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Le mie Foto, i Film che vedo, i Libri che leggo…

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02/10/2010 Posted by | CINEMA, FOTOGRAFIA, LIBRI | Lascia un commento

Presentazione Argomento Cinema

In questa sezione pubblicherò i commenti ai film che vedo in TV ed al cinema, proponendo il mio personalissimo punto di vista, come una sorta di riflessione indirizzata innanzitutto a me stesso, per meglio comprendere l’opera che ho appena visto. 

Cliccando qui di seguito su ‘Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI FILM è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare quindi il commento delle opere presenti.  

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30/09/2010 Posted by | CINEMA | , , , , , , | 3 commenti

Presentazione Argomento Letture

In questa sezione pubblicherò i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per comprendere il contesto e farsi un’idea generale delle opere.

Cliccando qui di seguito su ’Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI LIBRI in ordine alfabetico, è possibile accedere all’elenco e visualizzare il commento delle opere presenti.

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30/09/2010 Posted by | LIBRI | , , , , , , , | Lascia un commento

Presentazione Argomento Fotografia

In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie: I Miei Posti, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e quelli dove attualmente risiedo, e relativi dintorni; In Viaggio contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘Famole Strane’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione dove capita, per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

30/09/2010 Posted by | FOTOGRAFIA | , , | Lascia un commento

Film: ‘Giovane e Bella’

GIOVANE E BELLA

Giovane e BellaTitolo Originale: Jeune et Jolie

 Nazione: FRA

Anno:  2013

Genere:  Drammatico

Durata:  90’  Regia: Francois Ozon

Cast: Marine Vacth (Isabelle), Geraldine Pailhas (Sylvie), Frederic Pierrot (Patrick), Charlotte Rampling (Alice), Johan Leysen (Georges), Fantin Ravat (Victor), Nathalie Richard (Véro), Lucas Prisor (Alex), Jeanne Ruff (Claire), Djedje Apali (Peter)

TRAMA: Isabelle ha 17 anni, è benestante e vive a Parigi con la madre, il patrigno ed il fratello più piccolo. Il padre naturale si è trasferito in Italia dove si è fatto un’altra famiglia e le manda ogni Natale e compleanno cinquecento euro di regalo per sciacquarsi la coscienza. Isabelle è molto carina ma non è attratta dai suoi coetanei, pur essendo tutt’altro che indifferente alle pulsioni del suo corpo oramai adulto. Durante una vacanza al mare con la famiglia, attira opportunamente l’attenzione di un ragazzo tedesco e perde con lui la verginità, come un fardello da togliersi di dosso. Il fratellino è l’unico con il quale mantiene una sorta di complicità e dialogo, praticamente assente con la madre e persino con l’amica Claire non si confida più di tanto, mantenendosi dietro una cortina di riserbo. In compenso s’iscrive in un sito Internet per appuntamenti con nome e dati fasulli e compra un cellulare dal quale inizia a ricevere richieste d’incontri. Inizia così, all’oscuro di tutti, ad avere rapporti sessuali in hotel di lusso, o anche semplicemente in auto, con uomini molto più anziani di lei, i quali non si fanno molti scrupoli riguardo la sua reale età che lei comunque cerca di nascondere a fatica. La scabrosa attività le rende dai trecento ai cinquecento euro ad appuntamento, ma lei non lo fa per i soldi che in effetti accumula in una borsetta, né per piacere, ma semplicemente per un gioco da adulta e per conoscere il valore del suo corpo che fa girare la testa a molti coetanei e non. Fra i suoi clienti c’è Georges, un uomo già di una certa età il quale è l’unico che la tratta con un po’ di tenerezza e con il quale riesce pure ad instaurare un dialogo. Isabelle però non sa che è un cardiopatico e così un pomeriggio il suo partner non regge la dose di Viagra e ci resta secco. Isabelle, scioccata, fugge dall’hotel ma è ripresa dalle telecamere di sorveglianza e così la polizia riesce ad identificarla, avvisando la madre, la quale ovviamente mai avrebbe immaginato la doppia vita della figlia. La sua reazione è rabbiosa e costringe Isabelle a partecipare ad alcune sedute da uno psicologo che nell’esaminare la situazione e sentendo i commenti della madre, dà ragione alla figlia quando si oppone all’intenzione di devolvere i soldi guadagnati ad una onlus che presta sostegno al reinserimento delle prostitute. Isabelle ha smesso nel frattempo le sue pericolose frequentazioni, ma non per questioni d’etica, bensì perché in qualche modo si ritiene responsabile della morte di Georges. Per recuperare un’immagine di normalità con la madre e le  persone che le stanno intorno, si lega ad un coetaneo, pur confessandogli di non amarlo, sinché riprende la SIM che usava per gestire gli appuntamenti ed accetta d’incontrare la vedova di Georges che le chiede di salire assieme a lei nella stessa stanza dell’hotel dove è avvenuto il dramma. Isabelle fraintende le intenzioni della donna, che in realtà vuole solo conoscerla e rassicurarla riguardo i sensi di colpa che la tormentano, confidandole di essere stata tentata a sua volta da giovane di vendere il suo corpo ma di non averlo fatto per mancanza di coraggio.        

VALUTAZIONE: il film di Francois Ozon esplora il difficile momento del passaggio dall’adolescenza all’età adulta di una ragazza che si prostituisce senza avere una ragione pratica per farlo, seguendo le notizie di cronaca che riguardano altre sue coetanee. L’assenza di dialogo e la distanza fisica e generazionale dai genitori, unita all’assenza di valori etici da perseguire sono fra le cause che il regista sottolinea a proposito di questa deriva, descritta con buona efficacia narrativa ma anche un po’ di voyeurismo. L’ex modella Marine Vatch interpreta con credibilità il ruolo.                                                                                                                                                 

E’ sufficiente andare su Internet ed impostare come semplice ricerca qualcosa come ‘baby squillo’ o ‘prostituzione minorile’ per trovare una serie di testimonianze, una più impressionante dell’altra, del genere: ‘...Tre studentesse di 14 e 15 anni si prostituivano per avere la paghetta più ricca. Lo facevano da circa un mese e l’idea era venuta loro con l’eco del giro di baby prostituzione a Roma. Tutto era cominciato quasi come un gioco…‘. Oppure: ‘…Sono chiamate le “ragazze doccia” (così come ci si fa la doccia tutti i giorni, loro quotidianamente fanno sesso), sono delle adolescenti, in genere di famiglie benestanti, che si prostituiscono nei bagni delle scuole in cambio di oggetti. Queste ragazze offrono le loro prestazioni anche a più persone, per loro è una specie di gioco, pericoloso, nel quale pensano di dominare e irretire i loro clienti…‘. Persino le statistiche non ammettono dubbi riguardo la crescita esponenziale del fenomeno, stando a questo titolo: ‘…Baby squillo, è boom: le minori che si prostituiscono aumentate del 442% in un anno…‘ e nel novero dei personaggi coinvolti, fra i clienti, ci sono pure nomi di personaggi noti, sino a quel momento apparentemente irreprensibili.

Giovane e bella 12Fra le ragioni per le quali esse lo fanno, alcuni psicologi sostengono la tesi dell’…’alienazione, depersonalizzazione, non abitare più il proprio corpo…‘, qualcosa insomma legato, da un lato, al difficile percorso dell’adolescenza in un’epoca come l’attuale di grande pressione mediatica ed assenza di valori; dall’altro alla difficoltà di conciliare la maturità del loro corpo con la crescita della personalità: le due cose non sempre procedono parallele. Mettiamoci pure la perdita di punti di riferimento in ambito familiare all’interno del quale, nel migliore dei casi, sono lasciate al loro destino nella convinzione che ‘non fargli mancare nulla’ materialmente, costituisca un alibi sufficiente per i loro genitori, distratti per così dire in altre attività che non gli consentono, a loro giudizio, di dedicare molto tempo ed impegno al dialogo ed al confronto con i loro figli, femmine o maschi che siano. Oppure infine, ma giusto per non allungare a dismisura un’analisi più consona ad altri ambiti, un modello di coppia che sempre più spesso va in malora ed a pagarla poi sono soprattutto i figli, se non dal punto di vista del sostegno prettamente economico, certamente da quello affettivo e nel prestare attenzione ad una fase critica della crescita come l’adolescenza, appunto.

Giovane e bella 03Il caso di Isabelle proposto da Francois Ozon, sino ad ora noto soprattutto per alcuni cortometraggi e documentari premiati in vari festival, è quanto mai emblematico ed in sintonia con quanto evidenziato sinora. Che sia stato pensato in relazione agli stessi episodi di cronaca citati all’inizio, oppure se gli autori hanno avuto solo la fortuna, se così si può definire a proposito del tema in oggetto, di uscire con quest’opera proprio in coincidenza con l’eco suscitato dagli stessi, non è dato sapere, ma certo è che non poteva essere più tempestiva ed attuale. A dirla tutta, una qualche differenza rispetto ai casi citati all’inizio c’è, ma di metodo più che di sostanza. Isabelle, ad esempio, non si prostituisce perché con i soldi ricavati da questa pericolosa e degradante attività, soprattutto in relazione alla sua giovane età, può procurarsi facilmente le risorse per gestire al meglio le sue necessità quotidiane. Non ne ha alcun bisogno in effetti, perché la madre, pur essendosi da tempo separata dal padre di Isabelle, come afferma lei stessa allo psicologo, ha un lavoro che le consente di mantenere un tenore di vita agiata, da medio-alta borghese e quindi di non far mancare nulla alla figlia, da quel lato perlomeno.

Giovane e bella 13Isabelle però non è neppure interessata a frequentare i suoi coetanei (la vediamo aggirarsi come se fosse una spettatrice, più che una partecipante ad una festa alla quale è stata invitata), tanto meno a relazionarsi con loro sentimentalmente, tant’è che a diciassette anni è ancora vergine: che poi sarebbe pure nella media, se ci riferissimo, ad esempio, alle statistiche relative all’Italia. E non è neppure una questione di stimoli ormonali che lei sente eccome, se è vero che il fratello minore riesce ad osservarla, sbirciando dalla porta, mentre si masturba. Se poi aggiungiamo, particolare tutt’altro che secondario, che è decisamente bella ed attraente, potremmo concludere che ci sono tutti gli ingredienti perché possa avere una crescita, maturazione psicologica e sessuale assolutamente normale ed in linea con le ragazze della sua età. Come la sua amica Claire, la quale le confida di averlo già fatto con il suo fidanzatino, mentre Isabelle mente al riguardo, ma solo per non apparire da meno…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

22/11/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Il Petroliere’

IL PETROLIERE

Il PetroliereTitolo Originale: There Will Be Blood

 Nazione: USA

Anno:  2007

Genere:  Drammatico

Durata:  156’  Regia: Paul Thomas Anderson

Cast: Daniel Day-Lewis (Daniel Plainview), Eli e Paul Sunday (Paul Dano), Dillon Freasier (H.W. Plainview-Ailman), Kevin O’Connor (Henry Brands), Ciàran Hinds (Fletcher Hamilton), David Willis (Abel Sunday), Mary Elizabeth Barrett (Fanny Clark), Colleen Foy (Mary Sunday), Hans R. Howes (Bandy), David Willis (Abel Sunday)

TRAMA: La storia si svolge nell’arco di una trentina d’anni, a partire dal 1898. Daniel Plainview è un solitario cercatore d’argento in California, un lavoro pericoloso e usurante, a spaccare roccia con il piccone in grotte sotto terra. Un giorno si rompe una gamba cadendo da una scala a pioli ed è costretto a cambiare attività. Daniel è un uomo di poche parole ma di grande intuito: individualista, ambizioso, determinato e sempre in competizione. Si associa per un po’ ad alcuni uomini e diventano ricercatori di petrolio, un minerale che nel frattempo sta diventando più remunerativo dell’argento. Quando muore uno dei suoi compagni, travolto in un incidente dentro il pozzo in corso di perforazione, Plainview si prende cura del suo bimbo di pochi mesi, H.W., già orfano della madre. L’obiettivo non è quello di assumersi una benemerita responsabilità, ma di servirsene a scopo d’immagine, spacciandolo per suo al fine di ben impressionare i proprietari delle terre e spingerli a cedergli le loro proprietà. Negli anni a seguire però s’affeziona al ragazzino e lo porta sempre con sé, cercando d’insegnargli i trucchi del mestiere e come trattare con la gente. Quando Daniel ha già messo da parte un bel gruzzolo, si presenta nel suo improvvisato ufficio un giovane, Paul Sunday e per un’anticipo di 500 dollari gli rivela che sul terreno dei suoi genitori, piuttosto lontano dal primo centro abitato, il petrolio addirittura affiora in superficie. Daniel e H.W. si recano con un diversivo presso la modesta fattoria dove Abel Sunday li accoglie comunque con ospitalità. Il giorno seguente, appurata la veridicità dell’indicazione di Paul, Daniel si offre di acquistare tutto la proprietà, che in fondo non è più che una pietraia incoltivabile. Abel sarebbe disposto a vendergliela per un cifra modesta ma il figlio Eli, gemello di Paul, il quale non è più tornato a casa nel frattempo, intuisce l’obiettivo del petroliere e gli chiede diecimila dollari, cinquemila subito e la rimanenza in seguito, per la costruzione di una chiesa, della quale egli si è autoproclamato pastore, riuscendo con la teatralità dei suoi sermoni, a circuire gli abitanti della zona e farli diventare suoi proseliti. Daniel acquista tutti i territori confinanti, tranne uno, prospettando ai proprietari nuovo lavoro ed il sostanziale miglioramento del loro tenore di vita, oramai ridotto al limite della sopravvivenza. Costruita la stazione di trivellazione, i risultati sperati non tardano ad arrivare, ma proprio nel momento in cui il petrolio sgorga violentemente all’esterno, H.W. viene sbalzato dal tetto sopra il quale stava assistendo ai lavori ed a causa del fortissimo spostamento d’aria, rimane irrimediabilmente sordo. I rapporti fra Daniel ed Eli nel frattempo peggiorano, perché il petroliere lo considera un ciarlatano, non paga il saldo dell’accordo ed un giorno, stanco delle sue rimostranze, lo pesta, scaraventandolo nel fango. Intanto, attirato dalle notizie pubblicate sulla stampa, spunta Henry, un fratellastro di Daniel, mai conosciuto in precedenza, il quale esibisce alcune prove sulla sua identità e chiede di restare. Daniel lo accoglie bene, dopo le iniziali perplessità, ma H.W. diventa geloso e tenta di appiccare il fuoco alla stanza dove, oltre a lui, dormono di solito Henry e Daniel, il quale decide di trasferirlo in un istituto per sordi. Daniel coinvolge Henry nell’amministrazione delle sue proprietà e quando un emissario di una grossa compagnia petrolifera gli offre una sostanziosa cifra per rilevare le sue attività, egli reagisce male, spinto dalla molla della competizione e per nulla disposto a subire le pressioni. Il nodo infatti è riuscire a costruire un oleodotto per trasportare il petrolio sino al mare, dove venderlo. Henry però si tradisce e risulta essere un impostore, così Daniel lo uccide ed in seguito accetta di soddisfare la richiesta di conversione, davanti ad Eli ed i suoi fedeli riuniti in chiesa, quando l’ultimo proprietario che non gli ha ancora ceduto il diritto di passaggio per i tubi dell’oleodotto, gli pone proprio quell’unica condizione in cambio. L’accordo comporta anche il ritorno di H.W., verso il quale Daniel prova davvero affetto, pur essendo un uomo di ghiaccio nei rapporti con tutti gli altri esseri umani. Eli acquisisce ancora più credito presso i suoi parrocchiani, in maniera sempre più enfatica e teatrale, ma decide infine di partire, non trovando ulteriori sbocchi per soddisfare le sue ambizioni. I rapporti fra Daniel ed H.R. s’interrompono bruscamente alcuni anni dopo, quando H.W. è oramai adulto e rivendica il diritto di costruirsi una vita autonoma, anziché rimanere relegato nella lussuosa residenza dove si è rintanato Daniel da tempo, alcolizzato, insopportabile e rancoroso nei confronti di tutto il mondo intorno. Come reazione ai propositi di H.R., gli rivela di non essere il suo vero padre, umiliandolo davanti al logopedista che lo segue da tempo. Anche Eli infine si presenta in quella stessa grande dimora per proporre quello che crede sia un affare a Daniel, ma pure per lui è il momento della resa dei conti.   

VALUTAZIONE: un’opera complessa ed ambiziosa, come la personalità del protagonista della storia messa in scena da Paul Thomas Anderson, il quale è considerato un autore fra i più estrosi e talentuosi del panorama attuale, seppure in alcuni momenti pecca un po’ d’ermetismo ed equilibrio. Sono parecchi comunque i momenti di grande cinema, ad iniziare dai primi quindici minuti, nei quali il regista da sfoggio del suo virtuosismo. Straordinaria l’interpretazione di Daniel Day-Lewis, premiato con l’Oscar. Le musiche di Jonny Greenwood dei Radiohead contribuiscono a rendere l’opera suggestiva e particolare.                                                                                                                                                                                                               

 Io sento la competizione in me… io non voglio che gli altri riescano!…‘. E’ una sorta di mantra che Daniel Plainview ripete, per primo, a se stesso, come se fosse parte del suo DNA. Le due frasi, volendo, si possono anche disgiungere e non sono per forza di cose conseguenti una all’altra, ma nel suo caso il successo non è soltanto la finalizzazione dei suoi obiettivi, ma la vittoria conseguente al fallimento altrui, di colui che considera di volta in volta il suo ‘competitor’, appunto.

Il petroliere 13Già a partire da questa duplice affermazione si ha la misura di un’opera sottile, che non si limita a sondare la grezza superficie della pionieristica rincorsa alla scoperta dei pozzi petroliferi in California all’inizio del secolo scorso, ma scava, per usare un termine pertinente con la ricerca del petrolio nelle viscere della terra, la profondità dell’animo del protagonista, diventato con il tempo un ricco petroliere, capace di tenere testa alle grandi compagnie petrolifere che cercavano di accaparrarsi tutti i territori più promettenti dal punto di vista dei giacimenti, per quello che di lì a poco sarà definito come l’oro nero.

Il petroliere 05Daniel poi aggiusta il tiro in una frase che potrebbe essere considerata in generale anche a sé stante, ma nel suo caso invece completa la precedente: ‘…io guardo le persone e non ci trovo niente di attraente. Io vedo il peggio delle persone…‘. Si comprende meglio allora perché egli agisce da ‘cane sciolto’, per usare un’efficace espressione metaforica: freddo, cinico e distaccato, come le musiche di Jonny Greenwood del gruppo dei Radiohead che accompagnano spesso le immagini del film, a partire dalle prime inquadrature, il cui sonoro in realtà ricorda da vicino la ‘micropolifonia’ di Ligeti, della quale abbiamo avuto efficacissimo esempio in ’2001: odissea nello spazio’ del grande Stanley Kubrick. Ad esse forse s’ispira il regista Paul Thomas Anderson, con quei primi secondi completamente su sfondo nero che un rumore inquietante rende ancora più lungh ed inquietantii, nonostante nei titoli di coda dedica ‘Il Petroliere’ ad un altro maestro del cinema come Robert Altman, scomparso nel 2006.

Il petroliere 12In seguito Daniel aggiusta ancor di più il tiro riguardo i suoi obiettivi, dichiarando:…voglio guadagnare così tanto da stare lontano da tutti…‘. Un benessere materiale che effettivamente riesce a raggiungere, ma non certamente finalizzato, come si potrebbe pensare, a godersi un’esistenza serena ed utile a riscattare le privazioni patite in precedenza. ‘Lontano da tutti’ significa infatti emarginarsi, che è il contrario di solito rispetto al comportamento di chi invece nell’arricchimento e nel successo vede inoltre l’opportunità per distinguersi dalla massa, apparire e magari circondarsi di cortigiani che ne esaltano il raggiungimento, allo scopo, spesso neppure tanto nascosto, di beneficiarne di riflesso a loro volta. Daniel invece è come se paradossalmente, divenuto ricchissimo, avesse trovato ancora più motivo per incrementare il suo rancore, rifiuto e distanza rispetto agli altri suoi simili ed alla vita medesima. Una perfetta autonomia ed autosufficienza insomma.

Il petroliere 03Lui, per assurdo, si realizza così, disprezzando il prossimo e, non sempre a torto, vedendo davanti a sé solo avversari con cui competere e da superare a tutti i costi per realizzare il suo fine. Non è capace di vivere altrimenti e qualunque occasione gli capiti per mutare questa direzione, la rifiuta con determinazione, come se altrimenti andasse contro natura. La sua è una concezione assolutamente fondata sull’individualismo, dal quale è escluso, ad esempio, qualsiasi affetto, che fosse solo desiderio fisico verso una donna (l’universo femminile è praticamente assente in quest’opera), meno ancora per costruirsi una famiglia. E non è una questione di preferenze sessuali, perché egli è come se non contemplasse neppure tali istinti, avendo come unico interesse prima l’argento e poi il petrolio, come un’ossessione che lo tormenta e si autoalimenta di continuo, terreno dopo terreno, pozzo dopo pozzo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

18/11/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Alla Ricerca Di Jane’

ALLA RICERCA DI JANE

Alla Ricerca Di JaneTitolo Originale: Austenland

 Nazione: GBR, USA

Anno:  2013

Genere:  Commedia

Durata:  96’  Regia: Jerusha Hess

Cast: Keri Russell (Jane Hayes), J.J. Feild (Mr. Henry Nobley), Bret McKenzie (Martin), Jennifer Coolidge (Miss Elizabeth Chaming), Georgia King (Lady Amelia Heartwright), James Callis (colonnello Andrews), Jane Seymour (Mrs. Wattlesbrook), Ricky Whittle (Capitano George East)

TRAMA: L’americana Jane Hayes non è più un’adolescente, eppure la sua camera sembra la fotocopia di quelle descritte nei romanzi della scrittrice inglese Jane Austen, della quale essa è una fervente ammiratrice, ai limiti dell’ossessione. La sua vita sentimentale è un disastro però, perché ogni pretendente ai suoi occhi non regge il confronto con Mr. Darcy di ‘Orgoglio e Pregiudizio’. Al lavoro un collega arrogante la umilia, proponendosi come ultima chance prima che lei si possa considerare irrimediabilmente una zitella. Un depliant pubblicitario di Austenland, una dimora in Inghilterra nella quale è possibile soggiornare per vivere un’esperienza simile a quella narrata nei racconti della sua autrice preferita, convince Jane ad impegnare tutti i suoi risparmi per acquistare uno dei pacchetti a tema proposti. Quello che può permettersi Jane è soltanto il più economico, per cui all’arrivo a destinazione le viene assegnata una delle stanze più modeste. Ad Austenland, oltre alle ospiti c’è un gruppo di attori che recitano le parti di alcuni dei protagonisti dei romanzi della scrittrice inglese. Ben presto Jane si rende conto di essere considerata da Mrs. Wattlesbrook, proprietaria dell’imponente dimora circondata da un vasto parco, non molto più che la servitù e di essere esclusa da alcune iniziative riservate alle clienti che hanno acquistato il pacchetto ‘premium’. Annoiata e perplessa, Jane si confida con lo stalliere Martin, il quale sembra stare al gioco e finisce per invaghirsi di lui. D’altronde Mr. Noble, che pure avrebbe un certo fascino, è quasi intrattabile dietro la sua patina di cinismo ed arroganza ed il marito della proprietaria di Austenland è un vecchio sporcaccione che ci prova con tutte, Jane inclusa, la quale comunque sa come difendersi. Dopo aver rischiato di essere cacciata perché l’organizzazione scopre che ha tenuto con sé un cellulare, severamente proibito come ogni oggetto tecnologico moderno e con il quale ha chiamato l’amica del cuore per confidarle la sua frustrazione, Jane decide di cambiare atteggiamento diventando protagonista della sua storia, come dice lei stessa all’esuberante e kitsch Miss Elizabeth, la quale l’ha presa in simpatia. Jane, in base alla strategia attuata da Mrs. Wattlesbrook dovrebbe finire fra le braccia di Martin. Nel frattempo però Mr. Noble si è avvicinato molto a lei, dopo una buffa recita teatrale, in preparazione della quale hanno avuto modo di passare un po’ di tempo assieme, invitandola al gran ballo finale previsto dal copione, durante il quale egli si dichiara. Jane però non riesce più a distinguere la realtà dalla finzione e così il giorno dopo, che conclude il soggiorno, lascia Austenland senza rimpianti, come se fosse uscita da un incantesimo, non prima di trovarsi al centro di un ultimo confronto fra Martin e Mr. Noble, spediti all’aeroporto da Mrs. Wattlesbrook, preoccupata dalle minacce di denuncia da parte di Jane riguardo le avance del marito, i quali le sembrano entrambi impegnati a recitare un’ultima parte. Tornata a casa, Jane sgombra la sua camera dai feticci della Austen accumulati nel tempo, ma chi bussa alla sua porta non è l’amica che aspettava ma qualcuno deciso a dare una vera svolta alla sua vita.    

VALUTAZIONE: una commedia romantica e leggera che non scade mai però nello stucchevole e si segue volentieri grazie ad una discreta inventiva. Merito della briosa regia di Jerusha Hess, il quale gioca le sue carte rimanendo in altalena fra realtà e finzione, un dualismo alla base dell’arte cinematografica stessa. L’ambientazione nella residenza immaginaria di Austenland è una bella trovata sulla quale si regge tutta l’impalcatura dell’opera. Gli appassionati della scrittrice inglese non restano delusi e Keri Russell è un’interprete ideale per un genere che ancora oggi raccoglie tanti ammiratori.                                                                                                                                                                                     

Sembra una costante per il cinema e la narrativa moderna riscoprire periodicamente la scrittrice inglese Jane Austen la quale, ai tempi delle guerre napoleoniche, scriveva romanzi romantici nei quali l’autrice ignorava completamente la dura realtà dei sanguinosi conflitti fra gli stati europei e la deriva del dialogo fra i loro sovrani per dedicarsi esclusivamente ad un mondo parallelo, contrassegnato da grandi amori e sentimenti, apprezzato tuttora soprattutto, ma non solo, dall’universo femminile.

Alla Ricerca di Jane 15Romanzi come ‘Persuasione’, ‘Orgoglio e Pregiudizio’, ‘Ragione e Sentimento’ non solo sono riproposti ciclicamente dalle case editrici nelle collane dei ‘Best Sellers’, semplicemente cambiando la cover e proponendoli ad un prezzo allettante, ma il cinema stesso torna su di essi ad intervalli più o meno regolari, in forma diretta come nel caso dell’ultimo titolo appena citato, con il film girato da Ang Lee del 1995 e per citare esempi più recenti con ‘Il Club di Jane Austen’ di Robin Swicord o ‘Becoming Jane’ di Julian Jarrold, entrambi del 2007. Oppure ancora, nel caso dell’opera in oggetto, prendendo spunto da ‘Orgoglio e Pregiudizio’, grazie ad una sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista Jerusha Hess e Shannon Hale, la quale si basa sul romanzo scritto da quest’ultima, intitolato ‘Austenland’.

Alla Ricerca di Jane 07L’idea alla base di ‘Alla Ricerca Di Jane’ non è malvagia. Anziché girare l’ennesima trasposizione di un romanzo della Austen, l’opera di Hess immagina che da qualche parte in Inghilterra esista un’antica residenza, circondata da uno splendido parco ed abbastanza lontana da qualsiasi contaminazione moderna, Austenland appunto, di proprietà di una certa Mrs. Wattlesbrook, la quale ha avuto la curiosa ed astuta iniziativa di organizzare una specie di SPA finalizzata a riproporre il modello descritto dalla prosa di Jane Austen, capofila della narrativa romantica d’inizio ’800, che ancora oggi conta numerosi estimatori. SPA non è l’acronimo economico di Società per Azioni, casomai qualcuno potesse equivocare, seppure l’obiettivo è comunque quello di realizzare un profitto, bensì un vero e proprio resort nel quale gli ospiti, in numero peraltro molto limitato per ogni sessione, trascorrono una vacanza totalmente immersi nello spirito e nelle atmosfere tipiche, appunto, dei racconti della Austen.

Alla Ricerca di Jane 02Di più: alcuni personaggi maschili con i quali le ospiti si trovano ad interagire sin dal loro arrivo e durante tutto il periodo di soggiorno, in realtà sono attori ingaggiati appositamente (oltre al personale di servizio, puramente di stampo decorativo) i quali rappresentano non solo negli abiti e nelle acconciature ma anche nei caratteri e nei ruoli a loro assegnati, note figure dei romanzi della scrittrice, fra l’altro, anche di ‘Mansfield Park’, trasposto sul grande schermo da Patricia Rozema nel 1999. La ‘mission’ di Austenland perciò è quella di far rivivere alle clienti che hanno acquistato i costosi pacchetti di ‘full immersion’ nel mondo di Jane Austen, le atmosfere, i panni, le relazioni, gl’intrighi e le sensazioni provate dalle protagoniste che hanno amato e con le quali si sono identificate nel corso della lettura dei romanzi della loro autrice preferita, inclusi corteggiamenti, innamoramenti e persino un sontuoso ballo finale.

Alla Ricerca di Jane 06Niente di più allettante per Jane Hayes, la quale ha maturato una vera propria passione, ai limiti dell’ossessione, per i libri ed i personaggi creati dalla Austen (‘…ho imparato a memoria tre capitoli di Orgoglio e Pregiudizio a tredici anni…‘). Nella sua camera, arredata in perfetto stile dell’epoca, Jane conserva gelosamente numerosi oggetti e riferimenti relativi alla celebre scrittrice inglese. Proprio a causa di questa sua mania però anche l’ultimo fidanzato l’ha mollata per sfinimento una sera quando, seduto sul divano di fianco a lei, nonostante si desse un gran daffare, Jane lo ignorava, essendo totalmente assorbita dallo sceneggiato TV tratto da ‘Orgoglio e Pregiudizio’, che stava guardando rapita. A chi le chiede: ‘…voi siete stata sfortunata in amore?…‘, lei risponde d’altronde: ‘…non sono sposata perché gli uomini che ne varrebbero la pena non sono reali…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

09/11/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro e Film: ‘La 25ma Ora’

LA 25ma ORA (romanzo)

La 25ma OraDi David Benioff

Anno Edizione 2011

Pagine 217

Costo € 9,00

Traduttore Massimo Ortelio

Ed. Beat (collana omonima)

 

LA 25ma ORA (film)

La 25ma OraTitolo Originale: 25th Hour

Nazione: USA 

Anno:  2002

Genere:  Drammatico

Durata:  135’  Regia: Spike Lee

Cast: Edward Norton (Monty Brogan), Philip Seymour Hoffman (Jacob Elinsky), Barry Pepper (Frank Slaughtery), Isabel Rosario Dawson (Naturelle Riviera), Anna Paquin (Mary D’Annunzio), Brian Cox (James Brogan), Tony Siragusa (Kostya Novotni), Levan Uchaneishvili (Zio Nikolai), Tony Devon (Agente Allen) 

TRAMA: Monty è in auto assieme a Kostya e sta passando lungo un ponte quando scorge un cane abbandonato sul bordo della strada. Inchioda e torna indietro giusto per avere la conferma che la povera bestia è stata seviziata. Morirebbe di sicuro per suo conto o divorata dai topi se lui, nonostante le proteste del suo compagno, non la soccorresse caricandola sul portabagagli, anche se lei istintivamente cerca di reagire con le ultime forze che gli sono rimaste. Doyle diventerà in seguito il suo inseparabile e fedele compagno sino al giorno in cui Monty deve entrare in prigione a Otisville per scontare sette anni. Monty Brogan infatti è uno spacciatore il quale, iniziando dalla scuola e con il giro giusto, è diventato nel suo ambito un punto di riferimento, arricchendosi al punto da potersi permettere un lussuoso appartamento ed un tenore di vita invidiabile. Naturelle, la sua ragazza di origini dominicane, lo ama seppure, come il padre di Monty ed i suoi due migliori amici, l’insegnante nella scuola pubblica Jacob ed il broker Frank, non hanno mai insistito molto perché smettesse. Una soffiata gli ha portato in casa tre agenti della narcotici che già sapevano dove trovare la merce e così l’hanno incastrato. Mancano 24 ore al momento in cui, grazie alla cauzione che l’ha tenuto a piede libero sino a quel momento, impegnando però il bar del padre, Monty deve abbandonare tutto: lusso, donna, amici, padre e cane per andare in galera. L’ultimo giorno egli cerca di passarlo serenamente, assieme ai suoi cari ed amici, i quali gli organizzano persino una festa in un noto locale, ma i rimorsi, per quello che avrebbe potuto essere e non è stato, lo rodono, assieme alla paura che il suo bel faccino in mezzo a tanti criminali senza scrupoli non possa farcela a superare indenne la prova. Così, fra uno sfogo, che esplode guardandosi allo specchio nella toilette di un bar; una passeggiata con il fido Doyle nel lungo mare ed un pranzo veloce con il padre che non si rassegna a vederlo finire in quel posto, c’è anche il tempo per scoprire chi l’ha tradito. Prima che scocchi la 25ma ora è tempo di soffermarsi a fare un bilancio della sua vita, coltivare la tentare di una soluzione diversa, sistemare il suo cane e fare persino in modo che all’arrivo in carcere non abbia l’aspetto del bravo ragazzo da sbranare.   

VALUTAZIONE: il film di Spike Lee è fedele al romanzo di David Benioff ed entrambe le opere sono splendide, riuscendo a disegnare e descrivere un quadro oggettivo e quasi in tempo reale dello sprofondo umano in cui è finito un ‘pusher’, senza quasi rendersene conto. Nonostante il detestabile mestiere che svolge, lo scrittore ed il regista sono bravissimi però a non giudicare, ma a gestire una descrizione d’ambiente di straordinaria lucidità, degrado e cinismo, nella quale un uomo che ha sbagliato riflette sul senso della sua vita, gli errori che ha commesso e la paura per ciò che l’aspetta nei prossimi sette anni.                                                                                                                                                                                                                                

Trovarono il cane nero addormentato sul ciglio della West Side Highway, immerso nei suoi sogni da cane. Una povera bestia sciancata, l’orecchio sinistro ridotto in poltiglia, decine di bruciature di sigaretta sulla pelle: un cane da combattimento abbandonato alla mercé dei topi…‘. Il romanzo di David Benioff inizia così ed è una descrizione fulminea ed agghiacciante, apparentemente casuale, la quale però si presta benissimo a fare da metafora  alla cruda realtà nella quale si sta per calare, di lì a breve, Monty Brogan.

La 25ma Ora 01Il quale, nel film almeno (ma il romanzo non lo descrive molto diversamente), ha l’aspetto da bravo ragazzo di Edward Norton, nella parte però di uno spacciatore al soldo di Zio Nikolai (Uncle Blue), un immigrato russo che ha messo su una spietata ed efficiente organizzazione per gestire il traffico di droga a New York: una metropoli livida, sporca e poco raccomandabile come non mai. Monty non è un balordo, come di solito si bollano quelli come lui, semplicemente ha scelto la strada più facile per diventare in breve tempo un benestante, che si può permettere un appartamento ed un’auto di lusso ed ha abbastanza soldi per aiutare suo padre a mandare avanti un bar, oltreché mantenere la sua ragazza di origini dominicane, regalandole collane ed orecchini di pietre preziose che si possono permettere, appunto, solo quelli che hanno un ricco portafogli.

La 25ma Ora 02aMonty non ha mai ucciso nessuno direttamente anche se, con il mestiere che fa, porta sempre con sé una pistola nascosta nella giacca ed è comunque responsabile probabilmente della dipendenza dalla droga, se non addirittura della morte, di qualche cliente. Il suo business ha funzionato eccome infatti, da quando ha iniziato con una spacconata ai tempi della scuola e facendosi cacciare anche per questo una volta che si è sparsa la voce (nonostante fosse persino un promettente play della squadra di basket), vendendo stupefacenti sottocosto, giusto per dimostrare che lui era in grado di procurarla ad un prezzo inferiore rispetto a quello richiesto dai soliti spacciatori.

La 25ma Ora 01aIn seguito si è saputo organizzare e sono arrivati anche i guadagni, sempre più sostanziosi, al punto che lui stesso ammette, quando è già troppo tardi però, che con i soldi messi da parte nel frattempo avrebbe potuto smettere quel tipo di attività e dedicarsi a qualcos’altro in ambito legale. Ma si sa come finisce spesso in questi casi: un boccone tira l’altro, per così dire, ed uno rimanda la dieta al lunedì successivo, sino a quando scopre che ha tirato troppo la corda ed il suo fisico è minato irrimediabilmente. Monty avrebbe voluto fare il pompiere. Sua madre, morta ancora giovane per via di una crudele malattia, sul letto d’ospedale glielo aveva detto che quel cappello da pompiere gli stava da dio, ma lui, anche per via di quello strappo, troppo forte ed incomprensibile per un bambino, non ha seguito quella strada.

La 25ma Ora 10Poi succede che lui diventa un punto di riferimento nella zona di competenza, riconosciuto e rispettato persino dai buttafuori dei più prestigiosi locali notturni; gli è stata persino assegnata una guardia del corpo, nella figura dell’ucraino Kostya, un omaccione grande e grosso, il quale lo segue come un’ombra per evitare che possa essere rapinato da qualche balordo, come spesso avviene ai ‘pusher’ di livello più basso del suo e così un po’ per volta Monty ha finito per perdere il senso della misura, ritenendo di essere protetto ed intoccabile. Persino quando si presentano a casa sua i tre poliziotti della narcotici, lì per lì lui non si spaventa più di tanto, se non fosse che risulta evidente, dopo qualche scambio di battute, che essi non sono arrivati per caso, spinti da un generico controllo o sospetto, ma sanno benissimo come agire. Fanno persino dell’ironia fra loro e soprattutto conoscono già il posto sotto il divano dove Monty nasconde la droga da smerciare prossimamente e così si ritrova di punto in bianco incastrato. Il bel castello costruito nel frattempo crolla miseramente, come se fosse fatto di carta, anziché su solide fondamenta e robusti muri perimetrali, come lui pensava sino a quel momento, illudendosi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

30/10/2014 Posted by | CINEMA, LIBRI | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Sierra Charriba’

SIERRA CHARRIBA

Sierra CharribaTitolo Originale: Major Dundee

 Nazione: USA

Anno:  1964 Genere:  Western

Durata:  120’  Regia: Sam Peckinpah

Cast: Charlton Heston (maggiore Amos Dundee), Richard Harris (capitano Benjamin Tyreen), James Coburn (guida Samuel Potts), Jim Hutton (tenente Graham), Senta Berger (Teresa Santiago), Michael Pate (Sierra Charriba), Michael Anderson Jr. (trmbettiere Tim Ryan), Mario Adorf (sergente Gomez), Warren Oates (O.W. Adley), Ben Johnson (Sergeant Chillum), Robert Golden Armstrong (reverendo Dahlstrom)

TRAMA: 1864, fra il Texas ed il New Mexico, all’epoca della guerra di secessione e poi sino in Messico, occupato dai francesi di Massimiliano d’Asburgo. Il maggiore Amos Dundee, a seguito di errate decisioni prese durante la battaglia di Gettysburg, è stato confinato al comando di una guarnigione che tiene prigioniero un folto numero di soldati sudisti, incluso Benjamin Tyreen, suo ex amico di un tempo ed ora acerrimo rivale. La zona è infestata dagli Apache al cui comando c’è lo spietato Sierra Charriba. L’ultimo massacro del quale si è reso protagonista fra i coloni, ha coinvolto anche un gruppo di soldati nordisti, torturati ed uccisi assieme a vecchi, donne e bambine e si è concluso con il rapimento di tre ragazzini. Dundee non si è rassegnato al ruolo di secondino e decide d’intervenire, organizzando una spedizione per liberare i bambini ed eliminare Charriba. Per riuscirci non può fare a meno però dell’aiuto dei prigionieri sudisti, i quali sono pieni di rancore e quindi tutt’altro che disposti a collaborare. Un accordo dell’ultimo momento con Tyreen, condannato all’impiccagione assieme ad alcuni suoi soldati, consente ad Amos di completare il gruppo misto di soldati e partire. Il maggiore è un uomo tutto d’un pezzo, testardo e sordo ad ogni consiglio, desideroso di prendersi delle rivincite o semplicemente di non ammuffire dietro una scrivania. La convivenza fra i soldati nordisti e sudisti genera in un primo momento attriti e provocazioni che è solo grazie al buon senso ed il carisma di Tyreen se non degenerano. L’inseguimento a Charriba si dimostra lungo e sfiancante, sino a sconfinare nel territorio messicano. In barba agli accordi internazionali e rischiando provvedimenti gravi dai suoi superiori, Amos ne segue comunque le tracce, sinché i tre bambini gli vengono riconsegnati da un vecchio Apache che si dichiara in astio con Charriba. Anziché tornare indietro, soddisfatto del risultato raggiunto, Dundee prosegue la caccia e cade in un agguato guadando un fiume, perdendo gran parte delle munizioni e degli approvvigionamenti. Per rifornirsi non esita ad attaccare in un villaggio occupato un drappello di soldati francesi, i quali si arrendono facilmente, salvo scoprire che i civili locali sono stati sfruttati e sono alla fame, per cui decide di macellare due suoi muli per dare loro un po’ di sostentamento. Nel villaggio vive anche Teresa, una donna di origine austriaca, il cui marito medico è stato impiccato dagli stessi francesi. Poco dopo aver lasciato il villaggio e ripresa la marcia, uno dei soldati sudisti diserta. Dundee spedisce un paio di uomini sulle sue tracce e quando tornano indietro, assieme ad un gruppo di abitanti del villaggio, inclusa Teresa, fuggiti alle ritorsioni dei francesi, egli decide di fucilarlo. Tyreen, il quale ha dato la sua parola di ubbidienza, perlomeno sino al momento della cattura o dell’uccisione del capo Apache, non può opporsi ma dopo aver richiesto invano clemenza, preferisce sparare lui stesso al suo soldato. L’episodio determina una nuova frattura fra i soldati nordisti e sudisti, i quali invece nel frattempo erano riusciti in qualche modo a fraternizzare. Tyreen accusa Dundee di aver fomentato la discordia fra i suoi soldati, mentre quest’ultimo, per placare la coscienza, si distrae con Teresa. Fra loro, sin dall’inizio è palese una forte attrazione, ma subito dopo un bagno assieme lungo l’ansa di un fiume, viene attaccato dai pellerossa e ferito ad una gamba da una freccia, salvandosi solo per l’aiuto di Benjamin ed i suoi uomini. Costretto a recarsi da un medico nella città di Durango per farsi medicare, Dundee viene sorpreso da Teresa mentre s’intrattiene con una donna messicana e si perderebbe in seguito nell’alcool se non fosse ancora una volta Tyreen a scuoterlo, prima che i francesi lo scoprano. Nel frattempo infatti questi ultimi si sono riorganizzati e sono sulle sue tracce e quelle dei suoi uomini. Anche Charriba ha deciso che è ora di chiudere la partita. Il finale, che vede Dundee, Tyreen ed  loro uomini combattere prima contro il capo Apache e poi contro i francesi, è sanguinoso.

VALUTAZIONE: terzo film western di Sam Peckinpah, è un’opera che ha subito una difficile gestazione, massacrata dai tagli della produzione per ragioni di budget, lunghezza e per il livello ritenuto troppo violento di alcune scene. Nonostante ciò, rappresenta nella storia del genere di appartenenza uno spartiacque fra lo stile classico di autori come John Ford e Howard Hawks e la nascente corrente crepuscolare che molto ha influenzato nomi come Sergio Leone, ad esempio.                                                                                                                                                                                                                         

Se il titolo italiano è riduttivo e fuorviante, la responsabilità è della casa di distribuzione nostrana, ovviamente. E’ evidente infatti l’intento di far passare ‘Sierra Charriba’ come l’ennesima opera classica del genere western, con l’altrettanto canonica contrapposizione fra soldati nordisti vittime da una parte e selvaggi pellerossa privi di scrupoli dall’altra, nello specifico rappresentati, appunto, dal nome del capo della tribù degli Apache. Ben presto però lo spettatore più attento capisce che quest’ultimo al più è un comprimario nella sceneggiatura scritta a sei mani dallo stesso Sam Peckinpah con Harry Julian Fink e Oscar Saul, tant’è che le sue apparizioni si contano, sì e no, sulle dita di una mano e l’unica frase che è capace di pronunciare a conclusione delle sue orribili scorribande, all’unico superstite che lascia in vita di solito, è: ‘…soldato, io sono Sierra Charriba, chi mi mandate contro adesso?…‘. Il titolo originale invece, pur non brillando anch’esso per fantasia, mette al centro dell’opera il personaggio del maggiore Amos Dundee, interpretato dal granitico e arcigno Charlton Heston, molto più rilevante nel contesto dell’opera seppure, come vedremo, a sua volta non è detto che sia da considerare il più importante e significativo.  

Sierra Charriba 01L’opera di Sam Peckinpah, la quale assieme a ‘Sfida Nell’Alta Sierra’ che la precede, ‘Il Mucchio Selvaggio’ e ‘La Ballata di Cable Hogue’ che la seguono, costituisce il poker d’assi che il talentuoso e controverso regista americano ha girato sul genere western una dietro l’altra, rappresenta però una decisa sterzata stilistica rispetto a quello che si definisce comunemente con il termine di classico, esaltato sin lì da autori come John Ford, Howard Hawks, John Sturges, Fred Zinneman e Anthony Mann, tanto per elencare i primi che mi vengono in mente, oramai già scomparsi nel 1964, oppure agli sgoccioli in termini di creatività. O per meglio dire, proprio a proposito del film in oggetto, si può affermare che costituisce un ideale tramite fra lo stile consolidato nel tempo ed una nuova generazione di opere volte a rivitalizzare il western ridisegnandolo in modo meno routinario e retorico, sia dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi, che dei contenuti e del realismo delle scene. Al tempo stesso introducendo tematiche di natura sociale e psicologica: meno poesia e più prosa insomma, per così dire, sdoganando perciò il western medesimo da una certa rappresentazione di maniera che lo stava di fatto ghettizzando.   

Sierra Charriba 03Proprio per questa ragione ‘Sierra Charriba’ ha avuto enormi problemi di realizzazione, perché la produzione, dapprima allarmata dalla durata abnorme dell’opera che stava mettendo assieme Peckinpah, con le sue quattro ore abbondanti, poi ridotte dalla stesso regista a due ore e mezza, ha sforbiciato ulteriormente senza pietà la pellicola in fase di montaggio, riducendola sino alle più convenzionali due ore ed eliminando proprio molte delle scene più violente ed inconsuete per il genere d’appartenenza, di fatto però snaturandone il senso. Non solo, il produttore Jerry Bresler, in aperta polemica con Sam Peckinpah, l’ha costretto a sostituire anche la colonna sonora, ma gli ha praticamente chiuso i cordoni della borsa in Sierra Charriba 02corso d’opera e solo grazie all’intervento di Charlton Heston, il quale ha rinunciato al suo compenso, è stato possibile completare le riprese. Sam Peckinpah da quel momento ha iniziato ad avere un rapporto conflittuale e di totale malfidenza con qualsiasi produttore a seguire. 

Che poi è stato un po’ come fermare l’acqua di un torrente con le mani, per così dire, poiché non soltanto le opere successive dello stesso regista, fra l’altro, di ‘Pat Garrett & Billy the Kid’, sono andate comunque nel senso oramai tracciato da ‘Sfida nell’Alta Sierra’ e ‘Major Dundee’ ma ha favorito lo sviluppo e la rivitalizzazione del genere con il cosiddetto filone crepuscolare, che passa, fra gli altri, da Arthur Penn a Walter Hill, da Robert Altman a Clint Eastwood, ivi inclusa la corrente degli spaghetti western di Sergio Leone. Tutti questi autori quindi hanno girato opere che hanno contribuito ad operare un deciso cambiamento di rotta per il genere, pur senza rinnegare ed anzi nel pieno rispetto e nel segno della continuità, i grandi autori del passato citati precedentemente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

21/10/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Libro: ‘La Lacrime Di Nietzsche’

LE LACRIME DI NIETZSCHE

Le Lacrime Di NietzscheDi Irvin D. Yalom

Anno Edizione 2006

Pagine 425

Costo € 18,00

Traduttore Mario Biondi

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori Delle Tavole’) 

TRAMA: l’esimio dottor Josef Breuer di Vienna conta fra i suoi pazienti nomi come Brahms e Brentano ed altri personaggi illustri che da tutta Europa si recano a consulto da lui, oltre ad una solida amicizia con un giovane brillante di nome Sigmund Freud. Josef sta trascorrendo un breve periodo di vacanza a Venezia quando riceve dalla giovane, misteriosa ed affascinante Lou Salomé, un biglietto con un messaggio lapidario, nel quale lei scrive che l’indomani ha urgente necessità d’incontrarlo per esporgli una questione della massima importanza. Si tratta in pratica di salvare, niente meno che, il destino della filosofia tedesca. La sorpresa per Breuer è doppia, non solo dipendente dal fatto di venire a sapere da Lou che il riferimento è al professore Friedrich Nietzsche, amico della donna, il quale sta attraversando un periodo di profonda disperazione, acuita da una serie di gravi disturbi fisici che potrebbero condurlo al suicidio, ma anche perché la donna non vuole che il filosofo venga a sapere che è stata lei a richiedere un intervento in suo aiuto. Superata la sorpresa per l’inusuale richiesta, Breuer, stregato dalla bellezza e dalla forte personalità di Lou, incuriosito e lusingato inoltre dal nome dell’insigne personaggio, stimato persino da Wagner, accetta d’incontrarlo nel suo studio viennese. Nietzsche porta con sé una nutrita cartella clinica, essendo già stato visitato da ben ventiquattro eminenti medici di tutta Europa, i quali non sono riusciti però nemmeno ad avvicinarsi alla soluzione dei suoi problemi fisici, che svariano da emicranie paralizzanti a dolori gastrici, da crampi intestinali a diminuzione della vista e che si manifestano per oltre trecento giorni all’anno, inibendogli di fatto la produttività ed in pratica di svolgere le sue attività. Sin dal primo incontro, fra Breuer e Nietzsche nasce uno spontaneo confronto intellettuale e psicologico, con il medico impegnato ad utilizzare tutte le abili strategie del mestiere che hanno successo di solito con i suoi pazienti, ma che si dimostrano del tutto inefficaci invece con il filosofo. Il quale si trincera dietro un solido riserbo riguardo le questioni personali, né si adatta ad un ruolo subalterno rispetto al medico. Anzi, non solo egli rintuzza ogni mossa del suo interlocutore, impedendogli in pratica di svolgere le indagini opportune, ma lo costringe a limitarsi ad un’analisi basata solo sulle problematiche di natura fisica. Un atteggiamento che in pratica ha impedito qualsiasi progresso anche con i medici precedentemente consultati. Breuer è affascinato dall’acuta intelligenza di Nietzsche e ne discute animatamente con Freud, pur senza fare esplicitamente il suo nome. Quando chiede però a Nietzsche di accettare un ricovero, per meglio analizzare il suo caso e praticare le cure più adeguate, il filosofo rifiuta ed a seguito di un’accesa discussione interrompe ogni rapporto con Breuer. Un breve distacco, perché a seguito di una violenta crisi, il medico viennese viene richiamato nottetempo al capezzale di Nietzsche, il quale versa in uno stato comatoso, impotente però a rifiutare ancora il ricovero. Grazie alle terapie di Josef, Friedrich migliora sensibilmente il suo stato di salute e torna a manifestare un rapporto di fiducia e di dialogo con il medico, il quale per seguire questo caso sempre più interessante ed appassionante, nonostante le difficoltà, trascura non solo la moglie ma anche, spesso, gli altri pazienti. Quando Lou si presenta nel suo studio per chiedergli riscontri riguardo la situazione di Nietzsche e gli mostra le lettere risentite che egli le scrive da tempo, ferito dalla decisione della donna d’intraprendere una relazione con il suo rivale Paul Rée, il medico viennese si rifiuta con decisione di fornirgliele, fedele al suo profilo deontologico. Nel frattempo, le quotidiane visite al filosofo in clinica mutano radicalmente il gioco delle parti. Josef accetta una sorta di scambio, sottoponendosi a sua volta ad una psicanalisi per cercare in tal modo di scardinare le resistenze di Nietzsche. Breuer infatti è ossessionato da una sua ex paziente, Bertha, una giovane bellissima ma isterica, che egli ha curato con una innovativa terapia basata sul parlare e sull’ipnosi, la quale ha avuto effetti sorprendenti sino a quando la ragazza lo ha accusato di una falsa maternità, mettendolo in serio imbarazzo nei confronti della moglie Mathilde, che lo ha perciò costretto a disfarsi della paziente e persino della sua assistente, con la quale Breuer intratteneva da tempo rapporti confidenziali. La consapevolezza di condividere le stesse angosce di natura sessuale, sentimentale ed esistenziale, avvicina sensibilmente i due protagonisti con effetti positivi sulla salute del filosofo e sorprendenti sul medico, sino al colpo di scena narrativo finale.          

VALUTAZIONE: Yalom si è specializzato da tempo nei romanzi filosofici. Questo è il primo di un trittico che vede coinvolti inoltre Schopenhauer e Spinoza. A fronte di un titolo impegnativo, la lettura è invece sorprendentemente e piacevolmente agevole, pur affrontando temi filosofico-esistenziali che possono spaventare molti lettori, di primo acchito. La prosa è molto elegante ed intrigante al tempo stesso, con una curiosa ed inaspettata svolta narrativa finale. Un’ottima occasione in definitiva per affrontare il pensiero di un filosofo controverso come Nietzsche ed assistere ai primi passi della psicanalisi.                                                                                                                                                                                                        

Tutto ciò che non mi uccide mi rafforza’. Se avete già letto o sentito da qualche parte questa massima, può essere che non sappiate che a pronunciarla è stato proprio il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. A chi fosse capitato di leggere almeno uno dei due romanzi già pubblicati da Irvin D. Yalom, nei quali egli utilizza un identico stratagemma narrativo (mi riferisco in particolare a ‘La Cura Schopenhauer’, nonostante in quel caso l’ambientazione ed il ruolo del celebre filosofo sono completamente diversi, poiché la vicenda si svolge in epoca attuale con una terapia di gruppo, mentre qui siamo alla fine del 1800 e si narra in prima persona una parte della storia di Nietzsche), non sarà certamente rimasto sorpreso di ritrovarsi fra le mani un volume che, a dispetto del titolo e diciamo pure anche della cover, ancora una volta non particolarmente attraente, ripaga la curiosità e forse anche la disponibilità del lettore, grazie ad un racconto intrigante ed al tempo stesso agevole da seguire, senza dover fare i conti con rompicapi interpretativi, come la figura del filosofo in oggetto e la sua opera potrebbero invece far pensare.

Le Lacrime di Nietzsche 16La sintesi non è certamente una mia nota distintiva, lo ammetto, come ritengo sia evidente a chi si avvicina a molti dei commenti ai libri ed ai film che pubblico periodicamente su questo blog. O perlomeno, bisogna intendersi sul concetto di dote di sintesi, che solo raramente si può definire tale ed è una prerogativa di pochi, quando molto più spesso invece è sinonimo di superficialità, per partecipare al coro o spiaccicare quattro parole, tanto per dire qualcosa insomma. La mia impostazione è una scelta voluta e l’obiettivo, che a maggior ragione si esplica di fronte ad opere come questa, è quello innanzitutto di chiarire a me stesso i punti essenziali del romanzo che ho appena letto o dell’opera cinematografica che ho appena visto, documentandomi al riguardo, per poi condividerne i punti salienti in maniera il più possibile esaustiva con i miei lettori, sperando ovviamente con ciò di non tediarli.

Le Lacrime di Nietzsche 02Non essendo né uno scrittore di professione, né un esperto di materie, come la filosofia, che mano a mano si presentano nelle tematiche delle opere che scelgo, mi sforzo di avvicinarmi il più possibile ad un linguaggio semplice e chiaro, che possa essere utile a comprenderle e collocarle nel rispettivo contesto che rappresentano. La prolissità della trama che ho scritto in questo caso, abnorme anche rispetto alla media delle altre, mira appunto a dare un immediato riscontro al lettore di come sia tutt’altro che scontata e monotona la storia che vede protagonisti, in particolare, il dottor Josef Breuer e Friedrich Nietzsche. Il loro contraddittorio copre gran parte del romanzo ed è in parte suffragato da eventi realmente avvenuti, combinati ad altri di natura immaginaria e quindi romanzata dallo scrittore americano.

Le Lacrime di Nietzsche 01Irvin D. Yalom, infatti, oltre ad essere uno psicoterapeuta che ha scritto numerosi saggi sull’argomento (l’ultimo, appena uscito, s’intitola ‘Il Dono della Terapia’), è anche professore emerito all’Università di Stanford in California dove insegna, appunto, psichiatria. Insegnare non significa automaticamente saper anche scrivere, tanto meno avere le doti dell’affabulatore, ma il progetto che sta portando avanti l’autore, giunto nel frattempo al terzo capitolo, è contemporaneamente ambizioso ed ammirevole, poiché punta ad avvicinare il grande pubblico ad alcuni fra gli interpreti più significativi della filosofia, utilizzando uno espediente narrativo fondato innanzitutto su un cardine fondamentale: non tediare o spaventare il lettore, bensì introdurlo, utilizzando lo stile d’uso del romanzo, alla storia ed al pensiero di quegli illustri personaggi, senza che ciò possa in qualche misura costituire un peso o uno sforzo che richiede un impegno abnorme in nome della cosiddetta ‘cultura’, quella pomposa ed elitaria, per intenderci. Che poi, molto spesso, si tratta soltanto di assumere un atteggiamento umile, senza tirarsela troppo: ‘…per inciso, conoscete il saggio di Montaigne sulla morte, quello in cui consiglia di vivere in una stanza con una finestra che dia su un cimitero? È una cosa che chiarisce le idee, secondo lui, mantenendo nella giusta prospettiva le priorità della vita. Hanno lo stesso effetto anche su di voi, i cimiteri?‘… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

16/10/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Toy Boy’

TOY BOY

Toy BoyTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2009

Genere:  Commedia

Durata:  97’  Regia: David Mackenzie

Cast: Ashton Kutcher (Nikki), Margarita Levieva Callies (Heather), Anne Heche (Samantha), Sebastian Stan (Harry), Ashley Johnson (Eva), Sonia Rockwell (Christina) Rachel Blanchard (Emily), Shane Brolly (Principe Stelio), Eric Balfour (Sean), Maria Conchita Alonso (Ingrid)

TRAMA: Nikki è un bel giovane. Uno con la sua avvenenza e prestanza fisica in una città come Los Angeles, se ci sa fare, può trovare la strada spianata. Niente moda però nel suo caso, cinema o qualcosa che comunque richiede impegno e sudore per raggiungere il successo e poi lottare per conservarlo. Samantha è una donna single matura con un lavoro altamente remunerativo che le consente di viaggiare e tenere un livello di vita molto alto. Non essendo il tipo da coltivare rapporti profondi e duraturi, le viene facile, avendo possibilità finanziarie adeguate, scegliersi un ‘toy boy’ come Nikki, per puro sfizio sessuale, lasciandogli anche la disponibilità della propria lussuosa abitazione, con tanto di piscina, oltre al denaro per mantenersi quando lei è via per lavoro. Nikki ne approfitta per godersi la splendida casa ed invitare anche qualche altra bella donna che gli riesce sin troppo facile rimorchiare. Samantha lo scopre persino a letto con una di esse, al ritorno anticipato da un viaggio, ma non se la prende, perché in fondo a lei il giovane va bene così, pronto all’uso e senza implicazioni affettive. Come un bel giocattolo appunto, da usare assecondando il proprio piacere e le necessità. Il rapporto fra loro funziona sinché un giorno Nikki incontra una ragazza, Heather, che fa la cameriera in un locale e, sarà che lei gli risponde picche quando prova a farle colpo con le sue collaudate arti di seduzione, ma per la prima volta egli prova la sensazione spiacevole di essere snobbato e di trovarsi dalla parte molto più scomoda di chi desidera, rispetto a quella decisamente più agevole del desiderato. Heather si comporta con lui in maniera diversa dalle altre donne: accetta d’incontrarlo dopo vari tentativi falliti di approccio, ma poi lo sconcerta mollandolo di punto in bianco. Non si concede e lo tiene insomma costantemente sulla corda con la sua imprevedibilità, sfuggente e risoluta. Una situazione nuova per Nikki e nella quale perde presto la sua usuale sicurezza, finendo per innamorarsi della ragazza. Se ne accorge Samantha, la quale a sua volta nel frattempo si è infatuata di Nikki e non vorrebbe perderlo, ma per lui il sesso non è più un semplice atto meccanico grazie al quale procurarsi agiatezza materiale, così decide di mollarla e di farsi ospitare a casa di Heather. Quest’ultima però, nonostante acconsenta infine ad iniziare una relazione con lui, continua a mantenere il controllo della situazione, facendo notare a Nikki la precarietà del loro rapporto e l’inesistenza di un suo progetto per il futuro. La partenza improvvisa di Heather, la quale vola a New York per un non meglio precisato appuntamento e poi non torna indietro, come Nikki si sarebbe aspettato, lo spinge ad andarla a cercare e scoprire la verità, che è amara per lui.  

VALUTAZIONE: nei limiti di un’opera esile che gioca sulla facile accoppiata lusso e sesso, il film descrive una tendenza che è diventata moda in certi ambienti, in base alla quale donne facoltose si accompagnano e mantengono giovani aitanti per puro divertimento sessuale ed immagine, invertendo il secolare gioco delle parti. A farne le spese sono quindi i sentimenti veri che legano affettivamente le persone, sostituiti da egocentrismo, superficialità e cinismo, sinché anch’essi non bastano più. Il finale riscatta la prevedibilità della trama precedente.                                                                                                                                                                                                  

Lo spettatore meno giovane ricorderà probabilmente un film del 1980 intitolato ‘American Gigolò’, interpretato da un sex symbol maschile di quel periodo (e non solo), ovvero Richard Gere, il quale vendeva il suo corpo a donne benestanti, insoddisfatte o sole, garantendosi con quell’attività fra le sontuose ville di Beverly Hills un alto tenore di vita. Nulla di nuovo quindi rispetto a quel canovaccio in ‘Toy Boy’, se non fosse che nell’esempio precedente il protagonista Julian (Gere) appariva un po’ come un ‘cane sciolto’, per così dire, mentre Nikki, in ‘Toy Boy’ rappresenta invece un esempio fra tanti che nella cronaca concreta finiscono immortalati dai rotocalchi che si occupano di gossip, mentre accompagnano questa o quella famosa ed attempata star dello spettacolo. E chissà quante altre donne ci sono, meno note ma ugualmente facoltose, le quali si prestano volentieri a seguire la moda di cercare per scopi non certamente culturali o educativi aitanti, costosi e giovani disponibili.

Toy Boy 04Eh sì, perché pare si tratti proprio di una consuetudine in voga in questi ultimi anni o forse soltanto meno ostentata che in passato, quella che vuole attrici e personaggi di quello che un tempo si definiva il ‘jet set’, darsi da fare per farsi fotografare e riprendere assieme a partner molto più giovani di loro, se non addirittura in momenti d’intimità. Salvo poi spesso far finta di risentirsi per la presunta intrusione nella loro privacy da parte dei soliti paparazzi invadenti, petulanti e senza scrupoli. In tutto ciò ci sarà forse la classica eccezione che conferma la regola, ma in generale questi rapporti nascono e muoiono nel corso di una stagione, specie quella estiva, spesso anche prima, ad indicare la loro precarietà e transitorietà.

Toy Boy 07Se si tratta di giovani donne che si concedono a pagamento, o anche solo per ricevere in cambio favori e promesse d’un percorso facilitato, soprattutto nel mondo della moda e dello spettacolo, da parte di uomini facoltosi e spesso molto più anziani di loro, esse sono etichettate da un po’ di tempo in qua con il termine eufemistico di ‘escort’ (anche se ai meno giovani il nome ricorda più che altro un modello di auto della Ford, prodotta proprio negli anni del film di Paul Schrader citato in precedenza), rispetto al più diretto e brutale termine di prostituta. Se si tratta invece di giovani uomini che svolgono il corrispondente ruolo nei confronti di donne più anziane, essi si definiscono appunto ‘Toy Boy’, con un significato molto più indulgente, se non addirittura con una valenza benevola. Il film di David Mackenzie, regista e sceneggiatore scozzese già noto soprattutto per alcune scene di sesso esplicito fra Ewan McGregor e Emily Mortimer nel film ‘Young Adam’, esplora questo mondo, apparentemente allettante ed invidiabile, per evidenziarne invece le contraddizioni.

Toy Boy 12E così sembra anche per quanto riguarda Nikki, il quale descrive addirittura in ben 26 punti l’elenco delle tecniche di seduzione che l’hanno promosso, dalla condizione di squattrinato in cerca di fortuna come tanti nella capitale californiana, a diventare il desiderato e lussuoso oggetto erotico di una donna ben più anziana di lui, tutt’altro che ingenua, anzi audace e soprattutto benestante, affamata di sesso e disposta persino a concedergli le libertà che vuole in sua assenza, purché poi sia immediatamente disponibile al suo ritorno. La regola base di questo genere di rapporti è il rifiuto di qualsiasi coinvolgimento emotivo: solo ‘toy’ e niente ‘story’ insomma, per parafrasare il titolo di un nota serie di cartoni animati. 

Per continuare con la curiosa scelta del protagonista, Ashton Kutcher, il quale a 25 anni è stato compagno e marito di Demi Moore, di sedici anni più anziana, celebre icona di opere romantiche come ‘Ghost’ e ‘Proposta Indecente’. D’altronde leggevo recentemente che la stessa attrice e ballerina Alessandra Martines a 49 anni, dopo aver passato una vita con il regista Claude Lelouch, di ventisei anni più anziano di lei e dal quale ha avuto una figlia oggi tredicenne, è incinta di un uomo più giovane di 20 anni. Di fronte alle perplessità di qualcuno, riguardo questa sua scelta, Alessandra rispondeva in quell’intervista che se fosse stato un uomo ad aspettare un figlio da una donna di vent’anni più giovane nessuno avrebbe trovato la cosa strana ed in effetti è difficile darle torto…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

01/10/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Into The Storm’

INTO THE STORM

Into The StormTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2014

Genere:  Catastrofico, Fantascienza

Durata:  89’  Regia: Steven Quale

Cast: Richard Armitage (Gary Morris), Sarah Wayne Callies (Allison Stone), Max Deacon (Donnie), Jeremy Sumpter (Jacob), Nathan Kress (Trey), Matt Walsh (Pete), Alycia Debnam-Carey (Kaitlyn), Arlen Escarpeta (Daryl), Scott Lawrence (Thamas Walker – Preside), Kyle Davis (Donk), John Reep (Reevis), David Drumm (Chester), Brandon Ruiter (Todd White)

TRAMA: sul prato antistante la scuola della tranquilla cittadina di Silverton si stanno distribuendo i diplomi di fine anno con il rituale lancio del cappello. In un mezzo super corazzato, chiamato Titus, dotato della più moderna tecnologia dal punto di vista climatico e meteorologico, un gruppo di cacciatori di tornado si sta dirigendo proprio nella stessa direzione perché la loro esperta Allison è convinta che un tornado sta per formarsi proprio in quella zona. Il suo capo Pete coltiva da tempo l’obiettivo di scattare foto e riprese il più possibile addentro la furia di un tornado e ripagarsi con gli interessi quindi le spese sostenute sin lì. Il vicepreside Gary Morris ha due figli, Donnie e Trey. Da quando ha perso la moglie in un incidente stradale, non è mai riuscito ad instaurare un buon rapporto con loro. Gary ha incaricato Donnie di filmare la cerimonia scolastica ma il ragazzo è innamorato di Kaitlyn e quando la vede disperata per aver perso la tesina che doveva assolutamente presentare il giorno dopo, si offre di aiutarla, lasciando al fratello minore il compito delle riprese. Il tornado in realtà è molto più forte del previsto, anzi evolve in una serie che colpisce Silverton e tutta la zona intorno con incredibile potenza, distruggendo anche la scuola. Mentre i sogni di gloria di Pete sembra si stiano avverando, Donnie e Kaitlyn, ignari degli eventi atmosferici, rimangono prigionieri in una discarica dei dintorni e rischiano di morire annegati quando una bomba d’acqua provocata dal tornado blocca l’uscita della fossa nella costruzione abbandonata dentro la quale si sono rifugiati. Morris si unisce al gruppo di cacciatori di tornado per correre in suo aiuto, ma la serie di tornado infine si unisce e forma un terribile F5, il tornado più mostruoso e distruttivo della scala relativa, il quale si abbatte sulla zona con l’incredibile violenza che in casi del genere è in grado di scatenare la Natura. Per il gruppo dei cacciatori di tornado, Gary ed i suoi figli sopravvivere o meno è questione di tempismo, di fortuna e di scelte oculate che non concedono errori ed altre chances.    

VALUTAZIONE: una storia scontata ed ammantata di retorica, spettacolare e terrificante riguardo la devastante forza della natura. Gli autori non speculano però su immagini di violenza gratuita e di facile emotività. Gli effetti visivi e sonori dei tornado sono impressionanti. La scelta di girare buona parte del film con il sistema del found-footage rimedia solo parzialmente alla pochezza narrativa del resto.                                                                                                                                                                                   

Cli-Fi‘ e ‘Found-Footage‘ sono due termini del gergo cinematografico, probabilmente sconosciuti al pubblico meno addentro alle dinamiche del grande schermo, che ben si adattano però a ‘Into The Storm’. Si tratta infatti di un film per il quale il clima, nel senso di meteorologico (Cli) e la fiction (Fi) sono ingredienti fondamentali e si legano ad una storia ripresa con il sistema della telecamera a mano (Found-Footage) utilizzata dagli stessi protagonisti. Una sorta di selfie-video insomma o, per meglio dire, un sistema di ripresa dalla prospettiva degli stessi interpreti, sviluppato all’interno del film vero e proprio, allo scopo di coinvolgere ancor più direttamente lo spettatore, come se stesse vivendo, in un certo senso, egli stesso eventi casualmente girati in quel momento.

Into The Storm 16Francamente era facile intendere, prima ancora di assistere all’opera di Steven Quale, che la sua ragion d’essere dipendesse per la gran parte dalle sequenze suggestive dei tornado (lo so, è cinico anche soltanto scriverlo, trattandosi di eventi naturali che spesso radono al suolo abitazioni ed ogni cosa che incontrano lungo il loro percorso) ed in effetti il mio interesse si è basato proprio su questa promessa. Chi ha letto il commento che ho pubblicato al libro ‘Cacciatori di Tempeste‘ di Jenna Blum avrà già inteso infatti quanto questi fenomeni distruttivi riscuotono la curiosità di molti, me incluso, seppure non certamente al livello di chi fa una ragione di vita andare addirittura a caccia ed avvicinarsi il più possibile ad essi.

Into The Storm 08Se è vero che ci sono tragedie per le quali la curiosità degli spettatori sfocia facilmente in qualcosa di morboso, se non addirittura di perverso, nel caso ad esempio di omicidi, stragi ed attentati, sul conto degli eventi naturali invece, spesso ancor più distruttivi e devastanti per chi li subisce, potendoli osservare da spettatori, essi assumono un fascino al quale è difficile sfuggire. Un po’ come assistere alle immagini spettacolari dell’eruzione di un vulcano, oppure alla dinamica di un catastrofico terremoto. Una ragione potrebbe essere che la loro comparsa ed i danni che combinano non è colpa di nessuno (speculazioni edilizie a parte) e la Natura dalla notte dei tempi c’insegna ad essere umili ed a darci la misura di quanto siamo piccoli ed inermi al suo cospetto, per cui anche i tornado sono una delle sue più potenti manifestazioni che colpiscono con puntuale regolarità alcuni territori del pianeta, in particolare quella zona degli Stati Uniti nota come la Tornado Valley, fra l’Oklahoma ed il Nebraska.

Into The Storm 05I cambiamenti climatici che interessano anche le nostre regioni da un po’ di tempo in qua, l’estate appena trascorsa (estate?!?) ne è una chiara testimonianza, non ci consentono più però come una volta di riservarci il ruolo di semplici osservatori, al sicuro da tali esibizioni di potenza naturale, seppure sinora per fortuna non ci sono stati episodi così eclatanti a casa nostra, ma a volte sufficienti comunque per causare danni ingenti, bensì di guardare ad essi con un occhio al tempo stesso ammirato, rispettoso e timoroso. E’ quindi in parte dipendente anche da questo rischio potenziale, l’interesse nei confronti di un film che promette di superare, grazie alle tecniche computerizzate sempre più evolute nel corso degli anni, quello che è stato sinora un punto di riferimento per il genere di appartenenza, ovvero ‘Twister’ di Jan de Bont, seppure narrativamente parlando non possiamo catalogare diversamente ‘Into the Storm’ da un ‘B-Movie’…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

23/09/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘ Captain Phillips – Attacco In Mare Aperto’

CAPTAIN PHILLIPS – ATTACCO IN MARE APERTO

Captain Phillips - Attacco In Mare ApertoTitolo Originale: Captain Phillips

Nazione: USA

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Biografico, Thriller

Durata:  134’  Regia: Paul Greengrass

Cast: Tom Hanks (Captain Phillips), Barkhad Abdi (Abduwali Muse), Barkhad Abdirahman (Adan Bilal), Faysal Ahmed (Nour Najee), Mahat M. Ali Lay (Walid Elmi), Catherine Keener (Andrea Phillips), Michael Chernus (primo ufficiale Shane Murphy), David Warshafsky (ingegnere Mike Perry), Corey Johnson (timoniere Ken Quinn), Issak Farah Samatar (Hufan), Yul Vazquez (comandante Frank Castellano), Max Martini (comandante Devgru)

TRAMA: Il 28 marzo 2009 un cargo americano che trasporta aiuti alimentari ed agricoli ai paesi del Corno d’Africa, nella rotta fra l’Oman ed il Kenya, subisce l’attacco di alcuni pirati somali. Il loro capo, lo spietato Hufan, li ha scelti fra i tanti disperati pescatori e nullafacenti che vivono sulle coste della Somalia, uno dei paesi più poveri del continente. Quando il cargo Maersk Alabama al cui comando c’è il capitano Phillips viene rilevato dai radar in una posizione ideale, diventa immediatamente un obiettivo da abbordare allo scopo di chiederne il riscatto, com’è già avvenuto più volte in quel tratto di mare. Il primo tentativo però fallisce, perché Phillips usando due stratagemmi (spingere la nave alla massima velocità e poi far finta di chiedere aiuto alla marina militare americana, che invece in quel momento non è in grado di aiutarlo) ottiene l’effetto sperato: una barca dei pirati rinuncia all’inseguimento mentre l’altra poco dopo è costretta a fermarsi per un’avaria al motore. I marinai imbarcati sul cargo, non più di una ventina, sono spaventati per l’accaduto e vorrebbero modificare la rotta, ma Phillips decide invece di continuare, incoraggiato dal successo ottenuto. Il giorno seguente, a conclusione di un regolamento di conti interno alla banda di pirati, essi tornano alla carica con una sola imbarcazione, potenziata però da due motori e nonostante Phillips attui tutti i diversivi possibili e faccia uso delle numerose pompe le quali sparano acqua ad alte atmosfere per tenere lontani i pirati, essi riescono comunque ad attraccare e salire a bordo, armi in pugno, prendendone possesso. Phillips, esclusi i suoi più diretti collaboratori in sala comando, ordina al resto dei suoi uomini di nascondersi nella sala macchine, fermando i motori del cargo. L’atteggiamento minaccioso dei pirati, al cui comando c’è Abduwali Muse, il quale parla un discreto inglese e sembra quello più deciso a risolvere la questione senza spargimento di sangue, trova in Phillips un avversario altrettanto determinato ed abile ad impostare una trattativa che sia il meno possibile onerosa per la compagnia proprietaria della nave ed al tempo stesso utile a proteggere i suoi uomini. La tensione però sale quando Muse viene a sapere che il capitano può dargli solo 30 mila dollari e dice di non sapere dove si nascondono i suoi uomini. Adan Bilal, un altro dei pirati, è meno conciliante, più sospettoso e nervoso di Muse. E’ solo grazie ad un accordo che segue uno duro scambio verbale fra quest’ultimo e Phillips se viene risparmiato l’ingegnere di bordo Perry, il quale aveva già una pistola puntata alla tempia. Muse, Phillips ed il giovane pirata Walid scendono sotto bordo per scovare i marinai. Questi ultimi però hanno sentito i dialoghi in sala comando attraverso un walkie-talkie e sabotano l’impianto elettrico per rimanere ancor più al buio, spargendo anche dei vetri rotti vicino alla porta d’ingresso della sala macchine. Walid, essendo scalzo, si ferisce gravemente ed è impossibilitato a proseguire. Allora Muse gli ordina di tornare di sopra assieme al capitano per farsi sostituire mentre lui decide di proseguire la ricerca da solo. I marinai però si sono organizzati nel frattempo e riescono a catturarlo con una manovra diversiva. Nasce quindi una trattativa nella trattativa. Adan Bilan e Muse stesso accettano di lasciare la nave con i 30 mila dollari, ma costringono Phillips a rimanere loro ostaggio. La scialuppa viene sganciata, nonostante il parere contrario del primo ufficiale Murphy e degli altri marinai. Phillips si ritrova in mare, prigioniero dei pirati somali, decisi a tornare a terra e poi chiedere il riscatto in cambio della liberazione del prezioso prigioniero. Le navi militari americane che pattugliano i mari del Corno d’Africa sono però sulle loro tracce e di tutt’altro avviso sulla conclusione della vicenda. Anche una pattuglia dei Navy Seals è stata inviata sul luogo. Gli sviluppi sono ad alta tensione.      

VALUTAZIONE: una storia vera che riguarda il problema della pirateria nel Corno d’Africa. Il regista Paul Grengrass è bravissimo a non cadere nella trappola del banale action-movie, ma ad impostare il film sul piano psicologico, sostenuto da un gran ritmo e tensione, la quale sale sino ai massimi livelli senza scadere mai però nella facile tentazione del puro spettacolo. Non mancano neppure accenni di analisi critica e sociologica fuori dal coro a rendere più interessante l’opera. Bravissimi sia Tom Hanks che Barkhad Abdi. Montaggio e fotografia al top.                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

La situazione attuale, dal punto di vista dei sequestri delle navi che transitano al largo della costa somala, è molto migliorata, se è vero che gli attacchi si sono drasticamente ridotti rispetto ai 176 del 2011 e persino quelli già scesi drasticamente a 35 del 2012. Quale potrebbe essere stata la soluzione più efficace per ottenere questo risultato? Non solo il pattugliamento dei mari da parte delle navi militari di un gruppo di nazioni particolarmente interessate ed accomunate dallo stesso obiettivo, dato che nessuna compagnia di bandiera può sentirsi al sicuro dai pirati, ma soprattutto la decisione da parte della maggioranza degli armatori di dotare le proprie navi di ‘contractors’ armati con funzioni di scorta e protezione, con il vantaggio per giunta di difendere la nave da una posizione migliore rispetto a quella decisamente più precaria degli attaccanti sui motoscafi.

Captain Phillips 11E ci voleva tanto ad adottare una strategia del genere, potrebbe giustamente osservare qualcuno? Francamente viene da chiederselo anche durante la visione del film, ambientato nel 2009 quando ancora i cargo viaggiavano soltanto con a bordo del personale disarmato. Beh, a leggere in proposito su qualche sito Internet, la questione non appare così banale, perché ogni ‘contractor’ costa in media oltre 500 euro al giorno, sempre meno però dei circa 60.000 euro al giorno che è la ‘gabella’ tipica di una fregata, cioè una nave militare piccola e veloce, specializzata in compiti di pattugliamento. Ovviamente le navi commerciali che transitano nel Corno d’Africa sono innumerevoli, tant’è che, giusto per dare una dimensione del business dei sequestri, nel 2008 essi hanno fruttato qualcosa come 120 milioni di euro, e costi ad armatori e stati interessati compresi fra 900 milioni e 3,3 miliardi.

Captain Phillips 10Inevitabile quindi pensare alla necessità di adottare misure risolutive a spezzare questa insostenibile catena, gestita con astuzia e cinismo da alcuni criminali, i quali trovano facile terreno per procurarsi manovalanza da mandare allo sbaraglio nei tanti disperati ridotti alla fame che vivono lungo le coste somale, inclusi i pescatori che non trovano più sostentamento neppure dal frutto del loro atavico mestiere, un tempo florido. Pare infatti che i mari della Somalia, una nazione fra le più povere dell’Africa e priva di peso politico e mediatico, siano stati utilizzati dalle cosiddette nazioni ricche, in un primo momento per saccheggiare quella che è sempre stata la risorsa più importante ed abbondante, cioè la pesca (tonni, aragoste e gamberi) ed i frutti di mare, specie a causa della distruttiva pesca a traino. A peggiorare la situazione, in seguito lo stesso mare è diventato una discarica dei prodotti chimici delle nostre industrie e centrali, con il risultato che già nel 1990 parecchi somali hanno iniziato ad ammalarsi per cause le quali per molto tempo sono rimaste ignote, sino a quando nel 2004, a seguito dello tsunami in Indonesia, le cui onde sono arrivate sino alle coste dell’Africa, sono stati trascinati a riva innumerevoli detriti e rifiuti i quali hanno svelato l’origine delle numerose patologie insorte nel frattempo.

Tom HanksSe si prendono per buone queste tesi è chiaro che si può riconsiderare la questione della pirateria da una prospettiva diversa, meno scontata perlomeno. C’è però una battuta che il capitano Phillips rivolge al suo principale antagonista Muse, capo dei pirati, il quale si vanta di essere stato già protagonista di un’impresa simile (‘…l’anno scorso hai rubato una nave che ti ha fruttato sei milioni di dollari e sei ancora qui?…), a rendere spietatamente evidente che queste azioni non sono mai servite, se vogliamo considerarle da questo punto di vista, a risarcire le popolazioni somale dagli eventuali danni subiti, ma sono solo finalizzate ad arricchire alcuni ‘signori della guerra’ senza scrupoli, i quali speculano persino nei confronti di chi è già vittima e quindi lo diventa doppiamente. Il che spiega la decisione di considerare la pirateria come il primo crimine della storia per cui sia stata prevista la giurisdizione universale, in base alla quale a chiunque è consentito, anche al di fuori delle proprie acque territoriali, di arrestare e processare a casa propria i pirati colti sul fatto e catturati dalle navi preposte al pattugliamento…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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06/09/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro e Film: ‘Il Grande Gatsby’

IL GRANDE GATSBY (romanzo)

Il Grande GatsbyDi Francis Scott Fitzgerald

Anno Edizione 2001

Pagine 272

Costo € 9,00

Traduttrice Fernanda Piovano

Ed. Mondadori (collana Oscar Classici Moderni)

 

IL GRANDE GATSBY (film)

Il Grande Gatsby - 1974Titolo Originale: The Great Gatsby

Nazione: USA  Anno:  1974

Genere:  Drammatico, Romantico

Durata:  144’  Regia: Jack Clayton

Cast: Robert Redford (Jay Gatsby), Mia Farrow (Daisy Fay), Karen Black (Myrtle Wilson), Bruce Dern (Tom Buchanan), Scott Wilson (George B. Wilson), Sam Waterston (Nick Carraway), Lois Chiles (Jordan Baker)

  

IL GRANDE GATSBY (film)

Il Grande Gatsby - 2013Titolo Originale: The Great Gatsby

 Nazione: USA  Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Romantico

Durata:  143’  Regia: Buz Luhrmann

Cast: Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Carey Mulligan (Daisy Fay), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George B. Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway), Elizabeth Debicki (Jordan Baker), Callan McAuliffe (Jay Gatsby da giovane), Adelaide Clemens (Catherine), Amitabh Bachchan (Meyer Wolfshein), Jack Thompson (Walter Perkins), Max Cullen (Owl Eyes)

TRAMA: Jay Gatsby è il ricco proprietario di una sfarzosa villa di West Egg, una località nella baia di Long Island, vicino a New York, dove tutti i weekend organizza sontuose feste alle quali però egli non partecipa quasi mai, pur richiamando una miriade di persone, per la gran parte a lui sconosciute. Il suo obiettivo in realtà è quello di attirare l’attenzione della donna che vive nella villa posta di fronte alla sua, dall’altra parte della baia, nell’East Egg. Gatsby è innamorato di Daisy sin da quando ha avuto con lei, cinque anni prima, una fugace relazione, allorché egli era un militare di leva, povero di mezzi ma pieno di grandi sentimenti e speranze, alla vigilia della partenza per l’Europa con l’esercito americano nel corso della Prima Guerra Mondiale. Non avendo avuto la pazienza di aspettare il suo ritorno, Daisy si è sposata con Tom, un ricco possidente, il quale però la tradisce spesso, non ultima con Myrtle, la moglie di un ingenuo meccanico che vive in una squallida abitazione con annesso garage nella periferia più inquinata e squallida di New York. La precedente storia di Jay è quella di un giovane fuggito a sedici anni dalla misera condizione dei suoi genitori contadini, il quale, dopo aver conquistato la simpatia del ricco magnate Dan Cody ed aver trascorso un lungo periodo in giro per il mondo sul suo yacht, alla morte dello stesso e con la complicità dell’abile faccendiere Meyer Wolfshein, si è arricchito con il contrabbando di bevande alcoliche ed altre attività illegali durante il proibizionismo, accumulando una sostanziosa ricchezza. A raccontare il tutto è Nick, un modesto agente di borsa, il quale ha preso in affitto una piccola casa che confina con la villa di Gatsby ed è cugino di Daisy. L’amica di quest’ultima, Jordan Baker, abituale frequentatrice della feste di West Egg, è stata contattata da Gatsby per chiedere a Nick di fargli il favore di organizzare un incontro a casa sua con Daisy. Nel frattempo, dopo averlo invitato a partecipare ad una delle sue feste, fra Jay e Nick nasce una bella intesa e si frequentano spesso, da vicini di casa in ottimi rapporti. La sorpresa per la cugina è tanta, quando nel salotto della modesta abitazione di Nick, nel frattempo trasformata dagli uomini di Jay in una sorta di serra floreale, si presenta un incerto ed imbarazzato Gatsby, ma il feeling fra i due, dopo qualche momento d’incertezza, torna prepotente, come se il tempo si fosse fermato a cinque anni fa. Dopo neppure un mese di passione, Gatsby è determinato a convincere Daisy a lasciare Tom, certo che lei abbia sempre amato solo lui. Da quel momento cessano anche le feste nella villa ed anzi la dimora diventa l’alcova il più possibile discreta dei due amanti. Quando Jay ritiene che sia arrivato il momento di affrontare Tom, quest’ultimo per nulla disposto a perdere Daisy, riesce a provocare Gatsby ed a far nascere i dubbi nella moglie riguardo la natura delle ricchezze accumulate dal suo rivale, rimarcando inoltre le sue modeste origini, sino ad indurre Gatsby a reagire in malo modo. E’ la premessa al dramma che di lì a breve si consuma dapprima in una corsa in auto sulla strada fra New York e la villa di Tom e Daisy e successivamente con il tragico epilogo nella villa di Gatsby.    

VALUTAZIONE: un romanzo classico, relativamente breve, che richiede però un’attenta lettura, soprattutto nella prima parte, tanto elegante quanto prevalentemente descrittiva. L’autore utilizza, con evidenti accenni di stampo autobiografico e facendo uso di una prosa ricercata, lo stile ed i toni dei cosiddetti ‘anni ruggenti’, i quali anticipano la crisi del 1929, soffermandosi particolarmente sui temi della solitudine e dell’indifferenza. I due film in oggetto, tratti dal romanzo stesso e girati a distanza di quarant’anni, nell’insieme risultano più facilmente comunicativi per il grande pubblico e perciò meno cerebrali del racconto scritto, pur utilizzando diversi approcci stilistici: più compassato e rispettoso della storia originale il primo, più spumeggiante ed estrosa invece l’opera più recente. 

 

Quando si affronta un classico come il celeberrimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, caposaldo della letteratura americana del secolo scorso, si rischia di passare per presuntuosi se lo si considera con sufficienza; peggio ancora di scadere nel banale limitandosi a fare proprie, con poco sforzo, considerazioni già espresse da numerosi altri; viceversa si può coltivare la tentazione di assumere posizioni volutamente controcorrente, giusto per puntare a distinguersi a tutti i costi. Nel caso poi de ‘Il Grande Gatsby’, l’edizione in oggetto degli Oscar Mondadori di 270 pagine (che sono niente, ad esempio, in confronto alle quasi 1.000 pagine cadauno dei due ultimi romanzi che ho appena completato, riguardo la trilogia sul Novecento di Ken Follett) può sembrare un’ideale parentesi dopo, appunto, un paio di  letture molto più impegnative in termini di lunghezza. Così, lo ammetto, ho iniziato ‘The Great Gatsby’ a cuor leggero, certo di ‘consumare’ il racconto in breve tempo, che fossi comodamente seduto a casa oppure in treno durante il viaggio di mezzora per andare e tornare dal lavoro, attorniato da tante altre persone la cui presenza ed il chiacchiericcio inevitabilmente costituiscono fonte di disturbo o comunque di distrazione.

Il grande gatsby 30Di conseguenza l’opera di Francis Scott Fitzgerald, dopo una settantina di pagine mi è sembrata ostica, prolissa, per non dire noiosa e quasi impossibile perciò comprendere come possa tuttora riscuotere così tanti consensi (seppure postumi per l’autore, come avviene spesso). Ancora più curioso è il fatto che, dopo ben tre trasposizioni cinematografiche, una addirittura girata al tempo del cinema muto, una seconda nel 1949 ed una terza nel 1974, ci sia stato ancora qualcuno disposto, nel 2013, ad investire oltre cento milioni di dollari per realizzarne una quarta. Possibile insomma, mi chiedevo, che ancora oggi questo romanzo possa scomodare autori ed interpreti di così grande rilievo mentre a me, sorprendentemente, stava dando l’impressione di essere largamente sopravvalutato?

Il grande gatsby 03E’ pur vero che la lettura di un libro o la visione di un film è anche una questione di momenti psicologici e le impressioni poi ne restano inevitabilmente condizionate, ma in questo caso non si trattava tanto di una questione umorale o legata alla lunghezza quanto semmai di forma e di contenuti. Avendo però la fortuna di possedere un dvd della versione cinematografica girata nel 1974 dal regista Jack Clayton, sceneggiata niente meno che da Francis Ford Coppola ed al tempo stesso potendo facilmente recuperare la versione ultima di Buz Luhrman, grazie al servizio on-demand di una piattaforma digitale satellitare, mi è venuta la voglia, che qualcuno a questo punto potrà forse giudicare come esagerata, non appena avessi completato la lettura del romanzo, di cimentarmi in un confronto a tre, includendo appunto anche queste due versioni cinematografiche.

Il grande gatsby 31Prima ancora però ho ritenuto opportuno, prendendo a prestito un termine in voga sino a qualche tempo fa in riferimento ai nastri magnetici, di effettuare un ‘rewind’ del romanzo all’inizio, giusto per verificare se le impressioni globalmente negative avute sin lì potessero trovare ulteriore conferma oppure, com’è avvenuto invece grazie ad un diverso approccio, di ribaltare o perlomeno mitigare anche l’avverso giudizio parziale. ‘Il Grande Gatsby’ infatti è un racconto che richiede pazienza e concentrazione ed un’attenzione particolare, appunto, per la prosa di Francis Scott Fitzgerald che è costituita, in questo caso perlomeno, da uno stile forse un po’ datato e figurativo ma decisamente attento ai particolari ed alle sfumature narrative, oltreché ad una descrizione d’ambiente che non ammette una lettura superficiale o, peggio ancora, disattenta, pena non entrare in sintonia con il sottile filo logico dell’opera. Che è al tempo stesso rappresentativa di un decennio segnato da grande euforia ed ottimismo, in evidente contrasto con il pessimismo che traspare invece dall’io narrante, ovvero il personaggio di Nick, nel quale l’autore ha certamente proiettato molto di sé medesimo, confermato in seguito dall’amara conclusione della stessa storia che narra…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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27/08/2014 Posted by | CINEMA, LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘L’Inverno Del Mondo’

L’INVERNO DEL MONDO – THE CENTURY TRILOGY – VOL. II

L'Inverno Del MondoDi Ken Follett

Anno Edizione 2012

Pagine 958

Costo € 25,00

Traduttori Adriana Colombo, Paola Frezza Pavese, Nicoletta Lamberti e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Sedici anni della storia del secolo scorso, dal 1933 al 1949, durante i quali il mondo passa, come dice lo stesso titolo, attraverso un periodo buio e freddo come l’inverno. Dal momento dell’ascesa al potere di Hitler, il quale impone una feroce dittatura in Germania, cui seguono la persecuzione degli ebrei e le mire espansionistiche che travolgono l’Europa, sino a spingere l’alleato Giappone contro gli USA, ultimi a scendere in campo per quella che sarà per sempre ricordata come la Seconda Guerra Mondiale. Carla ed Erik, figli di Walter e Maud, fra i protagonisti del primo episodio, reagiscono da opposte posizioni alla presa del potere da parte del nazismo. Lloyd Williams, figlio illegittimo del conte Fitzherbert e della sua ex-cameriera Ethel Leckwith, diventata in seguito addirittura un’agguerrita e stimata parlamentare, dopo aver visto con i suoi occhi le prepotenze dei nazisti durante una visita in Germania a Maud, amica della madre, diventa un paladino degli oppositori alle farneticanti ambizioni dei simpatizzanti nazisti in Inghilterra e si arruola poi volontario nella guerra di Spagna, fra le forze che contrastano il golpe del generale Franco. Volodja Peskov, figlio di Katherina e del padre adottivo Grigorij, protagonista della Rivoluzione d’Ottobre, è un’abile spia dell’ambasciata russa a Berlino. Ciò però non lo mette al riparo dalla deriva violenta dei famigerati servizi segreti staliniani dell’NKVD che schiacciano chiunque è soltanto sospettato di essere un dissidente oppure semplicemente per costringere con la forza gli stessi appartenenti al regime a svolgere particolari servigi. La sorellastra Daisy, figlia di Lev, fratello di Grigorij, fuggito a suo tempo in America per evitare di essere catturato, dopo aver ucciso in una rissa un poliziotto, aspira a diventare una nobile e suscitare l’invidia delle ricche coetanee di Buffalo che l’hanno sempre snobbata, poiché suo padre ha fama di essere un gangster e sposa così Boy, figlio legittimo del conte Fitzherbert, ma troverà la sua realizzazione solo nell’incontro con Lloyd. Woody e Chuck Dewar, figli dell’emerito senatore Gus, a suo tempo reduce della prima Guerra Mondiale in Francia, sono altri due protagonisti e testimoni di particolari momenti storici, come l’attacco dei giapponesi a Pearl Harbour e le sofferte e lunghe trattative per la creazione delle Nazioni Unite. Le loro storie e quelle di molti altri personaggi che s’incontrano nel corso del racconto s’intersecano, nel bene e nel male, sino a chiudere il cerchio con l’esplosione delle bombe atomiche in Giappone e la corsa ai nuovi e letali armamenti fra USA e URSS al fine di conquistare una posizione di predominio nella spartizione del mondo durante la conferenza di Jalta.  

VALUTAZIONE: un grande affresco storico che si avvale di una galleria di personaggi, frutto della fantasia di Follett, i quali partecipano con le loro storie ad alcuni degli avvenimenti più importanti del secolo scorso, mescolati a celebri figure reali, interagendo persino con esse, in un periodo drammatico e decisivo per le sorti del mondo. Un romanzo di gran classe che continua, senza mostrare il minimo cedimento e nonostante l’insolita lunghezza, la traccia già apprezzata ne ‘La Caduta dei Giganti’, aprendo la strada all’ultimo episodio della storia del secolo scorso.                                                                                                                                                                                                                                                                    

Secondo capitolo della trilogia relativa agli avvenimenti più significativi del secolo scorso, ripercorsi dallo scrittore inglese Ken Follett, il quale ha realizzato un romanzo storico ampio ed ambizioso, grazie ad una nutrita galleria di personaggi di varia nazionalità da lui medesimo creata, le vicende personali dei quali coinvolgono un paio di generazioni che si passano idealmente il testimone.

L'inverno del mondo 01Come ‘La Caduta Dei Giganti‘, anche questo secondo episodio è costituito da un corposo tomo di quasi mille pagine, ma nonostante le dimensioni ragguardevoli che potrebbero scoraggiare molti lettori, non appena ci si immerge negli avvenimenti che narra e nella ragnatela dei personaggi che ne fanno parte,  la prosa risulta talmente piacevole, fluida e le vicende di alcuni dei protagonisti così coinvolgenti, seppure a volte assumono toni inevitabilmente e decisamente drammatici e toccanti, che è quasi scontato, giunti al termine, il proposito di affrontare anche il terzo ed ultimo capitolo della trilogia, pare di prossima pubblicazione.

L'inverno del mondo 03Ed ovviamente, trattando un periodo storico così importante, angoscioso e tragico, non si poteva neppure supporre che Follett potesse sorvolare sugli episodi cardine che hanno contraddistinto, appunto, gli anni che vanno dal 1933 al 1949, lasciando sul campo, non esclusa una parte dei protagonisti del suo romanzo, atrocità e lutti di varia origine e natura, i quali testimoniano ancora una volta la deriva di cinismo e di barbarie che, ahimè, è storicamente capace di perseguire l’uomo. Al tempo stesso però anche gli slanci di generosità e le azioni che ne esaltano invece le caratteristiche più nobili, in una sorta di compensazione che è parte stessa della natura di questo strano e contraddittorio animale, praticamente da quando ha assunto il ruolo egemone sul nostro pianeta. Si aprirebbe però uno scenario a parte, che non può essere oggetto di questo commento, se ci interrogassimo sulle ragioni per cui l’uomo continua a ripetere ciclicamente gli stessi errori, senza imparare dagli stessi a migliorarsi, evitando continui rigurgiti in tal senso.

L'inverno del mondo 17Naturalmente uno spazio temporale limitato nel contesto di un intero secolo, ma così denso di eventi, come quello che lo scrittore inglese ha preso in considerazione ne ‘L’inverno Del Mondo’, richiederebbe ben altro che le mille pagine del suo comunque voluminoso romanzo e come avevo già sottolineato nel commento a ‘La Caduta Dei Giganti’, sarebbe stato oltremodo presuntuoso Ken Follett se avesse ritenuto di poter trattare con equilibrio, equidistanza e completezza la storia di avvenimenti così complessi e vasti come l’avvento del nazismo, la discriminazione e poi la persecuzione degli ebrei, l’espansionismo di Hitler, lo scoppio della guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, l’accordo e poi l’attacco alla Russia di Stalin, L'inverno del mondo 05quello di Pearl Harbour da parte dei giapponesi e la conseguente entrata in guerra degli USA sino ad arrivare, per sintetizzare la massimo, all’esaurimento della forza dirompente dei tedeschi ed il loro disastroso ritiro, per chiudere il cerchio con le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Insomma, non ci sarebbe neppure stato bisogno di una voce in più da aggiungere al coro degli storiografi, per quanto Ken Follett si potesse applicare in tal senso; sarebbe stato, come minimo, presuntuoso. E difatti egli ha scelto una via diversa per raccontare a suo modo quegli eventi, inserendo dentro di essi una serie di personaggi da lui medesimo inventati, di varia nazionalità, origine e classe sociale, così che la loro storia personale diventa esemplare di quel periodo critico del novecento, ricalcandone cause, sviluppi e conseguenze, ma proponendo al lettore un panorama narrativo quanto mai interessante e ricco di spunti, mai lezioso, certamente più facile da seguire negli sviluppi di un classico libro di storia e spesso intrigante nelle considerazioni…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

22/08/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Fine è il Mio Inizio’

LA FINE E’ IL MIO INIZIO

La Fine è il Mio InizioTitolo Originale: Das Ende Is Mein Anfang

 Nazione: Germania, Italia

Anno:  2010

Genere:  Drammatico

Durata:  98’  Regia: Jo Baier

Cast: Bruno Ganz (Tiziano Terzani), Elio Germani (Folco Terzani), Erika Pluhar (Angela Terzani), Andrea Osvart (Saskia Terzani), Nicolò Fitz-William Lay (Novi)

TRAMA: Nel 2004 il giornalista, esploratore e scrittore Tiziano Terzani ha 66 anni. Ammalato di cancro, dopo una vita spesa in viaggi e reportage si è ritirato con la moglie Angela in un casolare della valle d’Orsogna sull’Appennino Pistoiese dove lo raggiunge, da New York dove si trova per ragioni di lavoro, il figlio Fosco. Il padre ha intenzione di raccontargli la storia della sua vita, allo scopo di pubblicare un libro che possa rimanere come testimonianza. Tiziano è provato fisicamente ma è sereno. La sua vita è stata piena, ricca di avvenimenti che ha vissuto intensamente, pagine di storia cui ha assistito da protagonista, con il relativo corredo di ideali, illusioni, delusioni, gioie e dolori, sempre accompagnato dalla fedele moglie Angela e poi, quando sono arrivati, anche dai due figli Fosco e Saskia, quest’ultima madre ora di due bambini, uno nato proprio in coincidenza con questa particolare riunione di famiglia. L’occasione è utile a Fosco per riavvicinarsi al padre la cui figura è stata spesso troppo ingombrante per lui, come ammette lo stesso Tiziano e dal quale oramai non solo lo separano gli anni ma anche differenti visioni generazionali. In realtà Fosco, nonostante ciò, è sulle stesse tracce di quel grande ed instancabile viaggiatore che è stato il padre. L’intimità e la confidenza che si sviluppano fra loro in questi ultimi giorni della sua vita, li avvicina come non mai in precedenza. La fine arriva puntuale a chiudere un’esistenza vissuta in giro per il mondo alla continua ricerca di conoscenza e di risposte. Le uniche che ha trovato però Tiziano Terzani sono dentro se stesso, oppure quando si è posto, in solitudine, di fronte all’immensità della natura. 

VALUTAZIONE: la forma di film più vicina ad un libro, del quale è comunque la trasposizione. Una sorta di lunga intervista-confessione fra un padre ed un figlio in un momento irripetibile della loro vita che svaria dai massimi sistemi ad alcuni degli avvenimenti più significativi della seconda metà del secolo scorso, ma anche temi molto intimi ed universali al tempo stesso ed i grandi quesiti che si pone l’uomo dalla notte dei tempi. Straordinario Bruno Ganz nei panni del protagonista.                                                                                                                                                                                                                           

Quando si scrive un commento ad un’opera del genere, strutturalmente anomala, interamente incentrata su un personaggio la cui storia e voce sono così ricche di contenuti, di umanità e di esperienza di vita, narrate con grande proprietà intellettuale, modestia e sincerità, viene la tentazione di tirarsi da parte per lasciare la parola soltanto a lui. Eppure la forza del cinema, che è innanzitutto rappresentazione d’immagine, è capace anche in un caso del genere, grazie ovviamente alla bravura degli autori e quindi innanzitutto del regista Jo Baier, di superare, in alcuni momenti, l’immediatezza e la chiarezza della parola con un’altra forma d’immediatezza, che parte dagli occhi e scende sino al cuore.

La Fine è il Mio Inizio 13Tiziano Terzani ha vissuto moltissimi anni all’estero e pur essendo italiano è divenuto famoso in patria soprattutto grazie alla pubblicazione di alcuni saggi che raccontano in maniera disincantata e soprattutto con l’esperienza di chi narra quello che ha vissuto di persona, alcuni dei momenti più importanti della storia contemporanea, soprattutto asiatica: dalla fine della guerra in Vietnam, all’avvento di Mao Tze Tung in Cina ed il crollo dell’impero sovietico. Un continuo girovagare che l’ha portato, fra l’altro, dal Laos, alla Birmania, da Singapore alla Mongolia, alla Thailandia ed oltre. Insomma una vita intera con l’aereo sotto il sedere, come si dice in modo colorito ed una inesauribile curiosità nel confrontarsi con altre culture ed ideologie che l’hanno spinto, lui laureato a pieni voti alla Normale di Pisa, a rinunciare a quello che un tempo si definiva il posto sicuro, prima all’Olivetti, modierna ed ambita azienda di quel tempo per antonomasia e poi alla redazione di vari giornali, l’ultimo della serie ‘Il Giorno’ dal quale al massimo ha ricevuto l’offerta di un posto nella redazione di Brescia. Figurarsi… lui voleva girare il mondo, immergersi sino al collo nella melma degli avvenimenti storici di quegli anni, perciò quando il giornale tedesco ‘Der Spiegel’ gli ha offerto il ruolo di corrispondente dall’Asia non ci ha pensato due volte ad accettare e non se n’è mai pentito.

La Fine è il Mio Inizio 08Giunto ai primi anni del secolo corrente con un bagaglio di esperienze stracolmo, Terzani ha deciso di ritirarsi e l’ha fatto come può farlo un uomo come lui dopo aver girato una buona parte del mondo come una trottola, ovvero rifugiandosi in un casolare quasi isolato degli Appennini Pistoiesi, nella Valle d’Orsogna, in compagnia della moglie Angela. Sia dai vestiti, rigorosamente bianchi e di taglio orientale, che dal bastone con il quale si sostiene che sembra una serpe, si capisce che è un uomo che ha maturato una cultura diversa rispetto a quelli che vivono da quelle parti. I due figli sono oramai adulti e da piccoli se li è portati appresso in lungo ed in largo nel suo vagabondare fra stati e città, facendogli persino provare l’esperienza, che Folco ricorda ancora come scioccante, delle durissime scuole cinesi di regime. Fosco ora vive a New York ed è un altro viaggiatore instancabile come lui, mentre la figlia Saskia è madre di un bambino e sta per partorirne un altro.

La Fine è il Mio Inizio 12La vita, com’è noto, molto spesso è beffarda. Nel momento in cui l’irriducibile viaggiatore potrebbe fermarsi e godersi il meritato riposo fra i suoi familiari, la diagnosi di un cancro all’intestino giunge come un fulmine a ciel sereno e lo costringe a rivedere tutto. Un altro al suo posto si sarebbe disperato, lui non è che non c’abbia provato a cercare un rimedio ma quando s’è reso conto che tanto non sarebbe servito a salvargli la vita, s’è rassegnato e come afferma lui a proposito della morte, dopo aver provato tutto o quasi tutto quello che gli poteva offrire la vita: ‘Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi dispiace solo che non potrò scriverne…‘.

La Fine è il Mio Inizio 06Ma anche a questo c’è rimedio: chiama il figlio e lo invita a raggiungerlo per realizzare l’ultimo dei suoi reportage, quello che riguarda la sua vita, così da chiudere il cerchio e pubblicare un libro che costituisca una testimonianza pubblica ed al tempo stesso anche una sorta di memoria per Fosco ed i suoi affetti più cari. I quali già tanto hanno condiviso con lui, ma non possono sapere tutto, perché magari nel corso degli anni precedenti, vissuti cavalcando l’onda della storia, spesso non c’era il tempo di soffermarsi a riflettere o perdersi dietro alle parole, mentre ora, oramai minato dalla malattia, non gli è rimasto che questo ed un titolo ‘La Fine è il Mio Inizio’ che è un ossimoro, alla stessa stregua di morire per uno che la vita l’ha onorata per davvero: ‘…Sai Folco nella mia vita ho avuto due grandi regali che mi sono arrivati nello stesso momento: la fine della mia carriera giornalistica contemporaneamente al tumore. E’ stato allora che ho lasciato andare il mondo...‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

05/08/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Molto Forte, Incredibilmente Vicino’

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Molto Forte, Incredibilmente VicinoTitolo Originale: Extremely Loud And Incredibly

 Nazione: USA

Anno:  2011 Genere:  Drammatico

Durata:  129’  Regia: Stephen Daldry

Cast: Tom Hanks (Thomas Schell), Sandra Bullock (Linda Schell), Thomas Horn (Oskar Schell), Max von Sydow (L’inquilino), Viola Davis (Abby Black), John Goodman (Stan il portiere), Jeffrey Wright (William Black), Zoe Caldwell (Nonna di Oskar), Julian Tepper (Deli Waiter), Hazelle Goodman (Hazelle Black), Jim Norton (Black da vecchio) 

TRAMA: New York, 11 settembre 2011. Il padre di Oskar è una delle 2752 vittime del crollo delle Torri Gemelle. Nel momento dell’attacco terroristico Oskar non era in casa, quindi non poteva rispondere alle telefonate del padre, che sono rimaste registrate però in segreteria. Dapprima il tono della sua voce era rassicurante ma con il passare del tempo è diventato sempre più spaventato, in una escalation che si è conclusa con l’orribile collasso strutturale di quello che si poteva ritenere, sino a quel momento, il simbolo stesso del mondo economico occidentale. Da quel giorno Oskar ha perso non solo il padre, ma anche la guida ed il compagno di giochi che alimentava continuamente la sua fantasia e maturazione, grazie a stuzzicanti esercizi a difficoltà crescente. La madre Linda ha perso a sua volta non solo l’amato marito ma si è scoperta impreparata a sostenere da sola il dramma che l’ha colpita ed un figlio che attraversa un’età particolarmente delicata. Oskar le ha nascosto le registrazioni delle telefonate del padre e curiosando nell’armadio di quest’ultimo ha scoperto una misteriosa chiave ed un nome, Black, che sembrano l’ennesima sfida in corso di preparazione, interrotta soltanto dalla prematura fine. Scandagliando l’elenco del telefono egli inizia così a contattare tutte le persone che di cognome si chiamano Black. Di fronte a casa sua abita la nonna, la quale ospita un anziano e stranissimo personaggio muto. Oskar, nonostante la nonna gli abbia intimato di evitarlo, un po’ incuriosito ed un po’ per caso, un giorno si trova di fronte all’uomo e ne resta in qualche modo colpito. Egli infatti si esprime scrivendo quello che vuol dire in foglietti che mostra poi al suo interlocutore. Oscar si sfoga con lui raccontandogli la sua storia ed il vecchio inquilino commosso dalla sua determinazione e disperazione si offre di aiutarlo nella ricerca. Ne nasce così una curiosa e segreta complicità. La mamma non riesce a frenare il furore del figlio in questa ricerca ed anche il vecchio fatica a star dietro al ritmo imposto da Oskar, determinato a concluderla nel più breve tempo possibile. In questa prova è come se egli compisse nel frattempo un percorso d’identificazione del quale il padre sarebbe certamente orgoglioso se fosse ancora in vita e che si conclude con un paio di sorprese. 

VALUTAZIONE: Opportunamente il regista Stephen Daldry evita la retorica di quella catastrofica giornata, della quale mostra solo qualche flash, concentrandosi invece sulla storia di un ragazzino, simbolo di tutti quelli che restano improvvisamente senza i loro riferimenti diretti e sono costretti a crescere più velocemente di altri, convivendo con le relative ingombranti ed incolmabili assenze. Bravissimi i due estremi anagrafici del film: Thomas Horn e Max von Sydow.                                                                                                                                                                                                               

Cosa si può ancora aggiungere che non sia già stato detto da qualcuno riguardo quell’evento terribile dell’11 settembre che ha segnato la storia dell’inizio del secolo corrente e probabilmente rappresenta uno dei momenti peggiori dalla fine della seconda guerra mondiale? Niente, il fattore sorpresa è stato sicuramente uno degli elementi che ha scioccato e lasciato il mondo con il fiato sospeso, assieme all’incredulità di fronte all’audacia ed il cinismo di una tale impresa, immortalata  dalle immagini TV che hanno generato così tanta angoscia in quasi tutto il mondo.

Molto Forte Incredibilmente Vicino 09Personalmente ricordo che ero al lavoro e quando è arrivata la notizia del primo aereo finito contro il World Trade Center ho supposto, come tanti, che fosse un inopinato incidente, per quanto sorprendente ed inaudito a sua volta. Quando però è stata colpita anche la seconda torre e poco dopo è giunta pure la notizia dell’attacco al Pentagono non solo si è avuta la certezza di un piano mirato alla base di quell’impresa ma credo di aver temuto, come tanti altri per un po’, che quello che stava succedendo in USA in quel momento fosse solo l’inizio di qualcosa di terribile che avrebbe coinvolto di lì a breve altre altre nazioni del mondo occidentale, con sviluppi impensabili per chi come me appartiene ad una generazione che fortunatamente non ha conosciuto direttamente una guerra mondiale, com’è capitato invece a quella dei nostri genitori e nonni.

Molto Forte Incredibilmente Vicino 02Detto ciò, se il lettore a questo punto stesse supponendo che ‘Molto Forte, Incredibilmente Vicino’ è un altro film che scava su quei tragici eventi, pur da una prospettiva di natura soggettiva e familiare, compierebbe un fatale errore di valutazione, poiché nonostante le conseguenze di quella sciagura siano indubbiamente all’origine dell’opera, tratta dall’omonimo romanzo di  Jonathan Safran Foer, in realtà il tema su cui verte potrebbe avere origine in qualunque catastrofico avvenimento che coinvolge gli affetti più cari di un adolescente, il quale da un momento all’altro è costretto a perdere l’innocenza della sua età ed il diritto a crescere un po’ per volta, come avviene di solito ai suoi coetanei.

Molto Forte Incredibilmente Vicino 15L’opera del regista britannico, già apprezzato autore di ‘Billy Elliot’, ‘The Hours e ‘ The Reader – A Voce Alta’, (per tutti e tre, curiosamente, è stato candidato all’Oscar) è focalizzata infatti attorno alla figura di un ragazzo di undici anni, Oskar, il quale ha perso il padre nel crollo di una delle Torri Gemelle. Una delle quasi tremila vittime di quel giorno, ognuna con una storia diversa ma identico fatale destino. 

Molto Forte Incredibilmente Vicino 03Padre e marito esemplare, Thomas Schell (Tom Hanks), è stato per Oskar non solo un ovvio riferimento genitoriale, ma anche un compagno insostituibile di giochi. La gran parte dei quali erano incentrati sull’evidente obiettivo di sviluppare l’intelligenza del ragazzo attraverso l’uso di esercizi di apprendimento a difficoltà crescente, una sorta di caccia al tesoro con riferimenti storici e scientifici che Oskar doveva cercare di risolvere per arrivare alla soluzione. Anche grazie a questo, il giovane è diventato un appassionato di storia europea, raggiungendo un livello cognitivo certamente superiore alla media della sua età…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

03/08/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Amiche Da Morire’

AMICHE DA MORIRE

Amiche Da MorireTitolo Originale: Idem

 Nazione: Italia

Anno:  2013

Genere:  Commedia

Durata:  103’  Regia: Giorgia Farina

Cast: Claudia Gerini (Gilda), Cristiana Capotondi (Olivia), Sabrina Impacciatore (Crocetta), Vinicio Marchioni (Ispettore Malachia), Marina Confalone (Donna Rosaria), Corrado Fortuna (Lorenzo), Lucia Sardo (Madre di Crocetta), Antonella Attili (Signora Zuccalà), Tommaso Ramenghi (Rocco), Adriano Chiaramida (Padre di Crocetta), Gaetano Aronica (Tonino), Giovanni Martorana (Paternò), Giacinto Ferro (Zuccalà), Bruno Armando (Jean Pierre), Mimmo Mancini (Commissario), Enrico Roccaforte (il bello), Giovanni Calcagno (il bestia), Rori Quattrocchi (Donna Assunta), Lollo Franco (Don Vincenzo) 

TRAMA: In una qualche isola siciliana, per la gran parte abitata da pescatori di tonni e le loro famiglie, ci sono tre donne molto diverse fra loro: Gilda, la quale viene dal continente ed è di mentalità, diciamo così, molto aperta; Olivia, ha poco anch’essa della classica donna del sud, ma è giovane, bella, invidiata, innamorata, svampita e sposata ad uno statuario pescatore; infine Crocetta, la quale è soffocata dalla madre tradizionalista e tormentata dalle dicerie che la considerano una menagramo. Oltreché essere molto diverse, non simpatizzano neppure fra loro, ma quando Olivia trova un biglietto sospetto nella tasca dei pantaloni del marito Rocco, si rivolge proprio a Gilda per avere qualche consiglio e sincerarsi al tempo stesso che lo sposo non la tradisca proprio con lei, la quale d’altronde esperienza ne ha da vendere svolgendo il mestiere più vecchio del mondo. Intanto Crocetta scopre che è la madre stessa ad alimentare di proposito le maldicenze nei suoi confronti, pur di tenerla legata a sé e decide quindi, dopo una furiosa litigata, di andarsene di casa. Il traghetto però è già partito, quando arriva in porto con la valigia ed allora, per far passare la notte, si nasconde nella grotta dove Rocco ricovera i suoi attrezzi. Poco dopo giungono nello stesso posto anche Gilda e Olivia, quest’ultima con l’intento di scoprire se e con chi Rocco consuma la sua infedeltà ed invece si trovano di fronte Crocetta. Alcuni rumori provenienti da una stanza attigua le portano però a scoprire che Rocco sta lavorando per cercare di nascondere soldi ed armi utilizzate per consumare alcune rapine prima di darsi alla fuga, dato che la polizia oramai è sulle sue tracce. La delusione di Olivia però è ancora più grande quando Rocco confessa di non provare alcun sentimento per lei ed anzi di averla usata solo come copertura. Impugnata una pistola dall’armamentario che lui stesso ha appena radunato sul tavolo, Olivia spara a Rocco e lo fa secco. Dopodiché, ancora scioccata per il gesto inaspettato ed istintivo, l’oramai giovane vedova si trova a condividere uno strano sodalizio con Gilda e Crocetta, soprattutto perché dentro una borsa c’è quasi un milione di euro che a questo punto, perché no, potrebbero dividersi. Nonostante le differenze caratteriali, morali e sociali, le tre compari s’accordano per far sparire il cadavere, s’impossessano del denaro e quindi tornano in paese come niente fosse. Poco dopo, proprio mentre stanno definendo i dettagli del piano in casa di Olivia, bussa alla porta l’ispettore Malachia con i suoi gendarmi, convinto di catturare Rocco. Sorpreso di trovarsi invece di fronte le tre donne, Malachia il quale conosce già Gilda per essere stato suo cliente, invero piuttosto scorretto, intuisce che c’è qualcosa di strano ed inizia ad indagare su di loro, sospettando che sappiano dove si nasconde il ricercato. E non è il solo d’altronde ad avere questa impressione, perché tre complici di Rocco, sorpresi quanto Malachia per la sua improvvisa irreperibilità, rapiscono le tre donne con un blitz, ma quando Crocetta è minacciata di essere violentata, per convincerla a rompere il muro di reticenza, Olivia tira fuori la pistola che ha conservato incoscientemente ma opportunamente nella sua borsetta e spara anche a loro, uccidendoli tutti, con sorprendente freddezza e poi, assieme alle due socie, inscena una sorta di regolamento di conti fra malviventi. Dietro un paio di binocoli qualcuno però le sta osservando da lontano. I colpi di scena, prima dell’inevitabile happy end, sono tutt’altro che esauriti. 

VALUTAZIONE: un piacevole mix di giallo e commedia, d’ambiente mediterraneo ma girato con uno stile spigliato ed una colonna sonora di stampo internazionale. Merito innanzitutto della giovane regista Giorgia Farina, la quale riesce miracolosamente a rimanere dentro i binari del cinema di costume nostrano esaltandone le ataviche contraddizioni di stampo sociale ed etico senza cadere nel deja vu. Cristiana Capotondi è bravissima nel ruolo della svampita che si trasforma in un killer infallibile. Un’opera godibile e divertente che non scivola mai nel volgare o nella facile retorica tipica del genere.                                                                                                                                                                                                               

Se qualcuno dovesse sostenere che esiste ancora il sesso debole, beh… vada a vedere questo film e poi, se proprio volesse conservare a tutti i costi la nota definizione, è molto probabile che sia costretto però ad invertire le parti. Giorgia Farina, ventisettenne esordiente, ma già pluripremiata in ambito cortometraggi, master in sceneggiatura alla Columbia University di New York, per la sua prima prova alla regia ha fatto affidamento su un’abbinata apparentemente contraddittoria: tradizione nostrana ed uno stile cinematografico a stelle e strisce, con risultati invero davvero curiosi e lusinghieri.

Amiche da Morire 08Protagoniste di ‘Amiche Da Morire’ sono tre donne, interpretate da altrettante affermate attrici nostrane: Claudia Gerini, Cristiana Capotondi e Sabrina Impacciatore. Caratterialmente molto diverse fra loro, Gilda, Olivia e Crocetta, anche nei nomi rispettivamente scelti dalla sceneggiatura (della stessa Farina e di Fabio Bonidacci) lasciano trasparire l’intenzione dell’autrice di ricorrere a toni differenti, fra il serio ed il faceto, come si dice, rispetto all’iconografia tipica di certo nostro cinema nostrano ambientato nel profondo sud.

Amiche da Morire 07Gilda infatti è anche il personaggio ed il titolo di un famosissimo film di Charles Vidor  interpretato da Rita Hayworth, mentre Olivia de Havilland è la celeberrima Melania di ‘Via Col Vento’. Se questi due nomi dovessimo considerarli non più che riferimenti casuali da parte dell’autrice (è palese infatti che non c’è un parallelismo diretto a livello narrativo e di contenuti con le opere appena citate e le loro protagoniste), se non altro essi non passano inosservati all’appassionato cinefilo il quale grazie ad essi può attingere a qualche reminiscenza, per così dire. Anche perché nel caso di Crocetta invece non c’è il minimo dubbio riguardo l’origine e persino la caratterizzazione del suo personaggio, almeno sino ad un certo punto della storia narrata.

Amiche da Morire 16Gilda e Crocetta infatti sono agli antipodi dello stereotipo femminile: la prima, a dire il vero, non è una donna del sud, ma da quando si è trasferita lì (invero per ragioni un po’ misteriose), vale a dire sul non identificato arcipelago siciliano nel quale è ambientato il film (in realtà la location è situata in Puglia), svolge una fiorente attività di escort, come si dice ora: disinibita, efficiente ed indifferente ad ogni critica. Le comari del posto, che pur guardano e giudicano secondo la mentalità tipica più retrograda, sono preoccupate per la tentazione che Gilda rappresenta per i loro mariti, più ancora che scandalizzate dalla sua presenza. Difatti Don Vincenzo, già piuttosto avanti negli anni, ci resta addirittura secco durante un amplesso, nonostante l’avesse fatto precedere da un’abbondante dose di peperoncino per non deludere, diceva lui stesso, la sua ‘masculinità’. Una sequenza che ricorda vagamente l’inizio di ‘Basic Instinct’, in senso ironico naturalmente, ma non sembri comunque un confronto impari quello fra Claudia Gerini e Sharon Stone…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

27/06/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘La Caduta Dei Giganti’

LA CADUTA DEI GIGANTI

La Caduta Dei GigantiDi Ken Follett

Anno Edizione 2010

Pagine 999

Costo € 25,00

Traduttori Adriana Colombo, Paola Frezza Pavese, Nicoletta Lamberti e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Cinque famiglie di differente origine e classe sociale (due inglesi, una tedesca, una russa ed una americana) incrociano le loro storie nell’arco narrativo di una dozzina d’anni, fra il 1911 ed il 1923-4, nel corso dei quali l’Europa è travolta dagli eventi che sfociano nella Prima Guerra Mondiale, la rivolta dei bolscevichi in Russia e l’affermazione del nazismo in Germania. Il conte Fitzherbert, la sorella Maud, Billy ed Ethel Williams, Walter von Ulrich, i fratelli Grigory e Lev Peskov ed infine Gus Dewar sono solo i principali fra decine di personaggi le cui vicende di fantasia si svolgono e procedono in parallelo a quelle già conosciute di re, zar, nobili, generali e statisti, i cui nomi riempiono i libri di storia e con le loro azioni hanno segnato i destini di milioni di persone. Un’epoca di grandi cambiamenti e contrasti sociali, culturali, razziali e politici, dei quali i protagonisti de ‘La Caduta Dei Giganti’ rappresentano una significativa sintesi.    

VALUTAZIONE: primo capitolo della trilogia sul novecento di Ken Follett. Mille pagine dentro le quali si trova tutto ciò che contraddistingue un grande romanzo: luoghi e fatti fra i più noti della storia, personaggi veramente esistiti che interagiscono con altri creati dallo scrittore inglese, analisi storica e dietrologia politica, mescolati a sentimenti semplici ed onnipresenti come amore, tradimento, gioia e dolore. Una lezione di prosa e talento narrativo da parte di un autore fra i più versatili e prestigiosi della letteratura moderna.                                                          

‘<Secondo me ci dovrebbe essere più gente pronta a sparare ai direttori dei giornali> replicò Maud allegra. <Forse la qualità dei quotidiani migliorerebbe>’. Senza arrivare a tali estremi, qualcosa di alternativo però si potrebbe supporre magari anche riguardo certi libri di storia scelti per le nostre scuole, fonte sicura di noia e disamore per la materia da parte della maggior parte degli studenti ed invece, non dico sostituirli in toto, ma se gli si affiancasse ad esempio un tomo come ‘La Caduta Dei Giganti’, ci sarebbero forse più probabilità che alcuni avvenimenti possano apparire perlomeno più interessanti, se non proprio appassionare i nostri ragazzi delle scuole superiori.

La caduta dei giganti 05L’impegno preso da Ken Follett di raccontare gli eventi caratterizzanti il secolo scorso suddividendoli in tre parti, delle quali l’opera in oggetto costituisce la prima, focalizzata sul significativo periodo fra il 1911 ed il 1924, rappresenta certamente una sfida coraggiosa, perché tutto si può dire, ad esempio, tranne che il contesto storico preso in esame sia una novità e che centinaia di storici ed esperti della materia non l’abbiano già analizzato sotto tutti i punti di vista. Eppure le mille pagine del romanzo, il cui volume ha uno spessore di circa dieci centimetri ed a prima vista è facile immaginare che possa spaventare molti fra i possibili lettori e probabilmente anche tanti fra i fedelissimi dello scrittore inglese, sin dai primi capitoli dimostra di avere invece le qualità per convincerne molti. Come certi oratori che hanno la capacità innata di tenere desta l’attenzione del pubblico anche quando l’argomento che trattano per sua natura non è particolarmente intrigante.

La caduta dei giganti 02Per riuscirci l’autore ha usato le armi proprie del narratore di razza, documentandosi innanzitutto riguardo la vasta e complessa materia, ma certo questo sforzo da solo non sarebbe bastato, perché al più saremmo in presenza dell’ennesima testimonianza riguardo temi già sviscerati appunto da numerosi altri, probabilmente anche più qualificati di lui. La molla per convincere la massa dei suoi lettori e fan’s ad acquistare il primo capitolo della trilogia non poteva che essere un’altra, non essendo neppure sufficiente l’ambizioso obiettivo (ammesso che l’autore, fra l’altro, de ‘La Cruna Dell’Ago’ se lo fosse mai posto) di rendere più popolari pagine di storia le quali, di per sé medesime, sarebbe facile supporre che terrebbero alla larga un’ampia percentuale di lettori. Quanti sarebbero infatti quelli disposti oggigiorno ad acquistare un libro così corposo e che narra ‘solo’ la storia d’Europa nel primo quarto del secolo scorso, ovvero più o meno cento anni fa?

La caduta dei giganti 03Ken Follett, il quale certamente non ha bisogno di lezioni da parte di nessuno riguardo la capacità di ambientare una storia nel passato dalla quale fare emergere valori universali e quindi tirare fuori dal cilindro un successo planetario, ha già sperimentato tale formula, decisamente apprezzata nei mirabili precedenti de ‘I Pilastri della Terra’ e ‘Mondo Senza Fine’ e, fatto suo il motto di origine sportiva che recita: ‘squadra che vince non si tocca’, ha scelto fra una lunghissima lista di personaggi di contorno, sei/sette protagonisti e li ha calati nelle vicende realmente accadute all’inizio del secolo scorso, dando vita ad un crescendo narrativo quanto mai coinvolgente. I quali protagonisti, in alcuni momenti, si trovano addirittura ad interagire con personaggi storici del calibro del presidente americano Woodrow Wilson, il Kaiser Guglielmo II o addirittura Lenin.

Un altro punto a favore de ‘La Caduta Dei Giganti’, che in questo caso però riguarda in particolare la sfera della credibilità, è rappresentato dal fatto che Follett evita accuratamente la retorica che di solito dipinge e qualifica vincenti e perdenti, suddividendoli automaticamente fra buoni e cattivi, ma anzi si è sforzato di presentare gli eventi da diversi punti di vista, ricorrendo ad una nutrita serie di esperti consulenti di varia nazionalità i quali hanno avuto l’incarico di analizzare e correggere la prima bozza del romanzo, laddove sussistevano imprecisioni e ridurre quindi il più possibile gli eventuali errori, incluse posizioni precostituite di parte, nazionalistiche o partitiche che fossero…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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14/06/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: ‘Venuto Al Mondo – extended version’

VENUTO AL MONDO

Venuto Al MondoTitolo Originale: Idem

 Nazione: Italia, Spagna, Croazia

Anno:  2012

Genere:  Drammatico

Durata:  225’  Regia: Sergio Castellitto

Cast: Penélope Cruz (Gemma), Emile Hirsch (Diego), Adnan Haskovic (Gojko), Pietro Castellitto (Pietro), Saadet Aksoy (Aska), Luca De Filippo (Armando), Vinicio Marchioni (Fabio), Jane Birkin (Psicologa), Sergio Castellitto (Giuliano), Mira Furlan (Velida), Jovan Divjak (Jovan), Branko Djuric (Dottore), Bruno Armando (Ginecologo), Isabelle Adriani (Giornalista), Luna Mijovic (Danka) 

TRAMA:.  Gemma nel 2009 è una donna matura, sposata con Giuliano e madre di Pietro. Un giorno riceve la telefonata di Gojko, un bosniaco che ha conosciuto anni addietro, il quale la invita a tornare a Sarajevo per partecipare ad una mostra che ricorda l’assedio di Sarajevo dei primi anni novanta e lei, dopo qualche titubanza, decide di partire accompagnata dal riluttante figlio. Tornare in quella città significa per lei rivedere luoghi e persone con le quali ha vissuto momenti straordinari in un passato non lontano e rivivere situazioni strazianti che l’hanno segnata indelebilmente. Gemma nel 1984 era una studentessa che si trovava a Sarajevo per completare la sua tesi di laurea su uno scrittore bosniaco. Gojko le aveva fatto da autista ed accompagnatore, facendole conoscere Diego con il quale era scoccato il classico colpo di fulmine dal quale è nata un’intensa storia d’amore. Gemma nel 1992 è tornata con Diego a Sarajevo, dopo aver vissuto assieme a Roma per qualche tempo, proprio mentre stava scoppiando la guerra che disintegrerà la nazione jugoslava e provocherà, assieme alla suddivisione in alcuni stati, innumerevoli lutti ed episodi di estrema violenza e brutalità. L’obiettivo di Gemma e Diego era quello di aiutare gli amici in un momento di grave difficoltà materiale e psicologica. Gemma nel frattempo aveva scoperto di essere sterile, ma non si era rassegnata al destino di non poter dare un figlio a Diego che lo desiderava profondamente. Piuttosto che correre il rischio di perdere il suo uomo, Gemma aveva accettato la proposta di Gojko di utilizzare una ragazza del posto, Aska, come incubatrice. Quest’ultima era disponibile ad assumersi tale ruolo in cambio del denaro per espatriare ed inseguire il sogno di diventare una star musicale. Una situazione di estrema frustrazione per Gemma che era stata apparentemente risolta con questo curioso escamotage. La guerra però aveva forzato la situazione. Aska aveva generato Pietro, ma quando Gemma si era imbarcata su un cargo per tornare in Italia con il bimbo appena nato, Diego con una scusa era rimasto a terra, oramai votato a dare il suo contributo come fotografo-reporter di quella guerra straziante. Convinta di essere stata raggirata, Gemma era tornata qualche tempo dopo a Sarajevo, dove aveva trovato una situazione ancora più grave di quella che aveva lasciato. Diego sembrava non amarla più e Gemma si era convinta che avesse una relazione con Aska. Tornata delusa in Italia, l’aveva raggiunta più tardi la notizia che Diego era morto in circostanze strane, cadendo da una roccia sul mare. Il ritorno di Gemma a Sarajevo nel 2009, non solo è l’occasione per mostrare a Pietro, al quale non ha mai raccontato la verità a proposito della sua nascita, i luoghi e le persone con le quali lei ha trascorso un periodo tragico ed esaltante al tempo stesso, ma è pure il momento di conoscere tutta la verità riguardo Diego ed Aska, grazie ancora una volta a Gojko, amico d’incrollabile e sincera fedeltà, ma anche grande regista di una storia vera. Al momento di far ritorno in Italia con la madre, Pietro, il quale più volte si era chiesto quale fosse il senso di quel viaggio, capisce di essersi arricchito con un’esperienza indimenticabile, che lo ripaga ampiamente della mancata vacanza in Sardegna con i suoi amici.  

VALUTAZIONE:. Un affresco di notevole intensità emotiva, non solo riguardo la storia di fantasia di Gemma, ma anche una toccante testimonianza sulle atrocità commesse durante la guerra dei Balcani di fine secolo scorso a Sarajevo, città che è stata vittima di inaudite e prolungate violenze. Una storia di amicizia, di desiderio di maternità e di grandi sintonie fra persone di cultura profondamente diversa, che gli eventi drammatici legano però fra loro indissolubilmente. Splendidamente diretta da Sergio Castellitto, ‘Venuto al Mondo’ è anche una notevole prova corale di un gruppo d’attori alle prese con personaggi che restano nella memoria. La serie TV, nonostante la lunghezza, rappresenta al meglio la trasposizione del celebre romanzo di Margaret Mazzantini, dal quale è tratta.  

Di ‘Venuto al Mondo’ esistono due versioni: un film di poco più di due ore di durata ed una versione ‘extended’ trasmessa in TV da Sky in cinque puntate di poco meno di quarantacinque/cinquanta minuti cadauna. Il commento in oggetto è riferito a quest’ultima e non avendo un riscontro diretto dell’opera ridotta, presentata al Festival di Toronto nel 2012, non posso sapere se mantiene appieno l’intensità e la consistenza del romanzo di Margaret Mazzantini dal quale è tratta, anche se ne dubito, le quali sono invece esaltate dalla Serie TV.

Venuto al Mondo 03Sergio Castellitto è il regista di ‘Venuto al Mondo’. Attore di notevole esperienza e caratura, come ‘director’ è alla sua quarta prova, la seconda nella quale traspone un romanzo della Mazzantini (che è sua moglie nella vita reale) ed anche nel precedente ‘Non Ti Muovere’ la protagonista era Penelope Cruz, premiata con il David di Donatello per la sua interpretazione, così come lo stesso Castellitto che è stato suo partner, mentre nel caso di quest’ultima opera egli per sé ha ritagliato soltanto un ruolo di contorno.

Venuto al Mondo 10‘Venuto al Mondo’ è un’opera che colpisce, indubbiamente. Innanzitutto l’ho vista per quattro quinti nella stessa serata, lasciando soltanto il finale, per raggiunto limite d’ora per così dire, il giorno seguente. Vale la pena davvero di seguirla tutta di seguito, se è possibile, perché non solo si riesce a coglierne l’intensità narrativa, ma le stesse puntate terminano in punti opportunamente scelti dalla produzione i quali, alla stregua di un giallo, suscitano la giusta dose di curiosità nello spettatore da indurlo ad andare avanti. Ognuna delle puntate è distinta da un sottotitolo che anticipa chiaramente il tema conduttore. Così la prima si chiama ‘Amore’, la seconda ‘Maternità, la terza ‘Guerra’, la quarta ‘Separazione’ e l’ultima ‘Pace’.

Venuto al Mondo 13Possiamo dividere l’opera in due tracce narrative che s’intersecano fra loro. La prima riguarda la storia personale di Gemma e di riflesso il figlio Pietro, da lei tanto desiderato e che ha avuto invece in circostanze molto particolari; una vicenda complessa, robusta e sofferta dal punto di vista umano e psicologico, che è frutto della fantasia della scrittrice, la quale ha partecipato a quattro mani, con il marito Castellitto stesso, alla stesura della sceneggiatura. La seconda traccia invece è rievocativa, con i protagonisti immersi (non semplicemente sullo sfondo quindi, come si dice di solito in questi casi) nel momento storico della disgregazione della nazione Jugoslava, avvenuta negli anni novanta e che il generale Tito, con pugno di ferro, era riuscito a mantenere unita dalla fine della seconda guerra mondiale. La morte di quest’ultimo nel 1980 e la caduta del muro di Berlino alla fine dello stesso decennio: evento epocale che ha provocato un effetto domino sul crollo delle dittature dell’est Europa sollevandole dal giogo dell’ex Unione Sovietica ed aprendo le loro frontiere al libero mercato ed al mondo occidentale, ha spinto le diverse etnie degli stati slavi a sposare l’indipendentismo, a partire dalla Slovenia, per proseguire con la Croazia, quindi la Bosnia. Oddio, alla luce dei recenti fatti in Ucraina, non sembra ancora concluso il processo di riequilibrio politico, geografico e militare dell’est europeo, ma se si considera il lungo isolamento, determinato dalla cosiddetta ‘cortina di ferro’ in atto sino alla fine degli anni ottanta, si capisce però che molti passi sono stati fatti nel frattempo, pur fra alcune ricadute e contraddizioni varie…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

18/05/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Henry Poole – Lassù Qualcuno Ti Ama’

HENRY POOLE – LASSU’ QUALCUNO TI AMA

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti AmaTitolo Originale: Henry Poole Is Here

 Nazione: USA

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata:  99’  Regia: Mark Pellington

Cast: Luke Wilson (Henry Poole), Radha Mitchell (Dawn), Adriana Barraza (Esperanza), George Lopez (Padre Salazar), Cheryl Hines (Meg), Richard Benjamin (Dr. Fancher), Morgan Lily (Millie Stupek) 

TRAMA:.  Henry Poole vive a Los Angeles ed è un quarantenne di bella presenza al quale è stata comunicata però una sentenza terribile: le analisi cui si è sottoposto hanno rivelato un’incurabile malattia degenerativa. Sconvolto, Henry decide di trascorrere in solitudine le ultime sei settimane di vita che gli sono state pronosticate, affittando una casa non distante da quella nella quale è nato e vissuto in gioventù. Una vicina di casa di origine messicana, Esperanza, lo accoglie a nome del quartiere presentandosi alla sua porta con un piatto di dolci. Poco dopo però la stessa donna scorge su una parete della casa rivolta verso il giardino interno quella che lei ritiene trattarsi un’immagine di Cristo ed essendo una cattolica fervente non esita a ritenerlo un miracolo. Henry invece è agnostico e teme che la scoperta, da lui considerata non più che pura suggestione, possa minare il suo desiderio di solitudine, perciò reagisce con fastidio cercando persino di cancellare l’immagine, ma senza successo. Di fianco alla sua casa vive una giovane donna, Dawn, con una bambina, Millie, la quale è muta da quando il padre se n’è andato e da allora ha la mania di andare in giro con un microfono ed un mangianastri sul quale registra le conversazioni delle persone intorno a lei. Millie è incuriosita dalla presenza di Henry ed è anche attratta dall’immagine sulla parete, sulla quale improvvisamente iniziano ad affiorare delle gocce rosse come il sangue. Henry è sempre più nervoso per l’invasione nella sua privacy da parte di Esperanza, la quale non esita a spargere la voce ad altri fedeli, persino un prete, al quale chiede di far analizzare quelle gocce di sangue presunto, trasformando quindi l’immagine in un sorta di simulacro. Una notte Millie viene trovata dalla madre come se fosse in trance, immobile davanti alla contestata parete e con una mano appoggiata sulla raffigurazione del Cristo, il cui effetto è il recupero dell’uso della parola. Henry, nonostante ciò, continua ad essere scettico, ma il miracoloso risultato sulla piccola lo avvicina sia a lei che alla madre, alla quale confida infine il suo destino. Millie registra la conversazione della coppia durante una cena a lume di candela in giardino e ricade nel suo mutismo. Henry, amareggiato e confuso, ripercorre alcuni luoghi della sua infanzia e quando torna a casa trova il suo giardino invaso da numerose persone in adorazione dell’immagine sulla parete. Frustrato ed irritato, egli reagisce malamente, demolendo la stessa parete con una mazza, fra lo sbigottimento e la disapprovazione dei presenti, provocando un crollo strutturale di quella parte dell’abitazione che travolge lui stesso. Il risveglio in ospedale è però sorprendente ed illuminante.  

VALUTAZIONE: un’opera che scava fra le pieghe degli eventi miracolosi, razionalmente spiegabili soltanto con un atto di fede e traccia un confronto con la dura realtà e la solitudine di un uomo ancora giovane che sta per morire a causa di una spietata malattia. Il film di Mark Pellington viaggia su un doppio binario esistenziale, che tende ad intersecarsi però più volte. Un’opera comunque interessante che solo nella parte finale cede a qualche tentazione consolatoria ed al sentimentalismo.                                                                                                                                                                                    

Cosa c’è di più lontano e vicino al tempo stesso della spietata e palpabile concretezza di una malattia incurabile messa in rapporto con un fenomeno miracoloso che si giustifica solo con un atto di fede, per sua natura irrazionale? Eppure, le cronache religiose mostrano spesso migliaia di pellegrini che ogni anno si recano in alcune località di culto nella speranza di propiziare una guarigione per se stesse o i propri cari, ritenuta oramai impossibile dalle cure della medicina tradizionale. Ed a volte succede davvero: miracolo, casualità oppure si tratta soltanto della legge dei grandi numeri?

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 03Non vorrei però che il lettore già da queste poche parole introduttive si facesse l’idea sbagliata sul film in oggetto, il cui titolo  ‘Henry Poole Is Here’ è molto più pertinente in originale rispetto al suffisso appioppato dalla distribuzione nella versione nostrana. Non si tratta infatti di un film angosciante, come forse lascerebbe supporre l’accenno alla morte prossima di un uomo intorno alla quarantina d’anni, robusto e di bell’aspetto, ancora decisamente aitante. Non è così, o perlomeno, il regista Mark Pellington non ha l’intenzione di limitarsi a raccontare una vicenda che affronta, pur con delicatezza e senza intento speculativo, due situazioni limite che si trovano improvvisamente e casualmente (?), intrecciate fra loro: la cruda concretezza della realtà che si confronta con l’insondabile potere della fede che trasforma in positivo ciò che sembra razionalmente senza speranza.

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 02L’opera del regista americano, più noto agli addetti ai lavori per aver realizzato video musicali di alcuni gruppi famosi come U2 e Pearl Jam ad esempio, in realtà svela un po’ per volta il suo vero intento, che è metaforico, utilizzando una storia in fondo banale, pur nella drammaticità dei fatti che riguardano il protagonista. Personalmente mi ha persino ricordato, per certi versi, il film di Harold Ramis ‘Ricomincio Da Capo’, interpretato da un irresistibile Bill Murray, seppure il genere in quel caso era completamente diverso, ovvero satirico e grottesco, con numerose puntate nel comico. In quell’opera un uomo cinico e pieno di sé, meteorologo di mestiere, si trovava a rivivere continuamente gli eventi di una giornata, un servizio TV con le rituali previsioni sull’imminente inverno dettate della manifestazione pubblica denominata ‘il giorno della marmotta’, sinché provato da quel sortilegio apparentemente bloccato in una sorta di ‘loop’, riusciva finalmente a sciogliere il sortilegio quando scopriva le sottili e preziose corde della sensibilità umana nei confronti del prossimo, che gli erano sconosciute in precedenza, conquistando infine la bellissima Andy McDowell, la quale era abituata da tempo a frequentarlo come collega di lavoro ed a misurarne il cinismo, l’arroganza e l’antipatia.

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 06Nel caso di Henry Poole, interpretato con intensità da Luke Wilson, la situazione è ben più seria: c’è di mezzo una malattia che non lascia scampo e la convinzione del protagonista che non ci sia oramai altra conclusione che quella di rassegnarsi ed attendere la fine in una dignitosa solitudine, fra i luoghi ed i ricordi d’infanzia. Lui d’altronde è sempre stato un uomo razionale e concreto; se non proprio ateo, è certamente agnostico e quindi non l’ha neppure sfiorato l’idea di attaccarsi a qualche illusoria e flebile speranza su una cura miracolosa, oppure di aggrapparsi semplicemente e disperatamente alla forza consolatoria della fede.

Henry avrebbe voluto affittare la casa dov’è nato e cresciuto, ma non essendo disponibile, s’è accontentato di un’abitazione vicina. E non è stato neppure a trattare sul prezzo con l’agenzia che gliel’ha proposta e presentata, al punto che l’addetta incaricata, stupita dalla sua arrendevolezza, ha provato persino a metterlo in guardia su alcuni difetti evidenti della casa, per ottenere uno sconto, ma invano. A Henry hanno detto che gli restano più o meno sei settimane di vita e non gliene può fregare di meno di questi particolari che sarebbero semmai utili a chi dovesse soggiornarvi più a lungo e soprattutto potesse ragionare su una prospettiva di vita di più lungo termine…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/05/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Paris-Manhattan’

PARIS-MANHATTAN

Paris-ManhattanTitolo Originale: idem

 Nazione: Francia

Anno:  2012

Genere:  Commedia

Durata:  77’  Regia: Sophie Lellouche

Cast: Alice Taglioni (Alice), Patrick Bruel (Victor), Marine Delterne (Hélène), Louis-Do de Lencquesaing (Pierre), Michelle Aumont (La pére), Marie-Christine Adam (Nicole), Yannick Soulier (Vincent), Margaux Chatelier (Laura), Arséne Mosca (Arthur), Woody Allen (se stesso) 

TRAMA: Alice è la secondogenita di un farmacista ebreo parigino, fissata con Woody Allen, del quale ha un poster appeso alla parete della camera e con il quale dialoga come se fosse realmente presente, confidandogli i fatti della sua vita e contando su qualche ispirazione dell’ironico e perspicace regista ed attore. I suoi genitori e la sorella, già felicemente sposata e madre di un’adolescente, vorrebbero che Alice trovasse la sua anima gemella, ma lei invece, che pure non manca di presenza, non cura la sua immagine e sembra un po’ un maschiaccio, di quelli che rifuggono le formalità e non frenano neppure la lingua in certe occasioni. Soprattutto se gli toccano l’adorato Woody Allen, del quale conserva tutti i DVD e li presta ad amici, conoscenti e persino estranei, come se fossero più efficaci dei medicinali che serve al banco della farmacia. La sorella Hèléne ed il marito in più occasioni organizzano incontri galanti per Alice, la quale si considera anche un po’ sfortunata, ma di sicuro non ha ancora incontrato l’uomo capace di farle girare la testa. Il padre a sua volta ha una paranoia per i ladri ed i rapinatori e così sia in casa che nella farmacia ha fatto installare dei sofisticati sistemi di allarme costruiti dal geniale Victor, un tecnico specializzato di una piccola azienda d’elettronica: discreto, capace e tuttora scapolo, con una grave lacuna, non conosce Woody Allen. Quando il padre lascia la responsabilità della farmacia ad Alice, i contatti fra lei e Victor si fanno più frequenti e fra loro subentra una certa confidenza e complicità, come fra due amici. Alice infatti dal punto di vista sentimentale sembra avere trovato il tipo giusto in Vincent: bello, volitivo ed appassionato a sua volta di Woody Allen e della musica di Cole Porter, se non fosse che solo dopo un po’ di tempo scopre che è già sposato. La sorella intanto teme che la figlia adolescente, alle prese con il primo amore serio, un ragazzo benestante, possa compiere qualche sciocchezza ed allora chiede ad Alice di accompagnarla per spiare la coppia durante un’uscita notturna. Victor invece, mentre sta lavorando al sistema antifurto di un hotel, scorge per caso il marito di Hélène in compagnia di una prostituta e subito avvisa Alice. Assieme indagano sulla doppia vita del cognato, scoprendo però una verità ancora più sconvolgente. La complicità sempre più stretta fra Alice e Victor cambia anche i loro rapporti e se lui un pensierino ce l’aveva già fatto da tempo, lei appare ancora un po’ incerta verso quest’uomo certamente amabile, simpatico ed intelligente, del quale però non è ancora innamorata. A risolvere ogni dubbio interviene ancora una volta Woody Allen, stavolta in carne ed ossa, quando Victor lo incontra davvero nello stesso hotel, dal quale la star del cinema sta partendo dopo un breve soggiorno. Avvertita immediatamente Alice, perché non si faccia sfuggire l’occasione d’incontrare almeno una volta di persona il suo idolo, Victor cerca di trattenerlo, lusingandolo nel descrivergli la particolare venerazione della sua fan. Quando sembra che Alice sia arrivata comunque troppo tardi all’appuntamento, il sogno invece s’avvera ed il noto regista ed attore le da un ultimo prezioso suggerimento, prima di andarsene. L’amore a questo punto non ha più bisogno di un poster appeso alla parete.    

VALUTAZIONE: una commedia fresca e leggera, abbastanza corta da non tediare e discretamente simpatica senza scadere nella melassa del più ovvio romanticismo, anche se la conclusione diventa ben presto chiara e scontata. L’esordiente regista Sophie Lellouche cerca di emulare i toni e lo stile dell’amato Woody Allen con risultati alterni.                                                                                                                                                                                                

Ci sono film che si vedono per scelta ed altri ai quali si arriva invece quasi per caso: ‘Paris-Manhattan’ appartiene a questa seconda categoria, ovvero quel genere di film che si scopre facendo ‘zapping’ con il telecomando e sfogliando l’offerta proposta dalle pay-tv. A volte poi, pur senza gridare al miracolo, se ne apprezza il tratto leggero, quasi evanescente, ma non per questo disdicevole o inutile. Al termine, se non altro, resta la sensazione di aver trascorso più o meno piacevolmente un’ora e dieci minuti circa, come in questo caso, senza grandi aspettative, ma neanche delusioni e persino ben disposti a chiudere un occhio su alcuni limiti.

Paris-Manhattan 05Le ultime vicende della cronaca familiare di Woody Allen non volgono certo a migliorarne l’immagine pubblica, ma resta il fatto che rimane un grande regista ed attore, con una credibilità immutata per i molti fan’s che lo adorano anche per alcune argute battute, delle quali esistono vere e proprie raccolte, sia su Internet che in libreria. Anche se esulano, sino ad un certo punto però, dal contesto del film in oggetto, eccone due o tre prese a campione, tanto per far intendere il personaggio a chi non lo conoscesse: ‘…Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile…‘; oppure: ‘…Il ballo è una manifestazione verticale di un desiderio orizzontale…‘ ed infine: ‘…Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora…‘.

Paris-Manhattan 02Alice, da quando in età adolescenziale ha visto un film di Woody Allen, ne è rimasta talmente fulminata che lo ha eletto a suo totem psicologico, raffigurato in un poster che campeggia in bella mostra nella sua casa da single, essendo quasi giunta alla soglia del comune significato che si da al termine zitella. Ed in effetti qualche tratto riconoscibile d’appartenenza alla categoria ce l’ha: ad esempio i genitori, la sorella ed il marito non perdono occasione per proporle qualche pretendente, anche se a lei non gliene va bene uno, considerandosi poi soltanto sfortunata; non si trattiene dall’esprimersi con battute acide, fregandosene poi delle conseguenze, come le rinfaccia la sorella stessa e poi ha questa fissa per Woody Allen con il quale dialoga virtualmente. A sentirla parlare da sola, rivolgendosi a quell’immagine appesa al muro, qualcuno potrebbe anche pensare che sia un po’ fuori di testa o che abbia raggiunto, già con largo anticipo, problematiche tipiche semmai dell’età senile. Quello che lei considera il suo mito, d’altronde le risponde con battute tratte dai suoi film.

Paris-Manhattan 13Ed invece Alice sarebbe ancora eccome in età da marito e, visto che nella realtà l’attrice che la interpreta (Alice Taglioni) annovera nel suo palmarès anche un titolo di Miss Corsica (nome e cognome sono di chiara origine italiana), non le manca proprio nulla per fare colpo. Certo lei non fa niente per favorire l’approccio del possibile corteggiatore: per cominciare deve piacergli Woody Allen e le sue opere (e ridagli!), poi lei per prima dovrebbe indossare abiti che mettano meglio in risalto la sua figura, anziché giacche e pantaloni da maschiaccio impertinente ed infine dovrebbe essere più socievole quando qualcuno si offre di accompagnarla, come Victor ad esempio, il quale non sarà magari un Adone, ma è gentile, con la battuta facile e sicuramente intelligente, visto che produce apprezzati impianti d’allarme ed è un fornitore stimato del padre della ragazza, il quale ha la psicosi dei ladri e dei furfanti sia in casa che nella farmacia di sua proprietà, dove lavora pure Alice… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

10/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Lost In Translation’

LOST IN TRANSLATION

Lost In TranslationTitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2003

Genere:  Commedia

Durata:  102’  Regia: Sofia Coppola

Cast: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Fumihiro Hayashi (Charlie Brown), Akiro Takeshita (Ms. Kawasaki), Francois Du Bois (pianista), Takashi Fujii (presentatore TV), Kunichi Nomura (Kun), Akira (Hans), Hiromix (se stessa) 

TRAMA: Bob Harris è una stella del cinema in declino il quale sfrutta la coda della sua popolarità facendo pubblicità ad un marchio di whiskey a Tokyo. Il ricco contratto che gli è stato assicurato vale la noia della partecipazione ad alcune sedute fotografiche e spot televisivi, seppure non capisce una parola di giapponese e tanto meno la loro cultura e tradizioni. A casa la moglie ed i figli sono abituati alla sua lontananza ed anche le telefonate fra loro sono sbrigative e scontate. Così egli passa gran parte dei tempi morti, fra una prova e l’altra, ad annoiarsi nella camera dell’hotel, contando i giorni mancanti alla fine del lavoro. Di notte frequenta spesso il piano bar della stessa struttura che resta sempre aperto; egli infatti ha anche problemi d’insonnia causati dal jet lag, ovvero il diverso fuso orario rispetto al paese di provenienza. Charlotte è invece la giovane e bella moglie di un fotografo americano ambizioso e super impegnato, il quale però la trascura, lasciandola spesso sola, preferendo correre dietro al successo che sembra sorridergli nella terra del Sol Levante. Anche lei, fresca di laurea in filosofia ma ancora senza lavoro, passa molto tempo in hotel tediandosi a guardare i programmi TV; telefonando a casa oppure provando ad immergersi, in cerca di distrazioni, dentro il formicaio di persone che popolano le strade della capitale giapponese. La notte, mentre il marito russa, spesso resta sveglia ed il piano bar diventa perciò anche per lei un rifugio ed una distrazione. L’incontro fra Bob e Charlotte è perciò facilitato ma fra loro non nasce un’intesa che scaturisce da un senso di rivalsa o dalla ricerca di nuove emozioni che sfociano poi di solito nel tradimento dei rispettivi partner, quanto semmai un feeling determinato da un ‘comun sentire’ e dalla scoperta di provare le stesse sensazioni di disagio e solitudine, nonostante la sensibile differenza d’età che c’è fra loro. Nei giorni successivi s’incontrano spesso e maturano una sempre maggiore confidenza. Quando il marito di Charlotte parte per un impegno improvviso fuori Tokyo, si ritrovano a passare molto tempo assieme e frequentare altre persone che la giovane ha conosciuto nel frattempo nell’ambiente dei fotografi, dalle quali ne consegue un’altra conferma che le luci, la vita frenetica e le follie notturne della metropoli nipponica non fanno per loro. Bob è arrivato alla conclusione del periodo relativo all’accordo pubblicitario ma decide di accettare la partecipazione ad un programma televisivo, che aveva rifiutato in precedenza, pur di restare ancora qualche giorno in Giappone, nel mentre che Charlotte è andata in visita turistica a Kyoto. La notte precedente il ritorno di quest’ultima, Bob beve un bicchiere di troppo nel solito piano bar dell’hotel e finisce a letto con la cantante. Al risveglio nella sua camera egli fatica a realizzare quello che è accaduto, ma viene sorpreso da Charlotte in compagnia della sua amante. I loro rapporti si raffreddano e il pranzo successivo che consumano comunque assieme si svolge nel silenzio ed imbarazzo reciproco. Bob annuncia quindi a Charlotte che l’indomani ha deciso di tornare a casa. La sera si ritrovano ancora al piano bar ed i loro sguardi testimoniano, più di qualunque parola, la magica intesa che comunque si è creata fra loro nel frattempo. Bob non è più sicuro di voler partire e Charlotte vorrebbe che restasse. Il finale è tenero e sospeso, più vicino ad un arrivederci, piuttosto che ad un addio.

VALUTAZIONE:  Sofia Coppola evita i rischi narrativi più scontati e banali di una storia che coinvolge un uomo maturo ed un giovane donna, entrambi sposati ma in crisi d’identità. In una metropoli dominata da uno sfrenato consumismo e da un caleidoscopio di luci, per ritrovare se stessi può anche bastare l’empatia di uno sguardo nel piano bar di un hotel o trovare qualcuno disposto semplicemente al dialogo. Il finale di questa storia minimale è tutt’altro che scontato.                                                                                                                                                                              

Quando si dice che ‘buon sangue non mente’ un’ulteriore conferma la si trova in Sofia Coppola, figlia quarantatreenne dell’autore di pietre miliari come ‘Apocalypse Now’ e ‘Il Padrino’, la quale circa una dozzina d’anni fa ha girato quest’opera di sorprendente maturità per una regista soltanto alla seconda prova dietro la macchina da presa, dopo l’esordio in sordina con ‘Il Giardino Delle Vergini Suicide’ ed un paio di cortometraggi.

Lost in Translation 01Non sorprende più di tanto quindi l’Oscar assegnato alla sceneggiatura originale che Sofia stessa ha scritto, la quale ne ha anche diretto la trasposizione sul grande schermo con leggerezza, sicurezza ed inventiva, smontando con elegante naturalezza i cardini del genere di appartenenza con una storia che sonda i meandri della solitudine di un uomo e una donna, di nazionalità americana, i quali si conoscono a Tokyo, una metropoli che pure conta oltre tredici milioni di abitanti. La figlia di Francis Ford Coppola però ha mescolato le carte, ad iniziare dal titolo, ‘Lost in Translation’, al quale la distribuzione italiana ha avuto il ‘coraggio’ di aggiungere come suffisso… ‘L’amore tradotto’, insomma qualcosa che fa gridare vendetta. Nemmeno un traduttore automatico, di quelli che si trovano facilmente in Internet, sarebbe stato capace infatti di arrivare a tanto e se solo fosse stata utilizzata la versione letterale, ‘Persi nella Traduzione’, sarebbe stata sicuramente meglio, seppure anch’essa non avrebbe certamente espresso la sottile ambiguità, provocazione o metafora che dir si voglia, contenuta nel titolo originale. 

Lost in Translation 12Il significato di ‘Lost in Translation’ potrebbe far pensare, in prima ipotesi, alle difficoltà di comprensione che provano i due protagonisti, Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson), i quali sono giunti, ognuno per suo conto e per ragioni diverse da quelle meramente turistiche, quando ancora erano sconosciuti, in un paese molto diverso per lingua e cultura come il Giappone. Scavando appena più a fondo nelle loro vicende personali si scopre però ben presto che entrambi non s’intendono più nemmeno con i rispettivi coniugi e le incomprensioni in questo caso non sono certamente linguistiche. Andando ancora più in profondità infine si comprende che, sia Bill che Charlotte attraversano una delicata fase esistenziale, ovvero, per rimanere ancorati al titolo un’altra volta, essi hanno difficoltà nel tradurre e dare un senso alle loro vite, sia per motivi d’età che di ruolo. Charlotte, pur essendo una donna molto bella e sposata da soli due anni con un fotografo di successo (ecco la ragione per cui si trova con lui a Tokyo) si sente sempre più sola perché il marito è tutto preso dalla carriera e troppo spesso l’abbandona per lunghe ore o addirittura per giorni interi, correndo dietro ai molteplici appuntamenti. Pur essendo laureata in filosofia, Charlotte non ha ancora un lavoro e questo non fa altro che aumentare la sua frustrazione ed il senso d’inutilità.

Lost in Translation 07Non è in una situazione migliore Bob, seppure al contrario dovrebbe sentirsi gratificato per essere stato invitato in Giappone, dove la sua immagine vale ancora un contratto milionario, per girare uno spot pubblicitario e scattare qualche foto, le cui gigantografie appaiono con sorprendente tempestività in bella mostra lungo le strade della capitale giapponese. Per uno che è oramai al tramonto della carriera attoriale, questo contratto è ‘grasso che cola’, come si dice in questi casi, nonostante egli non capisca un accidente di quello che gli viene detto durante le sedute sul set e molto poco gli interessa pure approfondire culturalmente il confronto con una civiltà tanto diversa dalla sua d’origine. Quando telefona a casa dove la moglie ed i figli, anche per via del fuso orario, hanno abitudini ed esigenze molto differenti dalle sue, i discorsi sono di disarmante routine e spesso le conversazioni finiscono per esaurirsi velocemente per mancanza d’argomenti, passando direttamente agli scontati saluti, come afferma lui stesso: ‘…se sei un attore cinematografico, sei sempre via da casa. Guardatemi ora, per esempio. Sei rinchiuso in un hotel, a migliaia di chilometri da casa, in un fuso orario del tutto diverso, e non vi è nulla di attraente in ciò. Non riesci a dormire, accendi la televisione nel mezzo della notte e non riesci a capire una parola di quello che dicono, e telefoni a casa, il che non ti dà il minimo conforto…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Host’

THE HOST

The HostTitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2013

Genere:  Fantascienza, Thriller

Durata:  125’  Regia: Andrew Niccol

Cast: Saoirse Ronan (Melanie Stryder/Viandante/Wanda), Jake Abel (Ian O’Shea), Max Irons (Jared Howe), Diane Kruger (Terra, la Cercatrice), William Hurt (Jeb Stryder), Chandler Canterbury (Jamie Stryder), Boyd Holbrook (Kyle O’Shea), Frances Fisher (Maggie Stryder), Marcus Lyle Brown (guaritore Fords), Scott Lawrence (Doc), Lee Hardee (Aaron), Mustafa Harris (Brandt), Stephen Rider (cercatore Reed) 

TRAMA: Il pianeta Terra sembra aver raggiunto l’armonia da sempre agognata fra l’ambiente e gli esseri viventi che lo abitano. Non c’è inquinamento, né guerre o episodi criminosi causati da furti, violenza ed atteggiamenti disonesti, come avveniva invece quando la razza dominante era quella umana. Il mondo infatti è dominato dagli alieni, i quali stanno colonizzando i corpi degli umani. L’unica evidente differenza esteriore, ad ‘impianto’ avvenuto, è relativa agli occhi, che sono tutti uguali, fosforescenti ed azzurri. L’opera di colonizzazione tuttavia non è stata ancora completata del tutto ed alcune sacche di resistenza umana sopravvivono ancora. Melanie ha un duplice obiettivo: portare in salvo se stessa ed il fratellino Jamie, ma una volta localizzata preferisce nascondere lui e poi gettarsi nel vuoto dall’ultimo piano di un palazzo. Non muore però nonostante il volo e così la sua Cercatrice, che ha il compito di trovare altri umani da colonizzare, l’affida ad un Guaritore che le impianta nel corpo l’anima di Viandante, un’aliena che nel corso di oltre mille anni ha già partecipato ad analoghe operazioni in una dozzina di pianeti. Melanie è però ancora dentro quello che è stato sino a poco prima il suo corpo ed ora invece la imprigiona, essendo alla mercè della sua ospite, ma come capita di rado dopo l’intervento è in grado ancora di interagire con essa attraverso la mente. Viandante collabora con la Cercatrice, leggendo la memoria di Melanie allo scopo di raccogliere informazioni riguardo le sue origini e scoprire dove si nascondono gli umani che fanno parte della sua cerchia di parenti ed amici. Melanie cerca di opporsi, ma non abbastanza da impedire a Viandante di rivivere alcuni momenti del suo passato recente, incluse emozioni sconosciute per gli alieni come quelle di provare affetto e desiderio per un’altra persona, sino al contatto fisico, ad esempio, di un bacio sulla bocca che scatena pulsioni intime del tutto nuove e sconvolgenti per Viandante. Al tempo stesso Melanie tenta di convincere la sua ospite che è atroce quello che sta cercando d’imporre la Cercatrice ed un po’ per volta la persuade ad essere reticente di fronte alle sue domande insistenti. Quando la Cercatrice se ne accorge però, decide di espiantare l’anima di Viandante dal corpo di Melanie per prendere il suo posto, ma la notte precedente l’intervento quest’ultima spinge la sua ospite a fuggire con l’intenzione di raggiungere il Guaritore per chiedere il suo aiuto. In realtà la guida verso una zona desertica dove lei ed il fratellino avevano l’obiettivo di dirigersi. Resasi conto dell’inganno Viandante tenta di tornare indietro, ma la reazione di Melanie fa sbandare l’auto che sta guidando, la quale finisce fuori strada danneggiandosi irrimediabilmente. Confusa ed un po’ malconcia, all’aliena non resta che assecondare Melanie e dopo una lunga marcia nel deserto si ritrova disidratata sotto un albero solitario che garantisce un po’ d’ombra, dove viene rinvenuta priva di sensi ed oramai allo stremo delle forze dallo zio Jeb, convinto che Melanie sia riuscita finalmente a raggiungerlo. Quando però scopre che la nipote è stata colonizzata, a fatica riesce ad impedire che gli altri componenti del suo gruppo, incluso Jared, con il quale la ragazza ha vissuto un periodo felice poco prima della cattura, l’uccidano. Nonostante l’opposizione di molti, Viandante viene condotta bendata nel loro nascondiglio che si trova dentro le viscere di una montagna dove la colonia di umani riesce a sopravvivere grazie ad un ingegnoso sistema di specchi che garantisce loro la luce necessaria per coltivare persino il grano e l’acqua calda di un vulcano sotterraneo fornisce loro l’energia ed il calore utile per sopravvivere. Trattata da tutti come se fosse un mostro, tranne Jeb, un giovane di nome Ian ed il fratellino Jamie, per evitare di essere uccisa Viandante, nel frattempo ribattezzata Wanda da Jeb, rivela che Melanie vive ancora dentro il suo corpo e ne da conferma fornendo alcune prove tangibili, così che l’ostilità nei suoi confronti diminuisce ed un po’ per volta s’integra nella comunità, partecipando anche ai lavori manuali. La Cercatrice però è sulle sue tracce e la scoperta che in una improvvisata sala operatoria gli umani della colonia compiono atti di vendetta nei confronti degli alieni che catturano, sconvolge Wanda. C’è ancora molta strada da percorrere prima che quel corpo diviso fra due anime dapprima ostili e poi alleate possa completare il suo destino.     

VALUTAZIONE: tratto dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer, ‘The Host’ è un film di fantascienza originale ed intrigante nella prima parte, decisamente al di sopra della media del genere di appartenenza, che in seguito però scivola in un cliché romantico dal quale l’autrice, nota per aver scritto la saga di ‘Twilight’, evidentemente non riesce a smarcarsi. Il finale poi è decisamente fiacco ed arrangiato. Il regista e sceneggiatore Andrew Niccol fa del suo meglio per evitare di cadere nella trappola del film di stampo adolescenziale. Una piacevole sorpresa dalla protagonista femminile  Saoirse Ronan.                                                                                                                                                                                                               

‘L’Ospite’ è un romanzo scritto da Stephenie Meyer nel 2008, subito dopo la fortunata serie di ‘Twilight’. Da allora, se si esclude un breve racconto (‘Ballo Infernale’) all’interno della raccolta ‘Danze dall’Inferno’ assieme ad altri quattro autori, non è uscito più nulla a suo nome. Dopo la scorpacciata di successo e le royalties ottenute con la saga incentrata sulla coppia Bella ed il vampiro Edward, con ‘The Host’ la scrittrice americana probabilmente puntava ad aprire un nuovo ciclo, virando dall’horror-fantastico alla fantascienza pura, ma il fatto che è rimasto un episodio a sé stante, la dice lunga sul risultato inaspettatamente deludente che ha ottenuto presso il pubblico.

The Host 03E dire che quando lessi questo racconto a suo tempo ne ricavai l’impressione che si trattasse di una prova di maturità da parte della sua autrice, persino superiore perlomeno ai tre episodi successivi al primo della serie ‘Twilight’ ed apprezzai persino il tentativo della Meyer di smarcarsi dallo stereotipo romantico-vampiresco da lei medesima creato. Vedendo ora la trasposizione sul grande schermo di ‘The Host’, mentre il ricordo della versione scritta è un po’ sfumato nel frattempo, dato che la scrittrice è citata nei ‘credits’ come soggettista, presumo che l’adattamento non si discosti eccessivamente dall’originale.

The Host 11L’opera, sceneggiata e diretta da Andrew Niccol (già autore di ‘In Time’ e ‘Gattaca’, fra l’altro), è a sua volta contraddittoria nei risultati. Ad una prima parte originale, allettante e decisamente riuscita, ne segue infatti una seconda purtroppo in tono minore, ma più per limiti di sceneggiatura che di regia, la quale invece cerca di nascondere il più possibile la deriva narrativa nella quale precipita, perdendo palesemente e progressivamente vigoria, dopo aver esaurito la vena d’inventiva iniziale, per scivolare in una storia dai tratti romantici più ovvi la quale ricorda, seppure alla lontana, quella che ha visto protagonisti sullo schermo la coppia costituita da Kristen Stewart e Robert Pattinson, la quale tanto consenso ha ottenuto soprattutto dal pubblico degli adolescenti.

The Host 20Peccato davvero, perché per quasi un’ora tutti i pregi di quello che possiamo definire il ‘castello narrativo’ di ‘The Host’ rendono quest’opera curiosa ed interessante. Non è una novità quella relativa alla colonizzazione degli umani da parte degli alieni, intendiamoci. Già Don Siegel nel 1956 aveva realizzato un film che è diventato un ‘cult’ per gli appassionati del genere, ovvero ‘L’Invasione Degli Ultracorpi’, cui è seguita una serie di remake’s che però non hanno mai neppure sfiorato l’efficacia dell’originale. E’ anche vero che in quel caso, più che un ‘impianto’ di alieni nei corpi degli umani, avveniva una vera e propria clonazione, come succede per le piante che da una talea sviluppano una copia geneticamente identica della prima. Ma mentre nel caso dei vegetali la prassi abituale non determina la morte del ‘donatore’, nel film di Siegel a clonazione avvenuta l’umano muore per lasciare il posto alla sua copia perfetta, depurata però di ogni sentimento e sensazione… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

03/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Inferno’

INFERNO

InfernoDi Dan Brown

Anno Edizione 2013

Pagine 522

Costo € 25,00

Traduttori: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Robert Langdon, esperto di simbologia ed insegnante d’iconologia religiosa all’università di Harvard, rinviene in un letto d’ospedale con un ferita alla testa e senza ricordare assolutamente la ragione per cui si trova a Firenze. In compenso rivive spesso lo stesso incubo: una donna con il viso coperto da un velo la quale, posta sulla sponda opposta di un fiume disseminato da una moltitudine di corpi straziati, gli sussurra: ‘cerca e troverai’. La dottoressa Sienna Brooks è riuscita a scambiare solo qualche parola con Langdon prima che irrompesse nell’ospedale un’altra donna armata e spietata, inviata sulle tracce del professore da un oscuro personaggio che si fa chiamare ‘Il Rettore’, il quale vive a bordo di una misteriosa e super tecnologica imbarcazione di nome ‘Mendacium’. Vayentha, questo il suo nome, dopo aver sparato a bruciapelo ad un medico, si dirige proprio verso la camera dov’è ricoverato Robert. Grazie alla prontezza ed allo spirito d’iniziativa di Sienna, il professore riesce a fuggire assieme a lei dalle scale di sicurezza e quindi a prendere al volo un taxi, evitando per un pelo i colpi che Vayentha spara nella sua direzione. Nel modesto appartamento in affitto della dottoressa, Langdon scopre che dentro la sua preziosa giacca di Harris Tweed, che Sienna ha avuto l’accortezza di portare con sé durante la fuga, è stato cucito uno strano involucro il quale, se viene scosso, proietta l’immagine di un celebre dipinto di Botticelli che rappresenta le bolge dell’Inferno di Dante Alighieri. Langdon scopre inoltre che la dottoressa è una ex bambina prodigio. Non ricordando nulla di quello che è successo nei giorni precedenti, il professore cerca di mettersi in contatto con il consolato USA e l’addetto gli risponde di non muoversi da lì poiché presto invierà qualcuno in suo soccorso. Quando però Robert vede arrivare sulla strada sottostante una pattuglia armata, capisce che anche le loro intenzioni non sono amichevoli ed allora,  grazie ancora all’abilità di Sienna, riesce un’altra volta a fuggire assieme a lei. Nei giorni precedenti il noto magnate e scienziato Bertrand Zobrist si è suicidato gettandosi dalla torre della Badia Fiorentina. Elizabeth Sinskey, direttrice dell’OMS, l’aveva messo in testa ad una lista di ricercati perché ritenuto un pericoloso criminale, sostenitore della necessità di diminuire la popolazione della terra, la cui sopravvivenza è minata dalla curva esponenziale del sovrappopolamento. Zobrist era anche un propugnatore del transumanesimo, un movimento che lavora al miglioramento della razza umana grazie alle scoperte scientifiche e la biogenetica. Lo scienziato, rimasto irreperibile per un paio d’anni grazie alla copertura assicurata dal ‘Rettore’, ha lasciato incarico a quest’ultimo di rendere pubblico entro pochi giorni un inquietante filmato girato all’interno di un’antica costruzione immersa nell’acqua nella quale, oltre ad un minaccioso sacco, appare anche una targa sibillina: ‘In questo luogo ed in questa data, il mondo è stato cambiato per sempre!’…. Robert Langdon si trova così coinvolto, suo malgrado, nell’urgente e terribile compito di dover assolutamente interpretare alcuni messaggi criptici lasciati dallo scienziato e tratti dall’Inferno dantesco, che da Firenze, lo portano prima a Venezia e poi ad Istanbul. Il destino del mondo è nelle mani, nell’intuito e nella cultura storica e simbologica che hanno reso famoso Robert Langdon in alcuni dei racconti precedenti del suo celebre autore.

VALUTAZIONE: Dan Brown conduce il lettore in un viaggio nel quale suspance, arte e storia si mescolano abilmente fra loro. Una vicenda ambientata in alcune delle città più affascinanti del mondo, nella quale lo scrittore ha aggiunto curiose e tutt’altro che scontate considerazioni sul destino della razza umana alla luce della crescita incontrollata della popolazione mondiale. ‘Inferno’ è uno dei thriller meglio riusciti di questo autore e ne conferma le indubbie doti di narratore ed affabulatore.                                                                                                                                                                                                                                                                                             

La popolazione della terra ha impiegato migliaia di anni, dagli albori dell’umanità fino all’inizio dell’Ottocento, per arrivare a un miliardo di persone. Poi, incredibilmente, sono bastati cento anni per raddoppiare e arrivare a due miliardi, negli anni Venti del secolo scorso. Dopodiché, in cinquant’anni la popolazione è nuovamente raddoppiata e negli anni Settanta è arrivata a quattro miliardi. Come può immaginare, raggiungeremo presto gli otto miliardi. Solo oggi, la razza umana ha aggiunto un altro quarto di milione di persone sul pianeta. Un quarto di milione. E questo accade ogni giorno, ogni singolo giorno. Attualmente, ogni anno aggiungiamo l’equivalente dell’intera popolazione della Germania..Qualunque esperto di biologia ambientale o di statistica può spiegare che le possibilità ottimali di sopravvivenza a lungo termine per l’umanità si verificano con una popolazione mondiale di circa quattro miliardi…’.

Inferno 01Queste inquietanti considerazioni, formulate nell’ultimo romanzo di Dan Brown, appartengono allo scienziato Bertrand Zobrist quando tenta di convincere con le buone la dottoressa Elizabeth Sinskey, a capo dell’OMS, sull’opportunità di intervenire al più presto per fermare e poi invertire il senso di marcia del treno relativo alla crescita numerica della popolazione mondiale. Anche se ciò può apparire assurdo ed immorale ed in antitesi a come agiscono le organizzazioni umanitarie, volte alla salvaguardia della vita ed al miglioramento delle condizioni di sostentamento ed igienico-sanitario delle popolazioni più povere e regresse della terra.

Dan Brown Inferno bookNon solo, alla luce del collasso globale previsto già nel diciannovesimo secolo dal matematico e demografo inglese Malthus, a causa appunto del temuto aumento esponenziale della popolazione mondiale, a cui s’aggiunge la situazione determinata dalla terribile Peste Nera che colpì pesantemente nel Trecento provocando la riduzione di un terzo della popolazione mondiale (che però a detta di molti storici aveva anche favorito, dopo le carestie, le difficoltà economiche ed il sovrappopolamento del Medioevo, il fiorire del Rinascimento) ed infine, non ultimo, basandosi sul dato statistico relativo agli Stati Uniti, nei quali il sessanta per cento delle spese sanitarie serve a curare i pazienti negli ultimi sei mesi di vita (‘…mentre il nostro cervello capisce che è una pazzia, il nostro cuore dice: “Tenete in vita la nonna il più a lungo possibile”… è il tipico conflitto tra Apollo e Dioniso… un dilemma classico nella mitologia. È l’antica lotta fra la ragione e il cuore, che raramente desiderano la stessa cosa…‘), Zobrist ed i suoi seguaci hanno trovato le conferme per formulare i fondamenti agghiaccianti sui quali poggia l’Equazione apocalittica della popolazione.

Inferno 03Ad aumentare ulteriormente il già alto livello di provocazione insito in questa premessa, Dan Brown aggiunge pure, attraverso la voce di uno dei suoi personaggi chiave, il seguente dilemma: se ti proponessero di premere un interruttore le cui conseguenze sarebbero la perdita di metà della razza umana, altrimenti nel giro di un secolo si estinguerebbe comunque, lo faresti, pur sapendo che significherebbe uccidere amici, parenti e forse anche te stesso? Robert Langdon, alter ego dello scrittore, cita inoltre, a proposito dell’ipotetico sacrificio di se stessi per il bene degli altri, definito anche suicidio altruistico, il romanzo del 1967 ‘La Fuga di Logan’, scritto da Francis Ford Nolan e George Clayton Johnson, il quale: ‘…raffigura una società del futuro in cui tutti accettano di buon grado di suicidarsi a ventun anni, godendo così in pieno della propria giovinezza e, al tempo stesso, impedendo che la sovrappopolazione e le malattie legate alla vecchiaia gravino sulle risorse limitate del pianeta. Se la memoria non lo tradiva, gli sembrava di ricordare che nella trasposizione cinematografica del romanzo l‘<età dell’eliminazione> fosse stata innalzata a trent’anni, senza dubbio per cercare di rendere la storia più appetibile al pubblico dei giovani dai diciotto ai venticinque anni che garantiva i maggiori incassi al botteghino…‘.

Come si può facilmente intendere perciò, il principio di accettazione di una dura realtà molto spesso è strettamente dipendente da punti di vista molto personali, che in altri termini si possono anche riassumere con il nome di egoismo, ma al tempo stesso, ed è lo stesso Dante Alighieri a sostenerlo, ancor peggio è evitare di prendere posizione sui quesiti fondamentali, seppure molto delicati dal punto di vista etico: ‘I luoghi più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali…’ e Bertrand Zobrist non ha alcuna intenzione di restare a guardare impassibile: secondo lui per raggiungere il Paradiso l’uomo deve attraversare l’Inferno... (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)  Continua a leggere

02/04/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Blow Out’

BLOW OUT

Blow OutTitolo Originale: idem

Nazione: USA

Anno:  1981

Genere:  Thriller

Durata:  107’  Regia: Brian De Palma

Cast: John Travolta (Jack), Nancy Allen (Sally), John Lithgow (Burke), Dennis Franz (Manny Karp), Peter Boyden (Sam), Curt May (Frank Donohue), John Aquino (Detective Mackey), John McMartin (Lawrence Henry), Deborah Everton (Hooker), Maurice Copeland (Jack Manners) 

TRAMA: Jack è il fonico di una casa di produzione di film di serie ‘B’. Mentre una sera sta registrando alcuni rumori in natura dal ponte pedonale di un parco sotto il quale scorre un torrente, lungo la strada che lo costeggia avviene un incidente, nel corso del quale un’auto sbanda, sfonda il guard-rail e precipita in acqua, affondando nel giro di pochi secondi. Jack non esita a tuffarsi e riesce a fatica ad estrarre dalla vettura Sally, una giovane che viaggiava assieme ad un uomo, per il quale invece non c’è più nulla da fare. In ospedale Jack si trova di fronte ad una gran confusione e viene a sapere che la vittima è niente meno che il candidato favorito alla presidenza degli USA alle imminenti elezioni politiche. Un importante funzionario della sua organizzazione gli chiede però di non divulgare  la notizia che il candidato era in compagnia di una prostituta, per evitare lo scandalo sui media e di aggiungere dolore ed umiliazione alla famiglia. Jack inizialmente tentenna ma sarebbe infine propenso ad accettare, se non fosse che ascoltando in seguito la registrazione audio di quanto è accaduto, grazie al suo sensibilissimo microfono, ne trae la conclusione che non si è trattato di un incidente, bensì di un attentato. Quando infine assiste in TV alla ricostruzione palesemente reticente della dinamica dell’incidente tratta da un filmato amatoriale, non ci sta più. Convince Sally a collaborare con lui per salvaguardare la sua incolumità e quando lo contatta un giornalista, giunto ad avere nel frattempo i suoi stessi sospetti, Jack accetta di partecipare ad una famosa trasmissione per mostrare come sono realmente avvenuti i fatti. Egli infatti nel frattempo ha montato le immagini del video che è apparso in TV, sincronizzando l’audio della sua registrazione, nella quale si sente chiaramente un colpo d’arma da fuoco ed in tal modo dalle immagini si scorge anche la fiammata del colpo sparato alla gomma dell’auto che ha fatto perdere il controllo al conducente. Un serial killer nel frattempo sta uccidendo alcune prostitute che somigliano molto a Sally e qualcuno inoltre è entrato nello studio di Jack per cancellare tutte le registrazioni audio del suo archivio. Quest’ultimo fatto, in particolare, lo convince di essere suo malgrado diventato parte di un complotto a causa del quale sia lui, ma soprattutto Sally, sono in grave pericolo.                 

VALUTAZIONE: un cult del genere thriller ed uno dei film più importanti di Brian De Palma. Rivisto ancora oggi a distanza di trentatré anni dalla sua uscita, mantiene intatta la tensione e l’efficacia grazie ad un ritmo serrato, con uno stile che unisce abilmente ironia, suspance a virtuosismi di regia. Qualche veniale lacuna di sceneggiatura non intacca comunque il valore globale di un’opera che è una lezione di cinema e che gioca provocatoriamente sul contrasto fra realtà e finzione.

‘Blow Out’, consultando un noto vocabolario online, è un termine che può essere tradotto in vari significati. Ad esempio in alcuni contesti vuol dire ‘bucare’, in altri ‘spegnere’, oppure rimanendo più vicini allo slang si usa nel senso di ‘allontanare’. Se poi lo si scrive tutto attaccato varia da ‘grande festa’ a ‘scoppio’, oppure addirittura ‘vittoria a mani basse’. Curiosità vuole che quasi tutte queste locuzioni, in un modo o nell’altro, esprimono situazioni ed atmosfere che sono presenti nel film di Brian De Palma.

Blow Out 02‘Bucare’ e ‘scoppio’ ad esempio sono legati fra loro dalla gomma dell’auto colpita dal proiettile dell’attentatore, episodio dal quale prende forma la vicenda che coinvolge casualmente Jack (John Travolta), fonico cinematografico che si trova nel posto e nel momento sbagliato, testimone di un attentato che le autorità vorrebbero far passare per un casuale incidente. ‘Allontanare’ si adatta alla richiesta che Jack riceve dal funzionario dell’organizzazione del candidato alla Presidenza degli Stati Uniti di dimenticare la presenza imbarazzante dentro l’auto, in compagnia della vittima, della giovane prostituta Sally (Nancy Allen) che Jack è riuscito miracolosamente a salvare tirandola fuori dall’auto, precipitata dentro il torrente e rapidamente inghiottita dalle acque. Lo stesso verbo si abbina ancor di più al tentativo dei cospiratori di allontanare, appunto, la ragazza dalla città di Filadelfia, nei giorni immediatamente successivi al fatto. La prostituta infatti (o come si dice più ipocritamente oggi, la ‘escort’) è stata appositamente ingaggiata dagli avversari politici per compromettere il candidato favorito alle elezioni, prendendolo come si suol dire con le mani nel sacco, dopo aver scattato qualche foto che dimostrano inequivocabilmente la sua relazione al di fuori del matrimonio. L’omicidio quindi non era previsto in questa messinscena ma è stato eseguito dal sicario ingaggiato per compiere l’attentato eccedendo nel suo compito.

Blow Out 20Il significato di ‘vittoria a mani basse’ si può associare quindi all’intento di condizionare gli elettori, eliminando con uno scandalo creato ad arte il rivale più pericoloso alla corsa per la massima carica degli USA. ‘La grande festa’ infine è quella che si svolge in occasione della ricorrenza dell’Indipendenza dello stato della Pennsylvania, datata addirittura 1776, nel corso del finale quando convivono due momenti di stridente contrasto dal punto di vista del clima emotivo ed anche coreografico, allorché un altro dramma si concretizza sotto una surreale raffica di fuochi d’artificio… Come non pensare infine che il titolo del film di Brian De Palma è ispirato anche a ‘Blow Up’ di Michelangelo Antonioni, se pure quest’opera affronta il tema della scoperta di un assassinio tramite l’uso della tecnologia, la fotografia in quel caso?

Blow Out 18Un film come ‘Blow Out’ si può affrontare da due punti di vista diversi, entrambi sufficienti e legittimi: quello del consumatore occasionale o comunque non legato alle dinamiche del cinema e dei suoi autori che assiste ad un bel thriller ed una volta giunto al termine, più o meno soddisfatto, non si pone altri interrogativi; oppure quello del cinefilo che non si ferma alla scorza della vicenda cui ha appena presenziato, ma scava più a fondo analizzando aspetti e dettagli che sfuggono ad un occhio meno allenato ed interessato, proposti comunque da quest’opera. Che è un po’ quello che succede, se vogliamo, nel corso della stessa trama: un casuale incidente, se considerato per quello che appare ad un primo sguardo superficiale, che nasconde invece retroscena i quali, studiati a fondo dal protagonista, restituiscono una realtà completamente diversa.        

5006903.TIFCosa rende quindi questo film del celebre regista di origini italiane, sia per parte del padre che della madre, meritevole del titolo di ‘cult’ e di essere considerato dallo stesso Quentin Tarantino come uno dei suoi preferiti? Sicuramente, ad una prima superficiale analisi, si tratta di un plot che contiene momenti di notevole suspance, il quale stupisce piacevolmente per la solidità che dimostra dopo trentatré anni dalla sua uscita, durante i quali non ha perso nulla della sua efficacia. Siamo in presenza di un’opera congegnata a regola d’arte nel porre in relazione due tematiche anche molto distanti fra loro, quali possono essere ad esempio un complotto politico ed alcuni omicidi seriali. Su tale inconsueta commistione, un film abilmente costruito dal punto di vista della sceneggiatura come questo, può già accampare sufficienti motivi d’interesse. Se fosse solo per questo però, sarebbe difficile potersi confermare, come avviene invece per ‘Blow Out’, come un punto di riferimento del genere di appartenenza e per l’autore stesso che l’ha girato. Ci vuole ben altro, insomma…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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24/03/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Migliore Offerta’

LA MIGLIORE OFFERTA

La Migliore OffertaTitolo Originale: idem

Nazione: Italia 

Anno:  2013

Genere:  Giallo, Drammatico, Romantico

Durata:  124’  Regia: Giuseppe Tornatore

Cast: Geoffrey Rush (Virgil Oldman), Jim Sturgess (Robert), Sylvia Hoeks (Claire Ibbetson), Donald Sutherland (Billy Whistler), Philip Jackson (Fred), Dermot Crowley (Lambert), Kiruna Starnell (Claire del bar), Liya Kebede (Sarah) 

TRAMA: Virgil Oldman è un banditore d’asta ed un grande esperto d’antiquariato e pittura, apprezzato e conteso dalle più prestigiose case d’asta per la sua competenza e professionalità. Virgil è al tempo stesso anche un collezionista di ritratti femminili di ogni epoca. In combutta con Billy Whistler, conoscenza di vecchia data, il quale si mescola fra i clienti durante le offerte in asta, è solito aggiudicarsi preziosi dipinti a prezzi stracciati, così da arricchire la sua oramai vasta raccolta personale d’inestimabile valore che conserva dentro una stanza segreta costruita ad hoc a casa sua e nella quale si sofferma quotidianamente a rimirare i volti che adornano le pareti. Oldman è anche un uomo attempato e scontroso, oltreché superstizioso, solito a cenare da solo in un lussuoso ristorante, ignorando gli altri avventori intorno. La telefonata di una giovane donna, Claire, la quale afferma di aver ricevuto in eredità dal padre un’enorme villa contenente arredi e quadri di varie epoche e stili, con il suggerimento, nel caso decidesse di venderli, di richiedere una valutazione soltanto a Oldman, attira ed indispone al tempo stesso quest’ultimo. L’indispone, perché la donna sembra essere evanescente, mancando gli appuntamenti con scuse di vario genere e supplicando poi l’anziano banditore, risentito per la sua mancanza di rispetto, di non chiuderle il telefono in faccia. L’attira invece, quando viene a sapere dal guardiano della villa, che Claire vive volontariamente reclusa lì dentro da ben dodici anni, a seguito di un trauma subito da bambina. Da allora soffre infatti di agorafobia, una psicosi che la obbliga ed evitare di rimanere in mezzo alla gente e di uscire fuori dalle mura familiari della villa. Questo disturbo le impedisce di mostrarsi persino a Virgil, al quale comunque, assegna l’incarico di eseguire la valutazione, parlando con lui attraverso il muro divisorio di una stanza, come se fosse una monaca di clausura. Spinto da una irresistibile ed inusitata per lui curiosità, Oldman si ritrova a compiere azioni mai sperimentate in precedenza, come nascondersi per spiare Claire quando esce dalla sua stanza, convinta di essere rimasta sola in casa, e spostare o dimenticarsi del tutto gli appuntamenti delle aste. Invaghitosi oramai della ragazza e conscio della sua totale inesperienza in ambito sentimentale, Oldman chiede consiglio su come meglio rapportarsi con Claire a Robert, un giovane ed affabile riparatore di apparati elettronici e marchingegni storici, come l’automa di Vaucanson, i cui pezzi, come facessero parte di un puzzle, Virgil li sta ritrovando sparsi nella villa. Seguendo i suggerimenti del giovane, ben più disinvolto di lui con le donne, Virgil assume un atteggiamento protettivo nei confronti di Claire, per concludere ben presto che se n’è innamorato. Rotti gli argini della virtualità, grazie alla quale sino a quel momento si è garantito una più sicura ed agevole ‘conquista’ delle donne immortalate dai pennelli dei più celebri artisti, Oldman si lascia trasportare, per la prima volta nella sua vita, in una rischiosa quanto intrigante avventura con una donna in carne ed ossa. Un azzardo che riserva non poche sorprese prima della conclusione.           

VALUTAZIONE: un film che, per eleganza stilistica, analisi e profondità dei temi affrontati, ricorda da vicino il fascino di alcune opere di Luchino Visconti. Un viaggio affascinante dentro i meandri contraddittori e sorprendenti che distinguono virtuale e carnale,  falso e vero nei rapporti sentimentali e di amicizia.                                                                                                                                          

La migliore offerta è innanzitutto quella che propone in questo caso Giuseppe Tornatore allo spettatore, coinvolgendolo in un avvincente e raffinato gioco di confronto fra realtà e fantasia, verità e simulazione, che riguarda sia la vicenda in sé narrata nel corso delle due ore del film, che la natura stessa del cinema, strumento ideale di contrapposizione e/o sovrapposizione, a seconda dei punti di vista, di tali opposti figurativi.

La Migliore Offerta 03L’ultima opera del regista siciliano, già Premio Oscar per ‘Nuovo Cinema Paradiso’, realizzata lo scorso anno come un altro film nostrano che ha appena vinto lo stesso ambizioso premio, ovvero ‘La Grande Bellezza’ di Sorrentino, con il quale inevitabilmente quello in oggetto finisce per essere messo a confronto, anche se una ragione logica in tal senso non c’è (se non chiedersi perché uno e non l’altro sia stato scelto per rappresentare il nostro paese alla kermesse hollywoodiana), dimostra senza alcun dubbio la maturità espressiva raggiunta dal suo autore e la capacità di realizzare un’opera che, al pari di altri autorevoli esempi, è fruibile a diversi strati di lettura, dipendenti dal livello culturale, dalla sensibilità e dal gusto cinematografico dello spettatore, senza però deluderne nessuno.

La Migliore Offerta 15‘La Migliore Offerta’ racconta apparentemente una storia banale: quella di un uomo che ha speso la sua vita nel ruolo di banditore d’asta delle case più prestigiose nelle quali si offrono al miglior prezzo mobili ed oggetti d’antiquariato oppure dipinti dei più noti artisti. Grazie alla sua indiscutibile competenza nel ramo, Virgil Oldman è in grado di distinguere con infallibile precisione e sicurezza, più ancora dei microscopi dei laboratori scientifici, le opere autentiche dai falsi; a riconoscere in maniera inequivocabile il tratto di un particolare autore e ad individuare un capolavoro rispetto al prodotto di medio livello. Egli infatti è il migliore fra i banditori, ovvero colui che fissa e regola il valore commerciale dal quale partire in base d’asta e conseguentemente la misura del talento degli artisti coinvolti.

La Migliore Offerta 04E’ anche un personaggio strano Virgil Oldman, il cui cognome, tradotto in italiano, significa letteralmente, che sia casuale o no, ‘vecchio (uomo)’. Ed in effetti giovane non lo è più, ma nel corso del tempo è diventato un appassionato collezionista di ritratti femminili dei maggiori pittori, che riesce ad accaparrarsi perché è abilissimo a sottostimarne il valore artistico e la quotazione proposta al pubblico, e poi con l’aiuto del fido Billy ad aggiudicarseli a prezzi stracciati. Fanatico igienista, Oldman indossa perennemente un paio di guanti (ne ha a casa un armadio colmo, di vari colori); copre il telefono con un fazzoletto per non essere contaminato dai batteri e pur essendo un personaggio molto noto nel suo ambiente, non sostiene lo sguardo di una donna quando gli rivolge la parola, clienti a parte ovviamente, limitandosi a rimirare ogni giorno, dopo aver congedato verso sera il personale di servizio a casa sua, i volti femminili ritratti nei dipinti della sua ampia raccolta, che conserva in una stanza segreta costruita appositamente ed alla quale si accede con una combinazione dopo aver aperto l’armadio contenente i guanti cui accennavo innanzi. D’altronde è lo stesso banditore d’aste ad ammettere la sua misoginia: ‘…l’ammirazione che nutro per le donne è pari al timore che ho sempre avuto di loro e alla mia incapacità di comprenderle!…

La Migliore Offerta 13Cresciuto in un collegio di suore, essendo rimasto orfano di entrambi i genitori, Virgil ha lavorato in un laboratorio artigianale d’antiquariato dove ha imparato con il tempo ad accumulare conoscenze ed esperienze tali da diventare un grande esperto d’arte. Tuttavia, probabilmente a causa di quelle non facili origini, ha sviluppato un carattere scorbutico e refrattario ad ogni rapporto che vada al di là della formalità che mantiene con i suoi collaboratori, conducendo una vita tanto agiata quanto solitaria e ripetitiva. Egli, in sostanza, ha scelto di riversare tutte le sue energie ed interessi nell’arte, evitando perciò qualsiasi rischio conseguente dall’instaurare rapporti confidenziali ed affettivi, specialmente con l’altro sesso, mantenendosi ligio pertanto alla massima di un suo assistente: ‘…vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore…‘.

La Migliore Offerta 01La sua esistenza trascorrerebbe quindi in una lussuosa monotonia, se si escludono gli scossoni derivanti dalla scoperta di qualche opera d’arte dimenticata, o ignota, nel corso delle valutazioni che è chiamato a svolgere presso i clienti, e le incognite rappresentate dalla strategia per aggiudicarsi durante le aste qualche prezioso ritratto femminile, fra i molti e diversi articoli che gestisce comunque con grande professionalità, ma meno trasporto personale. Non sempre riesce a spuntarla però, prendendosela poi a volte in maniera stizzita con Billy, reo di non aver eseguito i suoi ordini come avrebbe dovuto. Indifferente ad ogni genere di ossequio, Oldman è anche superstizioso, come dimostra l’episodio nel quale resta immobile come una statua a fissare una torta, gentilmente offerta dal ristorante per il suo compleanno, sinché non si esaurisce la candela accesa al centro, pur di evitare di trasgredire la regola scaramantica di non festeggiare con un giorno di anticipo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)       

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12/03/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Il Richiamo Del Cuculo’

IL RICHIAMO DEL CUCULO

Il Richiamo Del CuculoDi Robert Galbraith (pseudonimo di J.K. Rowling)

Anno Edizione 2013

Pagine 464

Costo € 16,90

Traduttrici: Alessandra Casella e Angela Ragusa

Ed. Salani (collana ‘Romanzo’) 

TRAMA:  La celebre modella di colore Lula Landry precipita dal terrazzo del suo lussuoso appartamento di Mayfair, a Londra e muore sul colpo. Il fratello adottivo John Bristow, socio con lo zio Tony in un noto studio d’avvocati, ingaggia Cormoran Strike, un investigatore privato, perché faccia luce su quello che la polizia considera un suicidio e che John invece ritiene si tratti di un assassinio. Strike è un reduce dell’Afghanistan, dove ha perso una gamba ed ha appena chiuso una lunga e tormentata storia con la bellissima e ricca Charlotte, che infine l’ha cacciato di casa. L’unico recapito che gli rimane è il suo ufficio, dal quale potrebbe però essere sloggiato essendo indebitato ed in ritardo con i pagamenti dell’affitto. Quando la società interinale gli manda per una settimana Robin Ellacott, una nuova segretaria, egli l’accoglie con sufficienza, ma in realtà si rivela ben presto una preziosa ed intelligente collaboratrice, la migliore che ha mai avuto. Strike è stato scelto da John, fra molti altri possibili investigatori, perché anni addietro l’altro suo fratello adottivo Charlie, scomparso prematuramente, è stato amico d’infanzia di Cormoran. Quest’ultimo inizia le indagini più che altro attirato dal compenso di Bristow, essendo convinto che quest’ultimo si ostina nel rifiuto di accettare la decisione della sorellastra di farla finita. Un filmato ripreso da telecamere fisse nella zona del fattaccio rivela però la fuga sospetta di due uomini, poco dopo la rovinosa caduta di Lula. E’ il primo interrogativo che spinge Strike ad addentrarsi nel mondo stravagante della moda nel quale Lula era considerata una star. Tuttavia numerosi particolari contraddittori nella storia di Lula inducono l’investigatore a sospettare che non tutto sia così chiaro e definito come apparentemente si pensava. Gli sviluppi sono sorprendenti ed espongono lo stesso investigatore ad assumersi alcuni rischi riguardo la sua incolumità personale sino ad un rendez vous finale degno di Agatha Christie.    

VALUTAZIONE: un giallo-poliziesco di qualità alterna, scritto dall’autrice di ‘Harry Potter’. Indiscutibile la bontà della prosa, apprezzabile la descrizione ambientale ed efficacemente dettagliata quella dei personaggi coinvolti in una Londra astiosa e snob. Piacevoli ed interessanti sia la parte iniziale che il finale. In quella centrale c’è invece qualche momento ripetitivo e poco coinvolgente, nonostante l’azzeccata caratterizzazione di Strike e Robin, protagonisti di una prossima immancabile serie.                                                                                                                     

Per confermare, se ce ne fosse ancora bisogno, che viviamo un’epoca nella quale la qualità non è altrettanto importante delle apparenze, basta osservare cosa è successo nel caso de ‘Il Richiamo Del Cuculo’. Uscito a firma dell’esordiente Robert Galbraith, il romanzo ha stentato molto a catturare l’interesse del pubblico, con un modesto trend di vendite. Sinché la casa editrice si è vista costretta a rivelare che dietro quello sconosciuto scrittore si celava in realtà J.K. Rowling, famosa ispiratrice della fortunatissima serie di ‘Harry Potter’. Immediatamente l’ultimo romanzo della scrittrice inglese è schizzato in testa alle classifiche di USA ed Inghilterra, vendendo addirittura sette milioni di copie nel giro di una mattinata.

Il Richiamo Del Cuculo 08Sarebbe interessante capire a questo punto se è stato un semplice esperimento, utile agli analisti di mercato, oppure una curiosa scommessa editoriale, o meglio ancora un tentativo abortito di diversificare la propria bibliografia da parte di un’autrice di successo per imboccare un nuovo percorso narrativo rispetto a quello già collaudato e grazie al quale ha costruito la sua fama. Ironia vuole che neppure J.K. Rowling sia il suo vero nome, perché in realtà nei documenti d’identità è indicata come Joanne Murray (il cognome del marito). ‘È stato meraviglioso pubblicare senza clamori o aspettative’, eppure ha affermato la stessa Rowling. D’altronde non è neppure una novità lo sdoppiamento di personalità. In passato infatti altri nomi illustri hanno usato lo stesso metodo, per ragioni diverse, come ad esempio Agatha Christie, Fernando Pessoa, Georges Simenon, le sorelle Bronte, Charles Dickens, Isaac Asimov, Michael Crichton e persino Stephen King.  

Il Richiamo Del Cuculo 03Se alla Rowling, chiamiamola così punto e basta, piacciono questi giochetti di generalità, non c’è da meravigliarsi, dopo aver dato fondo a tutta la fantasia possibile con i sette episodi di Harry Potter, se ha deciso di riproporsi, con il primo episodio di una nuova serie più realistica ed attuale che vede protagonista una coppia di personaggi: l’investigatore privato Cormoran Strike e la sua assistente/segretaria Robin Ellacott, alle prese con una vicenda nella quale l’identità dei protagonisti riveste un ruolo fondamentale.

Il Richiamo Del Cuculo 05Il racconto inizia proprio con la morte, appena avvenuta, della giovane modella Lula Landry, bellissima ed osannata dai numerosi fans i quali, assieme a giornalisti e fotografi, gremiscono persino il luogo che è stato teatro del dramma consumato in un gelida serata invernale londinese imbiancata dalla neve: ‘…nella catena alimentare a rovescio della fama, erano i grandi animali a essere inseguiti e cacciati; ricevevano quel che era loro dovuto…‘. E’ la stessa autrice a sottolineare, attraverso questa metafora, le conseguenze paradossali della celebrità che chiede come contropartita la perdita della propria libertà personale, soffocata dai mass media e dagli stessi ammiratori (che sia un riferimento anche a se stessa?). Lula era la più piccola di tre fratelli, tutti adottati dalla ricca famiglia di Sir Alec Bristow, perché la moglie non poteva avere figli suoi. A dire il vero i bambini inizialmente erano due: John e Charlie, ma quando quest’ultimo è morto cadendo dentro la buca di una cava, il padre ha deciso di adottare una bambina, poco importa se di colore, pur di lenire il dolore della consorte…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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26/02/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Irina Palm – Il Talento Di Una Donna Inglese’

IRINA PALM – IL TALENTO DI UNA DONNA INGLESE

Irina Palm - Il Talento Di Una Donna IngleseTitolo Originale: Irina Palm

Nazione: Belgio, Gran Bretagna, Germania, Lussemburgo, Francia 

Anno:  2007

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata:  103’  Regia: Sam Garbaski

Cast: Marianne Faithfull (Maggie/Irina Palm), Miki Manojlovic (Miki), Kevin Bishop (Tom), Siobhan Hewlett (Sarah), Dorka Gryllus (Luisa), Jenny Agutter (Jane), Corey Burke (Ollie) 

TRAMA: Maggie è una vedova sui cinquant’anni che vive a Londra ed abita accanto al figlio Tom, la sua compagna Sarah ed il nipotino Ollie. Il piccolo soffre di una rara patologia ed i genitori sono disperati quando i medici sentenziano che l’unica cura possibile si trova in un centro specializzato australiano. Il servizio sanitario inglese è disposto a pagare l’intervento ma il resto: viaggio e spese di pernottamento per i familiari, restano a carico loro che già come sono però fanno fatica a tirare avanti. Maggie si sente in dovere di dare loro un aiuto e si mette a cercare un lavoro per racimolare i soldi necessari. E’ così che finisce, equivocando sull’insegna ‘Cercasi Hostess’, dentro un locale che in realtà è un ‘Sex Peep’, dove le viene proposta un’attività che comporta, per così dire, l’uso sapiente delle mani. Imbarazzata dalla natura di quel lavoro, Maggie esce frettolosamente da quel posto, per farvi però ritorno poco dopo, attirata dall’allettante proposta economica. Il suo datore di lavoro Miki l’affida quindi ad una dipendente esperta che mostra a Maggie come svolgere la mansione, la quale non prevede il contatto diretto con i clienti e le garantisce quindi l’anonimato. All’inizio Maggie si vergogna per essersi abbassata a svolgere quel lavoro e difatti lo nasconde sia al figlio che alle amiche incuriosite dagli insoliti orari nei quali torna a casa e dalla sua ritrosia nel dichiarare cosa fa effettivamente in giro per Londra. Ben presto però, con sorpresa della stessa Maggie e di Miki, si ritrova con una lunga fila di clienti, grazie al passa parola di chi ha provato l’abilità con la quale svolge quel particolare lavoro. L’inaspettato successo, non solo le permette d’incassare parecchi soldi, ma anche di convincere Miki a prestarle quelli che ancora le mancano per consentire a Tom e Sarah di partire al più presto per l’Australia. Assunto il nome d’arte di Irina Palm, un concorrente tenta di strapparla a Miki offrendole ancora più allettanti condizioni economiche. Tom però nel frattempo ha deciso di vedere più chiaro sulla strana riservatezza della madre riguardo l’origine del denaro che guadagna e seguendola un giorno senza farsi notare, scopre la verità. La sua reazione è veemente e costringe Maggie a lasciare la sua occupazione. Il tempo però stringe, il bimbo peggiora le sue condizioni e rischia di non avere neppure le forze per partire. Solo l’intervento deciso di Sarah, sinceramente riconoscente a Maggie per il suo altruistico impegno, costringe Tom a rivedere la sua posizione. Maggie però nel frattempo ha superato i tabù che la condizionavano in precedenza e quindi sfida persino l’ipocrisia delle amiche e dei conoscenti, ai quali rivela con coraggio e senza alcun pudore la natura della sua attività. Mentre Tom, Sarah e Ollie partono per l’Australia, Maggie si lega a Miki, il quale ha scoperto in lei non solo le doti di Irina Palm ma una donna generosa ed ancora viva, rispetto alla rinunciataria ed inibita vedova che aveva conosciuto all’inizio. 

VALUTAZIONE: un’opera originale e piacevole che si muove su tre diversi piani narrativi: affronta un argomento scabroso con delicatezza ed ironia, evitando perciò ogni accenno di volgarità; pone un’astuta provocazione attraverso il classico dilemma: cosa saresti disposto a fare per una buona causa? Infine, ma non meno importante, propone il ritratto di una vedova la quale, nel mettere da parte orgoglio ed inibizioni per risolvere altruisticamente una delicata necessità, ritrova se stessa e la gioia di vivere. Qualche indulgenza di troppo comunque ad un ambiente che probabilmente è meno romantico di quel che a volte il film vorrebbe far trasparire.                                                                                                       

Protagonista di ‘Irina Palm – Il Talento Di Una Donna Inglese’ è Marianne Faithfull. Probabilmente ai più giovani non dirà granché questo nome, ma molti altri si ricorderanno che a suo tempo ebbe una relazione con Mick Jagger, leader dei Rolling Stones e fu per un po’ la musa ispiratrice di alcune loro celebri canzoni come ‘A Tears Go By’, ad esempio. Il raffronto fra quella che era un tempo una bellissima ragazza ed una matura signora d’oggi, probabilmente già entrata in menopausa, rappresenta se vogliamo anche un po’ la sintesi del personaggio principale del film diretto da Sam Garbasky.

Irina Palm 05Maggie/Irina Palm infatti esprime un doppio piano di lettura. Il primo è rappresentato da ciò che in senso generale ognuno di noi considera provocante per alimentare la miccia dell’erotismo: è più importante la sfera visiva, oppure gioca un ruolo maggiore l’immaginazione? Il secondo, che in qualche modo è pure una conseguenza del primo, riguarda invece, sempre a proposito dell’erotismo, la capacità di separare il piano puramente estetico da quello cerebrale. In riferimento alla vicenda che coinvolge Maggie, il regista di origine belga sembra infatti voler sottolineare la considerazione diametralmente opposta che nasce dall’impressione che suscita la protagonista nelle prime sequenze del film rispetto a quella che, dopo aver completato un decisivo cambiamento, determinato peraltro da necessità contingenti, ne consegue della stessa al termine. Vediamo perché…

Irina Palm 12Maggie è una vedova, ancora relativamente giovane, ma l’impressione che offre ad un primo sommario giudizio, oltre ad essere riservata, timorata ed introversa, è quella di aver oramai rinunciato a considerare l’opportunità di una nuova vita affettiva, lasciandosi anche un po’ andare dal punto di vista fisico. Così che appare rotondetta ed anonima, con le rughe che avanzano giorno per giorno. Eppure è la stessa persona la quale, per circostanze che vedremo, non molto tempo più tardi diventa Irina Palm, ovvero un simbolo d’erotismo ed una donna completamente diversa, persino spregiudicata nell’affermare il diritto di sentirsi utile ed ancora attiva, pensando quindi a soddisfare pure le sue aspettative e non solo le esigenze altrui, per quanto in esse si senta comunque coinvolta.

Irina Palm 04In questo processo di cambiamento Maggie scopre casualmente di possedere particolari capacità erotiche che nemmeno sospettava e grazie ad esse ottiene almeno due risultati: tornare ad essere una donna desiderabile e desiderata, e poi, che era il suo obiettivo di partenza, contribuire in maniera decisiva alle spese per le indispensabili cure che servono per salvare la vita a suo nipotino Ollie, colpito da una rara malattia che richiede una terapia eseguibile soltanto recandosi in Australia presso un centro specializzato. Il che comporta però oneri non direttamente sostenibili dai suoi genitori, il figlio Tom e la nuora Sarah. Da qui la decisione di Maggie di trovare un lavoro che possa permetterle di guadagnare abbastanza denaro per aiutarli ad affrontare il viaggio e le spese conseguenti.

Il lavoro che accetta non è esattamente quello di solito definito eufemisticamente come il più vecchio del mondo, non fosse altro perché la protagonista non è che di primo acchito, basandoci sui parametri dell’appeal descritti in precedenza, suscita immediata libido negli uomini che la frequentano, ma una sorta di compromesso. In sostanza a Maggie rimane l’anonimato trovandosi dietro una parete che ha una fessura dentro la quale i clienti infilano qualcosa di molto intimo, che poi lei maneggia con destrezza. Chiunque sia a farlo non ha importanza quindi, per chi rimane nascosta dalla parete, ma lei in questo ‘trattamento’ si rivela un’autentica sorpresa, diventando in breve tempo, grazie al passa parola dei clienti stessi, una specie di star, con tanto di nome d’arte: Irina Palm, appunto…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)   

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19/02/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , | 1 commento

Film: ‘The Impossible’

THE IMPOSSIBLE

The ImpossibleTitolo Originale: idem

Nazione: Spagna, USA 

Anno:  2012

Genere:  Drammatico, Storico

Durata:  114’  Regia: Juan Antonio Bayona

Cast: Naomi Watts (Maria Bennett), Ewan McGregor (Henry Bennett), Tom Holland (Lucas Bennett), Oaklee Pendergast (Simon Bennett), Samuel Joslin (Thomas Bennett), Geraldine Chaplin (Donna Anziana), Johann Sundberg (Daniel), Marta Etura (Simone), Jan Roland Sundberg (padre di Daniel), Douglas Johansson (Sig. Benstrom), Soenke Moehring (Karl) 

TRAMA: 26 dicembre 2004, un fortissimo terremoto nell’Oceano Indiano provoca uno tsunami che devasta le coste limitrofi e si espande sino in Africa. La famiglia Bennett è in vacanza in un paradisiaco resort della Thailandia, che si affaccia direttamente su una splendida spiaggia. E’ una bellissima giornata, quella che segue la festività del Natale, ma nel giro di pochi secondi si trasforma invece in un inferno fra i più tremendi che si possano immaginare. Onde gigantesche, spinte da una forza straordinaria, si abbattono sulla terraferma travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino e risalendo per centinaia di metri verso l’interno. I coniugi Bennett ed i loro tre figli si trovano nella piscina scoperta del villaggio quando irrompe lo tsunami e come tutte le persone intorno, sono letteralmente spazzati via. Maria, madre di Lucas, Simon e Thomas, pur colpita e ferita da alcuni oggetti mentre viene sommersa dai terribili marosi, riesce miracolosamente a riemergere, giusto in tempo per scorgere il primo figlio che tenta disperatamente a sua volta di rimanere a galla. Con grande difficoltà e rischi, essi riescono comunque ad avvicinarsi ed infine a raggiungersi, ma una volta esaurita la spinta dello tsunami quello che appare ai loro occhi è un desolante ed apocalittico scenario di distruzione ed isolamento. Del marito Henry e degli altri due figli più piccoli non c’è alcuna traccia per il momento. Maria è gravemente ferita e solo grazie alla forza della disperazione riesce a superare i primi terribili momenti di terrore e solitudine, aiutata dal figlio Lucas, non prima di aver soccorso un bimbo, scampato a sua volta miracolosamente al disastro che raggiungono seguendo le sue grida di aiuto. Quello che li attende, prima di riabbracciare il marito e gli altri due figli, incredibilmente sopravvissuti ma anch’essi dispersi in un caos indescrivibile, è una prova di estrema resistenza, coraggio ma anche crescita personale, nel corso della quale essi hanno modo d’incontrare il meglio ed il peggio della natura umana, che in situazioni del genere si palesano in tutte le loro contraddizioni.   

VALUTAZIONE: è inevitabile il rischio ed il dubbio che dietro un’opera del genere ci sia un qualche intento speculativo di fronte ad una tragedia che contiene forzatamente anche elementi di voyeurismo e di facile commozione. Gli autori sono riusciti però a trasmettere allo spettatore il senso del dramma ma anche l’irripetibile esperienza di ritrovarsi protagonisti involontari di una situazione ‘impossibile’, che azzera le differenze di razza, nazionalità e ceto sociale, rendendo tutti in egual misura improvvisamente vulnerabili e paritetici di fronte allo strapotere di Madre Natura.                                                                                                                                                                                                         

Ciascuno può tornare al ricordo di quel Santo Stefano di dieci anni fà, quando i media diedero le prime notizie riguardo quanto era appena accaduto in quei lontani luoghi, esotici e desiderabili per molti. Personalmente rammento che lì per lì non sembrava trattarsi di un evento così catastrofico e geograficamente esteso. C’è voluto un po’ insomma per destarsi dal rilassamento festaiolo e positivista natalizio e comprendere la portata dell’orrore per quello che si era verificato nell’Oceano Indiano e circa 160 km. dall’isola di Sumatra, a causa di un movimento tellurico d’intensità pari a 9,1 gradi della scala Richter, durato circa otto interminabili minuti. Il terzo terremoto in assoluto in ordine di potenza da quando esistono gli strumenti in grado di misurarla, preceduto soltanto da quello di Valdivia in Cile nel 1960 che arrivò al valore di 9,5 e quello di forza 9,2 verificatosi in Alaska nel 1964. Questo del 2004 è stato, seppure di poco, persino superiore al sisma di Sendai in Giapppone del 2011, che ci ricordiamo ancora più da vicino, soprattutto per lo tsunami devastante, anche in quel caso, che ne è seguito.

The Impossible 02L’epicentro posto a 30km di profondità in mare non solo ha provocato a livello delle placche tettoniche l’inserimento di quella indiana sotto quella birmana, innalzandola di una decina di metri, ma ha anche generato una spinta verso l’alto, ad effetto frusta, rendendo ideali le condizioni per lo sviluppo di un immane tsunami, con onde alte più di dieci metri, che si è abbattuto alla velocità di 800 km/h sulle coste e nel giro di pochi minuti/ore ha raggiunto quelle più vicine e lontane di Indonesia, Birmania, Sri Lanka, India, Bangladesh ed appunto Thailandia, dove è ambientata la storia girata dal regista Juan Antonio Bayona. L’effetto espansivo circolare dello tsunami lo ha portato incredibilmente ad attraversare tutto l’Oceano Indiano, superando anche le isole Maldive, per terminare la sua corsa nel punto più lontano e fortunatamente oramai fiaccato dalla distanza, sulle coste del Kenya e della Somalia in Africa. Il suo effetto, non solo è stato registrato da tutti i sismografi del pianeta, ma ha pure provocato una modifica dell’asse terrestre di circa 1,5 gradi. Le vittime accertate sono state 226 mila ma l’ampiezza dei territori colpiti è stata così vasta, incluse anche molte zone povere ad alta densità abitativa, da ritenere che il numero reale possa essere stato ben maggiore: almeno 400 mila.

The Impossible 04L’opera di Bayona (già noto autore di ‘The Orphanage’, dal quale si è portato dietro alcuni dei più stretti collaboratori riguardo fotografia, montaggio e musiche) racconta la storia di una famiglia americana, che all’epoca viveva in Giappone, ma aveva scelto di trascorrere una vacanza in Thailandia proprio in coincidenza di quelle festività natalizie. Si tratta quindi di una storia vera, seppure nella realtà la famiglia è spagnola, di nome Alvarez-Belon, fortunosamente sopravvissuta all’immane catastrofe, nonostante i componenti siano stati dispersi nell’immediato, facendo temere il peggio per alcuni giorni gli uni agli altri: la madre ed il primogenito si sono ritrovati da una parte, il padre e gli altri due figli più piccoli dall’altra. Nel corso degli eventi però ognuno di essi ha vissuto momenti forzati di solitudine, abbandono e disperazione, come tanti altri scampati alla furia del mare, increduli ed annichiliti a loro volta, costretti in seguito all’orribile supplizio della consultazione degli elenchi dei deceduti riconosciuti, fra i quali cercare i nomi dei propri cari scomparsi. Perché per i sopravvissuti c’è una sorte ancora peggiore in questi casi: quella di non trovare neppure più il cadavere degli amici e parenti, sulla tomba dei quali andare poi a piangere.

The Impossible 06

La lunga premessa ed i dati scientifici appena citati riguardo questo tragico evento sono utili per comprenderne la dimensione ed il contesto ambientale dal quale ha preso spunto il film, diviso sostanzialmente in tre parti: prima, durante e dopo l’arrivo dello tsunami. Se gli autori avessero puntato a realizzare un’opera di genere catastrofico, fra le tante che approfittano della cronaca, diciamolo pure, per alimentare il business della speculazione, il ‘durante’ avrebbe avuto un peso determinante, considerando che dal punto di vista strettamente spettacolare e grazie ai potenti mezzi della computer graphics c’era materiale più che abbondante da utilizzare in tal senso...(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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12/02/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Libro: ‘Gli Sdraiati’

GLI SDRAIATI

Gli SdraiatiDi Michele Serra

Anno Edizione 2013

Pagine 108

Costo € 12,00

Ed. Feltrinelli (collana ‘I Narratori’)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

TRAMA: al centro della storia un classico scontro generazionale fra padre e figlio, reso attuale dall’epoca nella quale è ambientato, cioè oggi. Il protagonista è un genitore che ha intenzione di scrivere un racconto di fantascienza che si svolge in un futuro prossimo, nel corso del quale immagina che scoppierà una guerra fra i vecchi, a quel tempo in stragrande maggioranza ed i giovani, sul cui esito però non ha ancora preso una decisione definitiva. Nel mentre, il padre stila un bilancio del suo rapporto con il figlio diciottenne, preso a modello dei suoi coetanei, con il quale ha un dialogo complicato, evidenziando quelle che lui reputa le storture sociologiche, peculiari di una generazione oramai distante ed incomprensibile per la sua, sia negli atteggiamenti che nei valori. A contrassegnare i tempi cronologici della storia, il padre racconta, fra un capitolo e l’altro, il suo reiterato tentativo di convincere il figlio ad accompagnarlo nella salita verso il Colle della Nasca, al culmine del quale, metaforicamente ma anche praticamente, spera di riuscire a sciogliere i nodi che li dividono.   

VALUTAZIONE: breve saggio-romanzo, dalla prosa scorrevole, che racconta situazioni nelle quali molti padri, alle prese con figli fra i 14 ed i 18 anni, possono facilmente riconoscersi. Il limite di quest’opera sta appunto nell’essere sostanzialmente consolatoria per i padri ed accusatoria invece per i figli, a partire proprio dal titolo a loro espressamente rivolto, senza possibilità di contraddittorio.                                                                                                                                                                                                                                  

Intorno alla metà di questo secolo, secondo tutte le previsioni, la classe dominante, in Occidente, saranno i vecchi. A meno di invasioni vincenti dei popoli poveri (poveri e giovani saranno, anzi già sono, ormai sinonimi), le persone dai settantacinque in su saranno più della metà della popolazione…‘. Il mondo prossimo venturo che aspetta i nostri figli è perciò declinato (in tutti i sensi) verso una società nella quale i giovani dovranno sostenere, fra l’altro, il peso di un welfare completamente sbilanciato a loro sfavore e probabilmente insostenibile.

Gli Sdraiati 08Nella battaglia inevitabile che, secondo l’autore, nascerà da questa inedita ed anomala condizione, da lui medesimo rappresentata in un romanzo epico e lunghissimo che ha intenzione di scrivere (alla stregua di Tolstoj, afferma) ed al momento ancora in fase di abbozzo, il generale comandante dell’esercito dei vecchi si chiamerà Brenno Alzheimer. L’esemplificativo cognome è dichiaratamente ed ironicamente riferito a se medesimo, cioè l’autore Michele Serra, il quale attraverso questo escamotage sembra perciò voler lanciare un segnale, se non un vero e proprio allarme nei confronti della sua generazione e quelle immediatamente successive, le quali saranno presumibilmente le prime ad usufruire dei vantaggi (siamo sicuri?) riguardo le accresciute speranze di vita, togliendo però risorse e spazio ai giovani, costretti a supportarle ben oltre le loro possibilità pratiche.

Gli Sdraiati 05‘Gli Sdraiati’ di Michele Serra è stato il caso letterario del periodo pre-natalizio, un libro probabilmente regalato a chissà quante persone perché nell’esperienza dello scrittore nel rapporto con il proprio figlio, molti lettori possono riconoscersi e trovare analogie con i loro disagi generazionali. L’inizio d’altronde non lascia adito a dubbi: ‘…Ma dove cazzo sei? Ti ho telefonato almeno quattro volte non rispondi mai. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione: e non so quale sia, dei due “non rispondo”, il più offensivo…‘. C’è qualcuno fra i genitori con figli adolescenti o maturandi che possa dire di non aver pensato almeno una volta la stessa cosa? E quindi che non possa condividere anche quest’altra colorita considerazione: ‘…quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo…‘?

Gli Sdraiati 01Qualche pagina più avanti, il padre (né di lui, né del figlio sono mai citati i nomi propri, perché in realtà non sono altro, appunto, che lo scrittore stesso e suo figlio: ma esiste davvero poi ‘sto figlio? io francamente non sono riuscito ad appurarlo…) racconta un episodio che si svolge a casa dell’amica Carla, la quale abita in Piemonte, fra i vigneti delle Langhe, in occasione della vendemmia del Nebbiolo, alla quale lui, il figlio ed un suo amico coetaneo, sono stati invitati a partecipare. La mattina, anziché alzarsi presto per svolgere il lavoro necessario nelle vigne di proprietà della famiglia di Carla, i due giovani restano a letto a dormire sino a tardi, svegliandosi per fare colazione solo quando tutti gli altri hanno già completato buona parte della vendemmia e sono a pranzo. La conclusione del padre è categorica ed amara ma anche pungente e polemica nei confronti del comportamento del figlio e dell’amico:  ‘…Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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28/01/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Argo’

ARGO

ArgoTitolo Originale: Argo

 Nazione: USA 

Anno:  2012

Genere:  Drammatico, Spionaggio, Storico

Durata:  120’  Regia: Ben Affleck

Cast: Ben Affleck (Tony Mendez), Alan Arkin (Lester Siegel), John Goodman (John Chambers), Bryan Cranston (Jack O’Donnell), Victor Garber (Ken Taylor), Michael Cassidy (Analista), Christopher Denham (Mark Lijek), Clea DuVall (Cora Lijek), Rory Cochrane (Lee Schatz), Tate Donovan (Bob Anders), Kerry Bishè (Kathy Stafford) 

TRAMA: Teheran, 1979. La rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeyni divampa nella nazione iraniana. L’ambasciata americana è presa d’assalto dalla folla inferocita perché gli USA hanno concesso asilo politico al deposto scià Rezha Palevi, gravemente malato. Gli addetti dell’ambasciata cercano di distruggere in tutta fretta i documenti sensibili, poco prima di essere fatti prigionieri. Sei di loro riescono comunque a fuggire da una porta secondaria e si rifugiano nell’ambasciata canadese. Il presidente americano Carter chiede invano la liberazione dei connazionali ed intanto la CIA contatta l’agente speciale Tony Mendez specialista in operazioni di copertura per organizzare una spedizione utile a riportare a casa i sei rifugiati, prima che la polizia iraniana s’accorga della loro fuga dall’ambasciata. L’impresa sembra impossibile da portare a termine ed il rischio che i sei possano morire in caso di fallimento è altissimo. La strategia di Mendez nasce per caso, guardando un cartone animato del figlio ed è apparentemente folle e grottesca al tempo stesso: simulare la realizzazione di un film in Iran da parte di una troupe canadese. Con l’appoggio del suo capo, Mendez contatta un promoter ed un produttore di Hollywood i quali in pochi giorni mettono in moto tutto il meccanismo perché la nuova opera cinematografica risulti credibile ed autentica, coinvolgendo persino i media. Giunto a Teheran ed ottenuti i permessi necessari, Mendez incontra i sei addetti dell’ambasciata e ad ognuno di essi, oltreché passaporti falsi e nuove identità, assegna un ruolo ed il compito di imparare a memoria la parte, nonostante le perplessità di alcuni di loro, consci della possibilità che la messinscena possa trasformarsi in una trappola ed un dramma. I rivoluzionari islamici infatti hanno scoperto nel frattempo che i conti non tornano fra i prigionieri e mettendo assieme i brandelli di carta che gli addetti dell’ambasciata non sono riusciti riusciti a bruciare per tempo ma solo a tagliare nelle macchine distruggi documenti, essi sono oramai in grado di ricostruire le fisionomie dei sei. Per loro non resta quindi che giocarsi la vita cercando di uscire dall’Iran usando la copertura attuata da Mendez, il che significa recarsi all’aeroporto per imbarcarsi come comuni turisti canadesi o, appunto, cineasti in trasferta. Un’operazione tutt’altro che facile, visti i controlli capillari in corso e la necessità di non tradirsi mantenendo sangue freddo e contando anche sull’indispensabile aiuto della fortuna.         

VALUTAZIONE: Ben Affleck è riuscito nella non facile impresa di rievocare una delicata e per certi versi esaltante impresa, evitando ogni tentazione di deriva nazionalistica e di spettacolarizzazione in stile 007 o Rambo. Un’opera di grande tensione, grazie ad una brillante sceneggiatura ed un cast di attori non di primo piano ma molto bravi. Nonostante la vicenda contenga tutti gli ingredienti per poter essere trasformata in una classica americanata, l’autore è stato molto lucido nel mantenere un taglio secco e funzionale, in stile con i migliori film anni settanta di spionaggio giornalistico e politico cui apertamente si riferisce.                                                                                                                                                                                                                                                   

‘Argo’ è una storia vera innanzitutto, la ricostruzione di una temeraria operazione che in Iran nel 1979 ha visto la perfetta collaborazione fra i servizi segreti degli USA e quelli del Canada, con questi ultimi però, contrariamente a quello che si potrebbe supporre, a svolgere un ruolo decisivo in un contesto di guerra civile, allorché l’ayatollah Khomeyni si pose alla guida della rivoluzione islamica, spazzando via ogni residuo della monarchia dello Scià Reza Palhavi. Contro gli americani, rei di aver concesso asilo politico al deposto Scià, seppure oramai morente, esplose una ritorsione che colpì in particolare la loro ambasciata a Teheran, nella quale si scatenò una vera e propria caccia all’uomo.

Argo 17L’episodio raccontato dal film di Ben Affleck, che avvenne all’interno di quegli eventi, è rimasto nascosto ai media per quasi venti anni, nonostante il successo per molti versi esaltante di quell’impresa e l’ardita messa in scena che l’ha resa possibile. La quale se fosse stata riportata ai media, avrebbe avuto presumibilmente riscontri positivi nell’indignato popolo americano che trepidava per i suoi connazionali davanti alla TV, chiedendo a gran voce azioni utili al governo, anziché un’inspiegabile debolezza, affinché liberassero al più presto i prigionieri.

‘Argo’ non è semplicemente il nome in codice di una complessa operazione della CIA ma è anche il titolo di un falso film (un film nel film quindi) che si sarebbe dovuto girare nella capitale iraniana nell’ambito della vicenda in oggetto ad opera dello stesso regista di ‘Gone Baby Gone’. Un’opera persino presentata alla stampa di Hollywood da un noto promoter (John Goodman) ed un vecchio produttore (Alan Arkin), come si fa di solito per un prodotto oramai definito in tutti i particolari ed in procinto di essere realizzato. Una coppia, quest’ultima, che rappresenta l’unico lato ironico e burlesco del film, la quale si è prestata al gioco, divertendosi e togliendosi pure qualche sassolino dalla scarpa, come si dice in questi casi. ‘…Se produco un falso film, sarà un falso successo!…‘ afferma beffardo infatti lo stesso Alan Arkin.

Argo 16‘Argo’ non è neppure un titolo casuale, o se lo è, allora mostra sorprendenti analogie con il viaggio mitologico del greco Giasone ed i cinquanta Argonauti i quali, imbarcati sulla nave omonima del titolo, navigarono sino alla Colchide (l’odierno Caucaso) alla ricerca del ‘vello d’oro’ (una pelle di ariete che pare avesse il potere di guarire le ferite), per impossessarsene e portarlo in patria come un prezioso trofeo.

L’originalità dell’impresa messa in atto da Mendez sta principalmente nel fatto che la storia di questo blitz, sul successo del quale quindi i servizi segreti di mezzo mondo ci avrebbero campato a lungo, solo nel 1997 il presidente Clinton l’ha resa di pubblico dominio. Si presume che la decisione di ignorarne a lungo l’esistenza sia dipesa dal fatto che l’azione si svolse nel medesimo tempo in cui altri 52 americani giacevano ancora prigionieri dentro l’ambasciata e se si fosse dato risalto alla beffa subita dagli iraniani, l’ipotesi che si potessero vendicare su di loro sarebbe diventata probabilmente una certezza.

Argo 10Per ironia della sorte, se l’operazione ‘Argo’ si può definire un miracolo di tempismo e di organizzazione, la sorte degli altri prigionieri invece, rimasti segregati nell’ambasciata per ben 444 giorni e sottoposti ad una prova tremenda dal punto di vista della resistenza alle pressioni e persino alle torture psicologiche patite prima del rilascio, è ricordata come una delle pagine più umilianti della storia recente degli USA e del presidente Carter in particolare. Il quale, mentre Mendez portava a termine con successo la sua missione, era però impossibilitato a sfruttarne i ritorni positivi d’immagine. La quale ne è uscita quindi notevolmente indebolita, essendo apparso egli incapace di trovare una soluzione utile ad imporre il rispetto delle più elementari regole fra le nazioni riguardo l’inviolabilità delle rispettive ambasciate. Il capo di Mendez (Jack O’Donnell) lo ammonisce sardonicamente così al riguardo: ‘…non fare cazzate, tutto il paese ti guarda. Solo che non lo sa!…‘. Si può forse affermare che da quel momento è iniziata la crisi in quella delicata area geografica nella quale gli americani, fra la successiva questione afghana e quella irachena, sono impelagati ancora oggi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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10/01/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La Classica Nuotata Non Competitiva Lerici-SanTerenzo 2014

Clicca su una qualsiasi delle foto alla fine di questo commento per iniziare a scorrere la galleria.

Si è svolta anche quest’anno la manifestazione, nata per iniziativa del Dott. Dino Ceppodomo nel 1999 e patrocinata dal Trittico Natatorio Santerenzino, in programma, come di consueto, la seconda domenica di agosto, partendo dai giardini di Lerici per arrivare sulla spiaggia di San Terenzo.

La nuotata non è competitiva e può partecipare, senza alcun obbligo d’iscrizione ma presentandosi direttamente alla partenza intorno alle ore 11, chiunque si senta abbastanza allenato per compiere il percorso. Alcune barche e canoe di appoggio della società patrocinante seguono i partecipanti, i quali devono comunque far conto essenzialmente sui loro mezzi natatori, non essendo previsto un vero e proprio servizio di assistenza e supporto.

Il percorso, lungo circa 1200 metri, si snoda, dopo un primo pezzo diritto nel passaggio davanti al Lido di Lerici, a forma di esse all’interno della scogliera di fronte alla spiaggia della Venere Azzurra ed infine, doppiando la punta del Colombo, si conclude coprendo un lungo rettilineo sulla spiaggia di San Terenzo, fra i bagnanti che ogni anno osservano con curiosità ed anche un po’ di stupore l’arrivo dei nuotatori.

Alla partenza quest’anno c’erano 41 partecipanti, com’è risultato dalla conta che viene eseguita prima della partenza fra tutti i partecipanti i quali, tenendosi per mano, formano un cerchio. Purtroppo quest’anno mancava al via proprio Dino Ceppodomo, bloccato da un infortunio ed impossibilitato quindi a far parte della comitiva. A lui naturalmente vanno gli auguri di tutti per una pronta guarigione in attesa di riaverlo fra noi nella prossima edizione. La partenza è stata decretata anche in questa occasione dal sindaco di Lerici, Marco Caluri, all’ora prestabilita.

Quest’anno, per fortuna ed a differenza della scorsa edizione, non ci sono state le meduse a tormentare il percorso dei nuotatori e tutto si è svolto nel migliore dei modi. In compenso è stato nutrito il numero dei giovanissimi partecipanti. Il che fa ben sperare per la continuazione di questa simpatica tradizione che coinvolge i due paesi vicini. Una maggiore pubblicità riguardo l’iniziativa, che vada oltre l’avviso, comunque tempestivo sul sito del Comune di Lerici (ad esempio, l’affissione di alcune locandine nei punti strategici e davanti ad alcuni negozi dei due paesi coinvolti), aiuterebbe però a sviluppare ulteriormente questa manifestazione. 

All’arrivo a San Terenzo, quest’anno posto proprio al centro della spiaggia, ad accogliere i valenti nuotatori c’era il classico gazebo imbandito di focacce, torte e bevande, grazie all’efficientissima organizzazione del Trittico Natatorio Santerenzino. 

Secondo tradizione alcuni dei nuotatori, giusti a San Terenzo e dopo essersi rifocillati ripartono subito dopo alla volta di Lerici compiendo il percorso inverso, in ossequio ad un’antica rivalità fra le due borgate, oramai praticamente scomparsa fra le ultime generazioni. Ovviamente si tratta di uno scherzo ed un atteggiamento burlesco, ben noto e concordato simpaticamente con il cordiale staff dei santerenzini, i quali ringraziamo ancora una volta per la puntuale e simpatica accoglienza, incluso il personale in tenuta da soccorso. 

Un piccolo ringraziamento infine anche a mio figlio Luca, oramai da alcuni anni una sorta di fotografo ufficioso della manifestazione, che segue il percorso dei nuotatori dalla partenza all’arrivo ed ha scattato quindi tutte le foto della galleria visibile qui di seguito, che mi auguro sia gradita come nelle precedenti edizioni.

10/01/2014 Posted by | - 2014 | Lascia un commento

Film e Libro: ‘Vita Di Pi’

VITA DI PI (Libro)

Vita di PiDi Yann Martel

Anno Edizione 2012

Pagine 334

Costo € 17,50

Traduttrice Clara Nubile

Ed. Piemme

VITA DI PI (Film)

Vita di PiTitolo Originale: Life Of Pi

 Nazione: USA 

Anno:  2012

Genere:  Avventura, Drammatico

Durata:  127’  Regia: Ang Lee

Cast: Suraj Sharma (Pi), Irfan Khan (vecchio Pi), Rafe Spall (Yann Martel), Gérard Depardieu (cuoco francese), Tabu (madre di Pi), Adil Hussain (padre di Pi), Ayush Tandon (giovane Pi)

TRAMA: Piscine Molitor Patel è un signore di mezza età che vive a Toronto ma è originario dell’India, dove suo padre era proprietario di uno zoo a Pondicherry. La sua infanzia è stata caratterizzata dallo strano nome, oggetto continuamente di scherno da parte dei compagni di scuola, al punto che egli ha poi deciso di cambiarlo semplicemente in ‘Pi’. D’animo sensibile e curioso, Pi era convinto che gli animali dello zoo avessero un’anima sensibile ed era inoltre affascinato dalle tre religioni che convivevano nell’ex colonia francese: induista, cattolica e musulmana, mentre il suo insegnante Kumar ed il padre, entrambi atei, cercavano di convincerlo ad essere razionale. Oberato dalle spese e persuaso che la politica di Indira Gandhi non avrebbe portato benefici al suo zoo, il padre di Pi aveva deciso di emigrare in Canada, imbarcando famiglia ed animali su di un vecchio cargo. Durante una tempesta la nave era affondata e Pi era rimasto solo su una scialuppa di salvataggio con l’insolita compagnia di una zebra con una gamba rotta, una iena ed una tigre. Poco dopo si era aggiunto anche uno scimpanzé. Alla disperazione per la perdita della sua famiglia s’era aggiunto ben presto anche il terrore di condividere uno spazio limitato con delle bestie feroci le quali non avevano esitato a sbranarsi fra loro. La iena aveva ucciso la zebra e poi lo scimpanzé. La tigre aveva prevalso sulla iena e così Pi si era ritrovato infine in solitaria compagnia di quest’ultima, la quale portava anch’essa un nome insolito: Richard Parker. Per sua fortuna la bestia soffriva il mal di mare, così che restava gran parte del tempo nascosta sotto la cerata della lancia di salvataggio mentre Pi si era costruito in fretta e furia una sorta di zattera legata con una corda alla scialuppa, sulla quale passava gran parte del suo tempo. Al dolore per la sua triste condizione aveva dovuto però sostituire al più presto inventiva ed iniziativa per cercare di sopravvivere ed al tempo stesso trovare una modalità di convivenza con la tigre, ad iniziare dalla sua alimentazione per evitare di diventare egli stesso oggetto della sua dieta, non potendo condividere con lei le scorte alimentari che aveva trovato sull’imbarcazione, appena sufficienti per garantirgli un limitato periodo di sopravvivenza. Pi aveva imparato molto da suo padre, dimostrando di possedere al pari suo un carattere risoluto e tenace. Difatti non solo era riuscito a superare i momenti di sconforto, soprattutto quando si era reso conto che la sua scialuppa rappresentava un puntino infinitesimale sospeso su un mare immenso, con l’eventualità molto rara d’incrociare la rotta di altre navi, ma aguzzando l’ingegno era riuscito a procurarsi cibo ed acqua sufficienti per lui e Richard Parker, seppure aveva dovuto andare contro i suoi principi uccidendo altre creature come pesci e tartarughe, cibarsi della loro carne cruda, alla stessa stregua della tigre. Al tempo stesso, con coraggio e determinazione, era riuscito ad imporre delle regole a Richard Parker, delimitando i loro territori dentro la scialuppa ed imponendosi come un vero e proprio domatore. Lungo il difficoltoso percorso Pi aveva provato tutte le terribili esperienze che possono capitare ad un naufrago costretto ad una durissima lotta di sopravvivenza. Nel lungo procedere alla deriva aveva incontrato un altro naufrago (solo nel libro) ed uno stranissimo isolotto vagante abitato da una moltitudine di suricati, prima di approdare, oramai allo stremo delle forze, sulla costa messicana dove Richard Parker era immediatamente scomparso nella foresta. Pi era stato invece soccorso da alcuni abitanti del luogo e trasportato in ospedale dove aveva raccontato la sua esperienza ad un paio di inviati della compagnia d’assicurazione, i quali non credendo al racconto del ragazzo gli avevano chiesto una versione differente priva degli animali feroci. Lo scrittore, al quale invece Pi ha appena terminato di raccontare la sua storia (nel film), pur senza negare i punti irrazionali della stessa, non esita a preferire questa versione, dai chiari accenni metaforici, a quella certamente più realistica ma anche meno straordinaria.    

VALUTAZIONE: un racconto di fantasia ma al tempo stesso anche di grande realismo, sempre in equilibrio fra fiaba, metafisica e crudo cinismo. Il libro si sofferma molto più del film nel descrivere i dubbi religiosi di Pi e gli aspetti grottescamente drammatici della dura lotta di sopravvivenza dentro una scialuppa con l’insolita compagnia di una tigre, entrambi però sottomessi allo strapotere della Natura. Il film di Ang Lee smussa molti crudi particolari espressi invece nel libro. Splendida sia la scenografia che gli effetti speciali in un’ambientazione molto complessa da rappresentare.                                                                      

Non capita spesso di leggere un libro e subito dopo avere l’opportunità di assistere alla sua trasposizione cinematografica, quindi ne approfitto, per una volta, per commentare entrambi in un colpo solo, in un confronto reso certamente più agevole dalla freschezza del ricordo. La storia narrata da Yann Martel è invero decisamente molto curiosa, e leggendo la trama credo non si possa che concordare riguardo l’uso appropriato di tale aggettivo, anche se non è originale poiché lo scrittore brasiliano Moacyr Scliar, citato comunque da Martel nella prefazione, aveva già pubblicato anni addietro un racconto che descriveva la convivenza di un uomo ed un giaguaro dentro una barca durante una traversata dell’Oceano Atlantico.

Vita di Pi 11Come si dice spesso però di situazioni che si sviluppano in campi anche molto diversi fra loro, quello che conta è trovarsi al posto giusto nel momento giusto e lo scrittore canadese evidentemente è stato più fortunato o semplicemente più bravo nel riuscire ad attirare l’attenzione di pubblico e critica sul suo romanzo che ha il merito innanzitutto di poter essere apprezzato passando attraverso differenti piani narrativi e quindi rivolgersi a diverse tipologie di pubblico, pur essendo ambientato per gran parte in un contesto molto particolare e limitato.

Vita di Pi 01La prima cosa che risulta evidente, sempre per chi ha la possibilità di confrontare romanzo e film, è la diversità di approccio data alle loro opere dallo scrittore e dal regista. Non poteva che essere così, come avviene nella gran parte dei casi, ma si può tranquillamente affermare che sia uno che l’altro hanno sfruttato al meglio il mezzo comunicativo che avevano a disposizione, perché laddove non arriva il film, per ragioni legate alla sua stessa natura, il libro lo sostituisce e completa, e viceversa. Questa complementarietà non li contrappone quindi ma anzi arricchisce il significato ed il valore di entrambi. 

Sopravvissi perché decisi di dimenticare. La mia avventura ebbe inizio il 2 luglio 1977 e terminò il 14 febbraio 1978, ma in mezzo per me non ci furono date. Non contai i giorni, né le settimane, né i mesi. Il tempo è un’illusione che toglie il fiato. Così lo cancellai.’ E’ Pi a parlare ovviamente poiché sia il romanzo, ma più ancora il film è un lungo flashback durante il quale il protagonista racconta allo scrittore, che in seguito ne trarrà il romanzo in oggetto, la sua straordinaria e per certi versi incredibile avventura. 

Vita di Pi 16Il regista Ang Lee (già vincitore di numerosi premi per opere come ‘La Tigre ed il Dragone’, ‘I Segreti di Brokeback Mountain’, ‘Ragione e Sentimento’, ‘Il Banchetto di Nozze’), rispetto al racconto scritto, ha scelto un taglio più basso dal punto di vista drammatico, privilegiando gli aspetti coreografici su quelli filosofici della storia nella parte girata a Pondicherry e quelli spettacolari della messa in scena riguardo il fascino e la forza soverchiante della natura, smussando quasi del tutto i particolari crudi sui quali il libro si sofferma molto più prosaicamente. In particolare nella lunga parte che si svolge sulla scialuppa, con Pi costretto a condividerla con animali feroci, addirittura una tigre del Bengala, seconda come dimensioni soltanto a quella Siberiana. Un lungo percorso nel quale elementi onirici, allegorici e favolistici convivono fra loro, sino al finale nel quale tutto il racconto viene messo in discussione, sorprendentemente se vogliamo, per lasciare al romanziere che lo ha appena ascoltato ed allo stesso lettore/spettatore la decisione sulla migliore interpretazione da dargli. La scelta stessa della visione in 3D dimostra la volontà del regista di dare, appunto, la maggiore verosimiglianza possibile alle immagini, immergendo lo spettatore, è proprio il caso di dirlo, dentro di esse ed accrescendo conseguentemente il tasso di spettacolarità e di virtuosismo scenico (la fotografia è da urlo), considerando che la figura della tigre è per la gran parte del tempo digitalizzata (magnificamente peraltro) e le scene spaventose di tempesta nell’oceano sono state quasi interamente realizzate in studio. La stessa scelta infine di scritturare un esordiente nella parte di Pi e di trovare nel cast solo un nome noto, Gérard Depardieu, peraltro in un ruolo secondario che nel libro neppure esiste, la dice lunga sulla convinzione del regista di origine taiwanese di avere già sufficiente materiale fra le mani per realizzare un prodotto di valore e successo.     

Vita di Pi 12Quando in passato hai sofferto molto, ogni ulteriore dolore è insopportabile e allo stesso tempo irrilevante. La mia vita è come uno di quei dipinti con il memento mori, accanto a me c’è sempre un teschio sogghignante che mi ricorda la follia delle ambizioni umane. Io mi faccio beffe del teschio. Lo guardo e dico: «Con me non funziona. Forse tu non credi nella vita, ma di certo io non credo nella morte. Sparisci!». Il teschio ridacchia e si avvicina ancora di più. La cosa non mi sorprende. Se la morte è così attaccata alla vita non è per necessità biologica, ma per invidia. La vita è così bella che la morte se ne innamora, un amore possessivo e geloso che afferra tutto quello che può. Ma la vita supera l’oblio con un balzo, perdendo al massimo una o due cose di poca importanza, e la tristezza è solo l’ombra fugace di una nuvola’.

Il romanzo contiene numerose riflessioni come questa che descrivono l’ampio spettro delle sensazioni che prova il protagonista nel suo vagare nell’oceano. Mi piace riportarne alcune perché in questo caso ritengo che il film, comprensibilmente, abbia più difficoltà oggettive ad esprimerle, pur contenendole ugualmente per chi è capace di andarle a cercare superando la cornice. D’altronde per larga parte della vicenda Pi è solo con se stesso ed è chiaro che la sfera del pensiero occupa un ruolo di primo piano laddove i dialoghi, comunemente intesi con una seconda persona, in pratica sono inesistenti. Ciò ha costituito ovviamente un ostacolo in più per Ang Lee, il quale ha perfettamente inteso l’impossibilità di competere su questo livello narrativo con il libro e così ne ha introdotto un altro, non meno interessante ed affascinante, ma più consono ad un mezzo espressivo fondato in primis sul senso della vista, introducendo di sana pianta una presunta ed innocente storia d’amore, promesso più che vissuto, fra Pi ed una ragazza di Pondicherry, nel corso della quale risaltano in tutto il loro splendore i colori di cultura indiana e le tradizioni delle danze, oltre a quelli non meno suggestivi dei luoghi, ex colonia francese restituita all’India nel 1954…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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04/01/2014 Posted by | CINEMA, LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Into The Wild – Nelle Terre Selvagge’

INTO THE WILD – NELLE TERRE SELVAGGE

Into The Wild - Nelle Terre SelvaggeTitolo Originale: Into The Wild

 Nazione: USA 

Anno:  2007

Genere:  Avventura, Drammatico, Biografico

Durata:  140’  Regia: Sean Penn

Cast: Emile Hirsch (Christopher McCandless), William Hurt (Walt McCandless), Marcia Gay Harden (Billie McCandless), Jena Malone (Carine McCandless), Hal Holbrook (Ron Franz), Catherine Keener (Jan Burres), Brian Dierker (Rainey), Kristen Stewart (Tracy Tatro), Vince Vaughn(Wayne Westerberg)

TRAMA: estratto da Wikipedia: il film è basato sul romanzo di Jon Krakauer ‘Nelle Terre Estreme’, in cui viene raccontata la storia vera di Christopher McCandless, giovane proveniente dal West Virginia che subito dopo la laurea abbandona la famiglia e intraprende un lungo viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti, fino a raggiungere le terre sconfinate dell’Alaska.

VALUTAZIONE: Il film è stato mostrato a scuola alla classe che frequenta mio figlio. Al termine è stato richiesto dall’insegnante di scrivere le loro impressioni.

Commento scritto da mio figlio, Luca Pessione 

Io ho trovato questo film molto interessante ed oltre ad avermi colpito la storia in sé, penso sia per me e per chiunque anche una sorta di film-insegnamento.

Into The Wild 04Forse chi critica questo film lo fa perché considera estrema e ‘pazza’ la scelta di vita del ragazzo mentre invece intraprendere un viaggio del genere ti può far capire anche molte cose su te stesso, come per esempio scoprire i tuoi stessi limiti.

Into The Wild 02In tutto il corso del film Chris è felice: quando vede gli alci, quando scende col kayak sul fiume, quando incontra delle persone in zone solitarie, ecc… ecc… Ed è difficile dopo un po’ non avere nostalgia della famiglia, accettare il fatto di essere da soli tutto il tempo. Io penso che ci soffrirei dopo un po’, invece lui non ha mai rimpianti ed ha in mente un piano già prestabilito da lui stesso ed un obiettivo da raggiungere. Qualsiasi ostacolo non è tale per lui perché è deciso e sicuro di se stesso.

Io apprezzo molto la scelta di questo ragazzo ma sono anche consapevole delle difficoltà che avrei io al suo posto ad affrontare un viaggio del genere perché bisogna essere forti e molte volte è difficile, mentre è facile invece andare in panico. Comunque è da ammirare il coraggio di Chris nel mollare tutto e cercare la felicità e di realizzarsi in un’esperienza unica.

Into The Wild 01Principalmente penso che il film ci voglia portare a riflettere sul significato che diamo alla nostra vita; a ritrovare noi stessi lontani dalla solita routine, lontani dalle illusioni dei soldi, dalla ricerca ossessiva del successo; a confrontarci con la famiglia, che difficilmente accetta una scelta come quella di Chris ed a tal proposito mi hanno colpito molto le scene nelle quali lui prova nostalgia e disperazione.

Into The Wild 03Sembra una storia come un’altra, il bisogno di ‘staccare’ per un po’, prima di iniziare un promettente lavoro ed invece è il bisogno irresistibile di uscire dagli schemi, di allontanarsi dalla normalità, dalla casa, dalle prospettive di una vita programmata, che spingono il ragazzo a sentirsi libero, non vincolato.

Due anni che valgono una vita intera, trascorsi in un viaggio in cui l’importante non è arrivare, ma andare, muoversi, fare il vuoto intorno a sé.

‘Into The Wild’ è un film dallo sviluppo talmente convincente che anche noi, come Chris, alla fine non possiamo non prendere coscienza che ‘la felicità è tale solo se è condivisa‘, come scrive il protagonista stesso ad un certo punto nel suo diario. Una consapevolezza della quale Chris si rende conto purtroppo quando ormai è troppo tardi, quando cioè sente che sarebbe stato ancora più bello se avesse potuto condividere la sua gioia con qualcuno che amava.

26/12/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , | Lascia un commento

Libri: ‘Cinquanta Sfumature di Grigio, di Nero e di Rosso’

CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO, NERO e ROSSO

Cinquanta Sfumature di Grigio 03Di E. L. James

Anno Edizione 2013

Pagine 623, 671 e 725

Costo € 5,00 cad.

Traduttori: T. Albanese, S. Zucca e E. Banfi

Ed. Mondadori (collana ‘Oscar’) 

TRAMA: Sfumatura Grigia: Anastasia (Ana) Steele è una studentessa vicina alla laurea. Causa un’indisposizione della sua amica e coinquilina Kate, direttrice del giornale universitario, Ana la sostituisce all’ultimo momento nell’intervista a Christian Grey, un magnate che sovvenziona la stessa università, nello stato di Washington. Nell’incontrarlo, totalmente impreparata, non aveva immaginato che Grey potesse essere così giovane ed affascinante. Nonostante l’apparente fragilità e la goffaggine al momento della presentazione nel lussuoso ufficio da Amministratore Delegato di Mr. Grey, Anastasia conduce una brillante intervista con alcune domande mirate alle quali lo stesso brillante e navigato magnate risponde con qualche difficoltà. Al tempo stesso quest’ultimo è affascinato da Ana, al punto che nei giorni successivi simula un incontro casuale nel negozio dove lei lavora quando non studia. Spinti da un’irresistibile e reciproca attrazione i due iniziano a frequentarsi ma Christian si rivela un uomo misterioso ed umorale. Egli infatti propone alla ragazza un contratto particolare, con scabrose regole fondate su un rapporto fra Dominatore e Sottomessa e dichiara ad Ana di non essere interessato ad alcuna affettività, essendo abituato a limitare i suoi rapporti con le donne che sceglie con cura esclusivamente alla sfera sessuale. La ragazza, nonostante l’inesperienza in questo campo, dopo alcune titubanze accetta comunque l’offerta, attratta dal fascino, il decisionismo e la fama di quell’uomo ed incuriosita dai suoi burrascosi trascorsi nella prima infanzia, che celano paure e tabù inconsueti in una persona di successo ed a capo di grandi imprese con migliaia di dipendenti. Anastasia si ritrova ben presto al centro di un travolgente rapporto di natura esclusivamente sessuale, che esclude ben poche delle pratiche sado-maso, finalizzato quindi soltanto al raggiungimento del piacere fisico reciproco. Volendo spingersi fino ed esplorarne i limiti, Ana si convince però che Christian soffre di alcune patologie psicologiche e spaventata dalle sue pratiche sessuali d’impronta punitiva, oltreché frustrata dalla convinzione di non riuscire a risolvere i fantasmi del passato di Grey, decide infine di lasciarlo. 

Sfumatura Nera: Anastasia si è laureata ed è stata assunta da una piccola casa editrice. Christian ha già avuto in passato almeno una quindicina di rapporti contrattuali con altrettante Sottomesse, ma non ha mai avuto a che fare con una di esse che fosse capace di tenergli testa come Ana, tutt’altro che rassegnata ad accettare supinamente un ruolo subalterno. Con la scusa di accompagnarla con il suo elicottero personale alla mostra di un amico a Portland, che altrimenti Anastasia non riuscirebbe a raggiungere per tempo, Christian riesce ad avvicinarsi nuovamente a lei e le loro frequentazioni riprendono, seppure è oramai evidente che la loro relazione sarà diversa rispetto a quella pattuita dalle precedenti norme contrattuali. Grey scopre cosa vuol dire provare, assieme all’attrazione sessuale, anche il calore di vivere accanto alla sua partner, sino ad essere talmente preso da sfociare addirittura nell’iperprotettività nei confronti di Anastasia. Un atteggiamento mal sopportato dalla ragazza che si rivela però decisivo quando lei, divenuta oggetto delle attenzioni perverse di Hyde, il suo capo, soltanto grazie all’intervento di Christian e le sue guardie del corpo riesce ad evitare di essere costretta con la violenza a sottostare alle sue voglie. Oppure quando Ana viene seguita e minacciata persino dentro le mura di casa da una ex Sottomessa di Grey con problemi psicologici. Anastasia, nonostante ciò, cerca comunque di conservare una sua autonomia da Christian ed al tempo stesso si applica nello scavare dentro il passato del suo partner, che è reticente riguardo le sue angosce infantili, per fare in modo che i loro rapporti non si limitino alla mera soddisfazione fisica ma siano supportati anche da una componente sentimentale. Pur fra bisticci e gelosie, soprattutto riguardo l’ostinata richiesta d’indipendenza da parte di Ana, il rapporto fra lei e Christian comunque si consolida, travolgendo entrambi e rendendo sofferta uno all’altra anche la più breve separazione. Christian chiede infine ad Anastasia di sposarlo. 

Sfumatura Rossa:Il loro matrimonio è stato celebrato senza lesinare le spese, fra la compiaciuta soddisfazione dei loro parenti ed amici. Al tempo stesso, a parte la spiccata personalità ed i cambiamenti d’umore repentini, non c’è più alcun atteggiamento del Dominatore di un tempo in Christian. Anastasia è totalmente al centro della sua vita e la famiglia di Christian le è riconoscente per averlo trasformato in meglio rispetto al personaggio introverso ed insicuro, nonostante le apparenze, che era in precedenza. L’ex capo di Anastasia però vuole vendicarsi, dopo essere stato licenziato da Grey a seguito delle sue avance con la ragazza appena assunta nell’azienda che lo stesso Christian ha poi rilevato. A complicare le cose Anastasia resta prematuramente incinta, sconvolgendo e precipitando un’altra volta Christian dentro il baratro delle sue angosce infantili dalle quali era appena riemerso a fatica. Per la prima volta nella loro relazione è Christian ad allontanarsi, suscitando il risentimento di Anastasia perché lui trascorre una serata in compagnia di Elena Lincoln, una donna ben più anziana di lui, che l’aveva a suo tempo iniziato ai giochetti sessuali dei quali poi è diventato un maestro, ma reso anche perversamente succube. Sarà un rapimento ed un ignobile ricatto a sistemare le cose fra Mr. e Mrs. Grey oltreché spingere Christian al pentimento per il suo ingiusto atteggiamento nei confronti dell’imminente paternità, facendo quindi trionfare l’amore che lo lega non più soltanto ad Anastasia ma a quella che è diventata nel frattempo la sua famiglia.   

VALUTAZIONE: un successo planetario di vendite per una trilogia che abbina facili sentimenti, sogni, ambizioni e personaggi studiati ad arte per colpire la massa dei lettori, immersi in una storia che replica i classici della letteratura rosa, con l’aggiunta di numerosi momenti di erotismo esplicito. Il voyerismo dell’operazione è inevitabile però.                                                                                                                                        

Se si pensa che qualche anno fa un film come ‘Ultimo Tango a Parigi’ di Bernardo Bertolucci è stato addirittura condannato al rogo, oppure che qualche giornaletto contenente immagini ritenute allora osé, veniva bollato come pornografico ed inevitabilmente relegato sul retro del chiosco dell’edicola, viene da sorridere, non senza un po’ d’ironia, sul mutamento dei costumi, in particolare riguardo le questioni inerenti il sesso appunto, da allora. Che poi stiamo parlando di una quarantina d’anni fa, non di qualche secolo!

Cinquanta Sfumature di Grigio 08Al tempo stesso però non si può fare a meno di osservare che questi tre romanzi della scrittrice Erika Leonard (la quale ha scelto lo pseudonimo E.L. James presumibilmente più per copertura, almeno inizialmente, che per originalità) non solo adesso compaiono in bella mostra nelle vetrine delle librerie ma sono anche facilmente consultabili persino dai più giovani in qualsiasi centro commerciale. Se sfogliandoli qualcuno di loro dovesse capitare però in una delle pagine esplicitamente piccanti in essi contenute, tutt’altro che rare, magari proverebbe soltanto un po’ di confusione, dopo l’iniziale curiosità, ma non sono altrettanto sicuro che i loro genitori gradirebbero sapere quale contenuto è capitato fra le mani dei loro figli. Magari nel frattempo siamo semplicemente passati da un eccesso di moralismo ad una totale mancanza di attenzione, specie per i più giovani. Forse che da un libro, a differenza di un film, non te lo aspetti? Anche perché non credo se ne trovi neppure uno che sia vietato ai minori nelle librerie oppure in biblioteca.

Cinquanta Sfumature di Grigio 01Sta di fatto, e così sgombriamo subito il campo da eventuali dubbi interpretativi, che il successo di ‘Cinquanta Sfumature di Grigio’, primo volume della trilogia, seguito dalla ‘Sfumatura di Nero’ e quindi da quella di colore ‘Rosso’, considerati in questo caso come un continuum unico, non è certamente dovuto né alla qualità della prosa dell’autrice, pur discretamente piacevole in sé beninteso, né all’originalità della trama e dei personaggi. Per quanto essi siano calati in un contesto opportunamente ambientato per apparire il più possibile allettante e nel quale, per sintetizzare al massimo, tutto il meglio che una donna/uomo può desiderare puntualmente si avvera. La ragione per cui una storia in fondo banale e deja-vu (qualcuno, a ragione a mio avviso, sostiene che sono evidenti i riferimenti a ‘Jane Eyre’ di Charlotte Bronte; altri arrivano sino a citare persino Cenerentola, Biancaneve ed il Principe Azzurro) è diventata un caso editoriale straordinario che ha venduto oltre 70 milioni di copie in tutto il mondo, si spiega evidentemente con qualcosa di maggior richiamo in essa contenuto.

Cinquanta Sfumature di Grigio 07Sembrerà scontato a questo punto il riferimento, dopo aver letto la premessa ed in effetti la ragione del grande successo della serie è ancora una volta dovuta ad un tema tutt’altro che originale, anzi decisamente vecchio come il mondo, vale a dire il sesso, in questo caso decisamente privo di veli, per così dire, pur trattandosi solo di parole, che però non è per niente scontato che siano meno incisive di tante immagini, colpendo l’immaginazione del lettore. Se qualcuno pensasse però ad un’opera semplicemente provocatoria, lasciva e trasgressiva che s’insinua nei meandri dei tabù e dell’imbarazzo che ancora molti provano davanti ad un argomento così intimo, sbaglierebbe clamorosamente la mira. Non si spiegherebbe altrimenti il successo di vendite a livello universale che ha ottenuto la scrittrice inglese, riuscendo al contempo a non scatenare le proteste dei cosiddetti bacchettoni. A meno di pensare che questi ultimi sono tutti dei pessimi lettori…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

24/12/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Django Unchained’

DJANGO UNCHAINED

Django UnchainedTitolo Originale: Django Unchained

 Nazione: USA 

Anno:  2012

Genere:  Western, Drammatico

Durata:  165’  Regia: Quentin Tarantino

Cast: Jamie Foxx (Django Freeman), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin J. Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Kerry Washington (Broomhilda von Shaft), Dennis Christopher (Leonide Moguy), Lara Cayouette (Lara Lee Candie Fitzwilly), Walton Goggins (Billy Crash), Franco Nero (Amerigo Vassepi), David Steen (Mr. Stonecipher), Bruce Dern (Old Man Carrucan), Dana Gourrier (Cora), Ato Essandoh (D’Artagnan), Sammi Rotibi (Rodney), Clay Donahue Fontenot (Luigi), Quentin Tarantino (Frank) 

TRAMA: Texas, intorno al 1850. Django è uno schiavo di colore costretto dai suoi tiranni, i fratelli Speck, a camminare in catene assieme ad altri sfortunati come lui. Il Dr. King Schultz è un atipico cacciatore di taglie, ex dentista. Le loro strade s’incrociano una notte in aperta campagna, lontano dai centri abitati. Schultz procede alla guida di una curiosa carrozza e sta cercando qualcuno che gli consenta di riconoscere i volti di alcuni ricercati e Django potrebbe fare al caso suo. Il tentativo di comprarlo dai mercanti di schiavi però finisce in una sparatoria, con l’uccisione dei due fratelli. Django e Schultz diventano in tal modo una strana coppia di soci. Django in realtà ha come obiettivo quello di ritrovare la sua compagna Broomhilda, dalla quale è stato forzatamente e crudelmente separato, schiava a sua volta di un certo Candie. Il sodalizio fra Shultz e Django funziona a meraviglia nonostante le enormi diversità culturali, sociali e caratteriali, così che i due diventano amici, nonostante si scontrino ogni volta con lo stupore ed il biasimo dei bianchi e persino dei neri che incontrano durante il loro percorso, non abituati a vedere una persona di colore a cavallo e per giunta non dipendente da un padrone. Dopo aver riscosso le taglie di alcuni ricercati, fatti fuori senza tanti complimenti, Django e Schultz arrivano nell’immensa proprietà di Calvin Candie, dove si trova ancora Broomhilda e cercano di fuorviare il cinico proprietario facendogli credere di essere interessati all’acquisto di un mandingo, che egli seleziona in crudeli combattimenti, includendo nell’affare anche la ragazza, come conguaglio. Il fido maggiordomo Stephen intuisce però il vero obiettivo e mette sull’avviso Candie, il quale reagisce malamente, costringendo Schultz ad acquistare la sola ragazza al prezzo, ben superiore al suo valore corrente, che avevano invece pattuito per il mandingo. Quando, nonostante tutto, la trattativa sembra conclusa, Candie pretende che Schultz gli stringa la mano, ma quest’ultimo, esasperato dalla sua arroganza e prepotenza, per tutta risposta estrae una pistola che teneva nascosta dentro una manica e lo uccide, scatenando però subito dopo la bagarre all’interno della casa. Siamo solo all’inizio di una resa dei conti per la quale non mancano i colpi di scena prima di giungere alla conclusione, con Django protagonista.   

VALUTAZIONE: alla filmografia di Tarantino mancava proprio un’incursione nel western, un genere che lo ha spesso ispirato nelle sue opere precedenti, con numerose citazioni. Sin dal titolo egli si rivolge ai cosiddetti ‘spaghetti-western’ di Sergio Leone e Sergio Corbucci, cui ha aggiunto una sua personale interpretazione dello schiavismo in uso a quel tempo. Il risultato è all’altezza delle aspettative e la qualità dell’autore, molto vicino ai suoi vertici creativi.                                                                                                                                                                                                                           

Vogliamo considerare ‘Grindhouse’ (del quale peraltro ha realizzato solo la prima parte) un passo falso nel corso della carriera autoriale di Quentin Tarantino? Personalmente non sono neppure del tutto convinto al riguardo, ma se anche fosse, per il resto il regista, fra l’altro, di ‘Pulp Fiction’, ‘Jackie Brown’ e ‘Bastardi Senza Gloria’, non ha mai sbagliato un colpo e ‘Django Unchained’ conferma appieno le sue qualità e la straordinaria capacità di sapersi adattare a generi diversi fra loro mantenendo però uno stile univoco e riconoscibilissimo.

Django Unchained 24Vedi quest’ultima opera, di un genere sinora mai affrontato direttamente dall’autore di ‘Kill Bill’ (per il quale però non ha mai nascosto la sua passione, tant’è che in una sua ideale classifica dei film che ama maggiormente figura al primo posto niente meno che ‘Il Buono, il Brutto, il Cattivo’ di Sergio Leone) e ti rendi conto che lo schema in fondo è lo stesso utilizzato in ‘Bastardi Senza Gloria’, seppure quest’ultimo è una personale rivisitazione della fine del nazismo, che nulla c’entra quindi con il western-antischiavista ‘Django Unchained’. Però anche in questo caso Tarantino si diverte a scherzare con la storia, pur affrontando un tema molto serio ed ancora colmo di rimorsi per la cultura americana, come quello appunto della schiavitù dei neri, supponendo nella sua fervida fantasia un epilogo del tutto originale, ahimè però lontano dagli eventi che si sono poi verificati nella realtà.

Django Unchained 22In ‘Bastardi Senza Gloria’ infatti il nazismo viene addirittura decapitato dei suoi vertici e giustiziato nell’incendio appiccato da una ebrea dentro un cinema di Parigi, unica sopravvissuta di una famiglia trucidata durante i rastrellamenti del famigerato colonnello Landa, mentre ‘Django Unchained’ non si spinge sino al punto di tirare in ballo figure storiche di primo piano come Hitler ed i suoi generali, ma esplode, è proprio il caso di dirlo, in una routine di vendetta privata e spietata per quanto, anche in questo caso, lungamente assaporata da parte di Django, simbolo in questo caso della rivolta di una razza oppressa. Egli ha subìto infatti nel corso della sua vita tutto il campionario di sevizie ed umiliazioni che la condizione di schiavitù comporta (non so infatti se si può usare a cuor leggero il verbo al passato, nonostante gli oltre 150 anni passati dall’epoca nella quale è ambientato il film). Il tema della vendetta, con tanto di stangata finale, già presente nel cinema di Tarantino, si riallaccia e rimanda immediatamente a ‘Jackie Brown’, per arrivare, in una ideale rivisitazione delle opere precedenti, perlomeno sino ai due episodi di ‘Kill Bill’.

Django Unchained 02Un certo parallelismo con ‘Bastardi Senza Gloria’ e ‘Jackie Brown’ lo si coglie facilmente anche leggendo il cast ed in particolare, a proposito di Christoph Waltz e Samuel L. Jackson. L’attore di origine austriaca non solo si è portato a casa con quest’opera la seconda statuetta degli Oscar, ma curiosità vuole che in entrambi i casi la categoria sia stata quella dell’… ‘attore non protagonista‘, quando c’è da scommetterci che a distanza di tempo qualunque spettatore si ricorderà della sua performance, piuttosto che quella di Brad Pitt in ‘Bastardi…’ o Jamie Foxx in ‘Django Unchained’, già per loro conto bravissimi intendiamoci e che figurano ufficialmente come i protagonisti. Tant’è che quando Waltz viene a mancare in quest’ultima opera, forse in maniera troppo repentina considerando la caratura del personaggio e l’importanza acquisita sino a quel punto nel corso della trama, ucciso a sua volta durante la brutale sparatoria nella dimora di Candie (dirò più avanti, riguardo questo personaggio, dell’interpretazione di Leonardo di Caprio), il film perde sicuramente in termini di leadership, per usare un termine in voga, venendo meno la sua figura straordinariamente ironica e carismatica, seppure in qualche modo viene mascherata questa mancanza dalla successione frenetica degli avvenimenti che portano all’apoteosi finale…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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23/11/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘C’era Una Volta In America’

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA

C'Era Una Volta In AmericaTitolo Originale: idem

Nazione: Italia, USA 

Anno:  1984

Genere:  Drammatico, Gangster

Durata:  236’  Regia: Sergio Leone

Cast: Robert De Niro (David ‘Noodles’ Aaronson), James Woods (Max Bercovitz), Elizabeth McGovern (Deborah Gelly), Joe Pesci (Frankie Minaldi), Tuesday Weld (Carol), Burt Young (Joe), Treat Williams (Jimmy O’Donnell), Danny Aiello (Vincent Aiello), Richard Bright (Chicken Joe), James Hayden (Patsy Goldberg), William Forsyte (Philip ‘Cockeye’), Jennifer Connelly (Deborah da adolescente), Mario Brega (Mandy), Darlanne Fluegel (Darlanne Flugel Eve), Larry Rapp (‘Fat’ Moe Gelly), Robert Harper (Sharkey)

TRAMA: David ‘Noodles’ Aaronson riceve a Buffalo una lettera anonima nella quale risulta che qualcuno sa molte cose riguardo il suo passato, nonostante egli avesse lasciato New York trentacinque anni prima in fretta e furia, sicuro di non aver lasciato tracce dietro di sé. La missiva lo invita a tornare sui suoi passi per chiarire i dubbi che lo hanno tormentato durante i lunghi anni di lontananza. Noodles è nato e cresciuto nel ghetto ebreo, imparando sin da piccolo a farsi rispettare per strada e non aver paura di nessuno, credendo fermamente in due sentimenti basilari: amore ed amicizia. La prima in particolare per Max con il quale ha condiviso l’ascesa dal nulla sino a mettere in piedi una delle gang più temute ed efficienti della città. L’amore invece lo ha dedicato esclusivamente a Deborah, una splendida ragazzina cresciuta nel suo stesso ghetto. Quando Noodles aveva subito la condanna a dieci anni di carcere per aver ucciso il prepotente e violento Bugsy, il pensiero di Deborah e la solidarietà di Max avevano alleviato il peso della sua detenzione ed una volta tornato in libertà aveva trovato proprio l’amico ad aspettarlo, per riprendere il loro sodalizio. Deborah invece non gli ha nascosto le sue perplessità a legarsi ad un gangster e le sue ambizioni di trasferirsi a Hollywood per tentare la carriera d’attrice. Deluso per averla amata inutilmente per così tanto tempo, Noodles aveva violentato Deborah in auto e poiché il suo amico Max, con la fine del proibizionismo, esprimeva propositi megalomani di rapinare persino Fort Knox, lo stesso Noodles, allo scopo di salvare l’amico dal folle proposito con il minore dei mali, aveva avvisato la polizia in modo che lui ed i suoi amici e soci fossero catturati durante l’ultima spedizione nel ruolo di contrabbandieri. Ma le cose erano andate diversamente dal previsto ed i suoi amici erano rimasti uccisi durante lo scontro con le forze dell’ordine. Roso dai rimorsi, Noodles aveva passato molto del suo tempo dentro una fumeria d’oppio, sinché era stato costretto a dileguarsi precipitosamente per sfuggire ad un attentato, rifugiandosi a Buffalo dove ha cambiato vita. Sinché quella lettera non lo ridesta dal lungo torpore e la curiosità di conoscere la verità, qualunque essa sia, lo spinge a tornare indietro.   

VALUTAZIONE: capolavoro di un autore che molti identificano con i suoi celebri spaghetti-western grazie ai quali si è guadagnato l’attenzione internazionale. Un film perfetto sotto tutti i punti di vista, purtroppo l’ultimo di una prestigiosa ma breve carriera, caratterizzata da pochi titoli, ma praticamente tutti considerati oramai dei ‘cult’.                                                                                                          

La storia di Sergio Leone per alcuni aspetti si può curiosamente accostare a quella di Stanley Kubrick. Quasi coetanei, una filmografia scarna di titoli ma assolutamente prestigiosa, entrambi hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema, assieme a molti estimatori non solo fra il pubblico in generale ma anche fra gli addetti ai lavori e tanto rimpianto per la loro prematura scomparsa: il regista inglese se n’è andato nel 1999 e quello romano addirittura dieci anni prima, quando aveva appena compiuto sessantanni, lasciando un vuoto incolmabile, per citare una frase fatta che però in questo caso corrisponde davvero alla realtà.

C'era una Volta in America 07‘C’era una Volta in America’ (tratto dall’omonimo romanzo di Harry Grey) è l’ultimo film di Sergio Leone, un autore rimasto noto ai più soprattutto come il capofila del filone cosiddetto ‘spaghetti-western’, una sorta di rivisitazione nostrana di uno dei più classici generi cinematografici, per lungo tempo una prerogativa esclusiva dei registi americani, che egli ha contribuito a rivitalizzare ed arricchire proprio quando sembrava oramai inevitabilmente esaurito e destinato ad un inesorabile tramonto. Leone si può quindi definire anche come l’ultimo grande maestro del western classico, ma al tempo stesso capace di rivisitarlo ed il suo accostamento a nomi come John Ford, Anthony Mann, Howard Hawks, ma anche Sam Peckinpah e Fred Zinnemann, questi ultimi fra i cosiddetti autori ‘crepuscolari’, non suona perciò per nulla blasfemo, anzi si può dire che grazie a lui le due anime del western si fondono magicamente in un filone definibile, appunto, come ‘classico-crepuscolare’. 

Le sue cinque celeberrime opere (in sequenza cronologica: ‘Per un Pugno di Dollari’, ‘Per Qualche Dollaro in Più’, ‘Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo’, ‘C’era una Volta il West’ e ‘Giù la Testa’) portano però inevitabilmente lo spettatore più superficiale ad associare il nome di Sergio Leone al genere western, categorizzando e relegando la sua figura autoriale in una sorta di nicchia, mentre invece, come dimostra ‘C’era una Volta in America’, egli  aveva straordinarie qualità da esprimere anche in generi diversi.

C'era una Volta in America 12Per tornare un momento ancora alle analogie con Kubrick, il regista romano era, a suo pari, un perfezionista ed un acuto cultore di ogni minimo dettaglio nei suoi film: dai proverbiali primi piani di Clint Eastwood e Lee Van Cleef (attori da lui lanciati sul grande schermo) a quelli, nello specifico di quest’opera, di Robert De Niro e James Woods; all’analisi prospettica e meticolosa di ogni singola inquadratura; alla collaborazione con i migliori sceneggiatori, direttori della fotografia, scenografi e montatori nostrani. Pare che Robert De Niro, a riprese del film ultimate, avesse acquistato dei medaglioni da distribuire al resto della troupe sui quali aveva fatto serigrafare la seguente frase: ‘Complimenti per essere sopravvissuti alle riprese di C’era una volta in America’.

E che dire poi dell’uso e scelta delle musiche, tutt’altro che accessorie e subordinate alle immagini del film, com’era d’uso anche del regista di ’2001 Odissea Nello Spazio’, grazie alla grande amicizia e sodalizio artistico che ha lungamente legato Sergio Leone a Ennio Morricone. Tutte peculiarità che hanno particolarmente influenzato, prendendole a modello sino alla palese citazione, parecchi colleghi successivi, il più grande dei quali probabilmente è quel Quentin Tarantino che non ha nascosto di considerare Sergio Leone una sorta di padre putativo a livello cinematografico e per rendergli omaggio non manca mai di aggiungere qualche riferimento a lui dedicato nelle sue opere. C’è un momento infine, girato dentro il reparto pediatrico di un ospedale, nel quale la musica (‘La Gazza Ladra‘ di Rossini) si rifà apertamente ad  ‘Arancia Meccanica’ dello stesso Kubrick.  

C'era una Volta in America 18‘C’era una Volta in America’ ha avuto una gestazione lunghissima, quasi tredici anni. Tanti infatti ne sono intercorsi da ‘Giù la Testa’. Il trait d’union fra loro è rappresentato, assieme a ‘C’era una Volta il West’ (il titolo stesso ne suggerisce il legame), da una sorta di trilogia ideale dedicata al trascorrere del tempo, che è quindi il tema di fondo anche di quest’ultima opera di Leone. La quale, proprio perché racconta una storia che si svolge in un lungo lasso di tempo (sia dal punto di vista concettuale che della durata stessa del film), si può forse considerare anche come una sorta di testamento dell’autore medesimo.

Diciamolo, senza nasconderci ipocritamente dietro un dito: oltre quattro ore per un film sono una bella sfida per qualunque spettatore, anche il più irriducibile fra gli appassionati cinefili. Oltretutto la versione cui ho assistito nell’occasione è ancora più lunga di quella uscita a suo tempo nelle sale cinematografiche, che già era inusuale, con le sue tre ore e mezza abbondanti. La ragione è nell’aggiunta di alcune sequenze (26 minuti) a suo tempo tagliate, purtroppo ritrovate mal conservate e proposte in lingua originale con i sottotitoli, proprio laddove si presume che Sergio Leone le avesse immaginate. Le quali però sono tutt’altro che una semplice chicca per cinefili, poiché contribuiscono a rendere alcuni momenti ancora più suggestivi, arricchendone e chiarendone il senso, non sempre d’immediata ed univoca interpretazione (l’inquadratura finale, ad esempio, quel sorriso compiaciuto di De Niro, fa discutere ancora oggi sul suo significato)…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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22/10/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘L’Isola Dei Due Mondi’

L’ISOLA DEI DUE MONDI

L'Isola Dei Due MondiDi Geraldine Brooks

Anno Edizione 2011

Pagine 335

Costo € 17,50

Traduttore Massimo Ortelio

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori Delle Tavole’)

TRAMA: La giovane Bethia Mayfield, figlia del pastore inglese John, ha una gran voglia di studiare, ma nel 1660 non è consentito alle donne avere un’istruzione superiore, così lei ascolta di nascosto le lezioni che il padre impartisce al fratello Makepeace ed assimila molto più di lui che è svogliato ed anche un po’ zuccone. La sua famiglia vive nel villaggio di Great Harbour, sull’isola di Martha’s Vineyard, posta a circa 80 miglia a sud di Boston. La missione del padre è quella di convertire quanti più nativi della tribù Wampanoag sia possibile, nonostante l’ostilità del temibile stregone o ‘pawaaw’ Tequamuck. Durante un’escursione solitaria a cavallo nella zona sud dell’isola, per la gran parte ancora selvaggia, Bethia incontra Caleb, nipote dello stregone, un giovane libero, robusto, socievole, abilissimo nella caccia ed a sfruttare le risorse offerte dalla natura del luogo. Fra i due ragazzi nasce subito una grande empatia, nonostante le difficoltà di lingua, cultura e religione. Bethia è attratta dalle colorite espressioni dell’amico che professa una fede panteista e Caleb a sua volta è incuriosito dalle pagine scritte di una copia del catechismo che gli dona la giovane. Quando però Caleb deve sottoporsi alla tradizionale e dura prova di iniziazione prevista alla sua età dal suo popolo, Bethia deve rinunciare al piacere della sua compagnia, che ha tenuta nascosta alla sua famiglia. Di lì a breve, ancora quindicenne, essa perde la madre e l’anno seguente anche la sorellina Solange. Lei interpreta questi tragici eventi come una punizione divina per aver provato l’ebbrezza della trasgressione coltivando l’amicizia con Caleb ed assistendo di nascosto ad alcuni riti tribali. E’ con grande sorpresa, mista a piacere quindi, che Bethia viene a conoscenza che Caleb, accettando l’offerta di suo padre, a breve domorerà a casa sua, dove sarà erudito alla religione cattolica ed altre materie di studio, assieme ad un altro nativo di nome Joel, oltreché Makepeace ovviamente. L’obiettivo del padre di Bethia è quello di preparare questi volenterosi nativi affinché superino l’esame di ammissione all’Università di Harvard e possano un giorno tornare sull’isola per insegnare la religione cattolica al loro popolo. Egli però non riesce a completare l’opera perché la goletta sulla quale s’imbarca per compiere un viaggio sul continente dove sperava di raccogliere dei fondi, naufraga nel corso di una terribile tempesta, come aveva profetizzato e minacciato Tequamuck. Il suo corpo non verrà più ritrovato. Al nonno di Bethia, il quale ha già impegnato gran parte dei soldi che gli aveva affidato il figlio John, non resta quindi che inviare i tre allievi a Cambridge, presso il maestro di una scuola locale, il quale è disposto ad accoglierli per completare la loro preparazione, in cambio dei servigi di Bethia, la quale diventa rabbiosa ancor più che sorpresa per non aver avuto alcuna voce in capitolo nella decisione. Il maestro Corlett, rimasto vedovo della moglie, si accorge ben presto che Bethia è tutt’altro che una serva ignorante e trascorre con lei piacevoli serate a chiacchierare, seppure, da buon tradizionalista, non condivide affatto le sue smanie culturali. Nel frattempo Caleb e Joel si distinguono per la loro volontà ed i risultati negli studi, al contrario di Makepeace il quale non mostra segni di miglioramento ed accusa la sorella di essersi innamorata di Caleb, per poi infine rinunciare e tornare sull’isola. Corlett nel frattempo ha riconosciuto in Bethia la donna ideale per il figlio Samuel, insegnante presso la stessa università e quest’ultimo difatti, ancora celibe, appena la conosce direttamente s’innamora di lei, colpito dalla sua insolita e fine istruzione, dal suo carattere ed avvenenza, proponendole poco dopo di sposarlo. Bethia non prova per Samuel, almeno inizialmente, il trasporto che sente invece per Caleb, ma al tempo stesso non è indifferente alla sua corte ed al fatto che egli ha libero accesso alla fornitissima libreria dell’Università di Harvard nella quale lei potrebbe dare finalmente libero sfogo alla sua sete di sapere. Gli eventi successivi riservano ancora parecchie sorprese e capovolgimenti di fronte, in una storia nella quale gli sviluppi sono tutt’altro che scontati.

VALUTAZIONE: Un romanzo insolito ed intrigante, il cui senso risiede nel narrare la storia del primo nativo laureato ad Harvard ma che finisce per esaltare la figura della giovane donna che lo ha sempre sostenuto nel suo percorso formativo, pur essendo a sua volta costretta a vivere fra i pregiudizi riservati al suo sesso nel XVII secolo. Geraldine Brooks è molto brava a tratteggiare entrambi i caratteri ed a tenere sempre ben desta l’attenzione del lettore con una prosa fluida e piacevole, a cui contribuiscono pure l’originalità dell’ambientazione e dell’architettura narrativa.                                                                                                                                                                                                                                         

Geraldine Brooks è una scrittrice alla quale evidentemente non piace vincere facile, per così dire. Già nel suo precedente romanzo ‘I Custodi del Libro’ aveva dimostrato una notevole sensibilità oltreché l’abilità di guadagnarsi l’attenzione del lettore pur trattando temi non propriamente popolari, come nel caso del testo ebraico Haggadah e le iterazioni fra popoli di diversa cultura in una città come Sarajevo, crocevia di conflitti religiosi e politici fra oriente ed occidente. Nonostante la particolarità dell’argomento, l’autrice americana di origini australiane, sicuramente in possesso di qualità narrative di prim’ordine, in quell’opera è riuscita a trasformare un racconto, nel quale è forte l’impronta storica, pur abbinata a personaggi e vicende di fantasia, in una sorta di giallo intrigante ed avvincente.

L'isola dei due mondi 09Ne ‘L’Isola Dei Due Mondi’, che mostra la suggestiva immagine in copertina di William Waterway, fondatore della Martha’s Vineyard Poetry Society, già nel titolo (per una volta quello nostrano è più incisivo dell’originale ed anonimo ‘Caleb’s Crossing’) Geraldine lascia trasparire il confronto fra due distinte culture e quindi ritorna sul tema della diversità e della tolleranza razziale, religiosa e sociale, seppure in un contesto molto diverso ed ancor di più insolito del precedente.

Lo scenario infatti in questo caso è l’isola di Martha’s Vineyard la quale, basta cercare qualche informazione su Internet, è grande più o meno quanto l’isola d’Elba; si trova non lontana dalla città di Boston ed è balzata alle cronache in tempi ancora relativamente recenti per alcuni fatti curiosi accaduti sul suo territorio o nel mare che la circonda, i quali l’hanno resa più nota di quello che probabilmente ed altrimenti sarebbe diventata, contando soltanto sulle sue risorse naturali, tipiche di una ridente località di villeggiatura, come tante altre però.

L'isola dei due mondi 07Gli annali del cinema la citano per almeno due voci: è il luogo ad esempio dove risiede la tomba del rimpianto attore John Belushi (‘The Blues Brothers’ a ‘Animal House’, fra le sue principali interpretazioni) ed è stata pure la location del celebre film di Steven Spielberg ‘Lo Squalo’. La stessa isola è stata poi teatro dell’incidente aereo nel quale morirono il figlio omonimo di John Fitzgerald Kennedy e la moglie, ed infine è stata oggetto degli studi di alcuni scienziati per un curioso caso di sordità genetica, una patologia ereditaria che si verificò, rimanendo a lungo inspiegabile, fra la popolazione protestante che vi risiedeva già agli inizi del ’900. La questione è stata poi risolta grazie alla scoperta che, in una comunità chiusa e nella quale i collegamenti con la terraferma sono ulteriormente complicati dalle condizioni tutt’altro che agevoli del mare, con conseguenti difficoltà d’interscambio fra gli abitanti, i matrimoni fra consanguinei favorivano la diffusione della variazione di un gene che ha provocato per molti anni, appunto, la sordità in un numero di persone nettamente superiore alla media.

L'Isola Dei Due Mondi 01La scrittrice però nel mettere a punto il suo racconto non è ricorsa a nessuno di questi facili spunti, concentrandosi invece sulla figura, sconosciuta ai più, di Caleb Cheeshahteaumauk (lo so, il cognome è impronunciabile…), un nativo della tribù dei Wampanoag (e ridagli…), il quale intorno al 1665 fu il primo rappresentante degli indiani d’America a conseguire la laurea ad Harvard. L’io narrante della sua opera, Geraldine Brooks lo ha però affidato ad una sorta di alter ego, Bethia Mayfield: una figura totalmente inventata, la quale, nel ripercorrere la storia esaltante ma anche sofferta di Caleb, traccia al tempo stesso un quadro dettagliato e convincente della sua stessa vicenda esistenziale, non meno complicata ed intensa, considerando l’epoca ed i pregiudizi nei confronti delle donne. Soprattutto quelle che, come lei, sentivano forte la volontà di elevarsi culturalmente dal rango subalterno tradizionalmente destinato al loro sesso…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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11/07/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Film: ‘Hunger Games’

HUNGER GAMES

Hunger GamesTitolo Originale: The Hunger Games

Nazione: USA

Anno: 2012

Genere: Fantascienza, Avventura

Durata: 142’ Regia: Gary Ross

Cast: Jennifer Lawrence (Katniss Everdeen), Josh Hutcherson (Peeta Mellark), Stanley Tucci (Caesar Flickerman), Woody Harrelson (Haymitch Abernathy), Lenny Kravitz (Cinna), Donald Sutherland (President Snow), Elizabeth Banks (Effie Trinket), Liam Hemsworth (Gale Hawthorne), Willow Shields (Primrose Everdeen), Isabelle Fuhrman (Clove), Amanda Sternberg (Rue), Alexander Ludwig (Cato), Wes Bentley (Seneca Crane), Paula Malcomson (Mrs. Evergreen)

TRAMA: Un tempo c’erano gli USA; al loro posto ora c’è lo stato di Panem, composto da dodici Distretti intorno a Capital City. Gli abitanti di questi ultimi sono soggiogati e ridotti in condizione di fame e schiavitù, mentre la popolazione della capitale vive nel lusso, perlopiù agghindata in acconciature ed abiti in stile barocco. Da quando il tredicesimo stato è stato distrutto in seguito ad una ribellione, il Presidente Snow ed i suoi collaboratori hanno indetto gli ‘Hunger Games’, ovvero una sorta di reality show che si svolge con cadenza annuale, per ricordare appunto quell’infausto evento, richiedendo ad ogni distretto di sorteggiare due giovani di sesso diverso come tributo. I ventiquattro sfortunati sono obbligati a partecipare ad una crudele sfida ad eliminazione. Dopo un breve periodo di addestramento i prescelti sono costretti a confrontarsi all’interno di una selva boscosa, apparentemente naturale e selvaggia, ma in realtà completamente controllata dagli organizzatori, nella quale sono state installate telecamere e marchingegni tecnologici in ogni angolo ed anfratto per riprendere lo spettacolo ed intervenire direttamente laddove si rendesse necessario. In palio c’è la vita e la salvezza è garantita soltanto per uno dei ventiquattro contendenti. Nel dodicesimo distretto viene sorteggiata sorprendentemente la giovanissima Primrose, ma la sorella Katniss, sedicenne, si offre generosamente al suo posto. La sorte decide di affiancarle Peeta, un coetaneo peraltro segretamente innamorato di lei. Katniss è una guerriera, dal carattere forte, bravissima con l’arco, che nasconde nel bosco ed usa spesso per cacciare qualche preda utile al sostentamento suo, della madre e della sorella, da quando il loro padre è prematuramente deceduto. I due giovani sono trasportati a Capital City a bordo di un lussuosissimo e velocissimo treno. Ad accoglierli ed accompagnarli sull’avveniristico mezzo c’e un team di persone, in pratica l’entourage a loro destinato, in particolare un mentore, dedito però all’alcol nel quale affoga la rassegnazione per la fine prematura dei giovani che gli sono stati affidati nelle precedenti edizioni dei ‘giochi’, sopraffatti facilmente dagli sfidanti che provengono dai primi distretti, più ricchi, meglio attrezzati ed opportunamente addestrati per l’evento. Katniss e Peeta, così come gli altri partecipanti, vengono accolti a Capital City come dei gladiatori, da una folla inneggiante e curiosa, totalmente assorbita da questo annuale appuntamento, le cui regole di sopravvivenza richiedono non solo destrezza, coraggio e spirito d’adattamento a condizioni di estrema difficoltà e rischio, ma anche l’abilità mediatica di procurarsi simpatie e sostegno dal pubblico e dagli sponsor. I quali ultimi decidono punteggi e bonus per ogni coppia in gara, mentre c’è chi scommette puntando sulle quote delle dodici coppie in gara stabilite dai bookmakers. Grazie alla bravura del costumista Cinna, Katniss e Peeta riescono ad impressionare pubblico e sponsor al primo approccio, presentandosi con un vestito che lascia dietro di sé una scia di fuoco, mentre il presentatore Caesar Flickerman sfrutta mediaticamente l’ammissione che Peeta si lasia sfuggire riguardo i suoi sentimenti nei confronti di Katniss, per aggiungere così anche una nota romantica molto gradita al pubblico. Tutto ciò è solo la premessa di una lotta primordiale ed all’ultimo sangue che si scatena di lì a poco, quando i ventiquattro tributi vengono abbandonati al loro destino nel bosco e già dopo pochi istanti i più giovani e deboli sono massacrati dai loro rivali più forti. Ogni vittima è annunciata dal comitato organizzativo con il rimbombo di un cannone. Mentre i responsabili del reality discutono le strategie ed il destino dei giovani, Katniss dapprima agisce in solitaria ed in seguito si allea a Peeta, allorché i giudici comunicano di aver deciso di salvare non più un solo partecipante ma una coppia. Nel frattempo però deve imparare ad uccidere i suoi stessi simili per poter sopravvivere, seppure il suo mentore si è convinto intanto che lei abbia le qualità per farcela ed uscirne vincitrice. Ma la strada per arrivare a questo apparentemente impossibile risultato è lunga, piena d’insidie, trappole, sorprese e colpi di scena.

VALUTAZIONE: una parodia velenosa dei reality show spinta sino alle estreme conseguenze in un’epoca futuribile nella quale cinismo, ferocia e mass media prevalgono su tutto il resto. Un’opera che riprende temi e situazioni già viste in precedenza al cinema, o lette in letteratura e persino nella mitologia classica ma con personalità ed uno stile snello, rivolto principalmente ad un pubblico giovane. Ritmo incalzante, scenografie ed effetti al top, unite ad un pool di interpreti d’alto livello, con la sorpresa Jennifer Lawrence, costituiscono il giusto viatico per meritare un lusinghiero giudizio. Il puntuale ‘sequel’ prelude ad una nuova saga, purtroppo.                                                                                                                                  

E’ talmente facile sparare a zero contro trasmissioni come ‘Il Grande Fratello’, se lo consideriamo come il capostipite dei reality show, seguito a ruota da ‘L’Isola dei Famosi’ oppure programmi diversi nella forma ma non nella sostanza come ‘Amici’ e X-Factor’, che vien quasi la voglia di prenderne le difese, soprattutto confrontandoli con quanto accade in ‘Hunger Games’. Scherzi a parte, in tutti questi format è preminente il concetto di ‘competizione’, visto come metafora della vita e modello di affermazione individuale: il che avviene, a seconda dei casi, a scapito dei più deboli, dei meno prestanti ed intelligenti, dei meno capaci a reagire opportunamente in condizioni di pressione psicologica o quando è fondamentale saper amministrare la propria immagine.

Hunger Games 18Giudici severissimi ed intransigenti sanciscono chi è degno di andare avanti e tagliano senza tanti complimenti tutti gli altri. In questa operazione di scrematura a tempo debito essi chiamano in causa lo stesso pubblico seduto in poltrona a casa oppure direttamente presente in sala negli studi televisivi perché dica la sua. Nel loro atteggiamento verso i concorrenti questi stessi membri giudicanti sono spesso impietosi nel metterne a nudo i limiti, sino a spingersi in alcuni casi in una direzione che sta molto vicino all’umiliazione. L’ultimo caso in tal senso è lo spettacolo gestito da Flavio Briatore, denominato ‘The Apprentice’ (‘L’Apprendista) il cui motto è più o meno questo: ‘…se non dici o fai quello che io voglio da te, sei fuori (nel senso di eliminato, ndr.)…’.

Hunger Games 03‘Hunger Games’ va persino oltre, perché forte della finzione scenica e narrativa che garantisce il cinema come mezzo d’espressione, esaspera il meccanismo e suppone che in un futuro prossimo venturo questo genere di competizione sarà gestito direttamente dagli uomini al potere e non si limiterà più ad eliminare figurativamente i concorrenti nel corso della sfida, ma li spingerà ad uccidersi veramente fra loro e laddove gli eventi lo richiedessero, sarà la commissione giudicante a determinare il loro destino, avendo tali e tanti mezzi tecnologici a disposizione da poter intervenire tempestivamente ed efficacemente. Nonostante ciò, l’unica risorsa che questo potere, pur così invasivo e perciò dittatoriale, non è ancora in grado di controllare, è la mente delle persone, l’imprevedibilità che da esse può scaturire, che potremmo definire anche come libero arbitrio. Ad esempio, assumendo iniziative contrarie alle dinamiche dello spettacolo sulle quali il medesimo è stato costruito e che hanno priorità su tutto il resto, essendo in fondo la nostra società (ma è difficile supporre che non sarà così anche in futuro) fondata sull’apparire piuttosto che l’essere ed in tal senso un ruolo di primo piano è destinato alle dinamiche generate dalla pubblicità al cui servizio c’è quella strana entità chiamata genericamente audience.

Hunger Games 12L’opera del regista e sceneggiatore Gary Ross, tratta dal romanzo omonimo di Suzanne Collins, è un miscuglio di generi e temi già visti al cinema o letti in qualche romanzo e che svariano sino alla mitologia. A proposito di quest’ultima, ad esempio, è evidente il riferimento al personaggio del Minotauro ed alle vittime sacrificali che la città di Atene doveva garantirgli ogni anno (sette giovani maschi ed altrettante femmine) per vendicare la morte del figlio di Minosse.

Nel caso di ‘Hunger Games’ (‘I Giochi della Fame’), i tributi, come vengono definiti i giovani sorteggiati nei distretti, sono dodici per ogni sesso ed il loro destino, nonostante le apparenze di pari opportunità, è segnato dalla provenienza ed anche dall’età che può variare fra i dodici ed i diciotto anni. Le regole sono infatti rigide ed impietose: nel caso fosse estratto il suo nome, chi è più giovane inevitabilmente è anche molto più vulnerabile, ma al tempo stesso ha pure meno possibilità che tale eventualità si verifichi rispetto a quelli più anziani. Ogni anno che passa però aumentano tali probabilità, perché il suo nome è ripetuto più volte nei biglietti inseriti nell’apposito contenitore. Ma c’è di più, poiché alcuni distretti sono molto poveri, il governo concede la possibilità, a chi rientra nella fascia d’età utile, di richiedere razioni suppletive di cibo, ad esempio, in cambio dell’aggiunta di un altro biglietto a suo nome dentro il contenitore e così via. Alcuni giovani quindi ne accumulano un numero ben maggiore di quanto competerebbe normalmente alla loro età ed il rischio che essi vengano sorteggiati aumenta perciò proporzionalmente. Per contro il vincitore, cioè l’unico superstite fra i ventiquattro partecipanti, acquisisce onori e gloria perpetua, cioè il riscatto dalla condizione di povertà e schiavitù e, assieme alla ricchezza, si guadagna anche il diritto di svolgere il ruolo di mentore nelle successive edizioni di ‘Hunger Games’. E’ per tale ragione che i distretti più ricchi addestrano preventivamente alcuni loro giovani perché si offrano poi addirittura spontaneamente, avendo maggiori probabilità di cogliere il successo finale rispetto agli altri ‘competitors’…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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30/06/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Dove Nessuno Ti Troverà’

DOVE NESSUNO TI TROVERA’

Dove Nessuno Ti TroveràDi Alicia Giménez-Bartlett

Anno Edizione 2011

Pagine 456

Costo € 12,80

Traduttrice Maria Nicola

Ed. Sellerio Editore Palermo (collana ‘Il Contesto’)

TRAMA: Lucien Nourissier è uno psichiatra francese. Carlos Infante è invece un giornalista catalano. Quest’ultimo ha pubblicato un articolo su un personaggio invero molto particolare, La Pastora. Siamo all’epoca del franchismo. E’ stato Lucien a contattare Carlos, dopo aver letto il pezzo sul giornale, per ingaggiarlo come guida in un viaggio sulle tracce di questa figura misteriosa. L’ambizioso obiettivo di Nourissier è quello di poterla incontrare per analizzarne la particolarissima psicologia, strettamente legata alla sua storia personale. Sull’identità de La Pastora infatti è in atto un processo di mitizzazione e l’incertezza riguardo il suo sesso la rende ancora più intrigante. Nata donna, con il nome di Teresa Pla Meseguer, ma con gravi malformazioni genitali, La Pastora, come è stata soprannominata, vive da tempo nascosta fra montagne che conosce come nessun altro, rendendosi irreperibile e facendosi più volte beffe della famigerata Guardia Civil, da quando è rimasta l’ultima rappresentante ancora a piede libero di una brigata partigiana anti franchista oramai praticamente dissolta. Lucien e Carlos sono due uomini molto diversi per carattere e cultura, per cui il loro sodalizio è di frequente burrascoso, almeno inizialmente. Il viaggio si svolge dentro la Spagna più povera, arretrata e retrograda, dove essi vengono a contatto con personaggi di diversa estrazione sociale, dai quali per paura ed omertà è oltremodo faticoso raccogliere testimonianze fra chi ha avuto a che fare con La Pastora ed chi invece ne ha sentito soltanto parlare. I sospetti della Guardia Civil, che non vede di buon occhio la presenza di questa strana coppia in zone della Spagna lontane dalle mete abituali del turismo, rende ancora più complicata e rischiosa la ricerca che Lucien e Carlos cercano di condurre tenendola il più possibile nascosta. I tempi però si dilatano rispetto al previsto, adattandosi ai ritmi di vita di quei posti e con loro cambiano anche le prospettive, le abitudini e gli obiettivi dei protagonisti. In particolare, Lucien subisce una sorta d’imprinting, pur essendosi calato, almeno inizialmente, in un mondo ed una cultura così differenti dalla sua. A nulla servono i richiami della moglie che più volte lo invita a desistere. Il finale è in chiave di giallo e riserva alcuni colpi di scena.

VALUTAZIONE: splendido racconto inserito nella Spagna franchista, vista attraverso la storia di un personaggio particolare, realmente esistito, che ha suscitato curiosità e soggezione sino alle soglie del mito. Alicia Giménez-Bartlett ha scritto un’opera intrigante e coinvolgente, che accompagna il lettore alla scoperta di personaggi e luoghi di grande fascino figurativo, con ammirevole equilibrio dal punto di vista descrittivo ed una prosa brillante, costellata di battute spesso pungenti e divertenti. Un’autrice matura, senz’altro meritevole di ulteriori approfondimenti nella sua già cospicua bibliografia.                                                                                                                                                                                                                       

Il caso di Teresa Pla Meseguer è davvero inusuale e bene ha fatto Alicia Giménez-Bartlett ad affrontarlo in questo racconto che mescola, con notevole efficacia, realtà e fantasia. Diciamolo immediatamente, a scanso di equivoci: se qualcuno basandosi sull’ambientazione di quest’opera concludesse superficialmente che si tratta dell’ennesimo processo verso la lunga stagione del franchismo in Spagna, non sbaglierebbe completamente bersaglio, intendiamoci, perché l’autrice non si nasconde dietro il dito dell’ipocrita equidistanza, ma di sicuro non coglierebbe il senso più vero del suo romanzo, che non lo si può ingabbiare in questioni puramente ideologiche.

Dove Nessuno Ti Troverà 08Teresa o Teresot, come la chiamavano alcuni, è stata (poiché è deceduta nel 2004) una sorta di pseudo-ermafrodita. Sua madre alla nascita s’era subito resa conto che c’era qualcosa che non andava nell’apparato genitale della sua creatura, ma l’aveva registrata comunque all’anagrafe come femmina, seppure forza ed aspetto fisico ben presto avevano messo in evidenza tratti semmai decisamente mascolini. Si tratta, come si sarà già inteso, di un caso realmente vissuto. Teresa nacque infatti nel 1917 a Vallibona nella regione valenciana, in una famiglia povera, senza possibilità quindi di fare ulteriori accertamenti sulla sua particolare malformazione. Visse quindi tutta la sua infanzia cercando di nascondere la verità sulla sua intimità, suscitando inevitabilmente, e forse ancor di più per questo, la curiosità degli altri, ma reagendo con tutta la forza fisica della quale era dotata, pur essendo considerata una femmina, agli sfottò e le provocazioni dei suoi coetanei. Questa ambiguità sessuale ha però condizionato tutta la sua vita, spingendola ad isolarsi nelle montagne intorno, per dedicarsi alla pastorizia, acquisendo al tempo stesso una conoscenza straordinariamente approfondita di quei posti, che le è venuta molto utile in seguito.

Dove Nessuno Ti Troverà 06Pur non avendo avuto alcuna possibilità pratica di maturare una coscienza politica, essendo oltretutto praticamente analfabeta, La Pastora entrò a far parte dei partigiani anti franchisti, i maquis, se non altro perché mostravano rispetto nei suoi confronti e la sua conoscenza delle montagne intorno faceva comodo a chi per mezzo della guerriglia combatteva la sua battaglia contro le forze della terribile Guardia Civil, più numerose e meglio attrezzate. E’ la stessa Teresa a raccontare l’episodio decisivo per la sua scelta: ‘Carlos el Catalàn, che era il comandante di tutta la zona venne a cercarmi. «Pastora, cosa conti di fare?». Io, certe notti che avevamo bevuto vino, gli avevo detto che mi sentivo più uomo che donna. Lui non aveva riso, non si era nemmeno stupito. Mi aveva detto: «Sono cose che succedono, Pastora, ma in altri paesi non ha importanza, uno è quello che vuole». «Ma io sono di qui e tutti ridono di me, e vogliono vedere cos’ho tra le gambe, solo mettendogli paura sono riuscita a stare in pace. E’ dura, Catalàn, tutta una vita così». «Ma tu, sei frocio?». «No. Gli uomini non mi piacciono, e le donne non ci sono mai andata vicino per quelle cose. E adesso non m’importa più, non so come spiegarlo, è come se me le fossi tolte dalla testa, certe cose, e non volessi più farle tornare. E non ne ho mai parlato con nessuno. Mia madre diceva che ero femmina e femmina sono rimasta, ma dell’uomo ho tutto: la forza, la barba, il modo di fare, la cattiveria. Però la gente, cosa vuoi, vede malizia dappertutto». «Perché sono ignoranti, Pastora, perché ai fascisti che hanno vinto la guerra non interessa che la gente impari qualcosa, a loro conviene che tutti restino somari come sono venuti al mondo. Quello che vogliono è che tutto rimanga uguale, che i poveri si rompano la schiena a lavorare, che non sappiano leggere, perché coi libri si fanno le rivoluzioni». «Ma cosa c’entrano i libri se la gente ride di me?». «C’entrano, Pastora, c’entrano. Nel partito t’insegnano che le persone, tutte le persone, hanno una dignità e meritano rispetto, e questo s’impara sui libri, lì si impara la libertà. E poi ti dico una cosa: in Francia quello che succede a te non avrebbe nessuna importanza. Lì non ha importanza nemmeno se sei frocio, che è tutto dire». Essa si legò in particolare a Francisco, un partigiano che cadde poi in disgrazia nella sua stessa brigata perché sospettato ingiustamente di fare il doppio gioco e del quale La Pastora rimase comunque fedele compagna di ventura, per quanto necessariamente casta, fuggendo assieme. Pur essendo braccata da tutti, partigiani e Guardia Civil, la coppia rimase alla macchia nei boschi a lungo, scendendo a valle saltuariamente per procurarsi l’indispensabile per vivere e tali episodi contribuirono ad accrescere la fama di spietati briganti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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23/06/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Witness – Il Testimone’

WITNESS – IL TESTIMONE

WitnessTitolo Originale: Witness

Nazione: USA

Anno: 1985

Genere: Drammatico

Durata: 112’ Regia: Peter Weir

Cast: Harrison Ford (John Book), Kelly McGillis (Rachel Lapp), Josef Sommer (Paul Schaeffer), Lukas Haas (Samuel Lapp), Jan Rubes (Eli Lapp), Aleksander Godunov (Daniel Hochleitner), Danny Glover (McFee), Patti LuPone (Elaine), Beverly May (Signora Yoder), John Garson (Vescovo Tchantz), Viggo Mortensen (Moese Hochleitner)

TRAMA: Samuel è un bambino sveglio, figlio di una giovane vedova della comunità Amish. La mamma Rachel lo sta conducendo a Philadelphia a casa di una zia quando in un bagno pubblico della stazione assiste, non visto, all’omicidio di un uomo da parte di due individui. Essendo l’unico testimone oculare, il detective John Book lo sottopone ad alcuni test di riconoscimento che non danno i frutti sperati. Quando Samuel però ferma il suo sguardo sulla foto di un poliziotto, indicandolo con un dito, John capisce che non c’è un minuto da perdere e si premura di proteggere sia la madre che il figlio, chiedendo a sua sorella di ospitarli per una notte. Poco dopo però, all’interno di un parcheggio, diventa egli stesso bersaglio di quel poliziotto, messo sull’avviso dal loro capo, con il quale John si era ingenuamente confidato. Ferito ad un fianco, a John non resta che fuggire precipitosamente. Scartata immediatamente l’ipotesi di recarsi in un ospedale dove sarebbe facilmente rintracciabile, l’unico luogo nel quale egli ritiene di essere difficilmente reperibile è proprio la comunità Amish dalla quale Rachel e Samuel provengono. Appena giunto a destinazione però John sviene, avendo perso parecchio sangue lungo il viaggio e Rachel, con il sostegno dei saggi della comunità, lo ospita e cura amorevolmente, pur con i metodi semplici e spartani del suo mondo, salvandolo però dalla morte. Vestito come un Amish, Book trascorre un periodo di convalescenza e riposo al sicuro, mentre i suoi sicari brancolano nel buio nel tentativo di scovarlo. Le comunità Amish infatti sono numerose da quelle parti ma i loro componenti hanno cognomi simili, praticamente impossibili da individuare singolarmente all’anagrafe. Durante questo periodo di isolamento, John e Rachel stringono il loro legame, nonostante le differenze evidenti di cultura, educazione e valori. il padre della donna non è favorevole ad una relazione fra loro e c’è anche Paul Schaeffer, un pretendente per la giovane vedova, il quale è pronto a consolarla e non vede di buon occhio ovviamente la presenza di Book. Quest’ultimo cerca in tutti i modi di rendersi utile e di rispettare lo stile di vita dei suoi ospitanti, al punto che un giorno non riesce a trattenersi, tradendosi, pur d’intervenire in difesa dello stesso Paul mentre viene sbeffeggiato da un bullo durante una puntata in città per reperire alcuni approvvigionamenti. La sua reazione violenta, inusuale per un appartenente alla comunità Amish, viene notata da alcuni turisti e giunge fino alle orecchie degli uomini che lo stanno braccando, i quali non aspettavano altro che un segnale, per poterlo intercettare e raggiungere. La resa dei conti avviene quindi proprio dentro il pacifico villaggio Amish.

VALUTAZIONE: la prima regia americana di Peter Weir è un originale mix fra il miglior cinema poliziesco americano, con un finale addirittura in stile western e lo stile intimista e descrittivo del buon cinema europeo d’ispirazione sociale, al quale l’autore australiano si è certamente ispirato. Il risultato è una grande prova di maturità alla regia, un’ineccepibile tenuta narrativa ed una tensione crescente, con alcuni momenti lirici ed una evidente carica sensuale che coinvolge i due protagonisti, la quale risalta ancor più evidentemente grazie alla castigatezza dei costumi della comunità all’interno della quale si sviluppa.                                                                                                                                                                                                                      

Nello scrivere un commento su questo film non si può prescindere a mio avviso da una premessa e da una domanda innanzitutto: chi sono gli Amish? In questo caso infatti non basta scorrere la lista degli interpreti per farsi un’idea di massima sulla natura di quest’opera, anche se un nome come Harrison Ford, da solo, può essere sufficiente per ottenere qualche indicazione ed attirare l’attenzione di numerosi estimatori. In questo esordio americano del regista australiano Peter Weir, che all’uscita nel 1985 suscitò tanta curiosità, riscuotendo in breve tempo un successo forse persino inaspettato nelle dimensioni (oltre 65 milioni di dollari solo negli Stati Uniti), c’è infatti un ‘elemento’ in più, centrale nel contesto del racconto pur non essendo citato nel cast, naturalmente. Si tratta, appunto, del popolo degli Amish.

MSDWITN EC023Vediamo quindi succintamente, approfittando della grande enciclopedia che è il Web, qualche nota identificativa su di essi che coincide comunque con quanto rappresentato nel film medesimo. Gli Amish praticano una dottrina d’ispirazione Protestante e vivono in alcune comunità sparse negli Stati Uniti. Il loro credo è quello di rifiutare gli agi della moderna tecnologia e di rispettare alla lettera i dettami della loro fede, che sono modesti, castigati ed immutabili, da quando i loro antenati sono partiti dalla Svizzera nel 1700 e si sono stabiliti nel Nuovo Continente, in Ohio in particolare, dove esiste tutt’oggi la più numerosa delle loro colonie.

Witness 13Poco o nulla nel corso del tempo è cambiato nelle loro tradizioni: essi hanno conservato una lingua dialettale di ceppo tedesco, vivono sostanzialmente di agricoltura e pastorizia e seppure le loro case sono ordinate ed efficienti, non c’è la corrente elettrica e tanto meno quindi TV, telefoni e tutti i più comuni elettrodomestici che noi invece consideriamo oramai irrinunciabili. Gli Amish in compenso sono autosufficienti, assolutamente pacifici, non reagiscono neppure di fronte ad eventuali provocazioni ed hanno uno spiccato senso della socialità, tant’è che è prassi comune fra loro mettersi assieme per costruire, in tempi brevissimi per giunta, l’abitazione o il granaio ad ogni nuovo nucleo familiare che si forma nella loro comunità, senza richiedere alcun compenso in cambio. I loro figli non frequentano le scuole statali ma sono educati ed istruiti autonomamente. Insomma, non voglio farla troppo lunga, tanto si sarà oramai inteso che entrare in una delle loro comunità sarebbe un po’ come tornare indietro nel tempo di almeno un paio di secoli, con tutti i pro ed i contro che si possono immaginare da parte dei sostenitori o dei denigratori. Eppure essi sembrano l’espressione di una società che ha raggiunto un equilibrio ideale, almeno apparentemente e sono perciò orgogliosi del loro stile di vita e della cultura che tramandano di padre in figlio, così differente da quella che li circonda.

Witness 02Per completare e chiudere il discorso al riguardo, non è che essi rifiutano totalmente il contatto con la società moderna, ma non sembrano assolutamente disposti a farsi influenzare da essa. Anzi, alcuni di loro si recano periodicamente nelle città limitrofi con i carri trainati da cavalli (ovviamente di auto e veicoli motorizzati neanche a parlarne) per acquistare prodotti che sono compatibili con le loro necessità. In tali occasioni si espongono inevitabilmente alla curiosità dei turisti che visitano quelle città con l’evidente obiettivo d’osservarli, seppure gli Amish non amano essere fotografati e non danno confidenza a nessuno, tanto meno cercano pubblicità e soprattutto evitano a chiunque di entrare nelle loro rustiche ma efficientissime collettività, naturalmente in rapporto ai loro spartani bisogni.

Il primo dato che balza all’occhio quindi è il contrasto stridente fra la realtà rurale ed idilliaca degli Amish (seppure nelle prime sequenze li vediamo tristemente alle prese con un funerale, come capita a tutti i comuni mortali, d’altronde) e quella metropolitana di Philadelphia dove suda e si guadagna il pane quotidiano fra innumerevoli difficoltà e rischi il detective John Book e nella quale individualismo, egoismo e corruzione sono prassi abituali, non diversamente che qui da noi. Non è però che gli appartenenti a queste comunità fuori dal tempo, perlomeno nella nostra visione, sono degli ingenui o degli sprovveduti, altrimenti il piccolo Samuel che ha assistito, non visto, all’assassinio di un poliziotto, non avrebbe avuto la prontezza di spirito e l’astuzia di sollevarsi da terra in maniera tale da ingannare la visuale dei killers e sfuggire alla loro perlustrazione dentro i bagni pubblici della stazione per verificare la presenza di eventuali testimoni, subito dopo aver freddato la loro vittima…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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13/06/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Libro: ‘La Chiave dell’Apocalisse’

LA CHIAVE DELL’APOCALISSE

La Chiave dell'ApocalisseDi James Rollins

Anno Edizione 2010

Pagine 466

Costo € 19,60

Traduttore Gian Paolo Gasperi

Ed. Nord (collana ‘Narrativa Nord’)

TRAMA: Nel 1086 Guglielmo il Conquistatore ordinò un censimento delle terre d’Inghilterra il cui risultato fu un libro chiamato ‘Domesday Book’ divenuto in seguito noto anche con il nome inquietante di ‘Doomsday Book’, cioè il ‘Libro del Giorno del Giudizio’. Due luoghi infatti, a differenza degli altri, risultarono segnati nel volume in inchiostro rosso, con la definizione latina corrispondente al termine ‘devastati’. Spostandoci ai giorni nostri, avvengono tre strani omicidi nel giro di breve tempo: la prima vittima è Jason Gorman, figlio di un senatore americano, mentre sta partecipando ad un progetto di agricoltura geneticamente modificata in Mali, finalizzato ad incrementare il numero dei raccolti ed a migliorare la resistenza delle piante alla siccità ed alla voracità dei parassiti; la seconda è padre Marco Giovanni, appassionato ed esperto della vita di San Malachia, il quale viene ucciso addirittura dentro la basilica di San Pietro da un team di sicari dotati di frecce esplosive e l’ultima è un professore di biologia molecolare, il quale viene freddato nel suo laboratorio poco dopo aver ricevuto una email che il senatore gli aveva girato, non capendone la natura, quando l’aveva ricevuta a sua volta da Jason, qualche attimo prima che fosse assassinato. La relazione fra eventi e persone così temporalmente distanti fra loro sta in una croce celtica che è stata rinvenuta incisa sulle porte delle case dei due paesi ‘devastati’ ed ora risulta marchiata anche sulla fronte delle vittime. Dietro il progetto africano c’è una multinazionale norvegese, la Viatus Corporation, il cui amministratore delegato è Ivar Karlsen. Grayson Pearce è il comandante della Sigma Force, braccio militare della Darpa, un’unità di forze speciali ufficialmente inesistente per il governo americano. Il suo partner abituale è Monk Kokkali, ma essendo quest’ultimo reduce da una convalescenza, nell’occasione assieme a Gray c’è l’agente Kowalski. Il loro capo e direttore è Painter Crowe. La richiesta disperata di aiuto del tenente dei carabinieri Sara Veroni da Roma, il cui zio ha lavorato in passato per la Sigma ed è stato ferito gravemente mentre tentava di soccorrere padre Marco, spinge urgentemente Gray in missione nella città eterna, dove però ritrova inaspettatamente anche la temibile Seichan, un’agente della Gilda, un’oscura rete terroristica, la quale tiene prigioniera nella stanza di un hotel proprio Sara, con la quale Gray in passato ha avuto una storia. Quale intrigo lega tutti questi personaggi fra loro, incluso il dottor Wallace Boyle, un professore di storia all’università di Edinburgo e collega di padre Marco, e Krista, collega e compagna di Jason, è il nodo di un racconto che da Roma si sposta alle isole Svalbard, dove la Viatus ha costruito un tunnel sotterraneo che conserva dall’estinzione ed in condizioni ideali i semi di varie piante, sino a giungere all’isola di Bardsey, fra la Scozia e l’Irlanda, dove la torba crea fantastici fuochi naturali ed antiche leggende narrano che sono nascoste le tombe di Merlino e San Malachia. Quest’ultimo si dice che, quando era ancora in vita e proprio durante una visita in Vaticano, ebbe la visione dei nomi dei centododici papi successivi, partendo da Celestino II, l’ultimo dei quali coinciderebbe proprio con papa Francesco, a precedere la fine del mondo!

VALUTAZIONE: con uno stile che abbina fantasia e storia ai più moderni studi di biotecnologie, James Rollins ha scritto un altro racconto piacevole e coinvolgente. Il limite di questo genere di narrativa, cui non si sottrae neppure il romanzo in oggetto, sta nel forzare sino all’inverosimile alcune situazioni, in un’ottica di puro intrattenimento.

La produzione di semi geneticamente modificati è un’industria da un miliardo di dollari all’anno. Gli studi sulla sicurezza degli alimenti geneticamente modificati sono una presa in giro. Vengono studiati di più gli additivi alimentari. Gli OGM non hanno nessun protocollo ufficiale per la valutazione del grado di rischio e fanno affidamento in gran parte sull’autoregolamentazione. Le approvazioni sono basate su rapporti sintetici o completamente falsi forniti dall’industria…‘.

La Chiave dell'Apocalisse 08A sostenere queste conclusioni è il senatore Gorman, il cui figlio Jason è stato ucciso in Mali mentre partecipava ad una campagna di studio e test sugli OGM organizzata dalla Viatus Corporation, con sede in Norvegia. Un tema tutt’altro che banale, dibattuto anche aspramente sia in sede politica che scientifica in tutto il mondo ed a proposito del quale si potrebbe supporre che le valutazioni precedenti siano state estrapolate da un apposito symposium dedicato, appunto, agli Organismi Geneticamente Modificati. Che c’azzecca tutto ciò, direbbe qualcuno, con un romanzo della serie Sigma Force, i cui reparti speciali sono noti agli affezionati lettori di James Rollins per essere impiegati di solito in imprese di stampo terroristico, è presto detto.

L’amministratore delegato della Viatus, Ivar Karlsen, ha un’opinione precisa sul destino dell’uomo e sulle crisi prossime venture: ‘La gente parla della bomba demografica, ma non vuole ammettere che è già scoppiata. La popolazione mondiale sta raggiungendo rapidamente la massa critica, quando le risorse alimentari non basteranno più per tutti. Siamo a un passo dalla carestia, dalla guerra e dal caos mondiali. I tumulti per il cibo a Haiti, in Indonesia, in Africa sono solo l’inizio… Sono altre le crisi che vanno di moda e monopolizzano l’attenzione dei media. Il riscaldamento globale, le riserve di petrolio, le foreste pluviali. L’elenco si allunga, ma l’origine di tutti i problemi è la stessa: troppe persone stipate in troppo poco spazio. Eppure nessuno affronta questo problema in modo diretto. Come lo definite, voi americani? Politicamente scorretto, giusto? È intoccabile, impelagato in questioni religiose, politiche, razziali ed economiche. Siate fecondi e moltiplicatevi, dice la Bibbia. Nessuno ha il coraggio di dire il contrario. Affrontarlo è un suicidio politico. Proponi soluzioni e ti accusano di eugenetica. Qualcuno deve prendere posizione, decisioni difficili… e non solo a parole, ma con fatti concreti…‘.

La Chiave dell'Apocalisse 01Se vi siete spaventati riguardo i contenuti di questo romanzo, tranquillizzatevi, perché come spesso avviene nel genere avventuroso cui esso comunque appartiene, ad argomenti così complessi ed importanti viene riservato sostanzialmente il ruolo di pretesto, per quanto il loro peso ideologico e sociale farebbe supporre che possano condizionare notevolmente il racconto. In realtà James Rollins ne sfrutta abilmente l’appeal, per così dire, adattandovi opportunamente la sua opera. La quale è caratterizzata da frequenti momenti tensione e colpi di scena, che sono quindi la trave portante del suo stile narrativo ed ai quali contribuiscono in maniera decisiva alcune figure oramai familiari agli ammiratori del celebre scrittore americano, coinvolte in un’altra ‘mission impossible’ dalla quale riescono ad uscirne soltanto dopo aver rischiato la pelle in più occasioni.

Se vi piacciono quindi le vicende che mescolano storia vera, mitologia e leggende popolari, temi d’interesse scientifico-ideologico e sviluppo sostenibile in questo caso, con un ritmo di pura adrenalina alimentato da continui ribaltamenti nel corso della trama, questo romanzo fa al caso vostro, immerso oltretutto in scenari ed ambientazioni che cambiano frequentemente rendendo ancora più variegata e stuzzicante la narrazione. Non aspettatevi però alcuna risposta sui massimi sistemi planetari tirati in ballo nel corso della trama perché tutt’al più essi sono soltanto sfiorati.

La Chiave dell'Apocalisse 03Per darvi un’idea di come l’autore sia capace di mutare scena e prospettiva nel corso del racconto, anche se ciò non rappresenta ostacolo alcuno per godersi il particolare intreccio e la tensione che scaturisce dagli eventi, vi propongo un paio di citazioni raccolte durante della lettura. La prima è chiaramente di stampo mitologico ed è riferita all’isola di Bardsey al largo dell’Irlanda: ‘Avalon era un paradiso terrestre», spiegò padre Rye. «Il luogo dove era stata forgiata la spada di re Artù, Excalibur. Dove regnava fata Morgana. Era un’isola dove crescevano rarissimi alberi di mele, da cui il luogo ha preso il nome, dalla parola gallese afal, ‘mela’. Avalon era ritenuto un luogo capace di guarire e allungare la vita. E, alla fine del ciclo arturiano, re Artù fu portato lì per essere curato da fata Morgana dopo la battaglia di Camlann. E naturalmente, come ho detto, mago Merlino fu sepolto in quel luogo…‘. La seconda propone invece in tono allarmistico una considerazione di tipo politico-economico-esistenziale sin troppo concreta, derivante da tematiche di cruda realtà ed attualità: ‘…Nel mondo, si fa un uso intensivo dei terreni agricoli migliori, cosa che costringe gli agricoltori a ricorrere a terre marginali. Guadagnano di più con coltivazioni destinate ai biocarburanti che con quelle destinate alla produzione alimentare. E così sempre più terreno agricolo viene destinato ai biocarburanti anziché all’alimentazione. Ed è un sistema spaventosamente inefficiente. La quantità di frumento necessaria per produrre un pieno di etanolo per un SUV potrebbe sfamare per un anno una persona che soffre la fame…‘. Nonostante l’apparente distanza fra questi due riferimenti, naturalmente c’è un legame concreto fra loro, esattamente per gli stessi motivi strutturali del romanzo che ho elencato in precedenza, tutti funzionali a coinvolgere il lettore in una storia che resta sostanzialmente in bilico fra fantasia e realtà, spaziando fra epoche diverse nel tentativo di cogliere spunti curiosi e provocatori che possano rendere ancora più interessante il tomo…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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25/05/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Un’Eredità e la sua Storia’

UN’EREDITA’ E LA SUA STORIA

Un'Eredità e la sua StoriaDi Ivy Compton-Burnett

Anno Edizione 1999

Pagine 218

Costo L. 28.000

Traduttrice Elena De Angeli

Ed. Adelphi (collana ‘Biblioteca Adelphi’)

 

TRAMA: Nella famiglia Challoner due anziani fratelli, Hamish e Sir Edwin, si dividono la tenuta e la villa dove vivono. Quest’ultimo è scapolo, senza figli, mentre Hamish e la moglie Julia ne hanno due, Walter e Simon, oramai adulti. Mentre il primo non pare interessato in futuro a prendere il  posto del padre, Simon invece non vede l’ora di poter subentrare nell’eredità. Alla morte di Hamish, lo zio Edwin decide di sposarsi con una vecchia conoscenza, Rhoda Graham, cogliendo di sorpresa i due nipoti e di fatto riaprendo i giochi per l’eredità. La situazione si complica ulteriormente quando Rhoda resta incinta di Simon. Edwin costringe il nipote ad abbandonare la villa assieme al fratello e la madre, riconoscendo comunque il figlio bastardo come se fosse suo, per ragioni d’immagine, dandogli il nome Hamish. Simon, costretto a vivere con una misera rendita, sposa Fanny la sorella di Rhoda, dalla quale ha tre figli. La maggiore, Naomi ed Hamish, superata l’età dell’adolescenza, nonostante suppongano di essere soltanto cugini, s’innamorano e chiedono ai rispettivi genitori di potersi sposare. La reazione di Simon e Edwin, i quali nel frattempo hanno nascosto la verità sul reale legame di parentela dei due giovani, è risolutamente negativa, ben oltre quello che i giovani stessi si potessero aspettare. L’occasione spinge però Simon a confessare agli altri componenti la famiglia la realtà dei fatti. Hamish decide allora di prendersi un periodo di riflessione lontano da casa. Alla morte di Edwin, che Hamish fa appena in tempo a rivedere prima del decesso, egli annuncia di essersi sposato con una donna più anziana di lui e di rinunciare a prendere il posto del genitore che l’ha cresciuto in favore di Simon, suo padre biologico, il quale quindi torna da padrone alla dimora ed al ruolo che ambiva per sé e per il quale aveva perso le speranze proprio alla nascita di Hamish. 

VALUTAZIONE: un romanzo formalmente ineccepibile, costruito su una serie continua di dialoghi fra i componenti un gruppo di parenti arroccati intorno ad una ricca tenuta che circonda la villa di famiglia delle quali essi si contendono l’eredità. Un confronto senza esclusione di colpi dialettici ma con garbo ed aplomb tipicamente inglesi. Nonostante l’apparente scioltezza del racconto e la sua limitata lunghezza, si fa fatica però a seguire lo scambio bulimico dei dialoghi e la noia tende quindi a prendere il sopravvento.                                                                                                                                        

Quando ho acquistato questo romanzo di Ivy Compton-Burnett, lo confesso, non sapevo nulla di questa scrittrice inglese e sono stato attratto dal paragone che qualcuno ha fatto con Jane Austen. Sfogliando il libro, la prima impressione è stata quella di avere a che fare con un racconto molto fluido, caratterizzato da una fitta serie di dialoghi, che di solito agevolano la scorrevolezza della lettura.

Un'Eredità e la sua Storia 02Il tema dello scontro per ragioni d’interesse economico a livello familiare al fine di accaparrarsi una prossima eredità rende inoltre intrigante e non troppo complessa la trama del racconto, anche se ovviamente non si può parlare di una novità assoluta, con le relative implicazioni di tipo sociale, culturale ed ambientale che ne conseguono. Lo spessore del tomo infine è assolutamente incoraggiante, lasciando intendere che le poco più di duecento pagine si possano leggere in breve tempo e senza grande impegno.

Insomma c’erano tutte le premesse per una lettura piacevole e snella, una di quelle che di solito si scelgono come interlocutorie, ma non per questo con minori aspettative, fra altre più impegnative e corpose, almeno dal punto di vista della lunghezza. Ed invece è stata tutta un’illusione…

E dire che le prime righe sono assolutamente invitanti. Un dialogo fra due fratelli che appare, se non proprio come una sintesi ideale della trama del romanzo, perlomeno un esempio dello stile che lo caratterizza: ‘Peccato che tu non abbia il mio charme, Simon’ disse Walter Challoner. ‘Be’, due quote a famiglia mi parrebbero un lusso’. ‘Allora meno male che a rimanere senza sei stato tu. Di cose come lo charme non se ne ha mai abbastanza, secondo me. Io non sopporterei di essere uno qualunque, uno dei tanti. Stonerebbe con quel certo quid che mi riconosco‘.

Un'Eredità e la sua Storia 03Sembra uno scambio di battute introduttive ed invece tutto il romanzo è strutturato seguendo questa traccia e come si può notare già in questo primo approccio, è lasciato al lettore il compito d’intuire chi fra i personaggi sta interloquendo di volta in volta. Ad Ivy Compton-Burnett bisogna quindi riconoscere l’originalità dell’impostazione, che è appunto costituita sistematicamente da una sequenza senza fine di dialoghi fra i protagonisti, molti dei quali sono espressi come aforismi, spesso decisamente ironici se non addirittura caustici (ad esempio: ‘…la gente adora i sacrifici del prossimo. Anzi si augura che il prossimo non abbia alcuna esitazione a compierli…‘). La quantità torrentizia degli stessi però, unita ad una sistematica assenza d’introspezione sui protagonisti ed i fatti che li riguardano, se si escludono rarissime eccezioni sono lasciati totalmente in carico all’immaginazione ed alla deduzione del lettore, inducendo inevitabilmente lo stesso, dopo qualche pagina, ad un inaspettato e francamente fastidioso surplus di concentrazione per non perdere il filo del racconto.

Il romanzo è suddiviso in vari capitoli, che fungono anche da ponte narrativo riguardo un periodo di tempo relativamente lungo e durante il quale avvengono gli avvenimenti narrati. Così, a titolo puramente esemplificativo, se i figli di Simon al termine di un capitolo sono ancora dei bambini, pur ragionando come se fossero decisamente più grandi della loro età effettiva, in quello successivo essi sono già quasi adulti e si esprimono quindi con ancora maggiore proprietà di ragionamento ed analisi. Non c’è quindi una vera e propria sequenzialità temporale nel racconto ma una combinazione di eventi riguardanti appunto la famiglia Challoner che si svolgono nel corso di vari anni, dei quali ‘L’Eredità e la sua Storia’ punta a narrare, nell’ottica della sua autrice, quelli salienti…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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15/05/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Il Marchese Del Grillo’

IL MARCHESE DEL GRILLO

Titolo Originale: Il Marchese Del Grillo

Nazione: Italia, Francia 

Anno:  1981 Genere:  Commedia, Storico

Durata:  139’  Regia: Mario Monicelli

Cast: Alberto Sordi (Onofrio del Grillo/Gasperino il Carbonaio), Flavio Bucci (Don Bastiano), Paolo Stoppa (Papa Pio VII), Elena Daskowa Valenzano (la madre, Marchesa del Grillo), Caroline Berg (Olimpia), Marina Gonfalone (la sorella Camilla del Grillo), Isabelle Linnartz (Genuflessa del Grillo), Giorgio Gobbi (Ricciotto), Andrea Bevilacqua (il nipote Pompeo), Riccardo Billi (Aronne Piperno, ebanista), Elisa Mainardi (moglie di Gasperino), Marc Porel (capitano Blanchard) 

TRAMA: Il marchese Onofrio del Grillo è un nobile romano alla corte del papa Pio VII. Contrariamente a sua madre, la quale è una conservatrice integerrima, devota alla Chiesa, che pretende dalla nipote Genuflessa lo stesso rigore e castigatezza, Onofrio è un ‘viveur’, dedito ad ogni genere di piacere e divertimento, cultore dell’arte della burla che persegue metodicamente e senza risparmiare nessuno, grazie all’aiuto del fedele domestico Ricciotto. Onofrio gode anche dell’indulgenza interessata di papa Pio VII, essendo il più giovane e brillante nello sparuto gruppo dei nobili servitori rimasti, anche se è inaffidabile ed impertinente durante le cerimonie religiose e le processioni canoniche. Uomo di mondo che conosce i vizi privati e le pubbliche virtù del suo status, Onofrio riesce comunque a barcamenarsi con la sua furbizia e la faccia tosta fra pericolosi briganti come Don Bastiano ed il capitano Blanchard delle forze francesi, le quali fanno pressione sul papa affinché si pieghi alla volontà di Napoleone. Il marchese del Grillo non disdegna inoltre relazioni fugaci con donne di varia origine sociale, divertendosi a prendere in giro sia i poveri che gravitano intorno alla sua dimora, reclamando la sua generosità, che il papa ed i familiari stessi. Proprio per loro Onofrio mette in atto lo scherzo più pesante quando scopre per caso che il povero carbonaio Gasperino gli somiglia come una goccia d’acqua. Rischia la pelle il marchese infine quando, comandante di turno della guardia pontificia, s’allontana per sbugiardare una giovane popolana e sua madre che volevano affibbiargli la paternità di un figlio, mentre i soldati francesi entrano con un sotterfugio in Vaticano per arrestare il papa. Solo grazie alla sua sfacciataggine ed opportunismo riesce a scampare la durissima punizione del papa, una volta che quest’ultimo torna dall’esilio e riprende i pieni poteri. Onofrio è stato anche tentato di seguire la bella Olimpia in Francia, dove la società è in fermento e la bella vita per le persone del suo lignaggio è garantita da una cultura meno bigotta e più laica. La caduta di Napoleone ha convinto però Onofrio, durante il viaggio, a tornare a casa, dove l’attendono altre imprese e l’impunità garantita dalla sua condizione sociale.

VALUTAZIONE: grande performance di un Alberto Sordi nel pieno fulgore della sua carriera, perfettamente tagliato nel ruolo. Un’opera esilarante ed acida di Monicelli, che al tempo stesso rifila stilettate nei confronti del potere religioso e civile, i quali si sostengono reciprocamente con arroganza ed ingiustizia mistificate da rispetto  per la tradizione e l’immutabile stabilità sociale. Un classico che evidenzia temi di attualità sconcertante.                                                                                                                                                                                                                      

Partiamo da un dato di fatto. ‘Il Marchese del Grillo’ si riferisce ad un personaggio realmente esistito a Roma nei secoli scorsi e della cui famiglia esiste ancora il palazzo ad essa intestato; un nobile che pare fosse noto per i tiri mancini che consumava nei confronti delle vittime di turno e la licenziosità rispetto ai costumi del tempo, ma la sua collocazione storica non c’entra nulla con gli eventi che racconta il film di Mario Monicelli.

Il Marchese del Grillo 05L’ambientazione infatti è datata ai primi dell’ottocento quando Napoleone, dopo aver favorito l’elezione di Barnaba Chiaromonti al seggio pontificio con il nome di Pio VII, sperava di poterlo manovrare a suo piacere. Tant’è che poco prima di farsi eleggere imperatore, lo stesso Napoleone ristabilì le relazioni diplomatiche con il Vaticano, interrotte durante il precedente papato. L’opposizione di Pio VII, il quale nel reclamare la sua autorità ed autonomia si spinse sino a Parigi per incoronare Napoleone mostrandogli però anche tutta la sua risolutezza, spinse quest’ultimo, allora re d’Italia, ad annettere lo stato pontificio ed a imprigionare il papa, il quale accolse il generale francese che gli intimava di consegnarsi ed accettare le condizioni del sovrano d’oltralpe con la famosa frase: ‘…non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo!…’.

Nell’opera di Monicelli l’esilio del papa dal seggio naturale di Roma sembra molto più breve di quello che è stato nella realtà, ovvero quasi cinque anni e concluso solo perché Napoleone, sconfitto irrimediabilmente a Lipsia, abdicò subito dopo. Di certo quindi al comando delle guardie pontificie, che si sono facilmente arrese ai francesi quando hanno assalito la sede papale, non c’era Onofrio del Grillo.

Il Marchese del Grillo 07Il film del grande regista viareggino, scomparso due anni e mezzo fa, non ha perciò particolari ambizioni storiche ma si adatta opportunamente a quel contesto, prendendo spunto da un personaggio con caratteristiche simili realmente esistito, per trasformarlo in una figura universale e trasversale a più epoche. Ad esso infatti si potrebbe associare più d’uno fra i soggetti che le cronache mondane e politiche di casa nostra ci hanno proposto in passato e ci mettono di fronte anche al giorno d’oggi; lascio alla fantasia ed all’acume dei lettori il gusto di supporne i nomi.

Il Marchese del Grillo 15A rendere benevolmente indulgente lo spettatore nei confronti del marchese del Grillo, alla stessa stregua del papa (interpretato da uno splendido Paolo Stoppa) a proposito delle goliardate, le strafottenze e le azioni provocatorie che egli s’inventa nei confronti delle sue vittime, inclusi i parenti stretti e persino delle istituzioni, contribuisce in maniera decisiva la maschera e l’innata simpatia, oltreché la bravura s’intende, di un ‘cavallo di razza’ come Alberto Sordi. Il grande attore romano è stato capace al tempo stesso d’interpretare, non solo due personaggi simili nella fisionomia ma diametralmente opposti per carattere ed estrazione sociale, ma anche di rappresentare due facce contrapposte e contraddittorie dell’arroganza del potere della quale Onofrio è comunque un esponente, compiendo nefandezze e soprusi con la stessa facilità con la quale si compiace subito dopo di rinnegarli pubblicamente, come se volesse prenderne le distanze. L’episodio delle campane fatte suonare a morte dal marchese in tutta Roma, di norma associate al decesso del papa, per annunciare invece allegoricamente la morte della giustizia, avendo egli comprato nel frattempo giudice ed avvocati per vincere una causa nonostante avesse palesemente torto, è esemplificativo in tal senso.

Il Marchese del Grillo 16‘Il Marchese del Grillo’ è un film molto divertente, scorrevole, diretto e recitato egregiamente, ma con qualche sapore d’amaro. Pur essendo strettamente legato alla storia ed alla vita romana, le sue strade, le piazze, i monumenti, il dialetto dei molti dialoghi che sono intraducibili, nella comicità, musicalità e colore di certe espressioni (ad esempio: ‘…ecchime mà, ammazza come sei rinseccolita, sembri un tizzo de carbone nera nera…‘ dice Gasperino alla marchesa che lo crede Onofrio, la quale risponde seccata: ‘…ma cosa sono queste confidenze?…‘ ed il sosia del marchese replica: ‘…a mà, te stavo a salutà, mica te stavo a da un calcio n’culo!!!…‘), sarebbe comunque un errore considerare questa prova come mera  ed unica espressione di quella tipica scenografia ed ambiente. Essa infatti appartiene al lotto di quelle opere classiche che propongono con successo livelli diversi di lettura: dal più semplice che smuove il sorriso ed anche la grassa risata, a più approfondite analisi e conclusioni che superano il particolare del periodo storico nel quale la trama è ambientata per proporre intelligenti e profonde metafore sulla natura contraddittoria dell’uomo, la sua etica sociale ed in senso più ampio le distorsioni del potere aristocratico e religioso… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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05/05/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Taxi Driver’

TAXI DRIVER

Taxi%20driverTitolo Originale: Taxi Driver

 Nazione: USA 

Anno:  1976

Genere:  Drammatico, Thriller

Durata:  113’  Regia: Martin Scorsese

Cast: Robert De Niro (Travis Bickle), Jody Foster (Iris Steensma), Harvey Keitel (Matthew ‘Sport’), Cybill Shepherd (Betsy), Leonard Harris (Senatore Palantine), Peter Boyle (‘Mago’), Albert Brooks (Tom), Steven Prince (il venditore di armi) 

TRAMA: Travis Bickle è un ex marine di ventisei anni, reduce della guerra in Vietnam, il quale vive solitario a New York dove fa il tassista di notte perché soffre d’insonnia. Egli non ha amici, neppure fra i colleghi, di giorno guarda distrattamente la TV, scrive un diario ed è abituale frequentatore dei cinema a luci rosse. Quando Travis vede Betsy, la quale fa parte del comitato elettorale del senatore Palantine, se ne innamora immediatamente. Con coraggio riesce ad avvicinarla ed a fare colpo su di lei con la sua apparente sicurezza e determinazione, riuscendo a combinare un appuntamento, durante il quale però si lascia andare ad una battuta infelice. Quando la conduce in un cinema ad assistere ad uno spettacolo pornografico, Betsy, imbarazzatissima, abbandona la sala quasi subito e rifiuta in seguito qualsiasi ulteriore approccio da parte di Travis, nonostante egli cerchi di scusarsi telefonandole ed inviandole fiori. Sentitosi rifiutato, il giovane irrompe sul posto di lavoro di Betsy, trattenuto a stento mentre l’accusa di essere falsa ed insensibile. Qualche giorno dopo, una giovanissima prostituta di nome Iris sale sul suo taxi e pare voler fuggire dal suo sfruttatore, un certo ‘Sport’, il quale però riesce a convincerla subito dopo a scendere. Travis torna in seguito sul posto e, spacciandosi per un cliente con ‘Sport’, riesce ad incontrare Iris, ma quando cerca di convincerla sulle sue intenzioni di aiutarla a fuggire, la giovane si schermisce sostenendo di stare bene così com’è. L’episodio convince Travis sulla necessità di agire in prima persona per rimediare al degrado della società che vede intorno a lui. A tale scopo egli acquista alcune armi da un venditore di contrabbando e dopo aver cambiato look, sino ad apparire quasi irriconoscibile, inizia una sorta di auto addestramento, durante il quale, amplifica il suo disagio psicologico e scrive ai genitori vantandosi di svolgere un lavoro delicato per il governo e di avere da alcuni mesi una normale vita di relazione con una ragazza. Complice la stanchezza determinata dall’insonnia e la convinzione di vivere in uno sporco mondo, ipocrita come Betsy e di riflesso anche il senatore Palantine, un populista retorico che punta solo alla conquista del potere, tenta di avvicinarsi a lui durante un comizio con l’intenzione di ucciderlo ma viene scorto dalle guardie del corpo che tentano invano di catturarlo. Frustrato dal fallimento di questa iniziativa, Travis torna nella zona dove aveva incontrato Iris, deciso ad agire una volta per tutte e dopo aver provocato ‘Sport’ gli spara freddamente. Poi sale sino alla camera dello squallido hotel dove la ragazza incontra i suoi clienti ed uccide il gestore e l’uomo che si trova con lei in quel momento. Ferito a sua volta, il giovane tenta di suicidarsi, ma avendo scaricato sulle sue vittime tutte le pallottole delle pistole, non gli resta che attendere l’arrivo della polizia. Mentre egli si trova in ospedale i giornali esaltano l’eroismo ed il coraggio del suo gesto, inclusi i genitori di Iris i quali gli scrivono una lettera di ringraziamento per aver salvato la loro figlia, tornata a condurre una vita normale per la sua età. Anche Betsy vorrebbe riprendere i rapporti con Travis ma quando sale sul suo taxi, una volta guarito e tornato al solito lavoro, lui la snobba, non accettando neppure il pagamento della corsa.    

VALUTAZIONE: il film che ha consacrato il regista Martin Scorsese e l’attore Robert De Niro, con due spalle del calibro di una giovanissima Jodie Foster ed il bravissimo Harvey Keitel. Una sorta di opera neo-realista d’oltreoceano che mette a nudo le stridenti contraddizioni di una città simbolo come New York e di una società nella quale il confine fra un personaggio da ammirare ed un criminale è sottilissimo, determinato spesso da episodi d’opposta lettura.  

 

‘Taxi Driver’ è un film del 1976 che racconta una storia di degrado ambientale e solitudine in una grande città come New York. Protagonista è Travis (Robert De Niro), un giovane tassista che ha scelto quel mestiere come rimedio o palliativo alla sua insonnia cronica. Piuttosto che passare le notti sdraiato sul letto a guardare il soffitto, egli ha preferito sfruttare quel penalizzante disturbo per procacciarsi almeno il necessario per vivere, oltreché evadere dalla noia angosciante.

Taxi Driver 19Egli, a differenza di alcuni suoi colleghi, non rifiuta nessuna delle zone più pericolose, soprattutto di notte, della cosiddetta città della mela, come il Bronx, Brooklyn ed Harlem, ad esempio. E quello che gli capita di osservare durante le sue corse in taxi non è per nulla esaltante: ‘…vengono fuori gli animali più strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l’altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre…’. Forse Travis è anche condizionato dal fatto che, lavorando nelle ore notturne, può percepire una visione limitata e distorta dal buio stesso, il quale per definizione non stimola reazioni umorali positive, soprattutto in un contesto simile. Il campionario di sporcizia, disordine, prostituzione e delinquenza che scorre davanti ai suoi occhi è in ogni caso inequivocabile. Al termine del servizio è suo compito ripulire i sedili posteriori dell’auto, sui quali, come sottolinea lui stesso, trova spesso macchie di ogni tipo, sangue incluso.

Taxi Driver 08Travis è un reduce del Vietnam. Il film non lo dice apertamente ma è probabile che l’insonnia cronica sia un’eredità di quella brutale esperienza. Alcune sue inquadrature riprese dall’alto, mentre lui è sdraiato ancora vestito sul letto, scarno e disordinato a sua volta come il resto del locale dove vive abitualmente, rimanda curiosamente a qualcosa di analogo all’inizio di ‘Apocalypse Now’, la quale opera, del conflitto combattuto nel sud-est asiatico, è considerata come una sorta di icona.

Taxi Driver 16Travis Brikle però non ha solo quel fastidioso deficit di sonno a rendere complicata la sua esistenza. L’insonnia è un disturbo molto diffuso d’altra parte e non certo una sua esclusiva. Egli è anche un uomo molto solo, decisamente irrealizzato, sessualmente frustrato, culturalmente limitato: ‘…la solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, ovunque. Non c’è scampo: sono nato per essere solo...’. Dentro di lui insomma si è sviluppato l’ambiente ideale perché possa formarsi uno stato depressivo ed alienante, la cui deriva può portare ad effetti drammatici. Ed è esattamente quello che avviene. 

Taxi Driver 10Dal particolare al generale: che cosa è cambiato nel frattempo, dal punto di vista sociologico, in una città come New York, modello non così dissimile da altre metropoli, crogiolo di evidenti contraddizioni e varia umanità? L’impressione è che la risposta possa essere una sola: poco o nulla! Questo dato di fatto depone, involontariamente se vogliamo, a favore del film di Martin Scorsese, poiché stile ed ambientazione a parte, decisamente vintage, già a partire dalle musiche, con quel tema di Bernard Herrmann suonato a più riprese da un sassofono ossessivo, ‘Taxi Driver’ propone una serie di tematiche che sono ancora attualissime, riguardo, appunto, la qualità della vita, in particolare fra le classi più deboli, in una città dalle enormi dissonanze come New York, appunto.

Taxi Driver 04Tornando al protagonista, il primo dato che balza all’occhio è che Travis, pur vivendo in mezzo ad innumerevoli persone, di tutte le razze e classi sociali, non riesce ad instaurare alcun genere di rapporto, vivendo come un eremita che divide il suo tempo fra il malandato appartamento dove si rintana di giorno per scrivere un diario o qualche lettera ai genitori o s’intrattiene, per lo più distrattamente, con un vecchio TV; quindi il taxi che guida durante la notte ed infine i cinema a luci rosse dove sfoga la sua distorta sfera sessuale, priva di qualsiasi affettività e relazione concreta. Più che per eccitarsi, in quei cinema ci va spesso per abitudine, tant’è che si ritrova più volte con gli occhi distratti, seppure rivolti allo schermo, mentre la mente vaga in pensieri costantemente dominati da un deprimente pessimismo. A fine turno di lavoro egli si ritrova, nel bar di fronte all’uscita della compagnia per la quale lavora, con alcuni colleghi che raccontano le esperienze più strane che hanno avuto con i clienti, ma Travis si limita ad ascoltarli e l’unica volta che chiede un parere a quello che sembra più esperto e loquace fra loro (Peter Boyle, indimenticabile nella parte del mostro Frankenstein nell’omonima opera di Mel Brooks), si rende ben presto conto che ne può cavare ben poco, avendo forse quest’ultimo, se possibile, le idee ancora più confuse delle sue…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

15/04/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘L’Arciere Di Azincourt’

L’ARCIERE DI AZINCOURT

L'Arciere di AzincourtDi Bernard Cornwell

Anno Edizione 2011

Pagine 447

Costo € 9,00

Traduttrice Donatella Cerutti Pini

Ed. TEA (collana ‘Teadue’) 

TRAMA: Nicholas (Nick) Hook è un arciere, figlio illegittimo di un signorotto inglese. La sua famiglia è in lotta asperrima da generazioni con quella dei Perril. Durante l’esecuzione di alcuni eretici egli colpisce con un pugno Sir Martin, un prete depravato che stava per violentare una ragazzina, figlia di uno dei condannati al rogo. Fuggito all’arresto e divenuto fuorilegge, per  evitare la pena capitale Nick accetta di arruolarsi in Francia al servigio di Henry di Calais, schierato in difesa della città di Soissons, in una lotta fratricida fra borgognoni e francesi fedeli al re Carlo VI. L’esercito di quest’ultimo, molto più numeroso ed attrezzato, riesce a penetrare le mura della città assediata, anche grazie al tradimento del comandante di Nick, il mercenario Sir Roger Pallaire. Nick ha però due preziosi alleati dalla sua parte, i santi Crispino e Crispiniano, che lo consigliano e lo sostengono nei momenti decisivi della sua vita. Durante il sacco della città Nick, che si è battuto da leone ma rimasto solo si è rifugiato dentro una casa, assiste di nascosto al tentativo di violenza di Pallaire nel confronti di una giovane monaca e la salva, uccidendo il traditore, spinto ad intervenire proprio dalla voce perentoria dei due santi. Il nome della giovane monaca è Mélisande, figlia bastarda di un nobile francese che l’ha costretta a prendere i voti. Assieme i due giovani riescono a fuggire miracolosamente da Soissons, non prima di aver assistito alla barbara esecuzione delle monache e degli arcieri che si erano rifugiati in chiesa ed erano stati convinti ad uscire con la promessa di aver salva la vita. Tornato a Calais con Mélisande, Nick viene inviato dal duca in Inghilterra per testimoniare ciò che ha visto a Soissons ed è il re Enrico V in persona ad ascoltare il suo racconto e quello della sua compagna. Quest’ultimo reclama infatti la corona di Francia e le testimonianze raccolte dalle sue spie confermano la versione della coppia, spingendo il re a reclutare un esercito per invadere la Francia, incluso Hook la cui abilità come arciere è oramai nota e difatti viene affidato a Sir John Cornewaille. E’ l’inizio dell’impresa che vede gli inglesi sbarcare nei pressi della città di Harfleur, subito impelagati in un lungo assedio infine risolto ma solo dopo aver pagato un prezzo altissimo in uomini, decimati non solo dalla cruenta lotta ma anche da malattie infettive come il colera. Indebolito nei mezzi e negli effettivi l’esercito inglese, anziché tornare indietro accontentandosi del parziale successo, prosegue la sua marcia verso Calais. Enrico V è infatti convinto di avere dalla sua parte il sostegno di Dio. Costretto a deviare il suo percorso al momento di attraversare la Somme, dove ad attendere il ridotto esercito inglese c’è quello francese, ben più numeroso, nella pianura di Azincourt avviene infine lo scontro. Una battaglia che sarà ricordata per sempre come una giornata fra le più gloriose per l’esercito inglese, addirittura proverbiale per i suoi arcieri, tra i quali lo stesso Hook eccelle combattendo eroicamente, mentre per i francesi rappresenta una delle pagine più buie della sua storia militare.   

VALUTAZIONE: Bernard Cornwell non sbaglia un colpo. Anche in questo romanzo egli si conferma un maestro del romanzo storico e fine autore nel ricostruire gli eventi che hanno portato alla celebre battaglia di Azincourt, con un mix ideale d’immaginazione e documentazione. Grazie alla sua oramai nota capacità di accontentare diversi palati, egli riesce a conquistare ancora una volta sia il semplice lettore d’avventure, che quello più pretenzioso, abbinando una prosa incalzante ad un’ammirevole scioltezza di lettura e precisione nel descrivere l’epoca ed il contesto nel quale si sviluppa la storia.                                                                                                                                                                                             

Perché mi viene spontaneo associare Bernard Cornwell a Irène Némirovsky? Chiunque conosce questi due grandi autori si starà chiedendo se sono improvvisamente impazzito e come posso soltanto pensare ad una qualche relazione fra loro. In effetti dal punto di vista tematico se non sono agli antipodi, di certo è molto difficile trovare delle analogie. La Némirovsky, ad esempio, è morta nel 1944 ed ha scritto una serie di romanzi, uno più bello dell’altro, sondando la natura umana in molte delle sue sfaccettature psicologiche. Nello stesso anno in cui Irène moriva assurdamente ad Auschwitz, nasceva Bernard Cornwell a Londra, il quale fortunatamente è ancora in vita, pur non essendo più un giovanotto ed è diventato specialista di romanzi storici, con particolare riferimento a battaglie e personaggi del medioevo, ma anche di periodi precedenti, d’Inghilterra e dei paesi nordici.

L'Arciere di Azincourt 06Chi ha letto però alcuni dei loro romanzi, sa che si va sul sicuro, nel senso che questi due autori, apparentemente così diversi, hanno però il dono comune di saper scrivere con grande semplicità, eleganza ed incisività, sia riguardo gli avvenimenti che affrontano di volta in volta, che le ambientazioni, descritte con grande cura dei dettagli, senza mai apparire però pedanti, così che il lettore viene facilmente conquistato. Se casomai mi si chiedesse di suggerire qualche scrittore, in una ipotetica lista ideale che prevede anche una diversificazione dei generi, questi due nomi non mancherebbero di sicuro.

L'Arciere di Azincourt 08Bernard Cornwell si è dedicato piuttosto tardi alla letteratura, quando aveva già compiuto cinquantacinque anni, avendo lavorato in precedenza alla BBC.  Ad un certo punto ha scoperto la sua vena d’autore romanzesco e si è dedicato ad alcune serie, strettamente di natura storica, che hanno riscosso in breve tempo un grande successo, come quella divisa in ben nove episodi che vede protagonista il personaggio immaginario di Richard Sharpe, dal discutibile passato, il quale è riuscito a riscattarsi diventando un eroe dopo essersi arruolato nell’esercito inglese. In precedenza Cornwell ha scritto cinque opere che fanno parte della serie intitolata ‘Il Romanzo di Excalibur’ e fra un capitolo e l’altro di Sharpe ha pubblicato la cosiddetta ‘Trilogia del Santo Graal’ ed infine ha scritto altri sei romanzi che costituiscono ‘Le Storie dei Re Sassoni’. ‘L’Arciere Di Azincourt’, uscito nel 2008, è una sorta di capitolo a sé, non avendo relazioni dirette con nessuna di queste raccolte. Siccome si tratta di un autore molto prolifico, come risulta evidente anche da questa succinta biografia, non tutte le sue opere sono state ancora tradotte nella nostra lingua (la serie di Sharpe, ad esempio, conta ben ventiquattro capitoli in lingua originale) ma un pò per volta alcune case editrici fra le più attente le stanno pubblicando per un pubblico nostrano di appassionati fedeli, come risulta facilmente leggendo qua e là i vari commenti, quasi sempre molto positivi.

L'Arciere di Azincourt 13Azincourt per l’italiano medio è tutt’al più un nome curioso, che qualcuno forse riesce ad associare ad una reminiscenza scolastica; per inglesi e francesi invece, seppure per opposte ragioni, è noto come il luogo nel quale si è svolta una celeberrima battaglia fra due delle nazioni più potenti d’Europa, nel corso della quale il re Carlo VI, detto anche ‘Il Pazzo’, ha subito una rovinosa disfatta ad opera dell’esercito proveniente da oltre Manica, molto più esiguo in termini numerici ma meglio organizzato e condotto. Soprattutto grazie all’azione estremamente potente ed efficace degli arcieri, nelle cui file figura anche il protagonista del romanzo, ovvero Nicholas Hook, detto Nick, personaggio vero seppure lo scrittore gli ha assegnato un ruolo diverso e molto più rilevante rispetto alla realtà dei fatti...(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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05/04/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: ‘The Walking Dead’

THE WALKING DEAD

The Walking DeadTitolo Originale: The Walking Dead

Nazione: USA

Anno: 2010-12

Genere: Azione, Drammatico, Horror

Durata: Serie a puntate Regia: Frank Darabont

Cast: Andrew Lincoln (Rick), Jon Bernthal (Shane), Sarah Wayne Callies (Lori), Laurie Holden (Andrea), Norman Reedus (Daryl), Steve Yeun (Glenn), Lauryn Cohan (Maggie), Chandler Riggs (Carl), Danai Gurira (Michonne), Michael Rooker (Merle), David Morissey (Il Governatore), Jeffrey DeMunn (Dale)

TRAMA: Deve essere successo qualcosa di catastrofico sul nostro pianeta se gli zombi l’hanno invaso divorando tutti i vivi che riescono a ghermire, trasformandoli a loro volta in altrettanti morti che camminano. Quando Rick, sceriffo di una cittadina vicina ad Atlanta, rimasto ferito gravemente durante una sparatoria, si risveglia dal coma nel letto d’ospedale, ci mette qualche attimo a realizzare che non sta ancora facendo un brutto sogno ed a rendersi conto invece che è accaduto qualcosa di anomalo intorno a lui. I fiori che hanno lasciato i colleghi sul suo tavolino sono secchi e nessuno, fra gli addetti dell’ospedale, sembra in grado di assisterlo da parecchio tempo. Fattosi coraggio e sceso dal letto pur con notevole difficoltà e sbirciando fuori dalla camera, egli si trova davanti ad uno scenario apocalittico. Al di là della vetrata lungo il corridoio incombono gli zombi, i quali hanno invaso l’ospedale. Incredulo e terrorizzato, Rick riesce a fuggire dall’edificio usando una scala di emergenza ma giunto all’esterno la situazione non gli appare meno angosciante: gli zombi sono dappertutto, vaganti fra corpi senza vita, mentre nelle strade le auto sono abbandonate in lunghe file e regna ovunque la devastazione. Il mondo come lo conosciamo non esiste più. Rick riesce con molta prudenza e fortuna a tornare nella sua casa per scoprire che la moglie Lori ed il figlio Carl l’hanno abbandonata, pur avendo avuto il tempo di portarsi appresso alcuni ricordi affettivi, l’album di famiglia ad esempio. Come molti altri, essi sono fuggiti sulle colline intorno ad Atlanta formando piccoli gruppi che osservano dall’alto la  desolazione sulla città, cercando di sfuggire e sopravvivere alle aggressioni dei famelici zombi. Rick, dopo alcune peripezie, riesce infine miracolosamente a raggiungere i suoi familiari i quali oramai lo credevano morto tant’è che la moglie Lori aveva già trovato consolazione fra le braccia di Shane, amico e collega di Rick. E’ l’inizio di un lungo peregrinare alla ricerca di una meta sicura fra ostacoli di crescente difficoltà. I nemici non sono però solo gli zombi, ma gli stessi gruppi di umani sopravvissuti, i quali si fronteggiano fra loro senza pietà, con l’obiettivo di accaparrarsi ciò che resta di cibo ed armi pur di mantenersi in vita, sperando che sia ancora concepibile un futuro diverso e migliore.

VALUTAZIONE: una serie TV di grande successo, nonostante contenga molte scene agghiaccianti e di un realismo inusitato persino per gli appassionati del genere horror-trash. Nel corso delle tre edizioni sinora realizzate la tensione è palpabile e praticamente costante con continui colpi di scena e rari momenti di leggerezza. Non sempre la qualità degli eventi narrati e delle singole puntate è all’altezza, c’è anche qualche inevitabile momento di stanca e ripetitività, ma il coinvolgimento è assicurato da una trama incalzante e da un gruppo di interpreti privo di nomi altisonanti ma ben affiatati fra loro.                                                                                                                                                                                                                                                                            

Nonostante la religione cattolica crede in uno scenario di fine mondo nel quale avverrà anche la resurrezione dei morti, quest’ultima eventualità al cinema, nei fumetti ed in letteratura in generale viene più spesso associata ad una visione spaventosa e non solo per ragioni prettamente spettacolari.

The Walking Dead 02I morti che camminano, come indica il titolo originale, non sono perciò una novità dal punto di vista narrativo, né un’anticipazione del momento, più o meno lontano, nel quale avverrà l’agognata riunificazione fra i vivi ed i trapassati, dando corpo, è proprio il caso di dirlo in riferimento a questi ultimi, alla speranza alimentata dalla fede ed anche dal dolore per lo strappo della perdita subita, mediata però dalla consolazione che la scomparsa da questo mondo sia solo un processo temporaneo.

I morti resuscitati, definiti anche come zombi, seguendo un termine di origine haitiana legato ai riti vudù, sono diventati al cinema, tanto per restare nell’ambito delle serie a puntate in oggetto trasmesse da Sky, esseri terrificanti che di umano hanno solo in parte le sembianze, i quali assalgono le persone ancora in vita, senza distinzione di sesso, età, razza e parentela, con l’intento per nulla allettante di divorarle.

The Walking Dead 03‘The Walking Dead’ è una serie TV che deriva da un fumetto tuttora venduto in edicola, ultima di un lungo elenco su un tema che al cinema trova un preciso riferimento nel noto, perlomeno agli amanti del genere, ‘La Notte dei Morti Viventi’ di George A. Romero, poi dallo stesso autore replicato con grande successo in ‘Zombi’ e che ha prodotto in seguito una lunga catena di cloni, via via però in genere qualitativamente meno significativi. 

The Walking Dead 01In questo momento è in programmazione la terza serie, giunta quasi al termine, ma pare sia già in preparazione una quarta, visto il successo che hanno riscosso sin qui quelle precedenti su di un pubblico invero sorprendentemente numeroso e fedele. Un mio carissimo amico, appassionato del genere horror, al quale ho chiesto un commento su ‘The Walking Dead’, mi ha confessato che, nonostante la sua vasta frequentazione nel settore e l’assuefazione che si è fatto nel tempo ad immagini e sequenze terrificanti di ogni tipo, è rimasto impressionato in questo caso sin dalla prima puntata per alcune scene che riguardano appunto gli zombi, caratterizzate da un realismo decisamente impressionante ed inusitato. In effetti gli ideatori della serie, Frank Darabont e l’emittente AMC in qualità di produttrice, hanno affidato la gestione degli effetti speciali in CGI (Computer Generated-Imagery) ed il make-up a Greg Nicotero, il quale ha conseguito risultati invero superlativi…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) 

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26/03/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Villetta Con Piscina’

VILLETTA CON PISCINA

Villetta Con PiscinaDi Herman Koch

Anno Edizione 2011

Pagine 363

Costo € 17,00

Traduttore Giorgio Testa

Ed. Neri Pozza (collana ‘Bloom’) 

TRAMA:  Marc Schlosser è un medico di base olandese che svolge il suo lavoro come una routine e senza passione. Nonostante ciò, i suoi pazienti sono numerosi, lo stimano e sono soddisfatti del suo operato perché egli dedica circa venti minuti ad ognuno di essi durante le visite in ambulatorio, seppure dopo il primo minuto ha già inteso il da farsi e potrebbe quindi congedarli. Il suo finto interesse nell’ascoltare le loro fissazioni ed ipocondrie funziona senza scossoni, sinché una donna un giorno fa irruzione nel suo studio accusandolo di essere un assassino. Il suo nome è Judith ed il marito Ralph Meier, noto attore, è morto prematuramente a causa di un melanoma che Marc aveva riconosciuto immediatamente quando Ralph si era presentato nel suo studio. Eppure egli lo aveva ignorato opportunamente, minimizzando e lasciando che il cancro facesse il suo corso ed anzi contribuendo subdolamente alla sua diffusione in quel corpo. Le prove a suo carico sono schiaccianti, eppure egli rischia al massimo una sospensione dalla commissione medica. Siamo davanti ad un mostro? Uno di quelli che si nascondono abilmente dietro una facciata di normalità? Per capire l’origine di questa aberrante conclusione, altrimenti inspiegabile, bisogna risalire all’estate precedente quando Marc e la moglie Caroline sono stati ospiti di Judith e Ralph Meier nella villetta con piscina che hanno affittato vicino al mare. Julia e Lisa, le due figlie di Marc, hanno immediatamente legato con i due figli maschi loro coetanei di Judith e Ralph, ovvero Alex e Thomas. Julia, una splendida adolescente di tredici anni, è stata però ritrovata alcune sere dopo in stato d’incoscienza durante una festa sulla spiaggia, con segni inequivocabili di violenza sessuale. Alex l’aveva persa di vista quando assieme si erano allontanati dagli altri per andare in uno stabilimento balneare poco distante dove c’era una pista da ballo. Marc e Judith avevano ritrovato per primo Alex visibilmente scosso quando, preoccupati dalla lunga assenza, si erano messi in cerca dei due giovani. Ralph in precedenza aveva litigato con Judith, la quale l’aveva piantato in asso e lui s’era abbandonato, nel corso della stessa serata sulla spiaggia, a fare il cascamorto con un paio di turiste norvegesi che sembravano disponibili a facili e sbrigative avventure, ma al loro rifiuto di andare oltre il semplice corteggiamento egli aveva opposto una reazione violenta, scatenando una rissa con altre persone presenti, per poi sparire a lungo nel resto della serata. Lo stesso Ralph era stato scorto da Marc in precedenza mentre partecipava a bordo piscina con i ragazzi ad uno di quei giochi che comporta la penalità di denudarsi, un pezzo alla volta. A Julia è rimasto un ricordo confuso di quanto le è accaduto quella sera e per lungo tempo si è barricata dietro un silenzio carico di tristezza ed apatia, dal quale è riuscita a riprendersi parecchio tempo dopo. Così Marc ha provato ad indagare per suo conto, sino a supporre che Ralph sapesse molto più di quanto avesse dichiarato, quando quella sera era infine tornato a casa, e quindi a spingerlo a farsi giustizia da sé, dato che il suo mestiere gliene offriva una comoda apportunità.     

VALUTAZIONE: un romanzo che scava nelle contraddizioni della nostra etica e cultura, disegnando una galleria di personaggi che si barcamenano nel tentativo di dare un’immagine di sè migliore di quello che sono in realtà. Herman Koch s’interroga su alcuni valori fondamentali e coglie nel segno un’altra volta, dopo la precedente opera, cioè ‘La Cena’.                                                                                                                                     

Ci sono modi diversi di svolgere il proprio lavoro. Marc Schlosser ha le idee chiare in proposito: ‘Sono un medico di famiglia. Ricevo la mattina, dalle otto e mezza all’una. Faccio le cose con calma: venti minuti a paziente… I pazienti confondono il tempo con l’attenzione: credono che io gli dia più attenzione degli altri medici, quando in realtà gli do solo più tempo. Quello che c’è da capire lo capisco in un minuto; gli altri diciannove li occupo concedendo attenzione, o meglio una parvenza di attenzione… E’ semplice descrivere il lavoro di un medico di famiglia. Non deve guarire i pazienti, deve solo fare in modo che non finiscano in massa dagli specialisti e in ospedale. Il suo studio è come un avamposto: quanti più riesce a bloccarne alla prima barriera, tanto più un medico di famiglia sa fare il suo mestiere… io riservo venti minuti ad ognuno di loro per convincerli che non hanno nulla…’.

Villetta Con Piscina 02Non so cosa penseranno di questo loro collega i medici di famiglia nostrani che dovessero trovarsi, per scelta o per caso, a leggere questo romanzo. Beh, intanto diciamo che si riferisce ad una realtà che si trova geograficamente non proprio dietro l’angolo e sicuramente differente dalla nostra, ovvero in Olanda, laddove pare che gli errori, anche gravi, dei medici non sono così facilmente perseguibili. Inoltre si tratta di un medico perlomeno atipico, un caso limite se vogliamo, dato che egli stesso dichiara di provare una sorta di repulsione nell’osservare e toccare corpi nudi, spesso flaccidi come quelli delle persone anziane, dentro i quali, auscultandoli, si sentono rumori ripugnanti. Schlosser li descrive con un’efficace e fantasiosa metafora: ‘…all’interno del corpo umano i rumori sono sempre gli stessi: primo fra tutti, ovviamente, il battito del cuore. Non sa nulla, il cuore; lui pompa, è la sala macchine. Serve solo a tenere la nave in movimento, non sulla giusta rotta. Poi ci sono i rumori dei visceri, degli organi. Un fegato sovraccarico emette un suono diverso da un fegato sano. Geme. E supplica di avere un giorno libero, uno solo, un giorno in  cui poter eliminare il grosso delle scorie, perché è sommerso di arretrati. Il fegato sovraccarico è come la cucina di un ristorante aperto ventiquattr’ore su ventiquattro: le stoviglie si accumulano, le lavastoviglie vanno a pieno ritmo, ma le pile di piatti sporchi e di padelle incrostate continuano a crescere, a moltiplicarsi…. Il fegato sovraccarico resiste fin quando non si spacca. Prima s’indurisce, come uno pneumatico più gonfio del normale. Ed a quel punto basta una minima imperfezione del fondo stradale che lo fa esplodere…‘.

E continua, ancora più esplicitamente, allargando il campo sino all’etica di costume: ‘…ho già spiegato il mio punto di vista sui corpi nudi: sono la mia routine quotidiana, ma un corpo nudo nel mio studio è diverso da un corpo nudo all’aria aperta… Non sono un bacchettone, non è questo. Anzi, diciamola tutta: sono un bacchettone, e sono fiero di esserlo se questo vuol dire non sfruttare ogni occasione per mostrare apertamente a tutti il pisello e le altre parti del corpo. Insomma, quando ci si scopre bisogna prestare una certa attenzione. Le spiagge nudiste, i campeggi naturisti e altri luoghi di raduno di amanti delle nudità li evito come la peste: chiunque abbia visto delle persone nude che giocano a beach-volley sa bene che l’effetto è quanto meno antierotico. Anche nelle fosse comuni spesso si vedono accatastati corpi nudi: coprire le nudità significa preservare un minimo la dignità umana. Ma ai nudisti non importa nulla: con la scusa che è più naturale spogliarsi, ti buttano in faccia piselli oscillanti, tette ballonzolanti, vagine pendule e chiappe sudaticce. E puntano il dito, accusandoti di essere retrogrado se pensi che sarebbe meglio che tutto ciò non si vedesse…‘.

Villetta Con Piscina 01A prima vista Marc si potrebbe definire quindi un conservatore la cui logica di ragionamento è certamente discutibile ma a suo modo è lucida e razionale. Cos’è allora che porta quest’uomo, apparentemente pacifico, semmai censurabile per una discutibile deontologia professionale, a diventare addirittura un assassino, secondo l’accusa che gli muove una donna, Judith, la quale è stata anche sua amante ed ha motivi e prove concrete per sostenere la sua agghiacciante tesi?

Il racconto di Herman Koch si svolge quindi a ritroso, partendo dal presente, ed è narrato in prima persona dal protagonista, il quale non ci prova nemmeno a negare la verità dei fatti, perlomeno a chi lo sta seguendo nella lettura ed al quale si confida come in una specie di confessione, andando indietro nel tempo, sino alle origini della drammatica storia che alcuni mesi prima gli ha cambiato la vita. Schlosser ha utilizzato le sue conoscenze in campo medico ed abusato del suo ruolo per soddisfare la sua sete di vendetta e giustizia, conseguenti all’abuso che ha subito la figlia tredicenne Julia, vittima di uno stupro l’estate precedente, per il quale il colpevole non è stato scoperto ed egli sospetta che Ralph Meier, sessantenne noto attore, suo paziente ed ospite della sua villetta con piscina nell’occasione, abbia avuto una parte di rilievo, se non è stato addirittura l’autore materiale del barbaro gesto…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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19/03/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘The Untouchables – Gli Intoccabili’

THE UNTOUCHABLES – GLI INTOCCABILI

The Untouchables - Gli IntoccabiliTitolo Originale: The Intouchables

 Nazione: USA 

Anno:  1987  

Genere:  Drammatico, Gangster

Durata:  111′  Regia: Brian De Palma

Cast: Kevin Costner (Eliot Ness), Robert De Niro (Al Capone), Sean Connery (Jimmy Malone), Andy Garcia (George Stone/Giuseppe Petri), Richard Martin Smith (Oscar Wallace), Richard Bradford (Mike Dorsett), Jack Kehoe (Walter Payne), Patricia Clakson (Catherine Ness), Steven Goldstein (Scoop), Billy Drago (Frank Nitti) 

TRAMA: 1930, a Chicago vige il ‘Proibizionismo’ ed il boss mafioso Al Capone domina la scena con arroganza e violenza, corrompendo anche le forze dell’ordine. Dopo la morte di una bambina nell’esplosione di un bar, il cui proprietario si rifiutava di subire le imposizioni di Capone, l’agente speciale Eliot Ness viene incaricato di spezzare questa escalation di prepotenza e sopraffazione. Quando pensa però di avere gioco facile, dopo aver ricevuto una soffiata per prendere Capone con le mani nel sacco, Ness si ritrova invece sbeffeggiato sulle prime pagine dei giornali. L’incontro casuale con Jimmy Malone, un poliziotto esperto, vicino alle pensione, che si è adagiato ad un ruolo anonimo per non correre troppi rischi, induce invece Eliot ad un cambio di strategia, convincendo Malone ad aiutarlo per mettere in piedi una squadra capace di aggirare persino chi, all’interno delle forze dell’ordine, gli rema contro. Viene così ingaggiato un tiratore scelto della polizia, Stone, di origine italiana ed a completare il quartetto s’aggiunge anche un esperto di pratiche fiscali, Oscar Wallace, inviato direttamente da Washington ed inizialmente snobbato da Ness. Wallace è convinto che si possa agire legalmente contro Al Capone, avendo scoperto alcune irregolarità riguardo le dichiarazioni dei redditi. L’eterogenea ma a suo modo versatile squadra agli ordini di Ness inanella alcuni successi, riuscendo persino a catturare un contabile di Capone che si dichiara disposto a collaborare, ma Frank Nitti, il sicario del boss mafioso riesce ad intrufolarsi nella centrale di polizia e ad uccidere sia il contabile che Wallace, il quale lo scortava in quel momento in ascensore. A scuotere Ness, che sembra rassegnato, ci pensa Malone, il quale riesce ad ottenere con maniere spicce un’altra soffiata da un graduato della polizia corrotto riguardo Payne, il capo contabile di Capone. La stessa notte però Malone è vittima di un attentato nella sua abitazione ad opera ancora di Nitti ed un suo complice. Quando Ness e Stone giungono a casa di Malone lo trovano agonizzante ma con l’ultimo fiato in corpo riesce ad informarli della partenza del capo contabile in treno a mezzanotte. Ness e Stone si precipitano alla stazione ed al termine di un’attesa carica di tensione ed un seguente cruento scontro a fuoco, riescono ad avere la meglio sui gangster di scorta ed a catturare Payne. Costretto alla sbarra e nonostante le confessioni compromettenti del capo contabile, Al Capone sembra però tranquillo. Il suo sicario Nitti viene costretto ad allontanarsi dall’aula dopo che Ness ha scorto che indossa un’arma e durante la perquisizione egli trova una confezione di fiammiferi che riporta l’indirizzo di Malone. Nitti, vistosi scoperto, a quel punto fugge e sale sul tetto del palazzo di giustizia inseguito da Ness. Quando infine quest’ultimo riesce a bloccarlo, il sicario lo provoca verbalmente, sino al punto che Ness, non riuscendo più a trattenere l’ira, lo scaraventa giù dal tetto su un’auto in sosta. Al processo risulta chiaro che l’incomprensibile strafottenza di Al Capone, nonostante i pesanti capi d’accusa, dipende dal fatto che ha corrotto anche la giuria. Ness convince quindi il giudice a sostituirla in toto ed in tal modo il boss mafioso viene condannato a undici anni di carcere ed a nulla servono le sue grida contro il suo stesso avvocato e le frasi sprezzanti nei confronti di Ness.

VALUTAZIONE: un classico del genere di appartenenza ed un omaggio di Brian De Palma al cinema in generale ed al gangstar-movie in particolare. Grande interpretazione di Sean Connery, nell’occasione spalla di un Kevin Costner la cui figura appare invece un po’ edulcorata. Tensione alle stelle in alcuni momenti, ma qualche ripresa in ralenti è tanto spettacolare e visivamente suggestiva, quanto un pò eccessiva dal punto di vista della verosimiglianza.

 

Quando il titolo di un film viene facilmente ricordato nella versione originale, come e più ancora che in quella in lingua locale, significa che è entrato nell’immaginario dello spettatore. ‘The Untouchables’ è uno di questi casi e nella filmografia di Brian De Palma rappresenta il secondo di un’ideale trilogia su alcuni personaggi della malavita italo-cubano-americana. Mentre nel caso di Antonio Montana/Scarface e di Carlito Brigante/Carlito’s Way si tratta di personaggi di fantasia, riguardo Al Capone invece il celebre regista racconta nell’occasione, pur con ampie licenze narrative, un momento particolare della storia del noto boss mafioso, interpretato con la proverbiale compenetrazione e bravura da Robert De Niro.

The Untouchables 06Pur rivisto venticinque anni dopo dalla sua uscita, l’opera di Brian De Palma suscita ancora una forte tensione, che in alcuni momenti in particolare diventa quasi insostenibile, con qualche limite narrativo però fra i molti pregi che mette in mostra ed appare, in un’analisi complessiva, come una sorta di compendio, nel bene e nel male, della stessa cinematografia del noto regista, figlio d’immigrati italiani in USA. Alcune battute, fra le molte delle quali è costellata quest’opera, sono diventate proverbiali, come quella, ad esempio, che Al Capone rivolge a Eliot Ness dopo la condanna: ‘Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo!‘.

The Untouchables 20Che s’aggiunge ad altre già note locuzioni metaforiche d’uso comune, mirate a sminuire l’avversario e non dargli la soddisfazione di avere colpito nel segno. In questo caso il boss mafioso, nel pronunciare questa sua invettiva, reagisce in modo spocchioso e rabbioso, proprio come chi non accetta di ammettere una sconfitta, confermando in tal modo ed ancor di più una realtà che è addirittura opposta a ciò che invece sottolinea a parole. Ness infatti ha vinto infine la sua battaglia contro Capone, riuscendo sorprendentemente e coraggiosamente ad incastrarlo, farlo finire sotto processo e quindi condannare a undici anni di prigione. Una soddisfazione effimera se vogliamo, dato che la malavita organizzata, non solo in quella città e paese, non si è certo persa d’animo a seguito di quell’episodio negativo, ma si sa che il cinema è la fabbrica dei sogni e quindi anche dell’illusione, come in questo caso, che il bene possa infine trionfare sul male.

The Untouchables 23Siamo al tempo del ‘proibizionismo’, ovvero nel periodo 1919-1933, durante il quale negli Stati Uniti furono messi al bando la fabbricazione, il trasporto, l’importazione e la vendita degli alcolici. Al Capone basò la sua attività illecita e criminale proprio sull’importazione clandestina di grosse forniture di alcool, imponendole sul mercato della città di Chicago con le buone o le cattive e giustificandosi poi così: ‘…ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d’affari…‘. La prima sequenza del film, che nella dinamica si può considerare pure un modello senza tempo e luogo di una qualsiasi azione terroristica, vede Frank Nitti, il braccio destro di Capone ed un suo compare dentro un bar, al cui gestore vogliono imporre l’acquisto della loro birra di second’ordine. Al rifiuto testardo di quest’ultimo, essi lasciano il locale, facendo finta di dimenticare una borsa appoggiata su uno sgabello. Una bambina che si trova casualmente nel bar se ne accorge, raccoglie la borsa per portarla ai due uomini che sono usciti nel frattempo ma non fa in tempo a raggiungerli che una grande esplosione distrugge il locale e tutto ciò che contiene, facendo scempio anche della povera innocente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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10/03/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Jezabel’

JEZABEL

JezabelDi Irène Némirovsky

Anno Edizione 2010

Pagine 194

Costo € 10,00

Traduttrice Laura Frausin Guarino

Ed. Adelphi (collana ‘Gli Adelphi’)                                                                                                                                                                                                                                                       

TRAMA:  Una donna è alla sbarra in un tribunale di Parigi. Il suo nome è Gladys Eysenach ed è accusata di aver ucciso un giovane ventenne. Ancora bellissima, pur avendo oramai superato la sessantina, Gladys è una ricchissima vedova che non ha più voluto sposarsi, preferendo una vita di piacere senza impegni particolari, avendo soltanto l’imbarazzo della scelta fra i suoi numerosi pretendenti, l’ultimo dei quali è il conte Aldo Monti de Fieschi. Sparando con una rivoltella a Bernard Martin, la protagonista sembra aver commesso un omicidio che ha origine in un rapporto di gelosia finito male con il suo giovane amante. Gladys o Jezabel, come la vittima l’aveva ribattezzata riferendosi al personaggio di una tragedia di Racine, è stranamente arrendevole durante il processo e chiede al giudice, davanti ad una platea gremita e trepidante per il caso scabroso che riguarda una nota donna di mondo, di essere condannata per il male che ha compiuto. La pena di cinque anni appare quindi tutto sommato benevola e giunge grazie all’abilità del suo avvocato difensore ed alle testimonianze favorevoli di alcune persone che le sono state vicine. Gladys Eysenach è una donna la quale ha fondato i suoi valori e tutta la sua esistenza sulla bellezza, l’apparenza e la vanità, alle quali non vuole in alcun modo rinunciare. La storia della sua vita e le ragioni che l’hanno spinta sino a quel gesto estremo sono narrate nella seconda parte del romanzo e riservano qualche sorpresa per il lettore.

VALUTAZIONE: altro straordinario racconto di Irène Némirovsky. Il ritratto spietato e straordinariamente attuale di una donna che ha dedicato totalmente la vita all’egoistica ed illusoria ricerca dell’eterna gioventù, sacrificando ed usando le persone intorno a lei, non esclusi gli affetti più profondi, pur di rimanere il più a lungo possibile desiderabile ed invidiabile protagonista della scena.     

 

Perchè Jezabel innanzitutto, se la protagonista si chiama in realtà Gladys, il cui cognome da ragazza era Burnera, sposata quindi a Richard Eysenach, del quale è rimasta poi vedova? Jezabel, non è obbligatorio saperlo, è una figura d’origine biblica, utilizzata anche da Jean Racine in una sua commedia teatrale, alla quale ultima in particolare si riferisce pure Iréne Nèmirovsky in questo suo romanzo.

Jezabel 09Jezabel (da ‘Jeza’baal’, ovvero ‘amante di Baal’, signore e Dio dei popoli semitici) è diventato nel tempo sinonimo femminile di dissolutezza, arrivismo e seduzione. Essa era moglie del re Achab d’Israele ed essendo subdola, bugiarda ed egoista, ha trascinato quest’ultimo nel peccato e nell’idolatria. Il suo personaggio viene comunemente associato alle donne che sono molto abili nel manipolare gli uomini facendo leva sulla loro avvenenza e disinvoltura morale, per così dire.

Jezabel 07Una descrizione, questa, la quale ben si adatta all’opinione che aveva Bernard Martin di Gladys, da lui appunto chiamata Jezabel, prima di essere ucciso dalla stessa protagonista dell’omonimo romanzo della straordinaria scrittrice, ucraina di nascita ma francese d’adozione, scomparsa settantun anni fa ad Auschwitz. Eppure Iréne Nèmirovsky è così attuale e piacevole da leggere ancora oggi, che la sua bibliografia è stata lodevolmente ripubblicata da Adelphi, un volume alla volta nel corso degli ultimi anni, conquistando una nutrita serie di ammiratori che la seguono, attendendo l’opera successiva come se si trattasse, per assurdo, di un’autrice ancora in vita. Io sono tra quei fortunati che l’hanno scoperta per caso e non finisco di stupirmi ogni volta che leggo una sua opera poiché, al di là dell’argomento che Iréne affronta nei suoi racconti, quello che più sorprende ed affascina nel suo caso è la modernità, unita alla scioltezza e chiarezza della sua prosa, sia dal punto di vista tematico che persino nel linguaggio e nell’etica del pensiero, tutt’altro che superati.

Jezabel 10Quest’ultimo romanzo (non nell’ordine cronologico della sua bibliografia ma riguardo la mia personalissima sequenza di lettura delle sue opere che, potrà forse notare chi mi segue in questo blog, sto gustando un pò per volta come se si trattasse degli ultimi cioccolatini di una scatola la cui marca è oramai esaurita), non fa eccezione alla regola e francamente devo trovarne ancora uno che si possa definire men che bello, fra i seguenti che ho apprezzato sinora: ‘David Golder‘, ‘I Cani e i Lupi‘, ‘I Doni della Vita‘, ‘Il Ballo‘, ‘Il Calore del Sangue‘, ‘Suite Francese‘, ‘Il Malinteso‘ (clicca sopra il titolo se vuoi leggere i miei commenti ad essi, già pubblicati in questo stesso sito).

Jezabel 01Se ‘David Golder’ è il duro ritratto di un uomo che ha trascorso la sua vita rincorrendo il denaro ed il profitto, accorgendosi troppo tardi che nel frattempo è già arrivato al capolinea, ‘Jezabel’ è il ritratto di una donna che al contrario vorrebbe fermare il tempo, assaporarne il più a lungo possibile il piacere di viverlo a suo modo e nell’età migliore, mentre per lei è angosciante il suo trascorrere ineluttabile in confronto alla necessità di rimanere per sempre giovane, splendida e desiderabile. Il denaro in eredità ed in abbondanza che le ha lasciato Richard è perciò funzionale per lei allo scopo di comprare persino un pò di quel tempo, per così dire. Il che ovviamente è inattuabile dal punto di vista biologico, ma non per l’immagine di sé che lei intende conservare il più a lungo possibile nei confronti delle persone che frequenta. Alle quali non è dato sapere, avendo preventivamente corrotto chi di dovere, che Gladys è riuscita a truccare persino i documenti d’identità affinché le fossero tolti dieci anni, almeno nominalmente, e se avesse potuto ne avrebbe chiesti anche di più. Per il resto madre Natura l’ha aiutata generosamente, conservandola molto più giovane nell’aspetto rispetto alla vera età anagrafica…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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06/02/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘Cacciatori Di Tempeste’

CACCIATORI DI TEMPESTE

Cacciatori di TempesteDi Jenna Blum

Anno Edizione 2010

Pagine 382

Costo € 17,00

Traduttore Massimo Ortelio

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori delle Tavole’)                                                                                                                                                                                                                                                                                          

TRAMA:  Karena Hallingdahl compie 38 anni e la redazione del ‘Ledger’ di Minneapolis dove lavora ha organizzato una festa a sorpresa in suo onore. Il suo cognome discende dai pionieri scandinavi che si sono insediati in Minnesota. Karena ha già un matrimonio alle spalle ed un fratello gemello, Charles, affetto da sindrome bipolare, il quale alterna momenti di equilibrio ad altri nei quali è come se un’altra persona, dentro di lui, prendesse il sopravvento, modificandone completamente la natura, che diventa in tal caso collerica e priva di controllo. Sono vent’anni però che i gemelli non si vedono più, da quanto lui se n’è andato, convinto che la sorella abbia tradito la sua fiducia. Charles ha una passione irresistibile: dare la caccia alle tempeste, per meglio dire i tornado, verso i quali sente una particolare affinità ed attrazione. Il pensiero di Karena va a lui mentre spegne le candeline della torta e la sera stessa riceve una telefonata dalla clinica psichiatrica dell’ospedale di Wichita in Kansas da dove le comunicano un po’ sibillinamente che è stato ricoverato Charles. Karena prende il primo aereo e si precipita sul luogo ma al suo arrivo, il giorno dopo, scopre che il fratello è già stato dimesso, non sussistendo più le condizioni per trattenerlo. La sera in hotel visita il sito di Stormtrack, un riferimento per gli appassionati di tempeste e dopo aver trovato alcune foto che il fratello ha scattato in vari posti, decide di unirsi al Whirlwind Tour, un gruppo di cacciatori di tornado che si paga le spese portandosi appresso turisti in vena di forti emozioni. Non essendoci più posto nel pulmino, Karena accetta lo stesso di seguirlo con l’auto che ha noleggiato. Lei non è mai stata un’amante di queste violente manifestazioni della natura, nonostante da quelle parti esse sono tutt’altro che rare, ma il desiderio di ritrovare il fratello è diventato così forte che lei accetta ugualmente, superando la paura per la sua incolumità. Già al primo serio ‘incontro’ con una tempesta la donna però finirebbe male se non accorresse in suo soccorso una delle guide, Kevin Wiebke. Quest’ultimo non solo ha conosciuto suo fratello, ma è pure al corrente della sua patologia; è anche un bell’uomo, rude nei modi ma sincero e simpatico, verso il quale Karena prova ben presto attrazione, ricambiata a sua volta, essendo ancora una bella donna. Il loro viaggio si sussegue fra rischiosi inseguimenti ai tornado e sfiorati appuntamenti con Charles, le cui foto pubblicate nel frattempo dimostrano la sua presenza sullo stesso percorso che stanno seguendo loro. Anzi, una volta Karena l’ha persino scorto, ma nel costringere Kevin a tornare indietro c’è mancato poco che finissero proprio in bocca ad un tornado. Quando meno se l’aspettano è Charles a presentarsi direttamente a Karena. La loro storia in realtà nasconde un grande segreto che ha tormentato entrambi nei lunghi anni trascorsi durante il loro lungo distacco. Questa potrebbe essere quindi l’occasione propizia per liberarsi reciprocamente dell’enorme peso che li opprime, ma il ‘jinn’, lo sconosciuto che si nasconde dentro Charles non è scomparso nel corso del tempo ed è pronto ad esplodere nuovamente, come un tornado.                                                                    

VALUTAZIONE: una storia che ha al centro il tema degli effetti drammatici derivanti dal disturbo bipolare ma per nulla angosciante. Anzi il racconto è quasi sempre piacevolmente scorrevole ed è impreziosito dalle incursioni dentro il mondo pieno d’adrenalina dei cacciatori di tempeste dalla cui esperienza è anche possibile apprendere curiose e preziose informazioni.                                                                                                                                                                                                                                          

Come recita la bella copertina dei ‘Cacciatori di Tempeste’, si tratta di ‘…un romanzo in cui mistero, storia d’amore ed avventura si fondono perfettamente.’ Ora, io non arrivo fino al punto di usare un avverbio così impegnativo, ma inizio questo commento evidenziando, appunto, la cover di questo romanzo che è davvero elegante e cattura  immediatamente l’attenzione di chi la scorge in libreria, anche in mezzo a molte altre messe in bella mostra.

Cacciatori di Tempeste 02Lo so che un conto è colpire artificiosamente il potenziale lettore con un’immagine ad effetto ed un altro poi è conquistarlo con un racconto di qualità e sostanza, però in questo caso fotografia e grafica sintetizzano idealmente alcuni degli aspetti più stuzzicanti del romanzo, pur senza fare accenno al tema centrale che è quello del disturbo bipolare, forse per non spaventare subito il lettore mettendo in evidenza un argomento così delicato, particolare ed apparentemente pure poco invitante.

Cacciatori di Tempeste 03La prima cosa che incuriosisce, riferendomi sempre alla copertina, è certamente il titolo, almeno così è stato per me. Chi prova rispetto, timore e fascino per le manifestazioni più spettacolari e terrificanti della natura in questo caso trova pane per i suoi denti; non cacciatori di tigri, leoni, o che so io, cinghiali, bensì qualcosa di completamente diverso, come possono essere appunto le tempeste. Subito dopo balza all’occhio la donna, ripresa in posa statuaria dal basso verso l’alto, la quale si suppone bella, pur non essendo visibile di fronte ed in volto, con i lunghi capelli rosso-marrone scompigliati dal vento, che precede quel corposo cumulonembo nell’atto di salire dal fondo su un cielo minaccioso, il quale annuncia la burrasca in arrivo, sotto lo sguardo presumibilmente consapevole e preoccupato della stessa donna. Tutti elementi, questi, d’efficace rappresentazione e sintesi. La didascalia infine, citata Cacciatori di Tempeste 13all’inizio, che il lettore può leggere solo dopo aver indirizzato l’attenzione proprio su quel volume, completa il quadro narrativo, con la promessa appunto di aggiungere mistero, avventura ed una storia d’amore che nasce in circostanze invero piuttosto particolari.

Partiamo quindi dalla parte più spettacolare del racconto, ambientato nella Tornado Alley, una zona degli USA compresa fra gli stati del Texas, Oklahoma, Kansas, Colorado, Nebraska, Sud Dakota, Minnesota e Iowa, nella quale ogni anno si formano le tempeste più potenti e pericolose della terra. Chi vive da quelle parti prima o poi è toccato da vicino da uno di quei tornado che, come per i terremoti, si distinguono per una scala che ne rappresenta la forza distruttiva: da F1 a F5. La nota curiosa è che la lettera ‘F’ deriva dal nome Fujita, un giovane ricercatore giapponese che prese a pretesto l’esplosione della bomba atomica di Hiroshima, la quale provocò come effetto secondario numerosi tornado, per ideare la sua scala di riferimento…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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27/01/2013 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘L’Ora Nera’

L’ORA NERA

L'Ora NeraTitolo Originale: The Darkest Hour

 Nazione: USA 

Anno:  2011  

Genere:  Fantascienza, Azione, Horror

Durata:  85′  Regia: Chris Gorak

Cast: Emile Hirsch (Sean), Olivia Thirlby (Natalie), Max Minghella (Ben), Rachel Taylor (Anne), Joel Kinnaman (Skyler), Gosha Kutsenko (Matvei), Veronika Vernadskaya (Vika), Dato Bakhtadze (Sergei) 

TRAMA: Una coppia di giovani americani di belle speranze ed iniziative, Sean e Ben, volano a Mosca per vendere, seguendo le orme tracciate da Zuckerberg con Facebook, un loro software di Social Network che consente agli utenti di mappare indirizzi utili e ritrovarsi facilmente in locali alla moda. All’arrivo nella capitale russa i due scoprono però che si sono inopinatamente dimenticati di registrare il copyright del loro prodotto e qualcuno, un astuto svedese di nome Skyler, gli ha già soffiato l’idea. Nonostante la delusione, essi trovano consolazione in un locale notturno dove incontrano una coppia di ragazze americane, Natalie ed Anne, giunte sin lì sfruttando proprio il loro software di Social Network. Neanche il tempo di fare le presentazioni che un improvviso blackout spegne luci e musica, mentre fuori dal locale una nube sinistra, dalla quale escono bagliori inusuali, avvolge il cielo. Poco dopo piovono, come se fossero tanti palloncini, strane forme luminescenti le quali al contatto con la terra scompaiono. Un poliziotto si avvicina troppo ad una di esse e viene risucchiato e poleverizzato. E’ l’inizio del terrore per i testimoni i quali, nel fuggi fuggi generale, subiscono l’attacco spietato delle forze aliene che ne fanno strage. I quattro giovani, ai quali si unisce Skyler, a sua volta frequentatore dello stesso locale, si rifugiano in uno scantinato dal quale, spaventati a morte, escono cautamente soltanto alcuni giorni dopo. Nel frattempo non solo Mosca non è più la città di prima, ma l’intero pianeta pare aver subito la stessa sorte. Gli alieni hanno preso di mira la terra perché si nutrono di minerali dei quali è in gran parte costituita e non sono attaccabili con le armi convenzionali perché sfruttano alcune caratteristiche dei campi elettrici per schermarsi e rendersi invisibili. L’incubo è appena iniziato per i cinque sopravvissuti poiché, nel tentativo di trovare un appoggio sicuro, reso ancora più complicato poiché si trovano in un paese straniero, devono esporsi al rischio di essere intercettati dagli alieni che pattugliano strade e palazzi, pur invisibili ed annunciati dai lampioni o apparati elettronici che s’accendono e reagiscono nell’imminenza del loro passaggio. Essi sono alla ricerca di essere umani da distruggere e nel frattempo consumano con ingordigia le risorse minerali del nostro pianeta. La riscossa della razza umana però sta nell’unione delle forze e nell’iniziativa ispirata dall’istinto di sopravvivenza.

VALUTAZIONE: il dubbio verte sulle reali intenzioni degli autori: hanno voluto realizzare un vero e proprio ‘B-Movie’, in omaggio agli anni nei quali questo tipo di film andava per la maggiore? Se fosse così, si tratta di un’opera dai limiti macroscopici di sceneggiatura e non solo, ma curioso per l’ambientazione ed apprezzabile in alcune riuscite sequenze. In caso contrario, ferme restando queste ultime, stendiamo però un velo pietoso sul resto, sperando ardentemente che ci venga risparmiato un successivo capitolo come il finale lascia invece supporre.                                                                                                                                                                                                                                                             

Dai cosiddetti ‘B-Movie’ un grande autore come Quentin Tarantino, per sua stessa ammissione, ha attinto a piene mani nel realizzare alcuni dei suoi noti film. Per chi non è addentro alle categorie che il cinema usa definire al suo stesso interno fra addetti ai lavori e critici, ‘B-Movie’ è forse un termine astruso. Si tratta in realtà di una definizione atta a qualificare opere di breve durata (negli anni trenta con un solo biglietto se ne potevano vedere addirittura due) e modesto o nullo contenuto artistico, spesso narrativamente e scenograficamente risibili, che tuttavia in alcuni casi finiscono per assumere una dignità propria, dovuta a qualche curiosità relativa ad un interprete, un tema o una specifica particolarità. Per la gran parte sono opere indifendibili, nei confronti delle quali è persino troppo facile infierire, o per usare un’espressione allegorica… è come sparare sulla Croce Rossa. C’è anche chi c’è campato, a lungo e bene con i ‘B-Movie’ diventandone uno specialista, come il regista Roger Corman, ad esempio, o qui da noi nomi come Antonio Margheriti e Mario Bava, riscuotendo negli anni sessanta soprattutto un buon successo di pubblico.

L'Ora Nera 15Dal punto di vista popolare i ‘B-Movie’ hanno sempre avuto quindi un fedele seguito di estimatori, a loro volta divisi fra chi al cinema non chiede altro che la semplicità, l’immediatezza e la sintesi di un fumetto e chi invece studia i fenomeni culturali trasversali, per così dire e quindi li analizza e li seziona, categorizzandoli né più né meno alla stregua di un genere qualsiasi, fino al punto da elevare alcuni di essi al rango di veri e propri cult. Assistendo a ‘L’Ora Nera’ mi è infatti tornata alla memoria, ad esempio, una serie di opere di vecchia data, certamente più affascinanti, o perlomeno così mi erano apparse allora, rigorosamente in bianco e nero.

L'Ora Nera 08Una di esse, della quale al momento confesso che mi sfugge il titolo, raccontava l’invasione del nostro pianeta da parte di extraterrestri che si proteggevano e nascondevano dietro una sorta di barriera trasparente ed invisibile ad occhio nudo, la quale si spargeva come una grande ed inesorabile nube, occupando sempre più lo spazio terrestre e fagocitando gli umani che si avvicinavano incautamente. Certo che allora mai avrei immaginato di poter assistere oggi a qualcosa di non molto dissimile ambientato però a Mosca, ai nostri giorni, protagonisti alcuni ragazzi americani i quali, chiusa la parentesi della Guerra Fredda, non potevano a loro volta supporre che un viaggio di lavoro e piacere in luoghi finalmente aperti al mercato globale, si trasformasse sorprendentemente in una sorta di percorso vita, nel senso letterale della definizione.   

L'Ora Nera 01Nell’ambito delle catastrofi annunciate durante il 2012, di provenienza Maya o aliena che dir si voglia, tutte inesorabilmente smentite dai fatti (al contrario di quelle ben più consistenti e subdole messe in atto dalla nostra stessa specie in ambito economico-finanziario, le quali sono invece andate a bersaglio alla grande, eufemisticamente parlando), ci mancava la versione russo-americana prodotta dal regista-produttore Timur Bekmambetov (‘I Guardiani della Notte’). A colmare questa lacuna quindi, della quale francamente non si sentiva la mancanza, ci ha pensato il regista Chris Gorak, forte dell’aver collaborato in passato con nomi come David Fincher, i fratelli Coen e Terry Gilliam.

Sgombriamo il terreno da ogni possibile dubbio. ‘L’Ora Nera’, il cui titolo originale è ben più attinente alla trama e fa riferimento ad un proverbio inglese che suona più o meno così: ‘L’ora più nera è quella che precede l’alba‘, è un’opera che si potrebbe liquidare in quattro e quattr’otto, tanto è facile scoprirne i limiti, rilevabili praticamente a tutti i livelli: di sceneggiatura, di recitazione, di contenuti ed in numerosi particolari più o meno degni di nota. Gorak perciò, forse consapevole di non potersi addentrare in meandri narrativi che non sarebbe stato in grado di sostenere adeguatamente, ha puntato al bersaglio grosso, infarcendo la sua opera di stereotipi del genere e dell’immaginario collettivo, nel senso di paure recondite, allo scopo di lasciare almeno una traccia…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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22/01/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Batman Begins’

BATMAN BEGINS

Titolo Originale: Batman Begins

Batman BeginsNazione: USA

Anno: 2005

Genere: Fantastico, Drammatico, Azione

Durata: 140′ Regia: Christopher Nolan

Cast: Christian Bale (Bruce Wayne/Batman), Michael Caine (Alfred), Liam Neeson (Henri Ducard/Ra’s al Ghul), Gary Oldman (James Gordon), Katie Holmes (Rachel Dawes), Morgan Freeman (Lucius Fox), Cillian Murphy (Dott. Crane/Spaventapasseri), Rutger Hauer (Bill Earle), Tom Wilkinson (Carmine Falcone), Ken Watanabe (Falso Ra’s al Ghul), Gus Lewis (Bruce Wayne a 8 anni), Linus Roache (Thomas Wayne), Sara Stewart (Martha Wayne)

TRAMA: Un uomo è prigioniero in una fetida prigione della Cina. Il suo nome è Bruce Wayne ed è un miliardario americano alla ricerca di se stesso da quando, ancora giovanissimo, ha perso i genitori vittime di una rapina finita in malo modo, avvenuta appena fuori da un teatro ad opera di un delinquente da strapazzo. Bruce qualche tempo prima era caduto in un pozzo, che si trova nell’ampio terreno intorno alla grande e lussuosa villa di famiglia, in fondo al quale era stato assalito da un nugolo di pipistrelli. Per molto tempo ha vissuto nel terrore di quei momenti, ai quali ha aggiunto poi i sensi di colpa per non aver saputo reagire mentre si consumava la tragedia che ha colpito i suoi cari. In carcere riceve la visita di Henri Ducard, braccio destro di Ra’s al Ghul, capo della Setta delle Ombre, il quale gli offre l’opportunità di unirsi a loro, dopo aver completato un mirato addestramento fisico e mentale finalizzato alla lotta contro la corruzione e la malavita nel mondo. Completata la formazione, Bruce rifiuta di giustiziare un ladro, come prevede il rito di iniziazione e si ribella, scatenando un incendio che distrugge il tempio, sito su una impervia montagna del Nepal. Muoiono tutti tranne lui e Ducard, svenuto e gravemente ferito che egli lascia alle cure degli abitanti di un villaggio più a valle. Tornato a casa, cioè a Gotham City, ad accoglierlo c’è il fido maggiordomo Alfred che ha promesso al padre di Bruce di assisterlo come se fosse figlio suo e l’amica d’infanzia Rachel Dawes la quale ora è assistente del procuratore distrettuale. Gothan City è una città corrotta in mano alla malavita, in particolare al mafioso Carmine Falcone. L’azienda di famiglia invece è gestita da Bill Earle, un uomo senza scrupoli il quale, considerando morto Bruce Wayne a seguito della lunga assenza, ha deciso di trasformare la società in una public company, ovviamente per lucrarne i profitti. Bruce però non è più il ragazzino spaurito e confuso di un tempo, ma un uomo che ha assunto carattere ed ideali che intende mettere a disposizione della città per risanarla, onorando così la memoria del padre. Sfruttando alcune ricerche su materiali ad alta resistenza ed armi avveniristiche studiate nei laboratori della Wayne Enterprise da Lucius Fox, Bruce inventa il personaggio di Batman, utilizzando come rifugio l’ampia grotta sotterranea collegata alla villa che conoscono solo lui ed Alfred. Inizia così la sua lotta personale contro il Male che, oltre a Falcone, comprende anche un ancor più pericoloso avvocato e psichiatra, Jonathan Crane, al soldo di un misterioso capo il quale ha come obiettivo quello di avvelenare tutta la popolazione di Gotham City. Dalla sua parte Batman ha soltanto l’integerrimo detective James Gordon, che a suo tempo l’aveva consolato subito dopo l’uccisione dei suoi genitori, e Rachel, la quale non ha mancato di criticare Bruce per il suo apparente immobilismo nel periodo successivo al ritorno a casa e solo ad un certo punto è venuta a conoscenza della sua nuova identità ed il ruolo che ha assunto. Nel finale si rivela, seppure ampiamente annunciato, il nemico principale di Gotham City e Batman, chiudendo il cerchio della storia ma aprendo anche la strada all’episodio seguente nel quale s’annuncia un nuovo e pericoloso avversario, ‘The Joker’.

VALUTAZIONE: la figura di Batman non si può certo definire una novità dal punto di vista cinematografico. Christopher Nolan però ha interamente re-interpretato il personaggio e la storia, definendo con maggiore dettaglio e personalità la natura e gli obiettivi della sua figura, facendo leva inoltre su una lussuosa scenografia, che ricorda molto le atmosfere cupe ed oppressive di ‘Blade Runner’. Gli interpreti di maggiore popolarità (Michael Caine, Liam Neeson e Morgan Freeman) occupano tutti ruoli secondari, mentre per quello di Batman è stato scelto Christian Bale, più convincente senza maschera però che quando la indossa.                                                              

Scrivendo recentemente di ‘The Amazing Spider-Man’ (clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento) dicevo che si tratta in quel caso di un ‘reboot’, termine tecnico per dire che non è un episodio che si aggiunge ai precedenti della medesima serie, ma che riparte dall’inizio, ignorando quindi in un certo senso le versioni che l’hanno anticipato. Lo stesso si può dire di ‘Batman Begins’ che non prosegue sulla traccia segnata, prima da Tim Burton (due episodi) e poi da Joel Schumacher (la coppia seguente), ma riprende dall’inizio la storia dell’uomo pipistrello con l’intenzione di creare una serie nuova ed autonoma, completandola con due successivi capitoli (‘Il Cavaliere Oscuro’ e ‘Il Cavaliere Oscuro – il Ritorno’). A giudicare dal primo episodio e non ricordando nei dettagli francamente quelli della serie precedente, anzi i due diretti da Schumacher non li ho proprio visti, si direbbe che Christopher Nolan sappia comunque il fatto suo.

Batman Begins 15All’epoca del film in oggetto, già autore dello stravagante ‘Memento’ (anche in questo caso clicca sul titolo se vuoi leggere il mio commento in merito) e di un altro insolito e certamente interessante thriller come ‘Insomnia’, il talentuoso regista inglese, grazie ai notevoli mezzi che gli ha messo a disposizione la Warner Bros. e sfruttando al meglio la scenografia di Nathan Crowley, la fotografia di Wally Pfister e la sceneggiatura che ha condiviso a quattro mani con David S. Goyer, ha centrato l’obiettivo di questa rischiosa operazione, con un’opera che vuol mettere il punto sulla storia di un personaggio il quale, a detta degli esperti ed anche a giudizio del pubblico, in passato era stato ben rappresentato da Burton e decisamente meno invece da Schumacher. Proprio l’insuccesso dei due episodi più recenti tuttavia costituiva l’incognita maggiore da parte di Nolan e soprattutto di chi doveva mettere a disposizione i finanziamenti milionari per la realizzazione di ‘Batman Begins’, considerando il conseguente ed inevitabile calo d’interesse per il personaggio al centro della storia. I quasi 400 milioni di dollari che ha incassato il film rappresentano perciò la migliore risposta ai dubbi, i timori e le remore di partenza. 

Batman Begins 01Certo si fa fatica a riconoscere nel regista di ‘Batman Begins’ lo stesso di ‘Memento’, tale è la distanza non solo nelle tematiche fra le due opere, ma in fondo non sta scritto da nessuna parte che un autore debba per forza di cose rimanere ingabbiato in una specifica categoria o restare per sempre fedele ad uno stile riconoscibile. Nel commentare quest’opera non voglio neppure tentare d’inoltrarmi nel gioco tortuoso, che lascio volentieri agli appassionati,  riguardo le differenze ed il confronto fra la versione di Batman pensata da Burton e quella di Nolan, considerando non significative le altre due di Schumacher. Si può semmai dire, semplificando al massimo, che Tim Burton, come d’altronde è nel suo stile, ha adottato toni decisamente fumettistici e goliardici, disegnando una galleria di personaggi ‘simpaticamente’ cattivi e dissacratori (Jack Nicholson e Danny de Vito su tutti) i quali caratterizzano ed impreziosiscono, rispettivamente, ‘Batman’ e ‘Batman, il Ritorno’ ad un punto tale che sono rimasti nella memoria più ancora di Michael Keaton/Batman stesso.

Batman Begins 16Christopher Nolan ha scelto invece una visione decisamente più seria e realistica, pur nei limiti insormontabili di un personaggio di fantasia, cercando di dare consistenza alla sua figura psicologica, soprattutto riguardo la fase precedente la discesa in campo con il noto costume. Ne è uscita un’opera che è difficile, ad esempio, collocare temporalmente. In che epoca si svolge? All’inizio, nel campo di prigionia, sembra di essere in Indocina al tempo della guerra in Vietnam, se non addirittura fra i giapponesi durante la seconda guerra mondiale; subito dopo, nella fase di addestramento in Nepal, l’ambientazione ricorda persino rituali di stampo medioevale; in seguito, tornando all’infanzia di Bruce Wayne, la cornice potrebbe essere quella dell’epoca dei gangster alla Al Capone, per poi giungere al presente quando egli torna a casa e, per concludere questa sintetica rassegna, addirittura viene proposto un futuro immaginario quando Bruce si trasforma nel personaggio del titolo, sfruttando le geniali invenzioni che Lucius Fox (Morgan Freman) ha realizzato nei laboratori della stessa azienda di proprietà della famiglia Wayne. Solo allora Batman indossa la sua originale armatura di destinazione militare, sembianze a parte (‘…progettata per la fanteria pesante, corazza in kevlar, giunture rinforzate… Perché non sono state messe in produzione? < chiede Bruce>… Non avevano pensato che la vita di un soldato non vale 300.000 dollari… <risponde Lucius>’) e guida la sua incredibile BatMobile contro i criminali intenzionati a distruggere l’intera città di Gothan City, dall’architettura avveniristica (per quanto decisamente inquetante) ma moralmente marcia al suo interno e dominata da personaggi come Carmine Falcone (Tom Wilkinson), il Dott. Crane il quale diventa in seguito lo ‘Spaventapasseri’ (Cillian Murphy) e l’arrogante e spregiudicato Bill Earle (Rutger Hauer). Considerati singolarmente essi rappresentano, pur da punti di vista diversi fra fantasy e reality, prototipi dell’umana cattiveria, arrivismo, egoismo e follia…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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21/01/2013 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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