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Le mie Foto, i Film che vedo, i Libri che leggo…

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02/10/2010 Posted by | CINEMA, FOTOGRAFIA, LIBRI | Lascia un commento

Presentazione Argomento Cinema

In questa sezione pubblicherò i commenti ai film che vedo in TV ed al cinema, proponendo il mio personalissimo punto di vista, come una sorta di riflessione indirizzata innanzitutto a me stesso, per meglio comprendere l’opera che ho appena visto. 

Cliccando qui di seguito su ‘Continua a leggere’ oppure su LISTA DEI FILM è possibile accedere all’elenco in ordine alfabetico e visualizzare quindi il commento delle opere presenti.  

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30/09/2010 Posted by | CINEMA | , , , , , , | 3 commenti

Presentazione Argomento Letture

In questa sezione pubblicherò i miei commenti ai libri, romanzi in particolare, che leggo. Pur esprimendo ovviamente giudizi del tutto personali e quindi opinabili, mi auguro comunque che queste note possano essere utili per comprendere il contesto e farsi un’idea generale delle opere.

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30/09/2010 Posted by | LIBRI | , , , , , , , | Lascia un commento

Presentazione Argomento Fotografia

In questa sezione pubblicherò alcune delle mie fotografie, suddivise in tre Categorie: I Miei Posti, un piccolo omaggio ai luoghi dove sono nato e quelli dove attualmente risiedo, e relativi dintorni; In Viaggio contiene alcune foto scattate durante le vacanze con la mia famiglia, i parenti e gli amici in posti più o meno lontani; ‘Famole Strane’ è infine lo spazio creativo dedicato alla mia fantasia ed immaginazione, che può trovare espressione dove capita, per caso o per intuizione. Si noti che ci sono pochissime foto di persone, fra quelle che io conosco o in qualche modo a me legate, per ovvie ragioni di privacy.

30/09/2010 Posted by | FOTOGRAFIA | , , | Lascia un commento

Film: ‘Sierra Charriba’

SIERRA CHARRIBA

Sierra CharribaTitolo Originale: Major Dundee

 Nazione: USA

Anno:  1964 Genere:  Western

Durata:  120’  Regia: Sam Peckinpah

Cast: Charlton Heston (maggiore Amos Dundee), Richard Harris (capitano Benjamin Tyreen), James Coburn (guida Samuel Potts), Jim Hutton (tenente Graham), Senta Berger (Teresa Santiago), Michael Pate (Sierra Charriba), Michael Anderson Jr. (trmbettiere Tim Ryan), Mario Adorf (sergente Gomez), Warren Oates (O.W. Adley), Ben Johnson (Sergeant Chillum), Robert Golden Armstrong (reverendo Dahlstrom)

TRAMA: 1864, fra il Texas ed il New Mexico, all’epoca della guerra di secessione e poi sino in Messico, occupato dai francesi di Massimiliano d’Asburgo. Il maggiore Amos Dundee, a seguito di errate decisioni prese durante la battaglia di Gettysburg, è stato confinato al comando di una guarnigione che tiene prigioniero un folto numero di soldati sudisti, incluso Benjamin Tyreen, suo ex amico di un tempo ed ora acerrimo rivale. La zona è infestata dagli Apache al cui comando c’è lo spietato Sierra Charriba. L’ultimo massacro del quale si è reso protagonista fra i coloni, ha coinvolto anche un gruppo di soldati nordisti, torturati ed uccisi assieme a vecchi, donne e bambine e si è concluso con il rapimento di tre ragazzini. Dundee non si è rassegnato al ruolo di secondino e decide d’intervenire, organizzando una spedizione per liberare i bambini ed eliminare Charriba. Per riuscirci non può fare a meno però dell’aiuto dei prigionieri sudisti, i quali sono pieni di rancore e quindi tutt’altro che disposti a collaborare. Un accordo dell’ultimo momento con Tyreen, condannato all’impiccagione assieme ad alcuni suoi soldati, consente ad Amos di completare il gruppo misto di soldati e partire. Il maggiore è un uomo tutto d’un pezzo, testardo e sordo ad ogni consiglio, desideroso di prendersi delle rivincite o semplicemente di non ammuffire dietro una scrivania. La convivenza fra i soldati nordisti e sudisti genera in un primo momento attriti e provocazioni che è solo grazie al buon senso ed il carisma di Tyreen se non degenerano. L’inseguimento a Charriba si dimostra lungo e sfiancante, sino a sconfinare nel territorio messicano. In barba agli accordi internazionali e rischiando provvedimenti gravi dai suoi superiori, Amos ne segue comunque le tracce, sinché i tre bambini gli vengono riconsegnati da un vecchio Apache che si dichiara in astio con Charriba. Anziché tornare indietro, soddisfatto del risultato raggiunto, Dundee prosegue la caccia e cade in un agguato guadando un fiume, perdendo gran parte delle munizioni e degli approvvigionamenti. Per rifornirsi non esita ad attaccare in un villaggio occupato un drappello di soldati francesi, i quali si arrendono facilmente, salvo scoprire che i civili locali sono stati sfruttati e sono alla fame, per cui decide di macellare due suoi muli per dare loro un po’ di sostentamento. Nel villaggio vive anche Teresa, una donna di origine austriaca, il cui marito medico è stato impiccato dagli stessi francesi. Poco dopo aver lasciato il villaggio e ripresa la marcia, uno dei soldati sudisti diserta. Dundee spedisce un paio di uomini sulle sue tracce e quando tornano indietro, assieme ad un gruppo di abitanti del villaggio, inclusa Teresa, fuggiti alle ritorsioni dei francesi, egli decide di fucilarlo. Tyreen, il quale ha dato la sua parola di ubbidienza, perlomeno sino al momento della cattura o dell’uccisione del capo Apache, non può opporsi ma dopo aver richiesto invano clemenza, preferisce sparare lui stesso al suo soldato. L’episodio determina una nuova frattura fra i soldati nordisti e sudisti, i quali invece nel frattempo erano riusciti in qualche modo a fraternizzare. Tyreen accusa Dundee di aver fomentato la discordia fra i suoi soldati, mentre quest’ultimo, per placare la coscienza, si distrae con Teresa. Fra loro, sin dall’inizio è palese una forte attrazione, ma subito dopo un bagno assieme lungo l’ansa di un fiume, viene attaccato dai pellerossa e ferito ad una gamba da una freccia, salvandosi solo per l’aiuto di Benjamin ed i suoi uomini. Costretto a recarsi da un medico nella città di Durango per farsi medicare, Dundee viene sorpreso da Teresa mentre s’intrattiene con una donna messicana e si perderebbe in seguito nell’alcool se non fosse ancora una volta Tyreen a scuoterlo, prima che i francesi lo scoprano. Nel frattempo infatti questi ultimi si sono riorganizzati e sono sulle sue tracce e quelle dei suoi uomini. Anche Charriba ha deciso che è ora di chiudere la partita. Il finale, che vede Dundee, Tyreen ed  loro uomini combattere prima contro il capo Apache e poi contro i francesi, è sanguinoso.

VALUTAZIONE: terzo film western di Sam Peckinpah, è un’opera che ha subito una difficile gestazione, massacrata dai tagli della produzione per ragioni di budget, lunghezza e per il livello ritenuto troppo violento di alcune scene. Nonostante ciò, rappresenta nella storia del genere di appartenenza uno spartiacque fra lo stile classico di autori come John Ford e Howard Hawks e la nascente corrente crepuscolare che molto ha influenzato nomi come Sergio Leone, ad esempio.                                                                                                                                                                                                                         

Se il titolo italiano è riduttivo e fuorviante, la responsabilità è della casa di distribuzione nostrana, ovviamente. E’ evidente infatti l’intento di far passare ‘Sierra Charriba’ come l’ennesima opera classica del genere western, con l’altrettanto canonica contrapposizione fra soldati nordisti vittime da una parte e selvaggi pellerossa privi di scrupoli dall’altra, nello specifico rappresentati, appunto, dal nome del capo della tribù degli Apache. Ben presto però lo spettatore più attento capisce che quest’ultimo al più è un comprimario nella sceneggiatura scritta a sei mani dallo stesso Sam Peckinpah con Harry Julian Fink e Oscar Saul, tant’è che le sue apparizioni si contano, sì e no, sulle dita di una mano e l’unica frase che è capace di pronunciare a conclusione delle sue orribili scorribande, all’unico superstite che lascia in vita di solito, è: ‘…soldato, io sono Sierra Charriba, chi mi mandate contro adesso?…‘. Il titolo originale invece, pur non brillando anch’esso per fantasia, mette al centro dell’opera il personaggio del maggiore Amos Dundee, interpretato dal granitico e arcigno Charlton Heston, molto più rilevante nel contesto dell’opera seppure, come vedremo, a sua volta non è detto che sia da considerare il più importante e significativo.  

Sierra Charriba 01L’opera di Sam Peckinpah, la quale assieme a ‘Sfida Nell’Alta Sierra’ che la precede, ‘Il Mucchio Selvaggio’ e ‘La Ballata di Cable Hogue’ che la seguono, costituisce il poker d’assi che il talentuoso e controverso regista americano ha girato sul genere western una dietro l’altra, rappresenta però una decisa sterzata stilistica rispetto a quello che si definisce comunemente con il termine di classico, esaltato sin lì da autori come John Ford, Howard Hawks, John Sturges, Fred Zinneman e Anthony Mann, tanto per elencare i primi che mi vengono in mente, oramai già scomparsi nel 1964, oppure agli sgoccioli in termini di creatività. O per meglio dire, proprio a proposito del film in oggetto, si può affermare che costituisce un ideale tramite fra lo stile consolidato nel tempo ed una nuova generazione di opere volte a rivitalizzare il western ridisegnandolo in modo meno routinario e retorico, sia dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi, che dei contenuti e del realismo delle scene. Al tempo stesso introducendo tematiche di natura sociale e psicologica: meno poesia e più prosa insomma, per così dire, sdoganando perciò il western medesimo da una certa rappresentazione di maniera che lo stava di fatto ghettizzando.   

Sierra Charriba 03Proprio per questa ragione ‘Sierra Charriba’ ha avuto enormi problemi di realizzazione, perché la produzione, dapprima allarmata dalla durata abnorme dell’opera che stava mettendo assieme Peckinpah, con le sue quattro ore abbondanti, poi ridotte dalla stesso regista a due ore e mezza, ha sforbiciato ulteriormente senza pietà la pellicola in fase di montaggio, riducendola sino alle più convenzionali due ore ed eliminando proprio molte delle scene più violente ed inconsuete per il genere d’appartenenza, di fatto però snaturandone il senso. Non solo, il produttore Jerry Bresler, in aperta polemica con Sam Peckinpah, l’ha costretto a sostituire anche la colonna sonora, ma gli ha praticamente chiuso i cordoni della borsa in Sierra Charriba 02corso d’opera e solo grazie all’intervento di Charlton Heston, il quale ha rinunciato al suo compenso, è stato possibile completare le riprese. Sam Peckinpah da quel momento ha iniziato ad avere un rapporto conflittuale e di totale malfidenza con qualsiasi produttore a seguire. 

Che poi è stato un po’ come fermare l’acqua di un torrente con le mani, per così dire, poiché non soltanto le opere successive dello stesso regista, fra l’altro, di ‘Pat Garrett & Billy the Kid’, sono andate comunque nel senso oramai tracciato da ‘Sfida nell’Alta Sierra’ e ‘Major Dundee’ ma ha favorito lo sviluppo e la rivitalizzazione del genere con il cosiddetto filone crepuscolare, che passa, fra gli altri, da Arthur Penn a Walter Hill, da Robert Altman a Clint Eastwood, ivi inclusa la corrente degli spaghetti western di Sergio Leone. Tutti questi autori quindi hanno girato opere che hanno contribuito ad operare un deciso cambiamento di rotta per il genere, pur senza rinnegare ed anzi nel pieno rispetto e nel segno della continuità, i grandi autori del passato citati precedentemente…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

21/10/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘La Lacrime Di Nietzsche’

LE LACRIME DI NIETZSCHE

Le Lacrime Di NietzscheDi Irvin D. Yalom

Anno Edizione 2006

Pagine 425

Costo € 18,00

Traduttore Mario Biondi

Ed. Neri Pozza (collana ‘I Narratori Delle Tavole’) 

TRAMA: l’esimio dottor Josef Breuer di Vienna conta fra i suoi pazienti nomi come Brahms e Brentano ed altri personaggi illustri che da tutta Europa si recano a consulto da lui, oltre ad una solida amicizia con un giovane brillante di nome Sigmund Freud. Josef sta trascorrendo un breve periodo di vacanza a Venezia quando riceve dalla giovane, misteriosa ed affascinante Lou Salomé, un biglietto con un messaggio lapidario, nel quale lei scrive che l’indomani ha urgente necessità d’incontrarlo per esporgli una questione della massima importanza. Si tratta in pratica di salvare, niente meno che, il destino della filosofia tedesca. La sorpresa per Breuer è doppia, non solo dipendente dal fatto di venire a sapere da Lou che il riferimento è al professore Friedrich Nietzsche, amico della donna, il quale sta attraversando un periodo di profonda disperazione, acuita da una serie di gravi disturbi fisici che potrebbero condurlo al suicidio, ma anche perché la donna non vuole che il filosofo venga a sapere che è stata lei a richiedere un intervento in suo aiuto. Superata la sorpresa per l’inusuale richiesta, Breuer, stregato dalla bellezza e dalla forte personalità di Lou, incuriosito e lusingato inoltre dal nome dell’insigne personaggio, stimato persino da Wagner, accetta d’incontrarlo nel suo studio viennese. Nietzsche porta con sé una nutrita cartella clinica, essendo già stato visitato da ben ventiquattro eminenti medici di tutta Europa, i quali non sono riusciti però nemmeno ad avvicinarsi alla soluzione dei suoi problemi fisici, che svariano da emicranie paralizzanti a dolori gastrici, da crampi intestinali a diminuzione della vista e che si manifestano per oltre trecento giorni all’anno, inibendogli di fatto la produttività ed in pratica di svolgere le sue attività. Sin dal primo incontro, fra Breuer e Nietzsche nasce uno spontaneo confronto intellettuale e psicologico, con il medico impegnato ad utilizzare tutte le abili strategie del mestiere che hanno successo di solito con i suoi pazienti, ma che si dimostrano del tutto inefficaci invece con il filosofo. Il quale si trincera dietro un solido riserbo riguardo le questioni personali, né si adatta ad un ruolo subalterno rispetto al medico. Anzi, non solo egli rintuzza ogni mossa del suo interlocutore, impedendogli in pratica di svolgere le indagini opportune, ma lo costringe a limitarsi ad un’analisi basata solo sulle problematiche di natura fisica. Un atteggiamento che in pratica ha impedito qualsiasi progresso anche con i medici precedentemente consultati. Breuer è affascinato dall’acuta intelligenza di Nietzsche e ne discute animatamente con Freud, pur senza fare esplicitamente il suo nome. Quando chiede però a Nietzsche di accettare un ricovero, per meglio analizzare il suo caso e praticare le cure più adeguate, il filosofo rifiuta ed a seguito di un’accesa discussione interrompe ogni rapporto con Breuer. Un breve distacco, perché a seguito di una violenta crisi, il medico viennese viene richiamato nottetempo al capezzale di Nietzsche, il quale versa in uno stato comatoso, impotente però a rifiutare ancora il ricovero. Grazie alle terapie di Josef, Friedrich migliora sensibilmente il suo stato di salute e torna a manifestare un rapporto di fiducia e di dialogo con il medico, il quale per seguire questo caso sempre più interessante ed appassionante, nonostante le difficoltà, trascura non solo la moglie ma anche, spesso, gli altri pazienti. Quando Lou si presenta nel suo studio per chiedergli riscontri riguardo la situazione di Nietzsche e gli mostra le lettere risentite che egli le scrive da tempo, ferito dalla decisione della donna d’intraprendere una relazione con il suo rivale Paul Rée, il medico viennese si rifiuta con decisione di fornirgliele, fedele al suo profilo deontologico. Nel frattempo, le quotidiane visite al filosofo in clinica mutano radicalmente il gioco delle parti. Josef accetta una sorta di scambio, sottoponendosi a sua volta ad una psicanalisi per cercare in tal modo di scardinare le resistenze di Nietzsche. Breuer infatti è ossessionato da una sua ex paziente, Bertha, una giovane bellissima ma isterica, che egli ha curato con una innovativa terapia basata sul parlare e sull’ipnosi, la quale ha avuto effetti sorprendenti sino a quando la ragazza lo ha accusato di una falsa maternità, mettendolo in serio imbarazzo nei confronti della moglie Mathilde, che lo ha perciò costretto a disfarsi della paziente e persino della sua assistente, con la quale Breuer intratteneva da tempo rapporti confidenziali. La consapevolezza di condividere le stesse angosce di natura sessuale, sentimentale ed esistenziale, avvicina sensibilmente i due protagonisti con effetti positivi sulla salute del filosofo e sorprendenti sul medico, sino al colpo di scena narrativo finale.          

VALUTAZIONE: Yalom si è specializzato da tempo nei romanzi filosofici. Questo è il primo di un trittico che vede coinvolti inoltre Schopenhauer e Spinoza. A fronte di un titolo impegnativo, la lettura è invece sorprendentemente e piacevolmente agevole, pur affrontando temi filosofico-esistenziali che possono spaventare molti lettori, di primo acchito. La prosa è molto elegante ed intrigante al tempo stesso, con una curiosa ed inaspettata svolta narrativa finale. Un’ottima occasione in definitiva per affrontare il pensiero di un filosofo controverso come Nietzsche ed assistere ai primi passi della psicanalisi.                                                                                                                                                                                                        

Tutto ciò che non mi uccide mi rafforza’. Se avete già letto o sentito da qualche parte questa massima, può essere che non sappiate che a pronunciarla è stato proprio il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. A chi fosse capitato di leggere almeno uno dei due romanzi già pubblicati da Irvin D. Yalom, nei quali egli utilizza un identico stratagemma narrativo (mi riferisco in particolare a ‘La Cura Schopenhauer’, nonostante in quel caso l’ambientazione ed il ruolo del celebre filosofo sono completamente diversi, poiché la vicenda si svolge in epoca attuale con una terapia di gruppo, mentre qui siamo alla fine del 1800 e si narra in prima persona una parte della storia di Nietzsche), non sarà certamente rimasto sorpreso di ritrovarsi fra le mani un volume che, a dispetto del titolo e diciamo pure anche della cover, ancora una volta non particolarmente attraente, ripaga la curiosità e forse anche la disponibilità del lettore, grazie ad un racconto intrigante ed al tempo stesso agevole da seguire, senza dover fare i conti con rompicapi interpretativi, come la figura del filosofo in oggetto e la sua opera potrebbero invece far pensare.

Le Lacrime di Nietzsche 16La sintesi non è certamente una mia nota distintiva, lo ammetto, come ritengo sia evidente a chi si avvicina a molti dei commenti ai libri ed ai film che pubblico periodicamente su questo blog. O perlomeno, bisogna intendersi sul concetto di dote di sintesi, che solo raramente si può definire tale ed è una prerogativa di pochi, quando molto più spesso invece è sinonimo di superficialità, per partecipare al coro o spiaccicare quattro parole, tanto per dire qualcosa insomma. La mia impostazione è una scelta voluta e l’obiettivo, che a maggior ragione si esplica di fronte ad opere come questa, è quello innanzitutto di chiarire a me stesso i punti essenziali del romanzo che ho appena letto o dell’opera cinematografica che ho appena visto, documentandomi al riguardo, per poi condividerne i punti salienti in maniera il più possibile esaustiva con i miei lettori, sperando ovviamente con ciò di non tediarli.

Le Lacrime di Nietzsche 02Non essendo né uno scrittore di professione, né un esperto di materie, come la filosofia, che mano a mano si presentano nelle tematiche delle opere che scelgo, mi sforzo di avvicinarmi il più possibile ad un linguaggio semplice e chiaro, che possa essere utile a comprenderle e collocarle nel rispettivo contesto che rappresentano. La prolissità della trama che ho scritto in questo caso, abnorme anche rispetto alla media delle altre, mira appunto a dare un immediato riscontro al lettore di come sia tutt’altro che scontata e monotona la storia che vede protagonisti, in particolare, il dottor Josef Breuer e Friedrich Nietzsche. Il loro contraddittorio copre gran parte del romanzo ed è in parte suffragato da eventi realmente avvenuti, combinati ad altri di natura immaginaria e quindi romanzata dallo scrittore americano.

Le Lacrime di Nietzsche 01Irvin D. Yalom, infatti, oltre ad essere uno psicoterapeuta che ha scritto numerosi saggi sull’argomento (l’ultimo, appena uscito, s’intitola ‘Il Dono della Terapia’), è anche professore emerito all’Università di Stanford in California dove insegna, appunto, psichiatria. Insegnare non significa automaticamente saper anche scrivere, tanto meno avere le doti dell’affabulatore, ma il progetto che sta portando avanti l’autore, giunto nel frattempo al terzo capitolo, è contemporaneamente ambizioso ed ammirevole, poiché punta ad avvicinare il grande pubblico ad alcuni fra gli interpreti più significativi della filosofia, utilizzando uno espediente narrativo fondato innanzitutto su un cardine fondamentale: non tediare o spaventare il lettore, bensì introdurlo, utilizzando lo stile d’uso del romanzo, alla storia ed al pensiero di quegli illustri personaggi, senza che ciò possa in qualche misura costituire un peso o uno sforzo che richiede un impegno abnorme in nome della cosiddetta ‘cultura’, quella pomposa ed elitaria, per intenderci. Che poi, molto spesso, si tratta soltanto di assumere un atteggiamento umile, senza tirarsela troppo: ‘…per inciso, conoscete il saggio di Montaigne sulla morte, quello in cui consiglia di vivere in una stanza con una finestra che dia su un cimitero? È una cosa che chiarisce le idee, secondo lui, mantenendo nella giusta prospettiva le priorità della vita. Hanno lo stesso effetto anche su di voi, i cimiteri?‘… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

16/10/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Toy Boy’

TOY BOY

Toy BoyTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2009

Genere:  Commedia

Durata:  97’  Regia: David Mackenzie

Cast: Ashton Kutcher (Nikki), Margarita Levieva Callies (Heather), Anne Heche (Samantha), Sebastian Stan (Harry), Ashley Johnson (Eva), Sonia Rockwell (Christina) Rachel Blanchard (Emily), Shane Brolly (Principe Stelio), Eric Balfour (Sean), Maria Conchita Alonso (Ingrid)

TRAMA: Nikki è un bel giovane. Uno con la sua avvenenza e prestanza fisica in una città come Los Angeles, se ci sa fare, può trovare la strada spianata. Niente moda però nel suo caso, cinema o qualcosa che comunque richiede impegno e sudore per raggiungere il successo e poi lottare per conservarlo. Samantha è una donna single matura con un lavoro altamente remunerativo che le consente di viaggiare e tenere un livello di vita molto alto. Non essendo il tipo da coltivare rapporti profondi e duraturi, le viene facile, avendo possibilità finanziarie adeguate, scegliersi un ‘toy boy’ come Nikki, per puro sfizio sessuale, lasciandogli anche la disponibilità della propria lussuosa abitazione, con tanto di piscina, oltre al denaro per mantenersi quando lei è via per lavoro. Nikki ne approfitta per godersi la splendida casa ed invitare anche qualche altra bella donna che gli riesce sin troppo facile rimorchiare. Samantha lo scopre persino a letto con una di esse, al ritorno anticipato da un viaggio, ma non se la prende, perché in fondo a lei il giovane va bene così, pronto all’uso e senza implicazioni affettive. Come un bel giocattolo appunto, da usare assecondando il proprio piacere e le necessità. Il rapporto fra loro funziona sinché un giorno Nikki incontra una ragazza, Heather, che fa la cameriera in un locale e, sarà che lei gli risponde picche quando prova a farle colpo con le sue collaudate arti di seduzione, ma per la prima volta egli prova la sensazione spiacevole di essere snobbato e di trovarsi dalla parte molto più scomoda di chi desidera, rispetto a quella decisamente più agevole del desiderato. Heather si comporta con lui in maniera diversa dalle altre donne: accetta d’incontrarlo dopo vari tentativi falliti di approccio, ma poi lo sconcerta mollandolo di punto in bianco. Non si concede e lo tiene insomma costantemente sulla corda con la sua imprevedibilità, sfuggente e risoluta. Una situazione nuova per Nikki e nella quale perde presto la sua usuale sicurezza, finendo per innamorarsi della ragazza. Se ne accorge Samantha, la quale a sua volta nel frattempo si è infatuata di Nikki e non vorrebbe perderlo, ma per lui il sesso non è più un semplice atto meccanico grazie al quale procurarsi agiatezza materiale, così decide di mollarla e di farsi ospitare a casa di Heather. Quest’ultima però, nonostante acconsenta infine ad iniziare una relazione con lui, continua a mantenere il controllo della situazione, facendo notare a Nikki la precarietà del loro rapporto e l’inesistenza di un suo progetto per il futuro. La partenza improvvisa di Heather, la quale vola a New York per un non meglio precisato appuntamento e poi non torna indietro, come Nikki si sarebbe aspettato, lo spinge ad andarla a cercare e scoprire la verità, che è amara per lui.  

VALUTAZIONE: nei limiti di un’opera esile che gioca sulla facile accoppiata lusso e sesso, il film descrive una tendenza che è diventata moda in certi ambienti, in base alla quale donne facoltose si accompagnano e mantengono giovani aitanti per puro divertimento sessuale ed immagine, invertendo il secolare gioco delle parti. A farne le spese sono quindi i sentimenti veri che legano affettivamente le persone, sostituiti da egocentrismo, superficialità e cinismo, sinché anch’essi non bastano più. Il finale riscatta la prevedibilità della trama precedente.                                                                                                                                                                                                  

Lo spettatore meno giovane ricorderà probabilmente un film del 1980 intitolato ‘American Gigolò’, interpretato da un sex symbol maschile di quel periodo (e non solo), ovvero Richard Gere, il quale vendeva il suo corpo a donne benestanti, insoddisfatte o sole, garantendosi con quell’attività fra le sontuose ville di Beverly Hills un alto tenore di vita. Nulla di nuovo quindi rispetto a quel canovaccio in ‘Toy Boy’, se non fosse che nell’esempio precedente il protagonista Julian (Gere) appariva un po’ come un ‘cane sciolto’, per così dire, mentre Nikki, in ‘Toy Boy’ rappresenta invece un esempio fra tanti che nella cronaca concreta finiscono immortalati dai rotocalchi che si occupano di gossip, mentre accompagnano questa o quella famosa ed attempata star dello spettacolo. E chissà quante altre donne ci sono, meno note ma ugualmente facoltose, le quali si prestano volentieri a seguire la moda di cercare per scopi non certamente culturali o educativi aitanti, costosi e giovani disponibili.

Toy Boy 04Eh sì, perché pare si tratti proprio di una consuetudine in voga in questi ultimi anni o forse soltanto meno ostentata che in passato, quella che vuole attrici e personaggi di quello che un tempo si definiva il ‘jet set’, darsi da fare per farsi fotografare e riprendere assieme a partner molto più giovani di loro, se non addirittura in momenti d’intimità. Salvo poi spesso far finta di risentirsi per la presunta intrusione nella loro privacy da parte dei soliti paparazzi invadenti, petulanti e senza scrupoli. In tutto ciò ci sarà forse la classica eccezione che conferma la regola, ma in generale questi rapporti nascono e muoiono nel corso di una stagione, specie quella estiva, spesso anche prima, ad indicare la loro precarietà e transitorietà.

Toy Boy 07Se si tratta di giovani donne che si concedono a pagamento, o anche solo per ricevere in cambio favori e promesse d’un percorso facilitato, soprattutto nel mondo della moda e dello spettacolo, da parte di uomini facoltosi e spesso molto più anziani di loro, esse sono etichettate da un po’ di tempo in qua con il termine eufemistico di ‘escort’ (anche se ai meno giovani il nome ricorda più che altro un modello di auto della Ford, prodotta proprio negli anni del film di Paul Schrader citato in precedenza), rispetto al più diretto e brutale termine di prostituta. Se si tratta invece di giovani uomini che svolgono il corrispondente ruolo nei confronti di donne più anziane, essi si definiscono appunto ‘Toy Boy’, con un significato molto più indulgente, se non addirittura con una valenza benevola. Il film di David Mackenzie, regista e sceneggiatore scozzese già noto soprattutto per alcune scene di sesso esplicito fra Ewan McGregor e Emily Mortimer nel film ‘Young Adam’, esplora questo mondo, apparentemente allettante ed invidiabile, per evidenziarne invece le contraddizioni.

Toy Boy 12E così sembra anche per quanto riguarda Nikki, il quale descrive addirittura in ben 26 punti l’elenco delle tecniche di seduzione che l’hanno promosso, dalla condizione di squattrinato in cerca di fortuna come tanti nella capitale californiana, a diventare il desiderato e lussuoso oggetto erotico di una donna ben più anziana di lui, tutt’altro che ingenua, anzi audace e soprattutto benestante, affamata di sesso e disposta persino a concedergli le libertà che vuole in sua assenza, purché poi sia immediatamente disponibile al suo ritorno. La regola base di questo genere di rapporti è il rifiuto di qualsiasi coinvolgimento emotivo: solo ‘toy’ e niente ‘story’ insomma, per parafrasare il titolo di un nota serie di cartoni animati. 

Per continuare con la curiosa scelta del protagonista, Ashton Kutcher, il quale a 25 anni è stato compagno e marito di Demi Moore, di sedici anni più anziana, celebre icona di opere romantiche come ‘Ghost’ e ‘Proposta Indecente’. D’altronde leggevo recentemente che la stessa attrice e ballerina Alessandra Martines a 49 anni, dopo aver passato una vita con il regista Claude Lelouch, di ventisei anni più anziano di lei e dal quale ha avuto una figlia oggi tredicenne, è incinta di un uomo più giovane di 20 anni. Di fronte alle perplessità di qualcuno, riguardo questa sua scelta, Alessandra rispondeva in quell’intervista che se fosse stato un uomo ad aspettare un figlio da una donna di vent’anni più giovane nessuno avrebbe trovato la cosa strana ed in effetti è difficile darle torto…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

01/10/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Into The Storm’

INTO THE STORM

Into The StormTitolo Originale: Omonimo

 Nazione: USA

Anno:  2014

Genere:  Catastrofico, Fantascienza

Durata:  89’  Regia: Steven Quale

Cast: Richard Armitage (Gary Morris), Sarah Wayne Callies (Allison Stone), Max Deacon (Donnie), Jeremy Sumpter (Jacob), Nathan Kress (Trey), Matt Walsh (Pete), Alycia Debnam-Carey (Kaitlyn), Arlen Escarpeta (Daryl), Scott Lawrence (Thamas Walker – Preside), Kyle Davis (Donk), John Reep (Reevis), David Drumm (Chester), Brandon Ruiter (Todd White)

TRAMA: sul prato antistante la scuola della tranquilla cittadina di Silverton si stanno distribuendo i diplomi di fine anno con il rituale lancio del cappello. In un mezzo super corazzato, chiamato Titus, dotato della più moderna tecnologia dal punto di vista climatico e meteorologico, un gruppo di cacciatori di tornado si sta dirigendo proprio nella stessa direzione perché la loro esperta Allison è convinta che un tornado sta per formarsi proprio in quella zona. Il suo capo Pete coltiva da tempo l’obiettivo di scattare foto e riprese il più possibile addentro la furia di un tornado e ripagarsi con gli interessi quindi le spese sostenute sin lì. Il vicepreside Gary Morris ha due figli, Donnie e Trey. Da quando ha perso la moglie in un incidente stradale, non è mai riuscito ad instaurare un buon rapporto con loro. Gary ha incaricato Donnie di filmare la cerimonia scolastica ma il ragazzo è innamorato di Kaitlyn e quando la vede disperata per aver perso la tesina che doveva assolutamente presentare il giorno dopo, si offre di aiutarla, lasciando al fratello minore il compito delle riprese. Il tornado in realtà è molto più forte del previsto, anzi evolve in una serie che colpisce Silverton e tutta la zona intorno con incredibile potenza, distruggendo anche la scuola. Mentre i sogni di gloria di Pete sembra si stiano avverando, Donnie e Kaitlyn, ignari degli eventi atmosferici, rimangono prigionieri in una discarica dei dintorni e rischiano di morire annegati quando una bomba d’acqua provocata dal tornado blocca l’uscita della fossa nella costruzione abbandonata dentro la quale si sono rifugiati. Morris si unisce al gruppo di cacciatori di tornado per correre in suo aiuto, ma la serie di tornado infine si unisce e forma un terribile F5, il tornado più mostruoso e distruttivo della scala relativa, il quale si abbatte sulla zona con l’incredibile violenza che in casi del genere è in grado di scatenare la Natura. Per il gruppo dei cacciatori di tornado, Gary ed i suoi figli sopravvivere o meno è questione di tempismo, di fortuna e di scelte oculate che non concedono errori ed altre chances.    

VALUTAZIONE: una storia scontata ed ammantata di retorica, spettacolare e terrificante riguardo la devastante forza della natura. Gli autori non speculano però su immagini di violenza gratuita e di facile emotività. Gli effetti visivi e sonori dei tornado sono impressionanti. La scelta di girare buona parte del film con il sistema del found-footage rimedia solo parzialmente alla pochezza narrativa del resto.                                                                                                                                                                                   

Cli-Fi‘ e ‘Found-Footage‘ sono due termini del gergo cinematografico, probabilmente sconosciuti al pubblico meno addentro alle dinamiche del grande schermo, che ben si adattano però a ‘Into The Storm’. Si tratta infatti di un film per il quale il clima, nel senso di meteorologico (Cli) e la fiction (Fi) sono ingredienti fondamentali e si legano ad una storia ripresa con il sistema della telecamera a mano (Found-Footage) utilizzata dagli stessi protagonisti. Una sorta di selfie-video insomma o, per meglio dire, un sistema di ripresa dalla prospettiva degli stessi interpreti, sviluppato all’interno del film vero e proprio, allo scopo di coinvolgere ancor più direttamente lo spettatore, come se stesse vivendo, in un certo senso, egli stesso eventi casualmente girati in quel momento.

Into The Storm 16Francamente era facile intendere, prima ancora di assistere all’opera di Steven Quale, che la sua ragion d’essere dipendesse per la gran parte dalle sequenze suggestive dei tornado (lo so, è cinico anche soltanto scriverlo, trattandosi di eventi naturali che spesso radono al suolo abitazioni ed ogni cosa che incontrano lungo il loro percorso) ed in effetti il mio interesse si è basato proprio su questa promessa. Chi ha letto il commento che ho pubblicato al libro ‘Cacciatori di Tempeste‘ di Jenna Blum avrà già inteso infatti quanto questi fenomeni distruttivi riscuotono la curiosità di molti, me incluso, seppure non certamente al livello di chi fa una ragione di vita andare addirittura a caccia ed avvicinarsi il più possibile ad essi.

Into The Storm 08Se è vero che ci sono tragedie per le quali la curiosità degli spettatori sfocia facilmente in qualcosa di morboso, se non addirittura di perverso, nel caso ad esempio di omicidi, stragi ed attentati, sul conto degli eventi naturali invece, spesso ancor più distruttivi e devastanti per chi li subisce, potendoli osservare da spettatori, essi assumono un fascino al quale è difficile sfuggire. Un po’ come assistere alle immagini spettacolari dell’eruzione di un vulcano, oppure alla dinamica di un catastrofico terremoto. Una ragione potrebbe essere che la loro comparsa ed i danni che combinano non è colpa di nessuno (speculazioni edilizie a parte) e la Natura dalla notte dei tempi c’insegna ad essere umili ed a darci la misura di quanto siamo piccoli ed inermi al suo cospetto, per cui anche i tornado sono una delle sue più potenti manifestazioni che colpiscono con puntuale regolarità alcuni territori del pianeta, in particolare quella zona degli Stati Uniti nota come la Tornado Valley, fra l’Oklahoma ed il Nebraska.

Into The Storm 05I cambiamenti climatici che interessano anche le nostre regioni da un po’ di tempo in qua, l’estate appena trascorsa (estate?!?) ne è una chiara testimonianza, non ci consentono più però come una volta di riservarci il ruolo di semplici osservatori, al sicuro da tali esibizioni di potenza naturale, seppure sinora per fortuna non ci sono stati episodi così eclatanti a casa nostra, ma a volte sufficienti comunque per causare danni ingenti, bensì di guardare ad essi con un occhio al tempo stesso ammirato, rispettoso e timoroso. E’ quindi in parte dipendente anche da questo rischio potenziale, l’interesse nei confronti di un film che promette di superare, grazie alle tecniche computerizzate sempre più evolute nel corso degli anni, quello che è stato sinora un punto di riferimento per il genere di appartenenza, ovvero ‘Twister’ di Jan de Bont, seppure narrativamente parlando non possiamo catalogare diversamente ‘Into the Storm’ da un ‘B-Movie’…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

23/09/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘ Captain Phillips – Attacco In Mare Aperto’

CAPTAIN PHILLIPS – ATTACCO IN MARE APERTO

Captain Phillips - Attacco In Mare ApertoTitolo Originale: Captain Phillips

Nazione: USA

Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Biografico, Thriller

Durata:  134’  Regia: Paul Greengrass

Cast: Tom Hanks (Captain Phillips), Barkhad Abdi (Abduwali Muse), Barkhad Abdirahman (Adan Bilal), Faysal Ahmed (Nour Najee), Mahat M. Ali Lay (Walid Elmi), Catherine Keener (Andrea Phillips), Michael Chernus (primo ufficiale Shane Murphy), David Warshafsky (ingegnere Mike Perry), Corey Johnson (timoniere Ken Quinn), Issak Farah Samatar (Hufan), Yul Vazquez (comandante Frank Castellano), Max Martini (comandante Devgru)

TRAMA: Il 28 marzo 2009 un cargo americano che trasporta aiuti alimentari ed agricoli ai paesi del Corno d’Africa, nella rotta fra l’Oman ed il Kenya, subisce l’attacco di alcuni pirati somali. Il loro capo, lo spietato Hufan, li ha scelti fra i tanti disperati pescatori e nullafacenti che vivono sulle coste della Somalia, uno dei paesi più poveri del continente. Quando il cargo Maersk Alabama al cui comando c’è il capitano Phillips viene rilevato dai radar in una posizione ideale, diventa immediatamente un obiettivo da abbordare allo scopo di chiederne il riscatto, com’è già avvenuto più volte in quel tratto di mare. Il primo tentativo però fallisce, perché Phillips usando due stratagemmi (spingere la nave alla massima velocità e poi far finta di chiedere aiuto alla marina militare americana, che invece in quel momento non è in grado di aiutarlo) ottiene l’effetto sperato: una barca dei pirati rinuncia all’inseguimento mentre l’altra poco dopo è costretta a fermarsi per un’avaria al motore. I marinai imbarcati sul cargo, non più di una ventina, sono spaventati per l’accaduto e vorrebbero modificare la rotta, ma Phillips decide invece di continuare, incoraggiato dal successo ottenuto. Il giorno seguente, a conclusione di un regolamento di conti interno alla banda di pirati, essi tornano alla carica con una sola imbarcazione, potenziata però da due motori e nonostante Phillips attui tutti i diversivi possibili e faccia uso delle numerose pompe le quali sparano acqua ad alte atmosfere per tenere lontani i pirati, essi riescono comunque ad attraccare e salire a bordo, armi in pugno, prendendone possesso. Phillips, esclusi i suoi più diretti collaboratori in sala comando, ordina al resto dei suoi uomini di nascondersi nella sala macchine, fermando i motori del cargo. L’atteggiamento minaccioso dei pirati, al cui comando c’è Abduwali Muse, il quale parla un discreto inglese e sembra quello più deciso a risolvere la questione senza spargimento di sangue, trova in Phillips un avversario altrettanto determinato ed abile ad impostare una trattativa che sia il meno possibile onerosa per la compagnia proprietaria della nave ed al tempo stesso utile a proteggere i suoi uomini. La tensione però sale quando Muse viene a sapere che il capitano può dargli solo 30 mila dollari e dice di non sapere dove si nascondono i suoi uomini. Adan Bilal, un altro dei pirati, è meno conciliante, più sospettoso e nervoso di Muse. E’ solo grazie ad un accordo che segue uno duro scambio verbale fra quest’ultimo e Phillips se viene risparmiato l’ingegnere di bordo Perry, il quale aveva già una pistola puntata alla tempia. Muse, Phillips ed il giovane pirata Walid scendono sotto bordo per scovare i marinai. Questi ultimi però hanno sentito i dialoghi in sala comando attraverso un walkie-talkie e sabotano l’impianto elettrico per rimanere ancor più al buio, spargendo anche dei vetri rotti vicino alla porta d’ingresso della sala macchine. Walid, essendo scalzo, si ferisce gravemente ed è impossibilitato a proseguire. Allora Muse gli ordina di tornare di sopra assieme al capitano per farsi sostituire mentre lui decide di proseguire la ricerca da solo. I marinai però si sono organizzati nel frattempo e riescono a catturarlo con una manovra diversiva. Nasce quindi una trattativa nella trattativa. Adan Bilan e Muse stesso accettano di lasciare la nave con i 30 mila dollari, ma costringono Phillips a rimanere loro ostaggio. La scialuppa viene sganciata, nonostante il parere contrario del primo ufficiale Murphy e degli altri marinai. Phillips si ritrova in mare, prigioniero dei pirati somali, decisi a tornare a terra e poi chiedere il riscatto in cambio della liberazione del prezioso prigioniero. Le navi militari americane che pattugliano i mari del Corno d’Africa sono però sulle loro tracce e di tutt’altro avviso sulla conclusione della vicenda. Anche una pattuglia dei Navy Seals è stata inviata sul luogo. Gli sviluppi sono ad alta tensione.      

VALUTAZIONE: una storia vera che riguarda il problema della pirateria nel Corno d’Africa. Il regista Paul Grengrass è bravissimo a non cadere nella trappola del banale action-movie, ma ad impostare il film sul piano psicologico, sostenuto da un gran ritmo e tensione, la quale sale sino ai massimi livelli senza scadere mai però nella facile tentazione del puro spettacolo. Non mancano neppure accenni di analisi critica e sociologica fuori dal coro a rendere più interessante l’opera. Bravissimi sia Tom Hanks che Barkhad Abdi. Montaggio e fotografia al top.                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

La situazione attuale, dal punto di vista dei sequestri delle navi che transitano al largo della costa somala, è molto migliorata, se è vero che gli attacchi si sono drasticamente ridotti rispetto ai 176 del 2011 e persino quelli già scesi drasticamente a 35 del 2012. Quale potrebbe essere stata la soluzione più efficace per ottenere questo risultato? Non solo il pattugliamento dei mari da parte delle navi militari di un gruppo di nazioni particolarmente interessate ed accomunate dallo stesso obiettivo, dato che nessuna compagnia di bandiera può sentirsi al sicuro dai pirati, ma soprattutto la decisione da parte della maggioranza degli armatori di dotare le proprie navi di ‘contractors’ armati con funzioni di scorta e protezione, con il vantaggio per giunta di difendere la nave da una posizione migliore rispetto a quella decisamente più precaria degli attaccanti sui motoscafi.

Captain Phillips 11E ci voleva tanto ad adottare una strategia del genere, potrebbe giustamente osservare qualcuno? Francamente viene da chiederselo anche durante la visione del film, ambientato nel 2009 quando ancora i cargo viaggiavano soltanto con a bordo del personale disarmato. Beh, a leggere in proposito su qualche sito Internet, la questione non appare così banale, perché ogni ‘contractor’ costa in media oltre 500 euro al giorno, sempre meno però dei circa 60.000 euro al giorno che è la ‘gabella’ tipica di una fregata, cioè una nave militare piccola e veloce, specializzata in compiti di pattugliamento. Ovviamente le navi commerciali che transitano nel Corno d’Africa sono innumerevoli, tant’è che, giusto per dare una dimensione del business dei sequestri, nel 2008 essi hanno fruttato qualcosa come 120 milioni di euro, e costi ad armatori e stati interessati compresi fra 900 milioni e 3,3 miliardi.

Captain Phillips 10Inevitabile quindi pensare alla necessità di adottare misure risolutive a spezzare questa insostenibile catena, gestita con astuzia e cinismo da alcuni criminali, i quali trovano facile terreno per procurarsi manovalanza da mandare allo sbaraglio nei tanti disperati ridotti alla fame che vivono lungo le coste somale, inclusi i pescatori che non trovano più sostentamento neppure dal frutto del loro atavico mestiere, un tempo florido. Pare infatti che i mari della Somalia, una nazione fra le più povere dell’Africa e priva di peso politico e mediatico, siano stati utilizzati dalle cosiddette nazioni ricche, in un primo momento per saccheggiare quella che è sempre stata la risorsa più importante ed abbondante, cioè la pesca (tonni, aragoste e gamberi) ed i frutti di mare, specie a causa della distruttiva pesca a traino. A peggiorare la situazione, in seguito lo stesso mare è diventato una discarica dei prodotti chimici delle nostre industrie e centrali, con il risultato che già nel 1990 parecchi somali hanno iniziato ad ammalarsi per cause le quali per molto tempo sono rimaste ignote, sino a quando nel 2004, a seguito dello tsunami in Indonesia, le cui onde sono arrivate sino alle coste dell’Africa, sono stati trascinati a riva innumerevoli detriti e rifiuti i quali hanno svelato l’origine delle numerose patologie insorte nel frattempo.

Tom HanksSe si prendono per buone queste tesi è chiaro che si può riconsiderare la questione della pirateria da una prospettiva diversa, meno scontata perlomeno. C’è però una battuta che il capitano Phillips rivolge al suo principale antagonista Muse, capo dei pirati, il quale si vanta di essere stato già protagonista di un’impresa simile (‘…l’anno scorso hai rubato una nave che ti ha fruttato sei milioni di dollari e sei ancora qui?…), a rendere spietatamente evidente che queste azioni non sono mai servite, se vogliamo considerarle da questo punto di vista, a risarcire le popolazioni somale dagli eventuali danni subiti, ma sono solo finalizzate ad arricchire alcuni ‘signori della guerra’ senza scrupoli, i quali speculano persino nei confronti di chi è già vittima e quindi lo diventa doppiamente. Il che spiega la decisione di considerare la pirateria come il primo crimine della storia per cui sia stata prevista la giurisdizione universale, in base alla quale a chiunque è consentito, anche al di fuori delle proprie acque territoriali, di arrestare e processare a casa propria i pirati colti sul fatto e catturati dalle navi preposte al pattugliamento…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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06/09/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro e Film: ‘Il Grande Gatsby’

IL GRANDE GATSBY (romanzo)

Il Grande GatsbyDi Francis Scott Fitzgerald

Anno Edizione 2001

Pagine 272

Costo € 9,00

Traduttrice Fernanda Piovano

Ed. Mondadori (collana Oscar Classici Moderni)

 

IL GRANDE GATSBY (film)

Il Grande Gatsby - 1974Titolo Originale: The Great Gatsby

Nazione: USA  Anno:  1974

Genere:  Drammatico, Romantico

Durata:  144’  Regia: Jack Clayton

Cast: Robert Redford (Jay Gatsby), Mia Farrow (Daisy Fay), Karen Black (Myrtle Wilson), Bruce Dern (Tom Buchanan), Scott Wilson (George B. Wilson), Sam Waterston (Nick Carraway), Lois Chiles (Jordan Baker)

  

IL GRANDE GATSBY (film)

Il Grande Gatsby - 2013Titolo Originale: The Great Gatsby

 Nazione: USA  Anno:  2013

Genere:  Drammatico, Romantico

Durata:  143’  Regia: Buz Luhrmann

Cast: Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Carey Mulligan (Daisy Fay), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George B. Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway), Elizabeth Debicki (Jordan Baker), Callan McAuliffe (Jay Gatsby da giovane), Adelaide Clemens (Catherine), Amitabh Bachchan (Meyer Wolfshein), Jack Thompson (Walter Perkins), Max Cullen (Owl Eyes)

TRAMA: Jay Gatsby è il ricco proprietario di una sfarzosa villa di West Egg, una località nella baia di Long Island, vicino a New York, dove tutti i weekend organizza sontuose feste alle quali però egli non partecipa quasi mai, pur richiamando una miriade di persone, per la gran parte a lui sconosciute. Il suo obiettivo in realtà è quello di attirare l’attenzione della donna che vive nella villa posta di fronte alla sua, dall’altra parte della baia, nell’East Egg. Gatsby è innamorato di Daisy sin da quando ha avuto con lei, cinque anni prima, una fugace relazione, allorché egli era un militare di leva, povero di mezzi ma pieno di grandi sentimenti e speranze, alla vigilia della partenza per l’Europa con l’esercito americano nel corso della Prima Guerra Mondiale. Non avendo avuto la pazienza di aspettare il suo ritorno, Daisy si è sposata con Tom, un ricco possidente, il quale però la tradisce spesso, non ultima con Myrtle, la moglie di un ingenuo meccanico che vive in una squallida abitazione con annesso garage nella periferia più inquinata e squallida di New York. La precedente storia di Jay è quella di un giovane fuggito a sedici anni dalla misera condizione dei suoi genitori contadini, il quale, dopo aver conquistato la simpatia del ricco magnate Dan Cody ed aver trascorso un lungo periodo in giro per il mondo sul suo yacht, alla morte dello stesso e con la complicità dell’abile faccendiere Meyer Wolfshein, si è arricchito con il contrabbando di bevande alcoliche ed altre attività illegali durante il proibizionismo, accumulando una sostanziosa ricchezza. A raccontare il tutto è Nick, un modesto agente di borsa, il quale ha preso in affitto una piccola casa che confina con la villa di Gatsby ed è cugino di Daisy. L’amica di quest’ultima, Jordan Baker, abituale frequentatrice della feste di West Egg, è stata contattata da Gatsby per chiedere a Nick di fargli il favore di organizzare un incontro a casa sua con Daisy. Nel frattempo, dopo averlo invitato a partecipare ad una delle sue feste, fra Jay e Nick nasce una bella intesa e si frequentano spesso, da vicini di casa in ottimi rapporti. La sorpresa per la cugina è tanta, quando nel salotto della modesta abitazione di Nick, nel frattempo trasformata dagli uomini di Jay in una sorta di serra floreale, si presenta un incerto ed imbarazzato Gatsby, ma il feeling fra i due, dopo qualche momento d’incertezza, torna prepotente, come se il tempo si fosse fermato a cinque anni fa. Dopo neppure un mese di passione, Gatsby è determinato a convincere Daisy a lasciare Tom, certo che lei abbia sempre amato solo lui. Da quel momento cessano anche le feste nella villa ed anzi la dimora diventa l’alcova il più possibile discreta dei due amanti. Quando Jay ritiene che sia arrivato il momento di affrontare Tom, quest’ultimo per nulla disposto a perdere Daisy, riesce a provocare Gatsby ed a far nascere i dubbi nella moglie riguardo la natura delle ricchezze accumulate dal suo rivale, rimarcando inoltre le sue modeste origini, sino ad indurre Gatsby a reagire in malo modo. E’ la premessa al dramma che di lì a breve si consuma dapprima in una corsa in auto sulla strada fra New York e la villa di Tom e Daisy e successivamente con il tragico epilogo nella villa di Gatsby.    

VALUTAZIONE: un romanzo classico, relativamente breve, che richiede però un’attenta lettura, soprattutto nella prima parte, tanto elegante quanto prevalentemente descrittiva. L’autore utilizza, con evidenti accenni di stampo autobiografico e facendo uso di una prosa ricercata, lo stile ed i toni dei cosiddetti ‘anni ruggenti’, i quali anticipano la crisi del 1929, soffermandosi particolarmente sui temi della solitudine e dell’indifferenza. I due film in oggetto, tratti dal romanzo stesso e girati a distanza di quarant’anni, nell’insieme risultano più facilmente comunicativi per il grande pubblico e perciò meno cerebrali del racconto scritto, pur utilizzando diversi approcci stilistici: più compassato e rispettoso della storia originale il primo, più spumeggiante ed estrosa invece l’opera più recente. 

 

Quando si affronta un classico come il celeberrimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, caposaldo della letteratura americana del secolo scorso, si rischia di passare per presuntuosi se lo si considera con sufficienza; peggio ancora di scadere nel banale limitandosi a fare proprie, con poco sforzo, considerazioni già espresse da numerosi altri; viceversa si può coltivare la tentazione di assumere posizioni volutamente controcorrente, giusto per puntare a distinguersi a tutti i costi. Nel caso poi de ‘Il Grande Gatsby’, l’edizione in oggetto degli Oscar Mondadori di 270 pagine (che sono niente, ad esempio, in confronto alle quasi 1.000 pagine cadauno dei due ultimi romanzi che ho appena completato, riguardo la trilogia sul Novecento di Ken Follett) può sembrare un’ideale parentesi dopo, appunto, un paio di  letture molto più impegnative in termini di lunghezza. Così, lo ammetto, ho iniziato ‘The Great Gatsby’ a cuor leggero, certo di ‘consumare’ il racconto in breve tempo, che fossi comodamente seduto a casa oppure in treno durante il viaggio di mezzora per andare e tornare dal lavoro, attorniato da tante altre persone la cui presenza ed il chiacchiericcio inevitabilmente costituiscono fonte di disturbo o comunque di distrazione.

Il grande gatsby 30Di conseguenza l’opera di Francis Scott Fitzgerald, dopo una settantina di pagine mi è sembrata ostica, prolissa, per non dire noiosa e quasi impossibile perciò comprendere come possa tuttora riscuotere così tanti consensi (seppure postumi per l’autore, come avviene spesso). Ancora più curioso è il fatto che, dopo ben tre trasposizioni cinematografiche, una addirittura girata al tempo del cinema muto, una seconda nel 1949 ed una terza nel 1974, ci sia stato ancora qualcuno disposto, nel 2013, ad investire oltre cento milioni di dollari per realizzarne una quarta. Possibile insomma, mi chiedevo, che ancora oggi questo romanzo possa scomodare autori ed interpreti di così grande rilievo mentre a me, sorprendentemente, stava dando l’impressione di essere largamente sopravvalutato?

Il grande gatsby 03E’ pur vero che la lettura di un libro o la visione di un film è anche una questione di momenti psicologici e le impressioni poi ne restano inevitabilmente condizionate, ma in questo caso non si trattava tanto di una questione umorale o legata alla lunghezza quanto semmai di forma e di contenuti. Avendo però la fortuna di possedere un dvd della versione cinematografica girata nel 1974 dal regista Jack Clayton, sceneggiata niente meno che da Francis Ford Coppola ed al tempo stesso potendo facilmente recuperare la versione ultima di Buz Luhrman, grazie al servizio on-demand di una piattaforma digitale satellitare, mi è venuta la voglia, che qualcuno a questo punto potrà forse giudicare come esagerata, non appena avessi completato la lettura del romanzo, di cimentarmi in un confronto a tre, includendo appunto anche queste due versioni cinematografiche.

Il grande gatsby 31Prima ancora però ho ritenuto opportuno, prendendo a prestito un termine in voga sino a qualche tempo fa in riferimento ai nastri magnetici, di effettuare un ‘rewind’ del romanzo all’inizio, giusto per verificare se le impressioni globalmente negative avute sin lì potessero trovare ulteriore conferma oppure, com’è avvenuto invece grazie ad un diverso approccio, di ribaltare o perlomeno mitigare anche l’avverso giudizio parziale. ‘Il Grande Gatsby’ infatti è un racconto che richiede pazienza e concentrazione ed un’attenzione particolare, appunto, per la prosa di Francis Scott Fitzgerald che è costituita, in questo caso perlomeno, da uno stile forse un po’ datato e figurativo ma decisamente attento ai particolari ed alle sfumature narrative, oltreché ad una descrizione d’ambiente che non ammette una lettura superficiale o, peggio ancora, disattenta, pena non entrare in sintonia con il sottile filo logico dell’opera. Che è al tempo stesso rappresentativa da un decennio segnato da grande euforia ed ottimismo, in evidente contrasto con il pessimismo che traspare invece dall’io narrante, ovvero il personaggio di Nick, nel quale l’autore ha certamente proiettato molto di sé medesimo, confermato in seguito dall’amara conclusione della stessa storia che narra…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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27/08/2014 Posted by | CINEMA, LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘L’Inverno Del Mondo’

L’INVERNO DEL MONDO – THE CENTURY TRILOGY – VOL. II

L'Inverno Del MondoDi Ken Follett

Anno Edizione 2012

Pagine 958

Costo € 25,00

Traduttori Adriana Colombo, Paola Frezza Pavese, Nicoletta Lamberti e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Sedici anni della storia del secolo scorso, dal 1933 al 1949, durante i quali il mondo passa, come dice lo stesso titolo, attraverso un periodo buio e freddo come l’inverno. Dal momento dell’ascesa al potere di Hitler, il quale impone una feroce dittatura in Germania, cui seguono la persecuzione degli ebrei e le mire espansionistiche che travolgono l’Europa, sino a spingere l’alleato Giappone contro gli USA, ultimi a scendere in campo per quella che sarà per sempre ricordata come la Seconda Guerra Mondiale. Carla ed Erik, figli di Walter e Maud, fra i protagonisti del primo episodio, reagiscono da opposte posizioni alla presa del potere da parte del nazismo. Lloyd Williams, figlio illegittimo del conte Fitzherbert e della sua ex-cameriera Ethel Leckwith, diventata in seguito addirittura un’agguerrita e stimata parlamentare, dopo aver visto con i suoi occhi le prepotenze dei nazisti durante una visita in Germania a Maud, amica della madre, diventa un paladino degli oppositori alle farneticanti ambizioni dei simpatizzanti nazisti in Inghilterra e si arruola poi volontario nella guerra di Spagna, fra le forze che contrastano il golpe del generale Franco. Volodja Peskov, figlio di Katherina e del padre adottivo Grigorij, protagonista della Rivoluzione d’Ottobre, è un’abile spia dell’ambasciata russa a Berlino. Ciò però non lo mette al riparo dalla deriva violenta dei famigerati servizi segreti staliniani dell’NKVD che schiacciano chiunque è soltanto sospettato di essere un dissidente oppure semplicemente per costringere con la forza gli stessi appartenenti al regime a svolgere particolari servigi. La sorellastra Daisy, figlia di Lev, fratello di Grigorij, fuggito a suo tempo in America per evitare di essere catturato, dopo aver ucciso in una rissa un poliziotto, aspira a diventare una nobile e suscitare l’invidia delle ricche coetanee di Buffalo che l’hanno sempre snobbata, poiché suo padre ha fama di essere un gangster e sposa così Boy, figlio legittimo del conte Fitzherbert, ma troverà la sua realizzazione solo nell’incontro con Lloyd. Woody e Chuck Dewar, figli dell’emerito senatore Gus, a suo tempo reduce della prima Guerra Mondiale in Francia, sono altri due protagonisti e testimoni di particolari momenti storici, come l’attacco dei giapponesi a Pearl Harbour e le sofferte e lunghe trattative per la creazione delle Nazioni Unite. Le loro storie e quelle di molti altri personaggi che s’incontrano nel corso del racconto s’intersecano, nel bene e nel male, sino a chiudere il cerchio con l’esplosione delle bombe atomiche in Giappone e la corsa ai nuovi e letali armamenti fra USA e URSS al fine di conquistare una posizione di predominio nella spartizione del mondo durante la conferenza di Jalta.  

VALUTAZIONE: un grande affresco storico che si avvale di una galleria di personaggi, frutto della fantasia di Follett, i quali partecipano con le loro storie ad alcuni degli avvenimenti più importanti del secolo scorso, mescolati a celebri figure reali, interagendo persino con esse, in un periodo drammatico e decisivo per le sorti del mondo. Un romanzo di gran classe che continua, senza mostrare il minimo cedimento e nonostante l’insolita lunghezza, la traccia già apprezzata ne ‘La Caduta dei Giganti’, aprendo la strada all’ultimo episodio della storia del secolo scorso.                                                                                                                                                                                                                                                                    

Secondo capitolo della trilogia relativa agli avvenimenti più significativi del secolo scorso, ripercorsi dallo scrittore inglese Ken Follett, il quale ha realizzato un romanzo storico ampio ed ambizioso, grazie ad una nutrita galleria di personaggi di varia nazionalità da lui medesimo creata, le vicende personali dei quali coinvolgono un paio di generazioni che si passano idealmente il testimone.

L'inverno del mondo 01Come ‘La Caduta Dei Giganti‘, anche questo secondo episodio è costituito da un corposo tomo di quasi mille pagine, ma nonostante le dimensioni ragguardevoli che potrebbero scoraggiare molti lettori, non appena ci si immerge negli avvenimenti che narra e nella ragnatela dei personaggi che ne fanno parte,  la prosa risulta talmente piacevole, fluida e le vicende di alcuni dei protagonisti così coinvolgenti, seppure a volte assumono toni inevitabilmente e decisamente drammatici e toccanti, che è quasi scontato, giunti al termine, il proposito di affrontare anche il terzo ed ultimo capitolo della trilogia, pare di prossima pubblicazione.

L'inverno del mondo 03Ed ovviamente, trattando un periodo storico così importante, angoscioso e tragico, non si poteva neppure supporre che Follett potesse sorvolare sugli episodi cardine che hanno contraddistinto, appunto, gli anni che vanno dal 1933 al 1949, lasciando sul campo, non esclusa una parte dei protagonisti del suo romanzo, atrocità e lutti di varia origine e natura, i quali testimoniano ancora una volta la deriva di cinismo e di barbarie che, ahimè, è storicamente capace di perseguire l’uomo. Al tempo stesso però anche gli slanci di generosità e le azioni che ne esaltano invece le caratteristiche più nobili, in una sorta di compensazione che è parte stessa della natura di questo strano e contraddittorio animale, praticamente da quando ha assunto il ruolo egemone sul nostro pianeta. Si aprirebbe però uno scenario a parte, che non può essere oggetto di questo commento, se ci interrogassimo sulle ragioni per cui l’uomo continua a ripetere ciclicamente gli stessi errori, senza imparare dagli stessi a migliorarsi, evitando continui rigurgiti in tal senso.

L'inverno del mondo 17Naturalmente uno spazio temporale limitato nel contesto di un intero secolo, ma così denso di eventi, come quello che lo scrittore inglese ha preso in considerazione ne ‘L’inverno Del Mondo’, richiederebbe ben altro che le mille pagine del suo comunque voluminoso romanzo e come avevo già sottolineato nel commento a ‘La Caduta Dei Giganti’, sarebbe stato oltremodo presuntuoso Ken Follett se avesse ritenuto di poter trattare con equilibrio, equidistanza e completezza la storia di avvenimenti così complessi e vasti come l’avvento del nazismo, la discriminazione e poi la persecuzione degli ebrei, l’espansionismo di Hitler, lo scoppio della guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, l’accordo e poi l’attacco alla Russia di Stalin, L'inverno del mondo 05quello di Pearl Harbour da parte dei giapponesi e la conseguente entrata in guerra degli USA sino ad arrivare, per sintetizzare la massimo, all’esaurimento della forza dirompente dei tedeschi ed il loro disastroso ritiro, per chiudere il cerchio con le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Insomma, non ci sarebbe neppure stato bisogno di una voce in più da aggiungere al coro degli storiografi, per quanto Ken Follett si potesse applicare in tal senso; sarebbe stato, come minimo, presuntuoso. E difatti egli ha scelto una via diversa per raccontare a suo modo quegli eventi, inserendo dentro di essi una serie di personaggi da lui medesimo inventati, di varia nazionalità, origine e classe sociale, così che la loro storia personale diventa esemplare di quel periodo critico del novecento, ricalcandone cause, sviluppi e conseguenze, ma proponendo al lettore un panorama narrativo quanto mai interessante e ricco di spunti, mai lezioso, certamente più facile da seguire negli sviluppi di un classico libro di storia e spesso intrigante nelle considerazioni…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

22/08/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘La Fine è il Mio Inizio’

LA FINE E’ IL MIO INIZIO

La Fine è il Mio InizioTitolo Originale: Das Ende Is Mein Anfang

 Nazione: Germania, Italia

Anno:  2010

Genere:  Drammatico

Durata:  98’  Regia: Jo Baier

Cast: Bruno Ganz (Tiziano Terzani), Elio Germani (Folco Terzani), Erika Pluhar (Angela Terzani), Andrea Osvart (Saskia Terzani), Nicolò Fitz-William Lay (Novi)

TRAMA: Nel 2004 il giornalista, esploratore e scrittore Tiziano Terzani ha 66 anni. Ammalato di cancro, dopo una vita spesa in viaggi e reportage si è ritirato con la moglie Angela in un casolare della valle d’Orsogna sull’Appennino Pistoiese dove lo raggiunge, da New York dove si trova per ragioni di lavoro, il figlio Fosco. Il padre ha intenzione di raccontargli la storia della sua vita, allo scopo di pubblicare un libro che possa rimanere come testimonianza. Tiziano è provato fisicamente ma è sereno. La sua vita è stata piena, ricca di avvenimenti che ha vissuto intensamente, pagine di storia cui ha assistito da protagonista, con il relativo corredo di ideali, illusioni, delusioni, gioie e dolori, sempre accompagnato dalla fedele moglie Angela e poi, quando sono arrivati, anche dai due figli Fosco e Saskia, quest’ultima madre ora di due bambini, uno nato proprio in coincidenza con questa particolare riunione di famiglia. L’occasione è utile a Fosco per riavvicinarsi al padre la cui figura è stata spesso troppo ingombrante per lui, come ammette lo stesso Tiziano e dal quale oramai non solo lo separano gli anni ma anche differenti visioni generazionali. In realtà Fosco, nonostante ciò, è sulle stesse tracce di quel grande ed instancabile viaggiatore che è stato il padre. L’intimità e la confidenza che si sviluppano fra loro in questi ultimi giorni della sua vita, li avvicina come non mai in precedenza. La fine arriva puntuale a chiudere un’esistenza vissuta in giro per il mondo alla continua ricerca di conoscenza e di risposte. Le uniche che ha trovato però Tiziano Terzani sono dentro se stesso, oppure quando si è posto, in solitudine, di fronte all’immensità della natura. 

VALUTAZIONE: la forma di film più vicina ad un libro, del quale è comunque la trasposizione. Una sorta di lunga intervista-confessione fra un padre ed un figlio in un momento irripetibile della loro vita che svaria dai massimi sistemi ad alcuni degli avvenimenti più significativi della seconda metà del secolo scorso, ma anche temi molto intimi ed universali al tempo stesso ed i grandi quesiti che si pone l’uomo dalla notte dei tempi. Straordinario Bruno Ganz nei panni del protagonista.                                                                                                                                                                                                                           

Quando si scrive un commento ad un’opera del genere, strutturalmente anomala, interamente incentrata su un personaggio la cui storia e voce sono così ricche di contenuti, di umanità e di esperienza di vita, narrate con grande proprietà intellettuale, modestia e sincerità, viene la tentazione di tirarsi da parte per lasciare la parola soltanto a lui. Eppure la forza del cinema, che è innanzitutto rappresentazione d’immagine, è capace anche in un caso del genere, grazie ovviamente alla bravura degli autori e quindi innanzitutto del regista Jo Baier, di superare, in alcuni momenti, l’immediatezza e la chiarezza della parola con un’altra forma d’immediatezza, che parte dagli occhi e scende sino al cuore.

La Fine è il Mio Inizio 13Tiziano Terzani ha vissuto moltissimi anni all’estero e pur essendo italiano è divenuto famoso in patria soprattutto grazie alla pubblicazione di alcuni saggi che raccontano in maniera disincantata e soprattutto con l’esperienza di chi narra quello che ha vissuto di persona, alcuni dei momenti più importanti della storia contemporanea, soprattutto asiatica: dalla fine della guerra in Vietnam, all’avvento di Mao Tze Tung in Cina ed il crollo dell’impero sovietico. Un continuo girovagare che l’ha portato, fra l’altro, dal Laos, alla Birmania, da Singapore alla Mongolia, alla Thailandia ed oltre. Insomma una vita intera con l’aereo sotto il sedere, come si dice in modo colorito ed una inesauribile curiosità nel confrontarsi con altre culture ed ideologie che l’hanno spinto, lui laureato a pieni voti alla Normale di Pisa, a rinunciare a quello che un tempo si definiva il posto sicuro, prima all’Olivetti, modierna ed ambita azienda di quel tempo per antonomasia e poi alla redazione di vari giornali, l’ultimo della serie ‘Il Giorno’ dal quale al massimo ha ricevuto l’offerta di un posto nella redazione di Brescia. Figurarsi… lui voleva girare il mondo, immergersi sino al collo nella melma degli avvenimenti storici di quegli anni, perciò quando il giornale tedesco ‘Der Spiegel’ gli ha offerto il ruolo di corrispondente dall’Asia non ci ha pensato due volte ad accettare e non se n’è mai pentito.

La Fine è il Mio Inizio 08Giunto ai primi anni del secolo corrente con un bagaglio di esperienze stracolmo, Terzani ha deciso di ritirarsi e l’ha fatto come può farlo un uomo come lui dopo aver girato una buona parte del mondo come una trottola, ovvero rifugiandosi in un casolare quasi isolato degli Appennini Pistoiesi, nella Valle d’Orsogna, in compagnia della moglie Angela. Sia dai vestiti, rigorosamente bianchi e di taglio orientale, che dal bastone con il quale si sostiene che sembra una serpe, si capisce che è un uomo che ha maturato una cultura diversa rispetto a quelli che vivono da quelle parti. I due figli sono oramai adulti e da piccoli se li è portati appresso in lungo ed in largo nel suo vagabondare fra stati e città, facendogli persino provare l’esperienza, che Folco ricorda ancora come scioccante, delle durissime scuole cinesi di regime. Fosco ora vive a New York ed è un altro viaggiatore instancabile come lui, mentre la figlia Saskia è madre di un bambino e sta per partorirne un altro.

La Fine è il Mio Inizio 12La vita, com’è noto, molto spesso è beffarda. Nel momento in cui l’irriducibile viaggiatore potrebbe fermarsi e godersi il meritato riposo fra i suoi familiari, la diagnosi di un cancro all’intestino giunge come un fulmine a ciel sereno e lo costringe a rivedere tutto. Un altro al suo posto si sarebbe disperato, lui non è che non c’abbia provato a cercare un rimedio ma quando s’è reso conto che tanto non sarebbe servito a salvargli la vita, s’è rassegnato e come afferma lui a proposito della morte, dopo aver provato tutto o quasi tutto quello che gli poteva offrire la vita: ‘Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi dispiace solo che non potrò scriverne…‘.

La Fine è il Mio Inizio 06Ma anche a questo c’è rimedio: chiama il figlio e lo invita a raggiungerlo per realizzare l’ultimo dei suoi reportage, quello che riguarda la sua vita, così da chiudere il cerchio e pubblicare un libro che costituisca una testimonianza pubblica ed al tempo stesso anche una sorta di memoria per Fosco ed i suoi affetti più cari. I quali già tanto hanno condiviso con lui, ma non possono sapere tutto, perché magari nel corso degli anni precedenti, vissuti cavalcando l’onda della storia, spesso non c’era il tempo di soffermarsi a riflettere o perdersi dietro alle parole, mentre ora, oramai minato dalla malattia, non gli è rimasto che questo ed un titolo ‘La Fine è il Mio Inizio’ che è un ossimoro, alla stessa stregua di morire per uno che la vita l’ha onorata per davvero: ‘…Sai Folco nella mia vita ho avuto due grandi regali che mi sono arrivati nello stesso momento: la fine della mia carriera giornalistica contemporaneamente al tumore. E’ stato allora che ho lasciato andare il mondo...‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

05/08/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Molto Forte, Incredibilmente Vicino’

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Molto Forte, Incredibilmente VicinoTitolo Originale: Extremely Loud And Incredibly

 Nazione: USA

Anno:  2011 Genere:  Drammatico

Durata:  129’  Regia: Stephen Daldry

Cast: Tom Hanks (Thomas Schell), Sandra Bullock (Linda Schell), Thomas Horn (Oskar Schell), Max von Sydow (L’inquilino), Viola Davis (Abby Black), John Goodman (Stan il portiere), Jeffrey Wright (William Black), Zoe Caldwell (Nonna di Oskar), Julian Tepper (Deli Waiter), Hazelle Goodman (Hazelle Black), Jim Norton (Black da vecchio) 

TRAMA: New York, 11 settembre 2011. Il padre di Oskar è una delle 2752 vittime del crollo delle Torri Gemelle. Nel momento dell’attacco terroristico Oskar non era in casa, quindi non poteva rispondere alle telefonate del padre, che sono rimaste registrate però in segreteria. Dapprima il tono della sua voce era rassicurante ma con il passare del tempo è diventato sempre più spaventato, in una escalation che si è conclusa con l’orribile collasso strutturale di quello che si poteva ritenere, sino a quel momento, il simbolo stesso del mondo economico occidentale. Da quel giorno Oskar ha perso non solo il padre, ma anche la guida ed il compagno di giochi che alimentava continuamente la sua fantasia e maturazione, grazie a stuzzicanti esercizi a difficoltà crescente. La madre Linda ha perso a sua volta non solo l’amato marito ma si è scoperta impreparata a sostenere da sola il dramma che l’ha colpita ed un figlio che attraversa un’età particolarmente delicata. Oskar le ha nascosto le registrazioni delle telefonate del padre e curiosando nell’armadio di quest’ultimo ha scoperto una misteriosa chiave ed un nome, Black, che sembrano l’ennesima sfida in corso di preparazione, interrotta soltanto dalla prematura fine. Scandagliando l’elenco del telefono egli inizia così a contattare tutte le persone che di cognome si chiamano Black. Di fronte a casa sua abita la nonna, la quale ospita un anziano e stranissimo personaggio muto. Oskar, nonostante la nonna gli abbia intimato di evitarlo, un po’ incuriosito ed un po’ per caso, un giorno si trova di fronte all’uomo e ne resta in qualche modo colpito. Egli infatti si esprime scrivendo quello che vuol dire in foglietti che mostra poi al suo interlocutore. Oscar si sfoga con lui raccontandogli la sua storia ed il vecchio inquilino commosso dalla sua determinazione e disperazione si offre di aiutarlo nella ricerca. Ne nasce così una curiosa e segreta complicità. La mamma non riesce a frenare il furore del figlio in questa ricerca ed anche il vecchio fatica a star dietro al ritmo imposto da Oskar, determinato a concluderla nel più breve tempo possibile. In questa prova è come se egli compisse nel frattempo un percorso d’identificazione del quale il padre sarebbe certamente orgoglioso se fosse ancora in vita e che si conclude con un paio di sorprese. 

VALUTAZIONE: Opportunamente il regista Stephen Daldry evita la retorica di quella catastrofica giornata, della quale mostra solo qualche flash, concentrandosi invece sulla storia di un ragazzino, simbolo di tutti quelli che restano improvvisamente senza i loro riferimenti diretti e sono costretti a crescere più velocemente di altri, convivendo con le relative ingombranti ed incolmabili assenze. Bravissimi i due estremi anagrafici del film: Thomas Horn e Max von Sydow.                                                                                                                                                                                                               

Cosa si può ancora aggiungere che non sia già stato detto da qualcuno riguardo quell’evento terribile dell’11 settembre che ha segnato la storia dell’inizio del secolo corrente e probabilmente rappresenta uno dei momenti peggiori dalla fine della seconda guerra mondiale? Niente, il fattore sorpresa è stato sicuramente uno degli elementi che ha scioccato e lasciato il mondo con il fiato sospeso, assieme all’incredulità di fronte all’audacia ed il cinismo di una tale impresa, immortalata  dalle immagini TV che hanno generato così tanta angoscia in quasi tutto il mondo.

Molto Forte Incredibilmente Vicino 09Personalmente ricordo che ero al lavoro e quando è arrivata la notizia del primo aereo finito contro il World Trade Center ho supposto, come tanti, che fosse un inopinato incidente, per quanto sorprendente ed inaudito a sua volta. Quando però è stata colpita anche la seconda torre e poco dopo è giunta pure la notizia dell’attacco al Pentagono non solo si è avuta la certezza di un piano mirato alla base di quell’impresa ma credo di aver temuto, come tanti altri per un po’, che quello che stava succedendo in USA in quel momento fosse solo l’inizio di qualcosa di terribile che avrebbe coinvolto di lì a breve altre altre nazioni del mondo occidentale, con sviluppi impensabili per chi come me appartiene ad una generazione che fortunatamente non ha conosciuto direttamente una guerra mondiale, com’è capitato invece a quella dei nostri genitori e nonni.

Molto Forte Incredibilmente Vicino 02Detto ciò, se il lettore a questo punto stesse supponendo che ‘Molto Forte, Incredibilmente Vicino’ è un altro film che scava su quei tragici eventi, pur da una prospettiva di natura soggettiva e familiare, compierebbe un fatale errore di valutazione, poiché nonostante le conseguenze di quella sciagura siano indubbiamente all’origine dell’opera, tratta dall’omonimo romanzo di  Jonathan Safran Foer, in realtà il tema su cui verte potrebbe avere origine in qualunque catastrofico avvenimento che coinvolge gli affetti più cari di un adolescente, il quale da un momento all’altro è costretto a perdere l’innocenza della sua età ed il diritto a crescere un po’ per volta, come avviene di solito ai suoi coetanei.

Molto Forte Incredibilmente Vicino 15L’opera del regista britannico, già apprezzato autore di ‘Billy Elliot’, ‘The Hours e ‘ The Reader – A Voce Alta’, (per tutti e tre, curiosamente, è stato candidato all’Oscar) è focalizzata infatti attorno alla figura di un ragazzo di undici anni, Oskar, il quale ha perso il padre nel crollo di una delle Torri Gemelle. Una delle quasi tremila vittime di quel giorno, ognuna con una storia diversa ma identico fatale destino. 

Molto Forte Incredibilmente Vicino 03Padre e marito esemplare, Thomas Schell (Tom Hanks), è stato per Oskar non solo un ovvio riferimento genitoriale, ma anche un compagno insostituibile di giochi. La gran parte dei quali erano incentrati sull’evidente obiettivo di sviluppare l’intelligenza del ragazzo attraverso l’uso di esercizi di apprendimento a difficoltà crescente, una sorta di caccia al tesoro con riferimenti storici e scientifici che Oskar doveva cercare di risolvere per arrivare alla soluzione. Anche grazie a questo, il giovane è diventato un appassionato di storia europea, raggiungendo un livello cognitivo certamente superiore alla media della sua età…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

03/08/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Amiche Da Morire’

AMICHE DA MORIRE

Amiche Da MorireTitolo Originale: Idem

 Nazione: Italia

Anno:  2013

Genere:  Commedia

Durata:  103’  Regia: Giorgia Farina

Cast: Claudia Gerini (Gilda), Cristiana Capotondi (Olivia), Sabrina Impacciatore (Crocetta), Vinicio Marchioni (Ispettore Malachia), Marina Confalone (Donna Rosaria), Corrado Fortuna (Lorenzo), Lucia Sardo (Madre di Crocetta), Antonella Attili (Signora Zuccalà), Tommaso Ramenghi (Rocco), Adriano Chiaramida (Padre di Crocetta), Gaetano Aronica (Tonino), Giovanni Martorana (Paternò), Giacinto Ferro (Zuccalà), Bruno Armando (Jean Pierre), Mimmo Mancini (Commissario), Enrico Roccaforte (il bello), Giovanni Calcagno (il bestia), Rori Quattrocchi (Donna Assunta), Lollo Franco (Don Vincenzo) 

TRAMA: In una qualche isola siciliana, per la gran parte abitata da pescatori di tonni e le loro famiglie, ci sono tre donne molto diverse fra loro: Gilda, la quale viene dal continente ed è di mentalità, diciamo così, molto aperta; Olivia, ha poco anch’essa della classica donna del sud, ma è giovane, bella, invidiata, innamorata, svampita e sposata ad uno statuario pescatore; infine Crocetta, la quale è soffocata dalla madre tradizionalista e tormentata dalle dicerie che la considerano una menagramo. Oltreché essere molto diverse, non simpatizzano neppure fra loro, ma quando Olivia trova un biglietto sospetto nella tasca dei pantaloni del marito Rocco, si rivolge proprio a Gilda per avere qualche consiglio e sincerarsi al tempo stesso che lo sposo non la tradisca proprio con lei, la quale d’altronde esperienza ne ha da vendere svolgendo il mestiere più vecchio del mondo. Intanto Crocetta scopre che è la madre stessa ad alimentare di proposito le maldicenze nei suoi confronti, pur di tenerla legata a sé e decide quindi, dopo una furiosa litigata, di andarsene di casa. Il traghetto però è già partito, quando arriva in porto con la valigia ed allora, per far passare la notte, si nasconde nella grotta dove Rocco ricovera i suoi attrezzi. Poco dopo giungono nello stesso posto anche Gilda e Olivia, quest’ultima con l’intento di scoprire se e con chi Rocco consuma la sua infedeltà ed invece si trovano di fronte Crocetta. Alcuni rumori provenienti da una stanza attigua le portano però a scoprire che Rocco sta lavorando per cercare di nascondere soldi ed armi utilizzate per consumare alcune rapine prima di darsi alla fuga, dato che la polizia oramai è sulle sue tracce. La delusione di Olivia però è ancora più grande quando Rocco confessa di non provare alcun sentimento per lei ed anzi di averla usata solo come copertura. Impugnata una pistola dall’armamentario che lui stesso ha appena radunato sul tavolo, Olivia spara a Rocco e lo fa secco. Dopodiché, ancora scioccata per il gesto inaspettato ed istintivo, l’oramai giovane vedova si trova a condividere uno strano sodalizio con Gilda e Crocetta, soprattutto perché dentro una borsa c’è quasi un milione di euro che a questo punto, perché no, potrebbero dividersi. Nonostante le differenze caratteriali, morali e sociali, le tre compari s’accordano per far sparire il cadavere, s’impossessano del denaro e quindi tornano in paese come niente fosse. Poco dopo, proprio mentre stanno definendo i dettagli del piano in casa di Olivia, bussa alla porta l’ispettore Malachia con i suoi gendarmi, convinto di catturare Rocco. Sorpreso di trovarsi invece di fronte le tre donne, Malachia il quale conosce già Gilda per essere stato suo cliente, invero piuttosto scorretto, intuisce che c’è qualcosa di strano ed inizia ad indagare su di loro, sospettando che sappiano dove si nasconde il ricercato. E non è il solo d’altronde ad avere questa impressione, perché tre complici di Rocco, sorpresi quanto Malachia per la sua improvvisa irreperibilità, rapiscono le tre donne con un blitz, ma quando Crocetta è minacciata di essere violentata, per convincerla a rompere il muro di reticenza, Olivia tira fuori la pistola che ha conservato incoscientemente ma opportunamente nella sua borsetta e spara anche a loro, uccidendoli tutti, con sorprendente freddezza e poi, assieme alle due socie, inscena una sorta di regolamento di conti fra malviventi. Dietro un paio di binocoli qualcuno però le sta osservando da lontano. I colpi di scena, prima dell’inevitabile happy end, sono tutt’altro che esauriti. 

VALUTAZIONE: un piacevole mix di giallo e commedia, d’ambiente mediterraneo ma girato con uno stile spigliato ed una colonna sonora di stampo internazionale. Merito innanzitutto della giovane regista Giorgia Farina, la quale riesce miracolosamente a rimanere dentro i binari del cinema di costume nostrano esaltandone le ataviche contraddizioni di stampo sociale ed etico senza cadere nel deja vu. Cristiana Capotondi è bravissima nel ruolo della svampita che si trasforma in un killer infallibile. Un’opera godibile e divertente che non scivola mai nel volgare o nella facile retorica tipica del genere.                                                                                                                                                                                                               

Se qualcuno dovesse sostenere che esiste ancora il sesso debole, beh… vada a vedere questo film e poi, se proprio volesse conservare a tutti i costi la nota definizione, è molto probabile che sia costretto però ad invertire le parti. Giorgia Farina, ventisettenne esordiente, ma già pluripremiata in ambito cortometraggi, master in sceneggiatura alla Columbia University di New York, per la sua prima prova alla regia ha fatto affidamento su un’abbinata apparentemente contraddittoria: tradizione nostrana ed uno stile cinematografico a stelle e strisce, con risultati invero davvero curiosi e lusinghieri.

Amiche da Morire 08Protagoniste di ‘Amiche Da Morire’ sono tre donne, interpretate da altrettante affermate attrici nostrane: Claudia Gerini, Cristiana Capotondi e Sabrina Impacciatore. Caratterialmente molto diverse fra loro, Gilda, Olivia e Crocetta, anche nei nomi rispettivamente scelti dalla sceneggiatura (della stessa Farina e di Fabio Bonidacci) lasciano trasparire l’intenzione dell’autrice di ricorrere a toni differenti, fra il serio ed il faceto, come si dice, rispetto all’iconografia tipica di certo nostro cinema nostrano ambientato nel profondo sud.

Amiche da Morire 07Gilda infatti è anche il personaggio ed il titolo di un famosissimo film di Charles Vidor  interpretato da Rita Hayworth, mentre Olivia de Havilland è la celeberrima Melania di ‘Via Col Vento’. Se questi due nomi dovessimo considerarli non più che riferimenti casuali da parte dell’autrice (è palese infatti che non c’è un parallelismo diretto a livello narrativo e di contenuti con le opere appena citate e le loro protagoniste), se non altro essi non passano inosservati all’appassionato cinefilo il quale grazie ad essi può attingere a qualche reminiscenza, per così dire. Anche perché nel caso di Crocetta invece non c’è il minimo dubbio riguardo l’origine e persino la caratterizzazione del suo personaggio, almeno sino ad un certo punto della storia narrata.

Amiche da Morire 16Gilda e Crocetta infatti sono agli antipodi dello stereotipo femminile: la prima, a dire il vero, non è una donna del sud, ma da quando si è trasferita lì (invero per ragioni un po’ misteriose), vale a dire sul non identificato arcipelago siciliano nel quale è ambientato il film (in realtà la location è situata in Puglia), svolge una fiorente attività di escort, come si dice ora: disinibita, efficiente ed indifferente ad ogni critica. Le comari del posto, che pur guardano e giudicano secondo la mentalità tipica più retrograda, sono preoccupate per la tentazione che Gilda rappresenta per i loro mariti, più ancora che scandalizzate dalla sua presenza. Difatti Don Vincenzo, già piuttosto avanti negli anni, ci resta addirittura secco durante un amplesso, nonostante l’avesse fatto precedere da un’abbondante dose di peperoncino per non deludere, diceva lui stesso, la sua ‘masculinità’. Una sequenza che ricorda vagamente l’inizio di ‘Basic Instinct’, in senso ironico naturalmente, ma non sembri comunque un confronto impari quello fra Claudia Gerini e Sharon Stone…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

27/06/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Libro: ‘La Caduta Dei Giganti’

LA CADUTA DEI GIGANTI

La Caduta Dei GigantiDi Ken Follett

Anno Edizione 2010

Pagine 999

Costo € 25,00

Traduttori Adriana Colombo, Paola Frezza Pavese, Nicoletta Lamberti e Roberta Scarabelli

Ed. Mondadori (collana ‘Omnibus’) 

TRAMA: Cinque famiglie di differente origine e classe sociale (due inglesi, una tedesca, una russa ed una americana) incrociano le loro storie nell’arco narrativo di una dozzina d’anni, fra il 1911 ed il 1923-4, nel corso dei quali l’Europa è travolta dagli eventi che sfociano nella Prima Guerra Mondiale, la rivolta dei bolscevichi in Russia e l’affermazione del nazismo in Germania. Il conte Fitzherbert, la sorella Maud, Billy ed Ethel Williams, Walter von Ulrich, i fratelli Grigory e Lev Peskov ed infine Gus Dewar sono solo i principali fra decine di personaggi le cui vicende di fantasia si svolgono e procedono in parallelo a quelle già conosciute di re, zar, nobili, generali e statisti, i cui nomi riempiono i libri di storia e con le loro azioni hanno segnato i destini di milioni di persone. Un’epoca di grandi cambiamenti e contrasti sociali, culturali, razziali e politici, dei quali i protagonisti de ‘La Caduta Dei Giganti’ rappresentano una significativa sintesi.    

VALUTAZIONE: primo capitolo della trilogia sul novecento di Ken Follett. Mille pagine dentro le quali si trova tutto ciò che contraddistingue un grande romanzo: luoghi e fatti fra i più noti della storia, personaggi veramente esistiti che interagiscono con altri creati dallo scrittore inglese, analisi storica e dietrologia politica, mescolati a sentimenti semplici ed onnipresenti come amore, tradimento, gioia e dolore. Una lezione di prosa e talento narrativo da parte di un autore fra i più versatili e prestigiosi della letteratura moderna.                                                          

‘<Secondo me ci dovrebbe essere più gente pronta a sparare ai direttori dei giornali> replicò Maud allegra. <Forse la qualità dei quotidiani migliorerebbe>’. Senza arrivare a tali estremi, qualcosa di alternativo però si potrebbe supporre magari anche riguardo certi libri di storia scelti per le nostre scuole, fonte sicura di noia e disamore per la materia da parte della maggior parte degli studenti ed invece, non dico sostituirli in toto, ma se gli si affiancasse ad esempio un tomo come ‘La Caduta Dei Giganti’, ci sarebbero forse più probabilità che alcuni avvenimenti possano apparire perlomeno più interessanti, se non proprio appassionare i nostri ragazzi delle scuole superiori.

La caduta dei giganti 05L’impegno preso da Ken Follett di raccontare gli eventi caratterizzanti il secolo scorso suddividendoli in tre parti, delle quali l’opera in oggetto costituisce la prima, focalizzata sul significativo periodo fra il 1911 ed il 1924, rappresenta certamente una sfida coraggiosa, perché tutto si può dire, ad esempio, tranne che il contesto storico preso in esame sia una novità e che centinaia di storici ed esperti della materia non l’abbiano già analizzato sotto tutti i punti di vista. Eppure le mille pagine del romanzo, il cui volume ha uno spessore di circa dieci centimetri ed a prima vista è facile immaginare che possa spaventare molti fra i possibili lettori e probabilmente anche tanti fra i fedelissimi dello scrittore inglese, sin dai primi capitoli dimostra di avere invece le qualità per convincerne molti. Come certi oratori che hanno la capacità innata di tenere desta l’attenzione del pubblico anche quando l’argomento che trattano per sua natura non è particolarmente intrigante.

La caduta dei giganti 02Per riuscirci l’autore ha usato le armi proprie del narratore di razza, documentandosi innanzitutto riguardo la vasta e complessa materia, ma certo questo sforzo da solo non sarebbe bastato, perché al più saremmo in presenza dell’ennesima testimonianza riguardo temi già sviscerati appunto da numerosi altri, probabilmente anche più qualificati di lui. La molla per convincere la massa dei suoi lettori e fan’s ad acquistare il primo capitolo della trilogia non poteva che essere un’altra, non essendo neppure sufficiente l’ambizioso obiettivo (ammesso che l’autore, fra l’altro, de ‘La Cruna Dell’Ago’ se lo fosse mai posto) di rendere più popolari pagine di storia le quali, di per sé medesime, sarebbe facile supporre che terrebbero alla larga un’ampia percentuale di lettori. Quanti sarebbero infatti quelli disposti oggigiorno ad acquistare un libro così corposo e che narra ‘solo’ la storia d’Europa nel primo quarto del secolo scorso, ovvero più o meno cento anni fa?

La caduta dei giganti 03Ken Follett, il quale certamente non ha bisogno di lezioni da parte di nessuno riguardo la capacità di ambientare una storia nel passato dalla quale fare emergere valori universali e quindi tirare fuori dal cilindro un successo planetario, ha già sperimentato tale formula, decisamente apprezzata nei mirabili precedenti de ‘I Pilastri della Terra’ e ‘Mondo Senza Fine’ e, fatto suo il motto di origine sportiva che recita: ‘squadra che vince non si tocca’, ha scelto fra una lunghissima lista di personaggi di contorno, sei/sette protagonisti e li ha calati nelle vicende realmente accadute all’inizio del secolo scorso, dando vita ad un crescendo narrativo quanto mai coinvolgente. I quali protagonisti, in alcuni momenti, si trovano addirittura ad interagire con personaggi storici del calibro del presidente americano Woodrow Wilson, il Kaiser Guglielmo II o addirittura Lenin.

Un altro punto a favore de ‘La Caduta Dei Giganti’, che in questo caso però riguarda in particolare la sfera della credibilità, è rappresentato dal fatto che Follett evita accuratamente la retorica che di solito dipinge e qualifica vincenti e perdenti, suddividendoli automaticamente fra buoni e cattivi, ma anzi si è sforzato di presentare gli eventi da diversi punti di vista, ricorrendo ad una nutrita serie di esperti consulenti di varia nazionalità i quali hanno avuto l’incarico di analizzare e correggere la prima bozza del romanzo, laddove sussistevano imprecisioni e ridurre quindi il più possibile gli eventuali errori, incluse posizioni precostituite di parte, nazionalistiche o partitiche che fossero…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’)

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14/06/2014 Posted by | LIBRI | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Serie TV: ‘Venuto Al Mondo – extended version’

VENUTO AL MONDO

Venuto Al MondoTitolo Originale: Idem

 Nazione: Italia, Spagna, Croazia

Anno:  2012

Genere:  Drammatico

Durata:  225’  Regia: Sergio Castellitto

Cast: Penélope Cruz (Gemma), Emile Hirsch (Diego), Adnan Haskovic (Gojko), Pietro Castellitto (Pietro), Saadet Aksoy (Aska), Luca De Filippo (Armando), Vinicio Marchioni (Fabio), Jane Birkin (Psicologa), Sergio Castellitto (Giuliano), Mira Furlan (Velida), Jovan Divjak (Jovan), Branko Djuric (Dottore), Bruno Armando (Ginecologo), Isabelle Adriani (Giornalista), Luna Mijovic (Danka) 

TRAMA:.  Gemma nel 2009 è una donna matura, sposata con Giuliano e madre di Pietro. Un giorno riceve la telefonata di Gojko, un bosniaco che ha conosciuto anni addietro, il quale la invita a tornare a Sarajevo per partecipare ad una mostra che ricorda l’assedio di Sarajevo dei primi anni novanta e lei, dopo qualche titubanza, decide di partire accompagnata dal riluttante figlio. Tornare in quella città significa per lei rivedere luoghi e persone con le quali ha vissuto momenti straordinari in un passato non lontano e rivivere situazioni strazianti che l’hanno segnata indelebilmente. Gemma nel 1984 era una studentessa che si trovava a Sarajevo per completare la sua tesi di laurea su uno scrittore bosniaco. Gojko le aveva fatto da autista ed accompagnatore, facendole conoscere Diego con il quale era scoccato il classico colpo di fulmine dal quale è nata un’intensa storia d’amore. Gemma nel 1992 è tornata con Diego a Sarajevo, dopo aver vissuto assieme a Roma per qualche tempo, proprio mentre stava scoppiando la guerra che disintegrerà la nazione jugoslava e provocherà, assieme alla suddivisione in alcuni stati, innumerevoli lutti ed episodi di estrema violenza e brutalità. L’obiettivo di Gemma e Diego era quello di aiutare gli amici in un momento di grave difficoltà materiale e psicologica. Gemma nel frattempo aveva scoperto di essere sterile, ma non si era rassegnata al destino di non poter dare un figlio a Diego che lo desiderava profondamente. Piuttosto che correre il rischio di perdere il suo uomo, Gemma aveva accettato la proposta di Gojko di utilizzare una ragazza del posto, Aska, come incubatrice. Quest’ultima era disponibile ad assumersi tale ruolo in cambio del denaro per espatriare ed inseguire il sogno di diventare una star musicale. Una situazione di estrema frustrazione per Gemma che era stata apparentemente risolta con questo curioso escamotage. La guerra però aveva forzato la situazione. Aska aveva generato Pietro, ma quando Gemma si era imbarcata su un cargo per tornare in Italia con il bimbo appena nato, Diego con una scusa era rimasto a terra, oramai votato a dare il suo contributo come fotografo-reporter di quella guerra straziante. Convinta di essere stata raggirata, Gemma era tornata qualche tempo dopo a Sarajevo, dove aveva trovato una situazione ancora più grave di quella che aveva lasciato. Diego sembrava non amarla più e Gemma si era convinta che avesse una relazione con Aska. Tornata delusa in Italia, l’aveva raggiunta più tardi la notizia che Diego era morto in circostanze strane, cadendo da una roccia sul mare. Il ritorno di Gemma a Sarajevo nel 2009, non solo è l’occasione per mostrare a Pietro, al quale non ha mai raccontato la verità a proposito della sua nascita, i luoghi e le persone con le quali lei ha trascorso un periodo tragico ed esaltante al tempo stesso, ma è pure il momento di conoscere tutta la verità riguardo Diego ed Aska, grazie ancora una volta a Gojko, amico d’incrollabile e sincera fedeltà, ma anche grande regista di una storia vera. Al momento di far ritorno in Italia con la madre, Pietro, il quale più volte si era chiesto quale fosse il senso di quel viaggio, capisce di essersi arricchito con un’esperienza indimenticabile, che lo ripaga ampiamente della mancata vacanza in Sardegna con i suoi amici.  

VALUTAZIONE:. Un affresco di notevole intensità emotiva, non solo riguardo la storia di fantasia di Gemma, ma anche una toccante testimonianza sulle atrocità commesse durante la guerra dei Balcani di fine secolo scorso a Sarajevo, città che è stata vittima di inaudite e prolungate violenze. Una storia di amicizia, di desiderio di maternità e di grandi sintonie fra persone di cultura profondamente diversa, che gli eventi drammatici legano però fra loro indissolubilmente. Splendidamente diretta da Sergio Castellitto, ‘Venuto al Mondo’ è anche una notevole prova corale di un gruppo d’attori alle prese con personaggi che restano nella memoria. La serie TV, nonostante la lunghezza, rappresenta al meglio la trasposizione del celebre romanzo di Margaret Mazzantini, dal quale è tratta.  

Di ‘Venuto al Mondo’ esistono due versioni: un film di poco più di due ore di durata ed una versione ‘extended’ trasmessa in TV da Sky in cinque puntate di poco meno di quarantacinque/cinquanta minuti cadauna. Il commento in oggetto è riferito a quest’ultima e non avendo un riscontro diretto dell’opera ridotta, presentata al Festival di Toronto nel 2012, non posso sapere se mantiene appieno l’intensità e la consistenza del romanzo di Margaret Mazzantini dal quale è tratta, anche se ne dubito, le quali sono invece esaltate dalla Serie TV.

Venuto al Mondo 03Sergio Castellitto è il regista di ‘Venuto al Mondo’. Attore di notevole esperienza e caratura, come ‘director’ è alla sua quarta prova, la seconda nella quale traspone un romanzo della Mazzantini (che è sua moglie nella vita reale) ed anche nel precedente ‘Non Ti Muovere’ la protagonista era Penelope Cruz, premiata con il David di Donatello per la sua interpretazione, così come lo stesso Castellitto che è stato suo partner, mentre nel caso di quest’ultima opera egli per sé ha ritagliato soltanto un ruolo di contorno.

Venuto al Mondo 10‘Venuto al Mondo’ è un’opera che colpisce, indubbiamente. Innanzitutto l’ho vista per quattro quinti nella stessa serata, lasciando soltanto il finale, per raggiunto limite d’ora per così dire, il giorno seguente. Vale la pena davvero di seguirla tutta di seguito, se è possibile, perché non solo si riesce a coglierne l’intensità narrativa, ma le stesse puntate terminano in punti opportunamente scelti dalla produzione i quali, alla stregua di un giallo, suscitano la giusta dose di curiosità nello spettatore da indurlo ad andare avanti. Ognuna delle puntate è distinta da un sottotitolo che anticipa chiaramente il tema conduttore. Così la prima si chiama ‘Amore’, la seconda ‘Maternità, la terza ‘Guerra’, la quarta ‘Separazione’ e l’ultima ‘Pace’.

Venuto al Mondo 13Possiamo dividere l’opera in due tracce narrative che s’intersecano fra loro. La prima riguarda la storia personale di Gemma e di riflesso il figlio Pietro, da lei tanto desiderato e che ha avuto invece in circostanze molto particolari; una vicenda complessa, robusta e sofferta dal punto di vista umano e psicologico, che è frutto della fantasia della scrittrice, la quale ha partecipato a quattro mani, con il marito Castellitto stesso, alla stesura della sceneggiatura. La seconda traccia invece è rievocativa, con i protagonisti immersi (non semplicemente sullo sfondo quindi, come si dice di solito in questi casi) nel momento storico della disgregazione della nazione Jugoslava, avvenuta negli anni novanta e che il generale Tito, con pugno di ferro, era riuscito a mantenere unita dalla fine della seconda guerra mondiale. La morte di quest’ultimo nel 1980 e la caduta del muro di Berlino alla fine dello stesso decennio: evento epocale che ha provocato un effetto domino sul crollo delle dittature dell’est Europa sollevandole dal giogo dell’ex Unione Sovietica ed aprendo le loro frontiere al libero mercato ed al mondo occidentale, ha spinto le diverse etnie degli stati slavi a sposare l’indipendentismo, a partire dalla Slovenia, per proseguire con la Croazia, quindi la Bosnia. Oddio, alla luce dei recenti fatti in Ucraina, non sembra ancora concluso il processo di riequilibrio politico, geografico e militare dell’est europeo, ma se si considera il lungo isolamento, determinato dalla cosiddetta ‘cortina di ferro’ in atto sino alla fine degli anni ottanta, si capisce però che molti passi sono stati fatti nel frattempo, pur fra alcune ricadute e contraddizioni varie…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

18/05/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Henry Poole – Lassù Qualcuno Ti Ama’

HENRY POOLE – LASSU’ QUALCUNO TI AMA

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti AmaTitolo Originale: Henry Poole Is Here

 Nazione: USA

Anno:  2008

Genere:  Commedia, Drammatico

Durata:  99’  Regia: Mark Pellington

Cast: Luke Wilson (Henry Poole), Radha Mitchell (Dawn), Adriana Barraza (Esperanza), George Lopez (Padre Salazar), Cheryl Hines (Meg), Richard Benjamin (Dr. Fancher), Morgan Lily (Millie Stupek) 

TRAMA:.  Henry Poole vive a Los Angeles ed è un quarantenne di bella presenza al quale è stata comunicata però una sentenza terribile: le analisi cui si è sottoposto hanno rivelato un’incurabile malattia degenerativa. Sconvolto, Henry decide di trascorrere in solitudine le ultime sei settimane di vita che gli sono state pronosticate, affittando una casa non distante da quella nella quale è nato e vissuto in gioventù. Una vicina di casa di origine messicana, Esperanza, lo accoglie a nome del quartiere presentandosi alla sua porta con un piatto di dolci. Poco dopo però la stessa donna scorge su una parete della casa rivolta verso il giardino interno quella che lei ritiene trattarsi un’immagine di Cristo ed essendo una cattolica fervente non esita a ritenerlo un miracolo. Henry invece è agnostico e teme che la scoperta, da lui considerata non più che pura suggestione, possa minare il suo desiderio di solitudine, perciò reagisce con fastidio cercando persino di cancellare l’immagine, ma senza successo. Di fianco alla sua casa vive una giovane donna, Dawn, con una bambina, Millie, la quale è muta da quando il padre se n’è andato e da allora ha la mania di andare in giro con un microfono ed un mangianastri sul quale registra le conversazioni delle persone intorno a lei. Millie è incuriosita dalla presenza di Henry ed è anche attratta dall’immagine sulla parete, sulla quale improvvisamente iniziano ad affiorare delle gocce rosse come il sangue. Henry è sempre più nervoso per l’invasione nella sua privacy da parte di Esperanza, la quale non esita a spargere la voce ad altri fedeli, persino un prete, al quale chiede di far analizzare quelle gocce di sangue presunto, trasformando quindi l’immagine in un sorta di simulacro. Una notte Millie viene trovata dalla madre come se fosse in trance, immobile davanti alla contestata parete e con una mano appoggiata sulla raffigurazione del Cristo, il cui effetto è il recupero dell’uso della parola. Henry, nonostante ciò, continua ad essere scettico, ma il miracoloso risultato sulla piccola lo avvicina sia a lei che alla madre, alla quale confida infine il suo destino. Millie registra la conversazione della coppia durante una cena a lume di candela in giardino e ricade nel suo mutismo. Henry, amareggiato e confuso, ripercorre alcuni luoghi della sua infanzia e quando torna a casa trova il suo giardino invaso da numerose persone in adorazione dell’immagine sulla parete. Frustrato ed irritato, egli reagisce malamente, demolendo la stessa parete con una mazza, fra lo sbigottimento e la disapprovazione dei presenti, provocando un crollo strutturale di quella parte dell’abitazione che travolge lui stesso. Il risveglio in ospedale è però sorprendente ed illuminante.  

VALUTAZIONE: un’opera che scava fra le pieghe degli eventi miracolosi, razionalmente spiegabili soltanto con un atto di fede e traccia un confronto con la dura realtà e la solitudine di un uomo ancora giovane che sta per morire a causa di una spietata malattia. Il film di Mark Pellington viaggia su un doppio binario esistenziale, che tende ad intersecarsi però più volte. Un’opera comunque interessante che solo nella parte finale cede a qualche tentazione consolatoria ed al sentimentalismo.                                                                                                                                                                                    

Cosa c’è di più lontano e vicino al tempo stesso della spietata e palpabile concretezza di una malattia incurabile messa in rapporto con un fenomeno miracoloso che si giustifica solo con un atto di fede, per sua natura irrazionale? Eppure, le cronache religiose mostrano spesso migliaia di pellegrini che ogni anno si recano in alcune località di culto nella speranza di propiziare una guarigione per se stesse o i propri cari, ritenuta oramai impossibile dalle cure della medicina tradizionale. Ed a volte succede davvero: miracolo, casualità oppure si tratta soltanto della legge dei grandi numeri?

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 03Non vorrei però che il lettore già da queste poche parole introduttive si facesse l’idea sbagliata sul film in oggetto, il cui titolo  ‘Henry Poole Is Here’ è molto più pertinente in originale rispetto al suffisso appioppato dalla distribuzione nella versione nostrana. Non si tratta infatti di un film angosciante, come forse lascerebbe supporre l’accenno alla morte prossima di un uomo intorno alla quarantina d’anni, robusto e di bell’aspetto, ancora decisamente aitante. Non è così, o perlomeno, il regista Mark Pellington non ha l’intenzione di limitarsi a raccontare una vicenda che affronta, pur con delicatezza e senza intento speculativo, due situazioni limite che si trovano improvvisamente e casualmente (?), intrecciate fra loro: la cruda concretezza della realtà che si confronta con l’insondabile potere della fede che trasforma in positivo ciò che sembra razionalmente senza speranza.

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 02L’opera del regista americano, più noto agli addetti ai lavori per aver realizzato video musicali di alcuni gruppi famosi come U2 e Pearl Jam ad esempio, in realtà svela un po’ per volta il suo vero intento, che è metaforico, utilizzando una storia in fondo banale, pur nella drammaticità dei fatti che riguardano il protagonista. Personalmente mi ha persino ricordato, per certi versi, il film di Harold Ramis ‘Ricomincio Da Capo’, interpretato da un irresistibile Bill Murray, seppure il genere in quel caso era completamente diverso, ovvero satirico e grottesco, con numerose puntate nel comico. In quell’opera un uomo cinico e pieno di sé, meteorologo di mestiere, si trovava a rivivere continuamente gli eventi di una giornata, un servizio TV con le rituali previsioni sull’imminente inverno dettate della manifestazione pubblica denominata ‘il giorno della marmotta’, sinché provato da quel sortilegio apparentemente bloccato in una sorta di ‘loop’, riusciva finalmente a sciogliere il sortilegio quando scopriva le sottili e preziose corde della sensibilità umana nei confronti del prossimo, che gli erano sconosciute in precedenza, conquistando infine la bellissima Andy McDowell, la quale era abituata da tempo a frequentarlo come collega di lavoro ed a misurarne il cinismo, l’arroganza e l’antipatia.

Henry Poole - Lassù Qualcuno Ti Ama 06Nel caso di Henry Poole, interpretato con intensità da Luke Wilson, la situazione è ben più seria: c’è di mezzo una malattia che non lascia scampo e la convinzione del protagonista che non ci sia oramai altra conclusione che quella di rassegnarsi ed attendere la fine in una dignitosa solitudine, fra i luoghi ed i ricordi d’infanzia. Lui d’altronde è sempre stato un uomo razionale e concreto; se non proprio ateo, è certamente agnostico e quindi non l’ha neppure sfiorato l’idea di attaccarsi a qualche illusoria e flebile speranza su una cura miracolosa, oppure di aggrapparsi semplicemente e disperatamente alla forza consolatoria della fede.

Henry avrebbe voluto affittare la casa dov’è nato e cresciuto, ma non essendo disponibile, s’è accontentato di un’abitazione vicina. E non è stato neppure a trattare sul prezzo con l’agenzia che gliel’ha proposta e presentata, al punto che l’addetta incaricata, stupita dalla sua arrendevolezza, ha provato persino a metterlo in guardia su alcuni difetti evidenti della casa, per ottenere uno sconto, ma invano. A Henry hanno detto che gli restano più o meno sei settimane di vita e non gliene può fregare di meno di questi particolari che sarebbero semmai utili a chi dovesse soggiornarvi più a lungo e soprattutto potesse ragionare su una prospettiva di vita di più lungo termine…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/05/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Paris-Manhattan’

PARIS-MANHATTAN

Paris-ManhattanTitolo Originale: idem

 Nazione: Francia

Anno:  2012

Genere:  Commedia

Durata:  77’  Regia: Sophie Lellouche

Cast: Alice Taglioni (Alice), Patrick Bruel (Victor), Marine Delterne (Hélène), Louis-Do de Lencquesaing (Pierre), Michelle Aumont (La pére), Marie-Christine Adam (Nicole), Yannick Soulier (Vincent), Margaux Chatelier (Laura), Arséne Mosca (Arthur), Woody Allen (se stesso) 

TRAMA: Alice è la secondogenita di un farmacista ebreo parigino, fissata con Woody Allen, del quale ha un poster appeso alla parete della camera e con il quale dialoga come se fosse realmente presente, confidandogli i fatti della sua vita e contando su qualche ispirazione dell’ironico e perspicace regista ed attore. I suoi genitori e la sorella, già felicemente sposata e madre di un’adolescente, vorrebbero che Alice trovasse la sua anima gemella, ma lei invece, che pure non manca di presenza, non cura la sua immagine e sembra un po’ un maschiaccio, di quelli che rifuggono le formalità e non frenano neppure la lingua in certe occasioni. Soprattutto se gli toccano l’adorato Woody Allen, del quale conserva tutti i DVD e li presta ad amici, conoscenti e persino estranei, come se fossero più efficaci dei medicinali che serve al banco della farmacia. La sorella Hèléne ed il marito in più occasioni organizzano incontri galanti per Alice, la quale si considera anche un po’ sfortunata, ma di sicuro non ha ancora incontrato l’uomo capace di farle girare la testa. Il padre a sua volta ha una paranoia per i ladri ed i rapinatori e così sia in casa che nella farmacia ha fatto installare dei sofisticati sistemi di allarme costruiti dal geniale Victor, un tecnico specializzato di una piccola azienda d’elettronica: discreto, capace e tuttora scapolo, con una grave lacuna, non conosce Woody Allen. Quando il padre lascia la responsabilità della farmacia ad Alice, i contatti fra lei e Victor si fanno più frequenti e fra loro subentra una certa confidenza e complicità, come fra due amici. Alice infatti dal punto di vista sentimentale sembra avere trovato il tipo giusto in Vincent: bello, volitivo ed appassionato a sua volta di Woody Allen e della musica di Cole Porter, se non fosse che solo dopo un po’ di tempo scopre che è già sposato. La sorella intanto teme che la figlia adolescente, alle prese con il primo amore serio, un ragazzo benestante, possa compiere qualche sciocchezza ed allora chiede ad Alice di accompagnarla per spiare la coppia durante un’uscita notturna. Victor invece, mentre sta lavorando al sistema antifurto di un hotel, scorge per caso il marito di Hélène in compagnia di una prostituta e subito avvisa Alice. Assieme indagano sulla doppia vita del cognato, scoprendo però una verità ancora più sconvolgente. La complicità sempre più stretta fra Alice e Victor cambia anche i loro rapporti e se lui un pensierino ce l’aveva già fatto da tempo, lei appare ancora un po’ incerta verso quest’uomo certamente amabile, simpatico ed intelligente, del quale però non è ancora innamorata. A risolvere ogni dubbio interviene ancora una volta Woody Allen, stavolta in carne ed ossa, quando Victor lo incontra davvero nello stesso hotel, dal quale la star del cinema sta partendo dopo un breve soggiorno. Avvertita immediatamente Alice, perché non si faccia sfuggire l’occasione d’incontrare almeno una volta di persona il suo idolo, Victor cerca di trattenerlo, lusingandolo nel descrivergli la particolare venerazione della sua fan. Quando sembra che Alice sia arrivata comunque troppo tardi all’appuntamento, il sogno invece s’avvera ed il noto regista ed attore le da un ultimo prezioso suggerimento, prima di andarsene. L’amore a questo punto non ha più bisogno di un poster appeso alla parete.    

VALUTAZIONE: una commedia fresca e leggera, abbastanza corta da non tediare e discretamente simpatica senza scadere nella melassa del più ovvio romanticismo, anche se la conclusione diventa ben presto chiara e scontata. L’esordiente regista Sophie Lellouche cerca di emulare i toni e lo stile dell’amato Woody Allen con risultati alterni.                                                                                                                                                                                                

Ci sono film che si vedono per scelta ed altri ai quali si arriva invece quasi per caso: ‘Paris-Manhattan’ appartiene a questa seconda categoria, ovvero quel genere di film che si scopre facendo ‘zapping’ con il telecomando e sfogliando l’offerta proposta dalle pay-tv. A volte poi, pur senza gridare al miracolo, se ne apprezza il tratto leggero, quasi evanescente, ma non per questo disdicevole o inutile. Al termine, se non altro, resta la sensazione di aver trascorso più o meno piacevolmente un’ora e dieci minuti circa, come in questo caso, senza grandi aspettative, ma neanche delusioni e persino ben disposti a chiudere un occhio su alcuni limiti.

Paris-Manhattan 05Le ultime vicende della cronaca familiare di Woody Allen non volgono certo a migliorarne l’immagine pubblica, ma resta il fatto che rimane un grande regista ed attore, con una credibilità immutata per i molti fan’s che lo adorano anche per alcune argute battute, delle quali esistono vere e proprie raccolte, sia su Internet che in libreria. Anche se esulano, sino ad un certo punto però, dal contesto del film in oggetto, eccone due o tre prese a campione, tanto per far intendere il personaggio a chi non lo conoscesse: ‘…Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile…‘; oppure: ‘…Il ballo è una manifestazione verticale di un desiderio orizzontale…‘ ed infine: ‘…Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora…‘.

Paris-Manhattan 02Alice, da quando in età adolescenziale ha visto un film di Woody Allen, ne è rimasta talmente fulminata che lo ha eletto a suo totem psicologico, raffigurato in un poster che campeggia in bella mostra nella sua casa da single, essendo quasi giunta alla soglia del comune significato che si da al termine zitella. Ed in effetti qualche tratto riconoscibile d’appartenenza alla categoria ce l’ha: ad esempio i genitori, la sorella ed il marito non perdono occasione per proporle qualche pretendente, anche se a lei non gliene va bene uno, considerandosi poi soltanto sfortunata; non si trattiene dall’esprimersi con battute acide, fregandosene poi delle conseguenze, come le rinfaccia la sorella stessa e poi ha questa fissa per Woody Allen con il quale dialoga virtualmente. A sentirla parlare da sola, rivolgendosi a quell’immagine appesa al muro, qualcuno potrebbe anche pensare che sia un po’ fuori di testa o che abbia raggiunto, già con largo anticipo, problematiche tipiche semmai dell’età senile. Quello che lei considera il suo mito, d’altronde le risponde con battute tratte dai suoi film.

Paris-Manhattan 13Ed invece Alice sarebbe ancora eccome in età da marito e, visto che nella realtà l’attrice che la interpreta (Alice Taglioni) annovera nel suo palmarès anche un titolo di Miss Corsica (nome e cognome sono di chiara origine italiana), non le manca proprio nulla per fare colpo. Certo lei non fa niente per favorire l’approccio del possibile corteggiatore: per cominciare deve piacergli Woody Allen e le sue opere (e ridagli!), poi lei per prima dovrebbe indossare abiti che mettano meglio in risalto la sua figura, anziché giacche e pantaloni da maschiaccio impertinente ed infine dovrebbe essere più socievole quando qualcuno si offre di accompagnarla, come Victor ad esempio, il quale non sarà magari un Adone, ma è gentile, con la battuta facile e sicuramente intelligente, visto che produce apprezzati impianti d’allarme ed è un fornitore stimato del padre della ragazza, il quale ha la psicosi dei ladri e dei furfanti sia in casa che nella farmacia di sua proprietà, dove lavora pure Alice… (leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

10/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film: ‘Lost In Translation’

LOST IN TRANSLATION

Lost In TranslationTitolo Originale: idem

 Nazione: USA

Anno:  2003

Genere:  Commedia

Durata:  102’  Regia: Sofia Coppola

Cast: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Fumihiro Hayashi (Charlie Brown), Akiro Takeshita (Ms. Kawasaki), Francois Du Bois (pianista), Takashi Fujii (presentatore TV), Kunichi Nomura (Kun), Akira (Hans), Hiromix (se stessa) 

TRAMA: Bob Harris è una stella del cinema in declino il quale sfrutta la coda della sua popolarità facendo pubblicità ad un marchio di whiskey a Tokyo. Il ricco contratto che gli è stato assicurato vale la noia della partecipazione ad alcune sedute fotografiche e spot televisivi, seppure non capisce una parola di giapponese e tanto meno la loro cultura e tradizioni. A casa la moglie ed i figli sono abituati alla sua lontananza ed anche le telefonate fra loro sono sbrigative e scontate. Così egli passa gran parte dei tempi morti, fra una prova e l’altra, ad annoiarsi nella camera dell’hotel, contando i giorni mancanti alla fine del lavoro. Di notte frequenta spesso il piano bar della stessa struttura che resta sempre aperto; egli infatti ha anche problemi d’insonnia causati dal jet lag, ovvero il diverso fuso orario rispetto al paese di provenienza. Charlotte è invece la giovane e bella moglie di un fotografo americano ambizioso e super impegnato, il quale però la trascura, lasciandola spesso sola, preferendo correre dietro al successo che sembra sorridergli nella terra del Sol Levante. Anche lei, fresca di laurea in filosofia ma ancora senza lavoro, passa molto tempo in hotel tediandosi a guardare i programmi TV; telefonando a casa oppure provando ad immergersi, in cerca di distrazioni, dentro il formicaio di persone che popolano le strade della capitale giapponese. La notte, mentre il marito russa, spesso resta sveglia ed il piano bar diventa perciò anche per lei un rifugio ed una distrazione. L’incontro fra Bob e Charlotte è perciò facilitato ma fra loro non nasce un’intesa che scaturisce da un senso di rivalsa o dalla ricerca di nuove emozioni che sfociano poi di solito nel tradimento dei rispettivi partner, quanto semmai un feeling determinato da un ‘comun sentire’ e dalla scoperta di provare le stesse sensazioni di disagio e solitudine, nonostante la sensibile differenza d’età che c’è fra loro. Nei giorni successivi s’incontrano spesso e maturano una sempre maggiore confidenza. Quando il marito di Charlotte parte per un impegno improvviso fuori Tokyo, si ritrovano a passare molto tempo assieme e frequentare altre persone che la giovane ha conosciuto nel frattempo nell’ambiente dei fotografi, dalle quali ne consegue un’altra conferma che le luci, la vita frenetica e le follie notturne della metropoli nipponica non fanno per loro. Bob è arrivato alla conclusione del periodo relativo all’accordo pubblicitario ma decide di accettare la partecipazione ad un programma televisivo, che aveva rifiutato in precedenza, pur di restare ancora qualche giorno in Giappone, nel mentre che Charlotte è andata in visita turistica a Kyoto. La notte precedente il ritorno di quest’ultima, Bob beve un bicchiere di troppo nel solito piano bar dell’hotel e finisce a letto con la cantante. Al risveglio nella sua camera egli fatica a realizzare quello che è accaduto, ma viene sorpreso da Charlotte in compagnia della sua amante. I loro rapporti si raffreddano e il pranzo successivo che consumano comunque assieme si svolge nel silenzio ed imbarazzo reciproco. Bob annuncia quindi a Charlotte che l’indomani ha deciso di tornare a casa. La sera si ritrovano ancora al piano bar ed i loro sguardi testimoniano, più di qualunque parola, la magica intesa che comunque si è creata fra loro nel frattempo. Bob non è più sicuro di voler partire e Charlotte vorrebbe che restasse. Il finale è tenero e sospeso, più vicino ad un arrivederci, piuttosto che ad un addio.

VALUTAZIONE:  Sofia Coppola evita i rischi narrativi più scontati e banali di una storia che coinvolge un uomo maturo ed un giovane donna, entrambi sposati ma in crisi d’identità. In una metropoli dominata da uno sfrenato consumismo e da un caleidoscopio di luci, per ritrovare se stessi può anche bastare l’empatia di uno sguardo nel piano bar di un hotel o trovare qualcuno disposto semplicemente al dialogo. Il finale di questa storia minimale è tutt’altro che scontato.                                                                                                                                                                              

Quando si dice che ‘buon sangue non mente’ un’ulteriore conferma la si trova in Sofia Coppola, figlia quarantatreenne dell’autore di pietre miliari come ‘Apocalypse Now’ e ‘Il Padrino’, la quale circa una dozzina d’anni fa ha girato quest’opera di sorprendente maturità per una regista soltanto alla seconda prova dietro la macchina da presa, dopo l’esordio in sordina con ‘Il Giardino Delle Vergini Suicide’ ed un paio di cortometraggi.

Lost in Translation 01Non sorprende più di tanto quindi l’Oscar assegnato alla sceneggiatura originale che Sofia stessa ha scritto, la quale ne ha anche diretto la trasposizione sul grande schermo con leggerezza, sicurezza ed inventiva, smontando con elegante naturalezza i cardini del genere di appartenenza con una storia che sonda i meandri della solitudine di un uomo e una donna, di nazionalità americana, i quali si conoscono a Tokyo, una metropoli che pure conta oltre tredici milioni di abitanti. La figlia di Francis Ford Coppola però ha mescolato le carte, ad iniziare dal titolo, ‘Lost in Translation’, al quale la distribuzione italiana ha avuto il ‘coraggio’ di aggiungere come suffisso… ‘L’amore tradotto’, insomma qualcosa che fa gridare vendetta. Nemmeno un traduttore automatico, di quelli che si trovano facilmente in Internet, sarebbe stato capace infatti di arrivare a tanto e se solo fosse stata utilizzata la versione letterale, ‘Persi nella Traduzione’, sarebbe stata sicuramente meglio, seppure anch’essa non avrebbe certamente espresso la sottile ambiguità, provocazione o metafora che dir si voglia, contenuta nel titolo originale. 

Lost in Translation 12Il significato di ‘Lost in Translation’ potrebbe far pensare, in prima ipotesi, alle difficoltà di comprensione che provano i due protagonisti, Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson), i quali sono giunti, ognuno per suo conto e per ragioni diverse da quelle meramente turistiche, quando ancora erano sconosciuti, in un paese molto diverso per lingua e cultura come il Giappone. Scavando appena più a fondo nelle loro vicende personali si scopre però ben presto che entrambi non s’intendono più nemmeno con i rispettivi coniugi e le incomprensioni in questo caso non sono certamente linguistiche. Andando ancora più in profondità infine si comprende che, sia Bill che Charlotte attraversano una delicata fase esistenziale, ovvero, per rimanere ancorati al titolo un’altra volta, essi hanno difficoltà nel tradurre e dare un senso alle loro vite, sia per motivi d’età che di ruolo. Charlotte, pur essendo una donna molto bella e sposata da soli due anni con un fotografo di successo (ecco la ragione per cui si trova con lui a Tokyo) si sente sempre più sola perché il marito è tutto preso dalla carriera e troppo spesso l’abbandona per lunghe ore o addirittura per giorni interi, correndo dietro ai molteplici appuntamenti. Pur essendo laureata in filosofia, Charlotte non ha ancora un lavoro e questo non fa altro che aumentare la sua frustrazione ed il senso d’inutilità.

Lost in Translation 07Non è in una situazione migliore Bob, seppure al contrario dovrebbe sentirsi gratificato per essere stato invitato in Giappone, dove la sua immagine vale ancora un contratto milionario, per girare uno spot pubblicitario e scattare qualche foto, le cui gigantografie appaiono con sorprendente tempestività in bella mostra lungo le strade della capitale giapponese. Per uno che è oramai al tramonto della carriera attoriale, questo contratto è ‘grasso che cola’, come si dice in questi casi, nonostante egli non capisca un accidente di quello che gli viene detto durante le sedute sul set e molto poco gli interessa pure approfondire culturalmente il confronto con una civiltà tanto diversa dalla sua d’origine. Quando telefona a casa dove la moglie ed i figli, anche per via del fuso orario, hanno abitudini ed esigenze molto differenti dalle sue, i discorsi sono di disarmante routine e spesso le conversazioni finiscono per esaurirsi velocemente per mancanza d’argomenti, passando direttamente agli scontati saluti, come afferma lui stesso: ‘…se sei un attore cinematografico, sei sempre via da casa. Guardatemi ora, per esempio. Sei rinchiuso in un hotel, a migliaia di chilometri da casa, in un fuso orario del tutto diverso, e non vi è nulla di attraente in ciò. Non riesci a dormire, accendi la televisione nel mezzo della notte e non riesci a capire una parola di quello che dicono, e telefoni a casa, il che non ti dà il minimo conforto…‘…(leggi il resto del commento cliccando qui sotto su ’Continua a leggere’) Continua a leggere

07/04/2014 Posted by | CINEMA | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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