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Le mie Foto, i Film che vedo, i Libri che leggo…

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02/10/2010 Posted by | CINEMA, FOTOGRAFIA, LIBRI | Lascia un commento

Presentazione Argomento Cinema

In questa sezione pubblicherò i commenti ai film che vedo in TV ed al cinema, proponendo il mio personalissimo punto di vista, come una sorta di riflessione indirizzata innanzitutto a me stesso, per meglio comprendere l’opera che ho appena visto. 

Cliccando qui di seguito su ‘Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI FILM è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare quindi il commento delle opere presenti.  

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30/09/2010 Posted by | CINEMA | , , , , , , | 3 commenti

Presentazione Argomento Letture

In questa sezione pubblicherò i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per comprendere il contesto e farsi un’idea generale delle opere.

Cliccando qui di seguito su ’Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI LIBRI in ordine alfabetico, è possibile accedere all’elenco e visualizzare il commento delle opere presenti.

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30/09/2010 Posted by | LIBRI | , , , , , , , | Lascia un commento

Presentazione Argomento Fotografia

In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie: I Miei Posti, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e quelli dove attualmente risiedo, e relativi dintorni; In Viaggio contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘Famole Strane’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione dove capita, per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

30/09/2010 Posted by | FOTOGRAFIA | , , | Lascia un commento

Film: ‘Amiche Da Morire’

AMICHE DA MORIRE

Amiche Da MorireTitolo Originale: Idem

 Nazione: Italia

Anno:  2013

Genere:  Commedia

Durata:  103’  Regia: Giorgia Farina

Cast: Claudia Gerini (Gilda), Cristiana Capotondi (Olivia), Sabrina Impacciatore (Crocetta), Vinicio Marchioni (Ispettore Malachia), Marina Confalone (Donna Rosaria), Corrado Fortuna (Lorenzo), Lucia Sardo (Madre di Crocetta), Antonella Attili (Signora Zuccalà), Tommaso Ramenghi (Rocco), Adriano Chiaramida (Padre di Crocetta), Gaetano Aronica (Tonino), Giovanni Martorana (Paternò), Giacinto Ferro (Zuccalà), Bruno Armando (Jean Pierre), Mimmo Mancini (Commissario), Enrico Roccaforte (il bello), Giovanni Calcagno (il bestia), Rori Quattrocchi (Donna Assunta), Lollo Franco (Don Vincenzo) 

TRAMA: In una qualche isola siciliana, per la gran parte abitata da pescatori di tonni e le loro famiglie, ci sono tre donne molto diverse fra loro: Gilda, la quale viene dal continente ed è di mentalità, diciamo così, molto aperta; Olivia, ha poco anch’essa della classica donna del sud, ma è giovane, bella, invidiata, innamorata, svampita e sposata ad uno statuario pescatore; infine Crocetta, la quale è soffocata dalla madre tradizionalista e tormentata dalle dicerie che la considerano una menagramo. Oltreché essere molto diverse, non simpatizzano neppure fra loro, ma quando Olivia trova un biglietto sospetto nella tasca dei pantaloni del marito Rocco, si rivolge proprio a Gilda per avere qualche consiglio e sincerarsi al tempo stesso che lo sposo non la tradisca proprio con lei, la quale d’altronde esperienza ne ha da vendere svolgendo il mestiere più vecchio del mondo. Intanto Crocetta scopre che è la madre stessa ad alimentare di proposito le maldicenze nei suoi confronti, pur di tenerla legata a sé e decide quindi, dopo una furiosa litigata, di andarsene di casa. Il traghetto però è già partito, quando arriva in porto con la valigia ed allora, per far passare la notte, si nasconde nella grotta dove Rocco ricovera i suoi attrezzi. Poco dopo giungono nello stesso posto anche Gilda e Olivia, quest’ultima con l’intento di scoprire se e con chi Rocco consuma la sua infedeltà ed invece si trovano di fronte Crocetta. Alcuni rumori provenienti da una stanza attigua le portano però a scoprire che Rocco sta lavorando per cercare di nascondere soldi ed armi utilizzate per consumare alcune rapine prima di darsi alla fuga, dato che la polizia oramai è sulle sue tracce. La delusione di Olivia però è ancora più grande quando Rocco confessa di non provare alcun sentimento per lei ed anzi di averla usata solo come copertura. Impugnata una pistola dall’armamentario che lui stesso ha appena radunato sul tavolo, Olivia spara a Rocco e lo fa secco. Dopodiché, ancora scioccata per il gesto inaspettato ed istintivo, l’oramai giovane vedova si trova a condividere uno strano sodalizio con Gilda e Crocetta, soprattutto perché dentro una borsa c’è quasi un milione di euro che a questo punto, perché no, potrebbero dividersi. Nonostante le differenze caratteriali, morali e sociali, le tre compari s’accordano per far sparire il cadavere, s’impossessano del denaro e quindi tornano in paese come niente fosse. Poco dopo, proprio mentre stanno definendo i dettagli del piano in casa di Olivia, bussa alla porta l’ispettore Malachia con i suoi gendarmi, convinto di catturare Rocco. Sorpreso di trovarsi invece di fronte le tre donne, Malachia il quale conosce già Gilda per essere stato suo cliente, invero piuttosto scorretto, intuisce che c’è qualcosa di strano ed inizia ad indagare su di loro, sospettando che sappiano dove si nasconde il ricercato. E non è il solo d’altronde ad avere questa impressione, perché tre complici di Rocco, sorpresi quanto Malachia per la sua improvvisa irreperibilità, rapiscono le tre donne con un blitz, ma quando Crocetta è minacciata di essere violentata, per convincerla a rompere il muro di reticenza, Olivia tira fuori la pistola che ha conservato incoscientemente ma opportunamente nella sua borsetta e spara anche a loro, uccidendoli tutti, con sorprendente freddezza e poi, assieme alle due socie, inscena una sorta di regolamento di conti fra malviventi. Dietro un paio di binocoli qualcuno però le sta osservando da lontano. I colpi di scena, prima dell’inevitabile happy end, sono tutt’altro che esauriti. 

VALUTAZIONE: un piacevole mix di giallo e commedia, d’ambiente mediterraneo ma girato con uno stile spigliato ed una colonna sonora di stampo internazionale. Merito innanzitutto della giovane regista Giorgia Farina, la quale riesce miracolosamente a rimanere dentro i binari del cinema di costume nostrano esaltandone le ataviche contraddizioni di stampo sociale ed etico senza cadere nel deja vu. Cristiana Capotondi è bravissima nel ruolo della svampita che si trasforma in un killer infallibile. Un’opera godibile e divertente che non scivola mai nel volgare o nella facile retorica tipica del genere.                                                                                                                                                                                                               

Se qualcuno dovesse sostenere che esiste ancora il sesso debole, beh… vada a vedere questo film e poi, se proprio volesse conservare a tutti i costi la nota definizione, è molto probabile che sia costretto però ad invertire le parti. Giorgia Farina, ventisettenne esordiente, ma già pluripremiata in ambito cortometraggi, master in sceneggiatura alla Columbia University di New York, per la sua prima prova alla regia ha fatto affidamento su un’abbinata apparentemente contraddittoria: tradizione nostrana ed uno stile cinematografico a stelle e strisce, con risultati invero davvero curiosi e lusinghieri.

Amiche da Morire 08Protagoniste di ‘Amiche Da Morire’ sono tre donne, interpretate da altrettante affermate attrici nostrane: Claudia Gerini, Cristiana Capotondi e Sabrina Impacciatore. Caratterialmente molto diverse fra loro, Gilda, Olivia e Crocetta, anche nei nomi rispettivamente scelti dalla sceneggiatura (della stessa Farina e di Fabio Bonidacci) lasciano trasparire l’intenzione dell’autrice di ricorrere a toni differenti, fra il serio ed il faceto, come si dice, rispetto all’iconografia tipica di certo nostro cinema nostrano ambientato nel profondo sud.

Amiche da Morire 07Gilda infatti è anche il personaggio ed il titolo di un famosissimo film di Charles Vidor  interpretato da Rita Hayworth, mentre Olivia de Havilland è la celeberrima Melania di ‘Via Col Vento’. Se questi due nomi dovessimo considerarli non più che riferimenti casuali da parte dell’autrice (è palese infatti che non c’è un parallelismo diretto a livello narrativo e di contenuti con le opere appena citate e le loro protagoniste), se non altro essi non passano inosservati all’appassionato cinefilo il quale grazie ad essi può attingere a qualche reminiscenza, per così dire. Anche perché nel caso di Crocetta invece non c’è il minimo dubbio riguardo l’origine e persino la caratterizzazione del suo personaggio, almeno sino ad un certo punto della storia narrata.

Amiche da Morire 16Gilda e Crocetta infatti sono agli antipodi dello stereotipo femminile: la prima, a dire il vero, non è una donna del sud, ma da quando si è trasferita lì (invero per ragioni un po’ misteriose), vale a dire sul non identificato arcipelago siciliano nel quale è ambientato il film (in realtà la location è situata in Puglia), svolge una fiorente attività di escort, come si dice ora: disinibita, efficiente ed indifferente ad ogni critica. Le comari del posto, che pur guardano e giudicano secondo la mentalità tipica più retrograda, sono preoccupate per la tentazione che Gilda rappresenta per i loro mariti, più ancora che scandalizzate dalla sua presenza. Difatti Don Vincenzo, già piuttosto avanti negli anni, ci resta addirittura secco durante un amplesso, nonostante l’avesse fatto precedere da un’abbondante dose di peperoncino per non deludere, diceva lui stesso, la sua ‘masculinità’. Una sequenza che ricorda vagamente l’inizio di ‘Basic Instinct’, in senso ironico naturalmente, ma non sembri comunque un confronto impari quello fra Claudia Gerini e Sharon Stone…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

27/06/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Libro: ‘La Caduta Dei Giganti’

LA CADUTA DEI GIGANTI

La Caduta Dei GigantiDi Ken Follett

Anno Edizione 2010

Pagine 999

Costo € 25,00

Traduttori Adriana Colombo, Paola Frezza Pavese, Nicoletta Lamberti e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Cinque famiglie di differente origine e classe sociale (due inglesi, una tedesca, una russa ed una americana) incrociano le loro storie nell’arco narrativo di una dozzina d’anni, fra il 1911 ed il 1923-4, nel corso dei quali l’Europa è travolta dagli eventi che sfociano nella Prima Guerra Mondiale, la rivolta dei bolscevichi in Russia e l’affermazione del nazismo in Germania. Il conte Fitzherbert, la sorella Maud, Billy ed Ethel Williams, Walter von Ulrich, i fratelli Grigory e Lev Peskov ed infine Gus Dewar sono solo i principali fra decine di personaggi le cui vicende di fantasia si svolgono e procedono in parallelo a quelle già conosciute di re, zar, nobili, generali e statisti, i cui nomi riempiono i libri di storia e con le loro azioni hanno segnato i destini di milioni di persone. Un’epoca di grandi cambiamenti e contrasti sociali, culturali, razziali e politici, dei quali i protagonisti de ‘La Caduta Dei Giganti’ rappresentano una significativa sintesi.    

VALUTAZIONE: primo capitolo della trilogia sul novecento di Ken Follett. Mille pagine dentro le quali si trova tutto ciò che contraddistingue un grande romanzo: luoghi e fatti fra i più noti della storia, personaggi veramente esistiti che interagiscono con altri creati dallo scrittore inglese, analisi storica e dietrologia politica, mescolati a sentimenti semplici ed onnipresenti come amore, tradimento, gioia e dolore. Una lezione di prosa e talento narrativo da parte di un autore fra i più versatili e prestigiosi della letteratura moderna.                                                                                                                                                                                                                                            

‘<Secondo me ci dovrebbe essere più gente pronta a sparare ai direttori dei giornali> replicò Maud allegra. <Forse la qualità dei quotidiani migliorerebbe>’. Senza arrivare a tali estremi, qualcosa di alternativo però si potrebbe supporre magari anche riguardo certi libri di storia scelti per le nostre scuole, fonte sicura di noia e disamore per la materia da parte della maggior parte degli studenti ed invece, non dico sostituirli in toto, ma se gli si affiancasse ad esempio un tomo come ‘La Caduta Dei Giganti’, ci sarebbero forse più probabilità che alcuni avvenimenti possano apparire perlomeno più interessanti, se non proprio appassionare i nostri ragazzi delle scuole superiori.

La caduta dei giganti 05L’impegno preso da Ken Follett di raccontare gli eventi caratterizzanti il secolo scorso suddividendoli in tre parti, delle quali l’opera in oggetto costituisce la prima, focalizzata sul significativo periodo fra il 1911 ed il 1924, rappresenta certamente una sfida coraggiosa, perché tutto si può dire, ad esempio, tranne che il contesto storico preso in esame sia una novità e che centinaia di storici ed esperti della materia non l’abbiano già analizzato sotto tutti i punti di vista. Eppure le mille pagine del romanzo, il cui volume ha uno spessore di circa dieci centimetri ed a prima vista è facile immaginare che possa spaventare molti fra i possibili lettori e probabilmente anche tanti fra i fedelissimi dello scrittore inglese, sin dai primi capitoli dimostra di avere invece le qualità per convincerne molti. Come certi oratori che hanno la capacità innata di tenere desta l’attenzione del pubblico anche quando l’argomento che trattano per sua natura non è particolarmente intrigante.

La caduta dei giganti 02Per riuscirci l’autore ha usato le armi proprie del narratore di razza, documentandosi innanzitutto riguardo la vasta e complessa materia, ma certo questo sforzo da solo non sarebbe bastato, perché al più saremmo in presenza dell’ennesima testimonianza riguardo temi già sviscerati appunto da numerosi altri, probabilmente anche più qualificati di lui. La molla per convincere la massa dei suoi lettori e fan’s ad acquistare il primo capitolo della trilogia non poteva che essere un’altra, non essendo neppure sufficiente l’ambizioso obiettivo (ammesso che l’autore, fra l’altro, de ‘La Cruna Dell’Ago’ se lo fosse mai posto) di rendere più popolari pagine di storia le quali, di per sé medesime, sarebbe facile supporre che terrebbero alla larga un’ampia percentuale di lettori. Quanti sarebbero infatti quelli disposti oggigiorno ad acquistare un libro così corposo e che narra ‘solo’ la storia d’Europa nel primo quarto del secolo scorso, ovvero più o meno cento anni fa?

La caduta dei giganti 03Ken Follett, il quale certamente non ha bisogno di lezioni da parte di nessuno riguardo la capacità di ambientare una storia nel passato dalla quale fare emergere valori universali e quindi tirare fuori dal cilindro un successo planetario, ha già sperimentato tale formula, decisamente apprezzata nei mirabili precedenti de ‘I Pilastri della Terra’ e ‘Mondo Senza Fine’ e, fatto suo il motto di origine sportiva che recita: ‘squadra che vince non si tocca’, ha scelto fra una lunghissima lista di personaggi di contorno, sei/sette protagonisti e li ha calati nelle vicende realmente accadute all’inizio del secolo scorso, dando vita ad un crescendo narrativo quanto mai coinvolgente. I quali protagonisti, in alcuni momenti, si trovano addirittura ad interagire con personaggi storici del calibro del presidente americano Woodrow Wilson, il Kaiser Guglielmo II o addirittura Lenin.

Un altro punto a favore de ‘La Caduta Dei Giganti’, che in questo caso però riguarda in particolare la sfera della credibilità, è rappresentato dal fatto che Follett evita accuratamente la retorica che di solito dipinge e qualifica vincenti e perdenti, suddividendoli automaticamente fra buoni e cattivi, ma anzi si è sforzato di presentare gli eventi da diversi punti di vista, ricorrendo ad una nutrita serie di esperti consulenti di varia nazionalità i quali hanno avuto l’incarico di analizzare e correggere la prima bozza del romanzo, laddove sussistevano imprecisioni e ridurre quindi il più possibile gli eventuali errori, incluse posizioni precostituite di parte, nazionalistiche o partitiche che fossero…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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14/06/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Serie TV: ‘Venuto Al Mondo – extended version’

VENUTO AL MONDO

Venuto Al MondoTitolo Originale: Idem

 Nazione: Italia, Spagna, Croazia

Anno:  2012

Genere:  Drammatico

Durata:  225’  Regia: Sergio Castellitto

Cast: Penélope Cruz (Gemma), Emile Hirsch (Diego), Adnan Haskovic (Gojko), Pietro Castellitto (Pietro), Saadet Aksoy (Aska), Luca De Filippo (Armando), Vinicio Marchioni (Fabio), Jane Birkin (Psicologa), Sergio Castellitto (Giuliano), Mira Furlan (Velida), Jovan Divjak (Jovan), Branko Djuric (Dottore), Bruno Armando (Ginecologo), Isabelle Adriani (Giornalista), Luna Mijovic (Danka) 

TRAMA:.  Gemma nel 2009 è una donna matura, sposata con Giuliano e madre di Pietro. Un giorno riceve la telefonata di Gojko, un bosniaco che ha conosciuto anni addietro, il quale la invita a tornare a Sarajevo per partecipare ad una mostra che ricorda l’assedio di Sarajevo dei primi anni novanta e lei, dopo qualche titubanza, decide di partire accompagnata dal riluttante figlio. Tornare in quella città significa per lei rivedere luoghi e persone con le quali ha vissuto momenti straordinari in un passato non lontano e rivivere situazioni strazianti che l’hanno segnata indelebilmente. Gemma nel 1984 era una studentessa che si trovava a Sarajevo per completare la sua tesi di laurea su uno scrittore bosniaco. Gojko le aveva fatto da autista ed accompagnatore, facendole conoscere Diego con il quale era scoccato il classico colpo di fulmine dal quale è nata un’intensa storia d’amore. Gemma nel 1992 è tornata con Diego a Sarajevo, dopo aver vissuto assieme a Roma per qualche tempo, proprio mentre stava scoppiando la guerra che disintegrerà la nazione jugoslava e provocherà, assieme alla suddivisione in alcuni stati, innumerevoli lutti ed episodi di estrema violenza e brutalità. L’obiettivo di Gemma e Diego era quello di aiutare gli amici in un momento di grave difficoltà materiale e psicologica. Gemma nel frattempo aveva scoperto di essere sterile, ma non si era rassegnata al destino di non poter dare un figlio a Diego che lo desiderava profondamente. Piuttosto che correre il rischio di perdere il suo uomo, Gemma aveva accettato la proposta di Gojko di utilizzare una ragazza del posto, Aska, come incubatrice. Quest’ultima era disponibile ad assumersi tale ruolo in cambio del denaro per espatriare ed inseguire il sogno di diventare una star musicale. Una situazione di estrema frustrazione per Gemma che era stata apparentemente risolta con questo curioso escamotage. La guerra però aveva forzato la situazione. Aska aveva generato Pietro, ma quando Gemma si era imbarcata su un cargo per tornare in Italia con il bimbo appena nato, Diego con una scusa era rimasto a terra, oramai votato a dare il suo contributo come fotografo-reporter di quella guerra straziante. Convinta di essere stata raggirata, Gemma era tornata qualche tempo dopo a Sarajevo, dove aveva trovato una situazione ancora più grave di quella che aveva lasciato. Diego sembrava non amarla più e Gemma si era convinta che avesse una relazione con Aska. Tornata delusa in Italia, l’aveva raggiunta più tardi la notizia che Diego era morto in circostanze strane, cadendo da una roccia sul mare. Il ritorno di Gemma a Sarajevo nel 2009, non solo è l’occasione per mostrare a Pietro, al quale non ha mai raccontato la verità a proposito della sua nascita, i luoghi e le persone con le quali lei ha trascorso un periodo tragico ed esaltante al tempo stesso, ma è pure il momento di conoscere tutta la verità riguardo Diego ed Aska, grazie ancora una volta a Gojko, amico d’incrollabile e sincera fedeltà, ma anche grande regista di una storia vera. Al momento di far ritorno in Italia con la madre, Pietro, il quale più volte si era chiesto quale fosse il senso di quel viaggio, capisce di essersi arricchito con un’esperienza indimenticabile, che lo ripaga ampiamente della mancata vacanza in Sardegna con i suoi amici.  

VALUTAZIONE:. Un affresco di notevole intensità emotiva, non solo riguardo la storia di fantasia di Gemma, ma anche una toccante testimonianza sulle atrocità commesse durante la guerra dei Balcani di fine secolo scorso a Sarajevo, città che è stata vittima di inaudite e prolungate violenze. Una storia di amicizia, di desiderio di maternità e di grandi sintonie fra persone di cultura profondamente diversa, che gli eventi drammatici legano però fra loro indissolubilmente. Splendidamente diretta da Sergio Castellitto, ‘Venuto al Mondo’ è anche una notevole prova corale di un gruppo d’attori alle prese con personaggi che restano nella memoria. La serie TV, nonostante la lunghezza, rappresenta al meglio la trasposizione del celebre romanzo di Margaret Mazzantini, dal quale è tratta.  

Di ‘Venuto al Mondo’ esistono due versioni: un film di poco più di due ore di durata ed una versione ‘extended’ trasmessa in TV da Sky in cinque puntate di poco meno di quarantacinque/cinquanta minuti cadauna. Il commento in oggetto è riferito a quest’ultima e non avendo un riscontro diretto dell’opera ridotta, presentata al Festival di Toronto nel 2012, non posso sapere se mantiene appieno l’intensità e la consistenza del romanzo di Margaret Mazzantini dal quale è tratta, anche se ne dubito, le quali sono invece esaltate dalla Serie TV.

Venuto al Mondo 03Sergio Castellitto è il regista di ‘Venuto al Mondo’. Attore di notevole esperienza e caratura, come ‘director’ è alla sua quarta prova, la seconda nella quale traspone un romanzo della Mazzantini (che è sua moglie nella vita reale) ed anche nel precedente ‘Non Ti Muovere’ la protagonista era Penelope Cruz, premiata con il David di Donatello per la sua interpretazione, così come lo stesso Castellitto che è stato suo partner, mentre nel caso di quest’ultima opera egli per sé ha ritagliato soltanto un ruolo di contorno.

Venuto al Mondo 10‘Venuto al Mondo’ è un’opera che colpisce, indubbiamente. Innanzitutto l’ho vista per quattro quinti nella stessa serata, lasciando soltanto il finale, per raggiunto limite d’ora per così dire, il giorno seguente. Vale la pena davvero di seguirla tutta di seguito, se è possibile, perché non solo si riesce a coglierne l’intensità narrativa, ma le stesse puntate terminano in punti opportunamente scelti dalla produzione i quali, alla stregua di un giallo, suscitano la giusta dose di curiosità nello spettatore da indurlo ad andare avanti. Ognuna delle puntate è distinta da un sottotitolo che anticipa chiaramente il tema conduttore. Così la prima si chiama ‘Amore’, la seconda ‘Maternità, la terza ‘Guerra’, la quarta ‘Separazione’ e l’ultima ‘Pace’.

Venuto al Mondo 13Possiamo dividere l’opera in due tracce narrative che s’intersecano fra loro. La prima riguarda la storia personale di Gemma e di riflesso il figlio Pietro, da lei tanto desiderato e che ha avuto invece in circostanze molto particolari; una vicenda complessa, robusta e sofferta dal punto di vista umano e psicologico, che è frutto della fantasia della scrittrice, la quale ha partecipato a quattro mani, con il marito Castellitto stesso, alla stesura della sceneggiatura. La seconda traccia invece è rievocativa, con i protagonisti immersi (non semplicemente sullo sfondo quindi, come si dice di solito in questi casi) nel momento storico della disgregazione della nazione Jugoslava, avvenuta negli anni novanta e che il generale Tito, con pugno di ferro, era riuscito a mantenere unita dalla fine della seconda guerra mondiale. La morte di quest’ultimo nel 1980 e la caduta del muro di Berlino alla fine dello stesso decennio: evento epocale che ha provocato un effetto domino sul crollo delle dittature dell’est Europa sollevandole dal giogo dell’ex Unione Sovietica ed aprendo le loro frontiere al libero mercato ed al mondo occidentale, ha spinto le diverse etnie degli stati slavi a sposare l’indipendentismo, a partire dalla Slovenia, per proseguire con la Croazia, quindi la Bosnia. Oddio, alla luce dei recenti fatti in Ucraina, non sembra ancora concluso il processo di riequilibrio politico, geografico e militare dell’est europeo, ma se si considera il lungo isolamento, determinato dalla cosiddetta ‘cortina di ferro’ in atto sino alla fine degli anni ottanta, si capisce però che molti passi sono stati fatti nel frattempo, pur fra alcune ricadute e contraddizioni varie…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

18/05/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Henry Poole – Lassù Qualcuno Ti Ama’

HENRY POOLE – LASSU’ QUALCUNO TI AMA

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti AmaTitolo Originale: Henry Poole Is Here

 Nazione: USA

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata:  99’  Regia: Mark Pellington

Cast: Luke Wilson (Henry Poole), Radha Mitchell (Dawn), Adriana Barraza (Esperanza), George Lopez (Padre Salazar), Cheryl Hines (Meg), Richard Benjamin (Dr. Fancher), Morgan Lily (Millie Stupek) 

TRAMA:.  Henry Poole vive a Los Angeles ed è un quarantenne di bella presenza al quale è stata comunicata però una sentenza terribile: le analisi cui si è sottoposto hanno rivelato un’incurabile malattia degenerativa. Sconvolto, Henry decide di trascorrere in solitudine le ultime sei settimane di vita che gli sono state pronosticate, affittando una casa non distante da quella nella quale è nato e vissuto in gioventù. Una vicina di casa di origine messicana, Esperanza, lo accoglie a nome del quartiere presentandosi alla sua porta con un piatto di dolci. Poco dopo però la stessa donna scorge su una parete della casa rivolta verso il giardino interno quella che lei ritiene trattarsi un’immagine di Cristo ed essendo una cattolica fervente non esita a ritenerlo un miracolo. Henry invece è agnostico e teme che la scoperta, da lui considerata non più che pura suggestione, possa minare il suo desiderio di solitudine, perciò reagisce con fastidio cercando persino di cancellare l’immagine, ma senza successo. Di fianco alla sua casa vive una giovane donna, Dawn, con una bambina, Millie, la quale è muta da quando il padre se n’è andato e da allora ha la mania di andare in giro con un microfono ed un mangianastri sul quale registra le conversazioni delle persone intorno a lei. Millie è incuriosita dalla presenza di Henry ed è anche attratta dall’immagine sulla parete, sulla quale improvvisamente iniziano ad affiorare delle gocce rosse come il sangue. Henry è sempre più nervoso per l’invasione nella sua privacy da parte di Esperanza, la quale non esita a spargere la voce ad altri fedeli, persino un prete, al quale chiede di far analizzare quelle gocce di sangue presunto, trasformando quindi l’immagine in un sorta di simulacro. Una notte Millie viene trovata dalla madre come se fosse in trance, immobile davanti alla contestata parete e con una mano appoggiata sulla raffigurazione del Cristo, il cui effetto è il recupero dell’uso della parola. Henry, nonostante ciò, continua ad essere scettico, ma il miracoloso risultato sulla piccola lo avvicina sia a lei che alla madre, alla quale confida infine il suo destino. Millie registra la conversazione della coppia durante una cena a lume di candela in giardino e ricade nel suo mutismo. Henry, amareggiato e confuso, ripercorre alcuni luoghi della sua infanzia e quando torna a casa trova il suo giardino invaso da numerose persone in adorazione dell’immagine sulla parete. Frustrato ed irritato, egli reagisce malamente, demolendo la stessa parete con una mazza, fra lo sbigottimento e la disapprovazione dei presenti, provocando un crollo strutturale di quella parte dell’abitazione che travolge lui stesso. Il risveglio in ospedale è però sorprendente ed illuminante.  

VALUTAZIONE: un’opera che scava fra le pieghe degli eventi miracolosi, razionalmente spiegabili soltanto con un atto di fede e traccia un confronto con la dura realtà e la solitudine di un uomo ancora giovane che sta per morire a causa di una spietata malattia. Il film di Mark Pellington viaggia su un doppio binario esistenziale, che tende ad intersecarsi però più volte. Un’opera comunque interessante che solo nella parte finale cede a qualche tentazione consolatoria ed al sentimentalismo.                                                                                                                                                                                    

Cosa c’è di più lontano e vicino al tempo stesso della spietata e palpabile concretezza di una malattia incurabile messa in rapporto con un fenomeno miracoloso che si giustifica solo con un atto di fede, per sua natura irrazionale? Eppure, le cronache religiose mostrano spesso migliaia di pellegrini che ogni anno si recano in alcune località di culto nella speranza di propiziare una guarigione per se stesse o i propri cari, ritenuta oramai impossibile dalle cure della medicina tradizionale. Ed a volte succede davvero: miracolo, casualità oppure si tratta soltanto della legge dei grandi numeri?

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 03Non vorrei però che il lettore già da queste poche parole introduttive si facesse l’idea sbagliata sul film in oggetto, il cui titolo  ‘Henry Poole Is Here’ è molto più pertinente in originale rispetto al suffisso appioppato dalla distribuzione nella versione nostrana. Non si tratta infatti di un film angosciante, come forse lascerebbe supporre l’accenno alla morte prossima di un uomo intorno alla quarantina d’anni, robusto e di bell’aspetto, ancora decisamente aitante. Non è così, o perlomeno, il regista Mark Pellington non ha l’intenzione di limitarsi a raccontare una vicenda che affronta, pur con delicatezza e senza intento speculativo, due situazioni limite che si trovano improvvisamente e casualmente (?), intrecciate fra loro: la cruda concretezza della realtà che si confronta con l’insondabile potere della fede che trasforma in positivo ciò che sembra razionalmente senza speranza.

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 02L’opera del regista americano, più noto agli addetti ai lavori per aver realizzato video musicali di alcuni gruppi famosi come U2 e Pearl Jam ad esempio, in realtà svela un po’ per volta il suo vero intento, che è metaforico, utilizzando una storia in fondo banale, pur nella drammaticità dei fatti che riguardano il protagonista. Personalmente mi ha persino ricordato, per certi versi, il film di Harold Ramis ‘Ricomincio Da Capo’, interpretato da un irresistibile Bill Murray, seppure il genere in quel caso era completamente diverso, ovvero satirico e grottesco, con numerose puntate nel comico. In quell’opera un uomo cinico e pieno di sé, meteorologo di mestiere, si trovava a rivivere continuamente gli eventi di una giornata, un servizio TV con le rituali previsioni sull’imminente inverno dettate della manifestazione pubblica denominata ‘il giorno della marmotta’, sinché provato da quel sortilegio apparentemente bloccato in una sorta di ‘loop’, riusciva finalmente a sciogliere il sortilegio quando scopriva le sottili e preziose corde della sensibilità umana nei confronti del prossimo, che gli erano sconosciute in precedenza, conquistando infine la bellissima Andy McDowell, la quale era abituata da tempo a frequentarlo come collega di lavoro ed a misurarne il cinismo, l’arroganza e l’antipatia.

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 06Nel caso di Henry Poole, interpretato con intensità da Luke Wilson, la situazione è ben più seria: c’è di mezzo una malattia che non lascia scampo e la convinzione del protagonista che non ci sia oramai altra conclusione che quella di rassegnarsi ed attendere la fine in una dignitosa solitudine, fra i luoghi ed i ricordi d’infanzia. Lui d’altronde è sempre stato un uomo razionale e concreto; se non proprio ateo, è certamente agnostico e quindi non l’ha neppure sfiorato l’idea di attaccarsi a qualche illusoria e flebile speranza su una cura miracolosa, oppure di aggrapparsi semplicemente e disperatamente alla forza consolatoria della fede.

Henry avrebbe voluto affittare la casa dov’è nato e cresciuto, ma non essendo disponibile, s’è accontentato di un’abitazione vicina. E non è stato neppure a trattare sul prezzo con l’agenzia che gliel’ha proposta e presentata, al punto che l’addetta incaricata, stupita dalla sua arrendevolezza, ha provato persino a metterlo in guardia su alcuni difetti evidenti della casa, per ottenere uno sconto, ma invano. A Henry hanno detto che gli restano più o meno sei settimane di vita e non gliene può fregare di meno di questi particolari che sarebbero semmai utili a chi dovesse soggiornarvi più a lungo e soprattutto potesse ragionare su una prospettiva di vita di più lungo termine…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/05/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Paris-Manhattan’

PARIS-MANHATTAN

Paris-ManhattanTitolo Originale: idem

 Nazione: Francia

Anno:  2012

Genere:  Commedia

Durata:  77’  Regia: Sophie Lellouche

Cast: Alice Taglioni (Alice), Patrick Bruel (Victor), Marine Delterne (Hélène), Louis-Do de Lencquesaing (Pierre), Michelle Aumont (La pére), Marie-Christine Adam (Nicole), Yannick Soulier (Vincent), Margaux Chatelier (Laura), Arséne Mosca (Arthur), Woody Allen (se stesso) 

TRAMA: Alice è la secondogenita di un farmacista ebreo parigino, fissata con Woody Allen, del quale ha un poster appeso alla parete della camera e con il quale dialoga come se fosse realmente presente, confidandogli i fatti della sua vita e contando su qualche ispirazione dell’ironico e perspicace regista ed attore. I suoi genitori e la sorella, già felicemente sposata e madre di un’adolescente, vorrebbero che Alice trovasse la sua anima gemella, ma lei invece, che pure non manca di presenza, non cura la sua immagine e sembra un po’ un maschiaccio, di quelli che rifuggono le formalità e non frenano neppure la lingua in certe occasioni. Soprattutto se gli toccano l’adorato Woody Allen, del quale conserva tutti i DVD e li presta ad amici, conoscenti e persino estranei, come se fossero più efficaci dei medicinali che serve al banco della farmacia. La sorella Hèléne ed il marito in più occasioni organizzano incontri galanti per Alice, la quale si considera anche un po’ sfortunata, ma di sicuro non ha ancora incontrato l’uomo capace di farle girare la testa. Il padre a sua volta ha una paranoia per i ladri ed i rapinatori e così sia in casa che nella farmacia ha fatto installare dei sofisticati sistemi di allarme costruiti dal geniale Victor, un tecnico specializzato di una piccola azienda d’elettronica: discreto, capace e tuttora scapolo, con una grave lacuna, non conosce Woody Allen. Quando il padre lascia la responsabilità della farmacia ad Alice, i contatti fra lei e Victor si fanno più frequenti e fra loro subentra una certa confidenza e complicità, come fra due amici. Alice infatti dal punto di vista sentimentale sembra avere trovato il tipo giusto in Vincent: bello, volitivo ed appassionato a sua volta di Woody Allen e della musica di Cole Porter, se non fosse che solo dopo un po’ di tempo scopre che è già sposato. La sorella intanto teme che la figlia adolescente, alle prese con il primo amore serio, un ragazzo benestante, possa compiere qualche sciocchezza ed allora chiede ad Alice di accompagnarla per spiare la coppia durante un’uscita notturna. Victor invece, mentre sta lavorando al sistema antifurto di un hotel, scorge per caso il marito di Hélène in compagnia di una prostituta e subito avvisa Alice. Assieme indagano sulla doppia vita del cognato, scoprendo però una verità ancora più sconvolgente. La complicità sempre più stretta fra Alice e Victor cambia anche i loro rapporti e se lui un pensierino ce l’aveva già fatto da tempo, lei appare ancora un po’ incerta verso quest’uomo certamente amabile, simpatico ed intelligente, del quale però non è ancora innamorata. A risolvere ogni dubbio interviene ancora una volta Woody Allen, stavolta in carne ed ossa, quando Victor lo incontra davvero nello stesso hotel, dal quale la star del cinema sta partendo dopo un breve soggiorno. Avvertita immediatamente Alice, perché non si faccia sfuggire l’occasione d’incontrare almeno una volta di persona il suo idolo, Victor cerca di trattenerlo, lusingandolo nel descrivergli la particolare venerazione della sua fan. Quando sembra che Alice sia arrivata comunque troppo tardi all’appuntamento, il sogno invece s’avvera ed il noto regista ed attore le da un ultimo prezioso suggerimento, prima di andarsene. L’amore a questo punto non ha più bisogno di un poster appeso alla parete.    

VALUTAZIONE: una commedia fresca e leggera, abbastanza corta da non tediare e discretamente simpatica senza scadere nella melassa del più ovvio romanticismo, anche se la conclusione diventa ben presto chiara e scontata. L’esordiente regista Sophie Lellouche cerca di emulare i toni e lo stile dell’amato Woody Allen con risultati alterni.                                                                                                                                                                                                

Ci sono film che si vedono per scelta ed altri ai quali si arriva invece quasi per caso: ‘Paris-Manhattan’ appartiene a questa seconda categoria, ovvero quel genere di film che si scopre facendo ‘zapping’ con il telecomando e sfogliando l’offerta proposta dalle pay-tv. A volte poi, pur senza gridare al miracolo, se ne apprezza il tratto leggero, quasi evanescente, ma non per questo disdicevole o inutile. Al termine, se non altro, resta la sensazione di aver trascorso più o meno piacevolmente un’ora e dieci minuti circa, come in questo caso, senza grandi aspettative, ma neanche delusioni e persino ben disposti a chiudere un occhio su alcuni limiti.

Paris-Manhattan 05Le ultime vicende della cronaca familiare di Woody Allen non volgono certo a migliorarne l’immagine pubblica, ma resta il fatto che rimane un grande regista ed attore, con una credibilità immutata per i molti fan’s che lo adorano anche per alcune argute battute, delle quali esistono vere e proprie raccolte, sia su Internet che in libreria. Anche se esulano, sino ad un certo punto però, dal contesto del film in oggetto, eccone due o tre prese a campione, tanto per far intendere il personaggio a chi non lo conoscesse: ‘…Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile…‘; oppure: ‘…Il ballo è una manifestazione verticale di un desiderio orizzontale…‘ ed infine: ‘…Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora…‘.

Paris-Manhattan 02Alice, da quando in età adolescenziale ha visto un film di Woody Allen, ne è rimasta talmente fulminata che lo ha eletto a suo totem psicologico, raffigurato in un poster che campeggia in bella mostra nella sua casa da single, essendo quasi giunta alla soglia del comune significato che si da al termine zitella. Ed in effetti qualche tratto riconoscibile d’appartenenza alla categoria ce l’ha: ad esempio i genitori, la sorella ed il marito non perdono occasione per proporle qualche pretendente, anche se a lei non gliene va bene uno, considerandosi poi soltanto sfortunata; non si trattiene dall’esprimersi con battute acide, fregandosene poi delle conseguenze, come le rinfaccia la sorella stessa e poi ha questa fissa per Woody Allen con il quale dialoga virtualmente. A sentirla parlare da sola, rivolgendosi a quell’immagine appesa al muro, qualcuno potrebbe anche pensare che sia un po’ fuori di testa o che abbia raggiunto, già con largo anticipo, problematiche tipiche semmai dell’età senile. Quello che lei considera il suo mito, d’altronde le risponde con battute tratte dai suoi film.

Paris-Manhattan 13Ed invece Alice sarebbe ancora eccome in età da marito e, visto che nella realtà l’attrice che la interpreta (Alice Taglioni) annovera nel suo palmarès anche un titolo di Miss Corsica (nome e cognome sono di chiara origine italiana), non le manca proprio nulla per fare colpo. Certo lei non fa niente per favorire l’approccio del possibile corteggiatore: per cominciare deve piacergli Woody Allen e le sue opere (e ridagli!), poi lei per prima dovrebbe indossare abiti che mettano meglio in risalto la sua figura, anziché giacche e pantaloni da maschiaccio impertinente ed infine dovrebbe essere più socievole quando qualcuno si offre di accompagnarla, come Victor ad esempio, il quale non sarà magari un Adone, ma è gentile, con la battuta facile e sicuramente intelligente, visto che produce apprezzati impianti d’allarme ed è un fornitore stimato del padre della ragazza, il quale ha la psicosi dei ladri e dei furfanti sia in casa che nella farmacia di sua proprietà, dove lavora pure Alice… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

10/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Lost In Translation’

LOST IN TRANSLATION

Lost In TranslationTitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2003

Genere:  Commedia

Durata:  102’  Regia: Sofia Coppola

Cast: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Fumihiro Hayashi (Charlie Brown), Akiro Takeshita (Ms. Kawasaki), Francois Du Bois (pianista), Takashi Fujii (presentatore TV), Kunichi Nomura (Kun), Akira (Hans), Hiromix (se stessa) 

TRAMA: Bob Harris è una stella del cinema in declino il quale sfrutta la coda della sua popolarità facendo pubblicità ad un marchio di whiskey a Tokyo. Il ricco contratto che gli è stato assicurato vale la noia della partecipazione ad alcune sedute fotografiche e spot televisivi, seppure non capisce una parola di giapponese e tanto meno la loro cultura e tradizioni. A casa la moglie ed i figli sono abituati alla sua lontananza ed anche le telefonate fra loro sono sbrigative e scontate. Così egli passa gran parte dei tempi morti, fra una prova e l’altra, ad annoiarsi nella camera dell’hotel, contando i giorni mancanti alla fine del lavoro. Di notte frequenta spesso il piano bar della stessa struttura che resta sempre aperto; egli infatti ha anche problemi d’insonnia causati dal jet lag, ovvero il diverso fuso orario rispetto al paese di provenienza. Charlotte è invece la giovane e bella moglie di un fotografo americano ambizioso e super impegnato, il quale però la trascura, lasciandola spesso sola, preferendo correre dietro al successo che sembra sorridergli nella terra del Sol Levante. Anche lei, fresca di laurea in filosofia ma ancora senza lavoro, passa molto tempo in hotel tediandosi a guardare i programmi TV; telefonando a casa oppure provando ad immergersi, in cerca di distrazioni, dentro il formicaio di persone che popolano le strade della capitale giapponese. La notte, mentre il marito russa, spesso resta sveglia ed il piano bar diventa perciò anche per lei un rifugio ed una distrazione. L’incontro fra Bob e Charlotte è perciò facilitato ma fra loro non nasce un’intesa che scaturisce da un senso di rivalsa o dalla ricerca di nuove emozioni che sfociano poi di solito nel tradimento dei rispettivi partner, quanto semmai un feeling determinato da un ‘comun sentire’ e dalla scoperta di provare le stesse sensazioni di disagio e solitudine, nonostante la sensibile differenza d’età che c’è fra loro. Nei giorni successivi s’incontrano spesso e maturano una sempre maggiore confidenza. Quando il marito di Charlotte parte per un impegno improvviso fuori Tokyo, si ritrovano a passare molto tempo assieme e frequentare altre persone che la giovane ha conosciuto nel frattempo nell’ambiente dei fotografi, dalle quali ne consegue un’altra conferma che le luci, la vita frenetica e le follie notturne della metropoli nipponica non fanno per loro. Bob è arrivato alla conclusione del periodo relativo all’accordo pubblicitario ma decide di accettare la partecipazione ad un programma televisivo, che aveva rifiutato in precedenza, pur di restare ancora qualche giorno in Giappone, nel mentre che Charlotte è andata in visita turistica a Kyoto. La notte precedente il ritorno di quest’ultima, Bob beve un bicchiere di troppo nel solito piano bar dell’hotel e finisce a letto con la cantante. Al risveglio nella sua camera egli fatica a realizzare quello che è accaduto, ma viene sorpreso da Charlotte in compagnia della sua amante. I loro rapporti si raffreddano e il pranzo successivo che consumano comunque assieme si svolge nel silenzio ed imbarazzo reciproco. Bob annuncia quindi a Charlotte che l’indomani ha deciso di tornare a casa. La sera si ritrovano ancora al piano bar ed i loro sguardi testimoniano, più di qualunque parola, la magica intesa che comunque si è creata fra loro nel frattempo. Bob non è più sicuro di voler partire e Charlotte vorrebbe che restasse. Il finale è tenero e sospeso, più vicino ad un arrivederci, piuttosto che ad un addio.

VALUTAZIONE:  Sofia Coppola evita i rischi narrativi più scontati e banali di una storia che coinvolge un uomo maturo ed un giovane donna, entrambi sposati ma in crisi d’identità. In una metropoli dominata da uno sfrenato consumismo e da un caleidoscopio di luci, per ritrovare se stessi può anche bastare l’empatia di uno sguardo nel piano bar di un hotel o trovare qualcuno disposto semplicemente al dialogo. Il finale di questa storia minimale è tutt’altro che scontato.                                                                                                                                                                              

Quando si dice che ‘buon sangue non mente’ un’ulteriore conferma la si trova in Sofia Coppola, figlia quarantatreenne dell’autore di pietre miliari come ‘Apocalypse Now’ e ‘Il Padrino’, la quale circa una dozzina d’anni fa ha girato quest’opera di sorprendente maturità per una regista soltanto alla seconda prova dietro la macchina da presa, dopo l’esordio in sordina con ‘Il Giardino Delle Vergini Suicide’ ed un paio di cortometraggi.

Lost in Translation 01Non sorprende più di tanto quindi l’Oscar assegnato alla sceneggiatura originale che Sofia stessa ha scritto, la quale ne ha anche diretto la trasposizione sul grande schermo con leggerezza, sicurezza ed inventiva, smontando con elegante naturalezza i cardini del genere di appartenenza con una storia che sonda i meandri della solitudine di un uomo e una donna, di nazionalità americana, i quali si conoscono a Tokyo, una metropoli che pure conta oltre tredici milioni di abitanti. La figlia di Francis Ford Coppola però ha mescolato le carte, ad iniziare dal titolo, ‘Lost in Translation’, al quale la distribuzione italiana ha avuto il ‘coraggio’ di aggiungere come suffisso… ‘L’amore tradotto’, insomma qualcosa che fa gridare vendetta. Nemmeno un traduttore automatico, di quelli che si trovano facilmente in Internet, sarebbe stato capace infatti di arrivare a tanto e se solo fosse stata utilizzata la versione letterale, ‘Persi nella Traduzione’, sarebbe stata sicuramente meglio, seppure anch’essa non avrebbe certamente espresso la sottile ambiguità, provocazione o metafora che dir si voglia, contenuta nel titolo originale. 

Lost in Translation 12Il significato di ‘Lost in Translation’ potrebbe far pensare, in prima ipotesi, alle difficoltà di comprensione che provano i due protagonisti, Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson), i quali sono giunti, ognuno per suo conto e per ragioni diverse da quelle meramente turistiche, quando ancora erano sconosciuti, in un paese molto diverso per lingua e cultura come il Giappone. Scavando appena più a fondo nelle loro vicende personali si scopre però ben presto che entrambi non s’intendono più nemmeno con i rispettivi coniugi e le incomprensioni in questo caso non sono certamente linguistiche. Andando ancora più in profondità infine si comprende che, sia Bill che Charlotte attraversano una delicata fase esistenziale, ovvero, per rimanere ancorati al titolo un’altra volta, essi hanno difficoltà nel tradurre e dare un senso alle loro vite, sia per motivi d’età che di ruolo. Charlotte, pur essendo una donna molto bella e sposata da soli due anni con un fotografo di successo (ecco la ragione per cui si trova con lui a Tokyo) si sente sempre più sola perché il marito è tutto preso dalla carriera e troppo spesso l’abbandona per lunghe ore o addirittura per giorni interi, correndo dietro ai molteplici appuntamenti. Pur essendo laureata in filosofia, Charlotte non ha ancora un lavoro e questo non fa altro che aumentare la sua frustrazione ed il senso d’inutilità.

Lost in Translation 07Non è in una situazione migliore Bob, seppure al contrario dovrebbe sentirsi gratificato per essere stato invitato in Giappone, dove la sua immagine vale ancora un contratto milionario, per girare uno spot pubblicitario e scattare qualche foto, le cui gigantografie appaiono con sorprendente tempestività in bella mostra lungo le strade della capitale giapponese. Per uno che è oramai al tramonto della carriera attoriale, questo contratto è ‘grasso che cola’, come si dice in questi casi, nonostante egli non capisca un accidente di quello che gli viene detto durante le sedute sul set e molto poco gli interessa pure approfondire culturalmente il confronto con una civiltà tanto diversa dalla sua d’origine. Quando telefona a casa dove la moglie ed i figli, anche per via del fuso orario, hanno abitudini ed esigenze molto differenti dalle sue, i discorsi sono di disarmante routine e spesso le conversazioni finiscono per esaurirsi velocemente per mancanza d’argomenti, passando direttamente agli scontati saluti, come afferma lui stesso: ‘…se sei un attore cinematografico, sei sempre via da casa. Guardatemi ora, per esempio. Sei rinchiuso in un hotel, a migliaia di chilometri da casa, in un fuso orario del tutto diverso, e non vi è nulla di attraente in ciò. Non riesci a dormire, accendi la televisione nel mezzo della notte e non riesci a capire una parola di quello che dicono, e telefoni a casa, il che non ti dà il minimo conforto…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Host’

THE HOST

The HostTitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2013

Genere:  Fantascienza, Thriller

Durata:  125’  Regia: Andrew Niccol

Cast: Saoirse Ronan (Melanie Stryder/Viandante/Wanda), Jake Abel (Ian O’Shea), Max Irons (Jared Howe), Diane Kruger (Terra, la Cercatrice), William Hurt (Jeb Stryder), Chandler Canterbury (Jamie Stryder), Boyd Holbrook (Kyle O’Shea), Frances Fisher (Maggie Stryder), Marcus Lyle Brown (guaritore Fords), Scott Lawrence (Doc), Lee Hardee (Aaron), Mustafa Harris (Brandt), Stephen Rider (cercatore Reed) 

TRAMA: Il pianeta Terra sembra aver raggiunto l’armonia da sempre agognata fra l’ambiente e gli esseri viventi che lo abitano. Non c’è inquinamento, né guerre o episodi criminosi causati da furti, violenza ed atteggiamenti disonesti, come avveniva invece quando la razza dominante era quella umana. Il mondo infatti è dominato dagli alieni, i quali stanno colonizzando i corpi degli umani. L’unica evidente differenza esteriore, ad ‘impianto’ avvenuto, è relativa agli occhi, che sono tutti uguali, fosforescenti ed azzurri. L’opera di colonizzazione tuttavia non è stata ancora completata del tutto ed alcune sacche di resistenza umana sopravvivono ancora. Melanie ha un duplice obiettivo: portare in salvo se stessa ed il fratellino Jamie, ma una volta localizzata preferisce nascondere lui e poi gettarsi nel vuoto dall’ultimo piano di un palazzo. Non muore però nonostante il volo e così la sua Cercatrice, che ha il compito di trovare altri umani da colonizzare, l’affida ad un Guaritore che le impianta nel corpo l’anima di Viandante, un’aliena che nel corso di oltre mille anni ha già partecipato ad analoghe operazioni in una dozzina di pianeti. Melanie è però ancora dentro quello che è stato sino a poco prima il suo corpo ed ora invece la imprigiona, essendo alla mercè della sua ospite, ma come capita di rado dopo l’intervento è in grado ancora di interagire con essa attraverso la mente. Viandante collabora con la Cercatrice, leggendo la memoria di Melanie allo scopo di raccogliere informazioni riguardo le sue origini e scoprire dove si nascondono gli umani che fanno parte della sua cerchia di parenti ed amici. Melanie cerca di opporsi, ma non abbastanza da impedire a Viandante di rivivere alcuni momenti del suo passato recente, incluse emozioni sconosciute per gli alieni come quelle di provare affetto e desiderio per un’altra persona, sino al contatto fisico, ad esempio, di un bacio sulla bocca che scatena pulsioni intime del tutto nuove e sconvolgenti per Viandante. Al tempo stesso Melanie tenta di convincere la sua ospite che è atroce quello che sta cercando d’imporre la Cercatrice ed un po’ per volta la persuade ad essere reticente di fronte alle sue domande insistenti. Quando la Cercatrice se ne accorge però, decide di espiantare l’anima di Viandante dal corpo di Melanie per prendere il suo posto, ma la notte precedente l’intervento quest’ultima spinge la sua ospite a fuggire con l’intenzione di raggiungere il Guaritore per chiedere il suo aiuto. In realtà la guida verso una zona desertica dove lei ed il fratellino avevano l’obiettivo di dirigersi. Resasi conto dell’inganno Viandante tenta di tornare indietro, ma la reazione di Melanie fa sbandare l’auto che sta guidando, la quale finisce fuori strada danneggiandosi irrimediabilmente. Confusa ed un po’ malconcia, all’aliena non resta che assecondare Melanie e dopo una lunga marcia nel deserto si ritrova disidratata sotto un albero solitario che garantisce un po’ d’ombra, dove viene rinvenuta priva di sensi ed oramai allo stremo delle forze dallo zio Jeb, convinto che Melanie sia riuscita finalmente a raggiungerlo. Quando però scopre che la nipote è stata colonizzata, a fatica riesce ad impedire che gli altri componenti del suo gruppo, incluso Jared, con il quale la ragazza ha vissuto un periodo felice poco prima della cattura, l’uccidano. Nonostante l’opposizione di molti, Viandante viene condotta bendata nel loro nascondiglio che si trova dentro le viscere di una montagna dove la colonia di umani riesce a sopravvivere grazie ad un ingegnoso sistema di specchi che garantisce loro la luce necessaria per coltivare persino il grano e l’acqua calda di un vulcano sotterraneo fornisce loro l’energia ed il calore utile per sopravvivere. Trattata da tutti come se fosse un mostro, tranne Jeb, un giovane di nome Ian ed il fratellino Jamie, per evitare di essere uccisa Viandante, nel frattempo ribattezzata Wanda da Jeb, rivela che Melanie vive ancora dentro il suo corpo e ne da conferma fornendo alcune prove tangibili, così che l’ostilità nei suoi confronti diminuisce ed un po’ per volta s’integra nella comunità, partecipando anche ai lavori manuali. La Cercatrice però è sulle sue tracce e la scoperta che in una improvvisata sala operatoria gli umani della colonia compiono atti di vendetta nei confronti degli alieni che catturano, sconvolge Wanda. C’è ancora molta strada da percorrere prima che quel corpo diviso fra due anime dapprima ostili e poi alleate possa completare il suo destino.     

VALUTAZIONE: tratto dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer, ‘The Host’ è un film di fantascienza originale ed intrigante nella prima parte, decisamente al di sopra della media del genere di appartenenza, che in seguito però scivola in un cliché romantico dal quale l’autrice, nota per aver scritto la saga di ‘Twilight’, evidentemente non riesce a smarcarsi. Il finale poi è decisamente fiacco ed arrangiato. Il regista e sceneggiatore Andrew Niccol fa del suo meglio per evitare di cadere nella trappola del film di stampo adolescenziale. Una piacevole sorpresa dalla protagonista femminile  Saoirse Ronan.                                                                                                                                                                                                               

‘L’Ospite’ è un romanzo scritto da Stephenie Meyer nel 2008, subito dopo la fortunata serie di ‘Twilight’. Da allora, se si esclude un breve racconto (‘Ballo Infernale’) all’interno della raccolta ‘Danze dall’Inferno’ assieme ad altri quattro autori, non è uscito più nulla a suo nome. Dopo la scorpacciata di successo e le royalties ottenute con la saga incentrata sulla coppia Bella ed il vampiro Edward, con ‘The Host’ la scrittrice americana probabilmente puntava ad aprire un nuovo ciclo, virando dall’horror-fantastico alla fantascienza pura, ma il fatto che è rimasto un episodio a sé stante, la dice lunga sul risultato inaspettatamente deludente che ha ottenuto presso il pubblico.

The Host 03E dire che quando lessi questo racconto a suo tempo ne ricavai l’impressione che si trattasse di una prova di maturità da parte della sua autrice, persino superiore perlomeno ai tre episodi successivi al primo della serie ‘Twilight’ ed apprezzai persino il tentativo della Meyer di smarcarsi dallo stereotipo romantico-vampiresco da lei medesima creato. Vedendo ora la trasposizione sul grande schermo di ‘The Host’, mentre il ricordo della versione scritta è un po’ sfumato nel frattempo, dato che la scrittrice è citata nei ‘credits’ come soggettista, presumo che l’adattamento non si discosti eccessivamente dall’originale.

The Host 11L’opera, sceneggiata e diretta da Andrew Niccol (già autore di ‘In Time’ e ‘Gattaca’, fra l’altro), è a sua volta contraddittoria nei risultati. Ad una prima parte originale, allettante e decisamente riuscita, ne segue infatti una seconda purtroppo in tono minore, ma più per limiti di sceneggiatura che di regia, la quale invece cerca di nascondere il più possibile la deriva narrativa nella quale precipita, perdendo palesemente e progressivamente vigoria, dopo aver esaurito la vena d’inventiva iniziale, per scivolare in una storia dai tratti romantici più ovvi la quale ricorda, seppure alla lontana, quella che ha visto protagonisti sullo schermo la coppia costituita da Kristen Stewart e Robert Pattinson, la quale tanto consenso ha ottenuto soprattutto dal pubblico degli adolescenti.

The Host 20Peccato davvero, perché per quasi un’ora tutti i pregi di quello che possiamo definire il ‘castello narrativo’ di ‘The Host’ rendono quest’opera curiosa ed interessante. Non è una novità quella relativa alla colonizzazione degli umani da parte degli alieni, intendiamoci. Già Don Siegel nel 1956 aveva realizzato un film che è diventato un ‘cult’ per gli appassionati del genere, ovvero ‘L’Invasione Degli Ultracorpi’, cui è seguita una serie di remake’s che però non hanno mai neppure sfiorato l’efficacia dell’originale. E’ anche vero che in quel caso, più che un ‘impianto’ di alieni nei corpi degli umani, avveniva una vera e propria clonazione, come succede per le piante che da una talea sviluppano una copia geneticamente identica della prima. Ma mentre nel caso dei vegetali la prassi abituale non determina la morte del ‘donatore’, nel film di Siegel a clonazione avvenuta l’umano muore per lasciare il posto alla sua copia perfetta, depurata però di ogni sentimento e sensazione… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

03/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Inferno’

INFERNO

InfernoDi Dan Brown

Anno Edizione 2013

Pagine 522

Costo € 25,00

Traduttori: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Robert Langdon, esperto di simbologia ed insegnante d’iconologia religiosa all’università di Harvard, rinviene in un letto d’ospedale con un ferita alla testa e senza ricordare assolutamente la ragione per cui si trova a Firenze. In compenso rivive spesso lo stesso incubo: una donna con il viso coperto da un velo la quale, posta sulla sponda opposta di un fiume disseminato da una moltitudine di corpi straziati, gli sussurra: ‘cerca e troverai’. La dottoressa Sienna Brooks è riuscita a scambiare solo qualche parola con Langdon prima che irrompesse nell’ospedale un’altra donna armata e spietata, inviata sulle tracce del professore da un oscuro personaggio che si fa chiamare ‘Il Rettore’, il quale vive a bordo di una misteriosa e super tecnologica imbarcazione di nome ‘Mendacium’. Vayentha, questo il suo nome, dopo aver sparato a bruciapelo ad un medico, si dirige proprio verso la camera dov’è ricoverato Robert. Grazie alla prontezza ed allo spirito d’iniziativa di Sienna, il professore riesce a fuggire assieme a lei dalle scale di sicurezza e quindi a prendere al volo un taxi, evitando per un pelo i colpi che Vayentha spara nella sua direzione. Nel modesto appartamento in affitto della dottoressa, Langdon scopre che dentro la sua preziosa giacca di Harris Tweed, che Sienna ha avuto l’accortezza di portare con sé durante la fuga, è stato cucito uno strano involucro il quale, se viene scosso, proietta l’immagine di un celebre dipinto di Botticelli che rappresenta le bolge dell’Inferno di Dante Alighieri. Langdon scopre inoltre che la dottoressa è una ex bambina prodigio. Non ricordando nulla di quello che è successo nei giorni precedenti, il professore cerca di mettersi in contatto con il consolato USA e l’addetto gli risponde di non muoversi da lì poiché presto invierà qualcuno in suo soccorso. Quando però Robert vede arrivare sulla strada sottostante una pattuglia armata, capisce che anche le loro intenzioni non sono amichevoli ed allora,  grazie ancora all’abilità di Sienna, riesce un’altra volta a fuggire assieme a lei. Nei giorni precedenti il noto magnate e scienziato Bertrand Zobrist si è suicidato gettandosi dalla torre della Badia Fiorentina. Elizabeth Sinskey, direttrice dell’OMS, l’aveva messo in testa ad una lista di ricercati perché ritenuto un pericoloso criminale, sostenitore della necessità di diminuire la popolazione della terra, la cui sopravvivenza è minata dalla curva esponenziale del sovrappopolamento. Zobrist era anche un propugnatore del transumanesimo, un movimento che lavora al miglioramento della razza umana grazie alle scoperte scientifiche e la biogenetica. Lo scienziato, rimasto irreperibile per un paio d’anni grazie alla copertura assicurata dal ‘Rettore’, ha lasciato incarico a quest’ultimo di rendere pubblico entro pochi giorni un inquietante filmato girato all’interno di un’antica costruzione immersa nell’acqua nella quale, oltre ad un minaccioso sacco, appare anche una targa sibillina: ‘In questo luogo ed in questa data, il mondo è stato cambiato per sempre!’…. Robert Langdon si trova così coinvolto, suo malgrado, nell’urgente e terribile compito di dover assolutamente interpretare alcuni messaggi criptici lasciati dallo scienziato e tratti dall’Inferno dantesco, che da Firenze, lo portano prima a Venezia e poi ad Istanbul. Il destino del mondo è nelle mani, nell’intuito e nella cultura storica e simbologica che hanno reso famoso Robert Langdon in alcuni dei racconti precedenti del suo celebre autore.

VALUTAZIONE: Dan Brown conduce il lettore in un viaggio nel quale suspance, arte e storia si mescolano abilmente fra loro. Una vicenda ambientata in alcune delle città più affascinanti del mondo, nella quale lo scrittore ha aggiunto curiose e tutt’altro che scontate considerazioni sul destino della razza umana alla luce della crescita incontrollata della popolazione mondiale. ‘Inferno’ è uno dei thriller meglio riusciti di questo autore e ne conferma le indubbie doti di narratore ed affabulatore.                                                                                                                                                                                                                                                                                             

La popolazione della terra ha impiegato migliaia di anni, dagli albori dell’umanità fino all’inizio dell’Ottocento, per arrivare a un miliardo di persone. Poi, incredibilmente, sono bastati cento anni per raddoppiare e arrivare a due miliardi, negli anni Venti del secolo scorso. Dopodiché, in cinquant’anni la popolazione è nuovamente raddoppiata e negli anni Settanta è arrivata a quattro miliardi. Come può immaginare, raggiungeremo presto gli otto miliardi. Solo oggi, la razza umana ha aggiunto un altro quarto di milione di persone sul pianeta. Un quarto di milione. E questo accade ogni giorno, ogni singolo giorno. Attualmente, ogni anno aggiungiamo l’equivalente dell’intera popolazione della Germania..Qualunque esperto di biologia ambientale o di statistica può spiegare che le possibilità ottimali di sopravvivenza a lungo termine per l’umanità si verificano con una popolazione mondiale di circa quattro miliardi…’.

Inferno 01Queste inquietanti considerazioni, formulate nell’ultimo romanzo di Dan Brown, appartengono allo scienziato Bertrand Zobrist quando tenta di convincere con le buone la dottoressa Elizabeth Sinskey, a capo dell’OMS, sull’opportunità di intervenire al più presto per fermare e poi invertire il senso di marcia del treno relativo alla crescita numerica della popolazione mondiale. Anche se ciò può apparire assurdo ed immorale ed in antitesi a come agiscono le organizzazioni umanitarie, volte alla salvaguardia della vita ed al miglioramento delle condizioni di sostentamento ed igienico-sanitario delle popolazioni più povere e regresse della terra.

Dan Brown Inferno bookNon solo, alla luce del collasso globale previsto già nel diciannovesimo secolo dal matematico e demografo inglese Malthus, a causa appunto del temuto aumento esponenziale della popolazione mondiale, a cui s’aggiunge la situazione determinata dalla terribile Peste Nera che colpì pesantemente nel Trecento provocando la riduzione di un terzo della popolazione mondiale (che però a detta di molti storici aveva anche favorito, dopo le carestie, le difficoltà economiche ed il sovrappopolamento del Medioevo, il fiorire del Rinascimento) ed infine, non ultimo, basandosi sul dato statistico relativo agli Stati Uniti, nei quali il sessanta per cento delle spese sanitarie serve a curare i pazienti negli ultimi sei mesi di vita (‘…mentre il nostro cervello capisce che è una pazzia, il nostro cuore dice: “Tenete in vita la nonna il più a lungo possibile”… è il tipico conflitto tra Apollo e Dioniso… un dilemma classico nella mitologia. È l’antica lotta fra la ragione e il cuore, che raramente desiderano la stessa cosa…‘), Zobrist ed i suoi seguaci hanno trovato le conferme per formulare i fondamenti agghiaccianti sui quali poggia l’Equazione apocalittica della popolazione.

Inferno 03Ad aumentare ulteriormente il già alto livello di provocazione insito in questa premessa, Dan Brown aggiunge pure, attraverso la voce di uno dei suoi personaggi chiave, il seguente dilemma: se ti proponessero di premere un interruttore le cui conseguenze sarebbero la perdita di metà della razza umana, altrimenti nel giro di un secolo si estinguerebbe comunque, lo faresti, pur sapendo che significherebbe uccidere amici, parenti e forse anche te stesso? Robert Langdon, alter ego dello scrittore, cita inoltre, a proposito dell’ipotetico sacrificio di se stessi per il bene degli altri, definito anche suicidio altruistico, il romanzo del 1967 ‘La Fuga di Logan’, scritto da Francis Ford Nolan e George Clayton Johnson, il quale: ‘…raffigura una società del futuro in cui tutti accettano di buon grado di suicidarsi a ventun anni, godendo così in pieno della propria giovinezza e, al tempo stesso, impedendo che la sovrappopolazione e le malattie legate alla vecchiaia gravino sulle risorse limitate del pianeta. Se la memoria non lo tradiva, gli sembrava di ricordare che nella trasposizione cinematografica del romanzo l‘<età dell’eliminazione> fosse stata innalzata a trent’anni, senza dubbio per cercare di rendere la storia più appetibile al pubblico dei giovani dai diciotto ai venticinque anni che garantiva i maggiori incassi al botteghino…‘.

Come si può facilmente intendere perciò, il principio di accettazione di una dura realtà molto spesso è strettamente dipendente da punti di vista molto personali, che in altri termini si possono anche riassumere con il nome di egoismo, ma al tempo stesso, ed è lo stesso Dante Alighieri a sostenerlo, ancor peggio è evitare di prendere posizione sui quesiti fondamentali, seppure molto delicati dal punto di vista etico: ‘I luoghi più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali…’ e Bertrand Zobrist non ha alcuna intenzione di restare a guardare impassibile: secondo lui per raggiungere il Paradiso l’uomo deve attraversare l’Inferno... (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

02/04/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Blow Out’

BLOW OUT

Blow OutTitolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno:  1981

Genere:  Thriller

Durata:  107’  Regia: Brian De Palma

Cast: John Travolta (Jack), Nancy Allen (Sally), John Lithgow (Burke), Dennis Franz (Manny Karp), Peter Boyden (Sam), Curt May (Frank Donohue), John Aquino (Detective Mackey), John McMartin (Lawrence Henry), Deborah Everton (Hooker), Maurice Copeland (Jack Manners) 

TRAMA: Jack è il fonico di una casa di produzione di film di serie ‘B’. Mentre una sera sta registrando alcuni rumori in natura dal ponte pedonale di un parco sotto il quale scorre un torrente, lungo la strada che lo costeggia avviene un incidente, nel corso del quale un’auto sbanda, sfonda il guard-rail e precipita in acqua, affondando nel giro di pochi secondi. Jack non esita a tuffarsi e riesce a fatica ad estrarre dalla vettura Sally, una giovane che viaggiava assieme ad un uomo, per il quale invece non c’è più nulla da fare. In ospedale Jack si trova di fronte ad una gran confusione e viene a sapere che la vittima è niente meno che il candidato favorito alla presidenza degli USA alle imminenti elezioni politiche. Un importante funzionario della sua organizzazione gli chiede però di non divulgare  la notizia che il candidato era in compagnia di una prostituta, per evitare lo scandalo sui media e di aggiungere dolore ed umiliazione alla famiglia. Jack inizialmente tentenna ma sarebbe infine propenso ad accettare, se non fosse che ascoltando in seguito la registrazione audio di quanto è accaduto, grazie al suo sensibilissimo microfono, ne trae la conclusione che non si è trattato di un incidente, bensì di un attentato. Quando infine assiste in TV alla ricostruzione palesemente reticente della dinamica dell’incidente tratta da un filmato amatoriale, non ci sta più. Convince Sally a collaborare con lui per salvaguardare la sua incolumità e quando lo contatta un giornalista, giunto ad avere nel frattempo i suoi stessi sospetti, Jack accetta di partecipare ad una famosa trasmissione per mostrare come sono realmente avvenuti i fatti. Egli infatti nel frattempo ha montato le immagini del video che è apparso in TV, sincronizzando l’audio della sua registrazione, nella quale si sente chiaramente un colpo d’arma da fuoco ed in tal modo dalle immagini si scorge anche la fiammata del colpo sparato alla gomma dell’auto che ha fatto perdere il controllo al conducente. Un serial killer nel frattempo sta uccidendo alcune prostitute che somigliano molto a Sally e qualcuno inoltre è entrato nello studio di Jack per cancellare tutte le registrazioni audio del suo archivio. Quest’ultimo fatto, in particolare, lo convince di essere suo malgrado diventato parte di un complotto a causa del quale sia lui, ma soprattutto Sally, sono in grave pericolo.                 

VALUTAZIONE: un cult del genere thriller ed uno dei film più importanti di Brian De Palma. Rivisto ancora oggi a distanza di trentatré anni dalla sua uscita, mantiene intatta la tensione e l’efficacia grazie ad un ritmo serrato, con uno stile che unisce abilmente ironia, suspance a virtuosismi di regia. Qualche veniale lacuna di sceneggiatura non intacca comunque il valore globale di un’opera che è una lezione di cinema e che gioca provocatoriamente sul contrasto fra realtà e finzione.

‘Blow Out’, consultando un noto vocabolario online, è un termine che può essere tradotto in vari significati. Ad esempio in alcuni contesti vuol dire ‘bucare’, in altri ‘spegnere’, oppure rimanendo più vicini allo slang si usa nel senso di ‘allontanare’. Se poi lo si scrive tutto attaccato varia da ‘grande festa’ a ‘scoppio’, oppure addirittura ‘vittoria a mani basse’. Curiosità vuole che quasi tutte queste locuzioni, in un modo o nell’altro, esprimono situazioni ed atmosfere che sono presenti nel film di Brian De Palma.

Blow Out 02‘Bucare’ e ‘scoppio’ ad esempio sono legati fra loro dalla gomma dell’auto colpita dal proiettile dell’attentatore, episodio dal quale prende forma la vicenda che coinvolge casualmente Jack (John Travolta), fonico cinematografico che si trova nel posto e nel momento sbagliato, testimone di un attentato che le autorità vorrebbero far passare per un casuale incidente. ‘Allontanare’ si adatta alla richiesta che Jack riceve dal funzionario dell’organizzazione del candidato alla Presidenza degli Stati Uniti di dimenticare la presenza imbarazzante dentro l’auto, in compagnia della vittima, della giovane prostituta Sally (Nancy Allen) che Jack è riuscito miracolosamente a salvare tirandola fuori dall’auto, precipitata dentro il torrente e rapidamente inghiottita dalle acque. Lo stesso verbo si abbina ancor di più al tentativo dei cospiratori di allontanare, appunto, la ragazza dalla città di Filadelfia, nei giorni immediatamente successivi al fatto. La prostituta infatti (o come si dice più ipocritamente oggi, la ‘escort’) è stata appositamente ingaggiata dagli avversari politici per compromettere il candidato favorito alle elezioni, prendendolo come si suol dire con le mani nel sacco, dopo aver scattato qualche foto che dimostrano inequivocabilmente la sua relazione al di fuori del matrimonio. L’omicidio quindi non era previsto in questa messinscena ma è stato eseguito dal sicario ingaggiato per compiere l’attentato eccedendo nel suo compito.

Blow Out 20Il significato di ‘vittoria a mani basse’ si può associare quindi all’intento di condizionare gli elettori, eliminando con uno scandalo creato ad arte il rivale più pericoloso alla corsa per la massima carica degli USA. ‘La grande festa’ infine è quella che si svolge in occasione della ricorrenza dell’Indipendenza dello stato della Pennsylvania, datata addirittura 1776, nel corso del finale quando convivono due momenti di stridente contrasto dal punto di vista del clima emotivo ed anche coreografico, allorché un altro dramma si concretizza sotto una surreale raffica di fuochi d’artificio… Come non pensare infine che il titolo del film di Brian De Palma è ispirato anche a ‘Blow Up’ di Michelangelo Antonioni, se pure quest’opera affronta il tema della scoperta di un assassinio tramite l’uso della tecnologia, la fotografia in quel caso?

Blow Out 18Un film come ‘Blow Out’ si può affrontare da due punti di vista diversi, entrambi sufficienti e legittimi: quello del consumatore occasionale o comunque non legato alle dinamiche del cinema e dei suoi autori che assiste ad un bel thriller ed una volta giunto al termine, più o meno soddisfatto, non si pone altri interrogativi; oppure quello del cinefilo che non si ferma alla scorza della vicenda cui ha appena presenziato, ma scava più a fondo analizzando aspetti e dettagli che sfuggono ad un occhio meno allenato ed interessato, proposti comunque da quest’opera. Che è un po’ quello che succede, se vogliamo, nel corso della stessa trama: un casuale incidente, se considerato per quello che appare ad un primo sguardo superficiale, che nasconde invece retroscena i quali, studiati a fondo dal protagonista, restituiscono una realtà completamente diversa.        

5006903.TIFCosa rende quindi questo film del celebre regista di origini italiane, sia per parte del padre che della madre, meritevole del titolo di ‘cult’ e di essere considerato dallo stesso Quentin Tarantino come uno dei suoi preferiti? Sicuramente, ad una prima superficiale analisi, si tratta di un plot che contiene momenti di notevole suspance, il quale stupisce piacevolmente per la solidità che dimostra dopo trentatré anni dalla sua uscita, durante i quali non ha perso nulla della sua efficacia. Siamo in presenza di un’opera congegnata a regola d’arte nel porre in relazione due tematiche anche molto distanti fra loro, quali possono essere ad esempio un complotto politico ed alcuni omicidi seriali. Su tale inconsueta commistione, un film abilmente costruito dal punto di vista della sceneggiatura come questo, può già accampare sufficienti motivi d’interesse. Se fosse solo per questo però, sarebbe difficile potersi confermare, come avviene invece per ‘Blow Out’, come un punto di riferimento del genere di appartenenza e per l’autore stesso che l’ha girato. Ci vuole ben altro, insomma…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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24/03/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Migliore Offerta’

LA MIGLIORE OFFERTA

La Migliore OffertaTitolo Originale: idem

Nazione: Italia 

Anno:  2013

Genere:  Giallo, Drammatico, Romantico

Durata:  124’  Regia: Giuseppe Tornatore

Cast: Geoffrey Rush (Virgil Oldman), Jim Sturgess (Robert), Sylvia Hoeks (Claire Ibbetson), Donald Sutherland (Billy Whistler), Philip Jackson (Fred), Dermot Crowley (Lambert), Kiruna Starnell (Claire del bar), Liya Kebede (Sarah) 

TRAMA: Virgil Oldman è un banditore d’asta ed un grande esperto d’antiquariato e pittura, apprezzato e conteso dalle più prestigiose case d’asta per la sua competenza e professionalità. Virgil è al tempo stesso anche un collezionista di ritratti femminili di ogni epoca. In combutta con Billy Whistler, conoscenza di vecchia data, il quale si mescola fra i clienti durante le offerte in asta, è solito aggiudicarsi preziosi dipinti a prezzi stracciati, così da arricchire la sua oramai vasta raccolta personale d’inestimabile valore che conserva dentro una stanza segreta costruita ad hoc a casa sua e nella quale si sofferma quotidianamente a rimirare i volti che adornano le pareti. Oldman è anche un uomo attempato e scontroso, oltreché superstizioso, solito a cenare da solo in un lussuoso ristorante, ignorando gli altri avventori intorno. La telefonata di una giovane donna, Claire, la quale afferma di aver ricevuto in eredità dal padre un’enorme villa contenente arredi e quadri di varie epoche e stili, con il suggerimento, nel caso decidesse di venderli, di richiedere una valutazione soltanto a Oldman, attira ed indispone al tempo stesso quest’ultimo. L’indispone, perché la donna sembra essere evanescente, mancando gli appuntamenti con scuse di vario genere e supplicando poi l’anziano banditore, risentito per la sua mancanza di rispetto, di non chiuderle il telefono in faccia. L’attira invece, quando viene a sapere dal guardiano della villa, che Claire vive volontariamente reclusa lì dentro da ben dodici anni, a seguito di un trauma subito da bambina. Da allora soffre infatti di agorafobia, una psicosi che la obbliga ed evitare di rimanere in mezzo alla gente e di uscire fuori dalle mura familiari della villa. Questo disturbo le impedisce di mostrarsi persino a Virgil, al quale comunque, assegna l’incarico di eseguire la valutazione, parlando con lui attraverso il muro divisorio di una stanza, come se fosse una monaca di clausura. Spinto da una irresistibile ed inusitata per lui curiosità, Oldman si ritrova a compiere azioni mai sperimentate in precedenza, come nascondersi per spiare Claire quando esce dalla sua stanza, convinta di essere rimasta sola in casa, e spostare o dimenticarsi del tutto gli appuntamenti delle aste. Invaghitosi oramai della ragazza e conscio della sua totale inesperienza in ambito sentimentale, Oldman chiede consiglio su come meglio rapportarsi con Claire a Robert, un giovane ed affabile riparatore di apparati elettronici e marchingegni storici, come l’automa di Vaucanson, i cui pezzi, come facessero parte di un puzzle, Virgil li sta ritrovando sparsi nella villa. Seguendo i suggerimenti del giovane, ben più disinvolto di lui con le donne, Virgil assume un atteggiamento protettivo nei confronti di Claire, per concludere ben presto che se n’è innamorato. Rotti gli argini della virtualità, grazie alla quale sino a quel momento si è garantito una più sicura ed agevole ‘conquista’ delle donne immortalate dai pennelli dei più celebri artisti, Oldman si lascia trasportare, per la prima volta nella sua vita, in una rischiosa quanto intrigante avventura con una donna in carne ed ossa. Un azzardo che riserva non poche sorprese prima della conclusione.           

VALUTAZIONE: un film che, per eleganza stilistica, analisi e profondità dei temi affrontati, ricorda da vicino il fascino di alcune opere di Luchino Visconti. Un viaggio affascinante dentro i meandri contraddittori e sorprendenti che distinguono virtuale e carnale,  falso e vero nei rapporti sentimentali e di amicizia.                                                                                                                                          

La migliore offerta è innanzitutto quella che propone in questo caso Giuseppe Tornatore allo spettatore, coinvolgendolo in un avvincente e raffinato gioco di confronto fra realtà e fantasia, verità e simulazione, che riguarda sia la vicenda in sé narrata nel corso delle due ore del film, che la natura stessa del cinema, strumento ideale di contrapposizione e/o sovrapposizione, a seconda dei punti di vista, di tali opposti figurativi.

La Migliore Offerta 03L’ultima opera del regista siciliano, già Premio Oscar per ‘Nuovo Cinema Paradiso’, realizzata lo scorso anno come un altro film nostrano che ha appena vinto lo stesso ambizioso premio, ovvero ‘La Grande Bellezza’ di Sorrentino, con il quale inevitabilmente quello in oggetto finisce per essere messo a confronto, anche se una ragione logica in tal senso non c’è (se non chiedersi perché uno e non l’altro sia stato scelto per rappresentare il nostro paese alla kermesse hollywoodiana), dimostra senza alcun dubbio la maturità espressiva raggiunta dal suo autore e la capacità di realizzare un’opera che, al pari di altri autorevoli esempi, è fruibile a diversi strati di lettura, dipendenti dal livello culturale, dalla sensibilità e dal gusto cinematografico dello spettatore, senza però deluderne nessuno.

La Migliore Offerta 15‘La Migliore Offerta’ racconta apparentemente una storia banale: quella di un uomo che ha speso la sua vita nel ruolo di banditore d’asta delle case più prestigiose nelle quali si offrono al miglior prezzo mobili ed oggetti d’antiquariato oppure dipinti dei più noti artisti. Grazie alla sua indiscutibile competenza nel ramo, Virgil Oldman è in grado di distinguere con infallibile precisione e sicurezza, più ancora dei microscopi dei laboratori scientifici, le opere autentiche dai falsi; a riconoscere in maniera inequivocabile il tratto di un particolare autore e ad individuare un capolavoro rispetto al prodotto di medio livello. Egli infatti è il migliore fra i banditori, ovvero colui che fissa e regola il valore commerciale dal quale partire in base d’asta e conseguentemente la misura del talento degli artisti coinvolti.

La Migliore Offerta 04E’ anche un personaggio strano Virgil Oldman, il cui cognome, tradotto in italiano, significa letteralmente, che sia casuale o no, ‘vecchio (uomo)’. Ed in effetti giovane non lo è più, ma nel corso del tempo è diventato un appassionato collezionista di ritratti femminili dei maggiori pittori, che riesce ad accaparrarsi perché è abilissimo a sottostimarne il valore artistico e la quotazione proposta al pubblico, e poi con l’aiuto del fido Billy ad aggiudicarseli a prezzi stracciati. Fanatico igienista, Oldman indossa perennemente un paio di guanti (ne ha a casa un armadio colmo, di vari colori); copre il telefono con un fazzoletto per non essere contaminato dai batteri e pur essendo un personaggio molto noto nel suo ambiente, non sostiene lo sguardo di una donna quando gli rivolge la parola, clienti a parte ovviamente, limitandosi a rimirare ogni giorno, dopo aver congedato verso sera il personale di servizio a casa sua, i volti femminili ritratti nei dipinti della sua ampia raccolta, che conserva in una stanza segreta costruita appositamente ed alla quale si accede con una combinazione dopo aver aperto l’armadio contenente i guanti cui accennavo innanzi. D’altronde è lo stesso banditore d’aste ad ammettere la sua misoginia: ‘…l’ammirazione che nutro per le donne è pari al timore che ho sempre avuto di loro e alla mia incapacità di comprenderle!…

La Migliore Offerta 13Cresciuto in un collegio di suore, essendo rimasto orfano di entrambi i genitori, Virgil ha lavorato in un laboratorio artigianale d’antiquariato dove ha imparato con il tempo ad accumulare conoscenze ed esperienze tali da diventare un grande esperto d’arte. Tuttavia, probabilmente a causa di quelle non facili origini, ha sviluppato un carattere scorbutico e refrattario ad ogni rapporto che vada al di là della formalità che mantiene con i suoi collaboratori, conducendo una vita tanto agiata quanto solitaria e ripetitiva. Egli, in sostanza, ha scelto di riversare tutte le sue energie ed interessi nell’arte, evitando perciò qualsiasi rischio conseguente dall’instaurare rapporti confidenziali ed affettivi, specialmente con l’altro sesso, mantenendosi ligio pertanto alla massima di un suo assistente: ‘…vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore…‘.

La Migliore Offerta 01La sua esistenza trascorrerebbe quindi in una lussuosa monotonia, se si escludono gli scossoni derivanti dalla scoperta di qualche opera d’arte dimenticata, o ignota, nel corso delle valutazioni che è chiamato a svolgere presso i clienti, e le incognite rappresentate dalla strategia per aggiudicarsi durante le aste qualche prezioso ritratto femminile, fra i molti e diversi articoli che gestisce comunque con grande professionalità, ma meno trasporto personale. Non sempre riesce a spuntarla però, prendendosela poi a volte in maniera stizzita con Billy, reo di non aver eseguito i suoi ordini come avrebbe dovuto. Indifferente ad ogni genere di ossequio, Oldman è anche superstizioso, come dimostra l’episodio nel quale resta immobile come una statua a fissare una torta, gentilmente offerta dal ristorante per il suo compleanno, sinché non si esaurisce la candela accesa al centro, pur di evitare di trasgredire la regola scaramantica di non festeggiare con un giorno di anticipo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)       

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12/03/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Il Richiamo Del Cuculo’

IL RICHIAMO DEL CUCULO

Il Richiamo Del CuculoDi Robert Galbraith (pseudonimo di J.K. Rowling)

Anno Edizione 2013

Pagine 464

Costo € 16,90

Traduttrici: Alessandra Casella e Angela Ragusa

Ed. Salani (collana ‘Romanzo’) 

TRAMA:  La celebre modella di colore Lula Landry precipita dal terrazzo del suo lussuoso appartamento di Mayfair, a Londra e muore sul colpo. Il fratello adottivo John Bristow, socio con lo zio Tony in un noto studio d’avvocati, ingaggia Cormoran Strike, un investigatore privato, perché faccia luce su quello che la polizia considera un suicidio e che John invece ritiene si tratti di un assassinio. Strike è un reduce dell’Afghanistan, dove ha perso una gamba ed ha appena chiuso una lunga e tormentata storia con la bellissima e ricca Charlotte, che infine l’ha cacciato di casa. L’unico recapito che gli rimane è il suo ufficio, dal quale potrebbe però essere sloggiato essendo indebitato ed in ritardo con i pagamenti dell’affitto. Quando la società interinale gli manda per una settimana Robin Ellacott, una nuova segretaria, egli l’accoglie con sufficienza, ma in realtà si rivela ben presto una preziosa ed intelligente collaboratrice, la migliore che ha mai avuto. Strike è stato scelto da John, fra molti altri possibili investigatori, perché anni addietro l’altro suo fratello adottivo Charlie, scomparso prematuramente, è stato amico d’infanzia di Cormoran. Quest’ultimo inizia le indagini più che altro attirato dal compenso di Bristow, essendo convinto che quest’ultimo si ostina nel rifiuto di accettare la decisione della sorellastra di farla finita. Un filmato ripreso da telecamere fisse nella zona del fattaccio rivela però la fuga sospetta di due uomini, poco dopo la rovinosa caduta di Lula. E’ il primo interrogativo che spinge Strike ad addentrarsi nel mondo stravagante della moda nel quale Lula era considerata una star. Tuttavia numerosi particolari contraddittori nella storia di Lula inducono l’investigatore a sospettare che non tutto sia così chiaro e definito come apparentemente si pensava. Gli sviluppi sono sorprendenti ed espongono lo stesso investigatore ad assumersi alcuni rischi riguardo la sua incolumità personale sino ad un rendez vous finale degno di Agatha Christie.    

VALUTAZIONE: un giallo-poliziesco di qualità alterna, scritto dall’autrice di ‘Harry Potter’. Indiscutibile la bontà della prosa, apprezzabile la descrizione ambientale ed efficacemente dettagliata quella dei personaggi coinvolti in una Londra astiosa e snob. Piacevoli ed interessanti sia la parte iniziale che il finale. In quella centrale c’è invece qualche momento ripetitivo e poco coinvolgente, nonostante l’azzeccata caratterizzazione di Strike e Robin, protagonisti di una prossima immancabile serie.                                                                                                                     

Per confermare, se ce ne fosse ancora bisogno, che viviamo un’epoca nella quale la qualità non è altrettanto importante delle apparenze, basta osservare cosa è successo nel caso de ‘Il Richiamo Del Cuculo’. Uscito a firma dell’esordiente Robert Galbraith, il romanzo ha stentato molto a catturare l’interesse del pubblico, con un modesto trend di vendite. Sinché la casa editrice si è vista costretta a rivelare che dietro quello sconosciuto scrittore si celava in realtà J.K. Rowling, famosa ispiratrice della fortunatissima serie di ‘Harry Potter’. Immediatamente l’ultimo romanzo della scrittrice inglese è schizzato in testa alle classifiche di USA ed Inghilterra, vendendo addirittura sette milioni di copie nel giro di una mattinata.

Il Richiamo Del Cuculo 08Sarebbe interessante capire a questo punto se è stato un semplice esperimento, utile agli analisti di mercato, oppure una curiosa scommessa editoriale, o meglio ancora un tentativo abortito di diversificare la propria bibliografia da parte di un’autrice di successo per imboccare un nuovo percorso narrativo rispetto a quello già collaudato e grazie al quale ha costruito la sua fama. Ironia vuole che neppure J.K. Rowling sia il suo vero nome, perché in realtà nei documenti d’identità è indicata come Joanne Murray (il cognome del marito). ‘È stato meraviglioso pubblicare senza clamori o aspettative’, eppure ha affermato la stessa Rowling. D’altronde non è neppure una novità lo sdoppiamento di personalità. In passato infatti altri nomi illustri hanno usato lo stesso metodo, per ragioni diverse, come ad esempio Agatha Christie, Fernando Pessoa, Georges Simenon, le sorelle Bronte, Charles Dickens, Isaac Asimov, Michael Crichton e persino Stephen King.  

Il Richiamo Del Cuculo 03Se alla Rowling, chiamiamola così punto e basta, piacciono questi giochetti di generalità, non c’è da meravigliarsi, dopo aver dato fondo a tutta la fantasia possibile con i sette episodi di Harry Potter, se ha deciso di riproporsi, con il primo episodio di una nuova serie più realistica ed attuale che vede protagonista una coppia di personaggi: l’investigatore privato Cormoran Strike e la sua assistente/segretaria Robin Ellacott, alle prese con una vicenda nella quale l’identità dei protagonisti riveste un ruolo fondamentale.

Il Richiamo Del Cuculo 05Il racconto inizia proprio con la morte, appena avvenuta, della giovane modella Lula Landry, bellissima ed osannata dai numerosi fans i quali, assieme a giornalisti e fotografi, gremiscono persino il luogo che è stato teatro del dramma consumato in un gelida serata invernale londinese imbiancata dalla neve: ‘…nella catena alimentare a rovescio della fama, erano i grandi animali a essere inseguiti e cacciati; ricevevano quel che era loro dovuto…‘. E’ la stessa autrice a sottolineare, attraverso questa metafora, le conseguenze paradossali della celebrità che chiede come contropartita la perdita della propria libertà personale, soffocata dai mass media e dagli stessi ammiratori (che sia un riferimento anche a se stessa?). Lula era la più piccola di tre fratelli, tutti adottati dalla ricca famiglia di Sir Alec Bristow, perché la moglie non poteva avere figli suoi. A dire il vero i bambini inizialmente erano due: John e Charlie, ma quando quest’ultimo è morto cadendo dentro la buca di una cava, il padre ha deciso di adottare una bambina, poco importa se di colore, pur di lenire il dolore della consorte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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26/02/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Irina Palm – Il Talento Di Una Donna Inglese’

IRINA PALM – IL TALENTO DI UNA DONNA INGLESE

Irina Palm - Il Talento Di Una Donna IngleseTitolo Originale: Irina Palm

Nazione: Belgio, Gran Bretagna, Germania, Lussemburgo, Francia 

Anno:  2007

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata:  103’  Regia: Sam Garbaski

Cast: Marianne Faithfull (Maggie/Irina Palm), Miki Manojlovic (Miki), Kevin Bishop (Tom), Siobhan Hewlett (Sarah), Dorka Gryllus (Luisa), Jenny Agutter (Jane), Corey Burke (Ollie) 

TRAMA: Maggie è una vedova sui cinquant’anni che vive a Londra ed abita accanto al figlio Tom, la sua compagna Sarah ed il nipotino Ollie. Il piccolo soffre di una rara patologia ed i genitori sono disperati quando i medici sentenziano che l’unica cura possibile si trova in un centro specializzato australiano. Il servizio sanitario inglese è disposto a pagare l’intervento ma il resto: viaggio e spese di pernottamento per i familiari, restano a carico loro che già come sono però fanno fatica a tirare avanti. Maggie si sente in dovere di dare loro un aiuto e si mette a cercare un lavoro per racimolare i soldi necessari. E’ così che finisce, equivocando sull’insegna ‘Cercasi Hostess’, dentro un locale che in realtà è un ‘Sex Peep’, dove le viene proposta un’attività che comporta, per così dire, l’uso sapiente delle mani. Imbarazzata dalla natura di quel lavoro, Maggie esce frettolosamente da quel posto, per farvi però ritorno poco dopo, attirata dall’allettante proposta economica. Il suo datore di lavoro Miki l’affida quindi ad una dipendente esperta che mostra a Maggie come svolgere la mansione, la quale non prevede il contatto diretto con i clienti e le garantisce quindi l’anonimato. All’inizio Maggie si vergogna per essersi abbassata a svolgere quel lavoro e difatti lo nasconde sia al figlio che alle amiche incuriosite dagli insoliti orari nei quali torna a casa e dalla sua ritrosia nel dichiarare cosa fa effettivamente in giro per Londra. Ben presto però, con sorpresa della stessa Maggie e di Miki, si ritrova con una lunga fila di clienti, grazie al passa parola di chi ha provato l’abilità con la quale svolge quel particolare lavoro. L’inaspettato successo, non solo le permette d’incassare parecchi soldi, ma anche di convincere Miki a prestarle quelli che ancora le mancano per consentire a Tom e Sarah di partire al più presto per l’Australia. Assunto il nome d’arte di Irina Palm, un concorrente tenta di strapparla a Miki offrendole ancora più allettanti condizioni economiche. Tom però nel frattempo ha deciso di vedere più chiaro sulla strana riservatezza della madre riguardo l’origine del denaro che guadagna e seguendola un giorno senza farsi notare, scopre la verità. La sua reazione è veemente e costringe Maggie a lasciare la sua occupazione. Il tempo però stringe, il bimbo peggiora le sue condizioni e rischia di non avere neppure le forze per partire. Solo l’intervento deciso di Sarah, sinceramente riconoscente a Maggie per il suo altruistico impegno, costringe Tom a rivedere la sua posizione. Maggie però nel frattempo ha superato i tabù che la condizionavano in precedenza e quindi sfida persino l’ipocrisia delle amiche e dei conoscenti, ai quali rivela con coraggio e senza alcun pudore la natura della sua attività. Mentre Tom, Sarah e Ollie partono per l’Australia, Maggie si lega a Miki, il quale ha scoperto in lei non solo le doti di Irina Palm ma una donna generosa ed ancora viva, rispetto alla rinunciataria ed inibita vedova che aveva conosciuto all’inizio. 

VALUTAZIONE: un’opera originale e piacevole che si muove su tre diversi piani narrativi: affronta un argomento scabroso con delicatezza ed ironia, evitando perciò ogni accenno di volgarità; pone un’astuta provocazione attraverso il classico dilemma: cosa saresti disposto a fare per una buona causa? Infine, ma non meno importante, propone il ritratto di una vedova la quale, nel mettere da parte orgoglio ed inibizioni per risolvere altruisticamente una delicata necessità, ritrova se stessa e la gioia di vivere. Qualche indulgenza di troppo comunque ad un ambiente che probabilmente è meno romantico di quel che a volte il film vorrebbe far trasparire.                                                                                                       

Protagonista di ‘Irina Palm – Il Talento Di Una Donna Inglese’ è Marianne Faithfull. Probabilmente ai più giovani non dirà granché questo nome, ma molti altri si ricorderanno che a suo tempo ebbe una relazione con Mick Jagger, leader dei Rolling Stones e fu per un po’ la musa ispiratrice di alcune loro celebri canzoni come ‘A Tears Go By’, ad esempio. Il raffronto fra quella che era un tempo una bellissima ragazza ed una matura signora d’oggi, probabilmente già entrata in menopausa, rappresenta se vogliamo anche un po’ la sintesi del personaggio principale del film diretto da Sam Garbasky.

Irina Palm 05Maggie/Irina Palm infatti esprime un doppio piano di lettura. Il primo è rappresentato da ciò che in senso generale ognuno di noi considera provocante per alimentare la miccia dell’erotismo: è più importante la sfera visiva, oppure gioca un ruolo maggiore l’immaginazione? Il secondo, che in qualche modo è pure una conseguenza del primo, riguarda invece, sempre a proposito dell’erotismo, la capacità di separare il piano puramente estetico da quello cerebrale. In riferimento alla vicenda che coinvolge Maggie, il regista di origine belga sembra infatti voler sottolineare la considerazione diametralmente opposta che nasce dall’impressione che suscita la protagonista nelle prime sequenze del film rispetto a quella che, dopo aver completato un decisivo cambiamento, determinato peraltro da necessità contingenti, ne consegue della stessa al termine. Vediamo perché…

Irina Palm 12Maggie è una vedova, ancora relativamente giovane, ma l’impressione che offre ad un primo sommario giudizio, oltre ad essere riservata, timorata ed introversa, è quella di aver oramai rinunciato a considerare l’opportunità di una nuova vita affettiva, lasciandosi anche un po’ andare dal punto di vista fisico. Così che appare rotondetta ed anonima, con le rughe che avanzano giorno per giorno. Eppure è la stessa persona la quale, per circostanze che vedremo, non molto tempo più tardi diventa Irina Palm, ovvero un simbolo d’erotismo ed una donna completamente diversa, persino spregiudicata nell’affermare il diritto di sentirsi utile ed ancora attiva, pensando quindi a soddisfare pure le sue aspettative e non solo le esigenze altrui, per quanto in esse si senta comunque coinvolta.

Irina Palm 04In questo processo di cambiamento Maggie scopre casualmente di possedere particolari capacità erotiche che nemmeno sospettava e grazie ad esse ottiene almeno due risultati: tornare ad essere una donna desiderabile e desiderata, e poi, che era il suo obiettivo di partenza, contribuire in maniera decisiva alle spese per le indispensabili cure che servono per salvare la vita a suo nipotino Ollie, colpito da una rara malattia che richiede una terapia eseguibile soltanto recandosi in Australia presso un centro specializzato. Il che comporta però oneri non direttamente sostenibili dai suoi genitori, il figlio Tom e la nuora Sarah. Da qui la decisione di Maggie di trovare un lavoro che possa permetterle di guadagnare abbastanza denaro per aiutarli ad affrontare il viaggio e le spese conseguenti.

Il lavoro che accetta non è esattamente quello di solito definito eufemisticamente come il più vecchio del mondo, non fosse altro perché la protagonista non è che di primo acchito, basandoci sui parametri dell’appeal descritti in precedenza, suscita immediata libido negli uomini che la frequentano, ma una sorta di compromesso. In sostanza a Maggie rimane l’anonimato trovandosi dietro una parete che ha una fessura dentro la quale i clienti infilano qualcosa di molto intimo, che poi lei maneggia con destrezza. Chiunque sia a farlo non ha importanza quindi, per chi rimane nascosta dalla parete, ma lei in questo ‘trattamento’ si rivela un’autentica sorpresa, diventando in breve tempo, grazie al passa parola dei clienti stessi, una specie di star, con tanto di nome d’arte: Irina Palm, appunto…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)   

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19/02/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , | 1 commento

Film: ‘The Impossible’

THE IMPOSSIBLE

The ImpossibleTitolo Originale: idem

Nazione: Spagna, USA 

Anno:  2012

Genere:  Drammatico, Storico

Durata:  114’  Regia: Juan Antonio Bayona

Cast: Naomi Watts (Maria Bennett), Ewan McGregor (Henry Bennett), Tom Holland (Lucas Bennett), Oaklee Pendergast (Simon Bennett), Samuel Joslin (Thomas Bennett), Geraldine Chaplin (Donna Anziana), Johann Sundberg (Daniel), Marta Etura (Simone), Jan Roland Sundberg (padre di Daniel), Douglas Johansson (Sig. Benstrom), Soenke Moehring (Karl) 

TRAMA: 26 dicembre 2004, un fortissimo terremoto nell’Oceano Indiano provoca uno tsunami che devasta le coste limitrofi e si espande sino in Africa. La famiglia Bennett è in vacanza in un paradisiaco resort della Thailandia, che si affaccia direttamente su una splendida spiaggia. E’ una bellissima giornata, quella che segue la festività del Natale, ma nel giro di pochi secondi si trasforma invece in un inferno fra i più tremendi che si possano immaginare. Onde gigantesche, spinte da una forza straordinaria, si abbattono sulla terraferma travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino e risalendo per centinaia di metri verso l’interno. I coniugi Bennett ed i loro tre figli si trovano nella piscina scoperta del villaggio quando irrompe lo tsunami e come tutte le persone intorno, sono letteralmente spazzati via. Maria, madre di Lucas, Simon e Thomas, pur colpita e ferita da alcuni oggetti mentre viene sommersa dai terribili marosi, riesce miracolosamente a riemergere, giusto in tempo per scorgere il primo figlio che tenta disperatamente a sua volta di rimanere a galla. Con grande difficoltà e rischi, essi riescono comunque ad avvicinarsi ed infine a raggiungersi, ma una volta esaurita la spinta dello tsunami quello che appare ai loro occhi è un desolante ed apocalittico scenario di distruzione ed isolamento. Del marito Henry e degli altri due figli più piccoli non c’è alcuna traccia per il momento. Maria è gravemente ferita e solo grazie alla forza della disperazione riesce a superare i primi terribili momenti di terrore e solitudine, aiutata dal figlio Lucas, non prima di aver soccorso un bimbo, scampato a sua volta miracolosamente al disastro che raggiungono seguendo le sue grida di aiuto. Quello che li attende, prima di riabbracciare il marito e gli altri due figli, incredibilmente sopravvissuti ma anch’essi dispersi in un caos indescrivibile, è una prova di estrema resistenza, coraggio ma anche crescita personale, nel corso della quale essi hanno modo d’incontrare il meglio ed il peggio della natura umana, che in situazioni del genere si palesano in tutte le loro contraddizioni.   

VALUTAZIONE: è inevitabile il rischio ed il dubbio che dietro un’opera del genere ci sia un qualche intento speculativo di fronte ad una tragedia che contiene forzatamente anche elementi di voyeurismo e di facile commozione. Gli autori sono riusciti però a trasmettere allo spettatore il senso del dramma ma anche l’irripetibile esperienza di ritrovarsi protagonisti involontari di una situazione ‘impossibile’, che azzera le differenze di razza, nazionalità e ceto sociale, rendendo tutti in egual misura improvvisamente vulnerabili e paritetici di fronte allo strapotere di Madre Natura.                                                                                                                                                                                                         

Ciascuno può tornare al ricordo di quel Santo Stefano di dieci anni fà, quando i media diedero le prime notizie riguardo quanto era appena accaduto in quei lontani luoghi, esotici e desiderabili per molti. Personalmente rammento che lì per lì non sembrava trattarsi di un evento così catastrofico e geograficamente esteso. C’è voluto un po’ insomma per destarsi dal rilassamento festaiolo e positivista natalizio e comprendere la portata dell’orrore per quello che si era verificato nell’Oceano Indiano e circa 160 km. dall’isola di Sumatra, a causa di un movimento tellurico d’intensità pari a 9,1 gradi della scala Richter, durato circa otto interminabili minuti. Il terzo terremoto in assoluto in ordine di potenza da quando esistono gli strumenti in grado di misurarla, preceduto soltanto da quello di Valdivia in Cile nel 1960 che arrivò al valore di 9,5 e quello di forza 9,2 verificatosi in Alaska nel 1964. Questo del 2004 è stato, seppure di poco, persino superiore al sisma di Sendai in Giapppone del 2011, che ci ricordiamo ancora più da vicino, soprattutto per lo tsunami devastante, anche in quel caso, che ne è seguito.

The Impossible 02L’epicentro posto a 30km di profondità in mare non solo ha provocato a livello delle placche tettoniche l’inserimento di quella indiana sotto quella birmana, innalzandola di una decina di metri, ma ha anche generato una spinta verso l’alto, ad effetto frusta, rendendo ideali le condizioni per lo sviluppo di un immane tsunami, con onde alte più di dieci metri, che si è abbattuto alla velocità di 800 km/h sulle coste e nel giro di pochi minuti/ore ha raggiunto quelle più vicine e lontane di Indonesia, Birmania, Sri Lanka, India, Bangladesh ed appunto Thailandia, dove è ambientata la storia girata dal regista Juan Antonio Bayona. L’effetto espansivo circolare dello tsunami lo ha portato incredibilmente ad attraversare tutto l’Oceano Indiano, superando anche le isole Maldive, per terminare la sua corsa nel punto più lontano e fortunatamente oramai fiaccato dalla distanza, sulle coste del Kenya e della Somalia in Africa. Il suo effetto, non solo è stato registrato da tutti i sismografi del pianeta, ma ha pure provocato una modifica dell’asse terrestre di circa 1,5 gradi. Le vittime accertate sono state 226 mila ma l’ampiezza dei territori colpiti è stata così vasta, incluse anche molte zone povere ad alta densità abitativa, da ritenere che il numero reale possa essere stato ben maggiore: almeno 400 mila.

The Impossible 04L’opera di Bayona (già noto autore di ‘The Orphanage’, dal quale si è portato dietro alcuni dei più stretti collaboratori riguardo fotografia, montaggio e musiche) racconta la storia di una famiglia americana, che all’epoca viveva in Giappone, ma aveva scelto di trascorrere una vacanza in Thailandia proprio in coincidenza di quelle festività natalizie. Si tratta quindi di una storia vera, seppure nella realtà la famiglia è spagnola, di nome Alvarez-Belon, fortunosamente sopravvissuta all’immane catastrofe, nonostante i componenti siano stati dispersi nell’immediato, facendo temere il peggio per alcuni giorni gli uni agli altri: la madre ed il primogenito si sono ritrovati da una parte, il padre e gli altri due figli più piccoli dall’altra. Nel corso degli eventi però ognuno di essi ha vissuto momenti forzati di solitudine, abbandono e disperazione, come tanti altri scampati alla furia del mare, increduli ed annichiliti a loro volta, costretti in seguito all’orribile supplizio della consultazione degli elenchi dei deceduti riconosciuti, fra i quali cercare i nomi dei propri cari scomparsi. Perché per i sopravvissuti c’è una sorte ancora peggiore in questi casi: quella di non trovare neppure più il cadavere degli amici e parenti, sulla tomba dei quali andare poi a piangere.

The Impossible 06

La lunga premessa ed i dati scientifici appena citati riguardo questo tragico evento sono utili per comprenderne la dimensione ed il contesto ambientale dal quale ha preso spunto il film, diviso sostanzialmente in tre parti: prima, durante e dopo l’arrivo dello tsunami. Se gli autori avessero puntato a realizzare un’opera di genere catastrofico, fra le tante che approfittano della cronaca, diciamolo pure, per alimentare il business della speculazione, il ‘durante’ avrebbe avuto un peso determinante, considerando che dal punto di vista strettamente spettacolare e grazie ai potenti mezzi della computer graphics c’era materiale più che abbondante da utilizzare in tal senso...(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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12/02/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Libro: ‘Gli Sdraiati’

GLI SDRAIATI

Gli SdraiatiDi Michele Serra

Anno Edizione 2013

Pagine 108

Costo € 12,00

Ed. Feltrinelli (collana ‘I Narratori’)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

TRAMA: al centro della storia un classico scontro generazionale fra padre e figlio, reso attuale dall’epoca nella quale è ambientato, cioè oggi. Il protagonista è un genitore che ha intenzione di scrivere un racconto di fantascienza che si svolge in un futuro prossimo, nel corso del quale immagina che scoppierà una guerra fra i vecchi, a quel tempo in stragrande maggioranza ed i giovani, sul cui esito però non ha ancora preso una decisione definitiva. Nel mentre, il padre stila un bilancio del suo rapporto con il figlio diciottenne, preso a modello dei suoi coetanei, con il quale ha un dialogo complicato, evidenziando quelle che lui reputa le storture sociologiche, peculiari di una generazione oramai distante ed incomprensibile per la sua, sia negli atteggiamenti che nei valori. A contrassegnare i tempi cronologici della storia, il padre racconta, fra un capitolo e l’altro, il suo reiterato tentativo di convincere il figlio ad accompagnarlo nella salita verso il Colle della Nasca, al culmine del quale, metaforicamente ma anche praticamente, spera di riuscire a sciogliere i nodi che li dividono.   

VALUTAZIONE: breve saggio-romanzo, dalla prosa scorrevole, che racconta situazioni nelle quali molti padri, alle prese con figli fra i 14 ed i 18 anni, possono facilmente riconoscersi. Il limite di quest’opera sta appunto nell’essere sostanzialmente consolatoria per i padri ed accusatoria invece per i figli, a partire proprio dal titolo a loro espressamente rivolto, senza possibilità di contraddittorio.                                                                                                                                                                                                                                  

Intorno alla metà di questo secolo, secondo tutte le previsioni, la classe dominante, in Occidente, saranno i vecchi. A meno di invasioni vincenti dei popoli poveri (poveri e giovani saranno, anzi già sono, ormai sinonimi), le persone dai settantacinque in su saranno più della metà della popolazione…‘. Il mondo prossimo venturo che aspetta i nostri figli è perciò declinato (in tutti i sensi) verso una società nella quale i giovani dovranno sostenere, fra l’altro, il peso di un welfare completamente sbilanciato a loro sfavore e probabilmente insostenibile.

Gli Sdraiati 08Nella battaglia inevitabile che, secondo l’autore, nascerà da questa inedita ed anomala condizione, da lui medesimo rappresentata in un romanzo epico e lunghissimo che ha intenzione di scrivere (alla stregua di Tolstoj, afferma) ed al momento ancora in fase di abbozzo, il generale comandante dell’esercito dei vecchi si chiamerà Brenno Alzheimer. L’esemplificativo cognome è dichiaratamente ed ironicamente riferito a se medesimo, cioè l’autore Michele Serra, il quale attraverso questo escamotage sembra perciò voler lanciare un segnale, se non un vero e proprio allarme nei confronti della sua generazione e quelle immediatamente successive, le quali saranno presumibilmente le prime ad usufruire dei vantaggi (siamo sicuri?) riguardo le accresciute speranze di vita, togliendo però risorse e spazio ai giovani, costretti a supportarle ben oltre le loro possibilità pratiche.

Gli Sdraiati 05‘Gli Sdraiati’ di Michele Serra è stato il caso letterario del periodo pre-natalizio, un libro probabilmente regalato a chissà quante persone perché nell’esperienza dello scrittore nel rapporto con il proprio figlio, molti lettori possono riconoscersi e trovare analogie con i loro disagi generazionali. L’inizio d’altronde non lascia adito a dubbi: ‘…Ma dove cazzo sei? Ti ho telefonato almeno quattro volte non rispondi mai. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione: e non so quale sia, dei due “non rispondo”, il più offensivo…‘. C’è qualcuno fra i genitori con figli adolescenti o maturandi che possa dire di non aver pensato almeno una volta la stessa cosa? E quindi che non possa condividere anche quest’altra colorita considerazione: ‘…quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo…‘?

Gli Sdraiati 01Qualche pagina più avanti, il padre (né di lui, né del figlio sono mai citati i nomi propri, perché in realtà non sono altro, appunto, che lo scrittore stesso e suo figlio: ma esiste davvero poi ‘sto figlio? io francamente non sono riuscito ad appurarlo…) racconta un episodio che si svolge a casa dell’amica Carla, la quale abita in Piemonte, fra i vigneti delle Langhe, in occasione della vendemmia del Nebbiolo, alla quale lui, il figlio ed un suo amico coetaneo, sono stati invitati a partecipare. La mattina, anziché alzarsi presto per svolgere il lavoro necessario nelle vigne di proprietà della famiglia di Carla, i due giovani restano a letto a dormire sino a tardi, svegliandosi per fare colazione solo quando tutti gli altri hanno già completato buona parte della vendemmia e sono a pranzo. La conclusione del padre è categorica ed amara ma anche pungente e polemica nei confronti del comportamento del figlio e dell’amico:  ‘…Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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28/01/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Argo’

ARGO

ArgoTitolo Originale: Argo

 Nazione: USA 

Anno:  2012

Genere:  Drammatico, Spionaggio, Storico

Durata:  120’  Regia: Ben Affleck

Cast: Ben Affleck (Tony Mendez), Alan Arkin (Lester Siegel), John Goodman (John Chambers), Bryan Cranston (Jack O’Donnell), Victor Garber (Ken Taylor), Michael Cassidy (Analista), Christopher Denham (Mark Lijek), Clea DuVall (Cora Lijek), Rory Cochrane (Lee Schatz), Tate Donovan (Bob Anders), Kerry Bishè (Kathy Stafford) 

TRAMA: Teheran, 1979. La rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeyni divampa nella nazione iraniana. L’ambasciata americana è presa d’assalto dalla folla inferocita perché gli USA hanno concesso asilo politico al deposto scià Rezha Palevi, gravemente malato. Gli addetti dell’ambasciata cercano di distruggere in tutta fretta i documenti sensibili, poco prima di essere fatti prigionieri. Sei di loro riescono comunque a fuggire da una porta secondaria e si rifugiano nell’ambasciata canadese. Il presidente americano Carter chiede invano la liberazione dei connazionali ed intanto la CIA contatta l’agente speciale Tony Mendez specialista in operazioni di copertura per organizzare una spedizione utile a riportare a casa i sei rifugiati, prima che la polizia iraniana s’accorga della loro fuga dall’ambasciata. L’impresa sembra impossibile da portare a termine ed il rischio che i sei possano morire in caso di fallimento è altissimo. La strategia di Mendez nasce per caso, guardando un cartone animato del figlio ed è apparentemente folle e grottesca al tempo stesso: simulare la realizzazione di un film in Iran da parte di una troupe canadese. Con l’appoggio del suo capo, Mendez contatta un promoter ed un produttore di Hollywood i quali in pochi giorni mettono in moto tutto il meccanismo perché la nuova opera cinematografica risulti credibile ed autentica, coinvolgendo persino i media. Giunto a Teheran ed ottenuti i permessi necessari, Mendez incontra i sei addetti dell’ambasciata e ad ognuno di essi, oltreché passaporti falsi e nuove identità, assegna un ruolo ed il compito di imparare a memoria la parte, nonostante le perplessità di alcuni di loro, consci della possibilità che la messinscena possa trasformarsi in una trappola ed un dramma. I rivoluzionari islamici infatti hanno scoperto nel frattempo che i conti non tornano fra i prigionieri e mettendo assieme i brandelli di carta che gli addetti dell’ambasciata non sono riusciti riusciti a bruciare per tempo ma solo a tagliare nelle macchine distruggi documenti, essi sono oramai in grado di ricostruire le fisionomie dei sei. Per loro non resta quindi che giocarsi la vita cercando di uscire dall’Iran usando la copertura attuata da Mendez, il che significa recarsi all’aeroporto per imbarcarsi come comuni turisti canadesi o, appunto, cineasti in trasferta. Un’operazione tutt’altro che facile, visti i controlli capillari in corso e la necessità di non tradirsi mantenendo sangue freddo e contando anche sull’indispensabile aiuto della fortuna.         

VALUTAZIONE: Ben Affleck è riuscito nella non facile impresa di rievocare una delicata e per certi versi esaltante impresa, evitando ogni tentazione di deriva nazionalistica e di spettacolarizzazione in stile 007 o Rambo. Un’opera di grande tensione, grazie ad una brillante sceneggiatura ed un cast di attori non di primo piano ma molto bravi. Nonostante la vicenda contenga tutti gli ingredienti per poter essere trasformata in una classica americanata, l’autore è stato molto lucido nel mantenere un taglio secco e funzionale, in stile con i migliori film anni settanta di spionaggio giornalistico e politico cui apertamente si riferisce.                                                                                                                                                                                                                                                   

‘Argo’ è una storia vera innanzitutto, la ricostruzione di una temeraria operazione che in Iran nel 1979 ha visto la perfetta collaborazione fra i servizi segreti degli USA e quelli del Canada, con questi ultimi però, contrariamente a quello che si potrebbe supporre, a svolgere un ruolo decisivo in un contesto di guerra civile, allorché l’ayatollah Khomeyni si pose alla guida della rivoluzione islamica, spazzando via ogni residuo della monarchia dello Scià Reza Palhavi. Contro gli americani, rei di aver concesso asilo politico al deposto Scià, seppure oramai morente, esplose una ritorsione che colpì in particolare la loro ambasciata a Teheran, nella quale si scatenò una vera e propria caccia all’uomo.

Argo 17L’episodio raccontato dal film di Ben Affleck, che avvenne all’interno di quegli eventi, è rimasto nascosto ai media per quasi venti anni, nonostante il successo per molti versi esaltante di quell’impresa e l’ardita messa in scena che l’ha resa possibile. La quale se fosse stata riportata ai media, avrebbe avuto presumibilmente riscontri positivi nell’indignato popolo americano che trepidava per i suoi connazionali davanti alla TV, chiedendo a gran voce azioni utili al governo, anziché un’inspiegabile debolezza, affinché liberassero al più presto i prigionieri.

‘Argo’ non è semplicemente il nome in codice di una complessa operazione della CIA ma è anche il titolo di un falso film (un film nel film quindi) che si sarebbe dovuto girare nella capitale iraniana nell’ambito della vicenda in oggetto ad opera dello stesso regista di ‘Gone Baby Gone’. Un’opera persino presentata alla stampa di Hollywood da un noto promoter (John Goodman) ed un vecchio produttore (Alan Arkin), come si fa di solito per un prodotto oramai definito in tutti i particolari ed in procinto di essere realizzato. Una coppia, quest’ultima, che rappresenta l’unico lato ironico e burlesco del film, la quale si è prestata al gioco, divertendosi e togliendosi pure qualche sassolino dalla scarpa, come si dice in questi casi. ‘…Se produco un falso film, sarà un falso successo!…‘ afferma beffardo infatti lo stesso Alan Arkin.

Argo 16‘Argo’ non è neppure un titolo casuale, o se lo è, allora mostra sorprendenti analogie con il viaggio mitologico del greco Giasone ed i cinquanta Argonauti i quali, imbarcati sulla nave omonima del titolo, navigarono sino alla Colchide (l’odierno Caucaso) alla ricerca del ‘vello d’oro’ (una pelle di ariete che pare avesse il potere di guarire le ferite), per impossessarsene e portarlo in patria come un prezioso trofeo.

L’originalità dell’impresa messa in atto da Mendez sta principalmente nel fatto che la storia di questo blitz, sul successo del quale quindi i servizi segreti di mezzo mondo ci avrebbero campato a lungo, solo nel 1997 il presidente Clinton l’ha resa di pubblico dominio. Si presume che la decisione di ignorarne a lungo l’esistenza sia dipesa dal fatto che l’azione si svolse nel medesimo tempo in cui altri 52 americani giacevano ancora prigionieri dentro l’ambasciata e se si fosse dato risalto alla beffa subita dagli iraniani, l’ipotesi che si potessero vendicare su di loro sarebbe diventata probabilmente una certezza.

Argo 10Per ironia della sorte, se l’operazione ‘Argo’ si può definire un miracolo di tempismo e di organizzazione, la sorte degli altri prigionieri invece, rimasti segregati nell’ambasciata per ben 444 giorni e sottoposti ad una prova tremenda dal punto di vista della resistenza alle pressioni e persino alle torture psicologiche patite prima del rilascio, è ricordata come una delle pagine più umilianti della storia recente degli USA e del presidente Carter in particolare. Il quale, mentre Mendez portava a termine con successo la sua missione, era però impossibilitato a sfruttarne i ritorni positivi d’immagine. La quale ne è uscita quindi notevolmente indebolita, essendo apparso egli incapace di trovare una soluzione utile ad imporre il rispetto delle più elementari regole fra le nazioni riguardo l’inviolabilità delle rispettive ambasciate. Il capo di Mendez (Jack O’Donnell) lo ammonisce sardonicamente così al riguardo: ‘…non fare cazzate, tutto il paese ti guarda. Solo che non lo sa!…‘. Si può forse affermare che da quel momento è iniziata la crisi in quella delicata area geografica nella quale gli americani, fra la successiva questione afghana e quella irachena, sono impelagati ancora oggi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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10/01/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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