Libro e Film: ‘Presunto Innocente’

PRESUNTO INNOCENTE (romanzo)

Di Scott Turow

Anno Edizione 1987 (ed. italiana 1991)

Pagine 448

Costo € 7,99

Traduzione di Roberta Rambelli

Ed. Mondadori (collana ‘Oscar Bestsellers’)

 PRESUNTO INNOCENTE (film)

Titolo Originale: Presumed Innocent

 Nazione: USA, Anno:  1990

Genere:  Drammatico, Giallo-Thriller

Durata: 128’ Regia: Alan J. Pakula

Cast: Harrison Ford (Rusty Sabich), Greta Scacchi (Carolyn Polhemus), Brian Dennehy (Raymond Horgan), Raul Julia (Sandy Stern), Bonnie Bedelia (Barbara Sabich), Paul Winfield (Larren Lyttle), John Spencer (Detective Lipranzer), Joe Grifasi (Tommy Molto), Tom Mardirosian (Nico Della Guardia), Sab Shimono (Medico legale Kumabai), Bradley Whitford (Jamie Kemp), Leland Gantt (Leon Wells)

TRAMA: nell’ipotetica contea di Kindle, nel South End di Chicago, si stanno per svolgere le elezioni per il procuratore distrettuale, ruolo occupato da Raymond Horgan, il quale stavolta rischia seriamente di non essere rieletto, incalzato dal suo rivale Nico Della Guardia. Rusty Sabich è il vice di Raymond. Nel pieno della campagna elettorale la procuratrice Carolyn Polhemus viene assassinata brutalmente e legata, forse anche violentata, nel suo appartamento. Carolyn era brava, bella, sensuale ma anche molto ambiziosa. Per favorire la sua carriera perciò non ha esitato a relazionarsi sessualmente con chi nel suo ambiente poteva spianarle la strada. Horgan affida il caso a Sabich, confidando nella sua bravura per risolvere il caso in tempo utile ad ottenere un ribaltamento dei sondaggi a lui sfavorevoli. Rusty però è stato amante di Carolyn, seppure per un breve periodo ed il loro rapporto si è concluso bruscamente per volontà della donna, lasciando Sabich nello sconcerto e molto più coinvolto di quello che avrebbe mai potuto presumere. Non ha nascosto la sua relazione neppure alla moglie Barbara, dalla quale ha avuto un figlio cui è affezionatissimo e che non ha mai inteso lasciare, nonostante la fatale infatuazione. Sorprendentemente però Sabich viene accusato poco dopo da Della Guardia e dal suo fido braccio destro Tommy Molto di essere l’autore dell’omicidio, avendo trovato sul luogo del delitto alcune prove schiaccianti della sua colpevolezza. Rusty si trova così ben presto a passare dal ruolo di inquirente a quello di presunto colpevole, abbandonato dal suo stesso capo e mentore. Una situazione paradossale che mina pesantemente la sua reputazione e lo costringe ad indebitarsi per assumere a sua difesa un avvocato di grido, che lui individua in Sandy Stern, suo contraddittorio in alcuni processi. Attraverso una serie di testimonianze e contro interrogatori, cavilli legali abilmente cercati e colpi di scena, anche insperati ed inaspettati, Sabich riuscirà a dimostrare la sua innocenza, non più soltanto presunta quindi, anche se la verità che infine emergerà sarà comunque per lui amara.   

VALUTAZIONE: il confronto fra film e romanzo dal quale è tratto evidenzia in questo caso ancor più del solito le differenze, che riguardano in particolare l’approfondimento delle descrizioni psicologiche e ambientali ed il complesso e/o corrotto ambiente della procura distrettuale dentro il quale avviene il caso giudiziario al centro dell’opera. Come capita frequentemente nel genere di appartenenza, alcuni particolari narrativi risultano discutibili. Nonostante ciò il romanzo è riuscito, specie nei lunghi dibattimenti in aula, giocati quasi sempre sul filo delle singole parole e delle speciose regole processuali. Il film a sua volta, pur risultando al lettore del romanzo un po’ arrangiato e compresso, ha il pregio di presentare un set d’interpreti azzeccati con una Greta Scacchi, la cui dirompente sensualità, ancor più che nella descrizione scritta, spiega le ragioni per cui molti uomini hanno perso la testa per Carolyn, bruciandosi. 

Il dubbio è un classico: è meglio vedere un film prima di leggere il romanzo dal quale è tratto oppure il contrario? Molti si tolgono il pensiero (ammesso che ne esista uno in proposito) guardando solo il film o leggendo soltanto il romanzo, opera d’esordio di Scott Turow. Magari gli stessi non sanno neppure che esiste uno o l’altro.

Presunto InnocenteChi decidesse però in questo caso di affrontare entrambi in sequenza, come il sottoscritto, partendo dal tomo per poi andare a recuperare, soprattutto per curiosità, questa oramai datata versione cinematografica diretta da un signor regista come Alan J. Pakula (noto ai più per film d’indagine come ‘Tutti gli uomini del presidente’, ‘Perché un assassinio’ e ‘Una squillo per l’ispettore Klute’) ed interpretata da nomi del calibro di Harrison Ford, Greta Scacchi ed il compianto Raul Julia, noterà che il confronto si ripropone puntualmente anche stavolta ed è quasi sempre a sfavore del film.

Presunto Innocente 03‘Presunto Innocente’ non fa eccezione nonostante l’adattamento cinematografico si possa assolutamente definire riuscito. Sono quasi certo che chiunque abbia visto solo il film non esiterà a definirlo in termini ancora più lusinghieri e difatti alcuni lo considerano addirittura, nel genere di competenza, uno dei migliori degli anni novanta.

Presunto Innocente 04Scott Turow ha scritto il suo primo romanzo nel 1987 ed è stato immediatamente un grande successo. Qualcuno sostiene che sia anche il capostipite di un genere letterario definito ‘legal thriller’ o ‘thriller giudiziario’, cui devono il loro successo autori fra gli altri come John Grisham, Michael Connelly e Richard North Patterson. Ventitrè anni dopo, lo stesso personaggio protagonista, Rusty Sabich, invecchiato in egual misura, è stato riproposto da Turow in un sequel intitolato ‘Innocente’, senza neppure la presunzione quindi. Anche di quest’opera, come di quasi tutte quelle che lo scrittore americano ha pubblicato nel frattempo, ne è seguito un adattamento per lo schermo, seppure in quest’ultimo caso solo per la TV.

Presunto Innocente 06Scott Turow, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, è stato un avvocato. Le cronache, probabilmente aggiustate ad arte, raccontano che ‘Presunto Innocente’ l’abbia scritto sui mezzi di trasporto mentre si recava allo studio di avvocatura presso il quale lavorava. Il particolare non è solo di stampo puramente informativo perché scorrendo il tomo non ci vuole molto a capire il livello di competenza e di puntigliosità con le quali l’autore descrive e tratta le varie fasi processuali ed i rapporti fra avvocati e giudice. Non solo, ma anche i rituali politici e di potere e ahimè di corruzione che girano attorno all’ambiente della procura distrettuale, incluso il gioco delle parti, denso di sfumature e di finezze legali fra accusa e difesa, dalle quali però dipende la sorte dello sfortunato innocente che si trovasse, come in questo caso, ad essere accusato di omicidio a fronte di prove apparentemente schiaccianti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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Film: ‘Lo Chiamavano Jeeg Robot’

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2015

Genere:  Fantastico, Azione, Drammatico

Durata: 118’ Regia: Gabriele Mainetti

Cast: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia), Salvo Esposito (Vincenzo), Gianluca Di Gennaro (Antonio) 

TRAMA: Enzo Ceccotti è un ladruncolo romano. Ha appena rubato un orologio ed è inseguito da alcuni poliziotti in borghese. Sul Lungo Tevere si rifugia dentro una chiatta, ma è costretto ad immergersi nelle acque del fiume per sfuggire alla cattura. Con i piedi scalcia degli strani contenitori che riportano il simbolo della radioattività ed uno di essi si rompe. Quando Enzo risale in superficie si sente male, vomita ed ha i brividi ma nonostante sia bagnato fradicio riesce comunque a raggiungere la sua abitazione a Tor Bella Monaca. In realtà è un piccolo appartamento in condizioni pietose in un condominio-alveare degradato. Enzo ha la febbre, trema, vomita di continuo ma infine riesce ad addormentarsi. Al risveglio sta molto meglio. Al piano di sotto abita Sergio con Alessia, una figlia disturbata, la quale vive in una realtà di fantasia, dominata dai manga giapponesi. Sergio fa parte della banda dello Zingaro, un criminale senza scrupoli alla ricerca del colpo grosso per entrare nel grande giro e per questo si è accordato con un’organizzazione legata alla camorra ed allo spaccio della droga. Enzo raggiunge il luogo dove si riunisce di solito la banda e tratta con Sergio la vendita dell’orologio rubato. Subito dopo quest’ultimo gli propone di accompagnarlo all’appuntamento con un paio di corrieri orientali che sono appena giunti a Roma ed hanno ingoiato delle capsule di cocaina per sfuggire ai controlli. Il ritrovo è all’ultimo piano di un palazzo in costruzione. Una di queste capsule però si rompe ed il corriere muore per overdose. Il suo compare, spaventato, spara alcuni colpi di pistola a Sergio che muore a sua volta ed uno di essi raggiunge ad una spalla anche Enzo che vola nel vuoto. Quando rinviene si rende conto incredulo di non avere subito traumi nonostante quella caduta di parecchi piani. Si allontana di corsa da quel luogo e trova Alessia seduta sulle scale di casa che gli chiede notizie del padre, ma Enzo non ha il coraggio di dirle la verità e si chiude nel suo appartamento. Alessia bussa però insistentemente alla porta, sinché Sergio indispettito colpisce la stessa porta con un pugno e con irrisoria facilità la sfonda, scoprendo così di possedere una forza sovrumana, che esperimenta subito dopo spostando un armadio con irridente facilità. Dallo stupore passa poco dopo all’azione, scardinando un bancomat per poi trascinarlo sino a casa. Il filmato ripreso dalle telecamere finisce in Internet e diventa virale. Persino lo Zingaro è stupito da quello che vede e gli piacerebbe che quell’uomo fosse al suo fianco. Con quattro scagnozzi al seguito si presenta a casa di Alessia minacciandola per sapere dove è finito il padre con il carico di droga che aspettavano, ma quando sembra intenzionato ad ucciderla, irrompe dalla finestra Enzo, il viso coperto da un passamontagna, che in breve tempo sgomina gli assalitori costringendoli alla fuga, nonostante lo Zingaro gli mozzi, poco prima di dileguarsi, il dito mignolo di un piede con una mannaretta. Alessia identifica il suo salvatore in Jeeg Robot d’Acciaio, il suo idolo dei manga. Enzo diventa così un criminale, che blocca e rapina un furgone portavalori facendo infuriare lo Zingaro che aveva intenzione di attuare lo stesso colpo per restituire i soldi della fallita partita di droga alla cosca di Nunzia. Enzo diventa una sorta di ‘Superman’ delle borgate quando salva una bimba dalle fiamme dell’auto coinvolta in un incidente stradale ed è tenero al tempo stesso nei confronti di Alessia, alla quale finisce per affezionarsi. Un comportamento contraddittorio che mescola buone intenzioni ad illegalità e che diventa il leit-motiv della sua vita e del suo nuovo ruolo. Solo lui infatti è in grado di fermare lo Zingaro che vuole sconvolgere Roma per diventare il più temuto e famoso dei criminali. 

VALUTAZIONE: un’opera unica nel panorama del cinema nazionale, di un esordiente che ha fatto incetta di alcuni dei premi più prestigiosi ai David di Donatello dell’edizione 2016. Uno stile a mezza strada fra grottesco, fantastico e drammatico con un gruppo d’interpreti azzeccatissimi in una sorta di western fra le borgate romane.                                                                                                                                                      

Lo confesso: di manga e anime giapponesi (quelli che noi definiamo abitualmente fumetti o cartoni animati) non ne so niente, quindi Jeeg Robot d’Acciaio, Hiroshi Shiba e Go Nagai erano per me dei nomi sconosciuti, prima della visione di questo film.

Il lettore che fosse nella stessa condizione non si preoccupi però, perché le ragioni per apprezzare quest’opera d’esordio di Gabriele Mainetti sono di tutt’altro genere e non c’è alcun bisogno di rimediare alla lacuna sottoponendosi frettolosamente ad una sorta di corso intensivo sul tema.

La sequenza iniziale, che vede un uomo in fuga dai poliziotti in borghese a Roma, fra Castel Sant’Angelo ed il Lungo Tevere, potrebbe sembrare tratta da un poliziesco italiano degli anni settanta, perlomeno sinché il fuggitivo, elusa la cattura, riemerge dalle acque torbide del fiume, dove si è dovuto immergere suo malgrado calandosi da una chiatta, per riapparire tempo dopo, quasi irriconoscibile, impregnato di una sostanza nera, oleosa e malsana.

Sin qui, a parte un’inquadratura che mostra alcune taniche nascoste sotto quella stessa chiatta con l’indicazione che contengono sostanze radioattive, una delle quali si rompe a causa dei maldestri movimenti in acqua di Enzo Ceccotti, ci sarebbe poco altro da aggiungere. Un cognome, quello di Ceccotti, foneticamente anonimo, diciamolo; quasi risibile rispetto ad altri decisamente più pertinenti che è abile a proporre, ad esempio, la cinematografia americana in opere analoghe. Il ritorno a casa, zuppo, sporco e schivo in un quartiere degradato della periferia romana di Tor Bella Monaca (altro nome che sembra paradossale a confronto dell’ambiente che rappresenta) pare preludere all’ennesima storia di miseria e di disagio sociale della periferia di una grande città, con il rischio concreto che il voltastomaco e la febbre che hanno colpito Enzo poco dopo essere riemerso dall’acqua torbida, possano preludere ad un’evoluzione dannosa per la sua salute.

L’agglomerato urbano dove abita, in un appartamento che definire trasandato, fetido e sporco è persino riduttivo, non è molto diverso dalle cosiddette Vele di Scampia a Napoli (un’altra associazione di nomi nella quale è difficile non cogliervi un intento sarcastico), rese particolarmente famigerate dalla serie TV ‘Gomorra’. Enzo spende le sue serate fra videocassette hard, delle quale ha una nutrita collezione ed alimentandosi soltanto con una sorta di strano budino giallastro in confezioni da yogurt prive di etichetta, che conserva in notevole quantità dentro il frigo. 

Al piano di sotto ci abitano Sergio e Alessia, padre e figlia. Lui è un affiliato della banda dello Zingaro; lei è una bella ragazza, anzi una donna dal punto di vista fisico, che però non si è più ripresa dallo choc della morte prematura della madre e da allora non c’è più con la testa, come afferma lo stesso padre. Confonde spesso infatti la realtà con la fantasia delle ‘anime giapponesi’, non si stacca mai da un lettore dvd nel quale vede e rivede le imprese dei suoi eroi e sogna di vestire l’abito di una principessa ed è in attesa che il suo idolo, Jeeg Robot d’Acciaio, la venga a prendere, come il cavaliere azzurro delle favole di un tempo.

Lo Zingaro, gli occhi spiritati, l’espressione aquilina, velenoso come un serpente, ambizioso e senza scrupoli, è il leader di una banda che ha la sua sede nel canile di una zona malfamata della stessa Tor Bella Monaca, dal quale dirige un’attività criminosa di piccolo cabotaggio, per così dire, usando una metafora marinaresca. Dopo aver partecipato persino ad un’edizione del programma televisivo ‘Buona domenica’, appassionato esecutore canoro di cover della migliore tradizione musicale italiana, come malavitoso in carriera ha aspettative molto diverse e vuole puntare ad entrare nel grande giro. ‘…Io vojo fa’ ‘r botto. Vojo che ‘a gente se piega a pecoroni quanno me ‘ncontra pe’ salutamme, così je posso piscia’ ‘n testa…’, è il suo proclama d’intenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Il Ponte Delle Spie’

IL PONTE DELLE SPIE

Titolo Originale: Bridge of Spies

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Storico, Spionaggio, Drammatico, Thriller

Durata: 142’ Regia: Steven Spielberg

Cast: Tom Hanks (James Donovan), Mark Rylance (Rudolf Abel), Amy Ryan (Mary Donovan), Sebastian Koch (Wolfgang Vogel), Alan Alda (Thomas Watters), Scott Shepherd (Hoffman, funzionario CIA), Austin Stowell (Francis Gary Powers), Mikhail Gorevoy (Ivan Schischkin), Will Rogers II (Frederic Pryor), Billy Magnussen (Doug Forrester), Eve Hewson (Carol Donovan), Domenick Lombardozzi (Agente Blasco), Michael Gaston (Agente Williams), Peter McRobbie (Allen Dulles), Edward James Hyland (Earl Warren), Joshua Harto (Bates), Noah Schnapp (Roger Donovan), Stephen Kunken (William Tompkins), Greg Nutcher (Tenente James), Jon Donahue (Agente Faye), Jillian Lebling (Peggy Donovan), Victor Verhaeghe (Agente Gamber), Nadja Bobyleva (Katje), Joe Forbrich (Agente Pinker), Rebekah Brockman (Alison), Jesse Plemons (Joe Murphy), John Rue (Lynn Goodnough), Dakin Matthews (Giudice Byers), Michael Schenk (Cugino Drews), Burghart Klaussner (Harald Ott), Luce Dreznin (Lydia Abel), Steve Cirbus (Michael Verona), Petra Marie Cammin (Helen Abel), Jon Curry (Agente Somner), Le Clanché du Rand (Millie Byers), Steven Boyer (Marty), David Wilson Barnes (Sig. Michener)

TRAMA: A James Donovan, avvocato assicurativo di un prestigioso studio di Brooklyn, viene assegnata la difesa d’ufficio di Rudolf Abel, una spia russa arrestata sotto mentite spoglie, accusato di inviare da New York a Mosca messaggi in codice proprio negli anni della ‘guerra fredda’. Abel raccoglieva informazioni camuffato da pittore di strada. L’obiettivo del governo americano è quello di dimostrare che in uno stato democratico anche una spia nemica può contare su una legittima difesa. Donovan in pratica dovrebbe limitarsi ad un ruolo di facciata per una condanna già scritta riguardo un argomento giudiziario che non ha mai neppure affrontato in precedenza. Lui vorrebbe rifiutarsi, preoccupato per le ripercussioni sulla sua famiglia e sulla carriera, ma non può esimersi. Chi ha deciso di affidare a lui questo incarico però non ha tenuto in debito conto la forza della sua etica professionale. Dopo aver incontrato Abel, che è una persona intelligente, dotata d’ironia e persino di sensibilità artistica, ma oramai preparato al ruolo del martire, Donovan si sente in dovere di svolgere il suo compito con serietà ed in breve finisce per avere contro tutti: giudice, studio legale, le persone che incontra sul treno e che lo riconoscono dalle foto pubblicate sui giornali e persino la famiglia che non capisce la sua ostinazione, a scapito persino della loro sicurezza. Nonostante la sua appassionata difesa, non riesce ad evitare la condanna ad Abel, ma grazie ad una intuizione convince il giudice a non emettere una sentenza di morte riservata di solito alle spie. Dopo qualche tempo infatti un pilota americano che stava cercando con un aereo di nuova concezione di scattare foto in alta quota del territorio sovietico, viene abbattuto da un missile e catturato dai russi. Quasi in contemporanea, durante i lavori per l’innalzamento del muro a Berlino un giovane studente americano viene fermato dalle guardie della Germania Est ed imprigionato con un futile pretesto. Il governo americano ritenendo fondamentale recuperare il pilota, che è a conoscenza di numerose delicate informazioni, accetta di rispondere ad un segnale dei sovietici per uno scambio di prigionieri ed attraverso la CIA viene contattato proprio Donovan per affidargli l’incarico di condurre in gran segreto la trattativa. All’oscuro della moglie e dei figli, viene inviato a Berlino dove si trova ad avere a che fare sia con i russi che con i tedeschi dell’est, in una sorta di rappresentazione teatrale già predisposta sin nei minimi particolari al fine di ottenere le migliori condizioni possibili per lo scambio. Nonostante l’opposizione della CIA, Donovan intende ottenere in cambio di Abel, la liberazione sia del pilota che dello studente. Un uomo tutto d’un pezzo, lo definisce infatti con rispetto e riconoscenza la spia russa, al momento dello scambio.

VALUTAZIONE: un episodio di storia che non si legge sui libri ma che Spielberg ha rielaborato con grande professionalità, grazie alla splendida sceneggiatura dei fratelli Coen ed a interpreti di alto livello. Una vicenda di spionaggio che conduce lo spettatore dentro la città di Berlino al momento dell’innalzamento del famigerato muro e nelle atmosfere della ‘guerra fredda’ in un crescendo di tensione. Lo stile ricalca le migliori opere del genere di appartenenza basate su quel periodo storico.                                                                                                                                                                         

Ne è passato di tempo da ‘Duel’, sorprendente Film TV che ha rivelato Steven Spielberg nel 1971, sino a ‘Il Ponte delle Spie’ del 2015, passando per ‘E.T.’, ‘Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo’, ‘Indiana Jones’, ‘Jurassic Park’ e via di questo passo, in una carriera dietro la macchina da presa di grande valore e di ampio spettro dal punto di vista dei generi affrontati e dei contenuti.

Spielberg, nel corso di quasi mezzo secolo di carriera, ha affrontato infatti situazioni anche molto distanti fra loro per tipologia, temi e stile, privilegiando però non soltanto il lato spettacolare, pur evidente nelle sue opere che si possono definire più di consumo, ma spesso anche raffigurando personaggi di grande carisma e carattere, con puntante in episodi di straordinario impegno civile. Si veda ad esempio un’opera come ‘Schindler’s List’, oppure ‘Il Colore Viola’, per proseguire in una rapida carrellata con ‘L’impero del Sole’, ‘Amistad’, ‘Munich’ ed infine ‘Lincoln’. Non tutte queste ‘torte’ gli sono riuscite con il buco, per così dire, ma è evidente l’impegno del regista non soltanto volto al mero raggiungimento del risultato al botteghino, seppure non l’ha mai neppure disdegnato e senza il quale non avrebbe avuto lo spazio e la carriera che oggi conosciamo.

‘Il Ponte delle Spie’ racconta una storia vera che è avvenuta fra la fine degli anni cinquanta e gli inizi dei sessanta. A quel tempo la ‘Guerra Fredda’ era nel pieno del suo sviluppo, a Berlino i comunisti erigevano il famigerato muro che divideva la parte est della città in mani loro, da quella ovest sotto il controllo degli alleati. Strade e case separate da una parete di cemento, con la fuga precipitosa di chi era disposto a rischiare la vita proprio mentre si chiudevano anche gli ultimi spiragli sul muro o aveva intuito per tempo quello che stava per accadere.

Le spie di entrambe le parti erano già da tempo sguinzagliate alla ricerca di informazioni utili ai rispettivi governi, in una corsa agli armamenti il cui punto di massima tensione si verificherà, di lì a breve, con la crisi di Cuba e la minaccia di una guerra nucleare che, se fosse scoppiata, avrebbe cambiato le sorti del mondo e non solo dei due stati principali antagonisti, cioè USA e URSS.

Rudolf Abel alias William Genrikowitsch Fischer era il personaggio ideale per diventare una spia sovietica negli Stati Uniti. Nativo del nord Inghilterra da madre russa e padre tedesco, aveva imparato perfettamente alcune lingue fra le quali ovviamente l’inglese. Tornato giovane nell’URSS, era entrato a far parte della Polizia Segreta. Nel 1957 lo troviamo a New York nei panni di un pittore di strada mentre stacca con circospezione un nichelino magnetico appiccicato sotto una panchina, il quale contiene nella parte cava interna un foglietto accuratamente piegato con una serie di numeri, la cui cifratura diventerà in seguito un rompicapo per i servizi segreti americani. Scoperto e condannato a trenta anni di carcere, Abel fu al centro di un caso clamoroso di scambio prigionieri fra URSS e Stati Uniti che avvenne sul cosiddetto ‘ponte delle spie’ del titolo, ovvero il ponte di Glienicke sul fiume Havel, nella parte nord di Berlino.

Se il caso fu clamoroso, lo testimonia anche il fatto che ha spinto Steven Spielberg a trarne un film, il quale è valso il premio Oscar per il miglior attore non protagonista a Mark Rylance nei panni proprio di Rudolf Abel, la cui risposta era sempre la stessa, quando l’avvocato James Donovan (interpretato dal solito bravissimo Tom Hanks) gli chiedeva in più circostanze se era preoccupato per i rischi che stava correndo per la sua vita, cioè un fatalistico quanto ineccepibile: ‘…servirebbe?…‘.

La sceneggiatura è d’autore, cioè dei fratelli Ethan e Joel Coen e non c’era da dubitare quindi che fosse molto ben costruita, se si esclude il fatto, a patto che non sia voluto, che si percepisce poco la distanza fra alcuni avvenimenti della storia vera dalla quale è tratta. La durata della prigionia di Abel dopo la condanna, rispetto alla cattura da parte dei sovietici del pilota Francis Gary Powers, a seguito dell’abbattimento del nuovissimo areo da ricognizione U-2, avviene infatti due anni dopo ed il successivo scambio di prigionieri ancora due anni dopo, mentre nel film questi avvenimenti sembrano in pratica consecutivi uno all’altro. La ricostruzione, con inserti di repertorio, dei giorni nei quali è stato eretto il muro a Berlino e la sensazione di oppressione che generano quelle sequenze, mentre le persone cercano di scappare come topi imprigionati dentro una nave che sta affondando, sono di notevole impatto emotivo ed evidenziano chiaramente tutta la drammaticità del momento storico….(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Beata Ignoranza’

BEATA IGNORANZA

Titolo Originale: Idem

 Nazione: Italia

Anno:  2017

Genere:  Commedia

Durata: 102’ Regia: Massimiliano Bruno

Cast: Marco Giallini (Ernesto), Alessandro Gassmann (Filippo), Valeria Bilello (Margherita), Carolina Crescentini (Marianna), Teresa Romagnoli (Nina), Giuseppe Ragone (Gianluca), Malvina Ruggiano (Costanza), Emanuela Fanelli (Iris), Luca Angeletti (Nazi), Luciano Scarpa (Mayer), Teodoro Giambanco (Lorenzo), Susy Laude (Roberta)

TRAMA: Ernesto e Filippo sono cresciuti assieme. Filippo è sempre stato uno scapestrato, l’esatto contrario di Ernesto. Da grandi li ha divisi una donna, Marianna, la quale ha avuto una figlia, Nina e fra i due rivali ha infine scelto Ernesto come compagno. Solo quindici anni dopo però gli ha confessato che Nina in realtà è figlia di Filippo. Ernesto sorpreso e sconvolto se n’è andato di casa, abbandonando anche Nina perché non è sangue suo. Marianna in seguito è morta a causa di un incidente stradale, ma Nina quando ha tentato di avvicinarsi al vero padre Filippo, non ha trovato l’attenzione sperata. Entrambi gli amici di un tempo sono diventati professori: Ernesto di italiano e Filippo di matematica. Ernesto è un insegnante vecchio stampo che odia i telefonini, Internet ed i computer, preferendo ancora i libri cartacei ed i classici. Filippo, laureato fuori corso con il minimo dei voti, è un seduttore di donne ed appassionato di social network, con grandi lacune nella materia che dovrebbe insegnare. Gli studenti però non glielo fanno pesare perché lui conquista la loro simpatia con alcune concessioni comportamentali. Caso vuole che un giorno Ernesto e Filippo si ritrovano assegnati allo stesso istituto ed alla stessa classe. Un immediato litigio davanti agli studenti sugli opposti metodi d’insegnamento, diventa virale sulla Rete. Nina lo vede, si vergogna, nel frattempo è rimasta incinta e nel seguire un progetto multimediale che potrebbe aprirle opportunità di lavoro e guadagno, propone ai due di darle finalmente una mano, accettando di fare un esperimento: dovranno scambiarsi le parti ed il risultato sarà registrato in un filmato. Ernesto per un limitato periodo di tempo dovrà imparare ad usare smartphone, PC, chat ed Internet, mentre Filippo dovrà viceversa rinunciare ai suoi preziosi ‘giocattoli’ multimediali. Il cambiamento delle regole di vita è dapprima traumatico per entrambi ma in seguito si rivela utile per riflettere su loro stessi e trovare l’equilibrio che per ragioni diverse non hanno mai raggiunto, con una sorpresa finale.

VALUTAZIONE: esile ma non del tutto disprezzabile commedia incentrata soprattutto, ma non solo, sulla disputa sociologica fra chi rifiuta a priori gli strumenti digitali e chi invece ne è ossessionato. La prima parte del film è troppo schematica e spezzettata, ed anche il divertimento ne risente, mentre la seconda è più consona alla commedia degli equivoci che è un tema tipico del cinema italiano. Giallini è un attore maturo che non ha nulla da invidiare ai grossi nomi di Hollywood.                                                                                                                                               

‘Beata Ignoranza’ è un titolo rivolto ai due personaggi principali, interpretati da Marco Giallini ed Alessandro Gassman, nei panni di una coppia di professori coetanei ma agli antipodi in quanto a metodi d’insegnamento e regole di vita.

Ernesto non sa nulla del mondo digitale che lo circonda: preferisce ancora il vecchio strumento cartaceo per decantare le opere di Foscolo agli annoiati studenti della sua classe, ai quali chiede di depositare sulla cattedra i loro smartphones. E’ contrario ad ogni trasgressione, ma almeno la materia che insegna la conosce. Filippo invece usa lo smartphone ossessivamente e non ne può fare a meno, come i suoi allievi ed ignora i libri scolastici, fra il giubilo della classe con la quale non di sdegna di scattare dei selfie e condivide una ‘app’ per risolvere ogni esercizio di matematica. In realtà è un atteggiamento di comodo per mascherare l’impreparazione sulla materia che dovrebbe insegnare. Beata ignoranza per entrambi quindi, seppure da punti di vista differenti.

La stessa definizione ben s’adatta anche alla relazione che entrambi hanno avuto con Marianna, dalla quale è nata una figlia. Sia uno che l’altro hanno creduto per quindici anni che il padre fosse Ernesto, sinché la madre s’è decisa a confessare che Nina non è figlia sua, bensì di Filippo, fra l’incredulità di quest’ultimo e la reazione rabbiosa di Ernesto, il quale dal quel momento si rifiuta di considerarla tale e se ne esce di casa.

Beata ignoranza quella di Ernesto, nonostante la cultura e la maturità delle quali non esita a vantarsi, senza alcun dubbio superiori a quelle del rivale di sempre Filippo, donnaiolo impenitente e superficiale. Qualità che non gli sono servite però per mettere da parte l’orgoglio di maschio ferito, specie da quello lì e comprendere che essere il vero padre non è una questione di sangue bensì di chi è capace di crescere negli anni i figli. Seppure anche qui, insomma, non è che sia stato proprio un modello di presenza e di attenzione neppure lui.

Beata ignoranza infine quella di non sapere che con quella figlia prima o poi comunque i conti dovranno farli entrambi, specie dopo che Marianna è passata, come si suol dire, a miglior vita, per essere stata vittima a sua volta del mondo digitale, ovvero uno smartphone che l’ha distratta durante la guida con le conseguenze letali che purtroppo anche lei avrebbe dovuto considerare, per non lasciare sola Nina.

Sull’onda di ‘Perfetti Sconosciuti’ di Paolo Genovese, anche Massimiliano Bruno, regista e soggettista/sceneggiatore in compartecipazione con Herbert Simone Paragnani e Gianni Corsi di questa sua quinta opera dietro la macchina da presa (a seguire ‘Gli Ultimi Saranno Ultimi’ del 2015), affronta a sua volta, seppure scalfendone appena la superficie, uno dei grandi temi della nostra epoca…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Il Caso Spotlight’

IL CASO SPOTLIGHT

il-caso-spotlightTitolo Originale: Spotlight

 Nazione: USA

Anno:  2015

Genere:  Drammatico, Biografico, Storico

Durata: 128’ Regia: Tom McCarthy

Cast: Mark Ruffalo (Michael Rezendes), Michael Keaton (Walter ‘Robby’ Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Brian d’Arcy James (Matt Carroll), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian), Jamey Sheridan (Jim Sullivan), Billy Crudup (Eric MacLeish), Len Cariou (Cardinale Law), Paul Guilfoyle (Peter Conley), Lana Antonova (Veronica), Neal Huff (Phil Saviano), Michael Cyril Creighton (Joe Crowley), Patty Ross (Linda Hunt), Stefanie Drummond (Sheila), Elena Wohl (Barbara Robinson), Jami Tennille (Elaine Carroll), Laurie Heineman (Giudice Constance Sweeney), Doug Murray (Peter Canellos), Laurie Murdoch (Wilson Rogers), Darrin Baker (Padre Dominick), Duane Murray (Hans Pfeiffer), Robert Clarke (Giudice Volterra), Jimmy LeBlanc (Patrick McSorley), Maureen Keiller (Eileen McNamara), David Fraser (Jon Albano), Brian Chamberlain (Paul Burke), Gene Amoroso (Steve Kurkjian), Richard O’Rourke (Padre Ronald Paquin), Gary Galone (Jack Dunn) 

TRAMA: L’arrivo da Miami di un nuovo direttore al giornale Boston Globe è accolto con scetticismo e preoccupazione dalla redazione. Qualcuno si aspetta dei tagli, specie dopo l’acquisizione del quotidiano da parte del New York Times. Marty Baron si presenta in sordina e dopo aver conosciuto i principali redattori rivolge la sua attenzione sul team Spotlight, che si occupa di effettuare indagini giornalistiche sui temi più scottanti. L’impressione che ne trae è che i quattro componenti siano un po’ a corto d’idee e quindi invita Robby che ne è il capo redattore ed il suo responsabile Ben, ad andare più a fondo sul caso di un prete accusato di aver abusato per vari anni di alcuni bambini. Marty è convinto che il cardinale Law a capo della diocesi di Boston fosse al corrente di questi fatti ed abbia agito per insabbiarli. Alcuni anni prima il Boston Globe aveva pubblicato un articolo per fatti analoghi al quale però non era seguita alcuna indagine di approfondimento ed ora perciò caduto nel dimenticatoio. Andare a fondo sul nuovo caso significa mettersi contro la Chiesa, molto potente in una città come Boston che è ancora piuttosto bigotta e tradizionalista. Baron lo sa, ma ottenuto il consenso dell’editore, che lo ha messo comunque in guardia riguardo le possibili conseguenze, non si fa intimorire dal cardinale, il quale durante un colloquio da lui stesso richiesto, lo invita ad essere prudente. Il più entusiasta del team Spotlight nell’affrontare questa nuova indagine è Michael. Le ricerche ed interviste che svolge assieme ai suoi colleghi di Spotlight sulle persone coinvolte nel caso più recente, unito da un filo invisibile ai più a quelli precedenti, portano a scoprire una rete di abusi e connivenze molto più vaste, che si ripercuotono a livello globale.

VALUTAZIONE: premio Oscar 2016 al film ed alla sceneggiatura, è un buon esempio di cinema-indagine il cui valore è direttamente proporzionale alla bravura degli interpreti ed alla qualità dei dialoghi. Un’opera che tratta con efficacia il delicato tema della pedofilia nella Chiesa. Nonostante eviti le trappole del protagonismo e delle immagini scioccanti, confermando al tempo stesso la migliore tradizione del cinema impegnato americano, l’opera di Tom McCarthy però non riesce ad uscire da uno stile vicino al reportage e quindi a coinvolgere lo spettatore sino in fondo.                                                                                                                                                                                                                              

Ci sono pochi argomenti per i quali il contraddittorio è improponibile: questo è uno.

Quando si parla di pedofilia infatti c’è poco da discutere e non ci sono scusanti che tengano. Si tratta di uno dei crimini più ripugnanti che si possono commettere. Se poi a perpetrare reiteratamente questo abominio sono anche appartenenti alla Chiesa Cattolica e non per un singolo ed isolato episodio, allora è proprio il caso di dire: ‘non c’è più religione!’. Sembra una battuta ma, anche presa alla lettera, è la pura verità. D’altronde, sono le parole stesse di una delle vittime, Phil Saviano (fondatore dello SNAP – Survivors Network of those Abused by Priests, un’associazione creata per unire le vittime dei soprusi) a fissare l’enormità di una tale infamia: ‘…quando sei un bambino povero di una famiglia povera e un prete si interessa a te è una gran cosa… Come puoi dire no a Dio?…‘. Tradire quindi la fiducia di un bambino e violarne l’innocenza in nome di Dio è un atto esponenzialmente ancora più ripugnante.

La vicenda narrata nel film è tratta da fatti realmente avvenuti (sennò di cosa staremmo a parlare, di banali supposizioni?): prima tredici, poi addirittura novanta preti della diocesi di Boston e quindi, una volta sollevato il lenzuolo dell’omertà, una lunghissima lista sparsa a macchia d’olio un po’ in tutto il mondo, che risultano implicati nello stesso reato, cioè abusi sui minori. Si potrebbe dire sbrigativamente che non ci sono parole per commentare questi fatti, ma in realtà è esattamente il contrario: bisogna parlarne eccome, anche se può essere fastidioso il solo scriverne nel commentare un’opera cinematografica. Una vera e propria sofferenza per chi possiede ancora un briciolo di sensibilità e di etica, messe a durissima prova da un argomento così squallido.

La Chiesa stessa ai suoi livelli più alti ha lungamente ed ostinatamente negato con i suoi silenzi o le infastidite dichiarazioni ufficiali di avere protetto i colpevoli, favorendo in pratica la diffusione di questo cancro al suo interno, sino a non riuscire più a controllarne le dimensioni e la portata. Ed invece tutto ciò è venuto a galla grazie alla caparbietà di questo piccolo team Spotlight del Golden Globe di Boston che è riuscito a far emergere il bubbone in quella città, facendo da volano per farlo esplodere a catena nel resto degli USA e poi addirittura nel mondo. 

I dati d’altronde sono impietosi, basta dare un occhio in Internet, se si vuole verificare qualcosa sull’argomento: oltre ai fatti avvenuti nella capitale dello stato del Massachusetts, si legge ad esempio  – e la fonte è ‘L’Avvenire’, non un quotidiano di opposizione alla Chiesa quindi, che abbia interesse a speculare su tali avvenimenti – di una commissione d’inchiesta in Australia, la quale nel corso di quattro anni d’indagini ha verificato che fra il 1980 ed il 2015 sono avvenuti 4444 presunti episodi di pedofilia in oltre 1000 strutture di proprietà della Chiesa Cattolica. Tutti riguardanti bambine e bambini di età oscillante fra i dieci e gli undici anni e mezzo. Ancora più sconcertante è il fatto che la distanza di tempo, fra il momento in cui è avvenuto l’abuso e la denuncia finalmente presentata, è stata mediamente di 33 anni! Molti responsabili, quasi duemila, sono stati identificati ma ne mancano ancora altri cinquecento.(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…

Film: ‘La Vita di Adéle’

LA VITA DI ADELE

la-vita-di-adele-capitolo-1-2Titolo Originale: La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2

 Nazione: Francia, Belgio, Spagna

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Erotico

Durata: 180’ Regia: Abdellatif Kechiche

Cast: Adèle Exarchopoulos (Adèle), Léa Seydoux (Emma), Salim Kechiouche (Samir), Aurélien Recoing (padre di Adèle), Catherine Salée (madre di Adèle), Benjamin Siksou (Antoine), Mona Walravens (Lise), Jérémie Laheurte (Thomas), Alma Jodorowsky (Béatrice), Sandor Funtek  (Valentin), Maelys Cabezon  (Laetitia), Fanny Maurin (Amélie)  

TRAMA: Adéle frequenta le scuole superiori e studia letteratura ma il suo sogno è quello d’insegnare ai bambini. Il romanzo ‘La Vita di Marianna’ di Pierre de Marivaux che il prof fa leggere in classe parla dei primi amori e ne descrive le emozioni, incluso il classico ‘colpo di fulmine’. Adéle ama la lettura, il cinema americano e soprattutto le piace esplorare i sentimenti, ma è anche turbata dalla sessualità che sta esplodendo nel suo corpo. Thomas, un ragazzo che frequenta il liceo scientifico e suona musica hard-metal, a detta delle compagne di Adéle lancia continue occhiate verso di lei e la spingono a corrisponderlo. E difatti, complice un incontro in pullman mentre vanno a scuola, iniziano a frequentarsi ed in breve dalle parole passano ai fatti. Il rapporto sessuale che ha con lui però non soddisfa completamente Adéle, che si sarebbe aspettata di provare sensazioni ben più profonde, vicine a quelle descritte da Marivaux. E lo dice a Valentin, un compagno di classe gay suo confidente, temendo che ci sia in lei qualcosa che non va. Nel frattempo incrocia per strada una ragazza dai capelli dipinti di blu, abbracciata in maniera inequivocabile ad un’altra e ne resta come incantata. Una sua compagna di classe, durante una pausa a scuola, la riempie di apprezzamenti sulla sua bellezza facendola arrossire e poi la bacia. Adéle non si ritrae ed anzi rimane piacevolmente colpita. Di notte sogna la ragazza dai capelli blu e si eccita. Quando è lei però ad avvicinarsi alla compagna di classe, quest’ultima si ritrae dicendole che ha equivocato, in quanto quel bacio è stato solo un gioco. Adéle decide di lasciare Thomas ed a margine di un corteo studentesco accompagna Valentin in un bar gay dove però ci sono solo uomini. Poco distante ce n’è però un altro dedicato a sole donne e Adéle ci entra con curiosità. Nella confusione scorge anche la ragazza dai capelli blu che la nota a sua volta, risponde ai suoi sguardi e la raggiunge, spacciandosi per una cugina, per toglierla dall’imbarazzo di una donna che si era già approcciata a lei. Emma, questo il suo nome, ha qualche anno in più di Adéle e frequenta il quarto anno di Belle Arti. Dopo qualche convenevole fra loro scocca un feeling che va oltre la casualità dell’incontro, della quale Emma sostiene l’inesistenza. Adéle le lascia il numero di telefono, Emma la chiama a casa per assicurarsi che sia quello giusto ed il giorno dopo l’aspetta all’uscita di scuola, fra lo stupore delle sue compagne di classe. Sedute su una panchina dei giardini pubblici, Emma esegue uno schizzo a matita del volto di Adéle, si scambiano occhiate e si confrontano su vari argomenti. E’ l’inizio di un rapporto che suscita la gelosia delle compagne di Adéle le quali perciò l’accusano di essere lesbica. Lei nega ma la discussione con una delle compagne finisce in rissa. Valentin la difende, ma Adéle il giorno dopo a scuola non riesce a concentrarsi. Accompagna quindi Emma ad una mostra incentrata su una serie di calchi e dipinti che ritraggono solo donne nude, quindi tornano ai giardini dove, eccetto alcune differenze sui gusti nei cibi, emerge anche una grande intesa ed attrazione che sfocia in un bacio, preludio di un passionale rapporto che consumano poco dopo a casa di Emma. E’ l’inizio di una travolgente storia d’amore che si conclude però amaramente. Oppure è solo uno dei modi di leggere il finale?  

VALUTAZIONE: Tre ore che passano però in scioltezza e raccontano con estrema efficacia, priva però di volgarità anche nelle scene più ‘bollenti’, una storia di amore lesbico. Straordinaria interpretazione delle due attrici, dirette con puntiglio maniacale da Abdellatif Kechiche. Gli insistiti e frequenti primi piani, accompagnano lo spettatore per mano in un viaggio che mostra tutte le gioie e le amarezze di un rapporto travolgente.                                                                                                                                           

Il racconto della trama qui sopra, riferito più o meno al Capitolo 1 (Chapitre in francese), che appare solo nel titolo originale del film ed appena riassunto in estrema sintesi riguardo invece alla seconda metà, non dipende dall’obiettivo di lasciare allo spettatore, come forse si potrebbe pensare, il piacere di scoprire da sé gli sviluppi di una storia del tutto particolare. Anzi, per commentare questa sorprendente opera senza sottintesi, specie riguardo alle dinamiche dei sentimenti che smuove e scuote in lungo ed in largo, è necessario fare riferimento assolutamente allo svolgimento del Capitolo 2 (seppure sia l’uno che l’altro non sono mai citati nel corso della visione) sino alla conclusione, che oltretutto è soggetta a più d’una interpretazione.

la-vita-di-adele-01Il tema dell’omosessualità, dell’amore saffico o lesbico che dir si voglia è sempre estremamente delicato da affrontare ed è a forte rischio di fraintendimento, nonostante i cambiamenti socio-etico-culturali avvenuti nel corso degli anni, specie se ad approcciarlo è un eterosessuale. Non potendo però neppure eluderlo, affronto l’argomento dal punto di vista maschile naturalmente,  presumendo che sia applicabile a parti invertite anche per quello femminile.

la-vita-di-adele-04Spesso due donne che fanno all’amore non corrispondono nella visione di un eterosessuale alla stessa scena fra due uomini. Sarà che forse l’omosessualità è più disturbante per un maschio etero perché si confronta con la sua intimità, il suo corpo (fra l’altro sicuramente molto meno aggraziato di quello femminile) e l’imbarazzo e/o il disgusto che prova alla sola idea di toccare o essere toccato intimamente da chi appartiene allo stesso sesso. Figuriamoci poi la penetrazione e tutte le varianti del caso.


la-vita-di-adele-40Il corpo femminile invece, così come andando anche oltre, l’intero universo che riguarda la donna, per l’uomo resta sempre qualcosa di misterioso, nonostante tutto, così come l’orgasmo femminile che in un dialogo nel corso dello stesso film viene definito come magico, mentre per l’uomo generalmente è un momento, per quanto intenso, decisamente più sbrigativo. Chi lo afferma nel corso del film, curiosamente è un bisessuale per sua stessa ammissione, il quale porta a sostegno della sua tesi il mito di Tiresia il quale aveva provato ad essere sia uomo che donna ed interpellato in seguito da Zeus, in quale dei due corpi avesse provato più piacere, aveva risposto che il rapporto fra uomo e donna è di uno a nove. Si può quindi forse dire che l’orgasmo femminile è interiore, perciò molto più complesso e profondo mentre quello maschile è esteriore, non fosse altro che per una questione puramente meccanica. Per la somma di tutte queste ragioni e forse anche altre, osservare due donne in atteggiamenti amorosi, per molti uomini etero è comunque molto diverso dal vedere una coppia di uomini nella medesima condizione. 

la-vita-di-adele-41Detto ciò, non vorrei che passasse l’impressione che ‘La Vita di Adele’ è un film hard oppure che tratta esclusivamente argomenti intimi da suscitare, a seconda dei casi, disagio o viceversa un incitamento al voyeurismo nello spettatore. L’opera ultima del regista tunisino naturalizzato francese Abdellatif Kechiche, più che un viaggio nel mondo saffico è in realtà una sorta di esplorazione dell’Amore Travolgente (le due maiuscole non sono casuali). Il quale ultimo nasce a volte, in questo caso sicuramente, dal cosiddetto colpo di fulmine cui si riferisce anche lo scrittore Pierre de Marivaux, la cui opera ‘La Vita di Marianna’ (la similitudine del titolo del film naturalmente anche stavolta non è casuale) viene letta in classe da Adéle e dai suoi compagni ed il fatto che capiti fra un uomo e una donna, oppure fra due persone dello stesso sesso, in qualche modo, se non del tutto ovviamente, è la stessa cosa.

la-vita-di-adele-03In fondo se questa storia di totale imbambolamento sessuale, prima ancora che di sentimenti, anziché Adéle e Emma riguardasse Adèle e Thomas o comunque una ragazza ed un ragazzo (che poi seppure per un breve momento c’è pure un abbozzo in tal senso), dal punto di vista emotivo e delle considerazioni che ne conseguono cambierebbe poco o nulla, mentre per quanto riguarda le chiacchiere che inevitabilmente ha scatenato questo film, il fatto che si soffermi lungamente sulla sfera intima di due donne, riprese più volte in insistiti e prolungati primi piani ed in sguardi quasi insostenibili per la loro intensità, cui s’aggiungono momenti di passionale trasporto, ha avuto una risonanza ben superiore e critiche conseguenti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘La Grande Bellezza’

LA GRANDE BELLEZZA

la-grande-bellezzaTitolo Originale: idem

 Nazione: Italia, Francia

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Commedia

Durata: 172’ (versione estesa) Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Toni Servillo (Jep Gambardella), Carlo Verdone (Romano), Sabrina Ferilli (Ramona), Carlo Buccirosso (Lello Cava), Iaia Forte (Trumeau), Giovanna Vignola (Dadina), Pamela Villoresi (Viola), Galatea Ranzi (Stefania), Franco Graziosi (Conte Colonna), Sonia Gessner (Contessa Colonna), Giorgio Pasotti (Stefano), Giusi Merli (Suor Maria ‘La Santa’), Dario Cantarelli (Assistente della Santa), Roberto Herlitzka (Cardinale Bellucci), Serena Grandi (Lorena), Massimo Popolizio (Alfio Bracco), Anna Della Rosa (‘non fidanzata’ di Romano), Luca Marinelli (Andrea), Ivan Franek (Ron Sweet), Vernon Dobtcheff (Arturo), Pasquale Petrolo (Lillo De Gregorio), Luciano Virgilio (Alfredo), Anita Kravos (Talia Concept), Massimo De Francovich (Egidio), Aldo Ralli (Cardinale), Isabella Ferrari (Orietta), Annaluisa Capasa (Elisa De Santis), Fanny Ardant: (se stessa), Antonello Venditti (se stesso), Rino Barillari (se stesso), Giulio Brogi (il vecchio regista) 

TRAMA: Jep Gambardella compie sessantacinque anni. In suo onore è stata organizzata una festa dalle numerose amicizie mondane che frequenta da molto tempo a Roma, dove vive in un prestigioso appartamento super terrazzato di fronte al Colosseo. Da giovane si era trasferito nella capitale per diventare giornalista di un periodico diretto da Dadina, una nana alla quale è molto affezionato. Nel corso degli anni, grazie alla sua caustica e brillante dialettica ed al carisma che è stato capace di conquistare, la sua figura è diventata centrale nelle notti romane, attorniata da una pletora di cortigiani costituita da personaggi snob, pseudo artisti, nobili decaduti, ambigui cardinali ed infine persino una ‘santa’. Fra una festa e l’altra passeggia spesso solitario fra le vie deserte della città già addormentata, debordanti storia antica ed una gloria sbiadita ormai nel tempo. All’inizio della sua carriera aveva scritto un romanzo che era stato molto apprezzato ma poi non ha più trovato la vena per proseguire su quella strada. Nonostante abbia avuto numerose donne, l’unico amore autentico della sua vita è stato Elisa, due anni più anziana di lui, che aveva conosciuto in gioventù e poi persa per strada. Nello svolgere il suo lavoro è puntiglioso e professionale. Le interviste che fa a personaggi in ambito artistico e cinematografico sono sempre interessanti per i suoi lettori, perlopiù del suo stesso ambito sociale. Gambardella è stato assalito dallo sconforto dopo aver ricevuto la notizia della morte di Elisa, direttamente dal marito Alfredo. Quest’ultimo non si capacita, dopo aver letto in un diario segreto della moglie, che lei avesse comunque amato un solo uomo nella sua vita, cioè Jep. Il suicidio di Andrea, figlio disturbato e perennemente depresso di Viola, una nobile che è stata sua amante, è un altro traumatico evento che segna Jep. Ma ancor di più resta colpito dalla morte, proprio in casa sua, di Ramona, dalla quale aveva appena saputo che era molto malata, nonostante le apparenze di spogliarellista cinquantenne ancora in gran forma. Ramona gli era stata presentata dal padre di lei, sua vecchia conoscenza, il quale gli aveva chiesto il piacere d’indagare dove o come la figlia spendesse tutti i soldi che guadagnava. Jep aveva perciò iniziato a frequentarla ed era nato un bel rapporto, avendo scoperto in lei una donna intelligente e sensibile. A seguito di questo dramma, Gambardella cerca quindi di avvicinarsi alla fede, ma non trova la sponda giusta nel cardinale Bellucci, il quale preferisce disquisire di ricette piuttosto che di spiritualità. Nemmeno l’arrivo di suor Maria, la ‘Santa’, la quale aveva letto ed apprezzato il suo unico romanzo, serve a Jep per risollevarsi dalla crisi esistenziale che lo sta tormentando. Nonostante la maschera che indossa in pubblico, Gambardella è rimasto nel suo intimo una persona sensibile, alla ricerca di quella ‘grande bellezza’ che aveva accarezzato nel suo unico romanzo e che lui stesso dichiara di non aver mai più ritrovato. Non gli resta pertanto che cullarsi nella nostalgia, dopo aver maturato la consapevolezza che tutto ciò che gli sta intorno, dalle persone che frequenta alle vestigia romane che rimandano ad una gloria dissolta, non sono oramai altro che un grande trucco, come le feste patetiche alle quali partecipa per abitudine. Se tutto è finzione,  può dunque iniziare a scrivere il suo secondo romanzo. 

VALUTAZIONE: un mix esemplare di arte cinematografica, realtà e finzione. Uno spettacolo fruibile a più livelli, che si può godere anche solo per l’eleganza e la raffinatezza della forma pur senza comprendere tutto ciò che mostra, ma che rimane a lungo nell’immaginario dello spettatore per la forza espressiva di un autore ispirato. Un film incentrato sulla storia di un uomo, il re dei mondani di Roma, in una città dentro la quale convivono e coesistono storia, miseria, umanità, decadenza, sprazzi di poesia ed il mito della grande bellezza.                                                                                                                                                                                               

Mettetevi comodi, questa non è un’opera come tante altre e merita tutta la vostra attenzione e partecipazione. L’effetto benefico di questo viaggio dentro la magia del cinema è garantito, se non vi fanno difetto sensibilità, curiosità e disponibilità a lasciarvi trasportare dall’immaginazione. La versione in oggetto è quella estesa, distribuita solo di recente e che contiene quasi trenta minuti in più di quella uscita nel 2013, per decisione presa allora dallo stesso Paolo Sorrentino.

la-grande-bellezza-44‘Roma o morte’ sta scritto alla base della statua in onore di Giuseppe Garibaldi sul colle del Gianicolo che appare nella sequenza di apertura del regista napoletano. ‘Roma e morte’ si può anche dire, a proposito del turista giapponese che poco dopo cade a terra fulminato probabilmente da un infarto, mentre dava le spalle alla famosa Fontana dell’Acqua Paola, detta ‘il Fontanone’ e stava scattando alcune foto panoramiche della città. La guida ne constata la morte, appunto, con una tipica intonazione dei romani, mentre un coro etereo canta a cappella un brano mistico (‘I lie‘) del compositore americano David Lang.

la-grande-bellezza-09Una delle prime riflessioni che suscita ‘La Grande Bellezza’ è quella del contrasto fra la finissima eleganza della forma estetica, che risulta evidente sin da queste prime immagini (anche grazie alla magnifica fotografia di Luca Bigazzi), in marcata contrapposizione ad alcuni passaggi e battute del gergo popolare, per usare un eufemismo, nell’usuale calata romanesca che ne amplifica ancora di più la dissonanza, evidentemente voluta.

La stessa sensazione si prova sin dall’inizio nel fluire della variegata colonna sonora che spazia fra generi e ritmi in antitesi fra loro (da Arvo Pärt a Bruno Lauzi; da Henryk Mikolaj Górecki a Annie Lennox; da Georges Bizet ad Antonello Venditti) ma spesso mixati in maniera tale da rendere ancora più evidente questa disarmonia. Quella stessa che misura la distanza della Roma antica, città eterna dei monumenti e dalla storia millenaria, dalla miseria odierna degli snob, dei venditori di fumo, dei nobili decaduti, degli uomini della chiesa (e non di chiesa) ed in senso più lato dei mediocri che la mortificano di continuo impunemente, ad esempio partecipando nottetempo alle ammucchiate definite ipocritamente ‘relazionali’ che puntualmente si ripetono e si popolano ogni giorno in un finto, abitudinario, caotico ed in definitiva annoiato teatrino. 

la-grande-bellezza-45Una conferma ulteriore in tal senso la si ottiene poco dopo, con uno stacco improvviso sul primo piano della bocca spalancata di una donna, deformata nello spasimo di effettuare un urlo prolungato e quasi selvaggio che annuncia il completo ribaltamento della scena, focalizzata appunto su una festa notturna, nella quale la musica martellante del brano ‘Far l’amore‘, con la voce di Raffaella Carrà e l’arrangiamento del noto DJ Bob Sinclair, si mescola innaturalmente alla placida liquidità del brano ‘More than scarlet‘ eseguita dal gruppo dei Decoder Ring. Come se qualcuno avesse chiuso ermeticamente la porta di una stanza insonorizzata, il break improvviso interrompe il frastuono precedente per spostare l’attenzione per alcuni secondi dall’incalzante musica techno ai movimenti plastici di quella che sembra essere una modella. Il tutto esaltato dal perfetto montaggio di Cristiano Trovaioli.

la-grande-bellezza-43L’accostamento dei capelli rossi sul viso semi-nascosto da una maschera, i tatuaggi multicolori sulla pelle, le ali di piume sventolate con le braccia ed il disegno dei minimi indumenti, rigorosamente neri, che indossa la misteriosa ed affascinante donna, mentre sta eseguendo una sorta di danza-spogliarello davanti allo specchio improvvisato di una vetrata, sono decisamente più eleganti ed intriganti dell’accozzaglia che precede questa sequenza. Ma ecco che, così come avviene nel passaggio repentino dal caldo al freddo e viceversa, ritorna prepotentemente in scena la confusione della mischia, i corpi sudati, i primi piani di alcuni protagonisti della baraonda collettiva, inframmezzati qua e là dai dialoghi risibili e pseudo-impegnati di alcuni (‘…Proust la-grande-bellezza-47è il mio autore preferito, assieme ad Ammanniti…‘) e dalle estemporaneità di altri (la donna che litiga al telefono con qualcuno che si permette di darle del tu; un’altra che si rigira come tarantolata su una grata verticale; una sformata Serena Grandi che esce da una gigantesca torta). Immediatamente dopo irrompono le note di ‘Mueve la colita‘ del DJ El Gato con gli uomini e le donne che si schierano gli uni di fronte alle altre, per scatenarsi in un balletto finto-sessuale, dalle cui mosse emerge però al tempo stesso un’impressione di volgarità, ancor più evidente perché segue la grazia della sequenza precedente.

la-grande-bellezza-01Se non fosse ancora abbastanza chiaro, questo è un film che non si può descrivere in quattro parole e neppure in otto, a dire il vero, tale è la ricchezza di spunti che offre, sia e livello di contenuti che di immagini. La minuziosa descrizione fatta sin qui serve a rendere palese, fra l’altro, che mai come in questo caso bisogna abituarsi presto agli aspri contrasti dei toni ed alla cura maniacale dei particolari (che d’altronde Sorrentino ha esponenzialmente utilizzato anche nella serie TV ‘The Young Pope‘). Essi rappresentano una nota peculiare della formidabile creatività del regista napoletano, mai così ispirato nelle opere precedenti ed anche in quella seguente a questa (mi riferisco, per quanto mi riguarda come spettatore, a ‘This must be the place‘ e ‘The Youth – La Giovinezza‘), ma pure perché si adattano idealmente alla figura carismatica del protagonista, cioè Jep Gambardella. Al centro della calca dei numerosi invitati di varia età (sempre lo stesso carrozzone però, in fondo) che si dimenano seguendo il ritmo ripetitivo della musica e riempiono la festa del suo sessantacinquesimo compleanno, non potrebbe quindi esserci altri che lui, con la sua maschera inconfondibile (difficile vederci qualcuno nella parte che non sia lo strepitoso Toni Servillo)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…