Film: ‘La Verità Negata’

LA VERITA’ NEGATA

Titolo Originale: Denial

Nazione: GBR, USA

Anno:  2016

Genere: Drammatico, Storico, Biografico

Durata: 100’ Regia: Mick Jackson

Cast: Rachel Weisz (Deborah Lipstadt), Tom Wilkinson (Richard Rampton), Timothy Spall (David Irving), Andrew Scott (Anthony Julius), Jack Lowden (James Libson), Harriet Walter (Vera Reich), Caren Pistorius (Laura Tyler), Alex Jennings (Sir Charles Gray), Mark Gatiss (Professor Robert Jan van der Pelt), Will Attenborough (Thomas Skelton Robinson), Andrea Deck (Leonie), Maximilian Befort (Nik Wachsman), Todd Boyce (Benjamin Wright), Sean Power (Mitch), Ellie Fox (Bethany), Joan Iyiola (Laura Constantine), Sally Messham (Meg), Michael Epp (Hans Stark), Anne Wittman (Shira Nachson), Adrian Tauss (Martin Braun), Basil Eidenbenz (Omer Arbel), Ziggy Heath (Gerald), Christopher Brandon (Nick Ivers

TRAMA: David Irving è un negazionista dell’Olocausto, uno storico e saggista inglese molto preparato sui temi della Seconda Guerra Mondiale, volto però a cercare la fama attraverso un atteggiamento eccentrico che nega l’evidenza dei fatti. Simpatizzando per i nazisti, si spinge sino a disconoscere, non solo nelle cifre, lo sterminio degli ebrei. Deborah Lipstadt è una insegnante e scrittrice americana ebrea che in un suo libro ha apertamente accusato Irving di mistificazione. Quest’ultimo quindi l’ha denunciata per diffamazione a Londra, dove risiede la sua casa editrice Penguin Books, costringendo lei a dimostrare davanti alla Corte Suprema inglese l’esistenza dell’Olocausto. Nel Regno Unito infatti, a differenza che negli USA, i ruoli e le prassi processuali sono opposte ed è Irving, in qualità di parte lesa e pur essendo il denunciante, a non avere l’onere di dimostrare l’inconsistenza delle accuse nei suoi confronti, bensì la Lipstadt a dimostrarne la veridicità. Deborah si rivolge quindi al prestigioso studio legale di Anthony Julius che quindi si occupa di raccogliere i dati utili per la difesa ed all’esperto avvocato Richard Rampton che ha invece il compito di perorare la causa in tribunale davanti al giudice. L’arroganza di Irving lo spinge ad astenersi dal farsi rappresentare da un avvocato ed accetta infine di rinunciare anche alla giuria popolare, lasciando al solo giudice il compito di emettere la sentenza. In realtà è proprio quello a cui puntavano Julius ed i suoi collaboratori per evitare che Irving possa manipolare la giuria con il suo innegabile carisma. La strategia scelta da Julius e Rampton inoltre prevede che la Lipstadt non sia chiamata a testimoniare e come lei alcun sopravvissuto dell’Olocausto, temendo che Irving con la sua memoria storica e la pungente dissacrazione che esprime con un linguaggio indubbiamente forbito, possa volgere a suo favore i fattori emotivi e di dolore dei superstiti che dovessero presentarsi allo scopo di confutare le sue tesi. Solo alcuni consulenti chiamati da Julius e Rampton sono chiamati ad esprimersi con prove e pareri inoppugnabili su specifici argomenti tecnici, specie riguardo il campo di sterminio di Auschwitz, preso a riferimento della querelle. L’abilità di Irving comunque riesce nelle prime fasi processuali ad avere la meglio ed il suo istrionismo a condizionare la platea e la stampa. Deborah, anche per questo, è sorpresa e disapprova veementemente la strategia dei suoi avvocati e vorrebbe che ‘la voce dei morti’ avesse il suo spazio per urlare il loro tremendo dolore. Una situazione di grande pressione e tensione psicologica, che necessità notevole acutezza, esperienza e prudenza processuale, le cui udienze si giocano sul filo delle singole parole espresse e di particolari ignoti alla grande maggioranza delle persone, che diventano invece fondamentali per decidere le sorti del processo.

VALUTAZIONE: un’opera forse emotivamente meno coinvolgente di quello che si potrebbe pensare, dato il tema (se si esclude il finale), anche perché si sa già quale sarà la conclusione, trattandosi di una storia vera. Nonostante ciò, la sceneggiatura è ineccepibile in questo ‘legal-drama’, nel quale i dialoghi hanno un ruolo fondamentale assieme allo scambio di battute, le prove negate e provate durante le sedute in tribunale, che si svolgono seguendo i pomposi rituali secolari ed attraverso finissimi distinguo. Gli interpreti sono molto bravi nelle rispettive parti e la vicenda svolge una funzione propedeutica riguardo eventi che non si possono dimenticare, nonostante l’uomo tenda nel tempo a farlo, ripetendo ciclicamente gli stessi errori ed orrori. Negare l’evidenza dei fatti però, secondo Deborah Lipstadt, è ancora peggio che scordarsene.   

Lo spettatore, sentendo citare l’Olocausto come tema del film di Mick Jackson, non è escluso che possa reagire con un po’ di fastidio, avendone certamente già sentito parlare innumerevoli volte in famiglia, a scuola, in TV, al cinema, come argomento di dibattito pubblico o per qualche parente o conoscente compreso fra le vittime. L’argomento, estremamente angosciante da rivivere per la sua crudeltà e drammaticità, potrebbe metterlo di malumore e quindi indurlo ad evitarlo. Oppure semplicemente tenersene alla larga, non per mancanza di rispetto, ma come davanti a certi film dell’orrore, che incutono ripugnanza e paura anche se nel loro caso riguardano personaggi e fatti di fantasia.

Ecco, sul confronto fantasia contro realtà ‘La Verità Negata‘, un titolo che in qualche modo sembra un ossimoro, il film ha costruito invece la sua vera ragion d’essere. Va aggiunto, in un’ottica di chiarezza, che i recenti drammatici avvenimenti conseguenti lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme ed il riconoscimento della Città Santa per gli ebrei come capitale dello stato di Israele da parte dell’amministrazione Trump degli Stati Uniti, per quanto non siano di certo comparabili ed anche molto lontani dagli eventi dell’Olocausto, potrebbero indurre qualcuno e mescolare impropriamente ed erroneamente le due questioni. 

Sgomberato il campo da qualsiasi tentazione o speculazione fuorviante, va detto subito che questa non è un’opera che rappresenta l’Olocausto, non è cioè ambientata in quella tristissima epoca e neppure ricostruisce nella finzione filmica episodi di sofferenza fisica di quell’epoca che possono turbare gli animi più delicati, oramai incapaci di reggerli a distanza di tempo, per costituzione o per sfinimento. Per quanto ciò possa suonare comunque come una colpa o mancanza di sensibilità. Racconta invece, e non ci sono malintesi di sorta in questo caso, una storia vera: il processo che ha visto contrapposti l’inglese David Irving e l’americana Deborah Lipstadt avvenuto nel 1996 presso la Corte di Giustizia di Londra.

Ora, nella trama che ho riassunto qui sopra, come spesso cerco di fare, soprattutto se si tratta come in questo caso di un ‘legal-drama‘, cioè di un film che mette al centro della sua storia il dibattito dentro l’aula di un tribunale e che può contenere perciò ingredienti giallo-thriller, evito di spingermi troppo in là per non togliere il gusto al lettore di scoprire da sé come va a finire. In questo caso però la vicenda è nota, così come la sua conclusione, quindi potrei farne a meno. Se però lo stesso lettore non ne fosse ancora al corrente, scantono anche in questa parte del commento al film la tentazione di svelare troppi particolari e mi soffermerò invece sull’oggetto della contesa, che è davvero bizzarra, per usare un eufemismo.

David Irving è uno scrittore e saggista inglese appassionato di storia, in particolare ammiratore di Hitler, del nazismo e di quello specifico periodo storico. Nel corso del film si dice addirittura che quando era ancora un bambino ed i tedeschi bombardavano Londra, lui usciva di casa e gioiva come se fossero gli angeli mandati da Dio per compiere la giustizia sulla Terra. Originale, non è vero? Folle, potrà forse suggerire qualcuno! Beh, di certo il personaggio è cresciuto con questo mito e si è molto documentato al riguardo, diventando talmente esperto nel suo campo da formulare tesi benevole riguardo Hitler ed il nazismo in particolare, da sconvolgerne il fondamento storico.

A sua attenuante si potrebbe forse dire che, nonostante sia inglese ma come dicevo innanzi, inopinatamente schierato però sin dall’infanzia dalla parte dei tedeschi, tutto ciò che ha letto ed ha ricostruito è avvenuto sotto una sorta di auto condizionamento psicologico, che lo ha spinto a trovare scusanti nelle accuse rivolte ai suoi idoli ed a considerare esagerazioni di parte le accuse sui crimini da loro stessi compiuti. Arriva a supporre per un momento il beneficio della buona fede, ad un certo punto, anche il giudice Sir Charles Grey, contrariamente invece a quello che pensano sia Deborah Lipstadt che il suo avvocato Richard Rampton, i quali considerano David Irving senza mezzi termini un mistificatore, un mascalzone ed un bugiardo, ben conscio delle sue errate interpretazioni riguardo l’Olocausto. Che egli non nega del tutto, si badi bene, ma sostiene documenti alla mano, che lo stesso Hitler non era al corrente di ciò che avveniva nei campi di concentramento e comunque tutto ciò non ha mai avuto le proporzioni che invece sono state divulgate dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale.

Deborah Lipstadt è una insegnante e scrittrice di origine ebrea. Ha pubblicato in particolare un libro presso la casa editrice inglese Penguin Books nel quale, fra l’altro, sostiene la tesi che le è valsa la denuncia per diffamazione da parte di Irving. Il quale in precedenza, durante una sua conferenza, addirittura si era mescolato fra gli studenti e l’aveva invitata a disquisire pubblicamente sulla questione dell’Olocausto. Il rifiuto da parte di Deborah, che poco prima rispondendo ad una domanda di una studentessa aveva confermato di non voler dialogare con chi nega l’evidenza, come farebbe ad esempio con chi sostenesse che Elvis Presley è ancora vivo (rincarando la dose, aggiunge che ‘…il negazionismo è uno strumento per arrivare a ben altri scopi. Si possono avere opinioni a proposito dell’Olocausto. Si può discutere come è avvenuto, perché è avvenuto, ma non voglio aver a che fare con chi sostiene che non è avvenuto…‘), era stato interpretato però negativamente dal pubblico in sala, soggiogato dalla sicurezza e dalla pungente e provocatoria ironia di Irving, il quale ne aveva approfittato, al termine della conferenza stessa, per distribuire gratuitamente copie autenticate del suo ultimo libro.

Nel riassumere la questione del cosiddetto ‘negazionismo’, Deborah la spiega così ai suoi studenti in aula: ‘…la negazione dell’Olocausto si basa su quattro postulati principali. Numero uno: non c’è mai stato un tentativo organizzato e sistematico dei nazisti di uccidere tutti gli ebrei in Europa. Numero due: il totale dei morti è di molto inferiori ai cinque o sei milioni. Numero tre: non ci sono state camere a gas o centri di sterminio costruiti a questo scopo. Numero quattro: l’Olocausto di conseguenza è un mito inventato dal popolo ebreo per ottenere compensazioni economiche e accrescere le fortune dello stato di Israele. La guerra, dicono i negazionisti, è un business cruento. Non c’è niente di speciale riguardo agli ebrei. Loro non sono gli unici ad aver sofferto, sono comuni vittime della guerra. Perché tanto clamore?… Come sapere che l’Olocausto è avvenuto? Non c’è nessuna prova fotografica, perché i tedeschi non volevano che venissero scattate…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

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Libro e Film: ‘La Ragazza Nella Nebbia’

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Di Donato Carrisi

Anno Edizione 2017

Pagine 373

Costo € 12,66

Ed. Longanesi (collana ‘La Gaja Scienza’)

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: Italia

Anno:  2017

Genere: Giallo, Thriller

Durata: 127’ Regia: Donato Carrisi

Cast: Toni Servillo (Ispettore Vogel), Alessio Boni (Prof. Loris Martini), Lorenzo Richelmy (Agente Borghi), Galatea Ranzi (Stella Honer), Jean Reno (Dr. Flores), Antonio Gerardi (Avv. Giorgio Levi), Michela Cescon (Agente Maier), Lucrezia Guidone (Clea), Daniela Piazza (Maria Kastner), Thierry Toscan (Bruno Kastner), Jacopo Olmo Antinori (Mattia), Marina Occhionero (Monica), Ekaterina Buscemi (Anna Lou Kastner), Sabrina Martina (Priscilla), Greta Scacchi (Beatrice Leman)

TRAMA: La piccola comunità di Avechot, paese immaginario del Sud Tirolo, è stata sconvolta nei giorni immediatamente precedenti il Natale dal rapimento di Anna Lou, una ragazzina di sedici anni dai lunghi capelli rossi, avvenuto in circostanze misteriose, mentre si stava recando dalla sua casa alla vicina chiesa. Alcuni mesi dopo l’ispettore Vogel, a capo delle indagini, viene soccorso alle porte del paese, dopo essere uscito di strada con la sua auto mentre guidava nella nebbia. Non ha subito ferite ma sui suoi vestiti ci sono delle macchie di sangue. In apparente stato confusionale, Vogel viene affidato al Prof. Flores, lo psichiatra del luogo. Vogel è un ispettore dal passato ambiguo: intuitivo, deduttivo, ma anche ambizioso e privo di scrupoli, ama farsi riprendere dalle telecamere dei media. Alla reporter Stella Honer, non meno sensibile alla spettacolarizzazione, ha riservato un ruolo privilegiato nel far uscire ad arte le notizie. Servendosi quindi dell’Agente Borghi, che gli è stato affidato come collaboratore, sin dall’inizio di quest’ultima indagine Vogel ha agito in modo che i media dedicassero al caso di Anna Lou la maggiore risonanza possibile. Vogel deve infatti recuperare popolarità a seguito della infelice conclusione del caso precedente, il cosiddetto ‘mutilatore’, nel corso del quale ha agito in maniera da aggiustare le prove, che poi sono state smentite mettendo in serio dubbio la sua credibilità. La comunità di Avechot è molto chiusa e religiosamente devota. Anna Lou è un’adolescente che non ha mai dato segni di ribellione, quindi la sua scomparsa per l’ispettore è da ricercarsi all’interno della stessa comunità. Partendo da un coetaneo di Anna Lou che la filmava di nascosto, Vogel arriva ad identificare, nel proprietario di un fuoristrada bianco che appare in alcune sequenze, il probabile indiziato. Si tratta del professor Loris Martini, insegnante nella locale scuola, ma non nella classe della rapita. Martini abita da poco tempo ad Avechot con Clea, la moglie e Monica, la figlia adolescente. Si sono rifugiati in quel luogo remoto per ricostruire un rapporto messo a serio rischio da una relazione extraconiugale di Clea. Il sospetto, la pressione dei media ed alcuni indizi sono sufficienti per additare Loris come il responsabile del rapimento e per Vogel per dimostrare ai numerosi network che hanno invaso Avechot, quanto è stato bravo ad incastrarlo. Ci sono però tre fatti che mettono in dubbio il successo dell’ispettore: il primo è che qualcuno sta inviando dei messaggi sul suo cellulare dove c’è scritto, a proposito del sospettato, che ‘..non è il colpevole’. Il secondo è che lui stesso, ancora una volta, ha inquinato le prove. Il terzo è che ad Avechot trentanni prima è avvenuto qualcosa che è difficile non mettere in relazione con quest’ultimo avvenimento.    

VALUTAZIONE: nel grande mare dei giallisti a livello internazionale, Donato Carrisi si distingue non solo per aver scritto un romanzo coinvolgente, ben architettato ed attuale per le tematiche che affronta, ma anche per aver diretto lui stesso il film dal quale è tratto il racconto, con notevole padronanza del mezzo, pur essendo un esordiente. Le omissioni o modifiche rispetto al romanzo sono quindi funzionali alla destinazione d’uso. Toni Servillo domina la scena con la sua bravura e carisma.

N.B.= il testo colorato diversamente ed in alternanza rispecchia le tonalità che utilizzo di solito nel commentare un libro o un film, giusto per distinguere l’uno dall’altro. In questo caso, trattandosi di un commento condiviso, anche i colori sono distribuiti equamente.

Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità… Ma in fondo che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?…‘. Su queste massime, conseguenti una all’altra e proferite in tempi diversi da due fra i protagonisti, si fonda la provocatoria morale del romanzo e del film di Donato Carrisi.

L’aspetto curioso di entrambe queste affermazioni è che al tempo stesso mettono in risalto alcune contraddizioni sulla funzione dei media, in un procedimento circolare però che include sia il romanzo che il film, essendo questi ultimi a loro volta parte del medesimo sistema mediatico.

Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità…‘, dice il prof. Martini rivolgendosi all’ispettore Vogel ed è una frase che si può applicare a molte situazioni non necessariamente di natura criminale ma non di meno, sia a chi un atto del genere lo commette, come a chi invece è delegato il compito di perseguirlo. In entrambi i casi infatti, pur da punti di vista diversi, può nascere l’aspettativa di vedersi riconosciuto il merito della popolarità, se così si può dire, innescata dall’eco mediatica. Una strumentalizzazione quindi non solo per necessità di ruolo, bensì pure per vanità personale, appunto. I personaggi dell’ispettore Vogel e della reporter Stella Honer ne sono un’evidente testimonianza anche se stanno, come si dice di solito, dalla parte della legge e quindi, altrettanto di solito ma non obbligatoriamente, dei buoni.

‘Ma in fondo che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?…‘: non di meno questa conclusione trova una sua spiegazione nel fatto che viviamo un’epoca nella quale l’informazione viene diffusa molto velocemente e capillarmente, grazie appunto ai media. I quali, per quanto possano mostrarsi dispiaciuti ed al tempo stesso dover rimanere professionalmente distaccati nel commentare i più tragici avvenimenti dei quali danno notizia nei TG e nei programmi di analisi conseguenti che producono, contemporaneamente ne traggono il massimo giovamento in termini di ‘share’ o ascolti che dir si voglia. E quindi anche dal punto di vista economico, accresciuto dall’eventuale esclusiva e tempestività nel portare, specialmente le cattive notizie, al più alto numero possibile di spettatori e meglio ancora se qualche network riesce persino ad anticipare la concorrenza.

Non di meno l’eco mediatica è fonte di ostentazione ed accresce l’ego degenerato di chi quei crimini li commette. C’è quindi un evidente contrasto fra gli avvenimenti che la paraplegica giornalista Beatrice Leman (interpretata nel film da una irriconoscibile ma sempre brava Greta Scacchi) aveva tentato di portare alla luce trentanni prima, non fosse altro per il numero delle vittime ed invece la risonanza del caso di Anna Lou, la ragazzina sedicenne sparita nel nulla qualche giorno prima di Natale di un anno qualsiasi ma che possiamo ritenere abbastanza recente. A proposito del quale qualcuno vi ha letto un parallelismo con la vicenda di Yara Gambirasio.

La Ragazza della Nebbia 01Di quei fatti lontani avvenuti nell’immaginaria e remota località dolomitica di Avechot, nessuno ne conserva la memoria e conseguentemente il sottile legame che esisteva fra le persone coinvolte. Che sia stato possibile per l’imperizia di chi aveva condotto allora le indagini, o comunque non aveva compreso che dietro quei singoli casi di sparizione c’era un disegno comune, non è dato sapere. Semmai è sicuro che a quel tempo l’informazione, così come ne usufruiamo oggi, non esisteva ancora, essendo cresciute esponenzialmente le tecniche della comunicazione soltanto in seguito. L’autore di quegli eventi non aveva alcun interesse perciò a vantarsene, per poter continuare a gestire in relativa tranquillità e anonimato la sequenza dei grani di quel nefasto rosario. Anche perché dalla notorietà inevitabilmente relegata alla cronaca locale, non ne avrebbe tratto granché vantaggio in termini di clamore. A meno che, naturalmente, non fosse proprio quest’ultimo che invece voleva evitare…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’Continua a leggere…

Film: ‘La La Land’

LA LA LAND

Titolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2016

Genere: Commedia, Musicale, Sentimentale

Durata: 128’ Regia: Damien Chazelle

Cast: Ryan Gosling (Sebastian Wilder), Emma Stone (Mia Dolan), John Legend (Keith), J. K. Simmons (Bill), Rosemarie DeWitt (Laura Wilder), Finn Wittrock (Greg Earnest), Sonoya Mizuno (Caitlin), Jessica Rothe (Alexis), Magen Fay (Madre di Mia), Callie Hernandez (Tracy), Olivia Hamilton (Bree), Tom Everett Scott (David), Anna Chazelle (Holly), Damon Gupton (Harry), Josh Pence (Josh), Jason Fuchs (Carlo), Miles Anderson (Alistair)

TRAMA: Nel corso di un ingorgo stradale in una sopraelevata di Los Angeles, Mia Dolan, che lavora come barista presso gli studi cinematografici della Warner Bros e nel frattempo partecipa ad innumerevoli provini perché aspira a diventare un’attrice, ha un breve scambio d’invettive con Sebastian Wilder, un pianista jazz che guida un’auto in stile retro ed ambisce ad aprire un locale tutto suo. Mia coabita con tre ragazze ed un giorno, nonostante fosse intristita dall’ennesimo provino andato male, la convincono ad unirsi a loro per partecipare ad una sfarzosa festa sulle colline della città, ma dopo un po’ se ne esce annoiata e scendendo a piedi lungo la strada, entra in un locale, da dove sente provenire un’accattivante melodia. Giusto in tempo per vedere il pianista che poco dopo viene licenziato dal proprietario del locale perché non stava rispettando la scaletta che gli aveva richiesto. Mia vorrebbe consolarlo ma Sebastian non la guarda nemmeno e se ne va. Tempo dopo, ad un’altra festa, Mia riconosce ancora Sebastian, vestito in modo esilarante, come componente di una band che suona ‘cover’ degli anni ’80, anche se da lui non traspare alcun entusiasmo. Nonostante a gesti lei lo prenda un po’ in giro, alla fine della serata si ritrovano assieme a percorrere un tratto di strada sino al parcheggio ed a sciogliersi nel raccontare le reciproche aspirazioni. Ne nasce un’amicizia anche se il ballo sul panorama della città sullo sfondo, durante il quale si punzecchiano a vicenda, sembra finalizzato a negare l’evidenza della reciproca attrazione. Nonostante Mia sia fidanzata con Greg, una sera che aveva dimenticato l’appuntamento al ristorante assieme ad una coppia di amici, mentre aveva accettato l’invito di Sebastian per andare al cinema a vedere ‘Gioventù Bruciata’, lei si sente improvvisamente come un’estranea in mezzo ad una conversazione inutile alla quale non partecipa nemmeno e scusandosi esce di corsa per andare a raggiungere Sebastian che infine, rassegnato dopo averla a lungo attesa, era entrato da solo nel locale. Dopo poco però la vecchia pellicola s’interrompe ed allora escono dal cinema e si recano all’osservatorio astronomico Griffith dove la coppia dopo un po’ inizia un ballo letteralmente sotto le stelle. Comincia quindi una convivenza e Sebastian spinge Mia a scrivere un monologo, mentre a sua volta accetta di entrare nel gruppo di un ex compagno di scuola ed in breve ottengono un grande successo, anche se suonano un genere di musica diverso dal jazz che ama Sebastian. Quando Mia assiste ad un concerto in mezzo al pubblico è stupita dal seguito del gruppo ma poi una sera a cena, fra un tour e l’altro, rimprovera Sebastian per aver rinunciato alle sue ambizioni ed averle affossate in cambio di denaro e visibilità. Ne consegue una litigata che Mia conclude andandosene e che si esaspera quando esordisce a teatro con il suo monologo che non ottiene il successo sperato. Sebastian, impegnato con il gruppo, non riesce ad arrivare in tempo per assistervi. Già da un po’ infatti passa molto tempo in tournée e quindi, complice la lontananza, le incomprensioni e le delusioni teatrali, Mia torna a casa dai suoi genitori. Sebastian però riceve una chiamata da parte di una responsabile del casting che chiede di Mia, avendone apprezzato il suo monologo a teatro ed allora Sebastian la raggiunge e la convince a sfruttare questa grande opportunità, che però significa per lei trasferirsi a lungo a Parigi. La coppia si dichiara l’amore per la vita ma la lontananza finisce per dividerli. Mia cinque anni dopo è un’attrice di successo, sposata e con una figlia. Una sera, uscendo dall’autostrada bloccata nuovamente da una coda, si ritrova per caso con il marito in un locale che scopre essere di proprietà di Sebastian, dove finalmente il pubblico è numeroso anche se si suona jazz ed ha il nome che aveva scelto lei a suo tempo. Il pianista è lui ovviamente e quando la scorge fra il pubblico cerca di nascondere invano il suo turbamento e suona in maniera struggente il loro brano preferito. Nel frattempo Mia rivede come in un sogno i momenti più significativi della sua vita con Sebastian però al posto del marito. Infine chiede a quest’ultimo di uscire, non sopportando ulteriormente l’emozione, lanciando un ultimo sguardo d’intesa a Sebastian che le restituisce un sorriso prima di lasciarla andare definitivamente.  

VALUTAZIONE: il ritorno in pompa magna del musical, un genere fra i più classici del cinema. Le canzoni ed i balletti sono spettacolari ma al tempo stesso non invasivi sulla trama del film che è naturalmente molto romantico e brillante ma non sdolcinato. Bravissimi i due protagonisti, così come sono al top fotografia, scenografie e regia. Un’opera che può essere una piacevole sorpresa anche per chi non è particolarmente appassionato a quel genere e che rende un omaggio anche al jazz dei grandi classici. 

Allora, lo dico subito. Non sono mai stato amante dei musical, di quelli classici dei tempi di Fred Astaire e Ginger Rogers, oppure di opere considerate esemplari come ‘My Fair Lady‘, ‘Sette Spose per Sette Fratelli‘ e persino ‘Mary Poppins‘, nonostante ne convenga sulla qualità, sull’efficacia spettacolare e riconosca al volo, come tanti, alcune delle canzoni dagli stessi rese immortali.

Non ho mai amato particolarmente neppure opere analoghe più vicine ai miei gusti musicali, escluso forse ‘Across the Universe‘ (clicca sul titolo evidenziato da un diverso colore se vuoi leggere la mia recensione pubblicata a suo tempo), per la splendida colonna sonora interamente dedicata alle canzoni dei Beatles. Anche se naturalmente ho apprezzato a suo tempo la qualità di alcune altre come ‘Hair‘, ‘The Blues Brothers‘, ‘Saranno Famosi‘ e ‘The Committments‘ e ‘The Wall‘, per citare le prime che mi vengono in mente.

Ho visto ‘La La Land‘ un anno dopo la sua uscita nelle sale (lo ammetto, spinto dai promo usciti in concomitanza con le premiazioni degli Oscar 2018), ma con molta prevenzione, quasi certo che ne avrei tratto l’opinione già espressa a proposito degli illustri precedenti citati, senza sentirmi particolarmente coinvolto. In piccola parte e soprattutto inizialmente è stato così, però devo anche ammettere che il giudizio complessivo è decisamente favorevole, anche per merito di alcune scelte di regia che ho trovato molto azzeccate ed efficaci.

La La Land 01Ovviamente un musical non può prescindere da almeno un brano che diventa una sorta di tormentone da canticchiare dopo la visione dello stesso e che torna alla memoria anche nei giorni immediatamente successivi. In questo caso ce n’è più d’uno, ma irresistibile ad esempio è il ritornello del brano ‘Another Day of Sun‘, così come il tema della splendida ‘City of Stars‘, suonata al piano dallo stesso Ryan Gosling e simpaticamente cantata dallo stesso da solo e poi anche assieme a Emma Stone.

Poi la struggente ‘Mia & Sebastian’s Theme‘, quindi la tenera ‘Engagement Party‘ ed aggiungo anche l’emozionante ‘Audition‘ cantata dalla stessa Emma Stone. Diverso dagli altri ma non meno piacevole il sound ritmato di ‘Start a Fire‘ eseguita da John Legend (star della musica contemporanea che si presta nel film ad un ruolo di spalla) assieme a Gosling ed il brano riepilogativo finale ‘Epilogue‘. Lo stile di molti altri brani e della colonna sonora è piacevolmente retro ed è stata composta per la gran parte da Justin Hurwitz.

Va aggiunto, a maggior merito della coppia d’interpreti, che non è soltanto ineccepibile nella recitazione, ma che balla e canta pure con consumato mestiere. Inoltre Ryan Gosling (già protagonista assoluto di ‘Drive‘ di Nicolas Winding Refn e ‘La Grande Scommessa‘ di Adam McKay), che ha un passato da musicista, per suonare al meglio il piano nelle numerose scene del film, è andato a lezione da un grande maestro, con risultati molto buoni direi, visto che non è doppiato durante l’esecuzione dei brani. Anche se ovviamente non sappiamo quante volte sono stati ripetuti i ciak, prima di scegliere quello migliore…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘La Battaglia di Hacksaw Ridge’

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

Titolo Originale: Hacksaw Ridge

 Nazione: USA, Australia

Anno:  2016

Genere: Biografico, Guerra

Durata: 139’ Regia: Mel Gibson

Cast: Andrew Garfield (Desmond Doss), Teresa Palmer (Dorothy Schutte), Vince Vaughn (Sergente Howell), Hugo Weaving (Tom Doss), Sam Worthington (Capitano Glover), Luke Bracey (Smitty Riker), Ryan Corr (Tenente Manville), Rachel Griffiths (Bertha Doss), Richard Roxburgh (Colonnello Stelzer), Matthew Nable (Tenente Cooney), Luke Pegler (Milt ‘Hollywood’ Zane), Ben Mingay (Grease Nolan), Richard Pyros (Randall ‘Teach’ Fuller), Goran D. Kleut (Andy ‘Ghoul’ Walker), Firass Dirani (Vito Rinnelli), Damien Thomlinson (Ralph Morgan), Robert Morgan (Colonnello Sangston), Nathaniel Buzolic (Harold ‘Hal’ Doss)

TRAMA: Desmond è figlio di Tom, un reduce della Prima Guerra Mondiale uscito profondamente segnato da quella esperienza, nella quale molti suoi amici hanno perso la vita. Da allora, spesso Tom soffoca nell’alcol i rigurgiti di quell’incubo e Desmond che da bambino, litigando con il fratello, aveva rischiato di ucciderlo, alcuni anni dopo mentre il padre stava inveendo contro la madre minacciandola con la pistola, era intervenuto, ma resosi conto che, strappandogliela di mano era arrivato al punto da puntargliela contro, si era ripromesso di non prendere mai più in mano un’arma. Nel soccorrere anni dopo un ferito investito da un’auto, gli salva la vita ed accompagnandolo in ospedale incontra l’infermiera Dorothy della quale s’innamora immediatamente e senza esitare si fa avanti e la conquista a sua volta con la simpatia, la delicatezza e la sua umanità. Nasce un profondo sentimento fra loro, finalizzato al matrimonio. Desmond inizia a studiare medicina perché nella vita vorrebbe aiutare gli altri, ma dopo Pearl Harbor la guerra bussa nuovamente alla porta e per non essere da meno dei suoi amici e coetanei, nonostante l’ostilità del padre che non vuole si vada a far ammazzare e le suppliche di Dorothy, Desmond decide poco dopo il fratello di arruolarsi. Durante l’addestramento si distingue nelle prove di resistenza fisica ma quando arriva il momento di prendere in mano le armi si rifiuta, avendo scelto di servire il suo paese in un modo diverso: cioè salvare e curare i feriti, piuttosto che uccidere i nemici. I suoi superiori non tollerano questo atteggiamento e cercano in tutti i modi di farlo dimettere, punendolo di proposito e mettendogli contro i suoi stessi compagni che lo considerano un vigliacco ed una notte arrivano persino a pestarlo a sangue, ma lui resiste, senza rivelarne i nomi. Non solo, anziché concedergli la licenza per sposarsi con Dorothy, i suoi superiori lo accusano d’insubordinazione e lo portano davanti alla corte marziale. Desmond viene però assolto, grazie soprattutto all’intervento del padre che si rivolge ad un generale che lo aveva avuto al comando durante la Prima Guerra Mondiale. Spedito a Okinawa assieme ai suoi compagni, Desmond si ritrova immerso nell’inferno di quell’isola strategica, difesa strenuamente dai giapponesi. Molti suoi compagni muoiono ed altri restano feriti ma lui si prodiga in ogni modo per soccorrerli, sprezzante dei rischi che corre nel pieno della battaglia. I soldati americani vengono respinti alla base dello strapiombo di Hacksaw Ridge, ma durante la notte Desmond, rimasto lassù, solo fra i feriti ancora in vita, uno dopo l’altro li soccorre, sottraendone il più possibile al colpo di grazia dei giapponesi, lì rassicura e li cala con una corda sino alla base dello strapiombo, fra la sorpresa di chi li riceve e la sua opera continua e senza tregua diviene evidente anche ai più scettici. Dopo aver salvato anche il suo comandante, si cala pure lui e viene accolto come un eroe. Per completare la missione però bisogna tornare lassù ma i soldati chiedono espressamente che ci sia anche Desmond, del quale ora si fidano ciecamente. Prima di risalire l’enorme scala di corda il comandante concede a Desmond di appartarsi per pregare, essendo sabato, il giorno nel quale la sua religione non gli consentirebbe di combattere. Ancora una volta Desmond si distingue per il coraggio e la determinazione in battaglia, rimanendo però ferito a sua volta ma prontamente soccorso dai suoi compagni che lo calano stringendo al petto la preziosa Bibbia che gli aveva lasciato l’amata Dorothy. Okinawa, isola determinante per le sorti della guerra, viene infine conquistata e Desmond può finalmente sposarsi e ricevere la medaglia d’onore, la più alta onorificenza militare degli USA per aver salvato settantacinque compagni feriti senza uccidere neppure un nemico. Anzi ne aveva calato pure un paio di questi ultimi, che poi però erano morti lo stesso per le ferite riportate.

VALUTAZIONE: una testimonianza di fermezza nei propri principi, quella che racconta Mel Gison a proposito della storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la più alta onorificenza militare americana. Un film molto crudo e realistico nelle scene di guerra che mettono in risalto, se ce ne fosse ancora bisogno, la crudeltà e la ferocia degli uomini nel combattersi, fra i quali Desmond appare invece come un raggio di luce. Il regista australiano al tempo stesso riesce ad evitare la facile retorica.

Chi conosce Mel Gibson come attore e non come regista, seppure anche allo spettatore più distratto i titoli dei suoi lavori precedenti dovrebbero pur dire qualcosa: ‘L’uomo senza volto‘, ‘Braveheart – Cuore Impavido‘, ‘La Passione di Cristo‘, ‘Apocalypto‘ (cliccando sui tre titoli che appaiono di colore diverso è possibile leggere la recensione che avevo pubblicato a suo tempo, ndr.), può forse supporre che il brillante interprete di ‘Interceptor‘ e ‘Arma Letale‘ sia uomo d’azione finalizzata allo spettacolo puro e semplice. 

Errore! Sicuramente a Mel Gibson piacciono i toni forti ma il suo modo d’intendere il cinema non è né gladiatorio, né retorico, semmai è molto fisico ma al tempo stesso d’alto profilo riguardo i contenuti. L’apparente ostentazione delle scene di violenza che abbondano in quasi tutte le sue opere, non è volta a godere dello sguardo atterrito dello spettatore, perlomeno quello più sensibile, bensì a porre in evidenza, trattando specifici argomenti, gli aspetti più crudi che superano in realismo la versione, spesso più edulcorata o meno esplicita, che degli stessi la storiografia tende a fornire.

Se in ‘Braveheart – Cuore Impavido‘ il regista australiano non aveva resistito alla tentazione di aggiungere all’eroe scozzese William Wallace alcune personalistiche note di romanticismo (un’opera però che gli ha fruttato ben cinque Oscar), ne ‘La Passione di Cristo‘, mi si perdoni l’autocitazione che serve però a ricollegarmi all’opera in oggetto, era evidente il ‘…significato di allegoria della perversione umana, della crudeltà massima, del degrado della coscienza e del godimento per la sofferenza altrui che riescono a perseguire taluni, siano essi persone singole o istituzioni‘. Forse che ogni guerra non comporta quasi sempre (o senza quasi), in una parte, nell’altra o in entrambe la stessa aberrazione?

La Battaglia di Hacksaw Ridge 02Certo, il paragone fra Gesù Cristo e Desmond Doss è un po’ forte e rischia di passare per blasfemo, anche perché quest’ultimo non è stato crocifisso ed al contrario gli è stato riconosciuto il merito straordinario che si è conquistato sul campo, ma a ben vedere esistono anche delle analogie, perché pure Doss ha dovuto a suo modo percorrere la sua personale ‘via crucis‘.

Nella sua storia di soldato infatti inizialmente è stato deriso, per aver avuto la faccia tosta di dichiarare che ‘…per diventare un eroe non serve un’arma…‘. In seguito è stato perseguitato dai suoi superiori e persino percosso a sangue dai suoi stessi compagni che lo consideravano un vigliacco. E come avrebbe potuto essere diversamente d’altronde, se il sergente istruttore lo bollava così: ‘…Il soldato Doss non crede nella violenza. Quindi non sperate che vi salvi il culo in battaglia…‘. Per punire Desmond nella sua testardaggine, tutta la sua compagnia ne pagava le spese: che fosse una semplice libera uscita negata, dura comunque da mandare giù, o il fatto che, uscendo ostinatamente dagli schemi, metteva a repentaglio la loro stessa ragion d’essere.

Un altro tasto sul quale Mel Gibson sembra essere particolarmente sensibile, riguarda il rapporto fra uomo e natura o più approfonditamente fra le diverse culture, anche di tipo religioso, oppure i modi contrastanti di vedere e considerare le cose ultime della vita, che ha trattato specificatamente in ‘Apocalypto‘. Un tema sensibile pure a Terrence Malick in ‘The New World – Il Nuovo Mondo‘ che il regista australiano in qualche modo riprende ne La Battaglia di Hacksaw Ridge‘, specie se si mettono a confronto la prima parte del film, che ha i toni classici della commedia, con la seconda, che invece è decisamente drammatica e dominata dalle scene di guerra, portatrice di violenza, sangue, dolore e morte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Libro e Film: ‘Colazione da Tiffany’

COLAZIONE DA TIFFANY

Di Truman Capote

Anno Edizione 1959

Pagine 199

Costo € 8,42

Ed. Garzanti (collana ‘Libri Vintage’)

TRAMA: Lo scrittore Paul Varjak, prendendo a pretesto la foto scattata in Africa di un viso scolpito su legno che sembra la copia esatta del ritratto di Holly Golightly, sua particolarissima vicina di casa, ne racconta la storia. Holly abitava l’appartamento sotto il suo. Era molto giovane, sulla cassetta della posta aveva scritto ‘in transito’ ma era molto sicura di sé, seppure soltanto dentro la gioielleria Tiffany si sentiva veramente in pace con se stessa. Nel frattempo conduceva una vita equivoca nei locali notturni di New York dove frequentava uomini molto più anziani, ma anche benestanti, che la mantenevano. Esclusa la camera da letto, il suo appartamento, che condivideva con un gatto rosso senza nome, era disseminato di scatoloni, come se fosse sul punto di trasferirsi altrove. Holly rientrava sempre a notte fonda ed incurante delle chiavi del portone, suonava all’inquilino del terzo piano, un fotografo di origine giapponese, il quale ovviamente reagiva protestando, ma lei lo chetava promettendogli di ricambiare il disturbo facendosi scattare alcune foto, che lui ambiva da tempo. Tutti i giovedì si recava a Sing Sing per trovare un vecchio mafioso, Sally Tomato, del quale si era fatta passare per nipote e che tramite il suo avvocato le passava ogni volta un centone in cambio di alcune sibilline previsioni sul tempo. Una notte aveva suonato a Paul e da allora erano diventati confidenti, specie dopo quella volta che Holly, passando dalle scale di sicurezza, si era introdotta nel suo appartamento, svegliandolo di soprassalto, per sfuggire ad un amante ubriaco con il quale era rientrata a casa. La loro amicizia, priva d’implicazioni sessuali, s’alimentava di reciproche confidenze, complicità ed anche di alti e bassi. Lei lo chiamava come il fratello Fred, al quale Paul somigliava e che era stato chiamato nell’esercito per assolvere gli obblighi di leva. Sinché un giorno, un uomo piuttosto avanti con l’età si era presentato a Paul dopo averlo pedinato, identificandosi come il veterinario Doc Colightly, marito di Holly, dal quale lei era fuggita e che anni addietro l’aveva adottata assieme al fratello Fred. I due giovani avevano perso i genitori ed erano stati affidati dai servizi sociali ad una famiglia dalla quale erano fuggiti a causa dei maltrattamenti subiti. Doc aveva cercato invano di convincere Holly a tornare a casa con lui. Lei però aveva altri obiettivi e dopo una fallita relazione con il miliardario Rusty Tawler, anche i rapporti con Paul avevano subito una rottura a seguito di un litigio. La notizia della morte di Fred in un malaugurato incidente aveva sconvolto Holly e Paul si era riavvicinato a lei per consolarla. La ragazza in seguito si era legata ad un ricco diplomatico brasiliano dal quale era rimasta incinta e contava di trasferirsi in Brasile per sposarlo. Il giorno del compleanno di Paul, lei lo aveva invitato ad una cavalcata in Central Park ma per salvarlo dal cavallo, che era stato imbizzarrito da alcuni maldestri ragazzini, Holly aveva perso il bambino. Al ritorno dall’ospedale però era stata arrestata dalla polizia, la quale aveva scoperto che Tomato dal carcere riusciva comunque a gestire i suoi traffici, grazie proprio a quei messaggi in codice sulle previsioni del tempo che passava a Holly. Il diplomatico brasiliano per evitare pubblicità negativa aveva rotto immediatamente con lei, ma nonostante ciò era intenzionata ad andare ugualmente in Brasile per cambiare vita. Paul era riuscito a farla liberare dietro cauzione, pagata da un facoltoso uomo d’affari con il quale la ragazza aveva avuto dei trascorsi e che le era rimasta simpatica. Paul aveva quindi cercato di dissuaderla dal fuggire per evitare guai peggiori con la giustizia. Mentre la stava accompagnando in taxi all’aeroporto sotto una fitta pioggia, Holly aveva fatto fermare l’auto e scendendo aveva abbandonato il gatto, al quale era legata da tempo, in una via di periferia, lasciandolo fradicio ma soprattutto libero, a suo dire, così come si era sempre sentita anche lei.

COLAZIONE DA TIFFANY

Titolo Originale: Breakfast at Tiffany’s

 Nazione: Italia

Anno:  1961

Genere: Commedia

Durata: 115’ Regia: Blake Edwards

Cast: Audrey Hepburn (Holly Golightly), George Peppard (Paul Varjak), Martin Balsam (O.J. Berman), Patricia Neal (Liz Failenson), Buddy Ebsen (‘Doc’ Golightly), Mickey Rooney (Sig. Yunioshi), Dorothy Whitney (Mag Wildwood), José Luis de Vilallonga (José De Silva), Stanley Adams (Rusty Trawler), John McGiver (commesso di Tiffany), Alan Reed (Sally Tomato), Claude Stroud (Sid Arbuck), Robert Patten (Sig. O’Shaughnessy)

TRAMA: La trama del film si differenzia nei fatti dal romanzo per alcune sequenze e particolari che però non sono di poco conto. Fra i più significativi, la figura del barista John Bell, innamorato segretamente di Holly e grazie al quale comincia il romanzo, nel film è quasi del tutto ignorata. Paul è uno scrittore che non ha mai combinato nulla di buono: ha scritto un solo libro, che non ha letto quasi nessuno e si fa mantenere da un’amante sposata che lascia soltanto quando s’innamora di Holly. Paul, dopo aver lasciato l’amante, essendo innamorato di Holly, la cerca a casa e per strada, confondendola con altre donne, sinché la trova per caso in biblioteca, ma il suo entusiasmo viene soffocato da Holly che lo bistratta sinché Paul la lascia dopo una scenata. La sequenza dentro Tiffany con il simpatico e pazientissimo commesso, nel romanzo non esiste e neppure la cavalcata a Central Park, anche perché Holly non aspetta alcun figlio dal diplomatico brasiliano. Il finale poi è completamente diverso nel film: il gatto abbandonato da Holly viene in questo caso recuperato da lei medesima che, pentita, torna a riprenderlo poco dopo ed infine si abbandona nelle braccia di Paul in un classico lieto fine che nel libro di Truman Capote non c’è. 

VALUTAZIONE: Due modi diversi di raccontare una storia non solo per quanto riguarda il finale, ma anche nella caratterizzazione dei protagonisti, che nella versione cinematografica sono decisamente edulcorati rispetto al romanzo di Truman Capote. Il libro infatti racconta una storia piuttosto trasgressiva rispetto alla consuetudine del tempo mentre il film ne sorvola gli aspetti più provocatori. L’interpretazione di Audrey Hepburn ha contribuito non poco al successo della pellicola che è considerata fra i ‘cult’ del genere di appartenenza.

…È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo…‘.

Colazione da Tiffany 30Doc è una figura piuttosto controversa che appare sia nel libro che nel film (a proposito, il colore alternato del testo è voluto, essendo una recensione riferita contemporaneamente ad un film ed un libro). E’ il marito di Holly e su ciò non ci sarebbe nulla di strano, se non si guarda alle rispettive età ed alle vicende che hanno portato alle nozze, così come sul fatto che va a cercarla a New York, dopo un po’ di tempo che lei se n’è andata da casa senza più tornare, per lui senza ragione.

Colazione da Tiffany 14Mentre Holly (che Doc chiama con il suo vero nome di Lula Mae) nel romanzo spiega il suo comportamento a John Bell, un personaggio che nel film non c’è, in quest’ultimo rivolge la stessa frase qui sopra riportata direttamente a Doc: una metafora rivolta a se stessa ed alla sua natura di ‘bestiola selvatica‘.

Colazione da Tiffany 10Non sembra quindi che dietro la sua decisione di andarsene di casa ci fosse una condizione di maltrattamento, d’indigenza o di conflitto, anche perché Doc, il quale era rimasto vedovo ed aveva già quattro figli suoi, si era lasciato commuovere dai due bambini spauriti e deperiti che aveva trovato affamati a rubacchiare qualcosa da mangiare nella fattoria di sua proprietà ed aveva adottato sia Holly che il fratello Fred, trattandoli in seguito come se fossero figli suoi. Quando Holly aveva compiuto quindici anni però, Doc le aveva chiesto se accettasse di sposarlo e lei l’aveva fatto (‘…ci sposeremo naturalmente…  non sono mai stata sposata prima!…) come se fosse una cosa naturale sulla quale non valeva neppure la pena di riflettere più di tanto.

Colazione da Tiffany 40Ciò nonostante, si trattava pur sempre di un matrimonio fra un uomo decisamente maturo ed una minorenne che oltretutto dal punto di vista figurativo, se non geneticamente in questo caso, si potrebbe addirittura configurare come una sorta d’incesto. Ricordiamoci sempre, a tal proposito, che stiamo parlando di un film del 1961 tratto da un romanzo scritto soltanto due anni prima, quando certi temi di costume e di morale, specie al cinema, non erano così facilmente trattabili. Soprattutto se la produzione, come in questo caso, puntava a realizzare un film di largo consenso popolare, come in effetti poi è avvenuto.

Colazione da Tiffany 27La questione etica e sessuale in quest’opera è quindi molto presente, anche se la trasposizione cinematografica di Blake Edwards tende opportunamente a stemperarla per non urtare, appunto, la sensibilità del gran pubblico benpensante. Che difatti l’ha accettata senza creare attorno ad essa ed in alcun modo uno scandalo, decretandone al contrario un successo strepitoso. Nel 2012 l’opera è stata aggiunta al National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America, un riconoscimento riservato solo a quelle destinate ad essere considerate, o che sono già diventate, dei ‘cult‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘Addio Mia Regina’ e ‘Marie Antoinette’

ADDIO MIA REGINA

Titolo Originale: Le Adieux à la Reine

 Nazione: Francia, Spagna

Anno:  2012

Genere: Storico, Drammatico

Durata: 100’ Regia: Benoit Jacquot

Cast: Diane Kruger (Maria Antonietta), Léa Seydoux (Sidonie Laborde), Virginie Ledoyen (Madame de Polignac), Xavier Beauvois (Luigi XVI), Noémie Lvovsky (Madame Campan), Grégory Gadebois (Conte di Provenza), Francis Leplay (Conte d’Artois)

TRAMA: Alla reggia di Versailles la regina Maria Antonietta passa le sue giornate noiosamente, adagiata sullo sfarzo, ignara ed insensibile verso il popolo affamato che sta montando la rivolta. La sua lettrice personale Sidonie, ottempera o sceglie lei stessa dalla corposa biblioteca reale le letture della regina, verso la quale coltiva una sorta di venerazione, purtroppo per lei, ignorata. Maria Antonietta invece sente un trasporto al limite dello scandalo verso Madame de Polignac che vorrebbe sempre avere al suo fianco. Quando il popolo assale la Bastiglia e viene redatta una lista di nobili, compresa la regina, ai quali si minaccia di tagliare la testa, la gran parte di essi si prepara a fuggire per trovare riparo in Svizzera. Maria Antonietta, preoccupata per la sorte di Madame de Polignac, chiede a Sidonie di viaggiare in carrozza assieme a lei, scambiando gli abiti in modo che se fosse fermata lungo il percorso, Madame passi per la sua governante, assieme al marito che invece deve figurare come suo assistente. Sidonie, nonostante la crudeltà di questa richiesta, che non bada in alcun modo alla sua persona, decide comunque di accettare, come estrema prova di fedeltà e sacrificio, non considerata neppure in questo caso da Maria Antonietta. Nonostante ciò, Sidonie riesce a passare i controlli e ad avere salva la vita.    

MARIE ANTOINETTE

Titolo Originale: idem

 Nazione: USA, Francia, Giappone

Anno:  2006

Genere: Storico, Drammatico, Biografico

Durata: 125’ Regia: Sofia Coppola

Cast: Kirsten Dunst (Maria Antonietta), Jason Schwartzman (Luigi XVI), Rip Torn (Luigi XV), Judy Davis (Contessa di Noailles), Asia Argento (Madame Du Barry), Marianne Faithfull (Maria Teresa d’Austria), Danny Huston (Giuseppe II), Molly Shannon (Anna Vittoria), Steve Coogan (Conte Mercy d’Argenteau), Rose Byrne (Duchessa di Polignac), Shirley Henderson (Zia Sofia), Jamie Dornan (Axel von Fersen), Clémentine Poidatz (Contessa di Provenza), Jean-Christophe Bouvet (Duca di Choiseul), Aurore Clément (Duchessa di Chartres), Bob Barrett (Paggio), Raphaël Neal (Paggio), Alain Doutey (Capo Valletto), Mary Nighy (Principessa di Lamballe), Al Weaver (Conte d’Artois), Sarah Adler (Contessa d’Artois), Guillaume Gallienne (Conte Vergennes), Alexia Landeau (Contessa de La Londe), Tom Hardy (Raumont)

TRAMA: Per celebrare l’alleanza fra Austria e Francia, a scapito di Prussia ed Inghilterra, Maria Antonietta d’Asburgo e Lorena, a soli quattordici anni, viene data in sposa a Luigi Augusto, delfino di Francia ed erede al trono di Luigi XV. Maria Antonietta è una giovane allegra e spensierata, così quando si trova a dover sottostare ai dettami ingessati della corte francese, dapprima ne trova risibili i rituali, poi però le diventano noiosi ed oppressivi, in aggiunta alla delusione di un matrimonio che la vede spesso sola mentre il marito va a caccia e le rivolge solo poche parole persino durante i pasti. Per giunta le nozze non sono state consumate perché Luigi Augusto, forse inibito da una educazione troppo pudica, non riesce ad avere rapporti sessuali con lei. Maria Teresa d’Austria, madre di Antonietta, la critica aspramente attraverso le missive ed i suoi intermediari, perché teme che non generando figli, l’alleanza fra Austria e Francia possa venire meno. Quando infine Luigi Augusto si sblocca e Maria Antonietta mette al mondo prima una femmina e poi un maschietto, Luigi Giuseppe, il nuovo Delfino di Francia, il suo ruolo viene finalmente legittimato. Nonostante i rapporti con il marito, divenuto nel frattempo Luigi XVI alla morte del padre, siano normali, non si può però certo dire che sia mai sbocciata fra loro la fiamma della passione. Il carattere volitivo e resistente alle ferree regole di corte, rendono inoltre Maria Antonietta invisa alla gran parte dei nobili che a sua volta lei tratta senza la pretesa considerazione. Si rifugia pertanto nella dependance del Petit Trianon, donatele dal marito, dove si estrania sempre più dalla vita di corte e coltiva amicizie come quella con Madame de Polignac, considerata da molti di natura lesbica e poi con il conte svedese Hans Axel von Fersen con il quale ha una breve ma intensa relazione. La sua mancata comprensione della condizioni di sofferenza del popolo affamato la rendono però invisa a molti, compresi i nobili che l’hanno mai accettata. La cattiva gestione delle finanze governative di Luigi XVI, che si lascia trascinare nelle esose richieste per sostenere la guerra americana, provocano la rivolta popolare che si concretizza nella presa della Bastiglia e raggiunge anche Versailles. Molti nobili sono già fuggiti nel frattempo ma il re e Maria Antonietta decidono inizialmente di rimanere ed accettano di lasciare la Reggia per trasferirsi a Parigi solo quando la folla inferocita penetra nel palazzo minacciando di uccidere la regina.  

VALUTAZIONE: due opere che affrontano da punti di vista molto diversi la controversa figura della regina Maria Antonietta, sino alla presa della Bastiglia ed agli eventi successivi. Grazie ad esse il cinema dimostra ancora una volta la sua versatilità ed imprevedibilità, pur nel rispetto sostanziale di fatti e personaggi relativi ad una precisa epoca storica. In un caso ne propone una lettura classica, parziale ed intimista. Nell’altro invece i toni sono antitetici e provocatori, accompagnati persino da musiche pop-rock.

Semmai vi capitasse di vedere, a breve distanza uno dall’altro com’è successo a me, questi due film, in realtà realizzati uno sei anni dopo l’altro, non potrete fare a meno di notare che la figura di Maria Antonietta è raffigurata, a parte alcuni analoghi riscontri, in modo molto differente. Nonostante ciò però, sono entrambi legittimi e credibili, senza che ciò suoni come contraddittorio.

Addio Mia Regina 02La versione di Benoit Jacquot infatti si svolge in un periodo molto limitato della vita di Maria Antonietta ed è incentrata sul carattere frivolo, umorale, solitario ed egoista della regina, in preda ad un’irrazionale infatuazione verso un’altra donna, Madame de Polignac e relegata in una sorta di gabbia dorata nella Reggia di Versailles. Indifferente nei confronti del popolo parigino affamato e del suo crescente malcontento, del quale peraltro non ha alcuna percezione vivendo fuori Parigi e isolata dentro un palazzo ovattato, la regina si comporta invece in maniera cinica e crudele verso la sua fedele e dedita lettrice Sidonie (interpretata dalla sempre brava ed espressiva Léa Seydoux, straordinaria protagonista di ‘La Vita di Adèle‘ ed apprezzata anche in ‘Bastardi Senza Gloria‘, quando era ancora alle prime armi).

Marie Antoinette 01L’opera di Sofia Coppola invece, molto più estesa temporalmente e tratta dalla biografia scritta da Antonia Fraser, intitolata ‘Maria Antonietta – La solitudine di una regina‘, mette in risalto la figura di una giovane allegra e spensierata, costretta com’era d’uso a quei tempi fra dinastie reali di paesi diversi d’Europa, ad un matrimonio di convenienza per sancire un’alleanza politica. La giovinetta, pur accettando ubbidientemente il destino a lei riservato dalla madre Maria Teresa d’Asburgo, grazie al suo carattere estroverso ed anticonformista, riesce a resistere di fronte all’ostilità dei nobili francesi che sin dal primo momento la considerano come un corpo estraneo, in quanto austriaca, ma anche perché irrispettosa nei confronti dei rigidi e secolari rituali di corte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…

Film: ‘La Parrucchiera’

LA PARRUCHIERA

Titolo Originale: idem

 Nazione: Italia

Anno:  2017

Genere: Commedia

Durata: 108’ Regia: Stefano Incerti

Cast: Massimiliano Gallo: Salvatore

Pina Turco (Rosa), Cristina Donadio (Patrizia), Lucianna De Falco (Micaela), Tony Tammaro (Lello), Arturo Muselli (Kevin), Massimiliano Gallo (Salvatore), Stefania Zambrano (Carla), Francesco Borragine (Claudio), Giorgio Pinto (Compagno di Carla), Martina Palumbo (Jessica), Alessandra Borgia (Maria), Ernesto Mahieux (Gennaro), Angela Lyimo (Staff di Testa e Tempesta), Emiliana Cantone (sé stessa)

TRAMA: Rosa lavora a Napoli come parrucchiera nel negozio di Patrizia e Lello. Quest’ultimo però la molesta al punto che è costretta a dare le dimissioni. Patrizia, che si considera una mentore per Rosa, non la prende bene ed anche se sa che ha ragione lei, si schiera in difesa del marito. Rosa si è separata da tempo anche da Salvatore ed ha un figlio, avuto da un altro uomo, che però considera Salvatore come suo padre e modello. Nonostante le scuse di Lello e le insistenze di Patrizia che ha sempre apprezzato le capacità di Rosa sul lavoro, quest’ultima non torna indietro, anche se la perdita del posto di lavoro la mette in gravi difficoltà finanziarie. Le amiche Micaela e Carla si offrono perciò di aiutarla ad aprire un negozio per conto suo e chiedono l’aiuto di Salvatore per trovare il locale adatto, dopo averne visionati alcuni che si sono rivelati impresentabili. La scelta cade su una vecchia stalla dismessa di fronte all’abitazione di Salvatore, nei Quartieri Spagnoli. Il negozio viene quindi allestito ed inaugurato con il nome di Testa e Tempesta. L’idea, neanche troppo convinta da parte di Rosa, di regalare alle clienti il taglio dei capelli con lo slogan di contribuire con ciò ad allontanare la crisi economica, incuriosisce Patrizia, Lello e Kevin che difatti spiano l’attività di Rosa. Quest’ultimo lavora nel negozio di Patrizia, si considera ‘top’ ed è un gay che ha avuto in passato un minuto di notorietà in TV. Di nascosto e da tempo ruba però una parte dei soldi dell’incasso a Patrizia per coltivare le sue relazioni. Anche se l’attività di Rosa non riesce a decollare e per far fronte a tutte le spese si è fatta prestare dei soldi anche da un’usuraia, una TV la contatta per inserirla in un servizio che dovrebbe parlare dello spirito d’iniziativa delle donne napoletane. Contrariamente alle aspettative di Rosa, in realtà la registrazione è volta a mettere in risalto la protesta delle donne oppresse dalla crisi e la sua attività è solo un colorito pretesto. Kevin, quando aveva saputo del servizio, aveva chiesto a Rosa d’assumerlo, per poter avere nuovamente occasione di apparire in TV, ma lei si era rifiutata ed allora lui si vendica facendole saltare per aria il negozio. Patrizia ha sopportato molte cose nella vita: ha sofferto sia il distacco che la concorrenza di Rosa; ha chiuso tutti e due gli occhi di fronte al marito guardone e sporcaccione; ha scoperto infine anche il doppio gioco di Kevin, ma di fronte a quest’ultima violenza gratuita nei confronti di Rosa, non resiste più e decide di mandare al diavolo sia Lello che Kevin e ricominciare, aiutando proprio la sua ex dipendente a rimettere in sesto il suo negozio. 

VALUTAZIONE: Il regista Stefano Incerti ha allestito questa sorta di soap opera vesuviana utilizzando alcuni dei protagonisti presi in prestito da Gomorra in ruoli completamente diversi o quasi. Un’opera che poggia su fragilissimi equilibri, senza grandi pretese ma che non è mai volgare, semmai fresca e piacevole, ben oltre le aspettative. 

Fà un po’ specie rivedere tre personaggi della Serie TV ‘Gomorra‘ impiegati in una veste decisamente edulcorata da Stefano Incerti, in questa simpatica opera ambientata ovviamente a Napoli, della quale emergono comunque alcune delle sue contraddittorie e secolari problematiche e qualità, sia a livello caratteriale che di costume.

La Parrucchiera 11La splendida Pina Turco, che nella serie tratta dal best sellers di Roberto Saviano era la moglie di Ciro Di Marzio, in una parte tutto sommato di contorno ed anche spaurita, qui invece è la intraprendente Rosa, al centro della storia narrata dal film. 

Arturo Muselli, il terribile Enzo ‘Sangueblù‘ Villa, qui è proposto nel ruolo di Kevin (così almeno lui si fa chiamare, al posto del suo vero nome, che considera troppo comune) La Parrucchiera 10un effeminato collaboratore del negozio di parrucchiera, gestito niente meno che da Cristina Donadio nel ruolo di Patrizia. La quale, in ‘Gomorra‘, era la temibile Annalisa ‘Scianel‘ Magliocca, una donna che nell’ambito spietato della camorra riusciva a tenere testa a svariati sanguinari concorrenti ed a gestire con il pugno di ferro la sua zona d’influenza senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

La Parrucchiera 02La Parrucchiera‘ è un film che si prende facilmente sottogamba. Sembra una soap opera, che curiosamente ed a differenza di quelle più note di origine inglese, generalmente doppiate, necessita dei sottotitoli, al pari di ‘Gomorra‘, per chi non è avvezzo al napoletano stretto e questo è certamente stato un limite per chi quest’opera, al di fuori della regione Campania, l’avesse vista al cinema dove, a differenza della TV di casa, non si può scegliere se metterli oppure no.

La Parrucchiera 03Superato però questo gap linguistico, già dalle prime sequenze si può apprezzare uno spettacolo d’intrattenimento tutto sommato piacevole, che non scade mai nella volgarità oppure nella macchietta e neppure in quell’elegia del napoletano verace, alla Mario Merola o Nino D’Angelo per intenderci, che può risultare ostico per chi non è amante di quel genere. E’ una commedia che racconta con il sorriso sulla bocca una vicenda che, a ben vedere, con un’altra impronta potrebbe adattarsi persino ad una commedia drammatica.

La Parrucchiera 05Proviamo infatti ad analizzare la storia in quest’ultima chiave. Il film inizia con un tentativo di stupro sul posto di lavoro, che non va a buon fine solo perché Rosa riesce a divincolarsi quando sembrava sul punto di essere sopraffatta. Prosegue con l’inevitabile perdita del posto di lavoro, anche se è lei a dare le dimissioni. D’altra parte Rosa come avrebbe potuto rimanere, dopo quell’esperienza e sapendo che Patrizia, pur di non perdere quel marito abietto, addirittura accusa lei di averlo provocato?… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)Continua a leggere…