seguiti da lontano lungo il viaggio per raggiungere il villaggio, dimostra da abile cacciatore la sua capacità di sopravvivenza in un ambiente selvaggio. Persino di avere carattere ed iniziativa, quando Chico sale sul campanile per far suonare le campane, usate di solito per lanciare un allarme generale ai contadini per farli tornare al più presto dai campi, oppure in questo caso per farli uscire dalle loro case, timorosi e sospettosi nei confronti dei nuovi arrivati. Il vecchio saggio del villaggio per giustificarne il comportamento a Chris, gli dice infatti che: ‘…hanno paura di tutti e di tutto. Hanno paura se piove o se non piove, l’estate può essere troppo calda, l’inverno troppo freddo. Se la scrofa non ha maialini il contadino ha paura di morir di fame, se la scrofa ne fa troppi han paura che muoia la scrofa…‘.

Detto ciò, ‘I Magnifici Sette‘ è un western che, contrariamente alla tipologia del genere, non punta a mettere in mostra i muscoli o le performance balistiche dei sette pistoleri, ma a descrivere ognuno di loro con attenzione al carattere ed alle specifiche peculiarità, senza esagerazioni in termini di raffigurazione. Semmai, come nei riguardi del giovane Chico, oppure durante la fase di selezione dei sei compagni di ventura da parte di Chris, emerge anche qualche nota ironica a stemperare la seriosità dei rispettivi momenti. Di certo, ben consci di essere solo in sette ad affrontare una quarantina di banditi, per giunta armati di tutto punto, i pistoleri non si comportano da smargiassi; al contrario sono consapevoli di rischiare la vita in un’azione di difesa dei più deboli dalla quale non potranno comunque trarre gran vantaggio, né in denaro, né in natura e neppure in gloria, trattandosi di un villaggio sperduto dal quale, l’eco del loro sacrificio, non andrà comunque molto lontano. Per tale ragione decidono di addestrare alla bell’e meglio anche i contadini ritenendo, con umiltà ed avvedutezza, che sia indispensabile anche il loro contributo.

Chris Adams si era dimostrato immediatamente l’uomo giusto per la delegazione di contadini scesi sino alla più vicina città per ingaggiare i pistoleri necessari per affrontare una volta per tutte il prepotente e spietato Calvera, rifiutandosi di subire ancora passivamente le sue angherie, seppure alcuni fra loro invece preferirebbero ancora sottomettersi, temendo ancora di più la sua vendetta. I poveretti hanno assistito di persona alla coraggiosa iniziativa di Chris di farsi avanti e sfidare alcuni bianchi razzisti che avrebbero voluto impedire ad un povero pellerossa defunto di essere sotterrato nel cimitero, come se potesse contaminarne la terra e nonostante in vita si fosse distinto a lungo in quel posto per il suo comportamento. Chris (Yul Brynner) si era offerto di guidare la carrozza funebre, subito affiancato da Vin (Steve McQueen) seppure i due non si conoscevano affatto prima di quella occasione e fra loro era nata un’immediata intesa ed empatia…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…