Presentazione Argomento Fotografia
In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie: I Miei Posti, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e quelli dove attualmente risiedo, e relativi dintorni; In Viaggio contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘Famole Strane’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione dove capita, per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.
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Libro: ‘Il Mondo Di Sofia’
IL MONDO DI SOFIA
Anno Edizione 1994
Pagine 550
Costo € 19,60
Traduttrice Margherita Podestà Heir
Ed. Longanesi (collana ‘La Gaja Scienza’)
TRAMA: Sofia è un’adolescente di 14 anni, uguale a tante altre coetanee. Improvvisamente inizia a ricevere lettere anonime che contengono interrogativi universali come ‘Chi sei tu?’ oppure ‘Da dove viene il mondo?’. Nella cassetta della posta trova inoltre una cartolina spedita da un maggiore dell’ONU in Libano alla figlia Hilde, la quale compirà fra circa un mese 15 anni, guarda caso lo stesso giorno di Sofia. Quest’ultima pensa inizialmente ad uno scherzo ma la frequenza delle lettere ed anche delle cartoline la convincono che qualcuno la sta manovrando. Scopre così che le missive vengono consegnate nottetempo da un cane di nome Hermes e che il mittente è un certo Alberto Knox, un uomo che ha parecchi più anni di lei. Quest’ultimo ha scelto lei evidentemente come allieva di un originale corso a puntate sulla storia della filosofia, partendo dai ‘miti’ dell’antichità per arrivare ai nostri giorni e passando in rassegna tutti i più grandi nomi della storia del pensiero. La stranezza della cosa è però amplificata dal fatto che Sofia si trova al centro di avvenimenti che superano la razionalità, venendo a contatto con personaggi di fantasia come Aladino, Winnie the Pooh e la banda Disney. Mentre la madre di Sofia teme che la figlia sia plagiata da un uomo molto più adulto di lei, la ragazza scopre infine che la realtà e la fantasia si confondono fra loro senza sapere più cosa appartiene all’una o all’altra. Il finale è a sorpresa, come un giallo in piena regola.
VALUTAZIONE: lo scrittore norvegese Josten Gaarder ha vinto la sua scommessa. Il suo romanzo è ambizioso ma riesce nell’intento di avvicinare il lettore ad un argomento solitamente ostico come la filosofia grazie alla curiosità di una storia molto particolare. Un’opera che rappresenta anche un utile strumento per riordinare le idee sulla sequenza evolutiva del pensiero umano nel corso dei secoli.
Ho trovato per caso un giorno questo tomo mentre ero in libreria e stavo scorrendo alcuni titoli su di uno scaffale. Devo ammettere che mi ha subito incuriosito l’affermazione per certi versi contraddittoria e posta, come una sorta di sfida, in bella mostra già nella prima di copertina: ‘romanzo sulla storia della filosofia‘. Non si tratta di una novità letteraria ‘Il Mondo Di Sofia’, essendo stato scritto nel 1991, ma l’edizione che ho acquistato, giunta alla decima ristampa, testimonia il successo che ha ottenuto nel frattempo, incluso nel 1995 il Premio Bancarella. Il suo autore, Jostein Gaarder, ha scritto una quindicina di libri, dei quali quello in oggetto è certamente il più noto, tradotto in varie lingue.
Si sa che la filosofia è un argomento che può essere tanto intrigante quanto ostico ai più. Chi l’ha studiata a scuola e non ha avuto la fortuna di avere un insegnante all’altezza nell’incuriosire e coinvolgere i suoi allievi, ha conservato nel tempo un brutto ricordo legato a questa materia, un misto di noia e confusione, sicuramente un tema che in seguito ha scantonato volentieri, poco incline a riprenderlo e tanto meno ad approfondirlo.
Socrate, Platone, Aristotele, Cartesio, Kant, Hegel, Kirkegaard, Marx e via di questo passo. Sono solo alcuni dei nomi più noti fra i filosofi della storia. Eppure spesso il loro pensiero è apparso allo studente come una tediosa sequenza di considerazioni astruse e caotiche, se non addirittura inutili sofismi espressi da chi ha solo del tempo da perdere. Un vero e proprio fardello insomma, da portarsi appresso durante il corso di studi scolastici, all’apparenza estraneo al mondo reale ed alle esigenze concrete quotidiane dell’uomo comune. Jostein Gaarder ha deciso a suo modo di porre rimedio a questo pregiudizio di fondo, inventandosi una sorta di giallo che coinvolge una ragazzina di 14 anni alla quale qualcuno, inizialmente in incognito, pone una serie di domande universali quali: ‘Chi sei tu?’, ‘Da dove viene il mondo?’. Sofia, nel rispondere a questi quesiti che provengono da una fonte ignota, come una specie di gioco o provocazione che dir si voglia (soprattutto dopo aver realizzato che intorno a lei succedono degli strani accadimenti proprio da quando ha iniziato a ricevere questi strani messaggi), si ritrova coinvolta ed incuriosita dentro un percorso di apprendimento che si risolve attraverso l’analisi del pensiero dei maggiori teorici, al quale s’affianca una storia personale che più fantasiosa di così non potrebbe essere (ed il lettore si renderà conto di quanto sia veritiera questa affermazione, quando arriverà alla fine del racconto). L’obiettivo dell’autore è quindi ambizioso: utilizzare l’escamotage di una elaborata vicenda immaginaria per stuzzicare la curiosità del più vasto pubblico possibile intorno allo sviluppo del pensiero umano (i tanti interrogativi che da sempre l’uomo si pone riguardo le sue origini, la vita ed il destino dopo la morte, anche se poi, per la gran parte, sono irrisolti dalla notte dei tempi) grazie ad una storia nella quale il percorso dialettico costruito nel corso dei secoli coincide con il progredire dell’avventura di una ragazza nel più classico stile narrativo di un romanzo, con tanto di sorprese e colpi di scena.
Uno degli aspetti più positivi de ‘Il Mondo Di Sofia’ è proprio legato al fatto che non solo mette ordine nella sequenza dei grandi pensatori della storia, così che ogni lettore possa risolvere l‘eventuale confusione che si è portato dietro nel corso del tempo, ‘poche idee e confuse’ direbbe qualcuno al riguardo, ma offre l’occasione unica di sintetizzare tale successione, dimostrando che il pensiero filosofico dell’uomo, non solo sulle cose ultime della vita, ma anche dal punto di vista etico ed ideologico, ha subito, tanto per cominciare, l’influenza del tempo. Non solo, sviluppando contemporaneamente un filo logico evolutivo in base al quale non è possibile, ad esempio, invertire l’ordine cronologico fra i grandi pensatori, perchè essi sono complementari e conseguenti gli uni agli altri, si capisce come non sia possibile, ad esempio, comprendere appieno la filosofia di Marx senza conoscere prima le considerazioni di Kirkegaard e così via. Non si può insomma parlare del cellulare senza passare prima dal telefono a fili, oppure dell’automobile senza aver inventato in precedenza la carrozza. Sarebbe un pò insomma come entrare in una sala cinematografica negli ultimi dieci minuti di un film e pretendere di capirne lo stesso la trama ed il suo significato…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)
Film: ‘La Caduta Degli Dei’
LA CADUTA DEGLI DEI
Titolo Originale: Götterdämmerung
Nazione: Italia, Germania, Svizzera
Anno: 1969
Genere: Drammatico
Durata: 155′ Regia: Luchino Visconti
Cast: Dirk Bogarde, Ingrid Thulin, Helmut Griem, Renaud Verley, Umberto Orsini, Reinhard Kolldehoff, Albrecht Schoenhals, Florinda Bolkan, Charlotte Rampling, Nora Ricci, Valentina Ricci, Irina Wanka
TRAMA: Il barone Joachim von Essenbeck, proprietario delle acciaierie omonime, viene ucciso nel suo letto la notte seguente il suo compleanno che ha casualmente coinciso con l’incendio del Reichstag a Berlino. La colpa dell’omicidio ricade sul nipote Herbert, fuggito la stessa notte per non farsi arrestare dalla Gestapo, essendo nota la sua avversione all’ordine nuovo di Hitler, appena assunto al potere. In realtà l’autore del delitto è Friedrich Bruckman, amante di Sophie, vedova del figlio del barone, una coppia arrivista ed assetata di potere. A sostenerla c’è Aschenbach, un lontano cugino, divenuto elemento di primo piano delle SS, il quale osteggia Konstantin, dirigente delle rivali SA, che è appena stato insediato dal Barone al posto di Herbert, ritenendo con questa mossa di dare un segnale positivo al nuovo governo, pur non condividendone i metodi. I giovani Martin, figlio di Sophie e Guenther, figlio di Konstantin, per il momento sono pedine nelle mani dei loro rispettivi genitori. Aschenbach è l’abile burattinaio che muove i fili di una lotta familiare divenuta nel frattempo sempre più cruenta e spietata. Il suo obiettivo è quello di asservire le acciaierie alle esigenze belliche naziste, facendo in modo che ai vertici dell’industria ci siano persone sotto il suo diretto controllo. Egli riconosce infine in Martin, debole, perverso ed assetato di vendetta nei confronti della madre, verso la quale nutre da sempre sentimenti morbosi, la persona più adatta a raggiungere i suoi scopi.
VALUTAZIONE: splendida rappresentazione ad allegoria, attraverso la saga di una nobile e decadente dinastia, della devastazione morale che ha travolto la Germania all’avvento di Hitler e dell’ideologia nazista. Un quadro desolante di arrivismo, depravazione, asservimento, umiliazione e crollo dei capisaldi etici per lasciare il campo al nuovo arrogante e spietato potere. Un lotto di personaggi indimenticabili per un melodramma complesso ma straordinariamente affascinante.
Un film come ‘La Caduta Degli Dei’ si può affrontare in almeno due modi. Il primo, più facile, è quello di considerarlo una storia fine a se stessa, sulla disgregazione morale, prima ancora che fisica, di una importante dinastia nobiliare tedesca, i cui componenti sono in aspra lotta fra loro per avere la meglio nella gerarchia familiare e nella fabbrica di proprietà, anche se in questo caso essi diventano però pedine di una bieca partita a scacchi giocata da altri sulle loro teste. Qualcuno sostiene pure che il film di Luchino Visconti sia una rivisitazione del ‘Macbeth’ di Shakespeare, opportunamente rielaborata, per adattarla agli anni (1933-34) della conquista del potere da parte di Hitler ed il nazismo.
Il secondo approccio è quello di considerare invece il particolare delle vicende di quella che un tempo era la nobile famiglia dei von Essenbeck che mostra oramai segnali inequivocabili di decadimento, nel contesto più generale della Storia della Germania di quel delicato e decisivo periodo, come parabola e sintesi del ‘brodo’ malefico dentro il quale ha trovato nutrimento necessario il movimento nazista. Il personaggio di Aschenbach (Helmut Griem), lontano cugino dei von Essenbeck ed ufficiale delle SS, è perciò fondamentale nelle vicende narrate dal film, pur ricoprendo apparentemente un ruolo defilato ed è tanto abile quanto accorto nell’insinuarsi dentro il cuore di quella famiglia per sgretolarla dal suo interno ed assumerne quindi il controllo. I von Essenbeck infatti possiedono un’industria strategica per la produzione dell’acciaio, indispensabile materia prima con la quale costruire armi e mezzi meccanici per contrastare l’opposizione al nuovo ordine dello stato tedesco e per alimentarne concretamente le ambizioni espansionistiche fuori dai confini della Germania.
Entrambe queste letture sono rispettabili e percorribili (seppure la seconda naturalmente è quella che rispecchia più da vicino il pensiero ed i propositi dello scomparso regista milanese) e sposarne una o l’altra dipende in larga parte dalla cultura del singolo spettatore ed il suo interesse specifico verso pagine di storia che sono di certo ampiamente note (è impossibile non aver mai sentito parlare del nazismo e di Adolf Hitler…), ma che riguardano pure, nell’approfondire meglio quegli specifici avvenimenti, alcuni episodi dei quali lo spettatore italiano in generale forse ha una minore conoscenza nei dettagli.
Rimanendo per un momento al primo, più semplice approccio, qualcuno cita come riferimento, a proposito della decadenza di una nobile famiglia, anche l’opera letteraria ‘I Buddenbrock’ dello scrittore Thomas Mann, uno degli autori le cui opere furono messe al rogo all’avvento del nazismo assieme ad altri personaggi prestigiosi come Erich Maria Remarque, Jack London, André Gide, George Bernard Shaw, Emile Zola e Marcel Proust. Già da questa lista di nomi si comprende la bestialità e la bestemmia (l’origine etimologica dei due termini è la stessa, non a caso) di un regime che, fra l’altro, ha provocato anche la fine ad Auschwitz di un’altra scrittrice a me cara, seppure riscoperta solo di recente, come Irène Némirovsky (per ironia della sorte morì a causa del tifo e non della camera a gas)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Film: ‘Bastardi Senza Gloria’
BASTARDI SENZA GLORIA
Titolo Originale: Inglorious Basterds
Nazione: USA, Germania
Anno: 2009
Genere: Azione, Guerra
Durata: 160′ Regia: Quentin Tarantino
Cast: Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth, Diane Kruger, Daniel Bruhl, Michael Fassbinder, Gedeon Bukhard
TRAMA: Seconda Guerra Mondiale, occupazione nazista della Francia. Il colonnello delle SS Hans Landa, soprannominato ‘cacciatore di ebrei’, specializzato nel braccare alcune famiglie nella campagna intorno a Parigi, scova i Dreyfus nascosti sotto il pavimento della casa di un vicino, loro fiancheggiatore. Solo Shosanna, la figlia ventenne, riesce a scampare miracolosamente all’eccidio, fuggendo da una botola. Negli USA il tenente Aldo Raine viene inviato in missione in Francia assieme ad un gruppo di uomini scelti definiti ‘Bastards’ con l’obiettivo di seminare il terrore fra le truppe tedesche e preparare un attentato ai vertici nazisti grazie alla complicità dell’attrice infiltrata Bridget Von Hammersmark. Aldo ed i suoi uccidono senza pietà e con metodi tanto crudi quanto inconsueti tutti i nazisti che incontrano sul loro cammino, collezionando scalpi, come facevano i pellerossa dai quali in parte Aldo discende. Shosanna, rifugiatasi a Parigi, cambia nome e gestisce assieme ad un ragazzo di colore un piccolo cinema d’essai. Il soldato tedesco Zoller, appassionato cinefilo, cerca di attirare invano la sua attenzione. In realtà quest’ultimo è una star nazista che ha ucciso da solo 300 nemici, pur trovandosi circondato in cima ad una torre campanaria. Goebbels, ministro della propaganda, ha voluto realizzare un film sull’impresa di Zoller e si lascia convincere da quest’ultimo ad organizzare la prèmiere proprio nel cinema di Shosanna. Alla serata sono presenti tutti i maggiori gerarchi nazisti ed a sorpresa anche Hitler. Per Shosanna l’occasione è irrinunciabile per consumare la sua vendetta.
VALUTAZIONE: la fine del nazismo secondo la fantasia inesauribile di Quentin Tarantino. Un’opera straordinariamente affascinante, nonostante palesemente inventata nella conclusione, nella quale sono presenti tutte le note caratteristiche dell’inconfondibile stile di Tarantino, sempre in bilico fra il serio ed il faceto. Indimenticabile la figura del colonnello Hans Landa e l’interpretazione di Christoph Waltz, così come alcune sequenze d’insostenibile tensione ed impatto emotivo, nelle quali però non manca mai il sarcasmo ed il gusto per lo spettacolo del talentuoso regista americano, pur nel rispetto dei tragici eventi.
Diciamolo: l’inizio di ‘Bastardi Senza Gloria’ è da cineteca e ci da immediatamente la misura della grandezza di un regista come Quentin Tarantino, capace nel giro di pochi minuti di riassumere il fascino, la sintesi e lo straordinario impatto emotivo che è in grado di trasmettere il cinema ai più alti livelli espressivi.
La figura del comandante delle SS Hans Landa, magistralmente interpretato da Christoph Waltz (poi premiato per acclamazione, si potrebbe dire, con l’Oscar), è qualcosa di straordinario: un ritratto di rara sottigliezza psicologica e mefistofelica perfidia, una performance di valore assoluto per l’attore (anche se il premio a Hollywood l’ha ottenuto ‘soltanto’ nella categoria ‘Non Protagonista’, al contrario del Festival di Cannes dove è stato invece riconosciuto come miglior attore senza distinzioni di ruolo), che riesce a trasmettere allo spettatore una sensazione quasi insostenibile di ansia e tensione.
‘Bastardi Senza Gloria’ è ambientato in Francia durante l’occupazione nazista e racconta l’ideale conclusione del nazismo, o per meglio dire di tutti i suoi principali gerarchi, come sarebbe piaciuto che avvenisse a Quentin Tarantino, riscrivendo quindi la storia a suo modo. Pur essendo un’opera di fantasia, in alcuni casi chiaramente sbilanciata verso toni caricaturali, è assolutamente realistica però tutta la parte che racconta il dramma di una giovane ebrea, Shosanna (Mélanie Lurent, una piacevole sorpresa), miracolosamente scampata alla strage della sua famiglia, la quale si è rifatta un’identità ed una nuova vita a Parigi, gestendo un piccolo cinema assieme ad un nero. Il film inizia infatti partendo proprio dalla missione del colonnello Hans Landa determinato a scovare, per sterminarle, le famiglie ebree che si nascondono nella campagna intorno alla capitale francese, aiutate da qualche amico o vicino di casa che pietosamente ed in coscienza si è prestato, pur correndo non pochi rischi, a dar loro rifugio. Questa scena è così bene strutturata e recitata che resta indelebile nella memoria, come capita per poche altre, anche a distanza di tempo, le quali in seguito ricordano immediatamente un film, un periodo, un autore. Ce ne sono altri in quest’opera di momenti meritevoli e che la rappresentano, presi anche individualmente, ma l’angoscia che cresce in maniera esponenziale, se vogliamo, nel corso di questa lunga premessa, è qualcosa di inusuale, anche per chi il cinema lo frequenta abitualmente e ne ha viste un pò di tutti i colori, per così dire.
Per quasi tutto il tempo che trascorre dentro la casa del contadino francese LaPadite (il quale già una volta era riuscito a farla franca durante un rastrellamento dei tedeschi nascondendo la famiglia ebrea dei Dreyfus in un’intercapedine sotto il pavimento), Landa è così subdolo nel suo atteggiamento falsamente cordiale e rispettoso, così convincente, logico e serrato nel condurre il dialogo con il suo interlocutore che quest’ultimo si ritrova tutto ad un tratto, senza possibilità di scampo, a negoziare la salvezza sua e delle figlie in cambio del sacrificio della famiglia ebrea che sta lodevolmente proteggendo. Non si può evitare di provare dell’ammirazione (e subito dopo del rimorso) per l’abilità che dimostra nell’occasione il colonnello, pur nell’orrore del ruolo che svolge e delle tragiche conseguenze che esso comporta. Dopo aver lavorato al corpo LaPadite, per usare un’espressione pugilistica, a Landa basta infine un semplice quanto risoluto e penetrante sguardo rivolto al suo interlocutore per sgretolarne le ultime resistenze e per Tarantino, si può aggiungere, sono sufficienti un paio di inequivocabili primi piani per trasformare la tensione che è cresciuta a dismisura nel frattempo nell’atroce certezza del crollo psicologico e della tragedia susseguente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Film: ‘Sentieri Selvaggi’
SENTIERI SELVAGGI
Titolo Originale: The Searchers
Anno: 1956
Genere: Western
Durata: 119′ Regia: John Ford
Cast: John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Ward Bond, Henry Brandon, Natalie Wood, Patrick Wayne, Olive Carey, Ken Curtis, Hank Worden
TRAMA: Texas 1868: Ethan Edwards torna, dopo alcuni trascorsi poco limpidi, dalla guerra di secessione, giusto in tempo per assistere alla strage della famiglia del fratello Aaron e sua moglie Martha, assaliti nottetempo dai Comanche al comando del capo Scout, mentre lui ed altri coloni erano stati allontanati ad arte nel frattempo per cercare i colpevoli di una razzia di bestiame. Le due figlie di Aaron, Lucy e Debbie, sono state rapite. Ethan ed altri uomini al comando dello sceriffo e reverendo Clayton decidono di inseguire i pellerossa, ma dopo un attacco al quale scampano per poco, solo Ethan e Martin, il mezzosangue adottato dal fratello a suo tempo, continuano le ricerche. Il loro peregrinare lungo un vasto territorio degli Stati Uniti per salvare la più piccola delle due, Debbie, mentre la più grande Lucy viene ritrovata seviziata poco dopo dallo stesso Ethan, si protrae per anni. Quando infine riescono a raggiungere i Comanche e ad uccidere Scout, la bambina è già diventata una delle mogli del capo indiano e si è integrata nel loro ambiente. Ethan accecato dall’odio verso i pellerossa vorrebbe ucciderla, disconoscendola e ritenendola oramai una di loro, ma Martin si oppone fermamente, riuscendo a far recedere Ethan infine dai suoi propositi, pur con molta fatica. Debbie torna quindi a casa, affidata ad una famiglia amica del fratello, ma Ethan è già pronto a rimettersi in viaggio, ritenendosi inadatto ad un contesto familiare ed alla vita del pioniere.
VALUTAZIONE: uno dei film western più famosi di John Ford e della storia intera del cinema. Non è un’opera perfetta come altre del famoso regista americano, ma è talmente impregnata di fascino, icone, pregiudizi e temi caratteristici del genere di appartenenza, prima che evolvesse verso una più corretta e doverosa verità storica, che è impossibile non ammirarlo e rivederlo sempre con immutato piacere.
Quanti di coloro che leggeranno questo commento erano già nati nel 1956 quando John Ford realizzò quest’opera che l’American Film Institute nel 2008 ha inserito al dodicesimo posto nella classifica dei migliori cento film americani di sempre?
Citando questo grande regista non si sa davvero da che parte cominciare, tant’è grande la sua fama, influenza ed importanza nella storia del cinema, non solo del genere Western, è bene precisarlo e che dal 1917 al 1966 non ha mai smesso di onorare la settima arte. Il carisma della sua figura non dipende soltanto dalle sue proverbiali capacità dietro la macchina da presa ma anche dal coraggio di prendere posizione persino nel momento più buio del maccartismo, quando era pericoloso anche solo esporsi, a salvaguardia di alcuni suoi colleghi ingiustamente sospettati di essere traditori della patria. ‘Io sono John Ford, faccio film Western!’ disse durante un’audizione della famigerata commissione, a sottolineare la sua distanza dalle miserie nelle quali tentavano di coinvolgerlo e la sdegnata inconsistenza che egli stesso attribuiva a quei miseri argomenti.
Comunque sia, ‘Sentieri Selvaggi’, pur essendo un film di notevolissimo appeal ed importanza nella sua filmografia, a mio avviso non ne rappresenta il vertice qualitativo, il che non va necessariamente in parallelo con l’importanza di un’opera in generale, perché ce ne sono almeno un altro paio, dello stesso genere Western, che la superano da questo punto di vista. Mi riferisco, ad esempio, a ‘L’Uomo Che Uccise Liberty Valance’ e ‘Sfida Infernale’, alle quali aggiungerei almeno ‘Il Fiume Rosso’ e ‘Un Dollaro D’Onore’ di Howard Hawks, in una ipotetica lista ideale, senza arrivare a spingerci sino alla serie revisionista e crepuscolare, per intenderci a film come ‘Il Piccolo Grande Uomo’ e ‘Il Mucchio Selvaggio’, pur molto diversi fra loro per stile e significato. E ci sarebbe poi anche un certo Sergio Leone…
Quello che rende ‘Sentieri Selvaggi’ un’opera in ogni caso indimenticabile e sempre godibile da rivedere, scoprendo fra l’altro, ogni volta, nuovi particolari curiosi celati fra le pieghe di un racconto solo apparentemente facile e lineare, è il fatto che essa rappresenta una sorta di summa dei pregi e dei limiti che il genere Western ha mostrato sino a quel momento. Forse anche per questo, ma non solo naturalmente, quest’opera si ricorda anche più di altre non meno meritorie. E’ stato, ad esempio, anche il primo caso di ‘Making of…’ per il quale cioè è stato realizzato un documentario sul dietro le quinte.
Nell’analisi di un film che conta migliaia di recensioni e commenti, non per andare controcorrente o voler passare per originale a tutti i costi, prima ancora di celebrarne i pregi vorrei segnalarne i difetti, di gran lunga comunque minoritari, tanto per liberarcene insomma, ma anche perchè in questo caso gli uni e gli altri vanno di pari passo. Ciò vale, ad esempio, a partire dal punto di vista ideologico, nell’atteggiamento verso i pellerossa, comunemente trattati come i nemici per antonomasia: selvaggi, spietati, privi di sentimenti, quasi disumani. E come tali appaiono pure in questo caso, che pone però allo stesso tempo le basi per un cambiamento di rotta sostanziale, grazie in particolare all’evidente impostazione razzista del protagonista, niente meno che John Wayne, la cui statuaria figura si staglia imperiosa lungo tutto il corso del film, talmente evidente però nella sua prevedibilità ed insensatezza che nel finale il suo tardivo ravvedimento ne avvalora ancor di più la sussistenza…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere)
Film: ‘Il Gioiellino’
IL GIOIELLINO
Titolo Originale: Il Gioiellino
Nazione: Italia, Francia
Anno: 2011
Genere: Drammatico
Durata: 110′ Regia: Andrea Molaioli
Cast: Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa, Renato Carpentieri, Vanessa Compagnucci
TRAMA: Pur senza mai nominarla direttamente, cambiando nomi e luoghi geografici, è comunque la cronistoria del crac finanziario della Parmalat, da quando era considerata, appunto, un gioiellino sino alla rovinosa caduta che ha trascinato con sé nel baratro innumerevoli ignari risparmiatori. Il film arriva sino al momento dell’arresto degli amministratori e dirigenti responsabili di quel tracollo economico.
VALUTAZIONE: un’onesta ricostruzione dei fatti, non semplicissima da comprendere nei dettagli finanziari, affrontata dal lato dei protagonisti della Leda/Parmalat e che spiega le ragioni del clamoroso crac alla base della crisi economica globale. Pur senza inoltrarsi nelle drammatiche conseguenze per i numerosi risparmiatori coinvolti, il film raggiunge i suoi obiettivi nel descrivere il quadro avvilente della cosiddetta ‘finanza allegra’ che ha prodotto tanti guasti nel frattempo.
Chi non ha mai sentito parlare del caso Parmalat alzi la mano! Dopodiché, se non è abbastanza giovane da potersi permettere di avere altri interessi o abbastanza anziano da fregarsene oramai di tutto ciò che gli accade intorno, è impossibile che, anche solo per sentito dire, non gli sia giunto nulla all’orecchio, neppure se avesse vissuto per lungo tempo all’estero nel frattempo, tale è stata la portata e le conseguenze che ha provocato questo immane crac finanziario.
Il caso della multinazionale parmense infatti ha ampiamente superato i confini nazionali, introducendo la crisi economica globale i cui effetti sono ancora così evidenti oggi. Per chiarire le dimensioni della questione, si è trattato, in assoluto, del maggior caso di bancarotta fraudolenta ed aggiotaggio in Europa provocato da una società privata. Possono ben dirlo le migliaia di investitori che hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita avendo acquistato, consigliati per lo più dalle loro stesse banche, azioni e bond (titoli di credito) della Parmalat, pur essendo già da tempo nota negli ambienti finanziari la sua situazione irrecuperabile di ‘default’, ovvero di fallimento da indebitamento. Solo grazie ad una fitta rete di appoggi politici e bancari consenzienti, complici e istigatori a loro volta, è stato possibile nascondere, oltre ogni ragionevole limite di tempo, quella drammatica situazione e spacciare della semplice carta straccia per obbligazioni vantaggiose e convenienti, liberandosene sinchè erano in tempo, per rifilarle a migliaia di investitori, i quali poi sono rimasti, per così dire, con il classico cerino in mano e, concretamente, con le tasche vuote.
I due film su Wall Street (clicca QUI per leggere il mio commento a proposito del secondo episodio) mettevano in risalto la gestione impropria della finanza proprio nel cuore della più importante sede borsistica del mondo. Nel caso de ‘Il Gioiellino’ invece si parla dell’altra faccia della medaglia, seppure complementare alla prima, ovvero come nasce e si sviluppa un caso di speculazione globale, nello specifico di proporzioni gigantesche, pur partendo da un contesto provinciale, sfruttando le aberranti scappatoie che consente un sistema il quale dovrebbe essere leale ed imparziale, perlomeno non drogato dalle stesse istituzioni che per prime sono deputate a vigilare e garantirne la sicurezza ai loro clienti.
Detto il più sinteticamente possibile, cosa è successo nel caso Parmalat? Callisto Tanzi proprietario della Dietalat, poi ribattezzata appunto Parmalat, nel 1961 decuplica ed anche più il suo fatturato grazie all’utilizzo, per primo, dei cartoni in tetrapak ed il latte UHT (a lunga conservazione). Sulla cresta dell’onda, Tanzi acquisisce la proprietà del Parma Calcio e di alcune aziende in giro per il mondo, dando corso ad una serie d’investimenti, con relativo indebitamento, dopo essere entrato in borsa e quotato al MIB30 (i titoli a maggiore capitalizzazione). In un primo momento egli fa ricorso all’appoggio di banche italiane ed estere, in seguito emette sul mercato montagne di bond, il cui acquisto garantisce il rimborso del capitale oltre ad un interesse all’investitore. In tal modo ottiene direttamente la liquidità, cioè il denaro che gli serve per pagare i fornitori, dare l’impressione di un’azienda florida ed in grado di reinvestire a sua volta in altre attività. Il tutto ovviamente grazie alla compiacenza, debitamente remunerata, di politici e banchieri che lo sostengono e lo incitano ad espandersi, considerandolo persino un paladino del ‘made in Italy’ nel mondo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Film: ‘Habemus Papam’
HABEMUS PAPAM
Titolo Originale: Habemus Papam
Nazione: Italia
Anno: 2011
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 104′ Regia: Nanni Moretti
Cast: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Renato Scarpa, Jerzy Stuhr, Margherita Buy, Franco Graziosi, Camillo Milli, Ulrich von Dobschuetz
TRAMA: I cardinali sono riuniti in conclave per eleggere il nuovo Papa. La scelta cade a sorpresa sul cardinale francese Melville. Il rituale prevede il canonico annuncio alla folla riunita in Piazza San Pietro e la comparsa del nuovo Pontefice, il quale però poco prima viene colto da una crisi d’identità e di nervi che lo spinge a fuggire fra lo sgomento dei presenti. Per aiutarlo viene convocato in Vaticano un noto psicologo il quale però non riesce a svolgere il suo lavoro per via dei divieti che gli vengono imposti su vari argomenti d’analisi. Egli stesso suggerisce al Papa di rivolgersi ad uno psicologo esterno senza dichiarare la sua vera identità e ruolo. Durante l’uscita nelle vie di Roma il nuovo Papa fugge alla scorta e trascorre alcune giornate come un uomo qualsiasi a contatto con la gente comune. Intanto i cardinali sono convinti che il Papa sia nelle sue stanze in preghiera ed alla ricerca dell’ispirazione divina, intrattenuti dallo psicologo che s’inventa persino dei giochi di società. Il Papa viene infine ritrovato a teatro mentre assiste alla rappresentazione di una commedia di Cechov. Ricondotto in Vaticano sembra rinfrancato, ma…
VALUTAZIONE: ad una splendida prima parte durante la quale Moretti descrive con originalità e coraggio il travaglio di un uomo chiamato a svolgere un compito troppo grande per le sue possibilità, straordinariamente interpretato da Michel Piccoli, segue una seconda parte dove invece il film scade in un apologo surrealista senza grandi idee e soluzioni, fino ad un finale emotivamente drammatico e di notevole tensione narrativa ma anche inevitabilmente di comodo.
‘Gaudium magnum nuntio vobis…’, con quello che ne segue nel titolo dell’ultimo film di Nanni Moretti, è la frase rituale rivolta dal Cardinale Protodiacono dal balcone che guarda Piazza San Pietro, alla folla riunita e festante, sul buon esito dell’elezione del nuovo Papa, anticipata dalla fumata bianca e le campane suonate a festa. Moretti non è nuovo a trattare argomenti di ambiente religioso (‘La Messa è Finita’), stavolta però il regista più surrealista del cinema nostrano moderno entra proprio dentro il cuore del Cattolicesimo e sceglie come tema di base il momento cruciale dell’elezione del nuovo papa, dopo aver iniziato con alcune sequenze di repertorio tratte proprio dai funerali di Papa Wojtila, delle quali ha acquisito i diritti in sede di produzione allo scopo.
Subito dopo inizia il film vero e proprio con una lunga e dettagliata rappresentazione della procedura di elezione del nuovo Papa accompagnando i cardinali lungo il percorso sino al conclave da dove, la storia insegna, non dovrebbe mai trapelare nulla e nessuno può uscire sino alla nomina del nuovo Papa. Trattandosi di un autore dichiaratamente ateo che in passato non ha mancato di muovere dure critiche alla Chiesa, come istituzione innanzitutto, ci si meraviglia del fatto che Moretti abbia avuto accesso alla Cappella Sistina ed alle stanze vaticane che guardano su Piazza San Pietro. Non è così infatti, perché nel primo caso come location è stata utilizzata Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata francese e per quanto riguarda la Cappella Sistina ne è stata ricostruita in studio una copia in formato 1:1. Le stesse autorità vaticane hanno comunque riconosciuto la fedeltà della riproduzione ambientale e del conclave stesso.
In questa prima fase bisogna ammettere che si fa fatica a riconoscere lo stile di Moretti, non tanto riguardo la messa in scena che è pressoché perfetta, quanto per la seriosità della stessa. Se si escludono alcuni sprazzi di pungente ironia durante le due votazioni che precedono quella decisiva, riguardo il vociare dei cardinali che pregano il Signore di non essere loro i prescelti per quel gravoso compito e si spiano persino durante le votazioni per scorgere quale nome sta scrivendo il vicino di posto, come alunni a scuola durante un compito in classe, per il resto lo stile è quasi documentaristico.
Non ci sono però fra i cardinali ‘correnti’ politiche o di pensiero che muovono verso un candidato piuttosto che un altro, come spesso si vocifera in tali occasioni, nello spirito autentico che la scelta dovrebbe giungere per ciascuno di loro dall’inspirazione divina. Tuttavia alla fine il conclave si decide con un nome diverso da quelli considerati dai media come favoriti della vigilia, ma si sa che il noto detto recita: ‘chi entra papa in conclave, ne esce cardinale’. Alla terza votazione il plebiscitario risultato è a favore del cardinale francese Melville che siede, quasi a rimarcarne la figura non di primo piano all’interno del consesso, proprio in seconda fila. Ed è così stupito della scelta lui medesimo che il decano del collegio cardinalizio Gregori (Renato Scarpa), obbligato secondo rituale a porgli la domanda di accettazione dell’incarico, è costretto a ripetergliela per ben tre volte, prima che lo smarrito ed incredulo cardinale Melville risponda infine affermativamente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Libro: ’22/11/63′
22/11/’63
Anno Edizione 2011
Pagine 768
Costo € 23,90
Traduttore Wu Ming I
Ed. Sperling & Kupfler (collana ‘Pandora’)
TRAMA: Jack Epping è un insegnante di 35 anni che vive a Lisbon Falls un paesino nello stato del Maine. Il suo amico Al, gestore di una tavola calda che frequenta spesso Jack da quando si è separato dalla moglie Christie, è gravemente malato quando gli rivela che nella dispensa del suo locale c’è un ‘portale’ che conduce indietro nel tempo, direttamente al 9 settembre 1958, dal quale si può però comunque tornare in qualunque momento. Per quanto tempo si rimanga nel passato, al ritorno sarà come se fossero trascorsi solo due minuti dalla partenza. La straordinarietà del luogo e dei suoi effetti è ancora più incredibile se si considerano le possibilità di condizionare e modificare gli eventi trascorsi da quel momento in poi, conoscendoli in anticipo. Al spinge Jack ad adoperarsi per evitare che John Kennedy venga assassinato alla data del titolo, cambiando quindi il corso della storia. Jack, che nell’altro mondo si fa chiamare George, si rende però ben presto conto che la storia stessa non vuole essere cambiata e pone ostacoli di vario genere e crescenti difficoltà per evitarlo. Non solo, altri avvenimenti possono essere modificati nel frattempo, anche di natura personale o comunque meno eclatanti riguardo gli interessi generali. La sua stessa vita sentimentale può sorprendentemente cambiare in modo radicale dopo aver conosciuto una donna eccezionale come Sadie Dunhill della quale Jack/George s’innamora perdutamente.
VALUTAZIONE: mescolando fra loro un avvenimento di grande appeal storico come l’assassinio di John Kennedy e ardite teorie matematiche come quella delle catastrofi e l’effetto farfalla, Stephen King non racconta nulla di nuovo, neppure riguardo i viaggi a ritroso nel tempo, ma realizza un romanzo eccezionalmente intrigante, scorrevole nella lettura, forse un tantino lungo, che si conclude però sorprendentemente, considerando lo stile dell’autore, in una grande storia d’amore.
Entrare nella bibliografia di un autore come Stephen King è come accedere per la prima volta al Museo del Louvre o dentro la Cappella Sistina: si prova una diffusa sensazione di rispetto, piacere e soggezione. Basta scorrere la lista delle sue opere (oltre sessanta dal 1974 quando iniziò con ‘Carrie’ per un totale di oltre 500 milioni di copie vendute nel mondo) e quelle trasposte al cinema (quasi tutti i suoi romanzi) per rendersi conto della personalità e del seguito di questo scrittore. Certo, un così alto numero di opere non testimonia da solo la qualità e l’importanza di un nome, ma basta citare qualche titolo a caso per capire immediatamente che non siamo davanti ad un bluff ma ad un autore di altissimo livello che a suo modo ha fatto scuola: ‘Carrie lo Sguardo di Satana’, ‘Shining’, ‘La Zona Morta’, ‘It’, ‘Misery Non Deve Morire’, ‘Il Miglio Verde’ e via di questo passo che registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, Bob Reiner, George A. Romero, David Cronenberg e John Carpenter hanno poi trasposto al cinema producendo in molti casi dei ‘cult’ che resistono allo scorrere del tempo, così importante concettualmente in quest’ultima storia.
Stephen King si è specializzato nel genere fantasy ed horror, il che ha fatto storcere il naso a parecchi critici inizialmente i quali difatti l’hanno lungamente sottovalutato, sino poi a ricredersi, una volta tanto, per fortuna, quando l’autore è ancora in vita. L’attesa per la pubblicazione dei suoi romanzi è sempre ai vertici per i suoi innumerevoli estimatori ed anche se i risultati non sono sempre omogenei, l’opera omnia di questo scrittore è impressionante. Per quanto mi riguarda ho visto parecchi film tratti dai suoi racconti ma, curiosamente, è la prima volta che leggo un suo romanzo (del quale, manco a dirlo, Jonathan Demme sta girando il film in uscita, pare, a fine 2012 o inizio 2013). Il mio giudizio non può che essere perciò limitato al romanzo in oggetto, lasciando ad altri appassionati ed esperti il compito di ripercorrerne la bibliografia, collocando anche quest’ultima fatica nell’eventuale graduatoria.
La prima cosa che balza all’occhio osservando il tomo sono le dimensioni: 768 pagine che possono scoraggiare più d’uno, commettendo però un banale errore di valutazione, come vedremo in seguito. Nota negativa, il costo: 23,90 euro sono davvero tanti, anche per un autore di grido. La seconda cosa che colpisce immediatamente guardando la cover del libro sono le immagini ed i titoli di repertorio che riguardano, nella prima di copertina, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, ma ancora più sorprendenti sono quelle che appaiono voltando il volume, in quarta di copertina, nella quale si annuncia allo stesso modo un’evoluzione completamente diversa di quell’attentato.
22/12/63 infatti non è altro che la data nella quale Lee Harvey Oswald ha sparato i colpi di fucile (un Carcano di fabbricazione italiana, acquistato per corrispondenza) che hanno tolto la vita a John Kennedy sprofondando il mondo in un periodo di grandi tensioni, sospetti ed analisi investigative che non hanno mai chiarito del tutto i contorni e neppure la sostanza, neppure a distanza di quasi cinquant’anni. Stephen King nel ripercorrere quei momenti con una sorta di rielaborazione dei fatti e dei personaggi che hanno portato sino a quella fatidica data, suppone di poter intervenire per cambiarne la conclusione ed il corso della storia seguente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere…
Film: ‘ Vallanzasca – Gli Angeli Del Male’
VALLANZASCA – GLI ANGELI DEL MALE
Titolo Originale: Vallanzasca – Gli Angeli Del Male
Nazione: Italia, Francia, Romania
Anno: 2010
Genere: Biografico, Poliziesco, Drammatico
Durata: 125′ Regia: Michele Placido
Cast: Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Paz Vega, Moritz Bleibtreu, Lia Gotti, Francesco Scianna, Toni Pandolfo, Valeria Solarino, Nicola Acunzo
TRAMA: La trama in questo caso è la cronaca degli eventi che hanno caratterizzato la vita spericolata, criminosa e strafottente del più famoso criminale italiano del dopoguerra. Un personaggio maledetto dal fascino irresistibile, arrogante e disarmante nella logica delinquenziale, caratterizzato da una strafottente lucida incoscienza. Se non fosse che le sue imprese hanno determinato dolori e lutti per i quali è stato infine condannato a vari ergastoli, si potrebbe provare persino della empatia nei suoi confronti. Il Male come sempre tende ad affascinare e circuire.
VALUTAZIONE: Michele Placido ha realizzato un film che è scolpito nella pietra, come lo scomodo personaggio del quale racconta la storia. Una dura ed incalzante biografia che contiene gioco forza tutta l’ambiguità che è insita in operazioni del genere, ma il film dal punto di vista del ritmo e delle vicende che narra, per quanto forzatamente parziali e sbilanciate verso l’ottica del protagonista, non mostra cedimenti e tiene costantemente vivo l’interesse dello spettatore. Grande interpretazione di Kim Rossi Stuart.
Inutile ricorrere ai soliti distinguo. Chi ha accusato, più o meno velatamente, Michele Placido di apologia nei confronti della figura di Renato Vallanzasca dimentica che il cinema, e non solo, nel corso della sua lunga storia ha sempre tratto linfa dai personaggi negativi, che siano essi reali o di fantasia. Che ci piaccia o meno, essi infatti rappresentano, per citare i Pink Floyd, ‘The Dark Side Of The Moon’ della nostra coscienza individuale, cioè l’altra faccia della medaglia che gli uomini in generale tendono a nascondere, a negare, a rifiutare, inevitabilmente più affascinante, proprio perché oscura ed intrigante, imprevedibile, controcorrente e trasgressiva rispetto a quella immagine positiva ma anche fatalmente più banale che gli stessi uomini si sforzano di assumere e di perseguire razionalmente. Vallanzasca medesimo afferma con disarmante semplicità: ‘Io non sono cattivo: ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato..’,
Forse che Marlon Brando ed Al Pacino ne ‘Il Padrino’, per citare un esempio famoso, non suscitano sentimenti non dissimili di partecipazione? Eppure anch’essi sono freddi e spietati criminali, pur in contesti differenti, che si nascondono dietro il dito della famiglia come istituzione da proteggere ed onorare a tutti i costi per giustificare i loro loschi traffici, ricavi e sete di potere, a spese senza tanti scrupoli di chi si frappone nel perseguire tale obiettivo.
Anche in quei casi, vuoi per la fama e la bravura degli attori nei panni di quei personaggi, vuoi per le ragioni disdicevoli cui si accennava in precedenza, la tentazione di assumere le loro difese, di giustificarne l’operato, se non addirittura di immedesimarsi nei loro comportamenti è insita ed ineludibile nella struttura stessa di quella celeberrima saga e non sarebbe credibile se il loro autore, in quel caso Francis Ford Coppola, sostenesse di non esserne consapevole.
Forse che il giovane e feroce criminale protagonista di ‘Arancia Meccanica’ di Stanley Kubrick non suscita un’inconfessabile seduzione nei confronti dello spettatore sino a spingerlo a prenderne le difese, soprattutto quando da cinico aguzzino diventa vittima inerme dello stesso sistema del quale ha sfruttato a lungo le contraddizioni per diventarne perciò un prodotto deviato solo in parte imputabile al libero arbitrio? Che dire poi del celeberrimo Dottor Lecter ne ‘Il Silenzio Degli innocenti’ di Jonathan Demme, un raffinato, quanto barbaro criminale che Anthony Hopkins ha così efficacemente interpretato da farlo entrare di diritto fra le figure maledettamente più attraenti e proverbiali della storia del cinema? Stiamo confrontando personaggi di fantasia con uno in carne ed ossa ed ancora in vita che ha seminato terrore e morte? Ma non si è sempre detto che il cinema è metafora della vita e sua rappresentazione?…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Film: ‘Thor’
THOR
Nazione: USA
Anno: 2011
Genere: Fantastico, Azione
Durata: 114′ Regia: Kenneth Branagh
Cast: Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Anthony Hopkins, Stellan Skarsgard, Kat Dennings, Clark Gregg, Colm Feore
TRAMA: Odino, re degli dei, è oramai vecchio e deve scegliere l’erede al trono fra i suoi due figli Thor e Loki. Quest’ultimo sembra più riflessivo, mentre Thor è coraggioso ma anche molto impulsivo, al punto da scatenare una guerra contro il pur aggressivo e malefico popolo dei Giganti di Ghiaccio. Odino punisce Thor, che pure aveva scelto infine come suo successore, bandendolo da Asgard, il mondo degli esseri superiori e scaraventandolo su Midgard, la terra degli umani, privandolo anche dei suoi poteri, incluso il potente e proverbiale martello Mjolnir, detto appunto ‘martello di Thor’. Mentre quest’ultimo vaga sulla terra come un alieno, pur con ineccepibili sembianze umane da Mister Universo, soccorso casualmente da una pattuglia di scienziati fra i quali la bella Jane Foster che inevitabilmente s’innamora di quel bell’Adone piovuto dal cielo, ad Asgard avviene uno scontro fra Odino e Loki, il quale ha appena scoperto la sua vera origine. Il duro contraddittorio addolora e sconvolge il vecchio re precipitandolo in una sorta di sonno perpetuo. Loki assume allora il comando del regno con l’intento di eliminare Thor per impedirgli qualsiasi possibilità di tornare ad Asgard e competere con lui. Lo scontro fra loro è inevitabile, come s’era capito sin dall’inizio e senza esclusione di colpi.
VALUTAZIONE: la mitologia nordica è sicuramente affascinante come quella greca, ma la parte più divertente e riuscita del film è quella che Thor vive sulla terra, con sembianze umane ma totalmente estraneo alle abitudini e comportamenti del nostro mondo. Per il resto si assiste ad una serie di scontri spettacolari nei quali dominano pompose scenografie ed i ‘soliti’ effetti speciali. Nulla di particolarmente originale però rispetto ai cliché del genere. Il finale minaccia un’imminente seconda parte…
C’era una volta un regista di notevole personalità nel trasporre al cinema opere shakespeariane come ‘Enrico V’, ‘Molto Rumore Per Nulla’, ‘Hamlet’ ed anche ‘Frankenstein di Mary Shelley’. Quel regista è Kenneth Branagh che oggi invece si adatta, probabilmente per banali e forse inevitabili ragioni economiche, a dirigere questo kolossal incentrato sui personaggi della mitologia nordica che poco o nulla però ha a che vedere con i suoi trascorsi.
Odino alla stregua di Giove; suo figlio Thor sulla falsariga di Eros, Apollo o forse, meglio ancora, Tantalo, se ci si rifà al noto supplizio che, a suo modo, subisce anche il protagonista del film e del titolo.
La mitologia norrena, vichinga o scandinava che dir si voglia è incentrata sul dio Thor ed il suo celebre martello e precede la diffusione del cristianesimo. Secondo le credenze il mondo era simile ad un’isola costantemente minacciata da pericoli esterni ed era denominato Midgard (recinto di mezzo). Al suo interno c’era la residenza degli dei, Asgard. Oltre Midgard c’era il ‘recinto esterno’ cioè Jotunheim, dimora degli esseri malvagi che minacciavano di distruggere l’altro mondo. Il tutto per giustificare il precario equilibrio che continuamente riguarda le forze del Bene in contrapposizione a quelle del Male. Nel film diretto da Branagh i nomi sono più o meno gli stessi ma i ruoli dei vari personaggi sono stati adattati ad una storia che ha evidenti richiami shakespeariani ma in forma di soap opera, poco credibile quindi, in parte risibile e nella quale pecca un ingrediente fondamentale per il genere di appartenenza: la fantasia.
‘Thor’ è un film che ha avuto una difficile gestazione. Più volte sono stati sostituiti sceneggiatori e registi dalle Major che ne hanno acquistato i diritti, palleggiandoselo fra loro sino ad arrivare alla Marvel la quale, forte delle strisce a fumetti da lei stessa dedicate alla mitologia nord-europea, è infine riuscita a completare il progetto affidandolo alla regia, appunto, di Kenneth Branagh. Contrariamente alle abitudini hollywoodiane il film è uscito, seppure per un solo mese di anticipo, prima all’estero, Italia compresa e poi in USA a testimoniare lo scetticismo sulla pellicola prima ancora della sua uscita, da verificare preventivamente, per così dire.
Strutturalmente l’opera è divisa in tre parti: la prima si svolge fra i pianeti dei Nove Mondi, nei quali è compresa anche la Terra, introducendo personaggi e vicende che fanno tornare alla mente la nota frase del replicante di ‘Blade Runner’: ‘Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…’. L’epoca storica è intorno al corrispondente anno mille sulla terra, quando avvengono in cielo ed anche sul nostro pianeta immani scontri fra sterminati ed agguerriti eserciti rivali. Qualcosa non dissimile da certe atmosfere de ‘Il Signore Degli Anelli’ insomma, con immaginari scenari completamente estranei, anche dal punto di vista architettonico, se vogliamo, a quelli che siamo abituati a conoscere nel nostro mondo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Film: ‘Il Nastro Bianco’
IL NASTRO BIANCO
Titolo Originale: Das Weiße Band – Eine Deutsche Kindergeschichte
Nazione: Austria, Germania e altri
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 144’ Regia: Michael Haneke
Cast: Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt, Christian Friedel, Leonie Benesch, Ursina Lardi
TRAMA: Germania del nord, negli anni immediatamente precedenti la prima Guerra Mondiale. In un piccolo villaggio dominato dalla povertà e dall’assolutismo religioso avvengono degli strani fatti che colpiscono il medico, al quale viene tesa una corda per farlo cadere da cavallo, un paio di bambini vengono seviziati, ad un fienile viene dato fuoco. Altre brutture ed episodi di ignobile perversione avvengono nel frattempo fra le mura di alcune case. Tutta la comunità è scossa ed alcuni sembrano sapere più di quel che ammettono, però nessuno si muove. Solo il giovane insegnante della scuola elementare, di mentalità più aperta, si adopera veramente per comprendere, attraverso l’atteggiamento contraddittorio di alcuni suoi alunni, che si sviluppa fra reticenze, curiosità e complicità, l’origine del mistero.
VALUTAZIONE: opera di notevole rigore intellettuale ed altrettanto impatto emotivo. Girata in un bianco e nero di straordinaria eleganza formale, riesce ad abbinare una mirabile descrizione ambientale e sociologica ad un giallo, pur anomalo, che tiene sulla corda lo spettatore sino alla fine.
‘Qualsiasi principio, quando viene assolutizzato, diventa disumano. Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico produce il terrorismo. Una certa educazione e cultura in senso assolutista porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo religioso, al Nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro sulla Germania o sul nazismo…’. L’affermazione dello stesso regista Michael Haneke riassume ciò che la sua opera, ‘Palma d’Oro’ al Festival di Cannes 2009, punta a mettere in evidenza.
‘Il Nastro Bianco’ è un film inconsueto, per ambientazione e stile, non solo guardando all’anno di realizzazione ma sin dallo scorrere delle prime immagini. Girato in bianco e nero, ambientato nella Germania pre Grande Guerra soffocata dall’integralismo religioso protestante, non dissimile da qualunque altro tipo di assolutismo, sembra un’opera che riassume in un certo senso, mescolandoli fra loro, il cinema interiormente meditativo di Ingmar Bergman, quello del rapporto fra società e religione di Carl Theodor Dreyer e quello sociologico e politico sul mondo contadino di Bernardo Bertolucci. Il tutto però sviluppato in decise tonalità thriller che vagano fra mistero, misticismo e depravazione.
Chi si fosse spaventato a leggere queste prime righe si rilassi pure: non è un film complicato da seguire nel suo sviluppo, né particolarmente pesante per i contenuti che tratta seppure, per giunta, dura due ore e passa. Non la si può certo definire un’opera d’intrattenimento, né una commedia dai toni divertenti o distensivi, ma chi al cinema chiede emozioni, eleganza e fascino formali, rigore nell’analisi sociologica ed in parte anche storica, in questo caso trova davvero di che soddisfarsi.
Come dichiara lo stesso autore, non si tratta di un film che anticipa l’avvento del nazismo, anche se i tanti giovani che appaiono in quest’opera appartengono alla generazione che diventerà protagonista di quel tragico periodo storico. Nei loro sguardi ed in alcuni loro atteggiamenti al limite della provocazione e della sfida ci sono tratti inquietanti che qualcuno potrebbe considerare premonitori di quei drammatici sviluppi ed altri invece, incluso chi scrive, li ritiene semplicemente parte della conturbante rappresentazione messa in atto da Haneke per rendere più misteriosi ed imprevedibili gli eventi che narra…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere) Continua a leggere…
Film: ‘Dalla Vita In Poi’
DALLA VITA IN POI
Titolo Originale: Dalla Vita In Poi
Nazione: Italia
Anno: 2010
Genere: Drammatico
Durata: 85′ Regia: Gianfrancesco Lazotti
Cast: Cristiana Capotondi, Filippo Nigro, Nicoletta Romanoff, Pino Insegno, Carlo Buccirosso, Gianni Cinelli, Carlo Giuseppe Gabardini
TRAMA: Katia e Rosalba sono due amiche ma la prima, per via della distrofia muscolare, è costretta sulla sedia a rotelle. Rosalba è legata a Danilo, il quale però è finito in carcere con una lunga condanna per omicidio. Lei si è sbilanciata garantendo di scrivergli ogni giorno una lettera ma poi chiede aiuto a Katia che è molto più ispirata di lei. Dopo breve tempo Rosalba si stanca di questo rituale e s’innamora di un altro. Katia però non rinuncia a scrivere le sue lettere e decide di andare a conoscere di persona Danilo, per svelargli anche la verità. Sfruttando il suo status, riesce ad incontrarlo, anche se non ne avrebbe il diritto e dopo la sorpresa e la diffidenza di Danilo che ha un carattere molto duro, nasce fra loro un’inaspettata seppure disperata intesa che però, nonostante tutto, ha il sapore della speranza.
VALUTAZIONE: un’opera che racconta una situazione limite seppure in parte veritiera, narrativamente in bilico fra inventiva e retorica, commedia e denuncia, illuminata dalla splendida interpretazione di Cristiana Capotondi.
Bel titolo innanzitutto, con una sottile allusione che coglie perfettamente il senso dell’opera prima di Gianfrancesco Lazotti, anche se per arrivare a scoprirne il vero significato bisogna prima conoscere la storia che essa racconta.
‘Dalla Vita In Poi’ sintetizza, con un abile giro di parole, la triste condizione di Katia (Cristiana Capotondi), protagonista del film, la cui vita è drammaticamente cambiata quando è stata colpita alle gambe dalla distrofia muscolare, costringendola a muoversi solo grazie all’aiuto della sedia a rotelle.
Katia è una bella ragazza e non si è arresa alla realtà che la sorte le ha riservato, decisa comunque a non farsi sopraffare dalla tristezza, dalla solitudine, vitale e vogliosa di cogliere comunque le occasioni che la vita le può ancora riservare, appunto, da quel momento in poi.
La sua amica Rosalba le è affezionatissima, anche se ha un carattere opposto: tanto è riflessiva, determinata e con le idee chiare Katia, quanto è superficiale, confusionaria ed incostante invece Rosalba. Mettersi con Danilo, il quale è finito in carcere con una lunga condanna per omicidio, è stato un azzardo per quest’ultima e la promessa di scrivergli ogni giorno una lettera crolla già alla prima. E’ poi Katia che si offre di scrivere spacciandosi per lei, avendo argomenti e dimestichezza nell’esprimere i suoi sentimenti anche per iscritto, prestandoli all’amica, per così dire.
Rosalba però non è tipo da restare fedele neppure ad un uomo libero, figuriamoci ad uno segregato per lunghi anni in carcere e difatti in breve tempo trova chi può consolarla. A Katia non resta quindi che decidere se continuare il rituale mistificatorio delle lettere oppure rivelare la verità a Danilo. E lei sceglie la via più diretta, in linea con il suo carattere, recandosi in carcere per conoscere di persona quest’uomo. Siccome non è una parente, non avrebbe però diritto ad incontrarlo, così lei sfrutta la sua condizione di disabile per costringere il direttore della prigione a concederle il permesso necessario…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere)


















Presentazione Argomento Cinema
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30/09/2010 Pubblicato da maupes | CINEMA | 'commenti ai film', cinema, lista film, recensione, recensioni cinematografiche, registi cinema, TV | 2 commenti